Un Mateus Scoppiettante (o Scoppiato?)

Mateus Rosé, (The Original), Sogrape.

Il noto Mateus, dalla inconfondibile bottiglia (parliamo della forma), viene prodotto dall’azienda portoghese Sogrape. E’ una specie di miracolo commerciale, da molti decenni sugli scaffali di mezzo mondo. Deve il suo successo a campagne pubblicitarie tambureggianti e a un marketing intelligente che ha fatto del packaging una delle sue carte vincenti. Qualche volta il Mateus cambia livrea (mantenendo l’inconfondibile forma del vetro), come in questo caso, forse non proprio con sobrietà. Diciamo che se lo può (forse) permettere. Ed eccolo sugli scaffali con una versione allegorica e molto colorata, un’arlecchinata dai toni cromatici accesi, con una miriade di elementi grafici “giovani” come cuffie audio, cuori, frecce, scritte, pendagli, dancer, casse stereo, bicchieri (perchè no?), strumenti musicali, e molto altro.  Cosa ottiene questo packaging? Di farsi notare, sicuramente. Nel bene e nel male. Il consumatore classico probabilmente non approverà, il pubblico più giovane e/o disinibito probabilmente allungherà il braccio verso lo scaffale e si porterà a casa questo pezzo di storia commerciale del vino. Tutto fa brodo, anche un rosé celebrato come questo. 

Il Rum del Molise, per Veri Intenditori

Dulce Calicis, Tintilia, Claudio Cipressi.

Una bottiglia decisamente molto particolare. Nella forma e anche nella sostanza. La forma del vetro ricorda certi rum agricoli del Centro America. La “copertura” a ceralacca di un tappo a gabbietta è davvero insolita. Attira l’attenzione, anche per il croma rosso acceso. Il Principe della Tintilia, Claudio Cipressi, non rinuncia a questo autoctono anche nella produzione di un vino dolce, come evidentemente tradisce il nome di questo nettare: “Dulce Calicis”. La grafica e la composizione dell’etichetta riguarda l’eleganza: fondo nero, bollo in oro (dove viene specificato il ruolo di “vignaiolo”, molto gradito), la firma del produttore a mano e con inchiostro in rilievo, i puntini delle “i” in oro che se ne vano in giro per il packaging allegramente. Una chicca, un vezzo, una preziosità prodotta in pochi esemplari. Un piccolo tesoro nascosto dietro a una confezione attraente e accattivante. Certo, il nome (del produttore), molto noto e affidabile del punto di vista della qualità, fa da traino. Il resto lo farà la buona tavola (il divertimento è che gli abbinamenti, con questa tipologia di vino, non sono scontati).

Eroici Cambi di Prospettiva al Laghetto di Sugano

Eronio, Orvieto Classico, Podere Acquaccina.

La storia di questo giovane produttore di Orvieto è come se ne sentono tante, ma al tempo stesso molto significativa. Storia di cambio di vita e di vite. Luigi Celentano scrive nel sito internet dell’azienda: “A volte è l’avere uno scopo elevato che determina il presente. La passione il nostro mezzo, l’eccellenza la nostra meta. Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente”. Partiamo bene. Nella produzione di Luigi troviamo quindi un Orvieto “base” (l’etichetta che qui abbiamo riportato), costituito da Trebbiano Toscano, Verdello, Malvasia Bianca Lunga e Grechetto, un Orvieto Superiore (idem) e un Umbria Igt Rosso (Sangiovese 100%). L’Orvieto “base” si chiama Eronio. Nome probabilmente inventato, che ricorda mitologie antiche e richiama qualche atto eroico, come quello di diventare viticoltori partendo da un solo ettaro di vigna. L’etichetta, graficamente, è moderna, pulita, essenziale. L’illustrazione richiama un tralcio d’uva e lo fa con l’eleganza di una pennellata da arte contemporanea. I particolari in verde confermano lo spirito bio che viene siglato con un timbro in basso a destra. Il progetto è sincero, affabile, fondato. Luigi Celentano, tra le altre belle narrazioni scrive ancora: “Delle migliaia di vite possibili, ogni uomo dotato di caparbietà, tenacia e fiducia si sceglie quella che ritiene più opportuna per se. A quasi tutti, almeno credo, sarà capitato di svegliarsi la mattina e dire: “Devo cambiare vita! Sono stanco di sentirmi oppresso da questo sistema di numeri. Perché è quello che siamo, numeri. Quelli di una matricola scritta su di un cartellino, quelli della quantità prodotta, quelli delle ore in più o in meno, quelli della data dello stipendio, quelli dei minuti persi nel traffico per andare al lavoro e quelli che passiamo a svolgerlo anziché a vivere. Tanti si svegliano coi buoni propositi, per poi spegnere la sveglia e girarsi tra le lenzuola. Vi sono alcuni che invece decidono di mettere il piede giù dal letto. É proprio questo che ho fatto un giorno di ottobre del 2015”. Che dire? Giù il cappello!

Nomi di Vigne, Nomi di Vitigni, Nomi di Vini

Arcansiel, Rossi Autoctoni, Giro di Vite.

Due fratelli, Elisa e Luca Ciardossin, hanno messo in piedi un’azienda agroalimentare che comprende anche la produzione di vini. Tra quelli attualmente in gamma c’è l’Arcansiel. Ma prima di parlare del nome del vino è interessante conoscere i nomi dei vitigni che questi due giovani imprenditori allevano nel pinerolese (una Doc davvero poco conosciuta): Avanà, Avarengo, Chatus (Nebbiolo di Dronero), Becuet per questo vino. Inoltre, tra gli altri rossi: Doux d’Henry, Lambrusca Vittona, Bonarda, Bonardina, Neretta Cuneese, Gamay, Plassa e Montanera di Perosa. E tra i bianchi: Malvasia moscata, Liseiret, Blanchet. Ma veniamo a questa etichetta. Il nome del vino dovrebbe essere “Arcansiel”, una versione dialettale, modificata, del francese arc-en-ciel, cioè arcobaleno. Qui siamo in terra di confine, dove una volta i francesi contendevano il territorio ai Savoia. In etichetta però leggiamo tanti nomi: in alto, Giro di Vite, nome aziendale (bello, giocoso, evocativo), quindi Arcansiel iscritto su una nuvola bianca, quindi Pinerolese (nome della Doc), poi Ramìe, nome della vigna di provenienza delle uve. Il packaging si compone anche di un tralcio di vite sulla sinistra. Alla base la frase “Vigneti nelle terre alte del pinerolese”. Un po’ complesso ma ci sta tutto. E alla fine l’etichetta attrae.

Le Onde Concentriche di un Vino Siculo-Mondiale

Catarratto e Chardonnay, Leonarda Tardi.

La storia di famiglia si dipana partendo dall’entroterra trapanese, nella valle del Belice, ed esattamente da Salaparuta. Oggi i figli di Giuseppe Mazzara e di Leonarda Tardi (alla quale e intitolata l’azienda), recentemente scomparsi, hanno preso in mano le redini della produzione e della commercializzazione. Tra i vini di punta troviamo questo insolito blend di Catarratto e Chardonnay, come dire, Sicilia e Resto del Mondo. Calogero ed Eliana Mazzara, tengono un piede nella tradizione e avanzano un passo nella modernità, soprattutto per quanto riguarda le etichetta dei loro vini. Quella del vino bianco di cui stiamo parlando presenta alla base una leggibilissima scritta su tassello nero, con il nome della madre (e dell’azienda): Leonarda Tardi (laddove, Leonarda, tipico nome siciliano, veniva riassunto in Nella che sembra derivi dal siciliano “Lunedda”, ovvero piccola luna). Il pallino della “o” di Leonarda estende verso l’alto un tratto che va a formare un cerchio, forse un sole, forse la luna stessa, dal quale partono tante linee concentriche, come le onde di un sasso gettato in uno stagno, che potrebbero ben rappresentare anche le linee altimetriche di una vigna. Null’altro se non la scritta “Italia” e l’annata. E’ un’etichetta molto semplice. Attira l’attenzione in modo geometrico, racconta qualcosa di inestricabile, almeno a prima vista. Però può vantare una sua originalità.

Lui Stesso, il Sommo Chianti Classico

Ipsus, Chianti Classico, Il Caggio.

Nell’ambito delle vaste attività agricole della storica Famiglia Mazzei di Fonterutoli, troviamo anche questa piccola “enclave” vinicola, raccolta in soli 6 ettari e mezzo, che si chiama “Il Caggio”. Va da sé che il numero delle bottiglie prodotte è davvero limitato. Mentre il progetto ha stile e argomentazioni che pensano e comunicano in grande. La bottiglia di questo Sangiovese super-selezionato si presenta con sobrietà, senza inutili sfarzi. Il nome del vino è comunque di quelli che lasciano trasparire una certa nobiltà, “Ipsus” che in latino vale come “egli stesso” o “proprio lui”. Nome breve ma altisonante e al tempo stesso foneticamente armonico. Sopra al nome troviamo lo stemma e il nome della tenuta (Caggio, stranamente in etichetta senza “il”). Tutto attorno una serie di illustrazioni in bianco e nero che raffigurano la tipica vegetazione del luogo e il nucleo centrale dell’antico borgo che governa le vigne, a corpo unico, tutto attorno. Nella classicità e nella sobrietà, questo packaging ha una sua originalità, per quanto la tradizione e l’allure lo possano consentire.

L’Orso Ghiotto sul Confine Francese

L’Ours, Pinot Noir, D&D (Fleurie).

Siamo in una regione autonoma, certo. La Valle d’Aosta. Da sempre molto “vicina” alla Francia. Si vede subito da come chiamano in etichetta il Pinot Nero (Noir). E dal fatto che parte dei testi sono in francese, compreso il nome del vino. Contenti loro, procediamo. Il packaging è simpatico, il grande e vistoso orso risulta di indole buona, ci viene incontro pacioso e giocondo. Il nome del vino è dedicato a lui, re delle foreste, nel nord, “l’Ours”. Colori forti per un’etichetta incisiva, che non sfugge all’attenzione. Sulla destra una descrizione del vino (in italiano, per fortuna), strano quel “…colore granato più o meno intenso”. Certo, il vino buono ogni annata è diverso da se stesso. E dal sito riportiamo: “Nobile ed elegante nella sua danza con una grigliata”. Magari riferito anche all’orso, che nobile ed elegante lo è. La grigliata, se si presenta all’uscio, bisogna offrirgliela per forza. In basso, alla base dell’etichetta, troviamo il logo dell’azienda, D&D, con l’aggiunta di “fleurie” (che potrebbe confondere le idee). Quindi in piccolo, “maison agricole”, di nuovo in francese. Molta appartenenza d’oltralpe ma in fin dei conti una bottiglia accattivante.

Il Mare, la Luna e Forse, una Vela

Infatata, Malvasia delle Lipari, Caravaglio.

L’immagine principale di questa etichetta potrebbe ingannare. Quello che l’occhio vede e il cervello percepisce, in prima ed immediata visione, è un alberello di Natale (per di più realizzato con inchiostro dorato, a conferma della sensazione). Subito dopo, osservando l’insieme e apprendendo che si tratta di una vitivinicola di Salina (come la scritta in basso conferma) possiamo sospettare che il triangolo dorato possa essere la vera di una barca. C’è un altro elemento che potrebbe essere inserito nel concetto che ha portato a generare questo packaging: la vigna da dove provengono le uve di Malvasia (delle Lipari) che compongono questo vino, si chiama “Tricoli” ed ha forma triangolare. Passiamo al nome del vino: “Infatata”. Bello, favolistico, magico, sognante. Non sappiamo se, in dialetto locale si possa assimilare questa parola a “infatuata”, in italiano, immaginando una donna ammaliata dalla luna o dal riverbero del mare. Magari riferito non necessariamente a una persona ma alla vigna, appunto, o a all’uva, oppure anche a una notte magica di fine estate. In generale l’etichetta attira l’attenzione e risulta abbastanza originale. Promossa.

Un Vino da Tranatt nella Movida Milanese

Tranatt, Rosso, Cantina Urbana (Milano).

Questo generico vino rosso è il frutto dell’etichettatura di un’enoteca che ha deciso di presentare ai propri avventori un vino con la propria firma. Succede spesso, anche per ristoranti di buon nome. Il locale commissiona la produzione ad aziende vinicole e poi ci mette il proprio nome, logo, etichetta (in questo caso imbottiglia anche, in proprio). Si tratta dell’enoteca “Cantina Urbana” che già nel nome  dichiara il concetto stesso dell’impresa. Bello anche il nome di questo vino: “Tranatt”, che nel retro-etichetta viene così spiegato: “Tranatt, in gergo milanese era l’assiduo frequentatore dei ‘trani’, le osterie della vecchia Milano. Questo vino è un omaggio alla convivialità, ‘nei trani a go-go’ come nella celebre canzone del Signor G (Gaber)”. Il fronte-etichetta è molto semplice, impattante, il rosso, il nero e il bianco. Il nome del vino viene proposto con un carattere da macchina da scrivere, al centro del packaging vediamo un gioco grafico che incastra tre “T” come nel videogame Tetris. La romantica, diremmo anche poetica, goccia di vino in alto a sinistra non è di stampa, ma vino vero colato dopo una versata. E ci sta benissimo! Si ringrazia Daria per l’estemporaneo scatto!

La Forza della Burrasca e del Cannonau

Ondas, Cannonau e Carignano, Cantina Santadi.

Questa grande e nota cantina sarda ha in gamma una linea di vini che si chiamano “Ondas”. Questo, in particolare, ottenuto in gran parte dal vitigno autoctono Cannonau di Sardegna, attinge il nettare di uve allevate nei vigneti del basso Sulcis. L’etichetta rompe decisamente gli schemi abituali del luogo proponendo una illustrazione da fumetto d’antan. Lo stile potrebbe essere quello di Mister Mistere, o cose del genere. Ma anche tipo Milo Manara laddove le “curve” sono costituite da onde, come il nome del vino insegna. Insieme alle onde (che sia vino quello che fluisce?) non possono sfuggire fulmini di tempesta, a fornire al packaging e di conseguenza ai suoi fruitori, un clima da tregenda, quasi a suggerire un racconto tragico, dai risvolti burrascosi. Il mare di Sardegna viene iconizzato da sempre come limpido, calmo, soleggiato. Ma ci sta che quando soffia la tramontana le condizioni possono cambiare. E allora, forse, ci si chiude in taverna, come i marinai, a sorseggiare Cannonau accompagnato dal tipico e famoso formaggo con i vermi (che si chiama “casu marzu” o formaggio marcio). Un’onda buona per tipi coraggiosi,

Il Vino Allieta la Tavola (Anche Quella dei Monaci)

Borbotto, Vitigni Vari Toscani, Monaci di Camaldoli.


Questo vino dal curioso nome, viene prodotto dall’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi. Per geolocalizzare il luogo, siamo vicino a Bibbiena, tra Firenze e Arezzo. Questa la descrizione dell’azienda che si trova nel sito internet: “I Monaci Camaldolesi hanno coltivato fin dalle origini nella loro azienda agricola denominata la Mausolea o Casa delle Vigne vari vigneti, producendo vini diversi. Nelle carte del loro Archivio storico a partire dal 1150 si parla di vigne e non di vigna, di vendemmie e non di vendemmia, per far comprendere che non si trattava di un solo tipo di vigneti e che si adattavano diverse pratiche di viticoltura. Le Regole Monastiche dei monaci eremiti prevedevano che si producesse non solo un vino buono, ma soprattutto “puro”: di ottima qualità. Dal 1356 si trova documentata la “vigna dei romiti”, e al servizio di essa una cantina bene attrezzata. Da questa antica tradizione enologica nasce Borbotto”. Per quanto riguarda il nome del vino, riteniamo che si faccia riferimento al borbottìo dei tini quando il mosto è in fase di fermentazione (più simile, in effetti, ad una ebollizione). Anche se, abbastanza vicino alle vigne di questo produttore monastico si trova la famosa Fonte del Borbotto, celebre luogo che conduce alla fonte dell’Arno, nel Parco Naturalistico del Monte Falterona. Tornando a questa semplice etichetta, al centro vediamo uno stemma con la scritta “Camaldolensis Insigna Ordinis” (due sparvieri bevono da un calice), e subito sotto la scritta “Vinum laetificat cor hominis” (dal salmo 103, 15): e come non essere d’accordo con questi virtuosi fraticelli?