Uno Sciamàno Sciammannato in Valcamonica

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Sciamàno, Valcamonica IGP, Cantina Flonno.

Una piccola cantina, di recente costituzione, in una delle valli meno conosciute (almeno dal punto di vista vinicolo) del Nord Italia. Provincia di Brescia, Lombardia. Di conosciuto ci sono le iscrizioni rupestri del Parco Nazionale di Capo di Ponte. Graffiti su roccia, un forma di "antico design", che raffigurano persone, scene di vita, arnesi e simboli di antichissima origine. Di questi ritrovamenti grafici, la Cantina Flonno ne ha fatto etichette. Cioè immagini per i propri vini. Davvero curiosa la figura dello "Sciamàno", dedicata al vino bianco Igt (Riesling Renano) dell'azienda in questione. Etichetta ora non più in gamma, sostituita da altre rappresentazioni, ma che ci ha colpito, per la sua allegra spensieratezza e per un particolare che non può sfuggire: l'omino vetusto, oltre a sfoggiare una folta chioma esibisce anche... un attributo, diciamo così, una propaggine, tipicamente maschile. E corre felice con un calice in mano. Tra realtà e finzione, tra arte rupestre e divertente "variazione" sul tema, di fatto questa etichetta si fa notare. L'omino in questione è uno Sciamàno, come conferma il nome del vino. Certo, un accento sulla seconda "à" sarebbe stato d'aiuto. E di sicuro una migliore impaginazione e gestione grafica del resto del packaging sarebbe stata auspicabile. Ma insomma, un sorriso lo ottiene.

L'Arcaico Non Muore Mai

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Taurasi, Aglianico, Borgodangelo.

Il progetto è abbastanza giovane, le etichette sono di vecchio stampo. Certamente è necessario considerare che siamo in una di quelle aree vinicole italiane dove la tradizione si fa ancora sentire in modo preminente. Possiamo anche dire prevaricante. Alla guida delle aziende della pregiata zona del Taurasi Docg i nonni stanno cedendo il passo ai nipoti, ma la classicità del vitigno in auge, l'Aglianico, e la zona, l'Irpinia, ancora oggi abbastanza "isolata" a livello socio-culturale, non contribuiscono ad aperture immediate o quanto meno veloci nei confronti della comunicazione. Forse l'adozione di questo stile "storico" non è del tutto un errore, perché porta avanti un discorso di credibilità strutturato sul passato, certo che se l'estetica non è (solo) un'opinione, non si può dire che questa etichetta sia moderna, concettuale, comunicativa. I canoni classici ci sono tutti: foto di una antica costruzione in alto, compresa in un ovale decorato a frasche, testi stampati con un carattere sì insolito, ma che imita lo stile antico di certe scritture amanuensi, logo aziendale molto semplice e di tipo... tipografico. Il fondo nero, come sempre, attribuisce preziosità, il rosso dei caratteri anche, sia pure togliendo leggibilità. Come dire? La tradizione è salva, diciamo bella matura, la comunicazione invece è ancora un infante (da nutrire con cura se si vuole farla crescere).

Lascia o Raddoppia?

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Doppio Bianco, Pignoletto Frizzante, Tre Monti.

Certamente si può dire che qualcosa che è "doppio" vale di più. Viene naturale. Si dice "vale il doppio" di qualcosa che supera decisamente il paragone, che è di valore superiore. Così un caffè doppio è più forte (e costa anche il doppio, logicamente). Un doppio whisky idem. Insomma a raddoppiare non si fa errore. Meglio di più che di meno. Stiamo "menando il cane per l'aia" perché di fatto non siamo riusciti a trovare una spiegazione riguardo al nome di questi due vini: Doppio Bianco e Doppio Rosso, due frizzanti, del produttore romagnolo Tre Monti. Possiamo fare delle ipotesi: "doppio" perché presenta anche la "seconda dimensione" del frizzante?
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Il bianco è un pignoletto in purezza, il rosso è una barbera, sempre in purezza. La frizzantezza si evince, nella grafica dell'etichetta, da quel brulicare di bolle, per il bianco sulla sinistra in alto, mentre l'etichetta del rosso le ha sulla destra. Etichetta pulita, essenziale. Il marchio del produttore in alto, il nome del vino al centro, la bolle come unico segno grafico, e sotto in piccolo la definizione di prodotto. Eppure si distingue. Attira l'occhio. Sarà la parola "Doppio", sarà la semplicità della formulazione, forse i colori forti (il giallo per il bianco, il rosso vivo per il barbera). Etichetta catalogabile tra la schiera di quelle "moderne". Senza concessioni al passato, dritta verso l'obiettivo.

La Forza e la Pacatezza del Sud

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Pacato, Primitivo di Manduria, 
Colle al Vento (Alibrianza).

In un primo momento il nome di questo vino non ci ha convinto. Parola difficile da pronunciare "Pacato", con alcune asperità fonetiche. Il carattere di scrittura, molto graziato e in rosso smaltato su sfondo nero non aiuta, per altro, una comprensione veloce. Vediamo cosa dice Treccani riguardo questa parola ormai desueta: "...dal latino pacatus, part. pass. di pacare, pacificare. Quindi: acquietato, pacificato, dopo un precedente stato di agitazione, di concitazione, di irritazione. Più spesso, di persona che si mostra calma, tranquilla, serena, e anche degli atti, dei modi, dell’aspetto con cui si rivela tale stato d’animo, soprattutto nel parlare. "Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi da la pacata faccia" (D’Annunzio)". In un vino, crediamo di poter interpretare, questo nome riporta alla quiete dopo la fermentazione, tumultuosa per quanto riguarda i vitigni del sud. Si tratta qui infatti di un Primitivo di Manduria. La quiete dopo la tempesta, che porta equilibrio, assaporabilità, pace dei sensi. In effetti il design in generale dice questo... volo di uccelli in alto a sinistra, una piuma leggera proprio sotto al nome, linee sinuose alla base, caratteri arrotondati e percettibilmente "confortevoli". Nel complesso l'immagine regge e non stride.

Un Buco Nero Buono

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Buco Nero, Nero Buono, 
Azienda Agricola Sete.

Il progetto è ancora un "buco nero", proprio come il nome di questo vino. L'azienda si chiama "Sete". Sete di vino, logicamente. Nel sito, per ora un dominio in "parcheggio" a nome progettosete.it, si citano solo i "vini naturali" come inclinazione selettiva e commerciale. Anche se il sito aziendale "non dice", trapelano notizie. Si tratta di tre ragazzi nati nella zona a sud di Frosinone, che per ora annoverano solo 1 ettaro e mezzo di vigna. Hanno deciso di recuperare terreni e vigne abbandonate, con l'appoggio e l'aiuto dei vecchi saggi della zona. Di certo l'etichetta con cui questa giovanissima azienda presenta il proprio "Nero Buono", vino del Lazio, è sorprendente. Tra ufologia e mistero da racconto "noir", veniamo attirati dall'immagine, molto fumettistica, stile Alan Ford, quasi Diabolik, e finiamo, in un certo senso, in un buco nero della percezione. Effetto desiderato, crediamo, da parte del produttore: attirare l'attenzione. Forse il buco nero è un tino di fermentazione. Forse un acino che tutto ingloba. Minaccioso però. Dove rimaniamo a riflettere se lasciarci tentare, bere il vino e "finire nel tino", oppure farne argomento di curiosa conversazione a tavola. Certo gli amanti dei fumetti dark ne faranno incetta. Stile giocoso, quindi, anche per la scelta dei caratteri che descrivono le caratteristiche, libere e di legge, del prodotto. Non poteva essere altrimenti, un'azienda che in primo luogo decide di chiamarsi "Sete" e produce e vende vino, la mette subito sul sorriso. E un sorriso piace sempre.

Antico in Chiave Moderna (ma la Chiave non Funziona)

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Rosso, Syrah, Tenimenti d'Alessandro.

Molti dubbi, soggettivi, per carità, su questa nuova etichetta di Tenimenti d'Alessandro, e in generale su tutta la linea, rinnovata graficamente. L'azienda, oggi rilevata dalla famiglia Calabresi, si ispira ai vitigni del Rodano, e principalmente al Syrah e al Viognier. Così la nuova etichetta prende in "prestito" ideogrammi rivelati dal blasone di antichi fondatori (in terra di Manzano, Cortona, Arezzo), dove elmo e corona la facevano da padrone. Anche il carattere di scrittura è gotico per scelta. Ma non si possono premettere i rational di un design prima di averlo "visto". Semmai si fa il contrario. Ed ecco quindi una disamina volutamente non "acculturata" di questa etichetta. Un scudo, o meglio una figura geometrico-strutturale che lo ricorda, alcuni pallini colorati, la scritta "Rosso" (il nome del vino, sia pure molto generico), scritte di legge e altri piccoli particolari su sfondo bianco. La sensazione è quella di essere di fronte qualcosa di molto sterile. Una sorta di antichità sterilizzata più che stilizzata, rastremata ma anche rattrappita. Come spesso abbiamo portato ad esempio (per altre etichette esaminate) in questo blog, gli elementi presi singolarmente possono non essere deleteri, ma è lo stare bene insieme che dovrebbe riuscire a completare l'opera. E questi di elementi non sembrano andare molto d'accordo. Lo stacco più evidente è tra la modernità delle figure "geometriche" e la scritta del nome in gotico. Operazione tra le più difficili, il trasformare l'antico in qualcosa di attuale, sempre che si riesca a definire "l'attuale", essendo in se stesso un concetto che sfugge: quello che è oggi, sarà già "vecchio" domani. E così via in una rincorsa nel tempo, senza punti di riferimento, se non quelli che, eventualmente, sanciscono le disomogeneità.

Lo Champagne di Churchill

Cuvée Sir Wiston Churchill, Champagne, Pol Roger.

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Tutti ne parlano, soprattutto dell'annata 2008, e quindi proponiamo anche noi una lettura di questo vino prestigioso, dal punto di vista dell'immagine e della comunicazione. Innanzitutto è uno Champagne, bollicine, come si dice qui da noi. Composto per l'80% da uve Pinot Noir e per il restante 20% da uve Chardonnay. Ed è come piaceva a lui. A Churchill, che già in giovane età, prima di diventare grande e famoso, era cliente di Pol Roger. Naturale e opportuna l'idea della Maison di celebrare il personaggione dedicandogli questa Cuvée speciale, prodotta solo nelle annate vendemmiali ritenute migliori. Famosa la frase “My tastes are simple, I am easily satisfied with the best.“ attribuita al celebre Primo Ministro inglese. Ed ecco quindi dedicata a lui, la migliore bottiglia di casa Pol Roger, una azienda che ancora oggi si distingue per la qualità elevata dei suoi prodotti, a partire dalla gestione del remouage totalmente gestito a mano. Quindi questo vino si "veste" di un nome prestigioso, che richiama la storia e la gloria di un personaggio famoso, conosciuto da tutti, e si appropria così, di riflesso, della sua grandezza. Non senza ragione: Churchill è stato cliente e gaudente fruitore degli Champagne Pol Roger praticamente per tutta la vita. Oggi il ricordo di quell'apprezzamento diventa leggenda e, appunto, nome di prodotto. L'etichetta: il blu e il rosso, dove si evidenzia la nota e, in passato, molto sfruttata, fascia diagonale rossa che è un po' l'emblema degli Champagne di una volta, di una tradizione ludica e fastosa. Il tutto molto classico, ben equilibrato, caratteri di scrittura graziati (graziosi) e preziosi. Gli elementi di design (e quelli qualitativi, certamente) fanno di questo vino un'icona che ognuno, al di là del costo, vorrebbe avere in cantina. E soprattutto che ognuno vorrebbe stappare, brindando alla memoria dell'indimenticabile Churchill.

Una Barbera Sotto Mentite Spoglie

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Camaiola, Barbera del Sannio, 
Simone Giacomo.

Ben tre possibili equivoci nella comunicazione di questa piccola azienda di Castelvenere (bel nome di località sita nel Sannio, tra Caserta e Benevento): il nome di questo vino, Camaiola, da non confondere con il noto marchio (bresciano) Ca' Maiol; il vitigno di questo vino, un Barbera che non c'entra nulla col noto Barbera del Nord Italia; infine il nome dell'azienda, Simone Giacomo, entrambi nomi di persona, forse uno dei due è un cognome, poi nel sito vedendo il marchio che evidenzia due volte la "e" di Simone fa pensare a due fratelli. Nulla si dice del nome del vino, Camaiola, nel sito del produttore: si presume nome di cascina o di vigna o di zona. Curiosa la storia della Barbera (o del Barbera del Sannio, a questo punto, per non confonderlo con la Barbera del nord): sembra che in origine, quando fu ufficializzata la tipologia, venne deciso di chiamare questo vitigno "Barbera", proprio per avere una "attenzione di riflesso", sulla scia della fama del Barbera più conosciuto. Ora si sta pensando invece di cambiargli nome, perché fin troppi equivoci si sono verificati in questi anni, da parte dei consumatori. A parte queste dicotomie le etichette di Simone Giacomo sono belle. Moderne e ben riuscite. Sicuramente realizzate da designer di esperienza. Vediamo quella relativa a questo Barbera (del Sannio): una lama in oro su sfondo nero, espone qualcosa che potrebbe essere interpretato come arte contemporanea, sotto, ordinatamente e centrati, il nome del vino, il vitigno e il nome/marchio del produttore. Elegante e ottica (a parte la non interpretabilità della figura centrale). Estrema sintesi e preziosità fornite da inchiostri speciali (oro laminato) e sobrietà grafica da manuale.

Il Vino Racconta, a Chi Ama Leggere

marketing comunicazioneLibrottiglia, Arneis Brachetto Nebbiolo, Matteo Correggia.

Tra le stranezze, chiamiamole nuove idee, legate al packaging del vino si fa notare questo progetto che si chiama "Librottiglia". In pratica, nella modalità del fix-a-form, già nota con i vini parlanti (che non hanno avuto molto successo), l'etichetta si apre e rivela alcune pagine di racconto, da sfogliare e godersi mentre si degusta il vino prescelto. Nell'attuale mondo del cambiamento, dove sulle etichette si vedono sempre più QR-Code che rimandano a link digitali, questa modalità, ancora di carta, si rivela più consona alla cultura del vino.
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Soprattutto per prodotti di spessore qualitativo. Si tratta quindi di una possibilità in più per valorizzare il vino stesso. Una curiosità in grado di attirare l'attenzione, e soprattutto una proposta che può diventare seriale, proponendo di volta in volta nuovi racconti. I tre vini che portiamo ad esempio, prendono il nome del titolo del racconto e anche l'illustrazione è inerente a quello. Alla base il logo e i dati del noto produttore piemontese responsabile del contenuto delle bottiglie. Certamente questa soluzione può essere solo un "di cui" nella gamma del produttore, lasciando inalterata la proposta, cioè le etichette aziendali consuete. Una buona idea per farsi notare e per offrire qualcosa i più agli acquirenti, con una modalità e finalità culturale elevata.

Divertimento e Discernimento (in Dialetto)

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Andeira, Barbera, Rocco di Carpeneto.

Rocco ne ha fatta un'altra delle sue. Anzi, due. Si tratta delle etichette della Barbera (che si chiama "Andeira") e dell'Albarossa (vitigno) che si chiama "Admura". In precedenza abbiamo censito altri vini della medesima azienda, con nomi dialettali bizzarri. Questa volta partiamo dal nome "Andeira", che nasconde un significato divertente. Scrive il produttore nel proprio sito internet: "Andeira è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “ritmo, bell'andatura”. Si parla del dialetto "carpenetese" in riferimento al luogo, Carpeneto, in provincia di Alessandria (basso Piemonte o se vogliamo, Alto Monferrato). Il nome "Admura" si spiega così: "Admura è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “balocco”.
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Difficile da interpretare se non viene spiegato. Nomi per lo più incomprensibili fuori dai confini regionali, ma che fanno simpatia. Complici anche le etichette, davvero insolite, colorate, molto grafiche, allegoriche, quasi carnevalesche. E infine, per quanto riguarda il nome dell'azienda, "Rocco", ecco la spiegazione storico-culturale: "Rocch è nome di regione a Carpeneto d'Acqui, che era chiamata così fin dal 1458, ed anche prima, quando il culto di S. Rocco non esisteva, e non potevasi darne il nome alla regione. In rucchis et spissis communis Carpeneti, nemo audeat incidere aut incidi facere dice una rubrica. Horri in basco vale spina, ed orrok spineto. La località ora piantata a vigne, fu in tempi antichi uno spineto, che si lasciava crescere verso il confine alessandrino. Ecco una parola forse dell'antica lingua ligure". Nell'insieme soluzioni originali, in grado di attirare l'attenzione, e comunque radicate nel territorio e con dei rational quanto meno condivisibili.

Ufo Robot è Atterrato sui Colli di Luni

Vignebasse, Vermentino Colli di Luni, Terenzuola.

Qualche considerazione su questa particolare etichetta. Non sfugge l'immagine molto colorata al centro. Opera d'arte contemporanea, firmata dall'artista. Spesso i produttori di vino cedono alla tentazione di affiancare arte al nettare divino. Certamente il nesso c'è, il connubio può sussistere, ma in questo caso bisogna dire che c'è arte e arte. Cioè l'arte evocata dovrebbe essere funzionale all'immagine generale dell'azienda e del prodotto nello specifico. Questo elaborato artistico ci ha ricordato "Ufo Robot", cioè quelle grafiche a fumetti di stampo giapponese di qualche anno fa. Molto colore, spezzati di forme una sull'altra, a comporre un "quadro" che sì, lascia intuire la forma di un pesce (giusto consiglio di abbinamento), forse più di uno, una stella marina, ma lo fa in modo davvero etereo e, appunto, forse fin troppo artistico. Questi colori forti, lo stile fumettistico, la difficoltà di intelleggibilità non aiutano, a nostro modesto parere, la veicolazione del prodotto, un vino bianco leggero, seppur "marinaro". Il nome del vino, "Vignebasse", non ha segreti, riferendosi sicuramente al luogo di coltivazione (alla posizione del terreno della vigna in oggetto). A parte questo, troviamo, nei testi proposti dall'etichetta, due blocchetti, entrambi insoliti e non chiarissimi. Il primo in alto a sinistra recita: "Imbottigliato all'origine da Terenzuola (nome dell'azienda) da Ivan Giuliani (nome del titolare) e C. (spazio) S.S. (immaginiamo "società semplice") viticoltore in Fosdinovo". Le lettere punteggiate, per un pubblico non tecnico, non aiutano la lettura e l'interpretazione. Nel secondo blocchetto: "Da terreni di lignite (chi non se ne intende di geologia rimane al buio), ora in parte A. M. Zuccarino (cosa sarà? Monte Zuccarino?) già vitati dal 1724" (informazione interessante, ma un po' dispersiva, messa lì). Bello il carattere di scrittura scelto, che connota il tutto in una dimensione moderna e fuori dagli schemi. Nel complesso qualche dubbio c'è. Quanto meno un'area di migliorabilità.