Ninive Vola, Sopra Tetti di Case Valdostane


Ninive, Prié Blanc, Ermes Pavese.

Il vino da uve stramature "Ninive" di Ermes Pavese si chiama così in onore di sua figlia. Oggi Ninive Pavese lavora attivamente nell'azienda di famiglia a Morgex (in Valle d'Aosta) a fianco del padre, portando avanti la tradizione della viticoltura eroica del Prié Blanc. Per celebrare questo legame e la nascita di questo passito così speciale (un vino da uve stramature lasciate appassire sulla pianta e poi vendemmiate a fine autunno), Ermes ha voluto dedicarle l'etichetta. Niente a che vedere, quindi, con l'antica città mesopotamica: Ninive fu una delle metropoli più grandi e importanti dell'antichità, situata nell'alta Mesopotamia lungo il fiume Tigri, di fronte all'odierna Mosul in Iraq. Capitale dell'Impero Assiro durante il suo periodo di massimo splendore, è celebre per le sue imponenti fortificazioni, i palazzi reali e la leggendaria biblioteca di Assurbanipal. Tornando all’etichetta, davvero particolare, vediamo che l’intero spazio disponibile è occupato da una illustrazione dai tratti originali, dove Ninive (o chi per essa) vola sulla case del paese con un grappolo in mano. Una specie di Mary Poppins agricola che sovrintende alla vendemmia. Nel complesso il packaging si staglia sopra i soliti schemi, soprattutto in una Valle d’Aosta conservatrice e ancora un po’ transalpina.

Un Colpo di Vento, il Vescovo e gli Ufo


Selva del Vescovo, Lugana, Villa della Torre.

Lasciando agli esperti le valutazioni “di fino” sul tipo di vino (vitigno Lugana, comunque, a nostro parere, uno dei bianchi con maggior potenziale in Italia), ci dedichiamo interamente all’etichetta, densa di elementi da commentare. E’ necessario premettere che questa cantina fa parte dell’universo enoico di Marilisa Allegrini, una celebrità, ormai, oltre che un’azienda molto strutturata. Partiamo dell’alto: un profilo montano in oro è sottolineato dalle parole Peaks & Valleys, quasi fosse un sottomarchio (forse, avendolo proposto in alto nel packaging, possiamo parlare di “sopramarchio”). A seguire: nome del vino, “Selva del Vescovo”, poi il nome del vitigno e l’anno di vendemmia. Quindi è il turno dell’illustrazione centrale: un tratto che propone una estensione agricola, con vigneti e colline, e al centro la Torre che dà il nome anche all’azienda (alla “sottoazienda”, per la precisione). L’elemento più evidente è quel disco volante rosso Ferrari che in realtà dovrebbe essere il cappello del Vescovo, Proposto così, svolazzante sulla campagna, non ha molto senso: sorprende, attira l’attenzione, ma resta qualche dubbio. Alla base dell’etichetta troviamo tre elementi importanti (e quindi non ultimi): il nome della cantina “Villa della Torre”, la firma di Marilisa Allegrini (assunzione di resposabilità, blasone, garanzia, etc.) e poco sopra qualcosa che di rado si trova nei packaging del vino, cioè le coordinate geografiche del luogo (di coltivazione, o proprio della Torre), i metri s.l.m. (124), il tipo di vigneto (spalliera) e la geologia del terreno (morenico). Tanti pregi, qualche stranezza. E comunque, giù il cappello.

Gli Scherzi dei Nomi (e dei Vignaioli Creativi)


P?not!, Pinot Nero Frizzante, Tenuta Santa Croce.

Parliamo prima del vino: si tratta di un esperimento e di una scommessa personale e territoriale. Sui Colli Bolognesi il Pinot Nero non è esattamente il vitigno più comune (prevalgono Pignoletto e Cabernet), ma la Tenuta Santa Croce possiede alcune vecchie vigne di circa 30 anni esposte a levante. All’inizio dell’attività queste uve venivano utilizzate in uvaggio con il Cabernet Sauvignon per produrre la riserva aziendale che si chiama “Sermedo”. Nel 2018, grazie alla collaborazione con un noto ristoratore della zona, la cantina ha deciso di vinificarlo e imbottigliarlo in purezza, dando vita al “P?not!”. E veniamo al nome del vino: gioca ironicamente sul fatto che molti non si aspetterebbero un Pinot Nero proprio lì ("un Pinot? No!" = Pinot!"). La produzione è molto limitata: di questo vino, essendo ottenuto con pochissimi filari storici, nascono poche bottiglie ogni anno. Spesso i vini prodotti in micro-quantità o in edizioni quasi "sperimentali" non vengono inseriti stabilmente nei cataloghi standard per cui non lo troverete nel sito e nemmeno… in commercio! (Almeno non tanto facilmente). E’ un vino "da ristorazione" o destinato a una cerchia ristretta di appassionati e clienti diretti in cantina. Insolito il vino, insolita l’etichetta. E’ tutto quello che possiamo aggiungere.

Un Pignoletto Gentile Anche nella Grafica


L’Ora Mossa, Pignoletto Frizzante, Tenuta Santa Croce.

Il vitigno Pignoletto, registrato ufficialmente con il nome di Grechetto Gentile, è l'uva a bacca bianca simbolo dei Colli Bolognesi e dell'Emilia-Romagna. Il nome storico "Pignoletto" deriva probabilmente da "pigna", per la forma tipica del suo grappolo compatto. Questa versione, numerata progressivamente, è prodotta dall’azienda vinicola Tenuta Santa Croce che si trova a Monteveglio (nella Valsamoggia), nel cuore della zona di produzione dei Colli Bolognesi, in provincia di Bologna. Ma veniamo alla interessante etichetta… perché “interessante”? Per quanto spoglia si presenta al pubblico. Raramente abbiamo visto dei packaging così “puliti” dal punto di vista grafico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una soluzione fin troppo spartana. Ma vediamo qualche dettaglio. La carta è leggermente spessorata, quasi impercettibile ma sensibile al tatto e anche alla vista, con condizioni di luce favorevoli. La cornice e un tassello centrale si presentano con un colore marino, un verde-blu insolito per le etichette dei vini. Al centro dell’elaborato ma spostato sulla destra ecco il nome del vino, “L’ora mossa”, che presenta una caratteristiche del vino, cioè l’essere frizzantino, tipica versione del Pignoletto. Diciamo che contiene anche un consiglio d’uso, magari al tramonto, nell’ora dorata dell’aperitivo. E infine, in basso a destra la numerazione della bottiglia, a voler valorizzare il prodotto alludendo ad una produzione a numero limitato.

Eleganza Informale in una Piccola Tenuta della Champagne


Les Fontaines, Champagne Rosé, Domaine de Bichery.

“Les Fontaines" è uno Champagne Rosé molto ricercato (ottenuto per “salasso”), prodotto dal Domaine de Bichery, una micro-tenuta situata nella regione della Côte des Bar (precisamente a Neuville-sur-Seine), nel dipartimento dell'Aube. Gestito dalla giovane coppia Hannah e Raphaël Piconnet dal 2015, il domaine ha rapidamente raggiunto lo status di cult tra gli amanti degli Champagne di piccoli produttori e dei vini naturali. A differenza del metodo più comune per fare lo Champagne Rosé (ovvero l'assemblaggio, in cui si unisce una piccola percentuale di vino rosso a un vino bianco), il Rosé de Saignée si ottiene esclusivamente da uve a bacca nera (come Pinot Noir e Meunier) attraverso una breve macerazione. Dopo un periodo di tempo relativamente breve (in genere da poche ore fino a 24-48 ore) una parte del succo viene "salassata", ovvero spillata dal fondo del tino per gravità. Quello che rimane è un delicato rosato color buccia di cipolla. Ma vediamo le particolarità di questa etichetta che risulta al tempo stesso elegante e rurale: il carattere di scrittura è particolare, probabilmente creato ad-hoc, con delle rastremature nella parte sinistra delle singole lettere (anche a destra per la “A”). L’effetto è molto “moderanizzante”, dinamico, giovane (l’inchiostro dorato fa la sua parte). In contrappunto vediamo, in basso, una illustrazione molto di sintesi, con dei tratti solo accennati ma che riescono a definire un versante collinare vitato. L’insieme, su un fondo di carta ocra, attribuisce molta personalità all’etichetta, proprio quello che deve essere uno Champagne: charmant ma senza tradire le origini contadine della zona.

Il Liquore Greco per Eccellenza (la Nostra Sambuca, Insomma)


Ouzo Nektar, Pilavas.

Ci sono diverse teorie sull'origine della parola "Ouzo". La più accreditata e storicamente documentata ha a che fare con il commercio internazionale del XIX secolo. All'epoca, la Tessaglia esportava bozzoli di seta di altissima qualità verso Marsiglia, in Francia. Per indicare la qualità superiore di questo carico, sulle casse veniva scritto in italiano/francese commerciale: "Uso Massalia" (ovvero "Da utilizzare a Marsiglia"). La storia racconta che, intorno alla fine dell'Ottocento, un medico militare turco o un commerciante di passaggio a Tirnavos assaggiò il liquore locale aromatizzato all'anice. Trovandolo di una qualità eccezionale e superiore a qualsiasi altra cosa, esclamò: "Ma questo è 'Uso Massalia'!", intendendo dire che era un prodotto di prima scelta. Da quel momento, la parola venne ellenizzata in "Ouzo" per indicare il liquore stesso. Per il resto gli Ouzo sono un po’ tutti uguali, anche nelle etichette. Il nome dell’azienda che lo produce in alto, spesso in un tassello nero molto visibile, quindi la definizione del prodotto con qualche ghirigoro e la gradazione alcolica (molto alta) in basso. In questo caso abbiamo anche un scritta in corsivo “anticato” che parla di un uso da aperitivo. A chi piacendo.

Un Vino che Porta Fortuna e Anche Cultura


Mezanotte, Greco, Fam. Varchetta.

Un vino (più di uno, in gamma, naturalmente) che rivela un progetto più esteso che riguarda turismo, gastronomia e storia. Il fulcro è Napoli con le vigne tutte intorno. Ma partiamo dal nome che per affinità dialettali sacrifica una “z”: “Mezanotte”. Cosa ci dice chi ha generato l’idea? “Al centro del progetto si colloca il vino “Mezanotte”, un prodotto che incarna non solo l’eccellenza vinicola campana, ma anche il mistero e il fascino della notte napoletana, intesa come momento di rivelazione di antiche storie e tradizioni. La scelta del nome “Mezanotte” non è casuale: evoca un’atmosfera sospesa tra il sacro ed il profano, tra la storia e la leggenda, perfettamente in linea con le sfumature culturali che il progetto intende esplorare. Ogni sorso di “Mezanotte” sarà un invito a scoprire un pezzo della storia di Napoli, dalla sua viticoltura millenaria alle sue superstizioni più radicate”. L’etichetta è particolare: fondo giallo stellato, un cornetto rosso spicca nell’illustrazione. Una luna, un sole, un pampino di vite, le sagome di una coppia di persone. Alla base il mare. E nel caso specifico di questa bottiglia il nome del vitigno, il Greco. Uno degli autoctoni di questa zona del Sud Italia. L’etichetta si fa notare, questo è certo. Anche per quella svista assolutamente voluta della mancanza di una “z” (quella che c’è viene sottolineata con un inchiostro dorato). Napoli 1891, sotto al nome del vino e del progetto, conferma tradizioni, cuore, passione e creatività. Il vino in tavola farà il resto.

A Est di un’Italia Ricca di Valori Veri


Costa Est, Pecorino, Orlandi Contucci Ponno.

Le sorprese nell’Italia del vino non finiscono mai. Anche in zone meno blasonate si trovano prodotti e vestizioni di qualità elevata. E’ il caso di questo Pecorino abruzzese (Doc Pecorino Abruzzo) dell’azienda sopra menzionata che fa parte del gruppo “Agricole Gussalli Beretta” con sede in Roseto degli Abruzzi e vigneti sparsi in quella zona tra il mare e il massiccio del Gran Sasso. Il Pecorino, si sa, non è un formaggio (anche se in quelle zone si trova, molto buono, anche quello) bensì un vitigno autoctono molto localizzato. Il nome del vino è “Costa Est”, evidenziando una caratteristica del vigneto (di ottima esposizione). Ecco cosa ci racconta il produttore nel proprio sito internet: “Il nostro Pecorino nasce dal vigneto di Santa Petronilla, localizzato in una piccola valle di circa 10 ettari nel cui centro scorre una fonte sotterranea che mantiene il terreno sempre umido anche durante le stagioni più secche. I suoli ghiaiosi, calcarei e il microclima fresco di Santa Petronilla donano bianchi freschi ed equilibrati, profondi e minerali”. Mentre il packaging, elegante ed equilibrato, ci parla di solarità e ampiezza, con particolari grafici interessanti come quel profilo di un paese antico all’orizzonte, realizzato con un inchiostro dorato, quasi fosse illuminato da un tramonto emozionale. In alto il logo e il nome del produttore, in basso il nome del vino e la menzione della Doc. Si tratta di un’etichetta tutto sommato semplice. Il suo valore risiede nella capacità, con pochi elementi, di trasmettere sensazioni di qualità, tradizione e competenza.

Qualità e Semplicità, nel Tempo


Vorberg, Pinot Bianco, Cantina Terlan.

Il Pinot Bianco “Vorberg” della Cantina Terlan (Kellerei Terlan in lingua tedesca) è uno dei vini bianchi più iconici, premiati e longevi d'Italia. Il suo nome deriva dalla sottozona e dall'omonimo vigneto situato sulle colline di Monzoccolo, nel comune di Terlano (in Alto Adige, provincia di Bolzano). La parola tedesca Vorberg si traduce letteralmente come "avampiede della montagna" o "pre-monte", e descrive perfettamente la posizione geografica di questi vigneti: pendii molto ripidi e soleggiati, esposti a sud/sud-ovest, che si adagiano ai piedi di un massiccio montuoso. Spesso considerate, a torto, minori rispetto allo Chardonnay o al Sauvignon, le uve di Pinot Bianco del Vorberg crescono a un'altitudine tra i 450 e i 650 metri s.l.m., su pendenze che vanno dal 5% fino al 70%. Il terreno è unico: composto da porfido quarzifero, una roccia vulcanica che conferisce al vino una mineralità tagliente e una sapidità quasi salina. E l’etichetta? Si distingue per la sua semplicità. Vediamo un fondo giallo paglia, incorniciato da sottili linee, dove emergono le scritte in inchiostro verde e dorato, luminescenti. L’annata e la dicitura “Riserva” (che rende questo vino molto longevo) completano il quadro. La sua fama ormai lo precede in ogni tavola. La grafica sobria ed elegante rafforza il concetto di qualità nel tempo.

Un Pigato Prodotto con il Cuore


Sogno, Pigato, Vis Amoris.

Il nome di questo vino è “Sogno” mentre “Vis Amoris” è il nome dell’azienda che lo produce. Chiarito questo aspetto (non era del tutto palese) passiamo a definire le due parole: “Vis Amoris” (la forza dell’amore) è una locuzione che esprime l’amore non come sentimento dolce e passivo, ma come forza travolgente, quasi una potenza irresistibile che agisce sull’animo. La ritroviamo nella tradizione poetica e filosofica latina, da Lucrezio a Virgilio, dove l’amore viene spesso rappresentato come una forza della natura, capace di muovere e sconvolgere ogni cosa. E riguardo al sogno ecco cosa ci spiega il produttore nel proprio sito internet: “L’amore per una terra aspra, ma generosa; un sogno che sembrava una sfida: produrre un vino speciale da una terra speciale che ne sapesse coniugare i colori, i sapori, i profumi e le emozioni. Il Pigato e le sue declinazioni per esprimere le qualità e la versatilità”. Vis Amoris infatti, dal 2008 ha scelto di produrre solo Pigato (un clone del Vermentino, arrivato in Liguria dalla Sardegna e qui addattatosi al terroir del ligustro). Tornando all’etichetta in questione cosa possiamo notare? Un grande “fuoco” cromatico in alto, forse muretti a secco, forse la rappresentazione del terreno, nel mezzo un cuore accennato al tratto con al centro il nome dell’azienda, subito sotto troviamo il nome del vitigno e in ultima analisi il nome del vino, “Sogno”. Packaging molto genuino ma che non tarda ad attirare l’attenzione grazie all’eterno tema dell’amore e alla simbologia del cuore. Scaltrezza? Passione? Non optiamo per la seconda.

Castelli della Loira e non Solo


Les Terroirs, Blend di Bianchi, Cave de Valencay.

Tra Poitiers, Le Mans e Orleans, proprio al centro della Francia (e della Valle della Loira) si trova la sede e la produzione di questa piccola cantina (cooperativa) transalpina. L’etichetta è al tempo stesso semplice e “codificata”. Nel senso che vi ritroviamo alcuni classici schemi o stilemi delle etichette tipicamente francesi. Ad esempio la sintesi stilizzata di un edificio tipo castello, o villa, magione, maison, che un tempo è certamente appartenuto a famiglie nobili. Altro classico, in alto, l’affermazione “Produit de France”. Con un orgoglio che noi italiani non abbiamo. In basso troviamo un’altra parola che porta uno stereotipo: “terroir”. Esattamente “Les Terroirs”, trasformato in una specie di qualificante nome del vino. Al centro invece, in bella vista e con un inchiostro dorato e in rilievo, la dicitura che collega il prodotto alla zona di provenienza: “Valencay”. Nome di luogo, certo, ma che assona vantaggiosamente a “valore” in italiano e a “value” in inglese. Insomma, ci sta bene comunque. Ed ecco qui confezionato un vino dal costo non proibitivo, anzi quasi da GDO, con una veste valoriale, identitaria, piacevole, leggibile, attraente. La Valle della Loira attira il turismo con i suoi castelli, e l’enoturismo con la promessa del gusto e delle tradizioni. Chapeau.

Il Rosa Iconografico del Vitigno Pugliese per Eccellenza


Icon, Negroamaro, Solemoro (Cantine Due Palme).

In questo emblematico caso, qual è il nome del vino? Solemoro, Negroamaro o Icon? E’ chiaro che stiamo creando una forzatura con l’obiettivo di generare un commento costruttivo. I nomi citati sopra, in questa etichetta, hanno tutti più o meno la medesima rilevanza grafica. Sono proposti con grandezze simili, per semplificare il discorso. E quindi il consumatore non sa che pesci pigliare (a proposito, questo Negroamaro Rosato spumantizzato, col pesce ci va a nozze). Con una breve ricerca (oggi alla portata di tutti, anche in una enoteca davanti a uno scaffale, tramite smartphone) scopriamo che Solemoro (bella dicotomia) è il nome della cantina (emanazione a sua volta del produttore pugliese Cantine Due Palme), che Negroamaro è il nome del vitigno con il quale è prodotto questo vino (ok, questo non era difficile) e che Icon, di conseguenza, andando per esclusione, è il nome del vino. “Icon” che in inglese significa “icona”, insomma simbolo, riferimento, elemento fondante. A parte l’uso di parole inglesi nel mercato italiano (criticabile) l’etichetta si fa notare per un particolare inchiostro rosa rilucente e anche per una certa semplicità che si traduce in leggibilità. Niente di speciale, ma una buona “percettibilità” a scaffale. 

Un Panorama Assolato e Troppo Colorato


Melon à Queue Rouge, Philippe Chatillon.

Ecco l’esempio di un grande vino (di un produttore qualitativo di nicchia) vestito con una etichetta improbabile e fuori luogo. Ma vediamo perché. Innanzitutto una curiosità: il vitigno che compone questo vino al 100% è uno strettissimo parente dell’universalmente noto Chardonnay. Il suo nome (del vitigno) è davvero poco conosciuto, Melon à Queue Rouge, soprattutto perché di vigne con queste uve ne esistono davvero poche e sono tutte concentrate in una micro-regione della Francia che si chiama Jura. La traduzione sarebbe “Melòn con la Coda Rossa”, avendo questa uva là caratteristica di colorare di rossiccio il raspo che regge il grappolo (un po’ come il nostro Refosco dal Peduncolo Rosso). Nella grafica a strisce che caratterizza l’etichetta vediamo infatti la Aoc (sigla francese che corrisponde alla nostra Doc) della regione Jura. Alla destra di queste due (scomode) scritte poste in verticale vediamo un sole messicano (i colori suggeriscono uno scenario di sabbia e cactus) dal quale si irradia un ventaglio di colori. Alla base del packaging il nome del produttore su fondo nero. Perché il tutto ci sembra “fuori luogo”? Perché la regione dello Jura è molto tradizionalista, cultura contadina di un tempo, ambiente rurale. In questa etichetta emerge fin troppo una vèrve carioca che nulla ha a che fare con la tradizione del vino, in generale, e zero agganci con il mondo vitivinicolo delle campagne francesi. Parere soggettivo, intendiamoci. L’impronta, insomma, è fin troppo giocosa, laddove dentro la bottiglia troviamo invece un prodotto molto serio e molto qualitativo.

Un Porto Secolare: il Gusto in una Botte di Ferro (anzi, di Legno)


Tawny Port 30, Quinta da Vacaria.

Azienda portoghese dal 1616. Un storia secolare da raccontare ammirando le colline del Douro. 42 ettari di vigneti che prediligono varietà autoctone come l’Arinto, il Viosinho, il Gouveio Real, il Rabigato, il Roriz, etc. E a parte vini di produzione “classica”, c’è logicamente il Porto. Di questa bottiglia il produttore scrive: “Questo Tawny Port di 30 anni vanta una tonalità rame-oro con sfumature verdastre. Rivela aromi complessi di caffè e rovere invecchiato. Al palato, offre un perfetto equilibrio tra acidità vibrante e alcol morbido, offrendo un finale elegante e persistente”. Parla di sfumature cromatiche da intercettare visivamente nel magico nettare, che però si ripresentano anche in etichetta, con un pronunciato inchiostro dorato. Sfondo nero, il numero 30 relativo all’invecchiamento in grande evidenza al centro (come giusto che sia), la “V” di Vacaria come orgine (capolettera) del nome aziendale e dei ghirigori che caratterizzano questa etichetta. Bella, preziosa, storica. Perché questo Porto è un “Tawny”? Significa che si tratta di un blend di vini di annate diverse affinati in botti di rovere (in questo caso per 30 anni) che sviluppano aromi ossidativi e un colore più chiaro e brunito. Le differenze principali rispetto a un Porto “normale”: il metodo d’invecchiamento in botte piccola di legno con ossidazione prolungata per il Tawny mentre per il Porto Ruby o Vintage si promuove meno contatto con il legno e più in bottiglia per preservare freschezza e frutto.

Un Azzurro Dorato che Nobilita il Rosato


Azur Touch, Rosato.

Un prodotto di base, rosato, prodotto con vitigni non meglio precisati, venduto nella GDO, senza troppe pretese (visto il prezzo molto contenuto), ma con un’etichetta attraente. Il nome innanzitutto: “Azur Touch” un tocco di azzurro (ci vuole per fare il paio con il rosa, colore del vino) e la sottostante definizione regolamentata che recita “Méditerranée IGP”. Il richiamo è alla Costa Azzurra, ai rosati freschi, da piatti di pesce, alla bella vita di Saint-Tropez e tutto quello che, iconograficamente, ne consegue. Tutto in un’etichetta? Certo. E poi è bello notare anche la grafica, molto colorata, festosa, fantasiosa, perfettamente in linea col il racconto intrapreso con il nome, con gli stilemi delle località di mare del sud della Francia, l’ulivo, il timo, il ligustro, il fico d’india, e chi più fantasia ha più ne metta. Il nome principale di questo vino è stampato in rilievo e in oro, brilla e impreziosisce. La scritta “touch”, in corsivo, si legge poco ma qualcosa aggiunge. La denominazione “Méditerranée” colloca e fa vibrare una brezza marina. Insomma, una bella operazione di packaging e di marketing a monte. E il prodotto? Come detto all’inizio non potrà essere il vino dell’anno, ma la sua bella figura la fa, a tavola, con quel vestito gioioso.


Dal Marmo al Grappolo è un Attimo


Pià della Tesa, Botticino Doc, Noventa.

Un indizio per la spiegazione di questa originale etichetta ce lo fornisce direttamente il produttore nella scheda di prodotto che troviamo nel sito internet aziendale: “I vigneti sono situati nel comune di Botticino nell’anfiteatro di colline botticinese, dove la natura del terreno ed il particolare microclima sono da sempre vocati alla coltivazione della vite. Le radici delle viti poggiano e penetrano nel marmo di Botticino che costituisce queste colline. Ne consegue un importante assorbimento di minerali, che poi ritroviamo nella sapidità del vino”. Vediamo infatti, come elemento grafico protagonista nell’etichetta, una conchiglia fossile (infatti AI ci dice: “il marmo Botticino è un calcare micritico compatto di colore beige, noto commercialmente come marmo nonostante la sua origine sedimentaria”). La conchiglia si trova sotto il livello del terreno e da essa scaturisce il tralcio rigoglioso di una vite. I toni cromatici sono molto intensi: domina un rosso vivo nella parte superiore del packaging, dove spicca a sua volta il verde delle foglie e il carminio dei grappoli. In alto troviamo il logo/nome aziendale, in giallo, con una stilizzazione di un sole ancestrale al posto della “o” di Noventa. Alla base il nome del vino, “Pià della Tesa”, evidentemente una collocazione geografica delle vigne. Il vino è biologico ed è composto dai vitigni: Barbera, Sangiovese, Marzemino e Schiava Gentile.

Il Diavolo, in Australia, ci Mette la Coda


Devil Made (Pinot Noir), “The Ripper” (Woodside Park).


La celebre frase "Dio ha fatto il Cabernet Sauvignon, il diavolo ha fatto il Pinot Nero", attribuita all'enologo André Tchelistcheff, sottolinea la natura estremamente capricciosa, sensibile e difficile da coltivare di quest'uva. È un vitigno "pignolo" che richiede climi freschi e cura meticolosa, ma capace di produrre vini rossi eleganti, aromatici e complessi. Esistono anche interpretazioni moderne e commerciali del concetto, come il marchio australiano di Adelaide Hills, Devil Made Pinot, che produce Pinot Nero da vigneti sostenibili. Vigneto unico, creato da Jack Tornich che si è concentrato su Pinot Noir e Pinot Gris. Ma vediamo questa etichetta “di rottura”: il nome del vino è anche quello dell’azienda, della linea, del vigneto, tutto. E si ispira chiaramente allo statement con il quale abbiamo iniziato questo articolo. La forza di questo packaging è diabolica. Il diavolo viene graficamente ben rappresentato anche sul collo dalla bottiglia. Il carattere stesso di scrittura è mefistofelico. Al tempo stesso antico e misterioso. Peccato per il tappo a vite che di misterioso ha davvero poco. Ma siamo in Australia, lontano da tradizioni borgognotte. Più precisamente sulla colline vinicole che circondano la città di Adelaide, nella parte meridionale di quell’immenso continente-isola. Però ci piace (l’etichetta).

La Mossa Giusta di un’Etichetta Classica


Espression Initiale, Champagne, Gonet Sulcova.

Una famiglia che produce Champagne da 4 generazioni. 20 ettari quasi tutti a Chardonnay. E fin qui niente di nuovo perché nei dintorni di Epernay di storie come questa ce ne sono molte. Ma qui c’è una particolarità: la moglie dell’attuale erede dell’attività è una pregevole artista del disegno a mano libera. In tempi di AI questo rimane un pregio non da poco. Di fatto questa etichetta l’ha disegnata la signora Davy Sulcova che, come si evince anche dal logo aziendale, condivide col marito anche l’azienda, oltre al matrimonio. Lo stile è un classico per lo Champagne: una dama con vestito lungo da sera in una mano regge un calice spumeggiante e con l’altra accarezza la “G” iniziale del marchio (per esteso Gonet Sulcova, sintetizzato con le lettere “GS” nella parte centrale della bottiglia). I caratteri di scrittura e alcuni particolari sono in inchiostro dorato e in rilievo. Ma è il gesto dell’illustrazione che fornisce uno spirito particolare al packaging. La grazia con la quale la figura femminile (che viene lasciata e scontorno libero per sembrare più realistica) rende omaggio ai cognomi della Maison trasmette fiducia, eleganza, cura, pregio, qualità e tradizione in una mossa sola. 

Un Commerciale con un Incedere Intellettuale



Falanghina Campania, Dacastello.

In questo caso non abbiamo un produttore vero e proprio, piuttosto un’azienda con solide basi commerciali che decide di selezionare e proporre vitigni e vini di viticoltori diversi, sparsi in tutta Italia. Ci saremmo aspettati dinamiche di comunicazione affrettate, tipiche dello spietato mondo commerciale, e invece scopriamo la volontà di fare le cose (e dirle) bene. Ad esempio la spiegazione dell’origine del nome “Falanghina” (il vitigno che in questa etichetta fa anche da nome) che troviamo nel sito ben argomentato della famiglia titolare dell’attivitò: “La Falanghina raggiunse le coste dell’Italia meridionale all’epoca della Magna Grecia. I mercanti romani la denominarono phalange, letteralmente legata al palo, in riferimento al sistema di coltivazione della vite”. Cosa dire, inoltre, di questo packaging che abbiamo preso come esempio nell’ampia gamma dell’azienda? E’ fresco, solare, armonioso, sia pure nella sua semplicità. Inchiostri che danno rilievo, oro al posto giusto, stile giovane e spigliato, grande evidenza cromatica e semantica al vitigno e alla regione di provenienza del vino. Bello anche il logo “coronato” che fa da complemento al nome aziendale. Elementi corretti e ben disposti.

Santa Venere e Buonissima Calabria


Giorgia, Moscato, Akra (Tenuta Santa Venere).

Finalmente un produttore di vino che nel proprio sito internet racconta con competenza e passione il nome della propria azienda. E lo fa così bene che a noi non resta che riportare le sue esatte parole: “Akra (dal greco antico sommità, vetta) indica il punto più alto di un luogo, la parte più elevata di una città, ma anche il suo centro pulsante di vita. Si pensi alle acropoli greche akros (ἄalto), polis (città), che dalla posizione sopraelevata assolvevano al ruolo difensivo, religioso e politico. La vetta abbraccia con uno sguardo ampio l’orizzonte. La vetta è simbolicamente più vicina alla spiritualità e alla trascendenza. La vetta richiede radici più profonde. Akra è anche il nome antico della città di Acri: quattro lettere che indicano, con la brevità e la forza tipica della lingua greca classica, non solo la collocazione geografica del luogo, ma anche le caratteristiche territoriali e i suoi tratti distintivi. Ecco allora che l’etimologia di una parola diventa “etimologia di un luogo” e il suono si fa forma”. L’anima di questa azienda calabrese è Sindy Galasso, rientrata da una precedente attività in ambito finanziario a Londra, per valorizzare quello che di buono sa donare la Calabria (siamo nella zona di Castrovillari (Cosenza), ai piedi del Parco del Pollino). E poi c’è il nome del vino, “Giorgia”, e la sua etichetta molto elegante. Vediamo una figura di donna, sognante, con una rosa in mano. I tratti sono in parte in oro, lo stile molto originale, semplice ma completo, solare, emozionante. Lei è Giorgia e anche qui, nella spiegazione fornita dalla titolare, si deve risalire al greco. Il nome significa “colei che lavora la terra”. La bottiglia parla, racconta di storia e territorio e lo fa con una grazia che ammalia e che invita all’assaggio. Ancora una conferma per il favoloso mondo (italico) del vino: angoli di storia, di cultura e passione in ogni regione.

Lamponi su Tramonto Rosa Antico


Grotta dei Lamponi, Nerello Mascalese, Serafica.

Il nome aziendale non è un aggettivo femminile, sia pure molto bello: si tratta del cognome della famiglia che dal 1950 ha intrapreso la produzione di vini (e di olio) a Nicolosi, frazione Mompilieri, provenienti da uve del versante sud dell’Etna. Quello esposto verso il mare, dicono, con maggiori velleità minerali. A parte le fini disquisizioni sull’esposizione e sulla composizione del terreno che da queste parti hanno acquisito valenza quasi scientifica, siamo in un territorio sicuramente interessante, in questo caso, oltre che per Etna Bianco ed Etna Rosso anche per questo outsider “Etna Rosato”. Il colore del vino è meraviglioso e si sposa perfettamente con le cromìe dell’etichetta, un insieme di strati, di pennellate, che vanno dall’azzurro del mare al calore/colore di un tramonto. Detto fatto il nome del produttore possiamo passare al nome del vino, grazie anche al commento che troviamo nel sito internet: “Origine del nome: l’Etna è ricchissima di grotte vulcaniche, piene di meraviglie e spettacolari gallerie. Grotta dei Lamponi (chiamata così per la presenza degli omonimi frutti di bosco trovati all’ingresso) dà oggi il nome al nostro vino rosa Etna DOC, restituendo il significato dell’unicità del territorio e il senso di un’esperienza unica”. Niente di originalissimo, ma guarda caso leggere “lamponi” rafforza nella mente il colore carminio e tutto si materializza nel pensiero ancora prima rispetto al calice. L’etichetta si manifesta nel suo complesso con modernità, anche per la proposta non così scontata di un rosato in terre di rossi eleganti e bianchi espressivi. Vino da pesce. O da quello che vi va. Il tramonto è compreso nel prezzo (che non è certo modesto).


Il Valore dei Nomi (e dei Cognomi)


Cinquenta y Cinco, Pinot Noir, Bodega Chacra.

E quindi Chacra non è il nome di questo vino (sarebbe stato bello) anche se in etichetta viene scritto con le lettere più grandi e in alto. E’ il nome del produttore, Bodega Chacra (e allora perché non scrivere per intero il nome dell’azienda?). Bando alle polemiche, vediamo subito cosa si intende per “Chacra” secondo la letteratura prevalente: “Chakra (con la “k”, in sanscrito “ruota” o “cerchio”) è un concetto proveniente dalle tradizioni spirituali e filosofiche induiste e buddiste, in particolare dallo yoga e dall’Ayurveda. Indica i centri energetici del corpo sottile (non fisico) attraverso cui scorre il prana (energia vitale). Sono concepiti come vortici o ruote di energia disposti lungo la colonna vertebrale”. Tornando agli elementi del packaging vediamo che viene affermato in modo abbastanza chiaro che il vino viene dalla Patagonia, il suo nome è “Cinquenta y Cinco” (il nome deriva dalla datazione dei vigneti, piantati nel 1955, coltivati con metodi biodinamici e biologici su terreno ghiaioso), viene prodotto con uve Pinot Noir e, sorpresa, alla base dell’etichetta leggiamo “Eleve et produit par Piero Incisa della Rocchetta” (in francese, mica in spagnolo, anche se come territorio siamo in Argentina). Piero Incisa della Rocchetta è uno dei membri della nobile famiglia titolare della nota Tenuta San Guido (Sassicaia): ha fondato la Bodega Chacra nel 2004 nel Rio Negro, Patagonia, trovando un luogo ideale per il Pinot Nero. Che bella storia. Che etichetta pulita e lineare. Che internazionalità: concetto orientale, vigne argentine, vitigno francese, proprietà italiana. E il prezzo? Elevato.

Un Riesling Davvero Avvolgente


Marea, Riesling Renano, Barberani.

Davvero originale questa etichetta per un Riesling inaspettato in terra umbra (infatti il vino è “registrato” come Umbria Igt). Si tratta di una illlustrazione che vede protagonisti una donna (piuttosto svestita) e un polpo, insomma una piovra. Ma vediamo, prima di una attenta analisi, cosa scrive il produttore riguardo al vino: “Il Riesling è una delle varietà di uva più affascinanti ed intriganti al mondo. Nostro nonno Vittorio Barberani ne fu attratto al punto da piantare antiche varietà di Riesling Renano sul Lago di Corbara. Le caratteristiche uniche di questo straordinario vitigno si esaltano coltivandolo in un suolo di argilla marnosa, con origine eocenica, ricca di fossili marini. È allevato ad alberello, la forma prediletta dei migliori riesling, per esaltarne l’intensità e trasmettere a pieno il carattere marino dei suoli nei frutti. Il clima unico della valle del Tevere dona notevoli moti ventosi, umidità mattutina ed una grande escursione termica tra giorno e notte che riescono ad esaltarne la concentrazione aromatica. Marea è affinato in fusti di legno di rovere francese con tostatura delicata per un anno e per tre anni in bottiglia”. Commento tecnico-storico che non fa una piega. Di pieghe ne fanno tante, invece, i tentacoli del polpo che caratterizzano l’etichetta: certo che uno sfondo sessuale c’è. Diciamo che si percepisce, laddove i tentacoli avvinghiano la donna quasi come fa il vino con la mente dell’uomo. Lo stile? Art decò. La provocazione? Forte.

Un Tuffo Dove l’Acqua è Più Azzurra


Rocambolé, Grillo, Cusumano.


Fondata da Alberto e Diego Cusumano nel 2001 a Partinico dove ha sede, questa azienda siciliana produce vini eleganti e identitari in cinque diverse tenute. Il nome di questo vino ricorda l’aggettivo “rocambolesco”. Il vitigno è il Grillo e l’etichetta si presenta davvero in modo originale. Nella parte centrale infatti, vediamo una figura umana che potrebbe essere un acrobata così come un ragazzo che si tuffa in uno specchio d’acqua. L’effetto è assicurato. Nel senso del potenziale per attirare l’attenzione. Molto bello anche l’effetto cromatico, dove un fondo azzurro viene inciso da tratti d’orati, anzi, ramati. In alto il nome del vino che esattamente è “Rocambolé”, e in basso il nome della cantina. E in caratteri più piccoli “Sicilia Doc”. E’ un’etichetta semplice, ma di grande impatto. Tra l’altro si tratta di un vino di “bassa gamma”, che l’azienda veicola principalmente nella GDO come Esselunga. Questo significa che in ogni caso, ogni tipologia di vino, merita di essere valorizzata con etichette di spessore creativo e concettuale. E anche con tecnologie di stampa che utilizzano tecniche avanzate e inchiostri particolari. L’attenzione per la vestizione di una bottiglia di vino, si trasforma subito in attenzione da parte del potenziale consumatore. Ed è proprio questo che consente di chiudere il cerchio.

Senza Infamia e Senza Lode (e Senz’Alcol)


Natureo, Garnacha e Syrah, Torres.

L’azienda spagnola Familia Torres ha portato sugli scaffali italiani uno dei primi vini dealcolati industriali (e commercialmente organizzati per la GDO). La legislazione non è ancora chiara (in Italia) ma nel frattempo all’estero si stanno attrezzando. Che dire? Si tratta di un vino/non-vino. Cioè, come nome, o se vogliamo come definizione merceologica, non dovrebbe chiamarsi vino, perché non lo è. Il vino come lo conosciamo da millenni è quella bevanda a base di uve fermentate che ha diversi gradi alcolometrici. Questo vino quanto meno dichiara apertamente la sua condizione: si chiama “0,0”. Scritto bello grande al centro dell’etichetta, sia pure con uno stile grafico e illustrativo. A dire il vero i nomi sono due, perchè in alto leggiamo “Natureo”. In ogni caso il richiamo alla naturalità è ben presente (nel nome in alto e nello stile floreale al centro). Ma perchè alludere alla natura/naturalità? Perchè è senza alcol? A ben vedere è natura anche quella che provvede a trasformare gli zuccheri in alcol, con il processo fermentativo. Sicuramente le strade comunicative che dovranno prendere i vini dealcolati non saranno di facile percorribilità. Puntare sulla salute? Sicuramente. Sul gusto? Assolutamente necessario per fugare ogni dubbio di “consistenza” organolettica laddove l’alcol non supporta più l’equilibrio complessivo del nettare degli Dèi. A proposito, un vino senza alcol può ancora essere così definito? Nettare di sicuro, ma gli Dèi, secondo noi, avrebbero qualcosa da obiettare.

Rosa, Viola e Ocra, Tanto per Gradire


Rosa di Pinot, Pinot Nero, Luca Bonizzoni.

L’azienda, one-man-band, è prevalentemente una apicoltura. Ma si sa che le api vanno d’accordo con la natura, e con essa la vite e il vino. Per cui ecco anche una linea di vini assolutamente biologici e, diremmo anche, con etichette dai colori antagonisti. Ma andiamo con ordine. Ecco come si definisce il titolare dell’azienda: “Il suo sogno era un mondo più pulito, onesto, trasparente. E nella sua azienda agricola a Casteggio un po’ di quel sogno lo ha realizzato: qui tutto è Bio, come lui caparbiamente ha voluto. Con 2.000 alveari è oggi uno dei maggiori apicoltori biologici italiani, spesso presente in convegni e iniziative delle più accreditate associazioni di produttori”. Insomma, la garanzia di genuinità del vino di questa azienda è data da tutte quelle api intorno. Questo rosato da Pinot Nero in purezza si chiama “Rosa di Pinot”, nome descrittivo, funzionale, diretto. Nella grafica giganteggia una scritta verticale che rivendica la gestione agronomica BIO. A dire il vero il nome del vino non è cromaticamente ben leggibile, ma pazienza. Alla base troviamo il logo del produttore (un sole) ma non il suo nome. Piuttosto leggiamo “frizzante” e la conferma del “bio”. Il tutto ha un certa originalità anche se migliorabile nelle dinamiche di percezione dei vari elementi. Colori insoliti per un vino, viola e ocra, che però, sicuramente, si fanno notare a scaffale. 

7 Colori per 7 Vitigni: il Primato della Creatività


Les 7, Champagne, Laherte Freres.

Stiamo parlando di uno Champagne atipico. Sia pure ad opera di una Maison storica (1889) che attinge a radici culturali e colturali di grande spessore e profondità. Perché è uno Champagne fuori dagli schemi? Perché invece di essere prodotto con 2 o 3 tipi di uve (come solitamente accade per questo tipo di vino spumeggiante) ne può enumerare ben 7 nel proprio DNA vitivinicolo. E tutto questo è ben evidenziato con il nome di queste bollicine francesi: “Les 7”. Iniziamo con l’elenco dei vitigni che sorprenderanno anche i più esperti: Chardonnay, Pinot Meunier, Pinot Blanc, Petit Meslier, Pinot Noir, Fromenteau, Arbanne, in ordine di “apparizione” (cioè di percentuale apportata). Ma torniamo all’etichetta: le 7 varietà di vitigno vengono letteralmente (e graficamente) sottolineate con 7 tracce colorate al centro del packaging. 7 pennellate di colore che vanno dal carminio al viola, passando per sfumature ocra e verdi. Insomma, uniformità di comunicazione con un piglio creativo che rende il tutto considerevolmente originale. Questa etichetta, infatti, posta al confronto con le etichette classiche dello Champagne, si staglia nettamente sullo scaffale. Eppure siamo di fronte ad una cantina storica, dove però le nuove generazioni hanno deciso di intraprendere una comunicazione più giovane e spigliata. Non rinunciando a produzioni estemporanee ma anche decidendo di agire in un ambito biodinamico. In pratica: gli elementi per il successo ci sono tutti.

La Basilicata non è Così Arida come Sembra


Gelso Bianco, Malvasia, Tenuta i Gelsi.

Come scrive giustamente il produttore nelle pagine del proprio sito internet, un vino bianco in Basilicata è abbastanza raro. Laddove regna sovrano un rosso di grande spessore (gustativo e cromatico): l’Aglianico. In questa regione d’Italia spesso dimenticata, se di bianco dobbiamo parlare allora è una Malvasia. La Tenuta i Gelsi l’ha chiamata “Gelso Bianco”, legando indissolubilmente la percezione del prodotto al noto, dolce, inebriante, profumo dei fiori di questa pianta. L’etichetta è particolare: la carta innanzitutto è di quelle “a spessore”, quasi spugnosa. Il carattere di scrittura del nome del vino è originale, probabilmente realizzato apposta per questa edizione. Il disegno del frutto del gelso sulla destra (praticamente come una mora ma chiara) è realizzato “tutto d’un tratto” con uno stile che incuriosisce. Il tratto è puntinato con macchie di colore verde acceso che creano un connubio con l’immaginario di un grappolo d’uva. In basso a sinistra troviamo un logo sempre in verde: sembra essere la “G” di Gelsi; e quindi il nome dell’azienda. Etichetta originale, pulita, impattante, simpatica e anche significativa. Una ventata di novità in un territorio che ancora fatica ad uscire dal proprio isolamento. E poi, trovare una fresca e scattante Malvasia in un arido entroterra è sempre un buon bere, soprattutto in estate.

Geniale Come una Barbera (Virgolettata)


Genio, Barbera d’Asti, Gianni Doglia.

Eh no, questo vino non si chiama “Genio” perché in qualche modo è geniale. Si chiama così in omaggio a nonno Eugenio, come enunciato con dettaglio e con data, subito sotto al nome del vino. Nonno Eugenio magari è stato anche un genio, ma si tratta di una classica deformazione (sintesi) del nome di battesimo come si usa nei paesi, senza rinunciare anche ai dialetti, ancora oggi. Graficamente viene effettuata una “furbata”: quelle due virgolette rosse vicino al nome non fanno altro che attirare l’attenzione. Opportunamente. Il resto è accademia… della semplicità. Etichetta lineare, con tutte le dizioni di legge e alla base il nome del produttore loghizzato: Gianni Doglia. Un piccolo difetto: il carattere di scrittura del nome aziendale induce, da lontano, a leggere Dogha invece che Doglia. Particolari che non inficiano ma potrebbero infastidire (la memorabilità). Per il resto il vino è di quelli genuini, così descritto nel sito internet del produttore: “Vino avvolgente caldo e rotondo. Frutto di un elegante equilibrio fra una decisa freschezza e un buon corpo. L’uva viene raccolta manualmente in vigneto e depositata con cura in cassette per il trasporto alla cantina, pigiata e messa a fermentare a temperatura controllata con una macerazione di circa 15 giorni. Alla svinatura il vino viene messo ad affinare in piccole botti di legno per circa 18-24 mesi. Il vino così ottenuto viene lasciato riposare per circa 6 mesi in vasca d’acciaio. A questo punto si può procedere all’imbottigliamento. Dopo un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno 6 mesi in cantina a una temperatura di 20° C il vino è finalmente pronto per essere bevuto”. Il genio (o l’Eugenio) dalla semplicità. Prosit!

Senza Ombra di Dubbio


Ombrasenzombra, Sauvignon, La Tosa.

Azienda nota e qualitativa presente sul mercato dal 1980 ad opera di due fratelli, Stefano e Ferruccio Pizzamiglio, animati da vera passione per il vino. In etichetta: un punto esclamativo che parla di sicurezza dei propri mezzi e delle proprie competenze e capacità. Il nome del vino è molto particolare e nasconde un perché, logicamente: i nomi migliori lo fanno. Questo insolito Sauvignon (insolito per le colline piacentine) si chiama “Ombrasenzombra”, così, tutto attaccato. E fa riferimento alla filosofia produttiva di questo vino, che viene così spiegata dal produttore: “…ogni vitigno è da noi coltivato in modo diverso dall’altro, in base alle sue peculiari caratteristiche: essendo il Sauvignon un vitigno nordico, lo coltiviamo in modo che i grappoli siano riparati dal caldo e dalla luce…”. Ed ecco spiegato il senso di un’ombra che non ha ombre, cioè parla di scelte produttive circostanziate. Ci piace molto l’estrema sintesi del punto esclamativo eletto a logo distintivo e al tempo stesso ci piace la lunghezza di questo nome che fornisce originalità e spessore. L’unica concessione preziosa di un’etichetta molto semplice e schietta è l’inchiostro dorato con il quale viene impresso il nome aziendale “La Tosa”. Per il resto parlano il vino e le scintille negli occhi di questi due fratelli che hanno fatto della vitivinicoltura la propria ragione di vita. Salute!

Sui Castelli di Jesi con Spessore


Verdicchio dei Castelli di Jesi, Garofoli.

Il nome di questa Doc, cioè di questo vitigno, è tra i più lunghi e articolati in assoluto. Verdicchio è il tipo di uva e “dei Castelli di Jesi” la collocazione geografica. In pratica sulle colline antistanti il mare, nelle Marche, in provincia di Ancona. Lungo nome di vitigno e… nessun nome per il vino. Si tratta del prodotto “base” della gamma, per cui non si è ritenuto necessario caratterizzarlo con un nome proprio. Di fatto si nota, alla base dell’etichetta, il nome dell’azienda, Garofoli, molto famosa nelle Marche e anche nel mondo, con una storia famigliare encomiabile. Ma torniamo al packaging: questo vino non ha un nome ma si presenta subito bene con l’immagine. Un cerchio, una luna o un sole, caratterizzato da un inchiostro dorato in rilievo. Una sfera per l’esattezza. Divisa in due metà, dove la trama passa da positiva e negativa: dove vi sono dei buchi, dall’altra parte vediamo dei tratti. Lo stile è quello dell’arte contemporanea. La percezione è di qualcosa di forte, univoco, impattante, memorabile. E anche di qualità: certo, oggi queste etichette tecnologiche hanno ottimizzato i costi e servono per farsi notare ed apprezzare con cromìe e trame grafiche ad effetto e di spessore (concettuale oltre che di inchiostro). Sempre in oro la dicitura “Doc Classico”. E sotto al nome dell’azienda (e di famiglia) l’opportuna precisazione “Casa fondata nel 1901”, un valore che non molte aziende sono in grado di poter affermare.

Etichette per Gioco, Vino per Passione


Barbera d’Alba, Oriolo.

Un vino senza nome. Come ce ne sono molti. Qui il nome lo presta l’azienda all’etichetta. Firmando, giustamente, il prodotto alla base del packaging. Alcune osservazioni. Illustrazioni canoniche che richiamano purezza, leggerezza, gioia, giovialità: una Arianna svolazzante con il suo filo rosso, molte farfalle, una coccinella. Un bel messaggio di ampio respiro. E poi quella data (di vendemmia) sfumata ma molto grande, al centro dell’etichetta. Molto particolare il marchio sovrastante al nome aziendale: una casetta (o chiesetta) con finestrelle colorate. La zona? Langhe, Montelupo Albese. In un panorama di etichette molto stereotipate questa almeno si distingue. Forse troppo giocosa e spensierata, ma meglio così che il contrario. La carta è di quelle abbastanza preziose, lo stile delle illustrazioni particolarmente curato. Dettagli che definiscono. Diciamo che per una azienda famigliare, non molto grande, l’operazione di vestizione di questa bottiglia di Barbera d’Alba è andata a buon fine. E aggiungiamo per la cronaca nomeica che il termine oriolo (o oriuolo) ha principalmente due significati: è un sinonimo antico e popolare toscano di orologio, oppure indica l'oriolo, un uccello passeriforme dai colori vivaci (giallo e nero) appartenente alla famiglia degli Oriolidae. 

Il Gallo Greco del Muschiato Rosa


Moschofilero, Cavino.

Lo strano nome di questo vino che viene dalla Grecia è anche (e in realtà) il nome del vitigno che lo compone. Vediamo dunque le caratteristiche di questa insolita uva: ha acini rosa/grigi ed è considerata autoctona del paese mediterraneo e strettamente legato alla regione dell’Arcadia, nel Peloponneso centrale. La sua zona di produzione più celebre è l’altopiano di Mantinia, situato a circa 600-650 metri di altitudine, dove il clima fresco favorisce la conservazione dell’acidità e dei profumi del vitigno. Dal punto di vista ampelografico è classificato come vitigno aromatico, appartenente alla famiglia dei cosiddetti “moscati greci”, anche se geneticamente distinto dai Moscati Classici di origine europea. La buccia rosata conferisce al vino un colore che può variare dal bianco paglierino al leggermente ramato. Il suo nome richiama il termine greco moschatos (muschiato/profumato), testimoniando la lunga tradizione legata alle sue qualità aromatiche. E la grafica di questa etichetta? Molto semplice ma anche molto bella: al centro vediamo la stilizzazione di un gallo. Il tratto è davvero originale, a metà tra l’antico e il design moderno. Una scritta in greco alla base (anche per la versione export) e subito sottostante il nome/logo dell’azienda produttrice (forse fin troppo semplice).

Nel Solco (Dorato) della Tradizione


Langhe Nebbiolo, Rinaldi.

Può un grande classico durare nel tempo? La risposta è sicuramente sì. Ma si possono fare distinzioni. Ecco un’etichetta di un famoso produttore di Barolo (in questo caso propone un Nebbiolo delle Langhe) che mette in evidenza dei canoni e degli stilemi che più classici non si può. E’ un’etichetta figlia di una nomea prestigiosa ma anche della paura del cambiamento. Il ragionamento è questo: se cambiamo qualcosa della nostra etichetta storica, i nostri clienti ci “riconosceranno” ancora? Meglio non cambiare, teniamo tutto com’era prima e come è sempre stato. Giusto? Sbagliato? Nel caso delle Langhe potremmo dire più giusto che sbagliato. E piuttosto che commettere errori meglio continuare nel solco della tradizione e di una viticoltura ottocentesca. Ma come appare questo packaging agli occhi di consu-amatori attuali? (il gioco di parole è voluto) Una grande scritta in oro, in alto, nel nome del Signore (inteso come il padre fondatore). Una cornice, sempre d’oro, che racchiude il resto degli elementi. Tra i quali, una cetra, grappoli d’uva, menzioni del vitigno e della Doc, tutto stereotipato. Se non fosse per quella interessante scritta, proprio sotto alla cetra, che recita “Tenute Proprie”. A sancire, giustamente, un processo produttivo completo e pienamente controllato dal viticoltore. E’ un’etichetta “vecchia”, polverosa, ma che tranquillizza. Insomma, si va sul sicuro. Anche se qualche ammodernamento non nuocerebbe,

Farfalle nei Vigneti da Due Milioni di Euro


Domani, Barolo, Campàro.

Può una farfalla essere rappresentativa di un Barolo? Se la farfalla in questione è simbolo di leggerezza, allora no. Se si tratta di un discorso di naturalità, rispetto per l’ambiente, regime biologico, allora forse sì. Rimane il fatto che un’etichetta è madre e vittima del primo impatto che trasmette. E l’immagine di una leggiadra e coloratissima farfalla si sposa poco con la tradizione e la sobrietà (d’intenti) delle Langhe. Ma questo è solo un nostro personalissimo parere. Veniamo alle parole. Cioè ai vari nomi che entrano a far parte di questo packaging. Abbiamo il nome vero e proprio del vino, “Domani” (così semplice che non necessita di commenti se non che è poco leggibile), abbiamo il nome della cantina, “Campàro” (mentre il nome del produttore è Mauro Drocco) e abbiamo anche il nome della zona vinicola specifica, la località “Boiolo” (proprio sotto al belvedere di La Morra) e infine, logicamente, la DOCG “Barolo”. Troppa carne al fuoco? Se si tratta di una bella costata alla brace, con questo vino va benissimo, ma se parliamo di marketing tutti questi centri di attenzione potrebbero essere fuorvianti o come minimo confondere (sopratutto gli avventori stranieri che già se capiscono dove si trovano le Langhe e forse anche il Piemonte è già un successo e parliamo in particolare degli americani che collocano la Silicon Valley al centro del loro universo mentre il resto del mondo sono frattaglie). A volte per questi vini di pregio basta anche solo scrivere “Barolo”, certo, ma anche il vestito della bottiglia può avere la sua bella importanza (la farfalla è bella, eh! Non si discute su questo).

La Filigrana di un’Etichetta in Crescendo


Palás, Barbera d’Asti, Michele Chiarlo.

Forse sono stati i cerchi nel grano degli extraterrestri ad ispirare questa etichetta della nota azienda vitivinicola piemontese Michele Chiarlo. Tant’è che di cerchi qui ce ne sono davvero tanti. Sembrano bersagli. Si distribuiscono per tutto lo spazio in etichetta in modalità antioraria (dipende se si considera il cerchio crescente o calante). E forse il riferimento è proprio alla luna. Oppure al sole nascente e al suo percorso giornaliero ad illuminare, riscaldare e far maturare l’uva nelle vigne. E cosa dire del nome di questa Barbera? Lo lasciamo dire al produttore che ha dato il medesimo nome anche al Relais che si trova nella sede dell’azienda, a Calamandrana, sulle colline astigiane: “Il Palás, termine piemontese che significa “palazzo di lusso”, è il primo Relais dedicato ai cru di Barolo. Dal progetto architettonico agli arredamenti, dalle opere d’arte qui collocate alle selezioni enologiche e gastronomiche proposte dall’omonimo ristorante che si trova al suo interno, dagli spettacolari affacci sulle vigne fino ai più piccoli dettagli architettonici, tutto a Palás Cerequio racconta la storia e la passione per i vini di qualità”. L’etichetta è ben compiuta, su carta preziosa, con inchiostri in rilievo e particolari da banconote filigranate. Trionfa un rosso vivo, rosso Ferrari si direbbe, che ha un effetto ottico indubbiamente efficace.

Madamine Giullaresche nel Solco della Tradizione


Arvëdse, Blend di Rossi, Dacasto Duilio.

"Arvedze" (o arvëdse) in piemontese significa arrivederci. È un saluto informale comunemente usato per congedarsi, spesso accompagnato dall'augurio "arvëdse e ‘n gamb” (arrivederci e in gamba, ovvero “stammi bene”). Un'altra forma di saluto, più formale e tradizionale, è “Cerea”. Siamo ne profondo Piemonte, ad Agliano Terme, dove una famiglia coltiva 8 ettari di vigneti per una produzione minore nelle quantità, ma eccellente per qualità. Le etichette dei vini in gamma, come questa del “rosso base”, sono molto semplici nella stesura ma caratterizzate da una figura allegorica sulla sinistra. Si tratta di una rappresentazione femminile, da arte moderna, o meglio da arti antiche attualizzate. Potrebbe essere un Arcano Maggiore così come un figura medievale giullaresca. In sostanza apporta stile e carattere alla bottiglia. La scelta del nome del vino in dialetto amplifica la volontà di protrarre il senso di una tradizione antica che in Piemonte è ancora orgoglio popolare. Soprattutto nel mondo della produzione di vino. Da notare, in questa direzione, l’adozione della formula “cognome-nome”, non proprio corretta dal punto di vista semantico, ma ancora adottata da molti, da quelle parti. Le scritte in inglese rivelano la predisposizione al commercio estero che male non fa all’immagine e al fatturato.

E’ un Cipresso e Anche un Gran Varietà


Bolgheri Rosso, le Macchiole.

Il gioco forse vale la candela. Anche perché da quelle parti il vino, anche quello “base di gamma”, costa molto. La Costa Toscana infatti ha guadagnato fama e commercio negli ultimi anni. Sulla scia di iconografiche cantine che hanno fatto da apripista, come Tenuta San Guido del celebre Sassicaia. Il gioco in questo caso è tra la cultura (scrittura) orientale, in particolare quella giapponese, è la sintesi grafica di qualche designer italico. Nasce quindi volontariamente il qui-pro-quo di una illustrazione (al centro di questa etichetta) che somiglia proprio a una lettera dell’alfabeto nipponico ma che dichiaratamente rappresenta un cipresso. Il panorama pre-collinare di quelle zone, infatti, è caratterizzato da questo tipo di vegetazione, distintiva in generale della Toscana. Il produttore, le Macchiole, gioca su questo equivoco, al punto da farne una campagna di comunicazione che qui riportiamo. L’etichetta è estrema in semplicità e questo molte volte è apprezzabile. Forse qui fin troppo sobria, ma la sua forza di attrazione la esercita molto bene, se non altro stimolando la curiosità. Il vino, per la cronaca “tecnica”, si compone di ben 5 vitigni: Merlot, Cabernet Franc e Sauvignon, Syrah e Sangiovese. Un bel “varietà” che nasce in 4 vigne diverse. La bravura evidentemente sta nel mettere insieme il tutto. E nel rispettare l’estetica dei cipressi.