Sulla Ruota del Chianti Esce il 36: le Nacchere.

branding grafica marketingMix 36, Chianti Classico, Mazzei.

branding grafica marketingÈ sempre destabilizzante quando una azienda decide di utilizzare cifre (numeri) invece di lettere per nominare un vino. Sarà che il vino è legato alla storia e alla letteratura più che alla matematica. O forse perché i numeri portano subito la percezione in un "campo tecnico", spostandola da quello agricolo. Certo, alcuni nomi di vini che adottano la numerologia quanto meno hanno una ragione concettuale che li valida. È questo il caso di "Mix 36", un Chianti Classico 100% Sangiovese che può vantare (qui sta il punto) di avere origine da 36 biotipi diversi di selezione clonale. In pratica, nel tempo, sono stati selezionati, diciamo "raffinati", i cloni del vitigno fino ad arrivare ad una purezza, una specie di pedigree vitivinicolo, in grado di garantire una qualità finale di ampia soddisfazione. Questo il concetto che sta alla base di quel numero, 36, che spicca in etichetta anche grazie al colore rosso (insieme al marchio Mazzei in basso) su un fondo sostanzialmente chiaro. Un'altra caratteristica abbastanza insolita per una etichetta di vino riguarda il testo sottostante al numero in questione: una testo a blocchetto, ordinato ed elegante, che funge da spiega, da rational, per il prodotto. Descrizione che di solito viene posizionata in retro-etichetta ma che, con il dovuto equilibrio grafico, può fare un egregio lavoro di comunicazione anche sul fronte. E comunque, ad uso dei cabalisti, il 36, nella Smorfia Napoletana sono le Nacchere.

Un Tuffo nel Blu Dipinto di Blu.

Narcisus, Moscato Igt, Gravanago.

Nella sequela dei "vini blu", ultimamente di moda (passeggera, probabilmente) enumeriamo anche questo Moscato Igt della provincia di Pavia (che di cianotico ha solo l'etichetta e il vetro della bottiglia, non il suo contenuto). Il suo nome potrebbe evocare, ad onta del colore della bottiglia, letterature di pregio e riferimenti filosofici di spessore. Un primo enigma tratta dell'assenza di una "s", infatti il nome del vino è precisamente "Narcisus" e non Narcissus come dovrebbe essere il corretto riferimento, in latino, al nobile e delicato fiore dal profumo inebriante (infatti il nome del fiore deriva dal greco "narkào", cioè "stordisco"). Ma la storia più nota riguardo a "Narciso" (in greco antico Νάρκισσος, Nárkissos) è quella legata a "un personaggio della mitologia greca e cacciatore, famoso per la sua bellezza, che a seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d'acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava" (da Wikipedia). E poi non dimentichiamo il celebre romanzo "Narciso e Boccadoro" di Hermann Hesse dove Narciso è "un giovane monaco diligente e contemplativo, amante della lingua greca e delle scienze". Riferimenti elevati quindi per questo nome, mentre abbiamo codici cromatici criticabili, as usual, per un azzurro poco palatale e attraente solo per una dinamica attenzionale da scaffale (fintanto che i vini azzurri rimagono radi). La foto della bottiglia che siamo riusciti a reperire non è di qualità, ma si può scorgere che il nome "Narcisus" è tracciato con un carattere molto graziato, bello ma poco leggibile in ogni caso. Tutto sommato un'etichetta pulita e graficamente equilibrata, un po' narcisista, questo sì. 

Il Pallino per il Vino

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Vigna di Pallino, Chianti,
Tenuta Sette Ponti.

C'è chi ha "il pallino" per il vino e chi si porta dietro per anni e anni un soprannome. Questo è il caso di questo naming che origina da una vigna, posseduta, governata, vissuta da un personaggio locale che tutti chiamavano "Pallino". Il produttore infatti dice: "il Chianti 'Vigna di Pallino' coglie il nome del vignaiolo che per lunghi anni si prese amorevolmente cura di queste terre". C'è dunque una storia locale "a monte" della scelta di questo nome. Come spesso accade per luoghi o leggende. Ma quando c'è di mezzo una persona, una vita, la storia prende spessore e concretezza agli occhi degli appassionati clienti bevitori. Ma la nostra attenzione in questo caso è stata attirata soprattutto dal design dell'etichetta, dal suo colore, rosso pieno: una macchia di colore che tutt'oggi il mondo del vino adotta raramente. Il risultato, per chi decide di farlo come Tenuta Sette Ponti per questo Chianti, è una indubbia visibilità a scaffale e un impeto comunicativo che comunque "sfonda". Del resto abbiamo equilibrio nell'impaginazione, evocazione di temi classici, ordine grafico di buon costrutto.

Follia del Naming, Poesia del Vino

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Folle, Conero Riserva, La Calcinara.

Quante sfumature semantiche offre questo pazzo nome! Si tratta del "Folle", un vino rosso marchigiano, della zona del Conero, che infatti fa riferimento alla medesima Docg. Andiamo con ordine (sia pure caotico): folle per gli inglesi è "fool", il matto dei Tarocchi, lo squilibrato viandante rappresentato anche dal Jolly nel gioco delle carte. Pazzo ma simpatico, giocoliere e giocherellone. In Italia "folle", così com'è, dice follia, a volte malsana. Certo Steve Jobs con la famosa pubblicità di qualche anno fa per la Apple, definì i folli come spiriti creativi, gli unici in grado di far "muovere" il mondo. Per cui di fatto, ognuno di noi, dipende anche dalla nazionalità, e dalla regione di provenienza per quanto riguarda la nostra Italia, si è fatto un'idea, una percezione della parola "folle". L'azienda vinicola La Calcinara ha
adottato questo nome, a quanto pare, derivandolo da una delle azioni messe in atto in cantina per produrre il vino: la follatura. Treccani in proposito dice: "Operazione di abbassamento delle vinacce per reimmergerle nel mosto in fermentazione tumultuosa e spezzare la massa compatta (cappello) che si raccoglie alla superficie, portata dalle bolle di anidride carbonica; si facilita così l’aerazione del mosto e si favorisce la moltiplicazione dei fermenti alcolici". Da una preminente follatura, nasce dunque il "Folle". Nome breve, immediato, impattante, memorabile, foneticamente dotato. E con un fondamento concettuale nelle operazioni enologiche. Rasentiamo la perfezione. Per quanto riguarda il design in etichetta, anch'esso folleggiante, ricco di colore e "scintille" grafiche, possiamo dire che fa il suo gioco, con originalità ma lasciando chiara la lettura del nome e del tipo di vino, al centro, con pulizia e sobrietà di carattere (di scrittura). Notare infine che il logo dell'azienda, in basso, ha nella propria sommità un cappello da Joker. Tutto torna. Anche perché gli esperti dicono che dentro la bottiglia la qualità prevale. 

Nomi Topografici Forbiti e Furbi

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Ghiaie della Furba, Cabernet-Merlot-Syrah, Capezzana.

Chiariamo subito che la "Furba" non è una scaltra contadina che adotta qualche abile metodo per risparmiare fatica o guadagnare di più. Certo che il primo significato che il nostro cervello attribuisce a questa parola è esattamente quello. Il rischio è quello di trasmettere impulsi negativi (la furbizia in viticoltura ed enologia non si concretizza certo con un vantaggio per il bevitore), il vantaggio è quello di avere un nome che attira l'attenzione. Vantaggioso perché la gente sicuramente si chiederà come mai quel riferimento alla "Furba" e perché questa parola è in fin dei conti di facile memorizzazione. E invece... "Furba" è il nome di un fiume. Ecco cosa ci racconta il produttore: "La prima vigna (di questo vino) composta da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot era situata sul terreno ghiaioso alluvionale del torrente Furba, da cui prende il nome". Torrente nei pressi di Carmignano, provincia di Prato, Toscana. Ed ecco rivelato il vero significato. Nome composto, non sempre vincente, ma in questo caso le parole che lo compongono sono brevi e indicative: "Ghiaie", il tipo di terreno, molto apprezzato in viticoltura, quindi valorizzante per il prodotto, e "Furba", che come detto prima incuriosice e connota il vino in modo originale. Per quanto riguarda il design in etichetta: abbiamo una rivisitazione stilistica (moderna) dei temi classici toscani con la raffigurazione di un casale immerso nella vegetazione, tra pittoresche colline. I toni cromatici rosso-su-nero sono molto attenzionali mantenendo pur sempre una propria eleganza formale. Il carattere di scrittura è un po' futurista, in riferimento al movimento artistico degli anni '20, e "riporta indietro" le sensazioni, ma nel complesso il packaging si difende bene.

Nomi di Antenati che Diventano Millesimati

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Claro, Franciacorta Millesimato, Barboglio De Gaioncelli.

Il top di gamma di questa piccola (e giovane, in tutti i sensi) cantina franciacortina prende il nome dall'ultimo componente di quella famiglia che iniziò molti anni orsono, nella medesima sede di oggi, l'attività vitivinicola: Carlo "Claro" Barboglio. Famiglia di nobili origini quella dei Barboglio De Gaioncelli, che vede l'inizio della propria storia anche imprenditoriale a Lovere, nell'alto Lago d'Iseo. I Barboglio passano dalla coltivazione e commercializzazione del mais a quella dell'uva da vino, sfruttando quel periodo di assenza di tasse, che ha dato il nome a tutta la "zona franca" del basso Lago d'Iseo: le Corti Franche (affrancate dalle tasse, appunto) da cui "Franciacorta". Insomma, anche per questioni di tassazione libera, il vino iniziò a rendere più del mais. E come amava dire Giovanni Agnelli, se produci vino con passione, male che vada, bevi bene. Torniamo al nome del vino, "Claro". Sembrerebbe un'allusione alla parlata spagnola, un riferimento quindi alla chiarezza, alla limpidezza del vino. Certo, anche quella è importante, ma la questione riguarda appunto il curioso "nickname" del nobile antenato. Cantina giovane abbiamo detto all'inizio, perché è recente la sua costituzione e perché il suo conduttore ha solo 36 anni. Si tratta di Andrea Costa che oggi le tasse le paga, come tutti in Franciacorta, ma che non rinuncia per questo a produrre un vino che si esprime più in qualità che in quantità per manifesto progetto imprenditoriale. Solo 40.000 bottiglie l'anno con il "vezzo" di raddoppiare (come minimo) il periodo di riposo sui lieviti rispetto a quanto dettato dal disciplinare. E' chiaro che gli obbiettivi sono ambizioni, e "Claro" è la punta di diamante chiamata a conquistare chi esige dalle bollicine qualcosa in più di un classico spumante.

Approvato degli Arcangeli (ma a Volte non Basta)

branding marketing comunicazione graficaRiserva degli Angeli, Capriano del Colle Doc, Lazzari.

Il nome di questo vino rosso (ma anche molto azzurro) è "Riserva degli Angeli". Tutto bene fin qui. Diciamo che "Riserva" è terminologia valorizzante, entrata nel novero delle espressioni vinicole "di spessore", anche perché in molti disciplinari evoca una tipologia superiore, quindi qualitativa. In questo caso non è espressione tecnica, da disciplinare, ma parte di un nome vero e proprio. Anche gli "Angeli" sono valorizzanti, in un paese come Enotria dove la cultura cherubina è sempre andata di pari passo con la storia del vino. Angeli che proteggono chi produce e chi beve, naturalmente. Il produttore, nel proprio sito internet precisa che questo vino è: "Dedicato agli Arcangeli Michele e Gabriele, patroni della parrocchia di Capriano del Colle, il “Riserva degli Angeli” riunisce in sé la passione per la coltivazione diretta del fondo, l’attenta selezione delle uve nel vigneto e la cura nella vinificazione; caratteristiche proprie dell’Azienda Agricola Lazzari." All'inizio di questo breve articolo l'abbiamo chiamato "vino azzurro", ed ecco infatti che passiamo a una breve analisi del design dell'etichetta: non c'è che dire, si tratta proprio di un azzurro pieno a tutto campo. Un azzurro che viene utilizzato poco nel packaging del vino in quanto ritenuto poco alimentare. E quando viene utilizzato, nella maggior parte dei casi si tratta di vini bianchi. Come se l'azzurrità possa significare (e forse lo fa) leggerezza. Questo, quindi, è un raro caso di etichetta azzurra per un vino rosso. Grafica semplice, forse fin troppo. Risolta con una cornice, il logo in alto, il nome in basso (il carattere del nome è davvero "vecchio"). E infine una illustrazione di vegetazione sullo sfondo. Detto questo, la benedizione degli Arcangeli, per il successo commerciale, è auspicabile.

Stelle e Marchi di Prima Grandezza (o Anche Meno)

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Sheratan, Ortrugo Spumante, 
Cantina di Vicobarone.

Chissà se questo nome nasce in origine e unicamente per celebrare una delle stelle più luminose di Ariete, appunto "Sheratan" dall'arabo Al Sharat ("apertura dell'anno", equinozio di primavera). Sheratan si trova nel corno sinistro dell'Ariete ed è la seconda stella più luminosa di quella costellazione dopo Hamal che sta in fronte al caprone. Oppure, ipotesi non così aliena, si è voluto, nel contempo, ammiccare a quel noto marchio di hotel, la prima catena per numero di camere nel mondo, e storicamente la seconda (dopo Westin) che tanto "nome" e prestigio ha nel conosciuto praticamente di ognuno? Certo "Sheraton", l'hotel, genera subito una sensazione di prestigio, di lusso, di "allure". Tutte cose che stanno bene insieme a uno spumante. Soprattutto se lo spumante in questione non è proprio di origini nobili: il vitigno di "Sheratan" è il poco conosciuto e poco stimato
concept star spumante
Ortrugo e il metodo di produzione è l'altrettanto poco valorizzante Charmat (o Martinotti che dir si voglia). Le stelle brillano e nel mondo brillano di luce propria anche certi marchi che si consolidano nella mente percettiva dei consumatori. Certo che se capitasse di risiedere in uno dei prestigiosi Sheraton del mondo probabilmente verrebbe da ordinare Champagne.

Cantano Grilli Prose in Etichetta

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Blues (Un Grillo per la Testa), Grillo IGT, 
Paolo Calì.

Caso particolare di "naming" per questo vino prodotto dall'Azienda di Paolo Calì che ha sede a Vittoria in Sicilia. È necessario premettere che quasi tutte le etichette di questo produttore si distinguono per l'originalità del messaggio. Sicché spesso a un nome del vino vero e proprio viene affiancata una dicitura supplementare, una frase, un motto, uno slogan, un "pay-off" direbbero i pubblicitari. Una frase che echeggia visivamente in modo ancora più evidente del nome stesso. In precedenza su questo blog è stato analizzato un vino della medesima azienda che si chiama "Osa", un rosato da Frappato che riportava anche la frase "Questo non è un vino tranquillo". In questo caso scopriamo invece un vino da vitigno grillo che si chiama "Blues" e che come frase di richiamo recita "Un grillo per la testa". Diciamo che siamo di fronte a una dicotomia, a una sovrapposizione di concetti: "Blues" richiama un ben determinato mondo musicale, un ambiente soffuso, una ricerca interiore. Invece la frase "Un grillo per la testa" gioca con i modi di dire, sfruttando il nome del vitigno, ma anche, crediamo, alludendo ai prevedibili effetti inebrianti di questo intenso vino siciliano. Nel complesso l'etichetta richiama l'attenzione. Se non altro per il design che mette in evidenza la frase principale e che normalmente si è portati, per curiosità, a leggere. Buona quindi l'idea di creare delle "affermazioni" che connotano il vino. Cosa buona e anche giusta sarebbe che frase e nome (storia, design, colori, etc.) fossero guidati dal medesimo concept complessivo. Una logica di comunicazione che ha da essere significante e coerente.


Il Trabocchetto è Linguistico

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Trabocchetto, Pecorino, Talamonti.

Vino di mare, il "Trabocchetto". Lo testimonia anche il suo simpatico nome che incuriosisce e pretende spiegazione, proprio per la gergalità del termine, ancora oggi ampiamente utilizzato. E chissà che questa "subdola macchinazione tesa a ingannare qualcuno" come recita Treccani non nasca proprio dall'oggetto in questione, che ha dato il nome a questo vino. Vediamo cosa dice in proposito il produttore: "Il Trabocchetto riveste da sempre un significato simbolico e permeante della tradizione marinara della regione Abruzzo. Il Trabocco (o trabucco) rappresentava difatti una innovazione nelle tecniche di pescaggio importata dal medio oriente. Le prime tracce letterarie, datate diciottesimo secolo, rivelano quanto quest’antica costruzione da pesca divenne ben presto tipica nella Costa Adriatica. Realizzato esclusivamente in legno, il Trabocco permetteva ai Pescatori di lavorare nelle peggiori condizioni metereologiche. Il Trabocco si identifica prevalentemente come una lunga passerella in legno che attraversa il mare, ancorata alle rocce costiere. Lunghe braccia o tiranti sostengono una enorme rete chiamata “Trabocchetto”. Tra le finalità anche quella di esplorare le correnti al fine di intercettare i branchi di pesci che si muovevano verso la costa. In epoca medievale il termine Trabocchetto fu usato per indicare i più potenti strumenti di offesa delle armate Europee. Giganti in legno, catapulte utilizzate dai centurioni all’assalto di fortezze e castelli attraverso l’Europa e terribilmente temute". Insomma ce n'è da costruirci sopra una bella storia, sul "Trabocchetto". L'etichetta è graficamente moderna, presenta elementi stilizzati in linea con il concept, la territorialità c'è, il profumo del mare anche. Probabilmente anche nella vigna, nell'uva e nel vino.

Divinazione e Assoluzione di un Nome

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Assolto, Teroldego, Redondèl.

Cercando attentamente se ne trovano di piccole realtà vitivinicole che operano bene sia nel prodotto che nella sua comunicazione. Nel loto piccolo ma bene. Con freschezza, ilarità quando serve, e senza perdere in credibilità ed efficacia. Cercando, abbiamo trovato questo rosato che è stato chiamato "Assolto". Che bel nome. Con una storia "privata", tutta dentro la passione di chi lo produce (e dopo ne vediamo testimonianza) e anche un significato più ampio, se vogliamo legato a questa nostra Italia dalle radicate tradizioni cattoliche. Il vino, un "peccato" che può darsi l'assoluzione da sé, quando è buono e genuino, per quanti meriti si porta dietro da 2000 e passa anni. "Assolto" perché alla fine, anche alla "mensa del Signore" il vino è presente e protagonista. Ma ecco la spiegazione del produttore (nel sito internet) riguardo a questo nome: "Assolto... la mia idea di vino rosato. Gli acini pigiati rimangono solo poche ore a contatto con il proprio mosto, per poi esser assolti dal loro compito lasciando al futuro vino solo i sentori più leggeri e fragranti di fragola, di petali rossi e rosa. Di moderata gradazione, sempre fresco d'annata, si lascia convincere da ogni pietanza a desinar con lui: un vero gentilvino d'altri tempi". E che bel neologismo anche "gentilvino"! Per quanto riguarda il design dell'etichetta troviamo anche qui una semplicità d'animo di grande piacevolezza: pulizia, chiarezza dei termini, una eleganza "contadina" che ben si integra (facendosi notare) nella modernità che il mondo del vino di oggi, in ogni caso, deve saper affrontare. Bravi.