Con la Testa tra le Nuvole

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Cloudwalker, Pinot Gris, Cambridge Road.

branding marketing illustrazione tappoQuesta bella ed evocativa etichetta viene dalla Nuova Zelanda. Vediamo un acquarello che raffigura un bambino che guarda il cielo. Forse rapito dalle nuvole bianche sul fondo azzurro. Forse desideroso di volare sopra alle cose, alle persone, ai pensieri. Forse ispirato a chiedere al cielo di essere clemente con le vigne sottostanti. Forse il protagonista di una favola. Fatto sta che questa etichetta fa volare anche chi la osserva. Con leggerezza e spontaneità trasmette sensazioni di serenità e purezza. Il nome va nella medesima direzione: "Couldwalker". Traducibile in "camminatore delle nuvole". Anzi, a dire il vero intraducibile se non, direttamente, con le emozioni. Una specie di sfida al "cloud" tecnologico di cui si sente spesso parlare, quella "nuvola" digitale, sostanzialmente immateriale, alla quale si contrappongono le nuvole vere, la natura, l'anima di chi produce e di chi si gode il vino senza vincoli tecnologici se non quelli che consentono la sua produzione, nel rispetto delle tradizioni. In questo caso si tratta quindi di un Pinot Grigio neozelandese in purezza, lasciato macerare 3 giorni con successivo passaggio in barrique. Unico appunto, tutto sommato estetico, ma anche emozionale: la bottiglia è tappata con il "tollino" tipo gazzosa. La classe non è vino, in questo caso. Ma l'America, la Nuova Zelanda ancora di più, è lontana (per fortuna).

Il Gioco dei Nomi Giocosi

Mazzamurello, Montepulciano d'Abruzzo, Torre dei Beati.

Questa nota e stimata azienda vitivinicola che ha sede a Loreto Aprutino (Pescara), dopo aver provocato i nostri commenti con il vino "Giocheremo con i Fiori" (si chiama proprio così, è un Pecorino, vitigno autoctono abruzzese) continua a suscitare le nostre attenzioni con altri nomi inconsueti. Prendiamo questa volta ad esempio il "Mazzamurello" e la sua inquietante etichetta. Nel sito aziendale il produttore dice: "Ottenuto con la particolare tecnica di lavorazione sulle fecce fini alla quale vengono sottoposte le partite migliori dell’annata. Le peculiarità aromatiche legate a tale tecnica, che a volte, durante la maturazione in legno, si manifestano in modo abbastanza inusuale per un Montepulciano, ci hanno ricordato il nome di questo scherzoso folletto della tradizione abruzzese, che immaginiamo nascosto tra le nostre barrique a giocare con il vino in esse contenuto". Il gioco, quindi, come costante "concetto" portante di questa azienda. Una giocosità che rischia di portare via un po' di serietà (e credibilità) ai prodotti ma certamente è in grado di portare allegria e sorrisi. E questo è un fattore certamente positivo. Inoltre, il design di questa etichetta presenta sì un folletto giocoso, ma i colori e le modalità grafiche lo sdoganano da percezioni troppo infantili. Addirittura il piccolo mostriciattolo potrebbe anche infondere un certo mistero anche in un pubblico adulto. Infine segnaliamo qualche problema di leggibilità per il carattere di scrittura del nome: infantile (questo sì) e troppo approssimato. Altri nomi particolari della gamma dei vini di Torre dei Beati? Eccoli: "Cocciapazza" (Montepulciano d'Abruzzo), "Bianchi Grilli per la Testa" (Trebbiano d'Abruzzo), "Rosa-ae" (Cerasuolo d'Abruzzo).

Può Risultare Scherzoso un Nome "Stercoso"?

grafica comunicazione pacakgingChicken Shit, Chardonnay, Frankland Estate.

packagingdesign vino wineCome sono anticonformisti questi australiani. Al limite della decenza semantica. Arrivare fino al punto di decidere di chiamare un vino "Cacca di Gallina". O più esattamente e meno pudicamente "merda" visto che è questa la traduzione esatta di "shit". Insomma "Merda di Pollo". Eppure l'etichetta risulta simpatica, con quel pollastro fumettato che sbuca insolente da un lato. Eppure dietro a questo nome c'è anche una storia e questo riscatta in parte l'azzardo creativo: insomma le protagoniste sono delle faraone, gallinacei che vengono lasciati liberi nella vigna affinchè svolgano molteplici compiti e lo facciano in modo naturale: mangiano le erbacce, eliminano diversi insetti e dopo aver fatto questo, di conseguenza, escretano i loro "bisognini" direttamente sul posto, fertilizzando le vigna. Certo, uno chardonnay che odora o che sa di cacca di gallina non lo vorrebbe nessuno. Ma la natura, si sa, ha i suoi processi fisico-chimici, per cui l'acqua fa penetrare il guano, che si trasforma in molti altri composti che a loro volta le radici della vite rigenerano in sostanze nutritive per la pianta e per i grappoli. Detto fatto. La cacca di gallina diventa composto organico del vino e parte rilevante della sua comunicazione. Qualche perplessità rimane, ma bravi per l'idea originale.

Toponomastiche Poco Digeribili

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Aurelio, Merlot e Cabernet, Val delle Rose (Checchi).

packaging marketing immagine comunicazionePuò un vino chiamarsi come una strada statale? Abbiamo già l'esempio, diventato caso di marketing, dei vini siciliani di Arianna Occhipinti che si chiamano SP68 (Strada Provinciale), versione bianco e rosso, caso limite a nostro parere. Qui parliano del merlot di Val delle Rose, Toscana, dove la statale in questione è di storiche origini essendo di tracciatura antico-romana. A proposito del nome del vino, "Aurelio", il produttore infatti dice: "Questo vino nasce come un omaggio alla Maremma, prende il nome dalla strada che la percorre lungo tutta la costa, la Via Aurelia". A parte il nome, solenne non c'è dubbio, ma riconducibile oggi anche a un percorso stradale che riporta sensazioni di inquinamento acustico e ambientale, il packaging presenta una illustrazione della Dea della Caccia, Diana, tratta da un’acquaforte del XIX secolo che a sua volta aveva origine in un’opera del Buontalenti. Immagine bella e "plastica" (non in senso negativo in questo caso) a dare snellezza non solo all'etichetta ma anche, a livello pre-percettivo, al vino che si vuole comunicare (e logicamente vendere). Eleganza, storicità, bellezza, leggiadrìa sono gli elementi emozionali che emergono. Insomma una classicità riscattata da un'opportuna appariscenza.

Elogio per i Vini d'Anima

branding marketing comunicazioneElogio alla Lentezza, Valle d'Itria IGP Minutolo Passito, I Pastini.

marketing immagine comunicazioneI passiti in generale sono quei vini che richiamano alla meditazione, che tentano di "fermare il tempo" soprattutto dopo che lo stomaco è stato riempito a soddisfazione. Alcuni ci riescono molto bene arrivando a generare quel tipo di emozioni che sono legate al gusto ma anche alla percezione di altri fattori sensoriali come l'ambiente in cui ci si trova o all'anima del vino che si sta degustando. Certo la concentrazione di questi vini facilita la stimolazione papillare e quindi delle sinapsi. Di questo vino notiamo subito il nome, lungo, articolato in tre parole: "Elogio alla Lentezza". Un inno al buon vivere che si fa nome. Insolito e di solito non consigliabile (un nome troppo articolato). In questo caso il significato che traspare, comunque con un certa immediatezza, è molto positivo, suadente, piacevole, appagante. Quindi memorabile. Soprattutto se accompagnato da un conseguente assaggio. Da notare anche il nome del raro vitigno, dolce e aromatico,  il "Minutolo", certamente derivante dalla conformazione di grappolo e acini. Tornando al nome del vino il produttore dice nella scheda descrittiva del vino, on-line dice: "l’Elogio alla Lentezza serve a dimenticare per un attimo chi siamo. Nato come vino da meditazione, quando lo si beve si intraprende un viaggio tra ricordi e pensieri, gusto e sapori, cercando di rallentare per un istante tutto quello che la frenesia della quotidianità ci impone. Questo Vino è l’inno alla lentezza affermandola come pilastro importante della vita di tutti". E il nostro elogio va a tutti quei vini in grado di generare "lentezza filosofica" e a tutti quei produttori che donano a loro un'anima.
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Detti che Diventano Nomi

comunicazione branding graficaMai dire Mai, Amarone, Vini Pasqua.

L'unione imprenditoriale di due famiglie veronesi, i Dal Colle (industria dolciaria) e i Pasqua (vini) ha creato una nuova linea di prodotti (per ora Amarone e Valpolicella Superiore) alla quale è stato dato il nome "Mai Dire Mai". Un "modo di dire" diventa modo di chiamare. Immaginiamo che in qualche riunione operativa tra il management delle due imprese o ancora meglio durante qualche cena conviviale che preludeva all'accordo, qualcuno dei presenti abbia pronunciato il noto detto e qualcun altro abbia esclamato che sì, quello poteva essere proprio il nome del vino. Sia pure con un design del logo e delle etichette di tipo classico, il "vissuto" dell'Amarone spinge a questo, si tratta di una scelta, quella che ha portato a questo nome, originale e coraggiosa. Considerato anche che il mercato principale di questi vini potrebbe essere proprio all'estero. Fuori dai confini nazionali pochi conosceranno il significato di "mai dire mai", servirà tradurlo e spiegarlo, ma l'aspetto speculare della frase, la sua sinco-simpaticità, la sua brevità, lo rendono comunque nome dalla semantica e dalla fonetica interessante. Con ottime probabilità di successo dal punto di vista della comunicazione. E magari, grazie a Pasqua, al prossimo Natale con il panettone (Dal Colle) si sposerà bene l'Amarone: mai dire mai!
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L'Amarone è una Religione

branding grafica comunicazioneLa Fabriseria, Amarone della Valpolicella Classico, Tedeschi.

grafica marketing comunicazioneTedeschi è una nota azienda veneta che ha sede nell'area del Valpolicella. Le etichette di stampo classico sono state recentemente rinnovate con stile minimalista. Tra le altre, una storia particolarmente interessante viene "raccontata" dall'etichetta del vino top di gamma aziendale, l'Amarone. Innanzitutto il nome, "La Fabriseria": un omaggio al patriarca Riccardo che apparteneva alla cosiddetta "Fabbriceria", un Consiglio nell'ambito ecclesiale locale, costituito per avviare e gestire la costruzione di una nuova chiesa nel paese di origine. Il gruppo di lavoro non disdegnava, ai tempi, di terminare gli incontri organizzativi con l'assaggio dei migliori vini della zona, prodotti appunto da coloro che venivano detti "Fabbriceri", membri del Consiglio e produttori di vino. La grafica dell'Amarone Tedeschi riporta due croci, una al centro e una estesa, che traggono origine da quelle, probabilmente celtiche, che si trovano ancora oggi nel vigneto Le Pontare di Sant'Ambrogio, dove vengono coltivare le uve che poi si trasformeranno in Amarone (così per il Valpolicella Classico, anch'esso contraddistinto da una doppia croce in etichetta). Il produttore afferma che molto probabilmente queste due croci presenti presso il vigneto segnalavano ai credenti il percorso per raggiungere un santuario di epoca antica e sembra che tra i pellegrini vi sia stato anche Dante Alighieri. Le due croci delle nuove etichette ricordano quindi le gesta della Fabbriceria (in dialetto "La Fabriseria"). La storia narrata da queste etichette conferma il legame tra vino e religione cattolica, lungo 2000 anni e sempre caratterizzato da destini che possiamo ben dire "incrociati".

Figlie di un Vino Migliore

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Quatro Tose "Millesimato", Valdobbiadene Docg, Rive del Bacio.

Ci sono molte piccole e al tempo stesso grandi e quindi belle realtà in quel territorio ristretto, e per questo valoriale, tra il Monte Cimone di Tonezza (baluardo italiano contro l'invasione austriaca di un tempo e ora barriera naturale per le vigne, contro le correnti fredde del nord) e la pianura veneta meno "definita". Un territorio collinare suadente e poetico come il vino spumante che in quella zona si produce da secoli. Poesia contadina, di tradizione e caparbietà, dove l'uso del dialetto è ancora una nota di carattere. La dimostrazione ci viene direttamente dal nome di questo Valdobbiadene Docg (top di gamma dell'azienda e che ha ricevuto diversi riconoscimenti di qualità anche al Vinitaly), che si chiama "Quatro Tose" dove il 4 ha proprio solo una "t" come nell'espressione tipicamente dialettale. "Tose" in dialetto veneto è "ragazze" e più propriamente "figlie". Un'etichetta quindi in onore delle 4 figlie, tutte femmine, del titolare Celestino Reghini e di sua moglie Daniela. 4 figlie femmine nella cultura contadina di una volta erano considerate una specie di sciagura. Non per
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l'azienda Rive del Bacio che in questo dimostra una visione moderna del proprio futuro. Di fatto abbiamo oggi molti esempi di aziende vitivinicole italiane mirabilmente condotte da donne. Ma torniamo all'etichetta e all'azienda qui menzionata: "Quatro Tose" il nome, Valdobbiadene Docg, la tipologia, "Millesimato" è un modo di impreziosire questo vino che rappresenta la migliore selezione aziendale (quindi non perché il vino è di una medesima annata, in quanto tutti i Valdobbiadene Docg sono di norma della medesima vendemmia, senza alchimie di mosti diversi), Rive del Bacio è il nome aziendale (deriva dall'espressione locale "Rive" per chiamare gli appezzamenti di vigna, specie delle zone scoscese, e dal nome topografico e storico, "Bacio", dove crescono le uve aziendali), e infine, nel retroetichetta (di cui non disponiamo per ora la foto) dentro a un quadrifoglio verde le iniziali delle quattro figlie del titolare, protagoniste della nominazione qui descritta. Il design dell'etichetta subisce un po' il retaggio della classicità, con cornici dorate e caratteri fin troppo graziati e andrebbe probabilmente "rinfrescato". 

Anche le Forme Formano (la Sostanza)

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Giallo Gaierhof, Moscato Giallo Dolce, Gaierhof.

Questa volta parliamo del design industriale (la forma della bottiglia) e, sia pure in seconda battuta, del nome aziendale. Per quanto riguarda il nome del vino, di fatto "Giallo", non c'è molto da dire se non che è così discrittivo, didascalico, da non indurre alcun commento (ma questo non è positivo). La forma di questa bottiglia, che vuole differenziarsi da tutte le altre, ricorda quella dei brandy, o delle grappe (se non di un profumo). In passato alcuni marchi vinicoli hanno presentato forme di questo genere al mercato (storica quella del Mateus Rosé, tutt'ora in commercio) ma si tratta di episodi che sono rimasti isolati. Il rischio è quello di non farsi riconoscere dal consumatore meno avvezzo, quello che non legge nemmeno le etichette e che rischia, in questo caso, di non riconoscere il prodotto come un vino normale, dal costo accessibile, dal consumo "semplice", non viziato quindi da occasioni particolari. Verrebbe da dire quindi che la bottiglia è "fin troppo particolare", dove il contenuto invece non lo è. Veniamo al nome aziendale, "Gaierhof", tipicamente altoatesino, dove invece la famiglia produttrice è trentina e la sede aziendale anche. Il tentativo è quello (molto probabilmente riuscito) di mascherare di "altoatesinità" la produzione e l'immagine, traendo spunto e vantaggio dalla buona fama e affidabilità della vitivinicoltura della provincia di Bolzano.
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