Qualità e Semplicità, nel Tempo


Vorberg, Pinot Bianco, Cantina Terlan.

Il Pinot Bianco “Vorberg” della Cantina Terlan (Kellerei Terlan in lingua tedesca) è uno dei vini bianchi più iconici, premiati e longevi d'Italia. Il suo nome deriva dalla sottozona e dall'omonimo vigneto situato sulle colline di Monzoccolo, nel comune di Terlano (in Alto Adige, provincia di Bolzano). La parola tedesca Vorberg si traduce letteralmente come "avampiede della montagna" o "pre-monte", e descrive perfettamente la posizione geografica di questi vigneti: pendii molto ripidi e soleggiati, esposti a sud/sud-ovest, che si adagiano ai piedi di un massiccio montuoso. Spesso considerate, a torto, minori rispetto allo Chardonnay o al Sauvignon, le uve di Pinot Bianco del Vorberg crescono a un'altitudine tra i 450 e i 650 metri s.l.m., su pendenze che vanno dal 5% fino al 70%. Il terreno è unico: composto da porfido quarzifero, una roccia vulcanica che conferisce al vino una mineralità tagliente e una sapidità quasi salina. E l’etichetta? Si distingue per la sua semplicità. Vediamo un fondo giallo paglia, incorniciato da sottili linee, dove emergono le scritte in inchiostro verde e dorato, luminescenti. L’annata e la dicitura “Riserva” (che rende questo vino molto longevo) completano il quadro. La sua fama ormai lo precede in ogni tavola. La grafica sobria ed elegante rafforza il concetto di qualità nel tempo.

Un Pigato Prodotto con il Cuore


Sogno, Pigato, Vis Amoris.

Il nome di questo vino è “Sogno” mentre “Vis Amoris” è il nome dell’azienda che lo produce. Chiarito questo aspetto (non era del tutto palese) passiamo a definire le due parole: “Vis Amoris” (la forza dell’amore) è una locuzione che esprime l’amore non come sentimento dolce e passivo, ma come forza travolgente, quasi una potenza irresistibile che agisce sull’animo. La ritroviamo nella tradizione poetica e filosofica latina, da Lucrezio a Virgilio, dove l’amore viene spesso rappresentato come una forza della natura, capace di muovere e sconvolgere ogni cosa. E riguardo al sogno ecco cosa ci spiega il produttore nel proprio sito internet: “L’amore per una terra aspra, ma generosa; un sogno che sembrava una sfida: produrre un vino speciale da una terra speciale che ne sapesse coniugare i colori, i sapori, i profumi e le emozioni. Il Pigato e le sue declinazioni per esprimere le qualità e la versatilità”. Vis Amoris infatti, dal 2008 ha scelto di produrre solo Pigato (un clone del Vermentino, arrivato in Liguria dalla Sardegna e qui addattatosi al terroir del ligustro). Tornando all’etichetta in questione cosa possiamo notare? Un grande “fuoco” cromatico in alto, forse muretti a secco, forse la rappresentazione del terreno, nel mezzo un cuore accennato al tratto con al centro il nome dell’azienda, subito sotto troviamo il nome del vitigno e in ultima analisi il nome del vino, “Sogno”. Packaging molto genuino ma che non tarda ad attirare l’attenzione grazie all’eterno tema dell’amore e alla simbologia del cuore. Scaltrezza? Passione? Non optiamo per la seconda.

Castelli della Loira e non Solo


Les Terroirs, Blend di Bianchi, Cave de Valencay.

Tra Poitiers, Le Mans e Orleans, proprio al centro della Francia (e della Valle della Loira) si trova la sede e la produzione di questa piccola cantina (cooperativa) transalpina. L’etichetta è al tempo stesso semplice e “codificata”. Nel senso che vi ritroviamo alcuni classici schemi o stilemi delle etichette tipicamente francesi. Ad esempio la sintesi stilizzata di un edificio tipo castello, o villa, magione, maison, che un tempo è certamente appartenuto a famiglie nobili. Altro classico, in alto, l’affermazione “Produit de France”. Con un orgoglio che noi italiani non abbiamo. In basso troviamo un’altra parola che porta uno stereotipo: “terroir”. Esattamente “Les Terroirs”, trasformato in una specie di qualificante nome del vino. Al centro invece, in bella vista e con un inchiostro dorato e in rilievo, la dicitura che collega il prodotto alla zona di provenienza: “Valencay”. Nome di luogo, certo, ma che assona vantaggiosamente a “valore” in italiano e a “value” in inglese. Insomma, ci sta bene comunque. Ed ecco qui confezionato un vino dal costo non proibitivo, anzi quasi da GDO, con una veste valoriale, identitaria, piacevole, leggibile, attraente. La Valle della Loira attira il turismo con i suoi castelli, e l’enoturismo con la promessa del gusto e delle tradizioni. Chapeau.

Il Rosa Iconografico del Vitigno Pugliese per Eccellenza


Icon, Negroamaro, Solemoro (Cantine Due Palme).

In questo emblematico caso, qual è il nome del vino? Solemoro, Negroamaro o Icon? E’ chiaro che stiamo creando una forzatura con l’obiettivo di generare un commento costruttivo. I nomi citati sopra, in questa etichetta, hanno tutti più o meno la medesima rilevanza grafica. Sono proposti con grandezze simili, per semplificare il discorso. E quindi il consumatore non sa che pesci pigliare (a proposito, questo Negroamaro Rosato spumantizzato, col pesce ci va a nozze). Con una breve ricerca (oggi alla portata di tutti, anche in una enoteca davanti a uno scaffale, tramite smartphone) scopriamo che Solemoro (bella dicotomia) è il nome della cantina (emanazione a sua volta del produttore pugliese Cantine Due Palme), che Negroamaro è il nome del vitigno con il quale è prodotto questo vino (ok, questo non era difficile) e che Icon, di conseguenza, andando per esclusione, è il nome del vino. “Icon” che in inglese significa “icona”, insomma simbolo, riferimento, elemento fondante. A parte l’uso di parole inglesi nel mercato italiano (criticabile) l’etichetta si fa notare per un particolare inchiostro rosa rilucente e anche per una certa semplicità che si traduce in leggibilità. Niente di speciale, ma una buona “percettibilità” a scaffale. 

Un Panorama Assolato e Troppo Colorato


Melon à Queue Rouge, Philippe Chatillon.

Ecco l’esempio di un grande vino (di un produttore qualitativo di nicchia) vestito con una etichetta improbabile e fuori luogo. Ma vediamo perché. Innanzitutto una curiosità: il vitigno che compone questo vino al 100% è uno strettissimo parente dell’universalmente noto Chardonnay. Il suo nome (del vitigno) è davvero poco conosciuto, Melon à Queue Rouge, soprattutto perché di vigne con queste uve ne esistono davvero poche e sono tutte concentrate in una micro-regione della Francia che si chiama Jura. La traduzione sarebbe “Melòn con la Coda Rossa”, avendo questa uva là caratteristica di colorare di rossiccio il raspo che regge il grappolo (un po’ come il nostro Refosco dal Peduncolo Rosso). Nella grafica a strisce che caratterizza l’etichetta vediamo infatti la Aoc (sigla francese che corrisponde alla nostra Doc) della regione Jura. Alla destra di queste due (scomode) scritte poste in verticale vediamo un sole messicano (i colori suggeriscono uno scenario di sabbia e cactus) dal quale si irradia un ventaglio di colori. Alla base del packaging il nome del produttore su fondo nero. Perché il tutto ci sembra “fuori luogo”? Perché la regione dello Jura è molto tradizionalista, cultura contadina di un tempo, ambiente rurale. In questa etichetta emerge fin troppo una vèrve carioca che nulla ha a che fare con la tradizione del vino, in generale, e zero agganci con il mondo vitivinicolo delle campagne francesi. Parere soggettivo, intendiamoci. L’impronta, insomma, è fin troppo giocosa, laddove dentro la bottiglia troviamo invece un prodotto molto serio e molto qualitativo.

Un Porto Secolare: il Gusto in una Botte di Ferro (anzi, di Legno)


Tawny Port 30, Quinta da Vacaria.

Azienda portoghese dal 1616. Un storia secolare da raccontare ammirando le colline del Douro. 42 ettari di vigneti che prediligono varietà autoctone come l’Arinto, il Viosinho, il Gouveio Real, il Rabigato, il Roriz, etc. E a parte vini di produzione “classica”, c’è logicamente il Porto. Di questa bottiglia il produttore scrive: “Questo Tawny Port di 30 anni vanta una tonalità rame-oro con sfumature verdastre. Rivela aromi complessi di caffè e rovere invecchiato. Al palato, offre un perfetto equilibrio tra acidità vibrante e alcol morbido, offrendo un finale elegante e persistente”. Parla di sfumature cromatiche da intercettare visivamente nel magico nettare, che però si ripresentano anche in etichetta, con un pronunciato inchiostro dorato. Sfondo nero, il numero 30 relativo all’invecchiamento in grande evidenza al centro (come giusto che sia), la “V” di Vacaria come orgine (capolettera) del nome aziendale e dei ghirigori che caratterizzano questa etichetta. Bella, preziosa, storica. Perché questo Porto è un “Tawny”? Significa che si tratta di un blend di vini di annate diverse affinati in botti di rovere (in questo caso per 30 anni) che sviluppano aromi ossidativi e un colore più chiaro e brunito. Le differenze principali rispetto a un Porto “normale”: il metodo d’invecchiamento in botte piccola di legno con ossidazione prolungata per il Tawny mentre per il Porto Ruby o Vintage si promuove meno contatto con il legno e più in bottiglia per preservare freschezza e frutto.

Un Azzurro Dorato che Nobilita il Rosato


Azur Touch, Rosato.

Un prodotto di base, rosato, prodotto con vitigni non meglio precisati, venduto nella GDO, senza troppe pretese (visto il prezzo molto contenuto), ma con un’etichetta attraente. Il nome innanzitutto: “Azur Touch” un tocco di azzurro (ci vuole per fare il paio con il rosa, colore del vino) e la sottostante definizione regolamentata che recita “Méditerranée IGP”. Il richiamo è alla Costa Azzurra, ai rosati freschi, da piatti di pesce, alla bella vita di Saint-Tropez e tutto quello che, iconograficamente, ne consegue. Tutto in un’etichetta? Certo. E poi è bello notare anche la grafica, molto colorata, festosa, fantasiosa, perfettamente in linea col il racconto intrapreso con il nome, con gli stilemi delle località di mare del sud della Francia, l’ulivo, il timo, il ligustro, il fico d’india, e chi più fantasia ha più ne metta. Il nome principale di questo vino è stampato in rilievo e in oro, brilla e impreziosisce. La scritta “touch”, in corsivo, si legge poco ma qualcosa aggiunge. La denominazione “Méditerranée” colloca e fa vibrare una brezza marina. Insomma, una bella operazione di packaging e di marketing a monte. E il prodotto? Come detto all’inizio non potrà essere il vino dell’anno, ma la sua bella figura la fa, a tavola, con quel vestito gioioso.


Dal Marmo al Grappolo è un Attimo


Pià della Tesa, Botticino Doc, Noventa.

Un indizio per la spiegazione di questa originale etichetta ce lo fornisce direttamente il produttore nella scheda di prodotto che troviamo nel sito internet aziendale: “I vigneti sono situati nel comune di Botticino nell’anfiteatro di colline botticinese, dove la natura del terreno ed il particolare microclima sono da sempre vocati alla coltivazione della vite. Le radici delle viti poggiano e penetrano nel marmo di Botticino che costituisce queste colline. Ne consegue un importante assorbimento di minerali, che poi ritroviamo nella sapidità del vino”. Vediamo infatti, come elemento grafico protagonista nell’etichetta, una conchiglia fossile (infatti AI ci dice: “il marmo Botticino è un calcare micritico compatto di colore beige, noto commercialmente come marmo nonostante la sua origine sedimentaria”). La conchiglia si trova sotto il livello del terreno e da essa scaturisce il tralcio rigoglioso di una vite. I toni cromatici sono molto intensi: domina un rosso vivo nella parte superiore del packaging, dove spicca a sua volta il verde delle foglie e il carminio dei grappoli. In alto troviamo il logo/nome aziendale, in giallo, con una stilizzazione di un sole ancestrale al posto della “o” di Noventa. Alla base il nome del vino, “Pià della Tesa”, evidentemente una collocazione geografica delle vigne. Il vino è biologico ed è composto dai vitigni: Barbera, Sangiovese, Marzemino e Schiava Gentile.