Stile è Insistere con Eleganza

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Refosco dal Peduncolo Rosso, 
Borgo Stajnbech.

L'azienda in questione ha deciso di non puntare su nomi di fantasia per i propri vini (salvo nel caso del passito di Verduzzo "Carisma")  bensì su una forte identità di marca. Questa identità viene espressa con un logo, una vite ad alberello "grondante" di grappoli, e con il nome aziendale "Borgo Stajnbech". Questi due elementi vengono "spesi" ovunque: nel sito, sulle etichette, nel materiale di comunicazione in generale. E vengono reiterati spesso, anche se con cromìe diverse, sempre con il medesimo
brand branding marketing comunicazionestilema e carattere di scrittura, naturalmente. Le etichette (qui viene mostrata quella di un classico friulano, il Refosco dal Peduncolo Rosso) sono incisive, eleganti, forti, lineari, carismatiche, anche grazie all'aiuto di un po' di inchiostro dorato ma sempre con gusto e semplicità. L'etichetta dei rossi, di fondo scuro, mette molto bene in evidenza il nome aziendale e il logo: quell'alberello citato prima, ben stilizzato, che al tempo stesso richiama storia, tradizione, arte, cultura, mondo contadino. Forse l'unico appunto che si potrebbe muovere alla creazione in oggetto è quello che sui tralci albergano 6 grappoli di uva. E forse questo è un messaggio che va in direzione della quantità e non delle basse rese. Ma comprendiamo facilmente altre motivazioni di design ed equilibrio grafico.

La Semplicità non è Sempre Semplice

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Le Piane, Boca Doc, Le Piane.

Metti uno svizzero (Christoph Künzli) in un territorio aspro e poco considerato dell'Alto Piemonte e metti anche che questo "straniero" si metta in testa di produrre buon vino. E ci sta pure che ci riesca, a quanto dicono gli esperti in degustazione. La Doc è quella di Boca, piccolo paese a nord di Borgomanero, tra il Monte Rosa e il Lago Maggiore. Il disciplinare parla di 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Ma veniamo all'etichetta. Il naming è semplice, breve, territoriale: "Le Piane". Si intuisce subito che si tratta del nome del luogo dove è posizionata la vigna (storica, con più di 50 anni) nella "toponomastica contadina" del posto. Il nome, emerge molto bene in etichetta: è imporante per affermare un prodotto. Ecco quindi che Le Piane viene scritto in modo chiaro, molto leggibile, sia come carattere (font di scrittura), sia come colore (bianco su fondo scuro). Bene, 10 e Lode. Il resto dell'impaginazione: equilibrio, sobrietà, eleganza. Colore distintivo, un blu petrolio molto fine, e pochi elementi grafici: il tratto di due alberi e una cascina, il nome graziato e dorato della denominazone "Boca", ci deve essere, per valorizzare la zona, ma giustamente risulta in "seconda lettura" per impatto, dopo il nome del vino. La carta dell'etichetta leggermente goffrata. È tutto. È semplicità. La forza di una comunicazione chiara, distintiva ma senza sfarzo, sicura di sé ma senza ego. Proprio come Christoph, il produttore. Un personaggio che È il suo vino, la sua etichetta.

Vulcanici Giri di Parole in Arrivo dall'Etna

Feu d'O Rosso, Nero d'Avola e Nerello Mascalese, Gambino.

Una di quelle aziende "appoggiate" alle pendici dell'Etna e che in questi anni stanno "dicendo la loro" in termini di qualità del vino, ha generato un nome che attira l'attenzione per la sua originalità e per una certa ricercatezza nella formulazione. Che piaccia o no, perché in questi casi si entra molto nel soggettivo, sia pure valutando l'impatto oggettivo. Siamo, come già detto, alle pendici del Vulcano Siciliano che ogni tanto fa sentire la sua prorompente voce e che in passato ha fatto colare il terreno lavico così benefico per le uve di quelle parti. Il nome di questo vino, "Feu d'O", ricorda il francese "fuoco" e in particolare potrebbe alludere al "feu d'orange", insomma a quella colata di lava infuocata che ha proprio una cromaticità che va dal rosso al giallo intenso, passando per l'arancione. Ma ci accorgiamo facilmente che "Feu d'O", a parte l'omaggio alla lingua francese, ricorda anche la parola "Feudo" che soprattutto in Sicilia significa "possedimento agricolo", anche con altre accezioni legate alla storia e alla cultura contadina e latifondista della zona. Si tratta quindi di un "gioco di parole", di una proposta semantica in grado di muoversi su molti livelli, in grado quindi di trasmettere una gamma di significati e di percezioni. Criticabile forse per il riferimento al francese (ma i francesi, in Sicilia ci sono stati, storicamente) ma apprezzabile per la particolarità della formulazione e comunque per la sinergia con il territorio. Una critica più serrata va alla scelta della modalità di scrittura del nome: un corsivo che non facilita la leggibilità. Per il resto l'etichetta è pulita ed equilibrata, con una propria eleganza formale, ma senza eccessi di classicità.

Lupus (Francese) in Fabula (Vicentina)

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La Grenade, Tai Rosso, Colle di Gà.

Il "caso" che presentiamo oggi si riferisce alla scelta linguistica operata da una azienda vinicola vicentina per la propria gamma di vini: nomi in francese. In parte tale scelta viene "giustificata" nel sito della proprietà dicendo che alcuni vini nascono da vitigni tipicamente francesi. Di fatto i vini lavorati in azienda sono sia autoctoni italiani sia internazionali, in parti quasi uguali. E naturalmente anche gli autoctoni italiani hanno acquisito un nome in francese, seguendo la linea adottata per tutta la gamma. Ad esempio "La Grenade" è un Tai Rosso, poi abbiamo Le Cedre da uve Garganega e L'Abricot (Garganega passita). E così via con gli altri nomi (L'Amande, La Myrtille, La Cerise Noir, La Fraise de Bois, con vitigni internazionali/francesi). La scelta è particolare e forse non del tutto condivisibile, dal punto di vista della comunicazione e quindi della percezione del consumatore. Non per le solite ragioni campanilistiche che fanno riferimento alla competizione tra Italia e Francia sui vini, sulla loro qualità e il loro commercio, ma per una questione di lettura, appunto, di comunicazione. Vedendo le etichette in questione, dove il nome in francese è sempre posto (giustamente, dal punto di vista grafico) in evidenza, viene da pensare di essere di fronte a vini francesi. E questo potrebbe deviare, sia pure solo inizialmente, le attenzioni e anche le intenzioni di acquisto del potenziale fruitore. Orgoglio italiano in comunicazione coerente, verrebbe da dire.
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Il Gallo Nero fa Pulizia (di Se Stesso?)

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Spolverino, Sangiovese e Canaiolo, Carpineto.

Il nome sembra uno di quelli "riduttivi", non valorizzanti: "Spolverino". Ma è simpatico, genera complicità nell'immediato. Anche l'illustrazione fumettosa del gallo (indiscutibilmente nero) che "fa le pulizie" risulta simpatica. Cosa sta "spazzando via" il gallo in questione? Dei tappi di sughero (utilizzando, appunto, uno "Spolverino") sicché questa bottiglia di vino toscano è tappata con lo Screw Cap, tappo a vite che tanto sta alimentando discussioni in Italia. Tra puristi della tradizione e del prestigio del sughero e gli innovatori paladini della praticità (e della convenienza produttiva e commerciale, anche). Ma torniamo agli elementi di questa etichetta e a quello che comunicano. "Spolverino" dicevamo all'inizio è un diminutivo che non nobilita il vino. Si tratta comunque di un prodotto non di gamma alta, indirizzato prevalentemente al mercato estero. Quanto al Gallo Nero (come si sa, simbolo storico del Chianti Classico, una specie di istituzione in Toscana) per ammissione dello stesso produttore (scrive nel sito: "Sweeping away centuries old customs we bottled one of our best wines with the modern convenience of screw cap technology") viene chiamato a spazzare via le vecchie "usanze" in favore nelle nuove tecnologie. Discutibile tuffo carpiato che nel tentativo di dare spinta innovativa al prodotto, rinnega certi valori che in ogni caso servirebbero a sostenere la qualità. Una specie di simpatica ribellione allo status quo. Le quote di mercato diranno se si è trattato di una operazione ben riuscita.

Chi (R)Osa Vince

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Osato, 
Merlot - Sangiovese - Cabernet Franc, 
La Salceta.

Un vino particolare, che nasce attraverso una lavorazione non esclusiva ma di certo non consueta, con tre vitigni di spessore, uniti insieme da una criomacerazione di alcune ore "sulle bucce". Di fatto si tratta di un rosato toscano, al quale... è stata tolta una "R", diventando così un vino "Osato". Una specie di gioco di parole che però trova riscontro nella lavorazione, nel carattere del vino e quindi diviene accettabile e soprattutto efficace in termini di comunicazione. Non fine a se stesso, insomma, come spesso accade nel naming/packaging. La "R" mancante di "Rosato" in effetti c'è, in etichetta. Fa da sfondo a tutto il resto, quasi a voler suggerire a chi non ha ancora capito di quale tipologia di vino si tratta. E a nostro parere è l'unico errore di un'etichetta attezionale, equilibrata, pulita, moderna e dai tratti semplici ma impattanti. La "R" come texture di fondo poteva anche non esserci. Il nome/gioco sarebbe arrivato lo stesso a destinazione. Forse con qualche attimo di perplessità, ma che non potrebbe servire ad altro che ad enfatizzare ulteriormente la dinamica semantico-ludica di questa idea. Una penalità anche alla leggibilità del carattere di scrittura di "Osato". Si sarebbe potuto scegliere qualcosa di più chiaro. 

Design con i Piedi per Terra

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Crepe, Sangiovese di Romagna, Cà di Sopra.

Non suona bene questo nome, "Crepe". È crudo ma a dire il vero anche creativo, sotto taluni aspetti. Perché parla di terra ed è proprio dalla madre-terra che nasce molta vita. Vi nasce e vi cresce anche questo Sangiovese ravennate che dagli elementi "terreni" trae nutrimento. Questo affermano i produttori, spiegando il nome e l'etichetta nel sito web aziendale: "...crepe di argilla e calcare: le caratteristiche crepe che si formano nei nostri terreni durante il periodo estivo tradiscono la loro natura calcarea e argillosa. Essa conferisce alle uve di Sangiovese quell'insieme di sapore, forza, carattere che ci consente di ottenere il Crepe, un vino di grande personalità e suadente struttura...". Tornando all'etichetta e a ciò che comunica, possiamo dire che la "crudezza" fonetica del nome viene confermata da un "drammatico" taglio verticale che incide non solo nella "E" del nome ma anche nell'anima percettiva di chi osserva la bottiglia. Questa "ferita" però, questa incisività, diventa subito attenzionalità e originalità a scaffale. Uno "sfregio" che ha la sua ragione d'essere in termini di impatto ma anche e soprattutto come prova provante della coerenza del concetto di partenza: la terra, la sua conformazione e composizione, e "l'effetto che fa" sul prodotto finale, nel vino e nelle sue sfumature organolettiche. Spesso la forza di una comunicazione risiede nella sua coerente espressività. Equilibrio, eleganza, forza. Proprio come nel vino. Quello buono.

Fare dell'Etichetta una Lavagna

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The Curator's Collection, 
Pinot Noir e Chenin Blanc, Glen Carlou.

Siamo di fronte a etichette di vini che non hanno nome e che a ben guardare non sono nemmeno delle etichette. Se abbiamo in mente lo stereotipo delle etichette, naturalmente. Sembrerebbero più delle retro-etichette, e invece stanno proprio sul fronte. Si tratta di una iniziativa di una azienda vinicola del Sud Africa, attualmente una delle "più in vista" di quel Nuovo Mondo vinicolo. Non una azienda piccola, bensì una struttura ben preparata anche a livello di marketing e comunicazione oltre che per la coltivazione della vite e la produzione del vino. L'idea (non del tutto nuova a dire il vero, ma certamente ancora da considerarsi originale) è quella di raccontare qualcosa di concreto, che riguarda il contenuto della
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bottiglia, direttamente sul fronte etichetta. In questo caso non si tratta di uno "storytelling" romanzato, ma di informazioni pratiche, tecniche, produttuve. Il testo, scritto con un carattere da vecchia macchina da scrivere, evidenzia prima l'annata e la tipologia di vitigno, quindi nobilita il prodotto affermando la sua "tiratura" estramamente limitata (508 bottiglie per il Pinot Noir e 1464 per il Chenin Blanc), e quindi spiega in un caso le caratteristiche dell'invecchiamento e nell'altro l'origine del frutto da viti vecchie. In pratica, per ognuno dei due vini sono state trovate delle specificità e si è deciso di comunicarle così, in modo semplice e diretto. Una firma "a mano" del titolare sancisce la chiusura e la veridicità delle affermazioni soprastanti. Nel sito web il concetto di "Curator's Collection", che di fatto è il nome di linea, viene ben spiegato con argomenti che spaziano dalla passione maniacale per la vigna alla cura dei particolari in cantina, chiudendo il cerchio per quanto riguarda lo stile che che questi vini devono avere: non solo in bottiglia ma anche per quanto riguarda la loro personalità esteriore. 

Nomi (e Numi) dell'Oscurità

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Sassocupo, Chianti Superiore, 
Buccia Nera.

La buccia è nera, il sasso è cupo, meno male che almeno il vino è rosso rubino. Si tratta di un Chianti Superiore Docg ed evidentemente le uve che lo compongono (Sangiovese per il 90% e Canaiolo per il 10%) crescono in un terreno sassoso e scuro. L'immagine in etichetta lo afferma. Purtroppo tutta questa oscurità nuoce: alla leggibilità del nome, in termini molto pratici, e alla percezione semantica del "sistema" nome azienda-nome prodotto, in termini di comunicazione. Vediamo i nomi nel dettaglio: "Buccia Nera" è il nome del produttore, "Sassocupo" il nome del vino. Certo, i vitigni sono responsabili del colore scuro che caratterizzerà il nettare finale (dipende logicamente dai giorni di "contatto" con le bucce), ed è pure certo che il terreno sassoso conferisce di suo una particolare "mineralità" al vino. Però il rischio, psicologico, di trasmettere una sensazione di cupezza è alto. La vite è terra ma è anche sole, antociani (scuri) ma anche luce nel bicchiere. Una solarità che è bello "sentire" anche prima di gustare il prodotto, quando si legge l'etichetta. Esteticamente l'oro e il nero portano verso codici mentali lapidari. E non solo nel giudizio che riguarda il design e le scelte che riguardano quel piccolo rettangolo di carta che è l'etichetta... che in realtà è un grande mezzo di comunicazione.

Nomi che Asciugano, Vini che Dissetano

Deserto, Verdicchio Classico Superiore, Socci.

Sorprende questo nome per un vino, perché evoca calura e sete. Ma è probabile che non sia del tutto sbagliato: se viene sete si stappa altro vino e si beve ancora. La modalità ricorda quella forma di pubblicità, "subliminale" la chiamavano, utilizzata furtivamente negli anni '60 in America, quando Coca Cola inseriva brevissimi, quasi impercettibili, fotogrammi con immagini del deserto nei suoi spot. Facevano davvero venire sete agli spettatori (programmati soprattutto nei cinema, dove il consumo del prodotto poteva essere diretto e immediato). Forma subdola di pubblicità che poi diventò fuorilegge. Qui invece di un'immagine "subliminale" abbiamo una parola evocativa (niente di illegale o di eticamente scorretto, sia chiaro) che risulta forte come un'immagine perché crea subito, nella mente di chi legge, un'icona molto precisa: sole, afa, caldo... quindi grande sete e magari voglia di bagnarsi la gola proprio con un freschissimo Verdicchio! Il nome, apprendiamo direttamente dal produttore, deriva dal toponimo del luogo dove viene coltivato il vigneto: "Monte Deserto". A questo riguardo c'è anche una particolarità, tramandata dai vecchi del paese e riscontrabile ancora oggi: sulla cima di questa collina, contrassegnata da una croce, in caso di precipitazioni nevose la neve non attacca, come se un magico microclima mantenesse calda la sommità di quel monte. Da questo il nome "Monte Deserto" e quindi il nome del vino "Deserto". Notiamo in etichetta anche una "poetica" (e voluta) dicotomia: sotto al nome del vino appare un fiore che sembra proprio in buona salute. Si tratta di un fiore del deserto capace di manifestarsi in tutta la sua bellezza anche in situazioni geologiche siccitose. "Assolato" il nome, ma rigoglioso il visual, si direbbe. Infine notiamo la particolare modalità di indicazione dell'annata, in parole invece che con una data in numeri. Per riassumere e concludere: il nome "Deserto" sembrerebbe a priori non molto adatto a un vino ma lo storytelling dal quale deriva ne giustifica l'adozione. Anzi, l'aneddoto della collina dove la neve non riesce a formarsi meriterebbe ancora più enfasi, proprio per supportare questo naming.