Tentare è un'Arte, Resistere è Debolezza

grafica marketing comunicazione winelabelsTentaciòn, Tempranillo, 
Bodegas Martinez Corta.

grafica marketing storybranding comunicazioneQuesta cantina spagnola che ha sede e produzione nella celebre zona di La Rioja ha dedicato una intera linea di vini alle... caviglie delle donne. Girando l'argomento in modo più romantico e sensuale diciamo che queste originali etichette sono dedicate all'eleganza e all'attrazione che ancestralmente la femmina esercita sul maschio. Notiamo subito che nell'etichetta è intagliata al vivo la sagoma di una gamba di una donna che indossa una scarpa col tacco molto alto. La connotazione è subito quella della festa, del party, della celebrazione, della serata. E visto che siamo vicinissimi a Capodanno ci possiamo facilmente immaginare una situazione del genere con molti vini in "scaletta" e una convivialità di uomini e donne che hanno voglia di notare e farsi notare, con un pizzico di provocazione in più. Il nome del vino conferma: "Tentaciòn". Facilmente traducibile dallo spagnolo. La tentazione di un vino attinente (alla cena che si sta performando) e di persone attraenti (con l'usilio di qualche calice che, si sa, abbatte qualche ostacolo di troppo). Tornando prettamente alla tecnica visiva, l'etichetta risulta particolare, eloquente, intrigante, coinvolgente. Insomma si fa notare proprio come una bella donna che in più ha indovinato il giusto paio di scarpe. Astenersi feticisti.


Uno Zingaro Siciliano Metà Arabo Metà Francese

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Nawàri, Pinot Nero, Duca di Salaparuta.

storybranding storytelling marketing comunicazioneGli esperti e anche i meno avvezzi sanno che il Pinot Nero, Noir, secondo i nostri cugini d'oltralpe, trova la propria espressione di vera eccellenza solo in Borgogna, regione centrale e collinare della Francia. Ma in realtà ci sono altre aree nel mondo e quindi anche in Italia dove questo vitigno riesce ad esprimersi ugualmente bene. In Sicilia, sulle pendici dell'Etna, la nota casa vinicola Duca di Salaparuta coltiva, nella vigna Vajasindi (nome locale), uve di Pinot Nero per produrre due vini: uno di questi si chiama Nawàri. Nome che attira subito l'attenzione per la sua stranezza: non sembra dialetto, non sembra italiano. E allora come succede spesso in Sicilia bisogna cercare nel mondo arabo, e infatti questo nome risulta essere la traduzione dall'arabo di "Zingaro". Il senso è che il Pinot Nero, come uno zingaro girovago, ha trovato casa anche in Sicilia, trovandosi decisamente bene, su un terreno, come quello che circonda il cratere dell'Etna, quasi interamente vulcanico. Serve aggiungere che tra le caratteristiche del Pinot Nero vi è quella di non adattarsi a tutti i terreni e a tutte le condizioni pedoclimantiche. Si trova bene sono in alcune zone. E lì stabilisce legami con l'uomo e logicamente con la natura. L'etichetta di questo vino, graficamente, è molto pulita, semplice, ma offre particolari di spicco, come il logo relativo alla Tenuta di Vajasindi (quasi una co-marca, rispetto a Duca di Salaparuta) che viene espresso da una "V" in rilievo impressa con inchiostro dorato. Così come una attenta cura e scelta dei caratteri di scrittura di tutti gli elementi verbali del fronte-etichetta. Chiarezza ed eleganza che presentano il prodotto in modo eclatante ed efficace,

Nomi di Vigneti che Diventano Nomi Internazionali

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Shiarà, Catarratto, Castellucci Miano.

marketing storytelling comunicazione graficaSi tratta di un caso abbastanza comune di trasformazione di nome di luogo in nome di vino. E mentre l'annosa questione di come si scrive il nome del vitigno Shiraz (Syrah, Sirà, etc.), in questo caso Shiarà nulla c'entra anche perché il vitigno in questione è bianco ed è esattamente il Catarratto. Il nome di questo vino che nasce a quote alte (da 800 a 1000 mt s.l.m.) sulle Madonie, alle spalle di Palermo, in Sicilia, deriva dal nome della zona, della collina vinicola locale che si chiama "Sciarazzi". Ne deriva una specie di forma dialettale troncata, che somiglia molto a certe accezioni arabe che in Sicilia ancora albergano nelle locuzioni enogastronomiche anche di uso quotidiano. Ed ecco che, grazie anche all'ottima fonetica, alla brevità, al "fascino" del suffisso "sh" che rende il tutto un po' magico e fiabesco, oltre che vagamente internazionale, nasce un nome che è in grado di essere tale a tutti gli effetti, come memorabilità e carisma. Della grafica in etichetta si può dire che: sullo sfondo scuro, antracite, risalta molto bene il nome in carminio. E che in generale questa etichetta si può definire elegante. Migliorabile la leggibilità (ora in inchiostro argento fin troppo specchiante) del logo in alto, che risulta comunque di ottima realizzazione e sintesi (CM, iniziali del nome aziendale e grappolo stilizzato sotto al nome stesso). Aggiungiamo che il vino, commercializzato in soli 13 mila esemplari, viene ritenuto, dalla comunità di esperti assaggiatori, una delle eccellenze siciliane.

Gli Scherzi della Toponomastica

branding storytelling comunicazione marketingGuerra Ranch, Barbera, Topa Mountain.

comunicazione etichette vinoL'azienda vinicola californiana (a nord di Santa Barbara) che produce questo vino (e molti altri in gamma) si chiama "Topa Mountain" ed è stata fondata da un imprenditore di origini italiane, Lauro Guerra. Sarebbe facile fare della (facilissima) ironia e allora, visto che siamo alla fine dell'anno, ce lo permettiamo. In pratica: non sarebbe necessario scomodare qualche toscano per sapere a cosa fa riferimento, gergalmente in Italia, la parola "Topa". Chi la utilizza in California, sostanzialmente per il mercato Usa, è perdonato. Se non fosse che la famiglia che produce questi vini è di origini italiane: qualche parente in patria poteva avvertirli. Ma abbiamo anche un'altra ipotesi: forse, scoperto che le montagne vicino all'azienda e alle vigne si chiamano Topa Topa Mountains (proprio così: Topa è ripetuto due volte, risulta su Wikipedia e sulle mappe di Google) il produttore ha deciso di "giocarci sopra" e ha quindi chiamato così la propria impresa (con una "Topa" sola). Non sarà come la nostra Barbera, questa di coltivazione e produzione californiana, ma certo potrebbe avere un seguito, come dire, emozionale, anche commercializzata qui da noi. E potrebbe essere concorrenziale, se non altro per quel nome che campeggia sull'etichetta in bella evidenza. Scherzi della toponomastica. E voglia di scherzare anche per noi, non se la prendano le gentili signore e signorine che seguono questo blog. Di fatto è un esempio di come gli incroci linguistici possono produrre effetti inaspettati o anche volutamente provocatori. 

Insoliti Rosati Fra Leggende e Belle Realtà Lucane

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Frà, Aglianico del Vulture Rosato, Grifalco.

grafica branding comunicazione mktgCi sono almeno due elementi  da esaminare in questa etichetta (forse tre). Uno è "nascosto" nella sua versione letterale (si legge dietro nel retro-etichetta), cioè il nome del produttore: "Grifalco" rappresentato sul fronte solo dall'illustrazione come vedremo dopo. Sovviene anche ai meno fantasiosi che "Grifalco" è un neologismo che forma una parola unica attraverso la fusione di altre due. In pratica la leggenda del Grifone si unisce alla realtà del Falco. Dove il Grifone risiede nei racconti e nelle leggende del luogo, mentre il Falco il luogo lo presidia, in buon numero, come rapace e guardiano delle vigne. Siamo nella Lucania, piccola microregione della Basilicata, dove l'Aglianico (vitigno) è il Re e il Vulture (il vulcano) il suo mentore. La seconda analisi che si può fare deriva dal nome del vino vero e proprio, cioè "Frà". Ebbene si tratta del solito omaggio a una persona (in questo caso Francesca, la figlia del produttore) che però questa volta ha anche un significato interessante e coinvolgente: il vino è un rosato, quindi, nelle intenzioni divulgative dell'azienda, si tratta di un vino che non è né rosso, né bianco. Quindi si colloca "Frà" il rosso e il bianco, in una terra di mezzo in grado però di dare molte soddifazioni. Volendo c'è una terza e ultima considerazione: per il design e per le scelte cromatiche dell'etichetta. Certo il colore del vino è particolare e tutto sommato non stona con quell'azzurro cielo che di alimentare ha davvero poco. Si nota certamente il gradevole, emblematico e ben realizzato rapace iconografico che "domina" l'etichetta.

La Dirompente Energia di un Vino Orange (Viola e Giallo)

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Slatnik, Chardonnay e Friulano, Radikon.

design branding comunicazione etichetteQuello che attira subito l'attenzione in questa etichetta è la vera e propria aggressione cromatica messa in atto dal viola e dal giallo. Un agguato per gli occhi, aggravato dalla sinuose, quasi taglienti, serpentine che fanno zig-zag in mezzo alle lettere del nome del produttore. Siamo in Friuli, in un lembo di terra che si insinua in territorio Sloveno. Terra di vini bianchi, anzi, arancioni, come dicono gli esperti. È il caso di questo blend di Chardonnay e Friulano in proporzioni 80-20, che si chiama Slatnik. A proposito, il nome richiama una zona, un toponimo, che i vecchi del paese traducono in "terra d'oro". Ma torniamo all'etichetta che sul fronte presenta unicamente un quadrato, con il colori sopra menzionati, non proprio adatti al prodotto vino, se vogliamo guardare la casistica, e con il solo nome del produttore, Radikon, in evidenza. Sul retro tutto il resto: nome del vino, definizioni di legge, etc, etc. Il colpo d'occhio a scaffale c'è, ma è un colpo che rischia di offendere l'iride, di irritare la cornea, di insidiare la retina. Farsi notare è importante, ma c'è modo e modo. Bizzarra, certo, questa modalità di presentazione. Inconsueta, rompe le regole. Ma le idee "di rottura" rischiano di risultare fin troppo dirompenti se sono fini a se stesse.

E se Viene il Magone, il Vino Stesso se lo Porta Via

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Magone, Pinot Nero, Sergio Mottura.

Apprendiamo leggendo la scheda di questo vino nel sito del produttore che "Magone" è il nome del vigneto ("il più vecchio dell'azienda") dove maturano le uve del Pinot Nero laziale in esame. Ragioni storico-affettive-topografiche, quindi, hanno influito nella decisione di attribuire questo nome a questo vino. Ma vediamo cosa si trova, letteralmente, di fronte un potenziale (nuovo) acquirente: la parola magone, se non immediatamente concepita come toponimo può portare a interpretazione come "un grande mago" o piuttosto alla definizione di uno stato d'animo che comunemente viene descritto come "avere il magone". Infatti Treccani alla voce corrispondente afferma: "(dal germ. mago), region. - 1. parte dello stomaco del pollo, nella quale viene triturato il cibo, ventriglio. 2. (fig.) condizione di sofferenza psichica, che si manifesta come un peso sullo stomaco, spec. nell'espressione avere il magone." Il sito specializzato in etimo e semantica che si chiama "Una Parola al Giorno" dice: "Stomaco, specie del pollo; peso, accoramento (dal longobardo: mago gozzo.)" e aggiunge "una scena triste e stupenda di un film, o l'acme di una tragedia a teatro, o una musica sublime ci fanno venire il magone". Insomma la parola trasmette in primo luogo sensazioni legate a uno stato di malessere. Una condizione negativa che certamente il vino riuscirà, almeno in parte, ad annullare. Ma questo è un altro discorso. Graficamente l'etichetta è abbastanza anonima tranne che per la simpatica istrice, simbolo aziendale che si trova anche su tutte le altre etichette della gamma.

Nel Design Vale Tutto o Forse No

marketing branding grafica comunicazioneVal, Valpolicella Classico Superiore, Zýmē

naming packaging design etichette vinoL'azienda in analisi è partita (abbastanza) bene con il proprio logo, almeno a livello concettuale (come elaborato grafico un po' meno), ecco infatti il rational che si legge nel sito del produttore: "Il nome Zýmē proviene dal greco e significa “lievito”, elemento fondamentale nel mondo dell’enologia, ma anche elemento simbolico che richiama la naturalità, valore basilare nel percorso lavorativo ed esistenziale di Celestino Gaspari e il fermento, inteso come attitudine continua alla trasformazione. In sintonia con questa filosofia, il logo dell’azienda rappresenta una foglia di vite in cui è inscritto un pentagono, simbolo dei cinque elementi principali per la produzione del vino: uomo-vite-terra-sole-acqua". Ottimo. Uomo, Vite, Terra, Sole. C'è tutto. Ma graficamente, visualmente quindi, il logo stenta nell'essere "emblematico". In compenso la descrizione è coinvolgente. Per quanto riguarda le etichette di questa azienda vinicola veneta meglio dire che sono... migliorabili. Prendiamo come esempio quella di uno dei vini rappresentativi della gamma, e anche più commercializzati, il Valpolicella Classico Superiore. Macchia di colore uniforme, color vino praticamente, dove vengono applicate grafiche abbastanza incomprensibili. In alto a sinistra una "V" sembra includere un grappolo mentre un pennello, più in basso, sembra tracciare altre due lettere, a comporre quello che dovrebbe/potrebbe essere un nome: "Val". Sotto a questo "disegno" troviamo la definizione della tipologia di vino, corredata abbondantemente da puntini di sospensione. Alla base il logo aziendale con la foglia e il pentagono di cui abbiamo parlato all'inizio di questo post, e la firma del titolare piuttosto illeggibile. In generale una certa perplessità è d'obbligo.

Cupi e Dirupi sulle Montagne Altoatesine

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Lamarein, Lagrein, Mayr-Unterganzner.

Si tratta di un caso in cui l'etichetta rispecchia fortemente il contenuto della bottiglia. La percezione che immediatamente si riceve da questo disegno, del quale nulla sappiamo, ma il gioco questa volta è proprio questo, è di cupo rimuginamento (da "rimuginare", sempre che il Devoto Oli lo consenta). Si ha la sensazione di un vorticare di oscuri pensieri o come minimo di una meditazione profonda e solitaria. Un uomo di sicuramente di montagna, forse paleolitico, dai tratti certo non aggraziati, viene raffigurato con tecnica al tratto o al carboncino, intento ad osservare picchi rocciosi e meteorologia avversa. Stiamo parlando di una etichetta di un produttore altoatesino, e di un vino dal carattere piuttosto arcigno, dal colore impenetrabile, di concentrazione quasi indecifrabile. Si tratta, tecnicamente, di un Lagrein (vitigno) molto selezionato in vigna e quindi lasciato appassire da
ottobre a Natale in soffitta. Non contenti di ciò viene "internato" in botti di rovere (barriques e tonneaux nuove) per almeno 16 mesi. Il risultato, dice chi ha assaggiato questa rarità prodotta in pochi esemplari, è sorprendente per intensità e coinvolgimento papillare. Certo il coinvolgimento attenzionale, dell'etichetta, tratta le sfere emozionali noir e introspettive. Può essere una chiave di "apertura" anche questa. Del nome (che si legge solo sul retro) nulla si sa, "Lamarein", se non che pur essendo dolce nella fonetica, assona con "amaro". E anche con "Lagrein", logicamente. Forse è questa la chiave di lettura. Le indagini sono in corso.

Eternità del Vino, Dentro e Fuori

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L'Eterno, Pinot Nero, Feudi del Pisciotto.

packaging grafica cultura arte illustrazioneGrazie alla competenza e alla passione dell'enoteca Sorso di Vino di Milano, abbiamo potuto scoprire e apprezzare questa etichetta di un noto e qualificato produttore siciliano. Si tratta di un packaging che appartiene senza dubbio alla categoria "etichette d'arte". Etichette che oltre a parlare del vino che rappresentano, riescono ad offrire anche una prospettiva culturale. In questo caso il nome e l'immagine riportate sul fronte della bottiglia fanno riferimento a un'opera scultorea dell'artista Giacomo Serpotta (1656-1732) il cui restauro è stato co-finanziato dall'azienda vinicola in questione. Il titolo dell'opera è "L'Eterno", parola in grado di evocare spazi infiniti, mnemonici, temporali, forse quantistici, ma rimanendo con i piedi ben piantati in vigna, questo nome e quel gesto ritratto nell'indicare, o se vogliamo nel cogliere, possono calzare per sostenere l'espressione gustativa di un vino che dentro di sé ha una sorta di eternità ancestrale. Terra, tradizioni, cultura, civiltà, storia, un susseguirsi ed inseguirsi di eventi, soprattutto in Sicilia, dove la vite è sempre stata sollievo e testimonianza di natura e umanità. Resta da aggiungere che questo Pinot Nero, secondo gli esperti, fa il pelo e contropelo a certi costosissimi vini di Borgogna, con buona pace dei francesi che la Sicilia, in un antico passato, l'hanno conosciuta e anche un po' bistrattata.

Un Goccio di Stile Dialettale

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È got, Merlot e Sangiovese, Cevico Group.

storybranding branding brandawarenessQuesta linea di vini, che comprende, oltre al blend Merlot e Sangiovese (qui ritratto nella versione screw-cap per l'export e in quella classica col sughero), anche un Trebbiano e Chardonnay e un Rosé, presenta un design molto spartano, pulito, quasi etereo, se non fosse per il nome del vino (della linea in questo caso) e il carattere con il quale è scritto. Citiamo subito il produttore, al riguardo: "E' Got è il tipico bicchiere di vino in dialetto romagnolo; racchiude l'unità di misura per eccellenza per degustare un buon vino, ampio, che lasci passare i profumi ma non troppo capace, che lasci il desiderio all'ultimo sorso". Traducibile in "un goccio", aggiungiamo noi. Il carattere di scrittura ha uno stile "a mano" e si espone con un inchiostro speciale dorato (che sembrerebbe anche specchiato). Si incontrano qui (o si scontrano) lo stile campagnolo, dialettale del nome, con un design modernista, da arte contemporanea. L'impatto a scaffale c'è, in quanto la bottiglia si fa certamente notare anche a distanza. Il nome lascia un attimo di perplessità: poco intelleggibile, soprattutto dal punto di vista semantico. Problema, come spesso abbiamo detto, comune a tutte le  accezioni dialettali utilizzate come nomi.