Anche i Vitigni hanno i Loro Insoliti Nomi

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Maturano, Spumante Charmat, Cominium.
Questo è un vino che attira l'attenzione per diversi motivi (ma non per l'etichetta, che risulta, lo diciamo in partenza, abbastanza sul classico-anonimo): in primo luogo il nome del vino che è anche nome di un vitigno autoctono praticamente sconosciuto; poi la lavorazione del medesimo, con metodo Charmat (e anche per il fatto che ci troviamo nel Lazio, regione che di certo non viene annoverata storicamente tra quelle produttrici di vini spumanti). Il vitigno si chiama quindi "Maturano", immaginiamo con l'accento sulla seconda "a", anche per non generare corto circuito con il verbo "maturare", strettamente legato all'uva e al momento della vendemmia. Certo che le uve nel Lazio maturano bene: siamo nel centro Italia, dove il sole si fa sentire già molto più che a nord. Il curioso "bisticcio" linguistico che porterebbe qualcuno ad accentare "Maturano" sulla "u", potrebbe invero generare notorietà per il prodotto, nel rispetto del principio per il quale l'importante è che se ne parli. Certo siamo di fronte a una nominazione curiosa.


Buonissimi Vini dalla Semantica Velenosa

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Veneroso, Sangiovese e Cabernet, Tenuta di Ghizzano.

Questo molto ben quotato vino toscano, riconducibile alla Doc Terre di Pisa, si chiama "Veneroso". Oltre ad una difficoltosa pronunciabilità, va da sé che per chi non conosce la storia dell'azienda (e la famiglia che la dirige) il salto semantico, fonetico, concettuale, alla parola "velenoso" è questione di un attimo. Questione di una svista, di una distrazione, di un gioco di parole, certo, ma pur sempre facile da accadere. Approfondendo, il potenziale cliente scoprirà che la proprietaria della tenuta si chiama Ginevra Venerosi Pesciolini (proprio così) e quindi il nome "Veneroso" deriva da uno dei due nobiliari cognomi. Ricorda, questa vicenda nomeica, un'altra famosa azienda vinicola di Ascoli Piceno: Velenosi Vini. Anche in quel caso una questione di cognome famigliare che per l'utilizzo come marchio avrebbe potuto essere considerato in modo diverso, ma tant'è. Tornando all'etichetta del "Veneroso", che qui vediamo nella versione vecchia (a sx) e in quella rinnovata e migliorativa (a dx), possiamo dire che si tratta, graficamente, di un grande classico: ben equilibrata, ordinata, lineare, senza "frizzi e lazzi", dove l'attenzione è appunto concentrata sul nome del vino, in tono granata, che opportunamente spicca rispetto alle altre diciture. Per concludere: "Veneroso" può ricordare anche aspetti positivi, da "Venere", icona di bellezza, a "venerabile", indice di saggezza, sia pure può accusare altre assonanze negative (pensiamo anche solo alle malattie veneree) che non stiamo ad elencare e che si sommano al rischio principale descritto all'inizio di questo articolo. A parziale conferma che probabilmente lo studio di una alternativa sarebbe auspicabile.

In un Vino il Bouquet è Importante, anche Esteticamente

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La Regina, Nascetta, Serra dei Fiori (Braida).

packaging design packagingdesignIl nome di questo vino non rappresenta qualcosa di speciale. Va certamente annotato che fa parte di una serie che comprende anche "Il Fiore" (Chardonnay 70% e Nascetta 30%), "Asso di Fiori" (Chardonnay in purezza, raccolta tardiva) e "Re di Fiori" (Riesling Renano). A questo riguardo ecco il commento del produttore tratto dai testi del sito internet: "Il marchio della tenuta Serra dei Fiori gioca sulla sintonia degli sguardi dei proprietari, sguardi positivi che si uniscono in fiore, sul gioco, attraverso il seme e valore delle carte" (non chiarissimo, il commento). Comunque la nostra attenzione è stata attirata dal colore, questo giallo pieno che caratterizza l'etichetta de "La Regina", e dalla pulizia grafica del packaging. Siamo in Piemonte, dove le tradizioni, fortunamente, perdurano sia nella lavorazione del vino sia nella creazione delle etichette, ma qui siamo di fronte a una etichetta innovativa, contemporanea, dinamica, moderna, dai tratti filanti ed ergonomici (dal punto di vista dell'occhio che la guarda). Un'etichetta caratterizza sempre, a suo modo, il vino che sta "vestendo". Una grafica così di impatto esce bene anche a scaffale, naturalmente. La bottiglia si fa notare. Il vino è pronto per essere acquistato e degustato.

Scomodando Giulietta, Romeo, Lichtenstein e Van Gogh.

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One Last Kiss, Pinot Grigio Veronese, Storywine Import.

winelabels packaging illustrazione artUn giovane designer tedesco ha creato 5 etichette molto particolari per un importatore americano. Sono insolite sia nella grafica sia per il concetto artistico che vogliono esprimere (la storia di Romeo e Giulietta invece, bisogna dire, che è ormai inflazionata). Le etichette appaiono come dei fumetti. Lo stile ricorda quello di Roy Lichtenstein. Le colorazioni sono forti, impattanti. Il brief del cliente parlava chiaro: "Label must stand out from other wines, focuses on target group and should hold an high recognition value (in the style)”. I nomi (The Feud, Capulet's Balcony, One Last Kiss, etc.) richiamano la storia alla quale le grafiche si vogliono ispirare. Il risultato, da arrubricare tra le soluzioni "moderne" per un vino, è certamente impattante, originale. Forse non sarebbero molto adatte al mercato europeo, ma per un utilizzo commerciale world-wide-wine, possono funzionare. Si tratta, tecnicamente, di digital-art di ultima generazione, a conferma che le emozioni possono essere evocate anche da "strumenti" ed elementi attuali così come, certamente, da immagini classiche e "tradizionali". 
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Diamo la Parola al Vino

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packaging branding grafica comunicazioneBivi!, Cesanese del Piglio, Az. Agr. Elena Sinibaldi.

Far parlare il vino, normalmente significa versarlo nel bicchiere e assaggiarlo per "sentire" quello che ha da raccontare. Le papille gustative come tante orecchie. Prima di versare il vino, però, ci sono altri passaggi obbligati: lo scaffale, i consigli, la decisione di acquisto, il momento di consumo, la scelta degli abbinamenti e infine lo stappo. Per questo esistono le etichette. Che aiutano il vino a raccontarsi, prima di poterlo effettivamente bere. Insomma l'etichetta lo fa parlare. Gli dà parola. Mai come in questo caso, dove sia nel fronte-etichette, sia nel retro, vengono spese belle parole per accompagnare il nobile nettare fino alla bocca dei fortunati bevitori. Si tratta qui del vino di una piccola azienda (solo 3 ettari di vigne) che si localizza a sud-est di Roma, nella provincia di Frosinone, in quella terra che tutti conoscono come Ciociaria (la questione geografica è più complessa ma non staremo a soffermarci). Un territorio che comunque non figura tra quelli più noti, turisticamente e storicamente. Tanto per intenderci la cittadina più conosciuta di quella zona è la famosa Fiuggi, patria di una certa tipologia di acque minerali. Ancora meno noto è il vitigno in questione, il Cesanese del Piglio, ove Piglio è il nome del piccolo paese dove queste uve trovano le proprie radici, culturali e materiali. Ma veniamo all'etichetta in questione che sul fronte riporta in grande il nome del vino, "Bivi!", un eloquente invito alla mescita, diretto e simpatico, breve e immediato. Una frase, sottostante, cita niente meno che il Creatore, che avrebbe infine affermato (in forma dialettale) "Aecchi, se beve!". Piuttosto rustica l'esposizione e anche la raffigurazione di una mano con un grappolone d'uva. Ma il tutto risulta accattivante, credibile, gioviale e "generoso". Sul retro una poesia che vi invitiamo a leggere e che parla di sole, di zolle, di vento, d'amore. Non può considerarsi un esempio virtuoso di design, ma l'uso della comunicazione verbale risulta efficace e credibile. E il vino? Schietto ma elegante. Bevibilissimo. In una parola, buono.

Il Bandito Francese di Lessona

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'l Franc Bandit, Cabernet Franc, Proprietà Sperino.

Ne abbiamo viste di etichette in questo blog (superati i 700 post con questo articolo). Ma questa è davvero tra le più folli. Dove "folle" è un complimento, naturalmente. Come nel famoso spot Apple di qualche anno fa. Si tratta di un vino speciale (anche nel prezzo, costa più o meno 100 Euro a bottiglia), un Cabernet Franc in purezza ottenuto dalla meticolosa coltivazione di soli 10 filari per una produzione totale di 1000 bottiglie, nella zona di Lessona, dedicata di solito al Nebbiolo (l'azienda logicamente produce anche altri vini a base Spanna, nome locale del Nebbiolo, ed è conosciuta e stimata anche per questi). Certo siamo di fronte a una personalità (quella del produttore e ideatore dell'etichetta in questione, nonché del vino) molto eclettica. Insomma, se non sono un po' matti non producono buon vino, si direbbe una regola aurea. Passando ad una analisi pratica: l'etichetta è atipica, tutta scritta, praticamente. Le parole, a partire dal bislacco nome "'l franc bandit", la fanno da protagonista: soprattutto quelle del testo, che tentano di spiegare come stanno le cose. Lo riportiamo anche qui di seguito: "attraversando le Alpi, elegante Cavallo Bianco, di qua e di là, eccetera... nobili radici, silenzioso, solitario bandito, e un sacco di altre cose, se solo mi venissero in mente. E va bè, forse basta, anzi no: lui ci ha preso gusto su queste antiche sabbie che nobilita, e loro lui, e bla bla... solo per arrivare a fondo etichetta. Vigoroso, intenso, sanguigno, franco bandito! Ecco”. Si riconoscono, tra le righe, allusioni plausibili: al fatto che il vitigno è francese e quindi ha varcato le Alpi, che il terreno nella zona di Lessona è sabbioso (color giallastro) ed esattamente "sabbie marine plioceniche sovrapposte a sedimenti fluvioglaciali del quaternario" e che si tratta di un "bandito": la trasgressione fa sempre bene alla comunicazione.

Adone il Bellone, Detto Anche "Tammuz"

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Adone, Rosso Toscano (Sangiovese e Merlot), Collemattoni.

arte cultura viticolturaEtichetta abbastanza classica, dalle cromìe eleganti che propongono il rosso Ferrari su fondo nero, sia pure nei canoni grafici dell'ambito in cui opera (Montalcino e dintorni). Anche il nome non è un soprassalto, merita comunque qualche approfondimento. Innanzitutto, come recita il sito internet del produttore "La scelta del nome di questo vino è un chiaro omaggio ad Adon Bucci, il padre di Marcello, colui che ha dato inizio all’avventura contemporanea di Collemattoni". Inoltre, sempre prelevando il testo dal sito: "Nella mitologia greca Adone rappresenta la bellezza e per Collemattoni questo vino è un ulteriore omaggio proprio alla bellezza del territorio e alla gente di Montalcino". È infatti noto che "Adone" richiama a storie mitologiche della Grecia Antica. Storie che sono diventate "modo di dire". Infatti se di un uomo si arriva a dire che "è un Adone" questo sottende una serie di conseguenze percettive. Ma vediamo da cosa origina questo modo di dire (Wikipedia): "Simboleggia la giovanile bellezza maschile... oggetto di importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici. È relativamente assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Tammuz e Baal Hadad, all'etrusco Atunnis, all'anatolico Sandan, di Tarso e anche al frigio Attis, tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione". Molto bene. Ed ecco una curiosità semantica: "Il vero nome della divinità era Tammuz: Adone è semplicemente il nome semitico Adon, “signore”, un titolo onorifico con il quale i fedeli si indirizzavano a lui". A noi non rimane che tentare un'ultima interpretazione, da profani: un buon vino dovrebbe essere anche bello. Dove spesso, nella dialettica, bello e buono vengono mescolati ed esprimono comunque eccellenza.

Salamandre, Cervi Volanti e altri Generi Benèfici

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"Salamander", Chardonnay, Andreas Tscheppe Weingut.

branding wine marketing comunicazioneLa nostra amica Claudia, instancabile winescout, ci segnala le etichette di un produttore austriaco che ha deciso di varcare la soglia della celebre riservatezza e classicità di quel paese adottando delle raffigurazioni di un certo impatto. Immagini tipo "bestiario" d'epoca ma assolutamente reali, si direbbe anche fotografiche, che ritraggono libellule (e ci potrebbe stare), farfalle (piacevoli) ma anche una salamandra e un cervo volante, due "animalini" in grado di suscitare qualche repulsione in persone sensibili. Stupisce soprattutto la salamandra (etichetta dello Chardonnay aziendale) che appartenendo al genere degli anfibi, di essi porta le sembianze tipiche. Salamandra pezzata per l'esattezza, con delle belle (?!) macule giallastre sul corpo. Comprendiamo la ragione di fondo: in etichetta infatti, "Glantz als Nützling", si fa riferimento alla utilità di questa "bestiolina" nel tenere in equilibrio la microfauna in vigna, nutrendosi di una serie di esserini sottoposti. Questo non toglie che una salamandra in versione reale sull'etichetta potrebbe creare, a qualcuno, anche solo il rifiuto di "toccarla" per versare il vino. Stiamo volutamente estremizzando ma la sostanza è questa. Anche il cervo volante (classificato in inglese come appartenente ai "beetle") fa la sua impattante figura (e il suo sporco lavoro in vigna, immaginiamo). Certo che queste etichette si fanno notare, nel bene e nel male. Possiamo quindi concludere comunque con un complimento dicendo che si tratta di scelte coraggiose.

La Congiura della Semantica

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Codazzo, Aleatico rosato, Terracruda.

È una bella etichetta quella del "Codazzo". Soprattutto la versione su sfondo nero (ne esiste anche una su sfondo bianco, un rosato "no barrique", mentre questo che vediamo raffigurato è la versione "Oro", barricata). Una bella illustrazione di una vite, in oro, fa da protagonista con eleganza, trasmettendo un senso di tradizione, storia, cultura, accuratezza. Ecco, non ci piace molto il nome del vino, "Codazzo" e nemmeno quello dell'azienda, "Terracruda", due accezioni che a prima vista possono trasmettere negatività. Il codazzo, si sa, allude a una situazione in cui una folla rumorosa crea disturbo, e la terra cruda può significare terra non fertile, aspra, non ospitale. Ma anche, riflettendoci un attimo, può alludere a una terra "originaria", intatta. Curioso osservare l'andamento degli altri nomi collegati a questo vino: Fratterosa (o Fratte Rosa), la località dove ha sede l'azienda e Soverchia il cognome del titolare. Insomma, a volte la semantica ce la mette tutta a generare dizioni impegnative, sia dal punto di vista fonetico che da quello del significato. Ripetiamo: graficamente le etichette sono molto valide, e il design scelto dal produttore viene portato avanti in modo chiaro e impattante per tutta la linea di produzione. Migliorabili probabilmente alcuni nomi (gli altri vini dell'azienda si chiamano: "Boccalino", "Garofanata", "Vettina", "Lubaco", "Ortina", "Olcio", "Orpe", "Ara Murata"... sembra una congiura letteraria).

Due Nomi Giusti, Forse Sbagliati

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Cantagrì, Canavese Rosso e Dry Ice, Erbaluce di Caruso, Silva.

packaging branding marketing comunicazioneEcco il caso di due nomi, della medesima cantina piemontese, Silva Vini di Agliè, provincia di Torino, che si possono considerare "giusti" (nulla che non va nelle due nominazioni, a livello letterale) e al tempo stesso sbagliati (se si approfondiscono un attimo i concetti che si muovono attorno a questi due prodotti vinicoli). "Cantagrì", definizione accompagnata da un grillo in etichetta, è abbastanza chiaro nella sua esposizione. Si tratta però di un vino rosso (un blend di vitigni non meglio precisati dal produttore) ed è proprio il "però" che ci porta alla critica: i grilli ricordano ampiamente l'estate, la campagna assolata e quindi il consumo di vini bianchi, o al massimo rosé, freschi e beverini. Il grillo insomma (oltre a definire anche un vitigno siciliano, tutto un altro discorso), è una iconografica chiaramente estiva che applicata a un vino rosso, stride (frinisce, potremmo a buona ragione dire). Il secondo nome qui in esame, porta i segni di problematiche diverse che conducono a una critica finale di tipo tecnico e non iconografico. "Dry Ice" infatti (oltre a significare "ghiaccio secco" in inglese, CO2 allo stato solido) è un nome che evoca i "vini di ghiaccio", cioè qui vini prodotti (in Canada ma anche qui da noi in Trentino, ad esempio) lasciando le uve sui tralci fino a dicembre, aspettando che congelino per poterne concentrare maggiormente il nettare. Qui invece si tratta di un vino bianco piemontese, l'Erbaluce di Caluso, che viene raccolto in modo normale, forse con qualche surmaturazione ma niente più. Il nome, si intuisce, riguarda la tecnica di vinificazione, per criomacerazione, che se evocata in questo modo, utilizzando la parola "Ice", può essere interpretata non nel modo giusto. E infine nulla da dire sul design delle etichette, nel senso che è meglio non dire nulla!

Barbera Californiano, Nome Italiano

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etichette marketing comunicazione brandingEnotria, Barbera, Graziano.

Un'azienda californiana che vanta avi piemontesi ha basato il naming delle proprie linee di produzione su nomi e definizioni decisamente italiani. Il nonno dell'attuale proprietario coltivava vigne in Piemonte per cui, perché non sfruttare questo vantaggio, in termini di storia, cultura, credibilità? Certo, le vigne che generano questi vini, oggi si trovano in California, ma l'utilizzo di definizioni in italiano fa sempre il proprio gioco, ovunque e comunque. In particolare nella linea denominata "Enotria", dove troviamo, oltre al Barbera, anche Arneis, Moscato e Dolcetto, vengono sfruttate ben 4 accezioni italiche: "Trattoria Enotria" (non si capisce se è un marchio, un nome, un'azienda o una semplice definizione, ma viene reiterata anche nella cornice che avvolge la grafica dell'etichetta), il nome stesso di linea "Enotria" ben in evidenza al centro, il nome del vitigno ("Barbera") e il cognome italiano nel logo in basso: "Graziano". Lo stile "a francobollo" dell'etichetta, accoglie un design che in generale possiamo definire arcaico-classico, che straborda nel "finto-tipico". Fortunatamente e opportunamente appaiono in etichetta anche le diciture Product of Usa e Mendocino County (se vogliamo, "Mendocino", una zona della California vinicola, è anch'esso un nome italianizzante). In rete si trova anche una foto (qui a dx) di un "Nebbiolo" della stessa linea di vini, che attualmente nel sito del produttore non risulta.

Attenzione ai Nomi, Ma Non a Tutti i Costi

packaging markerting comunicazionepackaging marketing comunicazioneCampo della Paura, Morellino di Scansano, Fattoria Querciarossa.

packaging marketing comunicazionepackaging marketing comunicazioneTra i 5 vini che troviamo nella gamma proposta da questo produttore di Montalcino (il marchio di cui stiamo parlando rientra sotto la società "Tenute Toscane") forse il più normale, diciamo passabile, è "Fulgente", non male, nome dotato di un ottimo assortimento di sfumature semantiche. Peccato che non si legga per niente sull'etichetta. Ma la nostra attenzione è stata attirata più che altro da "Campo della Paura", nome collocato in una etichetta classicheggiante ma... che nome! Degno di un film horror o di un racconto di Stephen King, piuttosto che di un tunnel della morte in un luna park di periferia. Ok, stiamo calcando un po' la mano ma certo il nome in questione non è tranquillizzante. Chissà cosa "c'è dietro", cioè cosa succede di notte nel campo, una vigna immaginiamo, in questione. Forse brancolano lupi. Forse alloggiano gufi e civette. Certo che i grappoli non se la passeranno bene, avranno qualche timore anche loro. Gli altri nomi della gamma dei vini di questa azienda? Fonte delle Serpi (sì, avete letto bene), un Vermentino probabilmente "pungente", e poi Rinaldone dell'Osa (strano anche questo, vero?) e il tutto sommato "normale" Osa. Tra l'altro non c'è uniformità di format (family feeling) tra le varie etichette, sembrano nate una per l'altra, in momenti e "intuizioni" diversi. Capita anche questo nel variegato mondo del packaging del vino.