Il Vino della Generazione Beat

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Beatnik, Trebbiano Toscano Macerato, Agricola La Svolta.

Davvero particolare la storia di questa parola che diventa nome del Trebbiano Macerato dell'azienda La Svolta (siamo in provincia di Firenze). Facendo un passo indietro possiamo dire che l'etichetta è impattante, intensa, di sintesi grafica gradevole e attenzionale, ha una propria originalità, si stacca dal mucchio. Così come il processo di produzione di questo vino, naturale e non forzato, macerato e non filtrato. Tornando al nome, non c'è nulla di più esaustivo della spiegazione che abbiamo trovato su Wikipedia, per cui ve la proponiamo nella versione integrale: "La parola "beatnik" è stata inventata dal giornalista Herb Caen, del San Francisco Chronicle, in un suo articolo del 2 aprile 1958, come termine denigratorio per riferirsi ai beats, ovvero ai membri della Beat Generation, come unione di parole con il satellite sovietico Sputnik per sottolineare sia la distanza dei beat dalla società statunitense corrente, sia il fatto che erano vicini alle idee comuniste, in un'epoca in cui gli Usa vivevano un profondo sentimento di anticomunismo e una paranoica paura rossa durante il periodo maccartista della guerra fredda. Gli appartenenti a questo gruppo beatnik hanno messo in discussione i canoni tradizionali di "rispettabilità", ribellandosi al conformismo alienante della società dei consumi al segregazionismo e alla disperazione del proletariato bianco agricolo, cercando alternative di vita nelle droghe, che avrebbero dovuto dare un approfondimento della consapevolezza interiore e nell'attività sessuale che avrebbe avuto una forza catartica di liberazione, la rivoluzione sessuale, secondo la teoria della funzione dell'orgasmo di Wilhelm Reich". Cosa aggiungere? Una bottiglia di vino rivoluzionaria o forse semplicemente refrattaria.

Ironia e Serietà in Oltradige.

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Platt & Riegl, Pinot Bianco, Cantina Girlan.

branding winelabels comunicazione mktgLe belle, semplici, etichette della Kellerei Girlan (Cantina Sociale di Cornaiano) sono da tempo caratterizzate dai disegni, molto originali e anche ironici, dell'artista Paul Flora. In suo omaggio, essendo scomparso nel 2009, la linea alta dei vini di Girlan, le Selezioni, si chiama proprio "Flora" (e quindi niente a che vedere con la sia pure rigogliosa fioritura dei prati altoatesini). L'impaginazione delle etichette, la grafica, è chiara, pulita, di facile lettura. La uniche note di colore sono nelle illustrazioni nella parte bassa, che richiamano la vita a il lavoro dei vignaioli e tutto ciò che ruota attorno a questa nobile e contadina attività. Bizzarra e un po' fuori dal suo stesso schema, il pierrot che annusa un calice di vino, nell'etichetta dello Chardonnay. Ma è del nuovo nato in gamma che vogliamo brevemente parlare, un Pinot Bianco dal nome quasi impronunciabile per chi è di lingua italiana: "Platt & Riegl". Anzi, a questo riguardo, facciamo "parlare" la spiegazione che si trova nel sito aziendale: "I vigneti del Platt & Riegl fondano le loro radici su una “placca” porfirica che interessa tutto l`Oltradige (in dialetto altoatesino “Platt”) e, basandosi su una profonda convinzione simile a quella adottata per la linea selezione Flora, comprende “vigneti” attentamente selezionati (in dialetto altoatesino “Riegl”)". Si tratta quindi, per questo nome, di una scelta giustificata da elementi "locali" che caratterizzano ulteriormente l'azienda come appartenente a un mondo germanofono. Forse un nome più internazionale avrebbe giovato. In ogni caso l'etichetta mantiene una propria dignità "semplice" che, come detto all'inizio di questo articolo, è sicuramente apprezzabile.

Etichette di Bocca Buona

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Taste Red, Blend di Rossi, Bedell Cellars.

branding grafica marketing comunicazionePossiamo facilmente collocare questa particolare etichetta tra quelle "provocative", creando un neologismo italiano, pescato nella lingua inglese (visto che l'azienda è americana). Provoca certo attenzioni e lo fa agendo su livelli diversi. L'impatto dell'immagine, cioè la sua grandezza. Il fatto che si tratta di un volto (al quale tutti noi prestiamo primaria attenzione per abitudine sociale), il fatto che si tratta di una (bella) donna con una espressione di "godimento", sottolineata dall'aver collocato il nome del vino "dentro" alla bocca della modella. Nome in rosso, tutto il resto in bianco e nero: anche questa è una provocazione, cromatica, estatica, attenzionale, ingaggiante. Esce sicuramente bene dalla "prova scaffale", dove spesso regna ancora un certo anonimato generale, per cui i colpi di scena sono destinati a farsi notare. Certo si potrebbe criticare questo uso (o abuso) di immagini "prevaricanti" per veicolare un vino: la tradizione va a gambe per aria in favore di un design avanguardista alla "Andy Warhol". Resta il fatto che la società "emittente" è americana e quindi della cultura europea probabilmente non sa cosa farsene. Per la cronaca, il vino rosso in questione è prodotto con queste percentuali e vitigni: 51% Merlot, 27% Syrah, 17% Petit Verdot, 5% Cabernet Franc. Nella gamma del produttore ci sono anche un bianco e un rosato col medesimo nome e raffigurazione.

Il Nuovo Vino "Uovo" di KK

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Mashed, Pinot Grigio, Kellerei Kaltern.

naming concept design grafica vinoAbbiamo di fronte un progetto "eno-tecnico" particolare che si avvale di un'etichetta particolare. Il senso è compiuto. Ma andiamo con ordine. La nota e grande cantina altoatesina Kellerei Kaltern o Cantina Caldaro che dir si voglia, in tedesco o in italiano, negli ultimi anni ha dimostrato un ammirevole spirito di iniziativa sia per quanto riguarda la ricerca vitivinicola e la conseguente produzione di vini spesso innovativi, sia per quanto riguarda le etichette chiamate a rappresentarli. Tra le altre novità ci focalizziamo su questa nuova linea chiamata Project XXX, che comprende per ora solo due vini: quello raffigurato, un Pinot Grigio che si chiama "Mashed", prodotto in soli 666 esemplari in bottiglia da 0,75l. e un Cabernet Riserva che si chiama "One by One", prodotto in 150 esemplari solo magnum. Perché Project XXX? Il produttore spiega che "Il nome Project XXX deriva da eXplore - eXperiment - eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata". Aggiungendo che si tratta di due vini non filtrati. L'etichetta di "Mashed" qui illustrata presenta una curiosità che è del tutto funzionale alla spiegazione del vino: un "buco" a forma di uovo al centro della cartografia. Il vino infatti, sfruttando una moda del momento, ma di memoria antica, fermenta in un contenitore ovale in ceramica (in pratica una simulazione degli otri in terracotta). A parte la questione enologica, l'etichetta si presenta in modo molto impattante, sia pure nella sua estrema semplicità. Da notare anche che nella parte superiore della bottiglia troviamo il logo della cantina in altorilievo ottenuto direttamente dallo stampo in vetreria.

Follia d'Oltreoceano in Stile Mediterraneo

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grafica marketing comunicazioneIl Folle, Grillo (e altri vitigni), Azienda "Il Folle".

Stiamo parlando delle etichette di una azienda americana "vestita" all'italiana. Nel senso che si tratta di vini che vengono commercializzati in Usa con etichetta italica, prodotti con vitigni tipici del nostro sud. Il progetto è di quelli che punta a fare marketing oltre oceano con assonanze europee e in particolare del bel paese. Il nome e il design non sono male: sono sinergici e quindi collegati visto che si legge "il Folle" e quest'ultimo in effetti appare anche in effige sotto forma di "Jolly" così come è stato trasformato e vissuto nelle regole attuali del gioco delle carte il Matto degli Arcani. Si sa che i Tarocchi nascono in Italia, forse in Spagna. I racconti sono molteplici ma la maggior parte degli studiosi attribuisce le prime raffigurazioni alle corti medievali dello stivale, dove gli aristocratici giocavano le carte in modo ludico ma anche psicologico, con letture che andavano oltre il semplice gioco (ma senza dirlo al Papato). La stilizzazione della carta del Matto (o Folle che dir si voglia) è ben realizzata, tra l'antico e il moderno. Tratti semplici ma coinvolgenti. Colori equilibrati e quindi adeguati ad una etichetta che si presenta con un certo charme nonostante il prodotto non sia di linea alta. Il nome pure attira, sia nella lingua italiana che nella riconoscibile parlata americana che accenna a termini italiani spesso e volentieri. 

Serve un Filo Conduttore anche per le Etichette

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Filo di Arianna, Lugana, Tenuta Roveglia.

Questa etichetta non è nulla di speciale. Cioè è fin troppo uguale a molte, con uno stemma "padronale" in alto, il nome dell'azienda, le altre diciture ordinate e centrate nella parte sottostante e con il nome del vino che si esprime un croma giallo che ne rende difficile la lettura immediata. Però questa etichetta ci fornisce l'occasione di raccontare una storia che tutti conoscono ma pochi ricordano: la vicenda del Filo di Arianna. Il problema è che di questa storia mitologica esistono molte versioni. Quella più accreditata racconta che Arianna si innamorò di Teseo quando egli arrivò a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna fornì a Teseo un gomitolo di lana (il filo d'Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne indenne. In realtà il labirinto è rappresentato, appunto, dal dedalo di varianti di questo racconto. E dalla bizzarra infinità di nomi legati ai suoi protagonisti. Valga da esempio anche solo il fatto che dagli amori di Dioniso (anch'egli giunto via mare al cospetto della bella) e Arianna nacquero Toante, Stafìlo, Enopione e Pepareto. Che ricchezza semantica: nella mitologia greca ci sono nomi sufficienti per tutti i vini del mondo!

Evoluzione e Marketing di Bollicine Venete

Evoluzione, Chardonnay e Pinot Bianco Metodo Classico, Trevisiol.

grafica branding marketing comunicazioneSi tratta innanzitutto di un esperimento enologico che sfocia in una proposta di marketing davvero insolita. Questo vino, spumante, Metodo Classico, che riporta la curiosa dicitura "sboccatura tardiva" (finora abbiamo visto molte volte la vendemmia tardiva, ma qui si tratta piuttosto di una vendemmia "primitiva", che privilegia cioè l'acidità dell'uva non ancora matura), dopo oltre 30 anni dalla sua creazione, viene proposto in una confezione multipla composta da 6 bottiglie di annate che vanno dal 1985 al 1990. Il nome del vino spiega bene e subito il concetto: "Evoluzione". Una metamorfosi che riguarda il possibile percorso organolettico di questo vino, di anno in anno. Questo percorso viene sottolineato in etichetta dalle sagome di ominidi (prima) e di un uomo evoluto (in fine) secondo una "crescita" anche di statura. In ogni annata la sagoma  dell'ominide corrispondente figura colorato di arancione. Etichetta curiosa, al tempo stesso semplice nella grafica, descrittiva, con caratteri di scrittura moderni e ben leggibili. Diciamo che il concetto, cioè le intenzioni di marketing, vengono ben accompagnate dal packaging che è coerente e sinergico. L'azienda nota per la produzione di Prosecco propone così una sperimentazione commerciale oltre che enologica. Il prezzo non è certo da discount ma l'esperienza gustativa, assicurano gli esperti, e di quelle che fanno epoca (e categoria a sé).
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Il Pecorello della Molarella (della Pizzuta).

winedesing concept branding comunicazioneMolarella, Pecorello Bianco (Val di Neto), 
La Pizzuta del Principe. 

Siamo in Calabria dove i vitigni locali sono sconosciuti ai più, ma ben coltivati dei pochi e ispirati viticoltori del piede d'Italia. Il caso di questa etichetta ci presenta diverse considerazioni interessanti. Innanzitutto il vitigno, appunto, che si chiama "Pecorello" e che diverso (ma sembra apparentato) rispetto al più noto "Pecorino" del centro Italia. Questo autoctono calabrese è riconducibile al "greco di Rogliano" dice la competente analisi di Ais. Nomi diversi per il medesimo ceppo: Guardavalle piuttosto che Greco di Bianco o Malvasia delle Lipari. Ma torniamo alla nostra etichetta dove non può sfuggire il simpatico nome del vino: "Molarella". Deriva dal luogo dove ha corpo la vigna, definito dal produttore come "vignale", termine che non si legge facilmente in giro. Particolare anche il nome dell'azienda "La Pizzuta del Principe", derivante anch'esso da topografie locali, infatti la sede di questa azienda agricola si trova a Strongoli in provincia di Crotone, nella contrada "Pizzuta". Certo non è facile memorizzare queste tre menzioni che in etichetta hanno lo stesso "peso", ovvero la medesima grandezza del carattere di scrittura e quindi una equipollente visibilità: Molarella, Pecorello, Pizzuta del Principe. Qualcosa resterà, anche perché il vino, si dice (in rete) sia molto buono.

Linguismi Equivoci in Terra di Confine

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Sepp's alte Rebe, Sylvaner, 
Tenuta Spitalerhof.

Si tratta sostanzialmente di un albergo che produce anche vino. Diciamo pure azienda agricola famigliare, come molte se ne vedono in Alto Adige, quella parte d'Italia che Italia non vorrebbe essere e dove, effettivamente, si beve molto bene (ma non altrettanto bene, si mangia, almeno per le abitudini mediterranee). I vini di questa azienda hanno le etichette praticamente tutte uguali, cambia solo il nome del vitigno in basso. Ma è il nome stesso della proprietà e la grafica con la quale è scritto che ha attirato la nostra attenzione: Spitalerhof è scritto con l'iniziale, "S", in oro, poco visibile e molto arzigogolata, in stile austro-ungarico (o forse solo austro "antico"). Morale: si può facilmente leggere solo "pitalerhof" ad una superficiale occhiata. Questa grande diversità tra la lettera iniziale e le altre lettere che compongono il nome può rappresentare un problema di leggibilità. Al punto che, e lo diciamo da italiani e per la lingua italiana, si potrebbe percepire la parola "pitale" che pur essendo desueta mantiene pur sempre il suo poco simpatico significato, soprattutto per quanto riguarda un liquido di colore giallo... in quanto il pitale è (Treccani): "dal greco πιϑάριον, nome di recipiente. Vaso da notte, orinale". Si tratta di un rischio minimo, ma presente. Facilmente evitabile modificando la "S" iniziale in modo cromatico o grafico e rendendola più uniforme con il resto del nome.

Una Contemporaneità che Scende dai Monti

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Kròz Bianco,
Chardonnay e Müller Thurgau, 
Villa Corniole. 
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Due nette sensazioni pervadono la percezione di questa etichetta trentina. Una riguarda la bella rappresentazione del soggetto principale (una montagna) e l'altra il marchio aziendale. Un elogio va alla prima percezione: la stilizzazione della montagna che dà nome al vino. Infatti "Kròz Bianco" è il nome antico in lingua germanofona che corrisponde all'italiano e attuale Monte Corona. Siamo tra la Val di Cembra e la Piana Rotaliana, dove il Trentino quasi diventa Alto Adige e di fatto in quelle terre più a nord in parte si identifica per quanto riguarda allocuzioni e tradizioni. Anche se un po' duro, il nome "Kròz" è efficace, immediato, primeggiante. Il design che lo descrive, nella parte superiore dell'etichetta, è affilato, artistico, risolutivo. In una parola è bello, reca un'emozione. In generale, grafica pulita, fondo piatto, elementi che spiccano, eleganza. Peccato per la caduta stilistica, non a caso in basso, accusata, a nostro modesto parere, dal logo aziendale. Che denuncia di essere datato e stereotipato. Troppo diverso dal mood contemporaneo dell'etichetta. Troppo "allineato", mentre la ricerca stilistica della parte superiore risulta scattante, distintiva, moderna, dinamica.