Miseria e Nobiltà del Fagiano

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Nero d'Avola, Il Fagiano 
(La Cantina dei Feudi).

Peccato davvero per questa illustrazione molto bella di un fagiano, tra il volatile e il calice di vino. Non sappiamo chi è l'autore, il sito dell'azienda non lo dice. Sappiamo che il marchio di questa linea di vini si chiama "Fagiano". Probabilmente i titolari dell'azienda sono appassionati di caccia, chissà. Strana scelta, ma per dei vini ci può stare. Selvaggina e vino rosso marciano bene insieme sulla tavola dei buongustai. Peccato perché una bella illustrazione (e un buon concetto di alimentazione "naturale", sempre per chi non è contrario alla caccia, naturalmente) è stata chiamata a vestire della bottiglie, anzi dei bottiglioni da tre litri, in P.E.T. che di conseguenza non si presentano molto bene esteticamente. Pratici sì, ma estetici anche no.
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A proposito di questo materiale plastico di confezionamento, il produttore, nel sito internet lo definisce "il nuovo che avanza", aggiungendo queste considerazioni "Seguendo i nuovi trend di consumo, nel 2004 La Cantina dei Feudi ha installato un nuovo impianto per l'imbottigliamento del vino in contenitori in P.E.T.. Il nuovo contenitore in P.E.T. (polietilene tereftalato) è un'innovazione di successo con svariati vantaggi per il consumatore: leggerezza, infrangibilità, bassi costi di produzione e, non meno importante, mantiene inalterata la qualità organolettica del vino". Quindi, adesso che sappiamo che la qualità organolettica del vino rimane inalterata, ci arrendiamo: vuol dire che può stare lì dentro anni e anni, e invecchiare bene!

Design Orientale nella Sicilia del Buon Vino

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Caro Maestro, Blend di Rossi, Cantine Fina.

etichette marchio marketingIl nome di questa cantina siciliana di Marsala, che ricorda quello di una famosa benzina e ora non più in commercio, è di fatto il cognome di famiglia. Risolta, per fortuna, la similitudine con gli idrocarburi (Total ha acquistato Fina, tempo fa, e ora non utilizza più quel marchio), resta un nome breve, memorabile, affiancato in questo caso da una simbologia molto mediorientale come quella della palma da minareto. Il logo si distingue, pecca di orientalità ma spicca per orginalità. L'etichetta, tra quelle in gamma, che ha attirato la nostra attenzione è quella del vino rosso, un blend ogni annata dierso, della casa: Caro Maestro, il nome, in omaggio a un non meglio precisato maestro di vita e di vite, probabilmente. Bella la dedica, memorabile il nome che in parte, con l'italianità dell'accezione "maestro", compensa il design anche in questo caso arabeggiante. Molte etichette in Sicilia "cadono" nella tentazione di rappresentare in qualche modo la vicinanza con la cultura e il continente africano. Ne risulta un messaggio meno legato alla cultura del vino italiano. Un messaggio in generale più "fantasioso" che guadagna in allegria ma perde in tradizione. 

Cinque Rose: il Vino che "sa di Whisky"

Five Roses, Negroamaro e Malvasia Nera di Lecce, Leone de Castris.

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packaging designVino rosato molto noto in Italia e all'estero. Universalmente riconosciuto come di ottima qualità. Porta con orgoglio la medaglia del primo rosato italiano, nato nel lontano 1943. Il nome certo incuriosisce: un vino salentino con un nome "americano". A proposito di questo, nel sito internet del produttore leggiamo: "Nel nome l’eco di una contrada nel feudo di Salice Salentino, “Cinque Rose” appunto, ma anche quella tradizione legata al fatto che per molte generazioni ogni Leone de Castris ha avuto cinque figli. Fu sul finire dell’ultima guerra che il generale Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forza alleate, chiese una grossa fornitura di vino rosato. Italiano sì, ma dal nome rigorosamente americano. Così nacque il Five Roses." Questo il racconto del produttore, ma c'è anche chi, a voce, fornisce un'altra, aggiuntiva, ipotesi sull'origine del nome, dovuta al fatto che gli americani bevevano (le forniture arrivavano anche dall'America) l'altrettanto famoso Whisky (o Whiskey, secondo l'Oxford English Dictionary) che si chiama "Four Roses" e che di rose ne ha una in meno. Qui sta il punto: sembra che il fondatore De Castris, l'Avvocato Piero, nonno dell'attuale proprietario, volle aggiungere una rosa al nome del proprio vino rosato, come per dire che il vino è (molto) meglio del whisky e quindi (ri)educare gli americani al gusto del nobile nettare d'Enotria. E come dargli torto?
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Diramazioni Semantiche Romantiche

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Ramìe, (Avanà, Avarengo, Chatus, Bequet, Barbera), Coutandin.

Si tratta di una di quelle rarità che non è raro trovare nel Bel Paese. Il gioco di parole ci sta perché è proprio vero che sono queste "scoperte" che fanno bella e gustosa l'Italia. Accompagnati dalla certezza che basta cercare con passione per trovare chicche di qualità quasi in ogni valle della penisola, soprattutto in quelle piuttosto sperdute (in questo caso la Val Chisone, a Sud-Ovest di Torino), lontane dai riflettori della "grande industria". Questo vino che nasce da vitigni semi-sconosciuti ai più, viene prodotto in poche unità da una famiglia di vignaioli che si tramanda tradizione e lavorazione. Interessanti i "nomi e cognomi" della vicenda: il nome del vino "Ramìe" significa, in dialetto locale, "cataste di legna", cioè quelle fascine di rami che i contadini accatastavano quando disboscavano per fare spazio alle coltivazioni. E poi (ma in maggiore evidenza sull'etichetta) "Coutandin", cognome di famiglia che foneticamente non nasconde una "vocazione" che sa di destino. Ai notabili nomi va aggiunta un'attenzione alla simpatica raffigurazione in etichetta: un corvo o gazza nera con un sole arancione sullo sfondo. Etichetta "moderna", lavorazioni e tradizioni antiche. Un ottimo sposalizio.

L'Acqua è Amara il Vino fa Cantare

Acquamara, Falanghina Beneventana - Fiano - Greco, Porto di Mola.

Un vino che si chiama Acquamara? Eccolo qua. Dicono che l'acqua fa male e il vino fa cantare, e questo nome lo conferma. L'acqua è amara e il vino addolcisce gli animi. Ma veniamo al nome di questo vino bianco della Campania, un blend di vitigni tipici della zona. Il produttore afferma che si tratta del nome "dell'antico corso fluviale che attraversa i vigneti". L'azienda si trova a Galluccio in provincia di Caserta. Un nome originale, curioso, particolare per un vino, che prende spunto da un nome geografico e non dalla fantasia. Ma va bene lo stesso, il suo "lavoro" lo fa: distinguere il vino (sia pure parlando d'acqua). Una notazione infine anche per il nome dell'azienda, Porto di Mola, un omaggio, anche in questo caso topografico (ma anche culturale e storico) "per l'antichissimo sito romano Porto di Mola situato nel comune di Rocca D'Evandro (CE). Questo sito, oggetto di campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza Archeologica sia di Napoli che di Caserta nei primi anni 90, risale al I-II secolo d.C. ed è stato identificato come un quartier generale dell'artigianato romano dove venivano prodotte anfore da commercializzare in tutta l'area mediterranea."

Coraggio e Follia in Lucchesia

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Iolai, Merlot, Il Calamaio.

Diciamo pure che questo è probabilmente il caso più sorprendente e a tratti divertente (e dissacrante) di naming incontrato in questo blog e in generale in anni di osservazione, professione, analisi. Il Calamaio (nome dell'azienda) è una piccola realtà vitivinicola sulle colline di Lucca, inventata e gestita da un giovane e appassionato viticoltore. Recentissimo il lancio di un nuovo vino (non nuovo il vitigno, soprattutto per le terre toscane, il merlot) al quale il titolare decide di dare nome "Iolai". Nome che appare subito strano, certamente morbido (foneticamente) ma di difficile intelleggibilità. La spiegazione è semplice (fino a un certo punto): si tratta di una espressione tipica (gergale) della provincia di Lucca. Quindi ancora più "geolocalizzata" rispetto al dialetto e alla cadenza toscana in generale. Potrebbe trattarsi quindi di un problema: lo si comprende fino in fondo solo se si è della zona. Ma la portata dell'esperimento (una volta spiegato, per soddisfare la comprensibile crusiosità di chiunque si trovi ad imbattersi in questo nome) è tale da annullare i dubbi geografici. Veniamo alla semantica, imbarazzante se vogliamo: l'enorme ego dei lucchesi li porta ad accorciare la parola "Dio" in "Io". Insomma si proclamano dèi e per equilibrare le cose aggiungono una sorta di imprecazione che in questo caso sarebbe "laido" o "ladro", cioè "lai". Risultato: Iolai. Lungi dalle meningi di alcuno sospettar la blasfemìa: il lucchese dice "Io" (non "Dio") cioè che egli stesso è un ladro (o un laido). E poi non lo dice nemmeno di se stesso, essendo a tutti gli effetti "Iolai" una allitterazione, un'enfasi, un motto, un sonetto, un inno alla proverbiale affabilità (e affabulità) toscana. Tutto questo per dire infine che ci vuole comunque estro, coraggio, simpatia e anarchia per dare questo nome a un vino. E Samuele Bianchi l'ha fatto.

Sagome e Stili del Basso Casentino

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Ornina, Sangiovese e Malvasia Nera, Azienda Agricola Ornina.

Partendo dal nome del vino e dal nome stesso dell'azienda si scopre ben poco, nel senso che "Ornina" è il grazioso e toscaneggiante nome della località dove la viticoltura in oggetto ha luogo. Siamo nel casentino, provincia di Arezzo, nella Toscana "povera" del vino. Non perché questa zona non possa generare qualità, bensì perché storicamente da quelle parti non viene celebrata l'enologia con trionfi tipici invece del "ChiantiShire". L'azienda Ornina "ci prova", con vini "classici" come il Sangiovese e altri autoctoni, come il Canaiolo, il Ciliegiolo, il Pugnitello. La particolarità di questa etichetta non sta quindi nel nome del vino ma nel design. In pratica, i volti dei due titolari dell'azienda, fratello e sorella, formano, posti di profilo uno di fronte all'altro, la sagoma di un calice. Non è una intuizione originalissima ma fa il suo effetto. Si fa notare anche il logo aziendale, triangolare, etnico, quasi esoterico, ma a quanto pare nato da una elaborazione stilistica dei risvolti naturali dei tralci della vite. Ottimo effetto ottico anche per questa scelta grafica. In generale quindi si può parlare di una etichetta fuori dagli schemi in grado di colpire l'attenzione di chi si avvicina fiducioso allo scaffale.
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San Francesco e l'Etichetta con le Stigmate.

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MCCXXVI (milleduecentoventisei), Assisi Rosso, Migliori.

Ci sono almeno tre fattori da analizzare (e di fatto protagonisti) in questa etichetta attualmente in vendita nella Gdo italiana (fascia bassa): il nome del vino, il nome della Doc e l'immagine "protagonista" del design in etichetta. Questi tre "fattori" sono in linea generale tre elementi-chiave della comunicazione di un packaging per il vino. Partiamo dal nome che è un numero. Numero romano antico, con sottostante precisazione (per chi non ricordasse la numerazione romana, probabilmente 90 persone su 100) in numero "normale" (ma definito in lettere, per di più tutto attaccato). Insomma quel 1226 ce lo fanno soffrire, a livello di comprensibilità. Cerchiamo una spiegazione in modo autonomo e scopriamo che Francesco d'Assisi è morto nel 1226. Forse questa informazione ci servirà in seguito, di certo non è facile fare il collegamento. Passando alla Doc, Assisi Rosso, troviamo aspetti positivi: storicamente e culturalmente il luogo e la parola "Assisi" sono un traino turistico. Certo Assisi non è nota in prima battuta per il vino, ma insomma, con l'onda delle nuove Doc "furbe", tipo Roma Doc, ci sta anche Assisi, con onore. E infine quel drammatico segno rosso che squarcia cromaticamente l'etichetta proprio nel suo centro attenzionale: il sangue di San Francesco? E' probabile il riferimento alle stigmate del Santo che si narra siano apparse sul suo corpo, sanguinanti, negli ultimi periodi della sua vita. Un dramma visivo che negli occhi di un ignaro consumatore potrebbe anche essere fuori luogo e turbativo. Notiamo anche la presenza di una piccola fotografia della Basilica di Assisi che stempera la "tensione" ma che non aggiunge pregio creativo al resto.

La Virilità di Annibale e dei Vini della Val Trebbia

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packaging marketing immagine comunicazioneNavel, Barbera e Bonarda, Vino del Poggio.

Non ha attratto la nostra attenzione il nome del vino, questa volta, che pure è originale, "Navel", dal nome della vigna Navello, e sembra anche riferimento dialettale ad arnesi di lavoro. Abbiamo invece notato quell'elefante che si staglia in etichetta. Si tratta di un packaging semplice, molto lineare nella grafica con caratteri di stampa graziati, un po' vecchio stile. Ma quella sagoma di elefante si fa notare. Elefante che fino a qualche tempo fa (immagine a destra), nelle precedenti versioni, era un elefante "da battaglia" con un soldato in baldacchino sulla sua sommità. Ed ecco la spiegazione storica: nei pressi della cantina di produzione dove Andrea Cervini, il titolare dell'azienda, conduce anche un Agriturismo (a Statto, in località Poggio Superiore), ci fu una grande battaglia tra le truppe dell'Antica Roma e quelle di Cartagine comandate da Annibale, con i famosi elefanti al seguito: sulle sponde del fiume Trebbia nell'anno 218 a.C. (episodio della Seconda Guerra Punica). La battaglia ebbe in sostanza esiti positivi per Annibale, sia pure consentendo ai romani di mantenere il possesso di Piacenza, a pochi chilometri da lì. Il numero delle truppe impiegate fu impressionante, compresi i famosi elefanti che ancora oggi vengono ricordati con una statua presso uno dei ponti che attraversa il fiume Trebbia (in località Canneto). Da qui la decisione di caratterizzare l'etichetta del "Navel" e anche degli altri due vini dell'azienda (una Barbera in purezza e una Malvasia a lunga macerazione), con un elefante. Notiamo che nella nuova versione l'elefante è a sé stante, senza guerriero, e soprattutto ha la proboscide alzata. Tutt'oggi segno di virilità e di buona sorte! L'esempio che abbiamo qui riportato vuole dimostrare che anche di fronte a scelte semplici, per la grafica in etichetta, a volte basta anche solo un particolare originale, legato comunque al territorio, a fornire motivo di interesse e di peculiarità. Annibale ne sarebbe orgoglioso.

Pietra su Pietra, Storia su Storia.

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Mesal, Valpolicella Superiore, Terre di Pietra.

vini etichette marketing comunicazioneLa storia di questi nomi e di queste etichette affonda le proprie radici semantiche e cromatiche nella terra del luogo. Proprio in quella terra dove "lavora" la vite, estraendo minerali e sostanze che poi generano i grappoli e di conseguenza, per mano dell'uomo (di una donna in questo caso), il vino. Etichette semplici, ma di ottimo impatto e con dei "contenuti" di significato davvero preziosi. Prendiamo come esempio quella del "Mesal", Valpolicella "di mezzo", tra l'Amarone (che l'azienda ha chiamato Rosson) e il Valpolicella "base" che si chiama Stelar. È utile però partire dal nome dell'azienda, Terre di Pietra che è di proprietà di una donna, Laura Albertini (nel Veneto tradizionalista e ancora un po' maschilista, questa è comunque un'ottima notizia). La pietra alla quale si riferisce il nome aziendale è la famosa (molto famosa in zona, meno nel resto d'Italia) Pietra di Prun o Pietra della Lessinia (zona geografica situata prevalentemente nel veronese). Ebbene questa pietra è in realtà una formazione geologica di 72 strati, tutti con un proprio nome dialettale (quasi tutti, alcuni si ripetono, ma è interessante vedere l'elenco completo qui). Le pietre in questione vengono ancora oggi utilizzate per i tetti e per le costruzioni locali. Facile quindi immaginare a cosa si riferiscono quelle linee di colore, stratificate, presenti sulle etichette dei vini di Terre di Pietra: sono le varie lastre di pietra, che di fatto anche in natura hanno colorazioni diverse, enfatizzate cromaticamente nella grafica. E i nomi? Sono appunto i nomi dei vari strati di pietra: Stelar, Mesal, Rosson e il prossimo, nuovo, vino in arrivo nel 2016, che l'azienda chiamerà Rabiosa. In particolare "Mesal" non è nella lista dei nomi delle pietre pubblicata da Wikipedia, ma si tratta comunque di una delle inflessioni dialettali, esclusivamente locali, che indica una delle lastre "mezzane". Nomi davvero originali, forse troppo "intimi", territoriali al massimo, che spesso, in altri esempi simili, abbiamo criticato in quanto di difficile interpretazione, ma in questo caso la storia che "nascondono" è così interessante da rendere tali anche i nomi stessi. Certo va raccontata, spiegata, a chi non è del luogo. Ma questo collegamento tra la stratificazione della terra, le tradizioni locali e le qualità del vino è un argomento di quelli che fa la differenza nella splendida Italia dei micro territori e della biodiversità.