Assonanze che Risuonano (Ridondanti)

branding advertisign immagine comunicazioneGobbio, Botticino Doc, Noventa.

Scrive il produttore nel Pdf di presentazione di questo vino che Gobbio "è il nome di una collina sita nel comune di Botticino (Brescia) a 450 mt slm; il terreno particolare ed unico, ricco di marna, carbonato di calcio, argilla e sabbia, caratterizza questo vino ottenuto da uve Barbera (40%), Sangiovese (30%), Marzemino(20%) e Schiava Gentile(10%)". Si tratta del vino "di punta" dell'azienda, proposto anche come vino da meditazione, in quanto una parte delle uve di Barbera e Marzemino sono trattate dopo appassimenti. Di fronte ad una nominazione geografica, territoriale, ci si trova davanti un dubbio amletico: promuovere le geolocalizzazione, in un certo senso la tradizione del luogo, e farlo anche a discapito del naming e della semantica o trovare un nome più cònsono? Molti procedono per la via pià breve: utilizzare il nome topografico di turno e stop. Ed ecco un "Gobbio" che semanticamente e foneticamente non può, per sua "natura", esimersi dal ricordare Gobba, Gobbo, Sgorbio, Gabbia... etc etc. Niente di male, dirà qualcuno. Ma qui diventiamo, volontariamente, di nuovo "addetti ai lavori" uscendo dai panni del consumatore, sia pure attenzionato. Gobbio non è un nome consigliabile a priori. Anche se, volendo cercare valenze positive, si possono trovare nella nomèa di buon auspicio che la gobba e i gobbi portano con loro. Anche se: "I gobbi portano fortuna e le gobbe (donne) disgrazia." (Proverbio Italiano). La credenza sulla gobba deriva dal Medioevo quando, coloro che avevano quella deformazione venivano ritenuti dei “segnati da Dio”: molti re di quel tempo avevano dei gobbi come consiglieri alla loro corte.

Perché Chiamare un Vino "Pop"?

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Pop - Vino Bianco (Garganega) - Tenuta L'Armonia

Forse perché è frizzante. No, non risulta. Allora perché vuole essere popolare, giusto. O richiamare alla "musica pop", forse. Come consiglio di abbinamento con i Pop-Corn? Certo si tratta di un vino semplice. Con una etichetta "easy", assolutamente coerente con il nome, quindi dal design, appunto, "pop". Sullo sfondo dell'etichetta campeggiano degli "oggetti volanti non identificati". Anche da vicino non si capisce bene: tazze, cerchi, numeri, macchie, orsetti, gessetti... Fantasia all'arrembaggio. Certo si tratta di un'etichetta insolita, con un nome che nel bene o nel male (decideranno i consumatori) si fa notare. Viene però naturale considerare l'onomatopeicità della parola "Pop" che richiama le bollicine. Quindi ci si aspetta un vino spumante, o quanto meno frizzante. Questo forse l'unico reale querebus della questione. Per il resto rimane tutto al degustibus di chi riceve la comunicazione. Per la cronaca: l'azienda ha in gamma (qui sotto) anche un vino frizzante. In quest'altro caso non si può sbagliare, lo dice il nome: Pop Frizzi (sur-lie). In alto i calici (e i gomiti)!
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Una Lezione Leziosa da Lessona

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'Tanzo, Lessona (Spanna), Pietro Cassina.

Diciamo subito che non sappiamo cosa di fatto significa il nome "'Tanzo". Si ipotizza facilmente che si tratta di dialetto piemontese, ma non ne abbiamo riscontro. Stiamo conducendo indagini. L'azienda è piccola. Non ha un sito internet e solo il produttore potrebbe chiarire il significato del nome. Ma facciamo questo gioco: siamo dei consumatori che non hanno voglia di chiamare a telefono il produttore o scrivergli un messaggio diretto su Twitter o su Facebook (sempre che sia presente su questi social-network) per sapere cosa significa Tanzo. E quindi "cogliamo" quel nome per quello che comunica, anche a chi piemontese non è. Forse deriva da Tango, in ogni caso richiama sensazioni "danzanti". Chissà. La non chiara identificazione fonetica e semantica però non aiuta. Se il nome non "riconduce" a qualche appiglio, il cervello si perde e di conseguenza si smarrisce anche la memorabilità. Se non altro è curioso. Tanzo. Veniamo all'etichetta. Al design, al packaging. Si tratta evidentemente di un tentativo di svecchiare lo stile di quella zona (alto Piemonte) finora contraddistinto da etichette piuttosto classiche, diciamo pure vecchie. Perchè non fare quindi "qualcosa di moderno"? Farlo non è facile come dirlo. Ed ecco quindi un'etichetta "pulita", ma non priva di "scorie stilistiche". A partire dai caratteri di scrittura del fronte etichetta. Insoliti certo, ma anche "destabilizzanti", dal punto di vista della comunicazione "sotto pelle". E quell'onda grafica sotto al nome del produttore? Non fa molto spumante? Insomma, una di quelle etichette che non si possono definire "sbagliate", ma che lasciano molte perplessità. Come se si fosse cercato uno stile, senza riuscire a trovarlo. La volontà di dare personalità e originalità c'era, ma il risultato è dubbio. Possiamo dire né carne, né pesce? Per l'etichetta sì. Per il vino (in giro si dice che sia molto buono)... certamente carne!

Strane Imitazioni tra Oltrepò e Champagne

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Big Black, Pinot Nero, Buscaglia.

packaging comunicazione brandingSpesso si assiste a operazioni di "imitazione grafica" tra etichette "minori" nei confronti di etichette di marchi noti. L'obiettivo è quello di non imitare troppo, tale da ricevere una citazione in tribunale, ma abbastanza per richiamare nella mente dei consumatori l'allure della marca imitata. Una sorta di pubblicità subliminale che cerca di muovere ragioni di acquisto nemmeno minimamente legate al prodotto contenuto nella bottiglia, questo è palese. Certo che siamo lontani, geograficamente, nel caso indicato, tra Champagne (uno dei top mondiali, Dom Perignon) e Oltrepò Pavese (il Pinot Nero in questione sembrerebbe riconducibile alla Azienda Agricola Buscaglia di Rovescala, ma solo per il mercato estero, Canada e Usa). Nulla da dire, non siamo avvocati, sulla questione legale, ci sovviene solo evidenziare un esempio imitativo come una delle modalità commerciali, non certo qualitative, per vendere vino. Nel grande circo mediatico c'è posto anche per questo. Per quanto riguarda il nome del vino "Big Black" si tratta evidentemente di una ricerca imperniata sul mercato estero al quale il vino in questione si rivolge. Un "Grande Rosso" che probabilmente agli americani piace, in partenza, per la sua "grandeur", anche se italiano.

L'Eleganza del Grillo (Siciliano)

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Mozia, Grillo, Fondazione Whitaker di Tasca d'Almerita.

Questa bella etichetta ci fornisce l'occasione per parlare un po' di design in generale. Ma partiamo dal nome del vino: Grillo (il vitigno) Mozia (l'isoletta vicino a Marsala dove si trova il vigneto). Nome quindi non di fantasia, ma geografico. Caratterizzante attraverso la località, molto particolare, dove vengono coltivate le uve. Una chiara valorizzazione del territorio, circondato dal mare e per questo peculiare. Nome che esprime l'unicità del luogo. Unicità che viene mutuata nel prodotto. Passando alla grafica dell'etichetta si potrebbe dire che si tratta di un elaborato in apparenza semplice, di fatto nella sua proposta comunicativa lo è, ma al tempo stesso articolato, intenso, acuto e intrigante. Il logo in alto è costituito a metà dal Leone Tasca d'Almerita e a metà da un cavallo, per distinguere questa linea di produzione che riporta alla Tenuta Whitaker. Sotto al logo il nome dell'azienda, Tasca d'Almerita, condivide il proprio spazio proprio con la dicitura "Fondazione Whitaker", confermando così l'impostazione duale del logo soprastante. Seguono il nome del vitigno, il millesimo, un "orizzonte" stilizzato dell'isola in questione e sotto il nome storico "Mozia" (in realtà oggi sulle mappe risulta come Isola di Pantaleo). Il tutto con uno stile pulito, asciutto, "al tratto", immediato, elegante, essenziale, su sfondo bianco. Senzazioni di nitore, precisione, qualità, competenza: quanto può "fare" un'etichetta nell'esprimere un vino e nell'invitare a degustarlo!

Un Prosecco Vestito a Festa

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Graziano Merotto, Prosecco Docg, Merotto.

Il rituale avvicinarsi delle Feste Natalizie pone al marketing delle aziende vitivinicole l'annoso "problema" della stagionalità. Cioè il pericolo che i clienti intendano interpretare il consumo di spumanti solo come celebrazione, senza vera continuità. Uno stappo e via. Cadono in questa trappola un po' tutte le bollicine, dagli Champagne al Prosecco. Una etichettatura dal design sfarzoso certo non risolve il problema. Cioè ne risolve uno e ne mantiene un altro. In pratica: il Prosecco, soprattutto, è un vino che ha bisogno di enfasi. Di confezioni e packaging nobilitante, che lo renda prezioso agli occhi prima ancora che al gusto. Ma questo non va nella direzione del consumo quotidiano. Non per quelle aziende che scelgono la strada della valorizzazione estetica (poi ci sono quelle che scelgono invece di dare una connotazione popolare, per ovviare al problema). Il packaging di questo Prosecco Superiore è bello, valorizzante, elegante, prezioso. Oltre ad una impaginazione classica, equilibrata, ben soppesata negli elementi di comunicazione, vediamo anche due fattori materici (che incidono sul costo finale, sicuramente): la personalizzazione a vetro della bottiglia e l'apposizione di una ceralacca in rilievo (verde, invece del solito rosso). Elementi che riproducono il marchio e che collocano la bottiglia sotto una luce impreziosente. Si tratta logicamente del vino top dell'azienda. Per quanto riguarda il nome, si è scelto di citare il fondatore, Graziano Merotto, con una tipica operazione di trasposizione di tradizione e qualità, ricavandole da ragioni storico-famigliari.

Stile è Insistere con Eleganza

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Refosco dal Peduncolo Rosso, 
Borgo Stajnbech.

L'azienda in questione ha deciso di non puntare su nomi di fantasia per i propri vini (salvo nel caso del passito di Verduzzo "Carisma")  bensì su una forte identità di marca. Questa identità viene espressa con un logo, una vite ad alberello "grondante" di grappoli, e con il nome aziendale "Borgo Stajnbech". Questi due elementi vengono "spesi" ovunque: nel sito, sulle etichette, nel materiale di comunicazione in generale. E vengono reiterati spesso, anche se con cromìe diverse, sempre con il medesimo
brand branding marketing comunicazionestilema e carattere di scrittura, naturalmente. Le etichette (qui viene mostrata quella di un classico friulano, il Refosco dal Peduncolo Rosso) sono incisive, eleganti, forti, lineari, carismatiche, anche grazie all'aiuto di un po' di inchiostro dorato ma sempre con gusto e semplicità. L'etichetta dei rossi, di fondo scuro, mette molto bene in evidenza il nome aziendale e il logo: quell'alberello citato prima, ben stilizzato, che al tempo stesso richiama storia, tradizione, arte, cultura, mondo contadino. Forse l'unico appunto che si potrebbe muovere alla creazione in oggetto è quello che sui tralci albergano 6 grappoli di uva. E forse questo è un messaggio che va in direzione della quantità e non delle basse rese. Ma comprendiamo facilmente altre motivazioni di design ed equilibrio grafico.

La Semplicità non è Sempre Semplice

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Le Piane, Boca Doc, Le Piane.

Metti uno svizzero (Christoph Künzli) in un territorio aspro e poco considerato dell'Alto Piemonte e metti anche che questo "straniero" si metta in testa di produrre buon vino. E ci sta pure che ci riesca, a quanto dicono gli esperti in degustazione. La Doc è quella di Boca, piccolo paese a nord di Borgomanero, tra il Monte Rosa e il Lago Maggiore. Il disciplinare parla di 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Ma veniamo all'etichetta. Il naming è semplice, breve, territoriale: "Le Piane". Si intuisce subito che si tratta del nome del luogo dove è posizionata la vigna (storica, con più di 50 anni) nella "toponomastica contadina" del posto. Il nome, emerge molto bene in etichetta: è imporante per affermare un prodotto. Ecco quindi che Le Piane viene scritto in modo chiaro, molto leggibile, sia come carattere (font di scrittura), sia come colore (bianco su fondo scuro). Bene, 10 e Lode. Il resto dell'impaginazione: equilibrio, sobrietà, eleganza. Colore distintivo, un blu petrolio molto fine, e pochi elementi grafici: il tratto di due alberi e una cascina, il nome graziato e dorato della denominazone "Boca", ci deve essere, per valorizzare la zona, ma giustamente risulta in "seconda lettura" per impatto, dopo il nome del vino. La carta dell'etichetta leggermente goffrata. È tutto. È semplicità. La forza di una comunicazione chiara, distintiva ma senza sfarzo, sicura di sé ma senza ego. Proprio come Christoph, il produttore. Un personaggio che È il suo vino, la sua etichetta.

Vulcanici Giri di Parole in Arrivo dall'Etna

Feu d'O Rosso, Nero d'Avola e Nerello Mascalese, Gambino.

Una di quelle aziende "appoggiate" alle pendici dell'Etna e che in questi anni stanno "dicendo la loro" in termini di qualità del vino, ha generato un nome che attira l'attenzione per la sua originalità e per una certa ricercatezza nella formulazione. Che piaccia o no, perché in questi casi si entra molto nel soggettivo, sia pure valutando l'impatto oggettivo. Siamo, come già detto, alle pendici del Vulcano Siciliano che ogni tanto fa sentire la sua prorompente voce e che in passato ha fatto colare il terreno lavico così benefico per le uve di quelle parti. Il nome di questo vino, "Feu d'O", ricorda il francese "fuoco" e in particolare potrebbe alludere al "feu d'orange", insomma a quella colata di lava infuocata che ha proprio una cromaticità che va dal rosso al giallo intenso, passando per l'arancione. Ma ci accorgiamo facilmente che "Feu d'O", a parte l'omaggio alla lingua francese, ricorda anche la parola "Feudo" che soprattutto in Sicilia significa "possedimento agricolo", anche con altre accezioni legate alla storia e alla cultura contadina e latifondista della zona. Si tratta quindi di un "gioco di parole", di una proposta semantica in grado di muoversi su molti livelli, in grado quindi di trasmettere una gamma di significati e di percezioni. Criticabile forse per il riferimento al francese (ma i francesi, in Sicilia ci sono stati, storicamente) ma apprezzabile per la particolarità della formulazione e comunque per la sinergia con il territorio. Una critica più serrata va alla scelta della modalità di scrittura del nome: un corsivo che non facilita la leggibilità. Per il resto l'etichetta è pulita ed equilibrata, con una propria eleganza formale, ma senza eccessi di classicità.

Lupus (Francese) in Fabula (Vicentina)

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La Grenade, Tai Rosso, Colle di Gà.

Il "caso" che presentiamo oggi si riferisce alla scelta linguistica operata da una azienda vinicola vicentina per la propria gamma di vini: nomi in francese. In parte tale scelta viene "giustificata" nel sito della proprietà dicendo che alcuni vini nascono da vitigni tipicamente francesi. Di fatto i vini lavorati in azienda sono sia autoctoni italiani sia internazionali, in parti quasi uguali. E naturalmente anche gli autoctoni italiani hanno acquisito un nome in francese, seguendo la linea adottata per tutta la gamma. Ad esempio "La Grenade" è un Tai Rosso, poi abbiamo Le Cedre da uve Garganega e L'Abricot (Garganega passita). E così via con gli altri nomi (L'Amande, La Myrtille, La Cerise Noir, La Fraise de Bois, con vitigni internazionali/francesi). La scelta è particolare e forse non del tutto condivisibile, dal punto di vista della comunicazione e quindi della percezione del consumatore. Non per le solite ragioni campanilistiche che fanno riferimento alla competizione tra Italia e Francia sui vini, sulla loro qualità e il loro commercio, ma per una questione di lettura, appunto, di comunicazione. Vedendo le etichette in questione, dove il nome in francese è sempre posto (giustamente, dal punto di vista grafico) in evidenza, viene da pensare di essere di fronte a vini francesi. E questo potrebbe deviare, sia pure solo inizialmente, le attenzioni e anche le intenzioni di acquisto del potenziale fruitore. Orgoglio italiano in comunicazione coerente, verrebbe da dire.
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Il Gallo Nero fa Pulizia (di Se Stesso?)

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Spolverino, Sangiovese e Canaiolo, Carpineto.

Il nome sembra uno di quelli "riduttivi", non valorizzanti: "Spolverino". Ma è simpatico, genera complicità nell'immediato. Anche l'illustrazione fumettosa del gallo (indiscutibilmente nero) che "fa le pulizie" risulta simpatica. Cosa sta "spazzando via" il gallo in questione? Dei tappi di sughero (utilizzando, appunto, uno "Spolverino") sicché questa bottiglia di vino toscano è tappata con lo Screw Cap, tappo a vite che tanto sta alimentando discussioni in Italia. Tra puristi della tradizione e del prestigio del sughero e gli innovatori paladini della praticità (e della convenienza produttiva e commerciale, anche). Ma torniamo agli elementi di questa etichetta e a quello che comunicano. "Spolverino" dicevamo all'inizio è un diminutivo che non nobilita il vino. Si tratta comunque di un prodotto non di gamma alta, indirizzato prevalentemente al mercato estero. Quanto al Gallo Nero (come si sa, simbolo storico del Chianti Classico, una specie di istituzione in Toscana) per ammissione dello stesso produttore (scrive nel sito: "Sweeping away centuries old customs we bottled one of our best wines with the modern convenience of screw cap technology") viene chiamato a spazzare via le vecchie "usanze" in favore nelle nuove tecnologie. Discutibile tuffo carpiato che nel tentativo di dare spinta innovativa al prodotto, rinnega certi valori che in ogni caso servirebbero a sostenere la qualità. Una specie di simpatica ribellione allo status quo. Le quote di mercato diranno se si è trattato di una operazione ben riuscita.

Chi (R)Osa Vince

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Osato, 
Merlot - Sangiovese - Cabernet Franc, 
La Salceta.

Un vino particolare, che nasce attraverso una lavorazione non esclusiva ma di certo non consueta, con tre vitigni di spessore, uniti insieme da una criomacerazione di alcune ore "sulle bucce". Di fatto si tratta di un rosato toscano, al quale... è stata tolta una "R", diventando così un vino "Osato". Una specie di gioco di parole che però trova riscontro nella lavorazione, nel carattere del vino e quindi diviene accettabile e soprattutto efficace in termini di comunicazione. Non fine a se stesso, insomma, come spesso accade nel naming/packaging. La "R" mancante di "Rosato" in effetti c'è, in etichetta. Fa da sfondo a tutto il resto, quasi a voler suggerire a chi non ha ancora capito di quale tipologia di vino si tratta. E a nostro parere è l'unico errore di un'etichetta attezionale, equilibrata, pulita, moderna e dai tratti semplici ma impattanti. La "R" come texture di fondo poteva anche non esserci. Il nome/gioco sarebbe arrivato lo stesso a destinazione. Forse con qualche attimo di perplessità, ma che non potrebbe servire ad altro che ad enfatizzare ulteriormente la dinamica semantico-ludica di questa idea. Una penalità anche alla leggibilità del carattere di scrittura di "Osato". Si sarebbe potuto scegliere qualcosa di più chiaro. 

Design con i Piedi per Terra

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Crepe, Sangiovese di Romagna, Cà di Sopra.

Non suona bene questo nome, "Crepe". È crudo ma a dire il vero anche creativo, sotto taluni aspetti. Perché parla di terra ed è proprio dalla madre-terra che nasce molta vita. Vi nasce e vi cresce anche questo Sangiovese ravennate che dagli elementi "terreni" trae nutrimento. Questo affermano i produttori, spiegando il nome e l'etichetta nel sito web aziendale: "...crepe di argilla e calcare: le caratteristiche crepe che si formano nei nostri terreni durante il periodo estivo tradiscono la loro natura calcarea e argillosa. Essa conferisce alle uve di Sangiovese quell'insieme di sapore, forza, carattere che ci consente di ottenere il Crepe, un vino di grande personalità e suadente struttura...". Tornando all'etichetta e a ciò che comunica, possiamo dire che la "crudezza" fonetica del nome viene confermata da un "drammatico" taglio verticale che incide non solo nella "E" del nome ma anche nell'anima percettiva di chi osserva la bottiglia. Questa "ferita" però, questa incisività, diventa subito attenzionalità e originalità a scaffale. Uno "sfregio" che ha la sua ragione d'essere in termini di impatto ma anche e soprattutto come prova provante della coerenza del concetto di partenza: la terra, la sua conformazione e composizione, e "l'effetto che fa" sul prodotto finale, nel vino e nelle sue sfumature organolettiche. Spesso la forza di una comunicazione risiede nella sua coerente espressività. Equilibrio, eleganza, forza. Proprio come nel vino. Quello buono.

Fare dell'Etichetta una Lavagna

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The Curator's Collection, 
Pinot Noir e Chenin Blanc, Glen Carlou.

Siamo di fronte a etichette di vini che non hanno nome e che a ben guardare non sono nemmeno delle etichette. Se abbiamo in mente lo stereotipo delle etichette, naturalmente. Sembrerebbero più delle retro-etichette, e invece stanno proprio sul fronte. Si tratta di una iniziativa di una azienda vinicola del Sud Africa, attualmente una delle "più in vista" di quel Nuovo Mondo vinicolo. Non una azienda piccola, bensì una struttura ben preparata anche a livello di marketing e comunicazione oltre che per la coltivazione della vite e la produzione del vino. L'idea (non del tutto nuova a dire il vero, ma certamente ancora da considerarsi originale) è quella di raccontare qualcosa di concreto, che riguarda il contenuto della
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bottiglia, direttamente sul fronte etichetta. In questo caso non si tratta di uno "storytelling" romanzato, ma di informazioni pratiche, tecniche, produttuve. Il testo, scritto con un carattere da vecchia macchina da scrivere, evidenzia prima l'annata e la tipologia di vitigno, quindi nobilita il prodotto affermando la sua "tiratura" estramamente limitata (508 bottiglie per il Pinot Noir e 1464 per il Chenin Blanc), e quindi spiega in un caso le caratteristiche dell'invecchiamento e nell'altro l'origine del frutto da viti vecchie. In pratica, per ognuno dei due vini sono state trovate delle specificità e si è deciso di comunicarle così, in modo semplice e diretto. Una firma "a mano" del titolare sancisce la chiusura e la veridicità delle affermazioni soprastanti. Nel sito web il concetto di "Curator's Collection", che di fatto è il nome di linea, viene ben spiegato con argomenti che spaziano dalla passione maniacale per la vigna alla cura dei particolari in cantina, chiudendo il cerchio per quanto riguarda lo stile che che questi vini devono avere: non solo in bottiglia ma anche per quanto riguarda la loro personalità esteriore. 

Nomi (e Numi) dell'Oscurità

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Sassocupo, Chianti Superiore, 
Buccia Nera.

La buccia è nera, il sasso è cupo, meno male che almeno il vino è rosso rubino. Si tratta di un Chianti Superiore Docg ed evidentemente le uve che lo compongono (Sangiovese per il 90% e Canaiolo per il 10%) crescono in un terreno sassoso e scuro. L'immagine in etichetta lo afferma. Purtroppo tutta questa oscurità nuoce: alla leggibilità del nome, in termini molto pratici, e alla percezione semantica del "sistema" nome azienda-nome prodotto, in termini di comunicazione. Vediamo i nomi nel dettaglio: "Buccia Nera" è il nome del produttore, "Sassocupo" il nome del vino. Certo, i vitigni sono responsabili del colore scuro che caratterizzerà il nettare finale (dipende logicamente dai giorni di "contatto" con le bucce), ed è pure certo che il terreno sassoso conferisce di suo una particolare "mineralità" al vino. Però il rischio, psicologico, di trasmettere una sensazione di cupezza è alto. La vite è terra ma è anche sole, antociani (scuri) ma anche luce nel bicchiere. Una solarità che è bello "sentire" anche prima di gustare il prodotto, quando si legge l'etichetta. Esteticamente l'oro e il nero portano verso codici mentali lapidari. E non solo nel giudizio che riguarda il design e le scelte che riguardano quel piccolo rettangolo di carta che è l'etichetta... che in realtà è un grande mezzo di comunicazione.

Nomi che Asciugano, Vini che Dissetano

Deserto, Verdicchio Classico Superiore, Socci.

Sorprende questo nome per un vino, perché evoca calura e sete. Ma è probabile che non sia del tutto sbagliato: se viene sete si stappa altro vino e si beve ancora. La modalità ricorda quella forma di pubblicità, "subliminale" la chiamavano, utilizzata furtivamente negli anni '60 in America, quando Coca Cola inseriva brevissimi, quasi impercettibili, fotogrammi con immagini del deserto nei suoi spot. Facevano davvero venire sete agli spettatori (programmati soprattutto nei cinema, dove il consumo del prodotto poteva essere diretto e immediato). Forma subdola di pubblicità che poi diventò fuorilegge. Qui invece di un'immagine "subliminale" abbiamo una parola evocativa (niente di illegale o di eticamente scorretto, sia chiaro) che risulta forte come un'immagine perché crea subito, nella mente di chi legge, un'icona molto precisa: sole, afa, caldo... quindi grande sete e magari voglia di bagnarsi la gola proprio con un freschissimo Verdicchio! Il nome, apprendiamo direttamente dal produttore, deriva dal toponimo del luogo dove viene coltivato il vigneto: "Monte Deserto". A questo riguardo c'è anche una particolarità, tramandata dai vecchi del paese e riscontrabile ancora oggi: sulla cima di questa collina, contrassegnata da una croce, in caso di precipitazioni nevose la neve non attacca, come se un magico microclima mantenesse calda la sommità di quel monte. Da questo il nome "Monte Deserto" e quindi il nome del vino "Deserto". Notiamo in etichetta anche una "poetica" (e voluta) dicotomia: sotto al nome del vino appare un fiore che sembra proprio in buona salute. Si tratta di un fiore del deserto capace di manifestarsi in tutta la sua bellezza anche in situazioni geologiche siccitose. "Assolato" il nome, ma rigoglioso il visual, si direbbe. Infine notiamo la particolare modalità di indicazione dell'annata, in parole invece che con una data in numeri. Per riassumere e concludere: il nome "Deserto" sembrerebbe a priori non molto adatto a un vino ma lo storytelling dal quale deriva ne giustifica l'adozione. Anzi, l'aneddoto della collina dove la neve non riesce a formarsi meriterebbe ancora più enfasi, proprio per supportare questo naming.

Santo il Signore Dio dell'Universo (e del Vino)

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Rosé Extra Brut, Santus Vignaioli in Franciacorta.

"L'essenziale è invisibile agli occhi..." scriveva Antoine de Saint Exupèry, e c'è davvero molto di essenziale in questa etichetta. Molto e nulla: una scritta, un fondo colorato, caratteri squadrati. Un nome: Santus. Nell'Italia cattolica che influenza e al tempo stesso attinge nelle tradizioni contadine, "Santus" riporta subito al "Sanctus" delle celebrazioni eucaristiche. "Preghiera di lode, con le parole dell'Inno dei Serafini udito nel tempio di Gerusalemme dal profeta Isaisa (6.3) nella visione inaugurale del suo ministero. La parte iniziale si trova anche nell'Apocalisse (4.8)" ci informa Wikipedia. E invece... invece in questo caso si tratta del cognome dei uno dei soci fondatori della cantina, Maria Luisa Santus che (insieme a Gianfranco Pagano, entrambi agronomi) dal 1995 si è dedicata alla produzione di Franciacorta Docg. Si tratta di un nome "forte", affermativo, liturgico, carismatico, giocato graficamente con semplicità ma anche statuarietà classica. Cioè con quella semplicità che "sa il fatto suo", che è così sicura di sé al punto di non avere bisogno di dimostrarlo. Serve affermarlo, quello sì. Tutta la linea dei vini spumantizzati (Metodo Classico) di Santus "Vignaioli in
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Franciacorta" (questo il nome ufficiale del produttore) si chiamano Santus, con le necessarie specifiche Brut, Satén, Rosé. Ma una piccola critica la vogliamo fare? Soggettiva, certo. La modalità di scrittura del nome: spezzato. Cioè su due righe: SAN e poi TUS. Ma nella grafica "lapidaria" (in senso di sintesi) di questa etichetta può essere plausibile. La leggibilità innanzitutto, ma anche e soprattutto il concetto e la sua percezione, chiara e forte, sono molto spesso determinanti.

Nuove Teorie (messe in Pratica) del Marketing del Vino

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9.99, Ruchè di Castagnole Monferrato, 
Cantine Sant'Agata.

Davvero originale e interessante da analizzare questa etichetta. Il vino è un classico piemontese ma il design che troviamo sulla bottiglia sorprende per modernità e coraggio (ma non è detto che per questo sia encomiabile). Certo il packaging si fa notare, visto che in prima battuta salta all'occhio il nome del vino che di fatto è un numero: 9.99. Abbiamo subito pensato alla gradazione del vino, tanto di moda attualmente, cioè la limitazione "sotto i 10 gradi" per questioni di marketing e funzionalità (salute e controlli anti alcool). Molte altre aziende stanno puntando su vini a bassa gradazione e vogliono subito esplicitarlo in etichetta. Ma qui siamo di fronte a un'idea diversa: in questo caso il 9.99 è il prezzo! Dichiarato, diciamo pure che graficamente è "gridato", direttamente in etichetta. Infatti il produttore, nel proprio sito web dice: "Un nome che si propone come patto di trasparenza con i consumatori: introducendo per la prima volta ed in modo chiaro il prezzo finale di vendita nel marchio stesso..." (più che "nel marchio stesso" diremmo "in etichetta"). Tutto ciò può essere frainteso, come si diceva prima, con il grado alcolico, ma l'idea di mettere in evidenza il prezzo è interessante: un "sotto 10 Euro" che sa di promozione ma anche di garanzia qualità-prezzo, tutto sommato. Si sa che ci sono delle soglie di acquisto, diciamo delle soglie psicologiche di prezzo, per il consumatore, che sono più o meno a 5 Euro, poi a 8, quindi a 10 e così via. Posizionarsi "sotto 10" può essere significativo e dal punto di vista commerciale anche vantaggioso. L'etichetta in questione offre anche altri spunti: sopra ai numeri ci sono delle righe gialle che emulano forse il codice a barre e sotto al nome/numero sempre in grande evidenza, la dizione "100% ruché" a valorizzare un vitigno ancora oggi poco conosciuto fuori dei confini regionali di provenienza. All'apice il marchio aziendale: una semplice scritta in corsivo "Sant'Agata". Nel complesso, come si diceva all'inizio di questo post, si tratta di una etichetta che si fa notare subito. Va detto anche che il design non si distingue per eleganza ed equilibrio, ma è anche dichiaratamente aggressivo nelle sue finalità. Da notare anche la modernità della chiusura, sulla quale il produttore ci informa che la bottiglia è chiusa con "un innovativo tappo in vetro brevettato, che garantisce la perfetta conservazione delle caratteristiche del vino, si apre senza cavatappi e si richiude ermeticamente con un semplice gesto".

Etichette Monferrine Paradisiache

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Paradiso, Syrah (Monferrato Rosso Doc), 
packaging branding marketing comunicazioneTenuta Tenaglia.

Che questo vino abbia intezione di "portare in paradiso" non ci sono dubbi. Ci sono anche un paio di ali d'angelo in evidenza sull'etichetta. Si spera solo che ciò avvenga in modo virtuale, diciamo così, onirico. Ma veniamo ai fatti, cioè a ciò che si vede, a ciò che un "normale" avventore potrebbe percepire. Etichetta nera, particolari in oro e bianco. Siamo o no nei codici-colore da pompe funebri di un tempo? Ma anche oggi che si sono modernizzate, nelle funerarie bardature, il nero e l'oro sono sempre in agguato. A parte questo, il nome "Paradiso", in Italia almeno, più che una condizione estatica potrebbe evocare uno stato post-vitam che allude a una delle note tre dimensioni dantesche: fortunamente si tratta di quella più confortevole. Il "tocco fatale", comunque, a nostro modesto avviso, sono le ali d'angelo. Scattano ricordi di catechismo, e anche del celebre, bellissimo film "Il Cielo Sopra Berlino" di Wenders, e ancora di opere celestiali del medioevo. Magari non farà a tutti questo effetto, gli amanti del "noir" inteso come thriller potrebbero avere qualche brivido di emozione. A noi sono venuti, i brividi, in senso negativo. A questo punto è molto meglio un infuocato Inferno valtellinese che un Paradiso del Monferrato, così prospettato.

Bottiglie Intriganti ma Anche No

packaging grafica branding conceptLintrigo, Chardonnay e Pinot Nero, Ariola.

wine grafica etichette brand marketingD'accordo, è una "Party Edition" ma questo rosé, che a ragion veduta (si parla della confezione) potrebbe sembrare uno shampoo o un profumo, o uno smalto per unghie, ha deciso di manifestarsi in modo davvero estroverso, attraverso una insolita bottiglia "total pink". C'è del buono però. Ad esempio il nome. Furbo, certo, nel senso che togliendo l'apostrofo da "l'Intrigo", si è resa la parola registrabile sia dal punto di vista dell'ufficio brevetti, sia dal punto di vista mentale, cioè della percezione comunicativa. Un intrigo che diventa appunto "Lintrigo", guadagna originalità pur mantenendo il suo significato morbosamente festaiolo. E poi l'illustrazione di quella L grande, iniziale del nome, delicatamente al tratto, con una rappresentazione del mondo vegetale che riporta alla coltivazione della vite e alla natura (riproposta anche, ci sembra, sul cartiglio del collo della bottiglia). Elegante l'impaginazione e la scelta dei "pesi" dei vari elementi proposti in etichetta. Elementi non eccessivi, proporzionati, senza eccessi. L'unico dubbio, tornando all'inizio di questo post, è per il look "superpink" della confezione: una caduta di stile che vorrebbe forse sostenere il contrario. Ma molto probabilmente il target di riferimento ne risulterà gratificato. A lato a destra, in alto, la versione Prêt-à-porter della bottiglietta "da single", non meno stilish della classica da 0,750.

Contrasti Semantici e Vitivinicoli

Sole di Notte, Offida Pecorino, 
Tenuta Ca' Pia.

Il sole di notte si vede solo a Capo Nord, dicono, dove per altro non cresce la vite nemmeno di giorno. Oppure più gradevolmente lo si può ritrovare in un grappolo di uva matura del centro Italia. Nella bella Offida, ad esempio, nella parte più a sud delle Marche, in provincia di Ascoli Piceno. Un sole che per questioni tecniche, pratiche, qualitative, storico-culturali, si "prende" di notte. Prima del sorgere del vero e proprio astro infuocato. Infatti, di questo vino, con un nome semplice ma evocativo, "Sole di Notte", il produttore racconta: "Vitigno antico, autoctono. Terra assolata, uve selezionate, raccolte prima del giorno e vinificate in purezza". La vendemmia avviene quindi "prima del giorno", cioè prima del sorgere di quel sole che tanto ha dato alla vigna, all'uva, al succo, al vino. Quasi una raccolta furtiva, per non farsi scoprire, ma di fatto funzionale al processo di lavorazione. Ed ecco quindi, a nostra interpretazione, il fattore "notte" del nome in questione. Il Sole di Notte è un contrasto "vivente". Una curiosità che trova però riscontro in una pratica di vinificazione vera e propria. Un nome ancorato ai fatti, alla terra, al lavoro, al prodotto stesso. Non fine a se stesso. Se vogliamo possiamo offrire anche questa ulteriore interpretazione: un sole da godere di sera, al tramonto, quando l'astro va a riposare. Un calore da ritrovare insieme agli amici, dentro a un calice rilucente.

Le Storie che "Fuggono" Rimangono in Mente

design grafica branding comunicazioneBrigante in Fuga, Pinot Nero, Cascina Baricchi.

etichette grafica comunicazione storytellingNon conosciamo la storia (ciò che ha originato il nome) di questa etichetta ma per ora è bello così (naturalmente ci riserviamo di chiedere una spiegazione all'azienda): è bello perché si riesce a comprendere meglio la pontenzialità di un nome e di una etichetta di questo genere. Dire che incuriosice è dir poco. La mente "aggancia" quella che di fatto è una provocazione, quella del "Brigante in Fuga", e inizia a immaginare una storia, più storie, dal finale inaspettato e avventuroso, tenebroso, affascinante, come sono le vicende di briganti gentiluomini delle campagne italiane dei primi del novecento. Questo "Brigante in Fuga" è colui che ognuno di noi vorrebbe accogliere in casa, una sera, a cena, attorno al fuoco, per sentire i suoi racconti e per vederlo sparire nottetempo verso chissà quale altro luogo. Così come accoglieremmo volentieri questo Pinot Nero (Langhe Doc Rosso, ufficialmente), che ci racconterebbe la sua storia, scomparendo sotto i nostri occhi dopo qualche felice "transito" nei calici dei convitati. Non contenti di aver creato un mito in divenire, con il nome, molto evocativo, "Brigante in Fuga", i creatori di questa etichetta collocano il fuggitivo su un "terreno" grafico, in bianco e nero, che evoca una trama di impronte digitali e al tempo stesso quella di campi arati, coltivati, vitati, in un univoco strato emozionale che trasporta la mente e la fa volare altrove. Questa non è un'etichetta, è un film!

Deviazioni Culturali e Tentazioni Commerciali


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Kuddia del Gallo, Zibibbo e Viogner, Abraxas.

grafica etichette branding gdo horecaStrane etichette girano per gli scaffali italiani. Non si comprende in questo caso se si tratta di una versione vecchia (qui a sinistra) o più facilmente, come accade spesso, di una versione del medesimo vino per la Gdo (mentre l'Horeca "si merita" un'etichetta migliore e distintiva, sotto, sdraiata). In questo caso viene "mascherato" anche il nome del produttore, che nella versione per la Gdo (i supermercati, insomma) appare come una sigla "ABX" quasi l'azienda si vergognasse di essere in Gdo e quindi non lo volesse esplicitare fino in fondo. Il nome del vino, "Kuddia del Gallo", rimane, per fortuna, a contrassegnare la bottiglia (Kuddia è "collina" a Pantelleria). A parte la stranezza del nome aziendale "sintetizzato", che diventa una specie di acronimo, l'etichetta per la Gdo è davvero discutibile per quanto riguarda il design: una foto dei vigneti (sia pure panoramica), con una illustrazione dell'isola, sottostante. Cornici gialle e nome svolazzante e scentrato su azzurro cielo. La nuova versione (o forse, più che nuova, quella per il canale Ristoranti) è decisamente più pregevole, equilibrata, elegante. Meccanismi della comunicazione e soprattutto del commercio, che a volte uccide l'emozione del vino e dei suoi retroterra culturali e tradizionali.
naming grafica labels comunicazione

Terrecotte (dal Sole) e Terracotta (per il Vino)

packaging labels grafica branding comunicazioneCapasonato, Primitivo, Vini Pichierri (Vinicola Savese).

Il nome di questo vino del sud Italia deriva chiaramente e direttamente da un uso della tradizione: contenitori in terracotta chiamati localmente "Capasoni". Siamo in Puglia, ed esattamente (onore ai campanilismi della penisola!) nel Salento, ed esattissimamente nel "territorio di Sava", dice orgogliosamente il produttore. Dove prima di chiamarsi "Primitivo di Manduria" questo vitigno era collegato geograficamente alla cittadina di Sava. Curiosa la modalità di definizione dei propri vini, da parte di questa azienda, che colloca il "Capasonato" qui raffigurato, nella gamma "C.A.L.T." un acronimo che viene spiegato così: "...sta ad evidenziare i materiali all’interno dei quali il prezioso Primitivo è stato “elevato” e/o “affinato”, assieme ovviamente al vetro che conserva per ultimo vini preziosi ed emozionanti". Quindi la C di Cemento, la A di Acciaio, la L di Legno e infine la T di Terracotta (riferita al vino in esame): "dalla Terra alla Terra un passaggio poetico ma concreto del Primitivo che, una volta nato e cresciuto, trasforma i suoi frutti in vino per poi ritornare nuovamente ad essere avvolto e coccolato dalla terra, questa volta “cotta”, attraverso la sosta per un periodo più o meno lungo dentro i tipici “Capasoni”, delle particolari giare una volta molto diffuse tra i contadini di questa parte di Puglia". Il Capasonato quindi, arricchito da una chiusura in ceralacca, porta nel proprio nome l'usanza della terracotta, certamente il più antico materiale di conservazione/affinamento del vino. Il nome in sé non è granché, ma la storia che lo "origina" in parte lo sdogana semanticamente e lo rende comunque interessante.

Cherubini e Storie Spumeggianti

packaging grafica immagine comunicazione branding
Riserva Coppo, Spumante Classico, Cantine Coppo.

I francesi hanno "scoperto" le bollicine (sembra non esserci dubbio, anche se qualcuno in Italia reclama anche questo primato) e i piemontesi le hanno portate al di qua della alpi. Con buona pace della Franciacorta, è Canelli, importante centro vinicolo della provincia di Asti, che può vantare la "spumatizzazione storica" del vino, in Italia. Tra l'altro il 22 giugno 2014, Canelli e l'Asti Spumante sono stati proclamati Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Tra i "player" di antica memoria e ancora attuali dello spumante "alla francese", hanno voce in capitolo le Cantine Coppo, con un percorso generazionale e aziendale da Case History. Quello che ha attirato la nostra attenzione è in questo caso la dinamica creativa del logo che ancora oggi distingue le etichette Coppo: un cherubino che, con fare ardimentoso e giocoso, tenta di "frenare" l'onda spumeggiante che fuoriesce da una bottiglia.
scultura arte cherubino bollicine
Cantine Coppo, nel sito web scrive: "Alla ricerca di un simbolo che potesse rappresentare la sua visione produttiva, Piero Coppo, grande appassionato di arte, commissionò negli anni ’20 la realizzazione di una scultura lignea ad un artista bergamasco di nome Giacomo Manzoni che realizzò un putto colto nel tentativo di trattenere l’effervescenza sprigionata da una bottiglia di spumante. Un amorino, un fanciullo alato e nudo, munito di faretra e freccia che nell’iconografia artistico-mitologica simboleggia l’amore e la passione. Ai suoi piedi è inciso il motto della famiglia: 'Robur et Salus', forza e salute." Oggi il logo che appare all'apice delle etichette dei vini Coppo è una riproduzione di quell'opera artistica. Siamo qui di fronte a etichette molto classiche, senza guizzi artistici particolari, come design (i nomi di alcuni vini Coppo, invece, sono interessanti dal punto di vista creativo, come "l'Avvocata", "Camp' du Rouss", "Pomorosso", "Costebianche", che analizzeremo in seguito). L'iconografia dell'angioletto che cerca di trattenere il tappo dello spumante è quindi la bella idea che distingue le etichette Coppo, da sottolineare e da apprezzare per la sua originalità. Certamente fuori dagli schemi rispetto a soluzioni più scontate come stemmi o cartigli con iniziali o ghirigori storici senza concetto che spesso campeggiano sulle italiche etichette. Bello anche il motto "Robur et Salus", che porta con sé, allo stesso tempo, sintesi semantica e buoni auspici.

In Buone Idee, Veritas

etichette labels grafica immagine comunicazioneRosso Veronese (Merlot), Sansonina.

Non siamo qui ad incensare la nota casa vinicola (non ne ha certo bisogno) che ha generato l'idea della "Sansonina" bensì l'idea stessa che merita di essere commentata. A partire dalla semantica del nome, perché come spesso abbiamo affermato in questo dispensario digitale, molto (se non tutto) nasce in primis dal nome e dal concetto che reca. "Sansonina" quindi. Un nome che parte "diminutivo" ma poi guadagna senso e forza traendoli dalla sua storia concettuale. Scrive la titolare dell'azienda nel sito web: "Sansone, il Giudice chiamato da Dio per sconfiggere i nemici di Israele, un uomo dotato di una forza impressionate: un eroe maschio e virile, che aveva nei lunghi capelli, un attributo prettamente femminile, il segreto della sua forza. Da Sansone viene la Sansonina, il nome con cui è conosciuta la grande cascina settecentesca a poca distanza da Peschiera. Un nome che deriva dal soprannome dell’antica proprietaria, così chiamata per il suo carattere energico e deciso". Siamo quindi di fronte ad un'azienda pensata e guidata da una donna che traspone la mitologica "forza" di Sansone, rendendola "femminile" e attribuendo un senso a tutto questo. Un mix di narrazione vera e locale (il nome della cascina) e di mitologia "lontana" dove il vino è ovunque molto presente e quindi circostanziato. Ma il concetto a "tutto cerchio" del progetto non si ferma qui e a proposito di elementi circolari ecco come nasce la forma della bottiglia, originale e "nativa", e il suo perché, spiegato dal designer che l'ha ideata: "Il packaging doveva assolvere ad aspetti di funzionalità precisi ed essere al tempo stesso distintivo. Si è pensato di sviluppare una forma con proporzioni simili alle piccole botti (carati) per stabilire una continuità ideale fra le due fasi di affinamento. È provato, infatti, che il vino conservato in un contenitore con forma vicina o tendente al volume sferico, evolve in modo migliore e si caratterizza per una maggiore longevità." La quadratura del cerchio o, se vogliamo, della botte.
grafica etichette packaging vino
E infine due parole sul logo aziendale, quella "S" che molto richiama la chioma di Sansone e la sua forza irradiante: concettualmente coerente con il resto del "racconto" e dotata di un design dinamico, piacevole, moderno, intrigante (come si dice adesso con orrido inglesismo: "ingaggiante"). Le etichette sono minimali: valorizzano il nome (come non essere d'accordo?) con un "leggero" riferimento grafico (in apice) alla cascina dove ha sede l'azienda. Attraverso una bella idea come quella che ha generato questo progetto aziendale ciò che si afferma è la "veritas", cioè la spontanea accettazione delle positive percezioni che la comunicazione trasmette a potenziali clienti ed estimatori. E poi naturalmente, anzi primaditutto, c'è il "prodotto", il vino. Per la cronaca abbiamo assaggiato il Merlot e l'abbiamo trovato davvero eccellente.

Etimo, Passione e Buona Comunicazione

grafica immagine comunicazione etimoC'Rasa, Vino di Visciole, Bruscia.

In primo luogo l'azienda e quindi i suoi titolari meritano un plauso per la "gestione" dei nomi dei vini in gamma: per tutti, nel sito web, c'è una, sia pur breve, spiegazione su origine e "storia". Ben fatto e raro in Italia. I nomi, qui ne analizziamo uno, sono comunque originali, alcuni meglio riusciti, altri meno, ma tutti rivelano l'intenzione di proporre qualcosa di particolare, memorabile, legato a territorio e tradizioni. Ogni nome un "racconto", come dovrebbe sempre accadere. Vediamo quindi il nome "C'Rasa", utilizzato per un vino di visciole, tradizione locale. Il produttore ci racconta (nel testo del sito internet) che "Cerasa è una piccola frazione di San Costanzo (sede dell'azienda, vicino a Fano nelle Marche, provincia di Urbino-Pesaro) e "c'rasa" in dialetto significa ciliegia". Inoltre: "Il Duca Federico da Montefeltro nel XV secolo, 'non beveva vino che di cerase', e da questa antica tradizione nasce una bevanda a base di vino e visciole. Forse pochi sanno che il ciliegio deriva da due specie: il dolce (Prunus avium), e l’acido (Prunus cerasus); da quest’ultima specie deriva l’amarena, la marasca e il visciolo. Il ciliegio visciolo e diffuso nel territorio del Montefeltro e, dalla sua storia contadina, produce, assieme al vino rosso, una bevanda di grande intensità e piacevolezza che viene detta Vino di Visciole". Nella sua semplicità il nome "C'Rasa" rivela già qualcosa di interessante (l'aspetto toponomastico e dialettale insieme), inoltre la storia del Duca di Montefeltro fornisce "gusto storico" alla narrazione con aggiunta di nozioni scientifiche per i clienti-degustatori più curiosi. Ottimo lavoro e ottima anche l'etichetta: impattante, graficamente compatta ed equilibrata, tranne forse il nome, leggermente preponderante. In questa azienda c'è passione, e non solo nel produrre materialmente il vino.

Un Frizzo, un Guizzo... un Ghiribizzo!

grafica branding immagine comunicazioneGhiribizzo, Moscato, Cascina Boschetti Gomba.

Colpisce il nome di questo moscato (vino dolce, dalle bollicine leggiadre, a bassa gradazione) soprattutto per la sua fonetica chiaramente dominata dalla coppia di "zeta" nel finale. Chiaro che il riferimento è "bizzoso", proprio come il saltellante (grazie alla frizzantezza) aroma di questa punta di diamante della produzione piemontese: il moscato a fine pasto è una tradizione tra Torino e Asti. Anche se, a questo proposito, il produttore nella scheda del vino in questione, nel proprio sito web, dice: "I nostri nonni mangiavano l'uva moscato con pane strofinato con l'aglio. Perché quindi limitarci a dire che questo è un vino per dolci?". Tornando al nome qui in analisi possiamo aggiungere che è lungo ma non "stanca": il guizzo fonetico finale è agevolato, incoraggiato, sospinto dalla prima parte del nome "Ghiri...", da pronunciarsi quasi in sordina, per dare poi sfogo, proprio come lo stappo di uno spumante, al "...bizzo" finale e puerilmente liberatorio. Ghiribizzo, dice Treccani, è (pensate un po', forse dal tedesco antico "krebiz", gambero) "Idea bizzarra e improvvisa, capriccio, fantasticheria...". A nostro parere significa festa, allegria, gioia, con l'aggiunta di un pizzico di pazzia, dove le "zeta" continuano a farla da padrone di casa, fino a quando, dal bicchiere alla bocca, diventano bollicine solleticanti, ma anche piacere "morbido", e soprattutto nettare divino.

Tralci di Storia Vinicola Moderna

comunicazione storytelling branding
Sessanta, Cabernet Franc, Ferlat Vini.  

Questa azienda di Cormons, Friuli, presenta il proprio vino di maggior pregio con una insolita etichetta e con un nome numerico (meno insolito). L'illustrazione raffigurata sulla bottiglia è interpretabile: un cuore, un grappolo, un groviglio di pampini, le ali di un angelo, un disegno fumettoso che richiama l'arte moderna "di strada". Certo una scelta coraggiosa e "alternativa" per un vino della tradizione friulana (anche se vitigno di origine francese) che attinge con le sue radici filosofiche e anche fisiche in un terreno, in una vigna, che data 1960. Ed è questo il secondo arcano, meno enigmatico, riferito al nome "Sessanta". Dal sito del produttore riportiamo: "Uve Cabernet Franc 100%, da vigneto vecchio, anno d’impianto 1960 da cui il nome del vino". Il rosso del cuore/grappolo in illustrazione, viene richiamato da una chiusura "a lacca" (o finta lacca), del medesimo intenso colore, che impreziosisce la bottiglia riportando quella classicità che il design dell'etichetta in parte tradisce. Anche il logo in alto, semplicemente il nome del produttore, è di matrice classica, mentre il carattere di scrittura del nome "Sessanta" in basso, si sposa con le velleità contemporanee dell'illustrazione. Nel complesso risulta una immagine intrigante, memorabile, valorizzante, invitante. Un'opera di transizione tra antico e moderno non sempre facile da realizzare.

Bricchi, Colline, Sommità e Umorismo

Colmo dei Colmi, Vitigni Rossi Internazionali, 
Borgo La Gallinaccia.

Il produttore franciacortino preso in esame è dedito più che altro alla spumantizzazione. Ma come molti di quella zona produce anche vini rossi da vitigni "internazionali". Questo "Sebino Rosso Igt" è composto in gran parte da Merlot e poi dai due Cabernet francesi, Sauvignon e Franc. Il nome del vino ha attirato la nostra attenzione: "Colmo dei Colmi". La prima impressione è stata quella di accogliere semanticamente il significato di "colmo" nel senso di apice di collina, sommità soleggiata, luogo vocato, localizzazioni dove di solito sono posizionati i "cru", i vigneti meglio esposti. Infatti Treccani, della parola "colmo", dice: s.m. (latino cŭlmen "cima, sommità"). - 1. il punto più alto d'una prominenza: il colmo di un monte. Cima, cocuzzolo, culmine, sommità, sommo, vertice, vetta. 2. il punto più alto, il grado massimo di qualcosa: arrivare al colmo della felicità. Apice, culmine, sommo, massimo. Ma subito dopo, nella lettura del nome in questione, sovviene il significato "gergale", oggi non più utilizzato con frequenza, che prelude al racconto di una barzelletta, di una freddura: "Sai qual è il colmo dei colmi?" e a seguire la battuta. Chi non l'ha sentito pronunciare da qualche amico? Il Colmo dei Colmi quindi è sia "la sommità delle sommità", insomma "il cru dei cru" e al tempo stesso allude con ironia a se stesso e si prende un po' in giro. Una bella giravolta che genera attenzione e memorabilità.

Niente che Non Va, Tutto da Rifare

packaging grafica comunicazione storytellingLinea Vini, Cantina del Terraglio.

Materia difficile e affascinante il packaging. Semplice e complessa al tempo stesso. Cosa c'è che non va in queste etichette? Nulla a priori. Molto per gli "intenditori". Soprattutto intenditori di design. Perché il vino, dicono in molti, si vende da sé. Senza bisogno di orpelli grafici (tra l'altro costosi, lamentano i produttori di vino, come pagare un designer o ordinare una carta satinata o goffrata o dorata e così via). Ma torniamo al "giudizio universale" di queste etichette (prendiamo come esempio il Merlot della gamma). C'è tutto, dicevamo: il logo in alto, accampanato in una volta (la sommità dell'etichetta), il nome dell'azienda al centro (certo manca i nome del vino, surrogato dal nome del vitigno "Merlot"), poi l'illustrazione di un bel grappolo d'uva e quindi l'indicazione valorizzante della "Marca Trevigiana" alla base. Fatto. Finito. Venduto (si spera). La sensazione però è di inadeguatezza. Un certa semplicità che estro creativo non è: diciamo che il "problema etichetta" è stato risolto, con logica e ordine grafico. Ma i "ma" sono molti. Le etichette ben riuscite, emozionali, sorprendenti, sono altrove. E buon ultimo ci sarebbe da rifare anche il nome della cooperativa, quel "Cantina del Terraglio" che per assonanza fa molto "serraglio".
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Al Lupo! Al Lupo! (Ululò la Duchessa)

Urlo di Lupo, Vitigni Rossi Toscana, Tenuta Maria Teresa (Duchessa di Lucca).

"C'era una volta una dolce fanciulla a cui tutti volevano bene specialmente la nonna, la quale non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso e poiché le stava molto bene e non voleva portare niente altro, fu chiamata solo Cappuccetto Rosso. Un giorno la madre le disse: "Va', Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna, che è ammalata e debole e le farà bene...". L'incipit della famosa fiaba dei fratelli Grimm ci serve per introdurre, giocosamente, l'argomento "lupo", tanto caro a molte aziende e vicende toscane. Forse perché in quelle lande gira ancora qualche esemplare di "canis lupus" con fare losco e minaccioso. L'azienda della "Duchessa di Lucca" decide di appellarsi all'ululato di un lupo per comunicare il proprio blend di rossi toscani. Urlo di luna piena, forse, urlo di battaglia, urlo di allarme per il branco... certo destinato a destare allarme anche nelle umane percezioni, tanto ancestrale è la sua matrice. Breve, nonostante composto, il nome di questo vino: foneticamente compatto e musicale. Ululante di suo: basta recitarlo per rendersene conto. Allarme suscita il lupo cattivo, anche nell'illustrazione in etichetta: nei confronti di un vignaiolo spaventato che sembra mettere in salvo i grappoli della sua uva, oltre che la propria incolumità. Davvero curiosa la "scenetta": si è sempre parlato dei cinghiali come danneggiatori di vigne, ora anche i lupi sembrano destare sospetto. E quel cappello a mezz'aria, del vignaiolo in fuga, comunica una sensazione di sospensione e al tempo stesso di dinamico racconto. Stride il carattere aggraziato e nobile delle scritte soprastanti ma in tutta somma l'etichetta colpisce, azzanna la memorabilità alle caviglie e raggiunge così il suo obiettivo.

Rabbuiati da Sensazioni "Dark"

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Valle Buia, Sangiovese e Colorino, Fattoria Sardi.

"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita..." canta il Sommo Poeta. E il nome di questo vino (blend di rossi con prevalenza di Sangiovese) riporta sicuramente e direttamente a qualcosa di oscuro, come l'assenza di sole, se non ad altre accezioni mistiche e recondite. Ma perché chiamare un vino "Valle Buia"? Quando anche i meno esperti sanno che l'uva, la vite, la vigna in generale ha bisogno di luce più di ogni altra cosa? E perché scrivere questo ombroso nome in modo che graficamente riporti ad una umida nebbiosità? (anch'essa molto negativa per le uve) Il potenziale acquirente potrebbe legittimamente porsi il problema: se questo vino è frutto di grappoli cresciuti in una valle buia e nebbiosa forse non sarà molto buono. Insomma si ha la sensazione che il produttore in questo caso sia partito con il piede sbagliato, forse volendo onorare il nome locale di una zona determinata, ma che esprime un concetto negativo per il prodotto e che rischia di mettere sotto una "cattiva luce" l'azienda nel suo complesso. I nomi degli altri vini della gamma sono normali, non rabbuiati da parole oscure, ma questo in particolare non trova razionale spiegazione. Speriamo solo che all'apertura della bottiglia, all'assaggio vero e proprio, la sensazione di piacevole solarità possa compensare il nome e le sensazioni iniziali fornite dalla sconcertante comunicazione in etichetta.

Finestre Tecnologiche sulle Etichette

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MMXI, Fiano di Avellino, Vigne Guadagno.

grafica illustrazione azienda narchio brandQuesto produttore campano dall'evocativo nome (il cui logo è bucolico e molto "terreno": una finestra soleggiata) decide di aprire una finestra molto tecnologica attraverso il QR Code in etichetta. E lo fa, questa la novità, sul fronte (normalmente l'escamotage digitale viene collocato sul retro insieme alle altre informazioni su vino e azienda). Utilizzando questo QR Code il rimando è direttamente al sito internet di vendita: molto commerciale ma indubbiamente veloce e pratico (per un target adeguato ed attrezzato, naturalmente). Siamo quindi qui di fronte a un caso che unisce praticità e design (se possiamo definire un QR Code come parte del design). Lo "sgorbio" che compone graficamente questi codici è un incomprensibile reticolo di punti neri alternati a punti "vuoti" che se vogliano può avere la sua eleganza, certo ci vuole molta elasticità mentale. La decisione di porre il magico quadratino sul fronte come protagonista dell'etichetta è una scelta discutibile dal punto di vista del design, ma molto utile dal punto di vista commerciale. In questo caso l'etichetta vende davvero il vino, non solo con la propria identità comunicativa ma anche come traccia di un sentiero tecnologico che porta direttamente allo shop on-line. Ai posteri l'ardua sentenza!