Un Barolo che Nasce da un Bricco Molto Caro

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Carobric, Barolo, Paolo Scavino.

I piemontesi in generale e soprattutto i barolisti amano sfoggiare i nomi dei loro "bric", i bricchi, le sommità delle colline delle Langhe dove indubbiamente la vite cresce e matura meglio che in altre zone. Di bric e bricchi se ne leggono di tutte le dizioni sulle etichette di quella zona e anche il produttore qui in analisi ne ha diverse (Bric del Fiasc, Bricco Ambrogio, etc.). In questo caso, il vino che vediamo qui fotografato, si chiama "Carobric". Il produttore è uno di quelli di nome e di fama indiscutibili a livello qualitativo. Certo che chiamare un Barolo che costa variabilmente tra i 50 e i 75 Euro (on-line) "Carobric" potrebbe indurre qualche considerazione, se non qualche battuta, non positiva per il prodotto stesso. "Buono ma caro, il Barolo Carobric..." sarebbe il minimo, tra un calice a l'altro in qualche trattoria langhigiana (o "langhetta" che dir si voglia). Certamente "caro" ha anche altri significati, oltre a quello toponomastico e storico: caro è qualcosa a cui si tiene molto, caro è un parente, un amico, caro è una forma molto usata per dire "affettuoso", amato, adorato. Ma è anche accezione molto diffusa per parlare di qualcosa di molto costoso: "è caro". La percezione e l'uso della lingua parlata è un dedalo all'interno del quale è bene sapersi orientare. Senza lasciare nulla al caso... o al caro.

Imperfezioni che Comunicano Simpatia

Palistorti e Querce Gobbe, Blend di Rossi 
e Merlot, Ternuta di Valgiano e Petra Wine.

È una gara all'imperfezione più originale quella ingaggiata per il naming da queste due etichette toscane: tra "Palistorti" e "Querce Gobbe" non si sa cosa scegliere. Per simpatia voteremmo per le querce gobbe ma anche i pali storti hanno la loro goffa personalità. Per la cronaca il primo è un Colline Lucchesi Doc composto da Sangiovese (70%), Merlot (20%) e Syrah 10%. Il secondo è un Merlot in purezza del quale il produttore dice: "porta il nome della vigna che lo produce, Quercegobbe, posta ai margini della macchia mediterranea e orientata verso il mare". Sono due nomi che in ogni caso incuriosiscono e parlano dei luoghi di produzione, quindi bene. Originalità e territorialità. Per quanto riguarda le etichette: quella di Palistorti è estremamente lineare e pulita, forse troppo restìa nel comunicare. Inoltre adotta nelle diciture di legge, in basso, un fastidioso verde quasi fluorescente e poco leggibile. Querce Gobbe presenta un'etichetta molto classica con un disegno che riproduce l'ingresso della cantina di design che l'azienda ha edificato a nuovo. Nome in rosso su etichetta in bianco e nero: otticamente perfetto.

Essenziale. Pulito. Preciso. Punto.

Virgola, Syrah, Azienda Agricola Punto Zero.

Questa azienda veneta, in provincia di Padova, sui Colli Berici, si chiama Puntozero. Ci ha colpito l'estrema sintesi visiva delle etichette. Certamente frutto di uno studio, sia pure nella loro espressione semplice e lineare. Le etichette della gamma sono tutte caratterizzate da punti "ottici" di diverso colore. Il Merlot, in particolare si chiama "Punto", rimarcando il nome aziendale. C'è anche un Syrah che si chiama Virgola, ma gli altri vini non continuano con le "punteggiature": abbiamo "Trasparenza" (Pinot Bianco), "Idea" (Cabernet Sauvignon) e "Dimezzo" (blend di rossi). L'etichetta è monocolore (così come sono da monovitigno 4 vini su 5) e al centro di questo spazio che sembra infinito c'è un punto. Alla base il nome aziendale, nel basso dell'etichetta il nome del vino e il vitigno. Stop. Anzi si dovrebbe proprio dire, punto. Rimane da annotare che questo cromatismo assoluto a scaffale può funzionare. Trasmette eleganza, rigore, precisione. Caratteristiche che valorizzano i prodotti dell'azienda ancora prima di stappare le bottiglie e assaggiare. E questo è proprio quello che deve fare un'etichetta.
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Stiamo Insieme Sotto al Vulcano

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'nzemmula, Nerello Mascalese, 
Vini Ferrara Sardo.

naming concept branding Questo piccolo produttore che opera alle pendici del'Etna e che si chiama "Vini" Ferrara Sardo, in realtà, per ora, di vino ne ha solo uno. Ed è quello che vedete in queste foto. In un mondo fatto di degustazioni con centinaia di vini in catalogo e di aziende che producono infinite tipologie di vini (spesso "uscendo dal seminato" per motivi commerciali), produrre un solo vino (e farlo bene) diventa una nota di merito. Un plauso va a questo produttore anche per l'etichetta: piuttosto stereotipata, se vogliamo, in quanto il vulcano da quelle parti lo mettono in mostra tutti. È un segno di riconoscimento, ma se lo usano tutti si perde riconoscibilità. Ferrara Sardo lo ha ritratto però in modo artistico, accennato con un tecnica che sembrerebbe simile al carboncino e che comunque risulta immediata quanto eclettica. Dalla fumarola del vulcano esce, scritto a mano, il nome del vino: "'inzemmula", parola in dialetto che significa "stare insieme", cioè condivisione, gioia di condividere cibo, vino, passioni, illusioni, di questa vita che le viti rendono migliore. Un bel concetto, anch'esso non originalissimo ma verace e condivisibile. Etichetta semplice, che alla base riporta il nome del vino "in chiaro" (giusto renderlo leggibile a tutti) e la dicitura di legge "Vino Rosso". Toni caldi come si addice a un vino vulcanico. Bella la frase in siciliano che appare nel sito del produttore dopo la descrizione del vino: "Godetene: "pi lu piaciri di stari 'nzemmula"!

L'Importante è Procedere Bene

branding concept marketing comunicazioneProcedo, Barbera, Lady Hill Winery,

Ha attirato subito la nostra attenzione questa etichetta spartana. Da lontano si coglie un bollo rosso al centro di un fondo nero. Ottico e attenzionale. Il nome, in bella evidenza, è "Procedo", parola italiana con un etimo interessante: da "procedere", francese "procèder", dal latino "processus", composto da "pro" posto davanti a "cedere" nel senso di camminare, andare. Nel sito del produttore, in inglese troviamo: "the Procedo (meaning, “to go forward”) label is the wine buyer’s next step to experiencing the True Northwest flavors of Lady Hill Winery. Using premier regional grapes from heritage Northwest vineyards (including Barbera and Sangiovese from Washington’s Red Willow Vineyard, the first planting of these grapes in the Northwest) Procedo wines are Northwest expressions of classic Bordelaise and Super Tuscan-inspired varietals and red blends". Guardando l'etichetta più da vicino ci si accorge che il bollo rosso un'impronta digitale, probabilmente di un pollice. E su questo il sito aziendale dice: "The smartly designed bottle reflects a bold and masculine statement. The sophisticated silver and black tones, clean and modern typeface, plus the signature red fingerprint of Jerry Owen (his personal stamp on these Old World varietals) present an image of sophistication and craft that belies Procedo’s accessible price range, making a snap purchase decision easy". Essenziale il design, come si diceva all'inizio di questo articolo. Diretto, lineare, pulito, senza concessioni a facili emozioni se non fosse per quell'impronta, una specie di firma umana, un Dna personale, dotato di unicità e certamente in grado di incuriosire. Non sappiamo esattamente come viene pronunciato "Procedo" in america, ma a noi è comunque simpatico.

Brunello Zebrato Sempre Piaciuto?

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Zebras, Brunello di Montalcino, 
Villa i Cipressi.

grafica marketing branding comunicazioneDi fronte a un'etichetta così particolare (in considerazione anche del fatto che si tratta di un Brunello di Montalcino) è necessario dare subito delle spiegazioni. Le prendiamo direttamente nel sito del produttore, una giovane azienda toscana (che ha iniziato a produrre nel 2000): "La nostra cantina è piccola ma molto particolare perché è stata dipinta ispirandosi ad un quadro di Waltraud Redl, una nostra amica austriaca. Cosi Patrizia Bernini e Waltraud si sono divertite a dare vita a “Zebras” in un’ambiente insolito. Da tutto questo è nato anche il vino “Zebras”, un Brunello di Montalcino che è la selezione delle nostre migliori uve". In pratica, il locale dove si trova la barricaia è interamente affrescato con zebre multicolore, le medesime che vengono riportate in etichetta. Il vago significato (aggiuntivo) che abbiamo colto è che la molteplicità degli striati equini e la variabilità dei loro colori rappresenta le diverse zone (e forse anche tipologie di cloni) dove il brunello (sangiovese grosso) viene coltivato, selezionato e raccolto per essere trasformato in questo vino (top di gamma dell'azienda). Si tratta di un gioco, certo, che ha creato etichette iconografiche, "flagship" come dicono gli americani, atte a generare curiosità. E in questo ci riescono bene perché un Brunello che si chiama "Zebras" è certamente insolito e originale (anche un Rosso di Montalcino e una Grappa della medesima azienda hanno usufruito della zebritudine). Certo anche che il mood esotico che questa etichetta genera, nulla c'entra con il celebre altopiano toscano che ospita uno dei vini più tradizionali e conosciuti d'Italia.

Lettere in Ordine Sparso: il Caos-Design

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The Label, Cabernet Sauvignon, Turley.

grafica marketing comunicazioneL'importante è esagerare, recitava un noto cantautore milanese. E questo produttore della Napa Valley l'ha fatto. Ha esagerato. Stiamo parlando dell'etichetta del suo Cabernet, logicamente, qui ritratto. Una winelabel dark-style che ti sbatte in faccia esercizi di lettering come in una scuola di grafica. Ma partiamo dal nome, esagerato anch'esso (nel minimalismo creativo, diciamo così): il vino si chiama "The Label". Insomma, come se qui in Italia chiamassimo un vino "L'Etichetta". Potrebbe avere anche dei risvolti originali, tutto sommato. Vediamo il design: il nome, e gli altri elementi verbali del packaging sono letteralmente sparsi in tutta la superficie disponibile senza un senso, un verso, un nesso. Le parole vengono addirittura spezzate, invertite, ribaltate. Il caos creativo, direbbe qualcuno. Noi no. Ci viene da dire che è una gran confusione. Forse si farà notare, risulterà curiosa e strana a vedersi, ma questo esercizio di "stranezza" ci sembra fine a se stesso e quindi poco plausibile. Certo le etichette dei cabernet di Bordeaux sono invariate da secoli e quindi un po' noiose, ma qui si è esagerato.

Un Lettering e un Design Rivoluzionari

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Revolution, Brut Pas Operé, Cà del Vént.

grafica advertising marketing comunicazioneSi può proprio dire che con questa etichetta i ragazzi di Cà del Vént hanno mandato a gambe all'aria la leggibilità. Ma tant'è. Anche il vino, uno spumante, è "rivoluzionario" secondo molti intenditori. Tecnicamente è un ribelle del disciplinare del Franciacorta. Ma torniamo all'etichetta e al nome, "Revolution". Il design è pulito, essenziale, minimalista. E il nome... è di fatto scritto due volte ma per leggerlo serve l'elasticità (anche mentale) di un contorsionista. Alla fine il nome "salta fuori". Così nascosto e illeggibile che viene quasi (quasi) da elogiare una tale, azzardata, scelta. Come quanto il kitsch va oltre ogni misura e diventa arte. Discutibile, ma arte. Anche le scelte cromatiche sono insolite per il mercato in cui si colloca il prodotto. Un giallo canarino su toni di grigio che sicuramente non mancherà di attirare l'attenzione. Bisogna considerare che anche le altre etichette dell'azienda sono decisamente insolite (non le riportiamo per questioni di spazio ma sono visibili qui, nel sito del produttore). Onore quindi al coraggio di scelte anarchiche, ma tra rivoluzione e anarchia non vorremmo impantanarci in questioni politico-filosofiche. Il vino, tutto sommato, è materia semplice: è uva fermentata.

Nomi da Marketing d'Assalto

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Rosso da Pesce, Nerello Mascalese e Cappuccio, 
La Gelsomina.

Cosa avrà spinto questo produttore siciliano alla decisione di chiamare questo rosato (c'è scritto "Rosso" come definizione formale ma di fatto è rosato) con l'appellativo "Rosso da Pesce"? Sicuramente uno dei motivi sarà stata la volontà di collocarlo inequivocabilmente, a livello gastronomico, in un menu a base pesce. Ampliare quindi il suo consumo. Insomma una forma di marketing d'assalto con finalità commerciali. Tutto questo a rischio di gettizzarlo affiancandolo a una sogliola. La sua definizione, con questo tipo di precisione, probabilmente è stata adottata nell'intento di essere distintivi nei confronti della concorrenza. Anche perché da sempre i rosati vengono comunque ben considerati come affiancamento a un piatto di pesce. E poi Rosso da Pesce, tutto sommato, non è nemmeno un nome: è una didascalia, un consiglio, un suggerimento. Certamente i due vitigni che compongono questo vino sono "leggeri", anche nelle versioni vinificate in rosso vero non evocano vini spessi e profondi ai quali abbinare brasati e lessi piemontesi. Ma il complesso verbale di questa etichetta rimane in un certo senso incompiuto, con quel suo essere, né rosso, né rosato, nè carne, né pesce. Per il tutto il resto notiamo che il packaging design è così lineare da risultare irrilevante: in pratica ingiudicabile.
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Un Nome Rotondo Come il Bombino (Nero)

etichette brading comunicazioneRondò, Bombino Nero Igt (Rosato), Terra Maiorum.

D'accordo, il "rondò" ai giorni nostri è quella rotonda, a volte fastidiosa, che regola il traffico di molte vie che convergono nel medesimo punto, evitando così di posizionare un ancora più fastidioso semaforo. Noto altresì in Italia fu, molto tempo fa, un gruppo musicale che si chiamava "Rondò Veneziano" e che richiamava gli echi della musica cameristica in versione ritmata e moderna. Invece questo "Rondò", nome di un vino rosato pugliese, tratta probabilmente di un "giro armonioso di palato", nel senso che in primo luogo richiama una certa piacevolezza del vino. Il richiamo alla rotondità viene confermato da una illustrazione, un segno grafico, uno stilema, al centro della spartana etichetta: tre tratti arrotondati, fluenti, sinuosi, quasi a formare un vortice, quello del vino versato nel calice e poi fatto "girare", appunto, nel palato, per gustare e anche per "pulire" la bocca come da manuali enogastronomici. Questa è la versione export dell'etichetta, che appare comunque, e come detto prima, spartana, semplice, con pochi elementi in evidenza, fondo bianco, scritte molto leggibili, riferimenti essenziali. Anche dove, alla base, il nome dell'azienda, Terra Maiorum, bel nome, viene accompagnato dalla definizione "Cooperativa Lavorazione Prodotti Agricoli", completa ma probabilmente superflua. Nel suo complesso un packaging efficace, pulito, memorabile, non sugli scudi ma di ottima progettazione.

Nomi Forti e Tradimenti Vari

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Il Traditore, Sangue di Giuda, 
Azienda Agricola Manuelina.

Non vi è alcun dubbio: il nome "Il Traditore" si riferisce la definizione della tipologia alla quale attiene il vino, il Sangue di Giuda. Si tratta di un vino frizzante tipico dell'Oltrepò composto dai vitigni Croatina, Barbera e Uva Rara. Giuda infatti, nell'epopea cristiana raccontata dai Vangeli è notoriamente un traditore nei riguardi di Cristo. Non è una accezione bella, non è nobile, non è plausibile. Ma potrebbe starci in quanto rafforzativo, vicendevolmente, della tipologia e del vino stesso. Purtroppo tra i modi di dire della lingua italiana, spesso si sente pronunciare "quel vino è traditore", nel senso che dopo averne bevuto qualche bicchiere in più, il tradimento si manifesta con malessere o mal di testa o stato catatonico magari il giorno seguente alla libagione. Per cui il richiamo al tradimento potrebbe essere preso come un dubbio sulla genuinità, purezza, salubrità del vino stesso. Come minimo, questo "difetto semantico" potrebbe indurre a berne di meno, e questo non sarebbe male, in generale, ma di fatto ogni ombra che si proietta sul prodotto, certamente non aiuta una sua valida percezione.

Un Brunello nei Flutti Azzurri

packaging branding comunicazioneVigna Spuntali, Brunello di Montalcino, 
Val di Suga.

La potestà di questo vino è di una grande azienda italiana che opera nel settore farmaceutico. Stiamo parlando di investimenti, non di chimica del vino, naturalmente. Il marchio "Val di Suga" pre-esisteva e indicava una vitivinicola produttrice di Brunello dal 1977. Partiamo quindi dal nome aziendale, che presenta fastidiose assonanze con "sugo", e soprattutto con un volgo popolare, molto attuale (non lo era negli anni '70, a discolpa di chi decise di adottare questo nome, forse topografico) che richiama la parola "suca", non propriamente un'accezione elegante. Andiamo oltre analizzando questa etichetta (l'azienda ne ha altre, che indentificano il Brunello "base", il Riserva e altri due cru da vigne specifiche, Vigna del Lago e Poggio al Granchio). L'illustrazione, piuttosto fumettosa, esce dai canoni "brunelliani" (e questo è positivo, in un certo senso) ma lo fa con una giocosità forse eccessiva. Apprezzabile l'ironia che ha spinto il designer a collocare una bottiglia galleggiante in mezzo al laghetto (insieme a conchiglie, riccioli d'onda e forse pesci) ma con una riserva dovuta, appunto, alla tipologia di vino e di clientela. La presenza del lago (realmente esistente subito sotto all'edificio sede dell'azienda) giustifica la presenza di un croma azzurro, poco affine al vino e in generale alle etichette per il vino rosso. Si poteva probabilmente evitare il cromatismo lasciando tutta l'illustrazione in bianco a nero. Niente da dire sul nome "Vigna Spuntali" se non che foneticamente non è gradevole. Infine è probabilmente un errore dare poco rilievo (dimensionale e cromatico) alla scritta Brunello di Montalcino (collocata nel tassello inferiore dell'etichetta e poco visibile).

A Mantova si Parla Senese (ma si Beve Lambrusco)

packaging design grafica marketing comunicazioneS'i' Fosse Foco, Lambrusco Mantovano Biologico, 
Azienda Agricola Pacchioni.

naming grafica branding comunicazioneL'etichetta pulita, semplice, evocativa, diciamo pure moderna per essere di un Lambrusco, di questo vino (biologico, frizzante, a base Ruberti, Salamino e Ancellotta) attira l'attenzione non solo per il design ma anche per il nome. Nell'illustrazione vediamo un uomo con fattezze da "Passator Cortese", tra il brigante e il contadino che beve un bicchiere di vino. Tutto qui. In alto il nome dell'azienda produttrice. Al centro il nome del vino: "S'i' Fosse Foco", un evidente richiamo al noto sonetto medievale di Cecco Angiolieri, senese, e musicata nel '68 da De André. Vale lo sforzo di rileggerla nella versione originale: "S'i' fosse foco, ardere' il mondo; s'i' fosse vento, lo tempestarei; s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo; s'i' fosse papa, serei allor giocondo, ché tutti cristïani embrigarei; s'i' fosse 'mperator, sa' che farei? A tutti mozzarei lo capo a tondo. S'i' fosse morte, andarei da mio padre; s'i' fosse vita, fuggirei da lui: similemente faria da mi' madre. S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui". Nel sito del produttore non è dichiarata la ragione per cui il vino è stato chiamato così. Certamente è una scelta originale che può incuriosire e "funzionare" come primo elemento di comunicazione del vino.