Cose Matte e Cose Serie, Insieme

La Mattacchiona, Barbera, Accornero.

C’è un modo di dire che può ben rappresentare questa etichetta: “una scarpa e una ciabatta”. Chiariamo: il packaging in sé non è affatto male, nella sua valenza estremamente classicista. Ma la modalità, il carattere di scrittura (il font, dicono gli addetti ai lavori), con il quale è scritto il nome del vino, crea qualche perplessità. Andiamo all’origine della parola: “la Mattacchiona”, che segna semanticamente una persona di sesso femminile (la Barbera, in questo caso) dallo spirito libero e allegro. Il paragone con il tipo di vino ci sta. Questo nome è appositamente scritto in modo “matto”, fuori dagli schemi classici, in rosso. Ci sta anche questo, conferma il senso, il significato del nome. Ma stona con tutto il resto. Infatti, sotto al nome del vino l’etichetta continua con uno stile molto forbito, attempato, serio, tradizionale. Si nota subito lo stacco tra l’ambiente grafico della parte superiore (e il suo modo di comunicare) e quello sottostante (che parla quindi un linguaggio diverso). Quale sarebbe stata la soluzione ideale? Adattare uno all’altro i due ambienti grafici. Cioè scrivere in modo “serio” La Mattacchiona, o virare in modo allegro la parte inferiore dell’etichetta. Quello che è stato fatto qui, invece, in architettura lo chiamano “restauro conservativo”. Ma la sua buona riuscita è faccenda davvero delicata. Nella quale in certi casi è meglio non imbattersi.

Gufetti Ironici su Torri Storiche

Vernaccia di San Gimignano, Piccini.

Stiamo parlando di una grande azienda famigliare che lavora le vigne e produce vino da 5 generazioni con proprietà sparse in tutta la Toscana. In particolar modo la nostra attenzione si è fermata su questa etichetta che riguarda la Vernaccia di San Gimignano, la prima Doc in Italia, dal 1963 (poi Docg al 1993). Packaging coraggioso in quanto divertente e scanzonato. Raffigura, con una illustrazione fumettosa, le celebri torri di San Gimignano, simbolo delle famiglie possidenti di un tempo. In cima alle torri vediamo dei gufetti che ammiccano simpatici alla nostra attenzione. Lo stile è tra l’artistico e il comico, nei colori predomina l’arancione, soprattutto per quanto riguarda un grande sole in alto a destra, anch’esso rappresentato in modo creativo. Il tutto fa sì che il prodotto e la circostanza del suo consumo vengano considerati con allegria e simpatia, sia pure salvando le nobili origini della tradizione della Vernaccia e del territorio di appartenenza. Una sferzata di estro creativo che richiede di non prendersi troppo sul serio. E questo fa gioco sia per il commercio che per l’immagine in generale di azienda e prodotti. 

Il Nebbiolo Aiuta a Sognare Sotto le Stelle

Sogno d’an Piole, 
Nebbiolo e altri vitigni autoctoni, 
Giovanetto.

Ci sono diverse interpretazioni per il nome di questo vino: tutto ruota attorno alla parola “piole”. E alla vastità delle forme dialettali regionali d’Italia. La prima: le piole sarebbero l’equivalente piemontese di osterie e trattorie, insomma locali storici, spesso a conduzione familiare, dove si possono gustare piatti tipici accompagnati da vino rosso. Il tutto a prezzi popolari. La seconda interpretazione riguarda i “pali”, spesso in sasso, dove alligna la vite nel Canavese, nel nord Piemonte, vicino alla Valle D’Aosta. La terza possibile spiegazione si trova negli elenchi dei dizionari del dialetto piemontese: piola sta per ascia o accetta. La quarta, sembra la più probabile, riguarda la zona di coltivazione in località Montestrutto (bizzarro nome topografico) nella zona detta “Piole”. Naturalmente l’unica che non prendiamo per buona è la terza, perché “sognare sotto a un’ascia” non piacerebbe a nessuno. Stiamo quindi parlando dell’etichetta di un piccolo produttore, Adriano Giovanetto. Vediamo gli altri particolari: l’immagine, illustrata, mostra la particolare modalità di allevamento delle vigne, “appese” a strutture terrazzate e palizzate in sasso. La luce è quella della notte con il brillare delle stelle. Etichetta semplice ma emozionale che trova eleganza nei colori scuri e nei tratti in corsivo (con deficit di leggibilità in questo caso in favore di un po’ di poesia). Non si tratta di un buon esempio di comunicazione, bensì di un ottimo esempio di traduzione della tradizione, per chi riesce ancora ad apprezzarlo. Per la cronaca più tecnica, al Nebbiolo (Picotener) vengono aggiunte piccole quantità di “Vernassa dal Picul Rus” (detto anche Nerdala), di Neretto Gentile e di Neretto Nostrano (varietà locali).

L’Estro Che Fa da Maestro

Estrosa, Viognier,
Pico Maccario.

Cos’è l’estro? Parola desueta che però ogni tanto emerge dalle parlantine, soprattutto di chi frequenta il mondo dell’arte o della scrittura. L’estro creativo è una caratteristica personale che probabilmente non si può apprendere, risulta innata. Ma le ricerche in questo campo sono complesse e sono ancora in corso. Se ne occupano, ad esempio, i ricercatori del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto in California. Noi, più umilmente, ma ugualmente con piglio professionale, ci limitiamo a osservare le creazioni del packaging e del naming. Questo vino si chiama “Estrosa”. Fa chiaro riferimento a una impersonificazione del prodotto con una ipotetica donna, dal fascino esuberante, eclettico, fantasioso. Non è un vino frizzante, quindi l’estro non viene riferito alle bollicine. Estrosa è anche l’etichetta in senso estetico: abbiamo un fondo verde psichedelico con trame grafiche che ripropongono i petali della rosa protagonista del marchio aziendale. Lo vediamo in alto, in piccolo, come uno stemma, in color rame rilucente. Tutto sommato un packaging ordinato, elegante, sia pure otticamente molto vistoso grazie al croma catarifrangente. L’azienda si presenta anche nel sito web con molte cromie e fa del colore una delle proprie caratteristiche comunicative. Estrosi ed efficaci.

Lo Spumante di Bertoldo

Maltempo, Verdicchio Spumante,
Tenuta dell’Ugolino.

Questa azienda marchigiana nata nel 1980 ha deciso di chiamare il proprio spumante a base Verdicchio con un nome che lascia perplessi: “Maltempo”. Certo sorprende, attira l’attenzione, ma il significato della parola, radicato nel vissuto di ognuno, di certo non aiuta. Il maltempo è “male” in assoluto. Nuoce al corpo e allo spirito. Il maltempo è fastidioso. Può portare innumerevoli problemi alla vite a al suo frutto. Forse nelle intenzioni del produttore qui preso in esame si voleva celebrare l’atteggiamento favolistico di Bertoldo, che sorrideva quando c’era maltempo perché sapeva che sarebbe seguito, a logica, il beltempo (Nel “Bertoldo”, racconto di Giulio Cesare Croce, si narra dell'immaginaria corte di re Alboino a Verona e delle furberie di Bertoldo, contadino rozzo di modi, ma di mente acuta, che finisce per diventare consigliere del Re. Cit.) Ma questa non può essere una ragione plausibile per etichettare un vino con una accezione negativa. Tra l’altro, la popolazione italica è abbastanza suscettibile in ambito scaramantico. Nel caso in cui il vino venisse consumato in una splendida giornata di sole, quel nome fungerebbe da monito preoccupante. Dopo la pioggia viene il sereno, ma anche viceversa. Meglio quindi non evocare sciagure o iatture. Il design dell’etichetta punta su grafiche moderne ma ugualmente enigmatiche. Un sole risulta chiaro, più altri elementi che potrebbero sembrare fulmini e saette. Insomma, non c’è da stare tranquilli.

Un Frizzantino e il Suo Contrario

Anablà, Bianco Frizzante, Tre Monti.

Il nome di questo vino potrebbe sembrare una specie di formula magica, un “abracadabra” più sintetico e diretto, oppure una forma dialettale, un modo di dire, l’inizio di una filastrocca… e invece è molto più semplice, si tratta di “Albana” (il vitigno) scritto al contrario (e con l’aggiunta di un accento). Si sa che i romagnoli sono scherzosi, giocano con allegria e con le parole (visitare il sito aziendale, sezione “gli uomini” per credere). E di fatto anche il prodotto in questione è giocoso: un “frizzantino” con il tappino che invita alla bevuta rapida e gioiosa. Magari con qualche gnocco fritto e salumi. Anche il design dell’etichetta si inserisce nel filone “easy life”: etichetta “nuda”, super trasparente, con delle bolle evanescenti sulla sinistra (che potrebbero essere anche acini) e il nome del vino scritto con un carattere fumettoso e spigliato. Il produttore è Tre Monti, composto da un papà e due figli, ognuno con le proprie mansioni e responsabilità. Forse i tre monti sono proprio loro, oltre a una effettiva morfologia di zona che evidenzia tre colline. Tradizione e innovazione qui vanno a braccetto. Anche per quanto riguarda le etichette.

Autoctono Come Sinonimo di Originale

Panzale, Berritta.

Questa volta il nome a cui prestare attenzione è quello del vitigno (che corrisponde a quello del vino in questione). Infatti si tratta di un caso particolare: Berritta (nomignolo del produttore Antonio Fronteddu) è l’unica azienda in Italia a vinificare queste uve autoctone della zona di Dorgali in Sardegna (ma presenti anche in Spagna). Il nome “Panzale” (detto anche “Pansale”) potrebbe avere affinità con “Pascale” ovvero pasquale, dove per Pasqua si intende in generale un giorno di festa. Oppure, ancora più verosimile, si tratterebbe di “un vitigno ottimale per farne uvetta (passa)”, dal catalano “panses”. Queste uve in passato venivano utilizzate a tavola o fatte appassire per ricavarne un nettare dolce e festoso, quello delle occasioni speciali. Per la cronaca ampelografica in Sardegna viene chiamato anche Monica Bianca. A parte tutto questo, doveroso in termini storico-culturali, l’etichetta si fa notare per uno stile artistico attenzionale e simpatico: vediamo la sagoma di un pesce collocato su un altro ovale arancione che potrebbe essere un sole piuttosto che la forma di un mascherone tipico sardo. L’illustrazione è stata realizzata ad opera di un artista locale, Maurizio Brocca. Si tratta di un packaging semplice, diretto, lineare, ordinato. Che presenta però una nota creativa (l’illustrazione) che domina e conduce il gioco della comunicazione.

Altezze che Contano e che Fanno i Numeri

N°1 - Numero Uno, Nebbiolo, Plozza.

E’ possibile essere un “numero uno” senza doverlo affermare? In certi casi si direbbe di sì. Ma proclamandolo con forza funziona ancora di più. E’ il caso di questo Igt (un quasi Sfursat di Valtellina) di Plozza Wine Group che esce allo scoperto con una livrea preziosa ed essenziale, un design di sintesi che dimostra un’eleganza “armaniana”. Certo non dev’essere stato facile decidere di autoaffermarsi come il non-plus-ultra (che sarebbe stato proprio un bel nome). Ci vuole una certa dose di autostima, nonché il coraggio delle proprie azioni, che in questo caso si sono manifestate con la produzione di un vino che ambisce chiaramente ad essere un top di genere, oltre che un top di gamma. I colori dell’eleganza, qui utilizzati, sono il nero e l’oro. Sobrietà e ricchezza allo stesso tempo. Ma l’espressione, la comunicazione più incisiva è quel “N°1” così presente, così protagonista, così “unico”. Si potrebbe dire che l’uno (l’1) è il Re dei Numeri. Ed è anche trino: in primis esprime la propria unicità, troneggia una ipotetica classifica e infine è anche di forma stilosa, per quanto è filante, alto e magro, perfetto sotto ogni angolatura. Per quanto riguarda il packaging “delle forme”, anche la bottiglia si distingue con grande slancio. E la confezione abbinata diventa oggetto di desiderio per la sua carismatica altezza. Tutto sommato siamo nella zona del Nebbiolo della Alpi: l’eleganza del packaging non è scontata, l’altezza delle cime e dei vini, invece, viene naturale.

Un Abbraccio Virtuoso al Vino Bergamasco

Corne, Merlot e Cabernet, Le Corne.

Stiamo scrivendo di una giovane cantina bergamasca situata in quei territori che oggi nessuno considera, avendo l’Italia intera aree molto più vitate e “vocate”. Eppure nella zona di Grumello del Monte, a ridosso delle prime colline del Franciacorta, separata dal fiume Oglio, la viticoltura viene documentata, nelle antiche carte, già dal 1400. I vitigni sono quelli francesi: Merlot, Cabernet e Cabernet Franc, Chardonnay, ma c’è anche del Pinot Grigio e il Moscato Giallo, tradizionale per questi luoghi. L’azienda si è convertita al biologico dal 2016, ma soprattutto si è dedicata con serietà e ottimi risultati all’immagine e al marketing. Serve anche questo per comunicare il vino. Etichette dal piglio artistico ed essenziale, ma con un senso, uno stile, un design che dialoga con chi lo “riceve”. Abbiamo preso come esempio su tutta la gamma, questo rosso ai vertici della produzione. Non molta fantasia, in questo caso, per il nome del vino, che riprende il nome dell’azienda: Corne (ove Le Corne è quello della società). Ma andiamo oltre. L’immagine in etichetta è curiosa: sembra (ed è) la riproduzione dei palchi di un teatro. Elegante, sfondo nero, luci spente, oro sui particolari. Tra il nome del vino e il nome dell’azienda troviamo una frase: “Le sue nature all’opera”. Spiega il senso, il concetto, chiude il cerchio. A tal proposito il produttore scrive nelle pagine del sito web: “L’essenza de Le Corne - Bergamasca Rosso IGP: vino elegante e avvolgente come un teatro che abbraccia il palcoscenico”. Applausi.

Ars Magna Per Bere Bene

Ars Magna (Linea), Viognier, Ômina Romana.

Iniziamo subito dicendo che il nome del vino non è il nome del vino, bensì il nome dell’azienda. Figura sì in primo piano come se fosse il nome del vino. Ma in realtà questo vino nome non ha, se non il nome del vitigno, Viognier, e il nome della linea di vini alla quale appartiene, Ars Magna. Insomma un po’ di confusione. Cosa scrive in proposito il produttore nel proprio sito web? “Il Viognier Ômina Romana si associa nell’Ars Magna del filosofo Raimondo Lullo, a “Virtus” in quanto sinonimo di valore, perfezione morale, onestà, rettitudine che ben si accostano al lavoro scrupoloso che dal vigneto fino alla bottiglia viene realizzato con passione dal nostro team”. E cosa dice invece la tradizione dell’Antica Roma? Nomina sunt ômina: per i romani nel nome di una persona “abita” il suo destino. Quindi, in sostanza, una buona annata dipendeva dal favore degli dei e dei buoni presagi, in latino proprio “Ômina”. La questione è storica e anche culturale, un nome (aziendale) di elevato spessore che nel centro Italia (Velletri) ci sta ancora di più. I fondatori dell’azienda, nata nel recente 2007 tradiscono un cognome straniero, Börner, ma l’aver fondato il naming aziendale sulla cultura latina li riporta subito al centro del Mediterraneo, anche letteralmente. Graficamente l’etichetta è bella, colta, articolata ma al tempo stesso semplice e gradevole. Un ottimo lavoro di design anche il logo in oro (la fenice che rinasce dalle ceneri). P.S.: l’Ars Magna costa… questa bottiglia è in vendita nello shop aziendale a 63 Euro.

Sull’Onda di un Design Innovativo

MareMosso, Bombino, Torrevento.

Secondo quanto affermato dal produttore nel proprio sito web, “MareMosso” è una “linea di vini frizzanti dal packaging giovane e innovativo”. E siccome in questo blog si parla proprio di packaging… parliamone. Innanzitutto notiamo la simmetria fonetica tra MareMosso (nome di linea) e Torrevento (nome del produttore): due parole composte a loro volta da due parole. Nella prima al mare viene affiancata la caratteristica “mosso”, nella seconda a una torre viene abbinato il vento. Si tratta di due conseguenze logiche che funzionano bene anche nella pronuncia. Inoltre, il mare mosso stimola ricordi e quindi genera memorabilità: in etichetta il processo cognitivo viene facilitato dalla presenza di un’onda (grafica) molto visibile, collocata su un design particolare, trasparente, che lascia la bottiglia quasi nuda. L’effetto è un po’ quello delle bottiglie di acque minerali ma diciamo pure che riesce a sorprendere, ad attirare l’attenzione. Si diceva all’inizio di questo post che il packaging di questi vini è “giovane e innovativo”. Possiamo dire che è più innovativo che giovane, ma di fatto questi due aggettivi si rincorrono e si confermano a vicenda. Con un nome così ne consegue un preciso indirizzo di consumo: estate, mare, pesce, easy going. Il marketing è servito e, quando ben pensato, funziona.

Perle Nascoste Destinate ai Fortunati

Tasnim, Sauvignon, Loacker.

Non si tratta della nota azienda dei wafer, logicamente. Qui si tratta di vino. Il cognome (e marchio) ci dice subito che il produttore è altoatesino, con sede dei dintorni di Bolzano (ma con tenute anche in Toscana). Etichetta molto classica, elegante grazie al fondo nero, stemma di famiglia in alto. Ma è il nome di questo Sauvignon che ha attirato la nostra attenzione. Nome che, anch’esso, tradisce origini diverse. In sostanza indica anche la filosofia di questa famiglia di produttori: di ampie vedute, fuori dal coro, a modo loro, come amano affermare nel sito web. La viticoltura è biologica e biodinamica, ma soprattutto la mentalità è di insolita e coraggiosa visione. Torniamo al nome del vino, “Tasnim”, che viene spiegato così nella scheda tecnica: “Il Corano vieta di bere vino durante la vita terrena, dopo la morte invece, in Paradiso: “Allungati su morbidi divani si guardano intorno, pieni di gioia e soddisfazione bevono vino schietto e prelibato, dai sentori di muschio, un vino mischiato con l’acqua della fonte Tasnim, ove i fortunati si ristorano, li aspettano le Huris, dai grandi occhi neri, timide come perle nascoste, come ricompensa per le loro azioni”. Davvero coraggioso che un produttore del “rigido” Alto Adige citi una religione lontana sfidandone le altrettanto ferree regole. E davvero particolare il fatto che il nome di questo vino nasca… dall’acqua, cioè prenda il proprio nome da quello di una fonte. E quale ricompensa celestiale la perla nascosta che il fortunato ha potuto scoprire, una sera d’estate, in quella enoteca buona e giusta!

Sigle da Codice Segreto in Alto Adige

W13, Gewürztraminer, Brigl.

Questa azienda altoatesina con sede a San Michele Appiano gioca con le parole e con i numeri in modo sostanzialmente autolesionista (in aggiunta al fatto che il sito web si presenta in lingua tedesca). Prendiamo, giusto per iniziare, il logo/marchio (visibile qui alla base del testo): si tratta di una data, 1309, con i numeri rovesciati specularmente e di “Brigl”, cognome del titolare, con un “3” al posto della “B” iniziale. Ne consegue una specie di geroglifico senza capo né coda, difficile da intelleggere se non anche da decifrare. Le ragioni di questa scelta le saprà sicuramente la proprietà. Noi possiamo solo far notare la stranezza. Per proseguire, il nome del vino in questione, qui rappresentato e facente parte di una linea completa di vitigni vari, si presenta con un “W13”, con il numero 1 speculare (come nel logo aziendale). La “W” viene giustificata dal nome della vigna dalla quale provengono le uve, Windegg. Il “3” fa parte del nome dell’azienda, ciòè Brigl con la B scritta come un 3. Il numero 1 fa parte della data di fondazione, così sembra. Ma che fatica! Dove la missione della comunicazione è quella di rendere le cose facili e memorabili, qui quella missione viene tradita in nome di una originalità a tutti i costi che non trova giustificazione. Se non fine a se stessa.


Come Shine or Come Rain alle Cinque Terre

Burasca e Bunassa, Cinque Terre, 
Cesare Scorza.

Facile e al tempo stesso simpatico il gioco interpretativo di questi due nomi di vini bianchi liguri. Siamo nelle Cinque Terre dove Albarola, Bosco e Vermentino la fanno da padroni sulle scoscese vigne sul mare. “Burasca e Bunassa”, sia pure di origine dialettale, sono due nomi facilmente intercettabili e traducibili come burrasca e bonaccia, situazioni marittime estreme e agli antipodi. La simpatia dei nomi è dovuta anche al buffo personaggio fumettato che è protagonista al centro delle etichette. Evidentemente si tratta del viticoltore, in una delle sue vigne a picco sul mare, che con ogni tipo di condizione meteorologica accudisce i tralci per ottenere a fine stagione l’agognato risultato: il vino. Anzi, un ottimo vino. La burrasca viene rappresentata da colori forti e cromatici, il rosso su tutti. La bonaccia con colori freddi e pacati, come l’azzurro. L’effetto è quello desiderato: comunicare con allegria un prodotto, il vino, che è proprio figlio e fonte di convivialità e serenità. O almeno così dovrebbe essere. E se non è un cuor contento, in partenza, il viticoltore, come potrà essere buono e gaudente il vino?

Maccheroni e Montepulciano Sotto al Gran Sasso

Campo Affamato, Montepulciano d’Abruzzo, Inalto.

Il concetto di vini d’altura viene subito espresso nel nome dell’azienda: Inalto (tutto attaccato). Certo manca un po’ di poesia, la comunicazione è diretta, non lascia spazio a interpretazioni diverse da quello che è. A volte è un pregio, essere diretti. Siamo in Abruzzo, nel comune di Ofena (L’Aquila) sotto al Gran Sasso. Le vigne sono posizionate tra i 400 e gli 800 mt. slm, quindi si può davvero parlare di vini che nascono in alto, peculiarità che sta diventando pregio, visti i cambiamenti climatici in atto. Il vino che andiamo a rappresentare e a commentare si chiama “Campo Affamato”, nome che incuriosisce. Si potrebbe pensare a un legame con la tavola, con la pasta in particolare, visto che il titolare dell’azienda è Adolfo De Cecco, sì proprio i De Cecco che dal 1886 producono pasta di grano duro (a partire dal fondatore, Filippo De Cecco, che impiantò il primo laboratorio a Fara San Martino). E invece Campo Affamato non c’entra con i maccheroni: si tratta dell’antico nome del vigneto, attribuito dai vecchi contadini del luogo, dove crescono le uve di Montepulciano d’Abruzzo impiegate per questo vino. Il sito web in proposito dice “un vigneto particolarmente espressivo, chiamato così per via del terreno poco concessivo per altre colture ma ideale per la vite”. L’etichetta, che deve rappresentare, va detto, un vino piuttosto costoso, sui 40 Euro, è tutto sommato semplice: fondo scuro, il nome del vino in alto in grande evidenza, il nome dell’azienda in basso seguito dalla dicitura: “vini d’altura di Adolfo De Cecco”. Spicca la frase in rosso che specifica il vitigno e la Doc. Viene infine comunicato il numero di bottiglie prodotte. Senza infamia e senza lode.

Ganzo, Come la Trama di un Vino, è un Tessuto

Ganzo, Glera (Prosecco), 
Cima del Pomer.

Cima del Pomer (nome dell’azienda), si chiama così in onore di “un vecchio albero di mele autoctono, la Rosa Gentile, tipicamente presente tra gli ulivi e le vigne della terra asolana ed in particolare a Monfumo, piccolo comune di 1400 abitanti”, racconta Alessandra Vegro Amisani, titolare, nelle pagine del proprio sito web. Inizia bene la comunicazione di questo produttore veneto, che si dedica in modo particolare ai rifermentati e al metodo Martinotti vinificando la Glera (Prosecco) come da tradizione. Continua bene con le etichette dei vini, davvero particolari e degne di nota. Abbiamo preso in esempio quella del “Ganzo” definito come “Brut Nature, Spumante Integrale sui lieviti”. Ed ecco la spiegazione del nome da parte del produttore: “Come il piccolo ippocampo esce dal marsupio del suo genitore, lo spumante Ganzo si affaccia alla vita con l’eleganza discreta della rarità. Deve il suo nome al tessuto che veniva prodotto a Venezia in oro e in argento che ne richiama il minuto e luminoso perlage. Imbottigliato in pochi pezzi per volta, trasmette la qualità della leggerezza, sorso dopo sorso”. Nome, racconto, concetto. Tutto torna. Con un percorso che ha un inizio e una fine riuscendo a distinguersi nell’infinito panorama proseccante di quelle zone.

Stile “Bibivino” per un Lambrusco Frizzolino

Spuma (Fuso), Lambrusco di Sorbara, Denny Bini.

Siamo al caso-limite. Nell’onda lunga (che durerà poco, pensiamo) dei vini-birra, ancestrali o rifermentati che dir si voglia, inseriamo senza dubbio questo Lambrusco dal tappino in latta che svetta nella velleità di apparire bibita invece di vino. La comunicazione, che se non è tutto, è molto, viene portata avanti con un nome che non lascia dubbi: “Spuma”. Come le celebri e ancora oggi commercializzate bevande gassate che i ragazzi bevevano all’oratorio, marca Spumador. Il termine “spuma” viene da spumante, qualcosa che frizza e fa la schiuma. In questo caso non si tratta di vino spumante, bensì, come giustamente e legalmente precisato sull’etichetta, di vino frizzante. Ma torniamo al packaging, davvero “alternativo”, di questo vino. Il nome, come già detto, dovrebbe essere “Spuma”, ma sul lato destro leggiamo in verticale anche la scritta “Fuso” (con l’aggiunta di “vini quotidiani”). Fuso sembra essere nome di linea. Comunque sia il design è di tipo avveniristico-futurista: volano bolle che circondano una specie di astronave cosmica, un satellite, un galleggiante, un ordigno artistico, forse un marchingegno frutto di pura immaginazione. Nel complesso ne risulta uno stile certamente giovane ma che non giova a una percezione del vino come prodotto nobile e qualitativo.

Tra i Flutti Collinari Sbuca una Balena

Pliocene, Grechetto e Trebbiano, Danielli.

Il primo elemento che si nota in questa particolare etichetta è il simpatico occhio di una balena, illustrata con tratto semplice. La balena nuota tra onde di colline. Corto circuito mentale che trova riscontro (quindi valore) nella “realtà del passato”. Una volta lì c’era il mare. Oggi in quelle terre si trovano conchiglie. Nel sito web del produttore, Riccardo Danielli, il racconto è proposto con passione e poesia, leggere per credere:  “Passeggiare in un campo, imbattersi in una conchiglia e vedere il mare in una pozzanghera. Gusci di noci della colazione del nonno che diventano scafi inaffondabili ed essere pronti a salpare nel mare del pliocene. Un mare narrato dai nonni, un mare di un tempo molto molto lontano, un mare che ci faceva sognare e vedere le piante sott’acqua e le colline diventare onde. Qui, silenziosa e solitaria, nuotava sui fondali, accarezzando con la pancia la stessa terra di sabbia e argilla dove io oggi trascorro le mie giornate. Si muoveva lenta e tranquilla, in quella natura remota, di cui lei era la custode, in un equilibrio esatto, solido e pacifico, che ancora avverto nei frutti del mio lavoro. E, come lei, silenzioso e attento, cerco di custodire con fedeltà le antiche tradizioni, proteggendo l’eredità del passato nel rispetto dei ritmi naturali. Lei era la Balena, una strada che mi ha portato nell’ unico posto possibile: il mio”. Che dire? Nulla da aggiungere. Se non confermare che il nome del vino è “Pliocene”, che l’azienda si trova ad Allerona, in Umbria e sottolineare quella frase in corsivo sotto al nome del produttore: “Passi da sognatore”.

Il Millesimato Matto in Pelle di Serpente

Millesimatto, Spumante da Trebbiano e Garganega, 
Contri Spumanti.

Non è uno scherzo, oppure sì, dipende dalle intenzioni dell’azienda produttrice che possiamo solo immaginare. Questo vino si chiama “Millesimatto” proprio con due “t”. Ma non finisce qui. La texture dell’etichetta e del cartiglio sul collo della bottiglia è in “pitonato”. Si tratta di scelte a loro modo raffinate che ci accingiamo a commentare. Si sa che tra gli spumanti, la categoria dei millesimati è ritenuta superiore in quanto vini prodotti con mosti, si presume, della medesima vendemmia, cioè dello stesso anno di produzione. In questo caso la preziosità, il valore, della parola “millesimato” viene dileggiata, diciamo canzonata, facendola diventare “Millesimatto”, nome del vino. Matto forse perché particolarmente spumeggiante. O perché si tratta di uno spumante prodotto con due insoliti vitigni (insoliti per le bollicine). Anche la vestizione della bottiglia risulta abbastanza folle, potremmo dire modaiola (per un certo target), con una sorta di squamatura di serpente che dona sensazioni charmant (da non confondere con il metodo Charmat con il quale viene prodotto questo vino). Insomma un’operazione stilosa a tutto tondo. Completata dalla linea della bottiglia snella ed elegante (tipo flûte in gergo tecnico). Che avanzino dunque i cerimonieri: tutto sommato “la natura ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia” (il buon Erasmo).

Vini a Zonzo in Yarra Valley

Scoperta, Sagrantino, Zonzo Winery.

Andare a zonzo, si sa, è una gratificante attività. Soprattutto se lo si fa a Parigi nella modalità “flaneur”, o a Napoli tra un babbà e un caffè. Certo si tratta di una parola particolare, Zonzo, che in questo caso è il nome di una azienda vitivinicola australiana con ristorante annesso. Per Treccani si tratta di una “voce onomatopeica, riferita al volo di alcuni insetti, che si usa solo nella frase gergale ‘andare a zonzo’ cioè passeggiare girellando qua e là, senza meta definita o scopo preciso, per svago o per trascorrere il tempo in qualche modo”. Ma veniamo a questa etichetta che ci sorprende anche per il nome del vino in italiano: “Scoperta”. E per il vitigno, il Sagrantino (almeno così è dichiarato, certamente non è quello di Montefalco). Affinità italiane, cercate e volute, per dare probabilmente un tocco di “original-glamour”, o chissà, per la passione dei titolari per Enotria. Tra i vini in gamma abbiamo anche Verdicchio e Fiano, ma soprassediamo. Quindi il nome del vino è Scoperta (si tratta di una intera linea di vini dell’azienda, in realtà) e il nome aziendale è Zonzo. Al di là dell’italianità, più o meno (il)legittima, le etichette sono molto ottiche, attenzionali: sfondi a tinte piatte, pochi elementi molto evidenti. In quella che mostriamo in questo post, una nuvola leggera su cielo azzurro è l’unico altro elemento rimarchevole oltre al famigerato “Zonzo” le cui lettere campeggiano in primo piano. Con quelle zeta affilate come il pungiglione di una vespa. Packaging promosso, concept ondivago, fonetica divertente.

Bibite per l’Estate: il Macerato Fresco

Garganegade, Garganega, Davide Xodo.

Nell’improbabile rincorsa dei vini oggi di moda nei confronti delle bibite più o meno estive, ecco un nuovo episodio, tutto sommato divertente (sempre che alla casa madre di Gatorade, cioè PepsiCo, non venga in mente di questionare). Il nome del vino che allude al noto vitigno veneto (in questo caso coltivato sui Colli Berici, Vicenza), allude anche, senza mezzi termini, alla nota bevanda rigenerante: “Garganegade”. A confermare il tutto, un inequivocabile simil-marchio a forma di strale. L’etichetta colpisce, per il nome, certo, ma forse ancora prima per il fulmine colorato che campeggia a tutta grandezza sul fronte della bottiglia. A sinistra il logo del produttore, a destra l’annata. Un design semplice, anche se imitativo, contaminante, volutamente provocatorio. Genera attenzione e qualche riflessione: se invece di bere tutte quelle bibite colorate si scegliesse un buon calice freschissimo di vino? Lo sport diventerebbe quello dei tavolini del bar, oppure delle tavolate estive di pranzo e cena. La sfida è aperta. Il coraggio non manca. Avanti tutta e salute!

Fantafollia di una Viticoltura Estrema

π
 no, Pinot Nero, Mythopia.

Ci vuole una certa dose di fantasia e di follia per chiamare un vino “pi(greco) no”. L’artefice di questa idea di etichetta è un professore di ecologia, Hans Peter Schmidt, fautore di un progetto di armonizzazione degli ecosistemi in agricoltura per sviluppare un alto grado di biodiversità. L’azienda e il luogo dove nascono i suoi vini si chiama “Mythopia” (nome inventato che allude a una disciplina propria) e si narra che lassù (a 800 metri di altezza, nel Vallese svizzero) si trovino 68 specie di farfalle, 180 specie di piante e fiori, pomodori, lamponi, mirtilli, rose, patate, zucche e cipolle. Ma torniamo a questa etichetta illuminata. Pochi elementi in bianco e nero: in alto una fascia in “stile Angelo Gaja” con il nome del produttore ben presente, al centro su carta goffrata bianco-latte troviamo il nome del vino (non immediato, ci si arriva come in un rebus), in basso piccole scritte con sede, web e altre specifiche. Semplice e impattante. Con una dose di creatività enigmatica. Solo l’essenziale, come nei loro vini, del resto.

Riflessi Rosati in Omaggio a Carducci

Pinksy, Cabernet e Syrah, Batzella.

Se non fosse il cognome del fondatore, questo nome aziendale diventato marchio, sarebbe da sconsigliare (lo troviamo, spezzato, alla base dell’etichetta). Difficile da pronunciare e quindi da ricordare. Ma Franco Batzella si chiama così. E sarebbe stato peggio attingere dal nome della moglie e socia: Khanh Nguyen (vi assicuriamo che si chiama proprio così, non è uno scherzo). Ma passiamo alle etichette della casa, che come si vede in questa che prendiamo ad esempio, sono molto fantasiose e non prive di una certa ricerca iconografica e storica (nonostante le apparenze). Partiamo col nome del vino, “Pinksy”, che ricorda molto Banksy, soprattutto affiancato a una illustrazione che sa di arte moderna se non di street painting. Ebbene, secondo il produttore si tratta dell’affiancamento di “pink”, rosa, a “sy” che sta per Syrah. In omaggio a un vitigno, che compone questo vino rosato, insolito ma promettente nella zona di produzione in questione, Bolgheri e dintorni. Il design dell’etichetta si presenta davvero molto eclettico, possiamo dire anche psichedelico. Ma una citazione colta, letteraria, poetica, alla base del packaging riporta il tutto in un’aura più classica: si tratta di Carducci: “Il sol traguarda basso nella pergola, e si rifrange roseo nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremula...”. Il poeta ha colto l’attimo. E noi con lui.


Il Rituale Magico del Vino

Svelato, Falanghina del Sannio, Terre Stregate.

Questa azienda che produce anche olio d’oliva di qualità, nasce nel 1898 ad opera di Filippo Iacobucci, capostipite di una famiglia che ha rinnovato la tradizione del vino nel 2004 decidendo di chiamarsi “Terre Stregate”. Partiamo proprio dal nome del produttore che viene così spiegato nel sito web: “Il nome rimarca il senso di appartenenza al territorio: secondo la leggenda, le streghe, nate a Benevento, amavano riunirsi intorno ad un pentolone fumante, sotto un albero di noce nei pressi del fiume Calore, che attraversa la città di Benevento. Qui prendevano forma le loro magie: allo stesso modo, nelle Terre Stregate avviene quel rituale magico che porta alla nascita del vino”. L’illustrazione in etichetta, che è anche marchio aziendale, è davvero particolare. Subito si scorge un occhio, forse una luna, al centro di una serie di cerchi (magici probabilmente) realizzati con un inchiostro argentato. In un primo momento si manifesta una certa inquietudine. Il nome Terre Stregate unito all’occhio magico genera mistero e illusione. Si può anche interpretare il tutto con una sfumatura di arte contemporanea: l’illustrazione infatti ha uno stile creativo non banale. E il nome del vino? In questo caso non è protagonista, anche per le dimensioni con le quali appare in etichetta. “Svelato”: in linea con l’atmosfera notturna e sacrificale del concetto dominante.

Vecchie Etichette dei Giorni Nostri

Millo, Verdicchio di Matelica, Marco Gatti.

Rinnovare o non rinnovare? Certo, le attrezzature in cantina vanno tenute al passo, ma con le etichette come fare? Un’etichetta che si è costruita un certa notorietà nel tempo va aggiornata? E’ sempre un passo difficile quello di cambiare lo status quo. Prendiamo questa etichetta dal sapore retrò: il marchio è di quelli davvero d’antan, vintage, insomma molto “vecchio”. A volte non guasta. Anche la grafica in etichetta accusa il peso degli anni. Eppure l’azienda in questione non è di quelle storiche, nasce infatti nel, relativamente vicino, 1998 (con prima produzione propria di vino, nel 2001). Una sferzata di dinamismo la dà quel tratto curvo azzurrato, a rappresentare i filari, almeno così sembra. Per tutto il resto siamo nel secolo scorso. La tradizione è salva. E anche un certo gusto antico, certamente voluto, crediamo, in questo caso. E il nome del vino? Millo, sembra il nome di un gatto. Ma c’è un indizio: un altro Verdicchio di Matelica di questo piccolo produttore marchigiano si chiama “Villa Marilla” in omaggio alle componenti femminili dell’azienda, Marina e Camilla. Forse “Millo” viene da lì, chissà. Nome comunque simpatico, breve, memorabile, pronunciabile, suadente. Per tutto il resto c’è il calice. E sembra proprio che nel bicchiere questo produttore sappia farsi valere.

Arrendersi all’Evidenza (di Colori “Saporiti”)

Vient’ e Terra, Piedirosso Rosato Frizzante, i Cacciagalli.

E’ necessario premettere che questo vino fa parte della categoria dei “non filtrati” e “non chiarificati”. Quindi è un vino di moda. Almeno per il momento. Un vino-birra, per intenderci. Vinificato e affinato in anfora, rifermentato in bottiglia sui lieviti. Chiaro che anche l’etichetta può essere trendy, diciamo così. E infatti il packaging riesce a sorprendere, con i colori, con uno stile orientale, iconoclasta anche se affine a simbologie yogiche. Ma partiamo comunque dal nome, in alto a sinistra: “Vient’ e Terra”, traducibile con vento e terra o anche vento di/da terra. Il produttore si trova a Teano, nell’entroterra Casertano, il nome infatti tradisce una inflessione dialettale. Bello, evocativo, storificabile, memorabile. Per quanto riguarda il design dominano due colori: il rosa e il verde, entrambi shocking, da evidenziatore. Al centro, la sagoma di una donna dalla folta chioma fa lievitare delle foglie di vite in posizione yoga. Tra l’umano e l’extraterrestre, l’illustrazione trasmette sensazioni plasticose, distaccate, misteriose ma al tempo stesso “da spiaggia”. Sicuramente si tratta di un’etichetta che si fa notare, anche da lontano! Originalissima, spregiudicata nei “toni”. Non adatta a un vino se questo non fosse, appunto, una specie di bibita frizzante che col vino “classico” nulla ha da spartire.

Burrasca in Bianco per un Celebre Rosso

Taersìa, Negroamaro (in bianco), 
Duca Carlo Guarini.

La peculiarità di questo vino è innanzitutto produttiva e in particolare relativa alla tipologia: si tratta di un raro caso di Negroamaro vinificato in bianco. Normalmente questo vitigno dà luogo a rossi potenti e quindi vederlo in bianco fa già un certo effetto. Ma vediamo l’etichetta iniziando dal nome del vino: Taersìa. Il produttore, che ha sede in provincia di Lecce, racconta che “Taersìa vuol dire burrasca, tempesta di vento nel dialetto dei pescatori e della gente di mare del Salento. Questo vino innovativo, ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve rosse Negromaro biologiche certificate, è proprio una burrasca di novità nel panorama della nostra regione”. Non di facile pronuncia, ma con una semantica legata al territorio (inteso come fronte mare). Certo la burrasca non è positiva per i pescatori, ma rappresentando una “rivoluzione” in termini di tipologia di vino, l’accezione ci può stare. Vediamo il design. L’etichetta si presenta in modo elegante e si distingue per una grande lettera T graziata, in inchiostro dorato. Al suo fianco, sulla destra, si intaglia un racconto molto tecnico, ma che per gli intenditori risulta interessante. Sotto a questa originale soluzione di design si legge il nome del vino per esteso, ancora più in basso la tipologia di vino, e infine in un tassello nero il nome della cantina che denota storia e avi dai titoli nobiliari. Tutto sommato si tratta di un packaging che attrae e gratifica l’occhio, donando valore al prodotto.

Vezzoso Anche il Colore (dell’Etichetta)

Vezzo, Grillo, Terre di Bruca.

Cos’è un vezzo? Secondo Treccani deriva dal latino “vizium”, cioè vizio, difetto. Quindi cattiva abitudine, brutta o sconveniente. Ma, attenzione, anche carezza, atto di amorevole e tenero affetto, atto grazioso, grazia, leggiadria che esercita un’attrattiva sugli altri. La variabilità delle parole e del loro senso! Fortunatamente, per lo più, nella lingua parlata italiana, “vezzo” ha un significato positivo, magari capriccioso, ma simpatico, spesso femminile, come conferma la definizione che fornisce il produttore del vino in oggetto nel proprio sito internet è questa: “Dedicato alle donne, meritevoli di essere vezzeggiate ogni giorno. Proprio come ogni donna, la nostra vigna di Grillo è vezzeggiata dalle fresche correnti provenienti dalle saline di Trapani. Vino dal sapore intenso ed elegante capace di accarezzare affettuosamente il palato in un gesto amorevole”. I nomi che questa azienda siciliana ha scelto per i propri vini sono interessanti, tra gli altri: Pietre al Vento (Chardonnay), Il Velo (Inzolia), Dunfiato (Chardonnay spumante), Origine (Merlot). Ma torniamo a questa etichetta, quella del Grillo. Il colore di fondo è “invasivo”, non proprio alimentare, ma colpisce. Nella trama, dietro al nome, si intuisce un profilo di donna, artizzato in modo molto originale. In alto troviamo in nome della cantina, in basso a sinistra il nome del vitigno. In generale un buon lavoro di comunicazione che fa presa sui cromatismi insoliti e su un nome provocatorio, ma anche breve e memorabile.

Sdoganate le Pecore nel Vigneto: sono Anche Simpatiche

Vino Rosso Mix, Procanico e Aleatico, 
La Villana (Joy Kull).

Sotto questo nome particolare si nasconde una giovane americana del Connecticut, oggi vignaiola a Gradoli nei pressi del Lago di Bolsena. Ma cosa significa “La Villana” e da dove nasce questo nome? Innanzitutto dobbiamo dire che in Italia a volte l’epiteto “sei un villano!” allude a qualche comportamento maleducato. Nella realtà di questa azienda invece viene enfatizzato il rapporto ancestrale, non sempre idilliaco, tra “il villano”, cioè l’agricoltore, e i pastori che lasciavano libere le greggi, invadendo vigne e coltivazioni. Quindi il “villano” era il pastore.  In realtà Joy dice che le pecore oggi fanno un gran favore ai viticoltori, perché concimano le vigne. Le etichette di questa giovane imprenditrice (col marito, pastore, Simone) sono tutte molto fantasiose e hanno sempre per protagonista una pecora. Abbiamo preso ad esempio questa, dove una pecora affaticata trasporta sulle spalle una gerla piena di uva (dove, in alto, fa capolino un uccelletto). Curiosa e divertente. Sicuramente originale e coinvolgente. Certo siamo nell’ambito di quelle etichette fumettose e scherzose che servono ad allietare la tavola. Ma possiamo trovarci anche una punta di marketing, se tutto questo serve a farsi notare e ricordare.

Il Naming non è Autoctono, il Resto sì

Aὐτόχϑ∞ν, Erbaluce di Caluso, Giacometto.

Sì, avete letto bene: questo vino si chiama Aὐτόχϑ∞ν che in greco antico significa autoctono. Il produttore ci tiene a precisare che la ragione di questo appellativo risiede nella rigida adozione di lieviti indigeni, quindi autoctoni, con fermentazione spontanea. Addentrarsi nel dedalo delle traduzioni e interpretazioni dei simboli del greco antico è molto complicato. E tornando alle questioni di naming da fruitori della comunicazione, di certo non risulta semplice nemmeno la percezione di questo nome. La prima parte viene letta come in italiano (auto), poi ci si perde in lettere semisconosciute. Il significato che il produttore di questo vino vuole trasmettere è pregnante e corretto, ma la modalità lascia qualche strascico semantico. Se ben spiegato, vale lo sforzo, ma senza una adeguata erudizione rischia di perdersi e quindi di far perdere gradimento e di conseguenza acquisti. D’altro canto, la sua estrema originalità (niente di simile nel panorama dei vini italiani), può suscitare interesse e simpatia.  Tra l’altro l’etichetta graficamente presenta uno stile molto “datato”. Ma come sempre in questi casi, il resto lo fa il prodotto, all’assaggio. E siccome si dice in giro che questo sia un vino di grande qualità, il suo futuro è garantito, che in greco dir si voglia (“méllon”, μέλλον, che è “futuro” e non melone).

Altro che Tik Tok, il Divo è il Cosmico Tikka

Tikka The Cosmic Cat, Syrah e Grenache, Jauma.

Questa piccola e recente azienda australiana coltiva in prevalenza ciliegie. 1200 alberi per 14 varietà diverse. La modalità di vendita è “pick your own”: quando è stagione gli acquirenti si recano nel campo, raccolgono la quantità di ciliegie che desiderano, quindi pesate e vendute. Ma naturalmente c’è anche vino. Perché nella tenuta sono state piantate vigne, principalmente di Syrah e Grenache, il tutto rigorosamente secondo norme biologiche e senza il contributo della chimica. La piccola azienda, intrapresa da James Erskine, un ex sommelier che si è messo a fare il winemaker, vanta anche un altro primato, oltre a quello delle ciliegie più buone della McLaren Valley: il primato della follia creativa. Ne sono testimonianza evidente il nome e l’etichetta di questo vino. Anche se sul fronte del packaging non c’è scritto, scopriamo che il vino si chiama “Tikka, the cosmic cat”. Sarebbe a dire, Tikka, il gatto cosmico. Dove Tikka è proprio il gatto della famiglia, insomma colui che è il vero padrone della cantina. Nell’etichetta eccolo apparire con una modalità grafica multicolor, assoluto protagonista, certamente cosmico, iconografico, fantasmagorico. Oltre al muso del gatto, nel design vediamo, sempre in modalità molto colorata, il nome dell’azienda “Jauma”, che risulta come pura invenzione da neologismo. Il gatto come soggetto non è una rarità, ma lo sono in modo assoluto, il nome del vino e il trattamento grafico, cioè l’illustrazione in figura. Giù il cappello! P.S.: non è dato a sapere se il gatto è maschio o femmina, ma di questi tempi va benissimo così.

Il Vino è Rosso e il Pesce Anche

L’Imprevisto, Chianti, Niccolò Lari.

Le etichette di questo giovane produttore toscano sono molto essenziali. Di tutte quelle in gamma abbiamo voluto mostrare questa, perché a suo modo è la più sorprendente. Si tratta di un Chianti (Sangiovese): il nome del vino è “L’Imprevisto”. In etichetta si vede un pesce rosso che ha scelto la libertà saltando fuori dalla propria “casa”, una boccia di vetro piena d’acqua (ma potrebbe essere anche la parte superiore di un calice di quelli panciuti). Oltre a questi elementi vi è unicamente il nome e cognome del titolare, alla base del packaging. Curioso il fatto che la parola “Chianti” sia scritta sull’acqua: fa un certo effetto. Ma a parte questa sfasatura, il design risulta senza dubbio attenzionale. Il pesce rosso (qui di tonalità arancione) si staglia, grazie al colore, sul resto dell’etichetta (fondo bianco) e la “mossa” stessa del pesce, il salto, il gesto sovversivo, il tentativo di fuga, o chissà, il tentato suicidio, incuriosisce. Forse è il destino del pesce a destare interesse: si salverà? Si starà tuffando in un tino di vino, stanco di “bere” acqua? Perché lo ha fatto? E così via, a fantasia. E’ come in quei film dove il finale viene lasciando in sospeso (e quindi a disposizione dello spettatore), come in Thelma e Louise. Certamente siamo di fronte a un’etichetta  davvero particolare, trattandosi di un Chianti. A volte serve coraggio, questo pesce rosso e il vignaiolo titolare dell’azienda sembrano esserne provvisti a dovere.

Bolle, Bolli e Bollini.

Liboll, Spumante, San Marzano Vini.

Il nome (nel nostro caso di una cantina) San Marzano, nell’immaginario e nel conosciuto collettivo viene ricondotto, solitamente, ai noti pomodori di forma allungata con i quali si preparano le conserve. L’origine è dovuta al paese di San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno, in Campania. Per quanto riguarda invece le Cantine San Marzano, sempre dal nome del paese dove si trova la sede, San Marzano di San Giuseppe (si chiama proprio così, a volte due Santi è meglio di uno), siamo in provincia di Taranto, in Puglia. Il packaging che prendiamo in esame riguarda un vino Spumante Extra Dry, metodo Martinotti, ottenuto da uve bianche locali. Il vino si chiama “Liboll”. Le ipotesi sono diverse: un richiamo alle “bolle”, sicuramente, forse in forma dialettale pugliese, forse alludendo all’inglese dalla pronuncia di “label”. Il nome comunque risulta breve, abbastanza memorabile, curioso, originale. Anche la cartotecnica dell’etichetta può vantare qualche originalità: nella forma soprattutto, che propone un grande “bollo” (giusto per giocare con le parole) al centro e un “bollino” piccolo, sottostante, dove viene raffigurato il marchio aziendale. Nota di vezzo stilistico: il nome del vino è leggermente disassato a destra, cioè non centrato nel cerchio. Il colore azzurro domina sul collo della bottiglia. Per il resto il design denota ordine, sobrietà, eleganza.

La Grecia e il Grechetto di Omero

Nessuno, Grechetto e Malvasia, Azienda Agraria Moretti Omero.

Davvero particolare questa etichetta di un piccolo nonché ormai noto produttore umbro. Sul fronte vediamo una pecora. Ma non si tratta del vitigno Pecorino, per il quale spesso vengono scomodati i lanuti quadrupedi. Quindi il nesso va cercato altrove. Ed esattamente in Grecia. Infatti il vino si chiama “Nessuno” (il nome appare solo sul retro-etichetta, cliccando sull’immagine si ottiene un ingrandimento) e richiama il noto mitologico racconto che ha per protagonista Polifemo. Fatto sta che nel retro-etichetta e nella scheda del vino che troviamo nel sito internet del produttore si legge: “Dedicato a uno dei primi poemi in cui compare il vino: Ulisse inebria il Ciclope e poi scappa nascosto sotto una pecora. Omero è il nome del poeta ma anche quello del vignaiolo”. Ed ecco che il fantasioso Omero Moretti, patron della cantina, si diletta in uno storytelling da Lateral Thinking che sicuramente attira l’attenzione. Le stranezze non finiscono qua. La pecora in primo piano ha una strisciata di colore giallo sul muso. E l’immagine viene trattata come se fosse una cartolina, visto che in alto a destra si accenna a un annullo da francobollo con il nome del produttore. Forse troppe cose insieme: di certo la creatività non manca, anche se andrebbe veicolata in modo più organizzato.

La Biodiversità Gioiosa e Unicista

Col Tamarìe, Bianco Frizzante.

L’etichetta attira l’attenzione, questo sì. Merito dei colori e dello stile dell’illustrazione, certo, ma anche per qualcosa di concettuale che si percepisce osservando bene il label-design. In cima a una collina, sulla sommità di un paesaggio tipico delle colline trevigiane (siamo a San Lorenzo di Vittorio Veneto) c’è un omino, seduto, in relax, che osserva il cielo, rapito dalla bellezza della natura e probabilmente anche dagli effluvii del vino. Insomma, se la gode. Il vino è un rifermentato, prodotto con una varietà di vitigni locali: Glera, Boschera, Perera, Bianchetta, Grapariol, Verdiso, Marzemina Bianca. Già questo potrebbe bastare in quanto a originalità. Ma come scritto prima, il packaging si distingue. E aggiunge valore al concetto di biodiversità, di produzione biologica e “di Omeopatia Unicista e di altre tecniche bioenergetiche” come la geomanzia, afferma il produttore. Molto verde, molta voglia di naturalità espressa con... naturalezza. Che il cliente creda o meno alla viticoltura “amica della natura”, l’etichetta aggiunge genuinità con un delicato tocco artistico. Per la cronaca il naming “Col Tamarìe” fa riferimento a una definizione topografica locale.

Frizzantino Ventoso e Goloso

Colle Ventoso, Spergola, Cantina Arceto.

Grazie alla mirabile opera enoculturale della Compagnia della Spergola, possiamo riscoprire l’esistenza di un vitigno quasi sconosciuto che alligna sui colli di Reggio Emilia. Si tratta appunto della Spergola di Scandiano, a lungo confusa con il Sauvignon Blanc ma di genere indipendente. D’accordo, il vino in questione, qui rappresentato, è un “frizzantino”. Ma ci sta. A volte, in estate. A noi qui interessa far notare l’etichetta, sicuramente di livello. Sia concettuale che artistico. Partiamo da quello che si legge: Cantina Arceto (il produttore, che fa parte del gruppo Emilia Wine), Colle Ventoso (il nome del vino), Colli di Scandiano e Canossa (la denominazione di origine) e infine Spergola (il vitigno). Colle Ventoso è un bel nome, molto semplice, diretto, lineare, dice quello che deve dire in modo chiaro e comprensibile. Certo non è un folgorante esempio di creatività, ma pone al centro una questione che è molto importante per l’uva: l’areazione continua dei vigneti che assicura la salubrità del frutto. Certamente si tratta anche di una importante caratteristica geo-meteorologica, che infatti viene confermata dal visual: il volo di una colomba variopinta. O forse altra specie di volatile, qui illustrato in modo molto fantasioso con uno stile che ricorda le opere in dècoupage del grande Emanuele Luzzati (celebre il video in animazione della Gazza Ladra, su musica di Rossini). Insomma si tratta di un packaging che espone un nome semplice ma di contraltare mostra un design molto originale, in grado di attirare attenzione e quindi di generare memorabilità. 

La Sagra dei Nomi Strani

Zingamaro, Greco Nero, La Pizzuta del Principe.

E’ un vero e proprio giacimento di nomi, la gamma di questa azienda calabrese, di  Strongoli (Crotone), che produce vini in gran parte con vitigni autoctoni. Iniziamo proprio con una carrellata di nomi dei vitigni: Pecorello, Magliocco, Greco Nero, Greco Bianco, Gaglioppo. Davvero poco frequenti anche per gli intenditori. Passiamo ai nomi dei vini: qui a sinistra viene raffigurato lo Zingamaro, ma nell’assortimento dell’azienda troviamo anche Scavello (Cabernet Sauvignon), Jacca Ventu (Gaglioppo), Santa Focà (Greco Bianco), Molarella (Pecorello), Calastrazza (Magliocco in rosato), davvero particolari. Mettendo a fuoco il vino che abbiamo deciso di raffigurare, lo “Zingamaro”, diciamo che il nome, pur sembrando un’invenzione, un neologismo, risulta essere topografico, cioè il nome del vigneto/zona di coltivazione. In lettura la comprensione va subito alle due parole delle quali sembra essere composto: zingaro e amaro. Due accezioni particolari, che connotano sensibilmente e portano quindi a percezioni ben marcate, creando forse qualche equivoco. Per quanto riguarda il design dell’etichetta notiamo un certo rigore grafico, una modalità classica con elementi ordinati, incorniciati, regolari. Infine non possiamo evitare di far notare il nome del produttore: La Pizzuta del Principe. Dove inevitabilmente la percezione si sposta sull’italica parola “pizza” o “pizzata” o “pizzutella”.


Etichette “Follette” che Portano Allegria

Biancopiglio, Rossobrillo e Neromagno, Emilio Sciacca.

Non ci sono dubbi, i nomi di questi tre vini siciliani sono originali e accattivanti. Forse non immediatamente memorabili, ma certamente fuori dal comune e già solo per questo, degni di nota. Ed ecco “Biancopiglio”, un Etna Bianco Doc composto da Carricante, Catarratto, Grecanico Dorato e Coda di Volpe, poi “Rossobrillo”, un Etna Rosso Doc composto da Nerello Mascalese in prevalenza e da Nerello Cappuccio, quindi “Neromagno” (idem). Come scrive il produttore, Emilio Sciacca, nel proprio sito internet: “...i vini prendono il nome dai nostri gnomi, gli spiriti benevoli protettori delle nostre vigne. Essi si vestono con abiti colorati, sono burloni e se indossano un cappello diventano invisibili. Sono proprio loro che nel 2018 ci hanno “aiutato” nella nostra prima vendemmia”. Su ognuna di queste etichette viene infatti raffigurato un allegro personaggio al cospetto di tralci di vite, il tutto davvero ben disegnato, con uno stile a fumetti che conquista e genera buonumore. Da notare anche il logo dell’azienda, nella parte superiore dell’etichetta, con il nome del titolare e una riuscita iconografia che rappresenta l’Etna, dalle viscere alle sue manifestazioni magmatiche. E infine la scritta “Wine Human Nature Etna” sul collo delle bottiglie a sancire una produzione bio e un’attenzione al territorio e alla tipicità. Insomma ci sono delle idee e vengono ben comunicate.

Vino Buono in Etichetta Sbagliata

Per Sba Glio, Barbera d’Alba, Saracco.

Sarà anche avvenuta per sbaglio la decisione di produrre 3000 bottiglie inaspettate di Barbera, ma a noi sembra che lo sbaglio sia continuato anche nella realizzazione dell’etichetta. Nel mondo enologico la sequela dei vini “sbagliati” è lunga: molti nomi, etichette, storie, accennano a errori o disattenzioni che hanno portato alla nascita di vini più o meno improbabili. Alcuni errori sono stati provvidenziali, come quello che ha portato a produrre l’Amarone, sfuggito di mano a qualche cantiniere distratto. In questo caso sembra ci sia stata una decisione improvvisata, un esperimento, un tentativo, quello di vinificare grappoli di Barbera che non rientravano nel piano vendemmiale. E’ nato così questo “Per Sbaglio” che in etichetta viene indicato in tre parti: “Per Sba Glio”, una “raffinatezza” grafica che, tra le altre cose, non riusciamo proprio a comprendere. Affermare così, in prima battuta, proprio nel nome del vino, che il prodotto, il vino contenuto in quella bottiglia è nato in via incidentale non è propriamente valoriale. Non porta alcun tipo di pregio, anzi, va nella direzione opposta. Per il resto, cosa dire di questa etichetta? Che non dice molto di più. Fondo bianco, la tipologia del vino alla base e letteralmente in un angolino in basso a destra il nome del produttore. Che tra l’altro è di ottima fama, non uno sconosciuto. Certo, come già detto all’inizio si tratta di una partita ristretta di bottiglie che ogni anno si limita a 3000 pezzi, frutto di poco più di un ettaro di vigna. Ma perché non dotare questo vino di una dignitosa etichetta? Perché condannare queste bottiglie all’oblìo di un packaging insussistente? 

Il Vino è “Manifesto”.

Hobo, Magliocco, l’Acino.

L’etichetta di questo vino è una specie di manifesto politico-filosofico che col vino c’entra poco. Possiamo definirla come una piccola “affissione” pubblicitaria, in questo caso di tenore storico-culturale. Ma vediamo subito il nome del vino, strano ma efficace: breve, originale, memorabile. “Hobo”. Quasi come homo ma con la “b”. Da cosa nasce? Negli anni bui della Grande Depressione, soprattutto in California (come conseguenza della grande crisi americana del 1929), gli Stati Uniti vennero letteralmente attraversati dagli “hobo”, giovani vagabondi venuti da molte parti dell’America e del mondo, disposti a qualsiasi lavoro per vivere. Le vicende di questi nomadi “dei tempi moderni” sono state narrate dallo scrittore John Steinbeck, premio Nobel per la Letteratura nel 1962, in un paio di racconti, in special modo in “Furore” e “Uomini e Topi” (titolo originale di quest’ultimo: “Of mice and men”, pubblicato nel 1937 e in parte autobiografico). Tornando all’etichetta di questo vino, ecco come viene definita dal produttore nel proprio sito internet: “semplicemente un inno alla libertà”. Questo il rational al quale ognuno può attribuire il valore che ritiene giusto. L’illustrazione in bianco e nero mostra uno di questi “hobo”, a piedi, viandante, con le sue poche e povere cose al seguito. Avendo sede nella provincia di Cosenza, forse si tratta di un riferimento al problema del riconoscimento, professionale ed economico, dei lavoratori stagionali, che ancora oggi affligge alcune campagne. Del resto il packaging è impattante e originale. Il concetto di base deve essere cercato e argomentato ma l’attenzione al prodotto viene certamente generata.

La Z di Zorro, Rivisitata

Alfieribianco,
Malvasia e Inzolia,
Zagarella.

Sono diversi e curiosi gli aspetti di questa etichetta calabrese. Partiamo dal nome del vino, “Alfieribianco”, dal nome della contrada Alfieri, nella zona di Arghillà, Reggio Calabria, dove ha sede l’azienda dei Fratelli Zagarella. Il nome potrebbe generare confusione con la Doc Terre Alfieri, piemontese, diventata recentemente Docg e quindi molto in vista. Come secondo elemento di analisi notiamo la strana forma della cartotecnica: un ovale interrotto da due semicerchi a destra e a sinistra. Il bianco dell’etichetta sul fondo scuro del vetro della bottiglia evidenzia questa forma inusuale. La firma del produttore che diventa logo, in basso, evidenzia la Z iniziale, in concorrenza con quella, un tempo nota, di Zorro. Ma la notazione più strana riguarda il tratto al centro dell’etichetta: dopo un breve ragionamento si evince che si tratta della medesima Z del cognome della proprietà, “girata” in orizzontale e ribaltata specularmente. Questo tratto risulta così essere, forse, il picco di una montagna, o ancora, visto che ci troviamo in vista dello Stretto di Messina, un’onda di un mare in burrasca. Certo che l’interpretazione di questo packaging richiede un minimo di ragionamento. A livello estetico si fa notare per l’originalità, della forma dell’etichetta, come già detto e dei tratti grafici. Tecnicamente è curioso e doveroso far notare che l’azienda in questione utilizza un sistema di vinificazione particolare che si chiama Ganimede. L’azienda produttrice (del sistema) lo definisce il “fermentatore innovativo”. Chi vuole approfondire il suo funzionamento può trovare il tutto su ganimede.com.

Sigle e Nomi in Singolar Tenzone

PR, Aglianico Rosato, Casula Vinaria.

Questa piccola azienda campana, con sede e attività a Campagna, un nome un destino, in provincia di Salerno, si è lanciata sul mercato con etichette di impatto, originali ma discutibili. La scelta grafica porta a evidenziare solo le prime due lettere del nome del vino. Così, in pratica, abbiamo PR per Primavera (Aglianico Rosato), BR per Brigante (Aglianico), CA per Candito (bianco dolce), CH per Chiena (Spumante Brut), CO per Coccinella e ME per Melodia (Fiano), FA per Falanga (Falanghina) e così via. Le lettere grandi sono tutte nero su bianco o viceversa (salvo un paio di casi particolari), con una modalità grafica, oltre che cromatica, di forte incisività. Quello che emerge è una sigla “effetto-targa”. Questo perché solo in un secondo momento l’occhio cerca altri riferimenti (oltre alla lettere grandi) e trova, in basso a sinistra, scritto molto in piccolo, il nome completo del vino. Sicuramente si tratta di una scelta “ottica”, attenzionale, che punta a farsi notare nello scaffale. La modalità però non è risolutiva, lascia qualche perplessità in chi la nota e non trova nemmeno giustificazione concettuale. Quello che possiamo dire è che i nomi dei vini sono interessanti, se e quando vengono colti nella loro integrità. Ad esempio: Brigante, Candito, Coccinella e Melodia sono nomi in grado di restare in mente e di comunicare qualcosa in più. Ma limitandosi alle  iniziali non trasmettono tutto il loro potenziale. Nota stilistica: ai lati destro e sinistro dell’etichetta, vediamo il logo aziendale (una foglia di vite e tre pallini, i tre soci) e un pallino più grande colorato che rappresenta la tipologia del vino: rosso, rosa, verde (per i bianchi). Stile minimalista, ma pur sempre con un’idea.