Anteriorità Famose tra Cupertino e Potenza

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Siri (Rosso, Rosato e Bianco), Alte Vigne della Val Camastra.

Sarà nato prima il sistema di riconoscimento vocale della Apple o il nome di questi vini potentini, "Siri"? Per la cronaca si sa che la App "Siri" è stata acquisita da Apple il 28 aprile 2010 e che l'Azienda Vinicola "Alte Vigne della Val Camastra" è nata nel 2011. Non è una questione di poco conto: da un lato, rincorrere la grande risonanza mondiale che il nome "Siri" continua ad avere può portare ad una notorietà di riflesso non indifferente. D'altro canto c'è la solita questione della ricerca delle parole: digitando in rete "Siri" naturalmente del vino in questione non vi è traccia, a tutto favore dell'applicazione di Apple. Vediamo comunque cosa significa "Siri" nelle intenzioni dei produttori del vino che porta questo nome: sembra che si tratti del nome del caratteristico monte di Anzi (il comune dove ha sete l'azienda), quindi una questione toponomastica, storica, culturale, affettiva. Certo che la somiglianza, anzi l'identità, è rilevante. Anche perché immaginando che Siri (quello digitale) non sia mai esistito, il nome Siri (per un vino) non ha molto senso se non nella cognizione di chi conosce esattamente quel luogo nella sperduta Val Camastra. Verrebbe voglia di fare una prova: interrogare la bottiglia per vedere cosa risponde!

La Confusione non Paga

naming design vino etichette Crai, Fiano del Cilento, Azienda Agricola Cobellis.

branding marchio marketingUna nota catena di supermercati italiani si chiama Crai. Lo sanno anche i bambini. Nel senso che è un nome non tra i più noti ma sicuramente conosciuto. Un'azienda agricola del Cilento (Salerno) decide di chiamare un proprio vino "Crai". Dove sta la logica? Non c'è. Se non una logica errata. Crai vende per lo più prodotti alimentari. E ha anche una serie di prodotti a "marca privata", cioè contraddistinti dal nome stesso della marca (tra i quali anche vino). La confusione è dietro l'angolo. Se non altro per le ricerche in internet dove digitando il nome "Crai", naturalmente esce sempre per primo il dominio della catena di supermercati, che per notorietà e attività digitali batte senz'altro quelle della cantina qui citata. Tra l'altro, l'etichetta del vino in questione è stata ristilizzata, ma il nome non è cambiato, se non nel carattere di scrittura. Quindi, ai fini della semantica e del marketing, non importa se il nome "Crai" (quello per il vino) ha origini dialettali, tradizionali, affettive, storiche o ampelografiche. La scelta è sbagliata a priori. E davvero non si riesce a comprendere come una cosa del genere possa accadere. La confusione non paga. La distinzione sì. Sarebbe bastato un attimo di attenzione in più. O anche la richiesta di collaborazione con qualche "addetto ai lavori" che avrebbe certamente sconsigliato l'adozione di questo nome.
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Cabala Enologica in Etichetta

packaging grafica brandingV17, Passerina, Cantina Bastianelli.

marketing branding comunicazioneQuesta cantina tradizionale delle Marche (nel senso che attinge nelle attività storiche dei propri avi) si è dotata di una serie di etichette che possono essere considerate "moderne". Ma cosa è moderno e cosa non lo è? Per moderno si intende insolito, fuori dagli schemi attuali, che non si attesta su canoni classici, che osa nella grafica e nei colori. Chi osa vince, ma non è sempre così. Anche il nome di questo vino sembra, a prima vista, "moderno": V17. Poi se si riflette un attimo sembra il nome di un caccia-bombardiere russo. Ma possiamo anche fare riferimento alla cabala, dove il 17 è considerato il numero del Tempio e dei Cavalieri Templari, mentre, ahinoi, per la smorfia napoletana è 'a disgrazia, cioè la Sfortuna. Il produttore nel descrivere questa Passerina nel proprio sito internet dice: "Profumata come una bimba, impertinente come un'adolescente, affidabile come un'amica, pura come una sposa, dolce come una mamma, splendida e seducente come una donna...". Probabilmente il 17 è riferito all'età di una giovane fanciulla. E la "V" chissà. Forse "Vino", forse "Vite", forse "Vigna", o forse altro. Non serve approfondire: il nome è ampiamente bocciabile. Sia pure esponendo una sintesi facilmente memorizzabile, le sue caratteristiche evocano artificiosità da formula chimica, oltre alla negatività di quei riflessi legati alla numerologia accennati prima e al carattere di scrittura che nulla attiene al resto della grafica. Design e cromìa sono invece gradevoli: onde pittoriche di colori ben abbinati trasmettono sensazioni di allegra e mediterranea voluttà.

Il Vino come il Jazz

packaging branding comunicazione graficaSelim, Spumante da Fiano e Aglianico, De Conciliis.

caomuniazione lettering brandingQuesto nome che può risultare enigmatico per molti (sia pure con suadenze esotiche), potrebbe invece fare sussultare gli amanti della musica jazz di livello. Dice infatti, in proposito, il produttore nel proprio sito internet: "Il jazz è il nostro modo di fare il vino. Improvvisando sul tema melodico delle uve, rendiamo ogni vendemmia una esecuzione unica. Selim è l’ultimo Miles, quello leggero e rilassato, dove solo la voce della sua tromba richiamava le melanconiche ballate, una musica profonda ma godibile come il nostro spumante (il primo spumante campano a base di aglianico)". Un nome jazz quindi. Come il modo di fare il vino. Come si dovrebbe sempre fare. Bello. Sia il concetto, sia il riferimento "colto" alla musica libera e di grande estro come quella di Miles Davis. Graficamente l'etichetta viene risolta con l'utilizzo dei caratteri tipografici, con una modalità stilistica a formare una texture "letterale" un po' inflazionata ultimamente, quindi poco originale. Ma almeno si è avuta l'accortezza di salvaguardare la leggibilità del nome riportandolo in basso a sinistra nell'etichetta, in modo chiaro, in bianco. A questo punto, per concludere al meglio, auspichiamo musicalità anche nel calice!


Nomi Composti, Etichette Complesse

Vigna Lama di Carro, Bombino e Uva di Troia, Az. Agr. Santa Lucia.

Salta subito all'occhio, in questa etichetta, la complessità "letterale", stratificata, dei nomi che la compongono: il nome dell'azienda, in alto, il nome del vino al centro, cromaticamente evidenziato in bianco, e il nome della tipologia di vino "Castel del Monte doc Rosato", anch'essa composita (in questo caso per dovere di disciplinare). L'aver accorpato questi tre livelli di comunicazione in poco spazio e uno sull'altro, può creare una confusione ottica che compromette la fruizione stessa delle informazioni. Fortunatamente il nome vero e proprio del vino viene evidenziato con un carattere più leggibile e con un colore smarcante. Il nome del vino "Vigna lama di carro" è tra i più "composti", o se vogliamo scomposti, tra quelli visti in giro nel panorama italiano e mondiale: 4 parole. Più che un nome è una descrizione e infatti "deriva dal solco lasciato nei terreni dopo il passaggio dei carri, trainati da cavalli, in passato adoperati per il trasporto delle uve dalla vigna in cantina". Il fattore positivo è che tale descrizione pesca senza dubbio nella tradizione, nella storia e nella cultura locali e ne fa vanto, sponda e prova di genuinità rurale. L'espressione "lama di carro", tagliente se vogliamo, può incidere in effetti nel ricordo nonostante la lunghezza del nome. In generale il design dell'etichetta ha toni classici, elementi centrati, nessuna concessione ad innovazioni creative.

Lo Spumante Simpatico ma Sincopato

Duevì, Spumante Extra Dry, Cantina di Vicobarone.

Negli ultimi anni le etichette degli spumanti si sono "ingiallite". Non è l'effetto dell'invecchiamento, giacché questi vini vanno consumati con una certa solerzia: si tratta di un "trend" cromatico che forse ha preso il via da certi Champagne, quelli sì da invecchiamento. Etichetta gialla, dunque. Molto attenzionale sullo scaffale. Design pulito, con protagonista assoluto il nome del vino in questione: Duevì. Certo la modalità di scrittura "giovane e moderna" (ci sembra di sentire la parole di chi la progettata nel presentare il lay-out dell'etichetta alla casa vinicola) non aiuta la lettura, la memorizzazione, la percezione in generale. Una volta intercettato il nome ci si chiede: cosa significa "Duevì"? Da cosa nasce? Nel sito dell'azienda, un grosso e noto produttore della provincia di Piacenza, troviamo la spiegazione: "Duevì, come due vitigni, Pinot Nero e Chardonnay, che sono la base di questo spumante Extra Dry ottenuto dalle vigne più 'fresche' che si trovano ad una altitudine minima di 250 mslm...". Ci sta, come significato. Evidenzia che il vino è composto da due tra i più noti vitigni al mondo, utilizzati anche in Francia per bollicine più nobili e conosciute. Nel complesso, a parte la leggibilità del nome, l'etichetta si comporta bene: propone linearità (pochi elementi, semplicità e chiarezza) e freschezza grafica in una zona vinicola che mantiene ancora oggi, pervicacemente, toni classici un po' superati.

Lettere che Fanno Confusione

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Confusion, Merlot - Cab (Sauv e Franc) - Petit Verdot, PS Winery.

Presentiamo un caso che è letteralmente enigmatico. Le lettere, infatti, sono protagoniste dell'immagine aziendale e di prodotto di questa vitivinicola marchigiana. Partiamo dal nome aziendale "PS Winery" che scopriamo formato dai due cognomi dei fondatori, Paolini e Stanford. Forse in questo caso sarebbe stata idea migliore "giocarsi" proprio i due cognomi, anche se di solito non paga, quanto meno per la stranezza di proporre al pubblico un cognome tipicamente italico e un altro tipicamente anglosassone. Questo avrebbe potuto incuriosire. Invece il nome ufficiale (e il dominio relativo) è PS Winery, dove la sterilità delle due lettere "PS" fa il paio con un vago significato di "Post Scriptum", solo per fare un esempio. Per quanto riguarda le etichette ecco le scelte dell'azienda: il vino di punta si chiama "Confusion", nome che è scritto graficamente in modo poco leggibile, con la "f" girata, stilistamente una mossa interessante, ma che si scontra con la necessità di una lettura e memorizzazione rapida. Insomma, "Confusion" genera un po' di confusione (anche per la cromìa diversa tra "Con" e il resto).
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Il design dell'etichetta è per altro pulito, gradevole, moderno, scorrevole, tranne per quel fondo pieno di lettere fluttuanti che "mescolano" troppo la percezione e fanno andare insieme gli occhi. Il gioco delle "lettere vaganti" viene accentuato nell'etichetta del Syrah dove la l'iniziale prende il comando del visual ma sul fondo le altre lettere, volutamente in disordine, generano una generale sensazione di smarrimento. Nel complesso la scelta di giocare con le lettere a tutto campo non sembra poter dare a lungo termine ritorni di notorietà e di comprensione efficaci.


Generalità che Incidono

marketing packaging comunicazioneFiorFiore Vino Novello, Cesanese e Sangiovese, Cantina Villa Gianna.

Di nomi come "FiorFiore" ce ne sono molti. Simili e anche precisamente uguali. Nell'enogastronomia come in altri settori, ad indicare una selezione, una presunta qualità eccelsa. Si tratta infatti di un "modo di dire" incontrastato per significare eccellenza. Il fior fiore di qualcosa è sempre il massimo di quella cosa. Ed eccolo qui a siglare un vino novello che come categoria non rappresenta certo il top dell'enologia. Ma forse proprio per questo: è per rinforzare la percezione di un vino "da tutti i giorni", che viene proposto un nome che vuole dire "ti dò il meglio tra i vini novelli". Nome semplice, tutto sommato, ma efficace. Dice molto chiaramente (sia pure attraverso una iconografia, "il fiore più bello tra i fiori") quello che deve dire. E anche il design dell'etichetta va diretto al punto: con la scelta di puntare sul rosso come colore attenzionale, decidendo quindi di proporre in illustrazione un fiore sgargiante. Rosse anche le iniziali del nome e la "firma" con il nome aziendale nel tassello alla base. Classicità ma anche equilibrio. Popolarità ma con attenzionalità. Direttamente ma anche in modo evocativo. A volte le buone etichette sono frutto di intuizioni semplici ed esecuzioni esperte.

Viticoltura (ed Etichette) di Montagna

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1703, Clone di Nebbiolo, 
Togni Rebaioli.

Non è bella questa etichetta. Scoscesa sì, bella è un altro conto. Ma propone diversità. Proprio come il vino che annuncia: un clone di nebbiolo, né piemontese, né valtellinese, che cresce bene sotto le pendici del Monte Altissimo, a Erbanno, presso Darfo Boario Terme, in Valle Camonica, provincia di Brescia. Il design manifesta quindi una diversità: moderna, giovane, come il produttore che fa nascere questo vino. Il tentativo (ben riuscito a sentire i giudizi positivi sul prodotto) di cambiare registro alle "vecchie" modalità, ma rispettando tradizioni e territorio. Insomma non le solite etichette e non il solito vino. Ma veniamo al nome: 1703. In questo blog si è spesso detto che le sigle e i numeri non fanno efficacia, in etichetta. Questo perché la loro memorizzazione risulta difficile. In questo caso abbiamo un numero che rappresenta qualcosa di concreto (ma va spiegato) cioè l'altimetria esatta del Monte Altissimo, il complesso roccioso che, alle spalle dei vigneti, protegge dalle correnti più fredde, pur assicurando uno scambio termico molto funzionale alla "formazione del gusto" del vino. Dicevamo prima che si tratta di un'etichetta "scoscesa", in pendenza, proprio come i vigneti. Mentre i numeri che compongono "1703" sembrano rocce sospese nel vuoto. C'è quanto meno una affinità geomorfologica. Certo il design è un po' troppo essenziale, quasi "tipografico", che poco concede alle emozioni (salviamo le scelte cromatiche dei numeri e la loro particolare disposizione). Bella la definizione "Viticoltori di Montagna" che caratterizza, è originale, dà personalità. Da rivedere l'etichetta in generale, il logo, i caratteri di stampa, l'impaginazione stessa.

È Nato lo Scanzonato, Scende Bene col Cioccolato

Lo Scanzonato, Vino Rosso Passito da Meditazione, Az. Agr. Elio Valle.

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branding grafica comunicazioneProblema: la vigna che genera questo passito, uno dei pochi da bacca rossa tra gli autoctoni italiani, si trova in area certificata Docg (stiamo parlando della più piccola Docg d'Italia, quella del Moscato di Scanzo, presso Bergamo) ma la cantina di produzione è fuori dal comune assegnato (non di molto: 8 km). Postulato: il vino, pur essendo un Moscato di Scanzo a tutti gli effetti (almeno per quanto riguarda l'ampelografia), non può 'vantare' e quindi esporre la fascetta ministeriale Docg e nemmeno dichiararsi tale in etichetta. Soluzione: un nome che risolve l'arcano burocratico, "Lo Scanzonato", cioè il Passito "Nato a Scanzo" (ma vinificato nel comune limitrofo). Da aggiungere anche, se non premettere, il significato letterale di Scanzonato: in parte richiama una musicalità canterina, nella semantica popolare riporta ad una filosofia di vita spensierata e senza regole. Sono infatti le normative che spesso, anche nel mondo dei disciplinari del vino, vincolano la creatività di estrosi produttori e impediscono un volo alto e armonioso dal punto di vista produttivo (ma per fortuna non possono limitare gli aspetti comunicativi). I colori di fondo di questa etichetta, semplice ma efficace da ogni punto di vista, sono il rosso e il giallo, già nello stemma comunale del luogo di origine di tutta la questione. Potremmo concludere dicendo che siamo di fronte a un 'non classico' caso di problem-solution: di matrice americana la definizione ma di stampo (e di estro) tutto Italiano la soluzione.