Satanassi con un Bel Nome

Lucibello, Verdicchio, Benforte,

Italo Calvino è stato un genio della scrittura, della narrazione, della fantasia. Sorprende che la favola da lui scritta con protagonisti Quattordici e Lucibello non sia tra le meglio riuscite. Il nome di questo Verdicchio dei Castelli di Jesi (Riserva) si ispira infatti al racconto del noto italico scrittore e poeta. IL nome è molto bello: “Lucibello” suona bene, evoca la luce e la bellezza, ma… nel racconto di Italo Calvino è il nome del “capo dei diavoli” che Quattordici, il ragazzino protagonista, trova all’inferno. In breve, un giovane contadino, nel peregrinare nelle sue avventure, si ritrova a combattere con i diavoli armato di una tenaglia, con la quale mozzica la lingua ai luciferi. Ecco spiegata anche l’illustrazione al centro dell’etichetta: una tenaglia da lavoro, circondata da “gironi” argentati. A parte la necessità di descrivere tutto questo, il packaging è ben realizzato, con ordine e gusto, e con l’utilizzo di inchiostri speciali come il nero in rilievo che veste il nome del vino e l’argento dei particolari dell’illustrazione. Bello anche il nome dell’azienda: “Benforte”. Legato anch’esso a una favola, come viene spiegato nel sito web del produttore: “Proprio nella nostra area di produzione lo scrittore Italo Calvino raccolse una fiaba popolare dal titolo “Giuanni Benforte”. La storia racconta l’eterno tema della vittoria dell’astuzia contro la forza bruta: la vittoria del piccolo contro il gradasso. Abbiamo scelto Benforte come brand aziendale per celebrare lo stesso ingegno e la stessa tenacia di chi, anno, si impegna per produrre buon vino”.

Le Bollicine Ballano Nude

Bollabiòt, Chardonnay Spumante, Cantina Primavena.

A questo produttore piace giocare con le parole. E quindi ci è risultato subito simpatico. Si chiama Stefano Parpaiola e vive e lavora sulle colline della provincia di Pavia, a Montù Beccaria. Prendiamo, tra le altre etichette dell’azienda, quella del Brut Metodo Classico da Chardonnay dove vediamo subito un giullare intento nelle sue evoluzioni. In realtà, guardando bene, con un taglio di luce favorevole, i giullari sono tre: uno al centro, coloratissimo, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, realizzati con un inchiostro nero lucido. I due giullari sui lati appaiono come per magia solo muovendo la bottiglia in favore di luce. Un gioco nel gioco che porta attenzione e originalità. Il nome del vino è un gioco di parole: “Bollabiòtt”. Bisogna sapere che “balabiòtt”, secondo Wikipedia, “…è un termine mutuato dalla lingua lombarda, traducibile in "danza nudo", per definire un guitto oppure una persona facile a mostrare entusiasmo e sicurezza, ma di scarsa capacità realizzativa e dubbia integrità morale”. In questo caso, sostituendo la “a” iniziale con una “o” si ottiene un “balabiòtt con le bolle”. Secondo alcune versioni storiche sull’origine di questo nome, l’epiteto si riferisce a un “matto” (nei tarocchi la figura del Matto è di fatto un Giullare) in quanto anticamente nei manicomi venivano lasciate le persone nude, per evitare che in qualche modo potessero farsi del male (con indumenti annodati o incendiati). Un altro gioco di parole lo troviamo nel sito del produttore dove, sotto al nome dell’azienda “Cantina Primavena”, leggiamo “faccio tutto a modo bio”. Lo stesso nome dell’azienda è una variazione di parole (in questo caso non positivo, perchè può essere letto male) che ricorda la Primavera (ma con la “n” al posto della “r”). Tirando le somme a noi questo Bollabiòt piace, quanto meno nella sua bizzarra vestizione.

Un Dolcetto che si Chiama come un Nebbiolo

Nivö, Nibiö (Dolcetto dal Peduncolo Rosso), Rugrà.

Proprio dove il Piemonte cede il passo alla Liguria e le brezze marine asciugano le nebbie dell’entroterra, nasce e cresce un vitigno autoctono del quale si stanno perdendo le tracce. Luigia Zucchi, la produttrice titolare dell’azienda Rugrà, ha deciso di salvare questo clone di Dolcetto (dal Peduncolo Rosso, così viene definito dagli annali di viticoltura) e di produrre in quantità limitate (solo 2 ettari di vigne) il Nivö. ll nome di questo vino sarebbe la forma dialettale di Nibiö che anche se somiglia e potrebbe ricordare il celebre Nebbiolo non lo è. Il bisticcio di parole può generare confusione, certo. Ma in questo caso vince l’espressione antica che domina ancora in quella zona: i nomi dei vitigni (soprattutto quelli autoctoni) bisogna tenerli così come i contadini e i loro avi li chiamavano e continuano a chiamarli. L’etichetta è molto semplice: in alto, in buona grandezza, il nome del produttore. Al centro una quercia stilizzata. In basso il nome del vino con un carattere di scrittura che simula l’amanuense (e che crea qualche perplessità tra a”v” e la “n”, e viceversa). Per tutto il resto vigono le tradizioni e la voglia di brindare con vini veraci (e bio).

Quante Storie da Cantastorie!

Fin che Venga, Nocera, Cambria.

La particolarità di questo vino inizia dal vitigno, un rarissimo Nocera che cresce unicamente sulle colline di Funari in provincia di Messina. Ivi portato, manco a saperlo, dai Greci. Nella zona, col tempo, questo vitigno che serviva sostanzialmente come uva da taglio,  viene soppiantato dal più nobile e redditizio Nerello Mascalese. Oggi l’azienda Cambria ha deciso di incrementare di nuovo la coltivazione del Nocera per produrre uno spumante Metodo Classico rosato, elegante e sfizioso (non solo, col Nocera vengono prodotti anche dei rossi e un passito). Il nome di questo vino è davvero particolare: “Fin che Venga” e trae origine da un mito, da un racconto, secondo il quale Re Ruggero II d’Altavilla affidò il suo levriero malato alle cure di un contadino, con la promessa che l’avrebbe dovuto curare “fin che venga”, cioè fino a quando sarebbe tornato, il suo padrone. Al suo ritorno, dopo molto tempo, il Re, colpito dalla fedeltà del contadino, lo nominò Barone delle terre che oggi comprendono il comune di Funari. Nel packaging, dove trionfa il colore rosa, viene scritto, sopra al nome, “Tra storia e leggenda”, a confermare che spesso questi racconti si intrecciano con vite vissute, narrazioni edulcorate, miti incantati, nella modalità tipica dei cantastorie siciliani.

Alla Danza della Realtà Piace il Vino

Come d’Incanto, Nero di Troia, Cantine Carpentiere.

Partiamo dal vino, particolare anch’esso (oltre all’etichetta, di cui parliamo dopo): si tratta di un Nero di Troia (uve nere quindi) vinificato in bianco. Insomma, una rarità. Un rischio, un estro, un coraggioso porsi fuori dal consueto. Le Cantine Carpentiere si trovano in Puglia, a Corato, in provincia di Bari. I vigneti allignano attorno al Maniero Federiciano di Castel del Monte. Ma veniamo al nome del vino, davvero bello, evocativo, fiabesco: “Come d’Incanto”. Il sogno può incominciare: basterebbero le parole ma l’etichetta ci colpisce subito anche con i colori e l’ambientazione di una illustrazione acquarellava decisamente sognante. Vediamo un uomo e una donna danzare vorticosamente sotto a festoni luminosi ed è subito allegria, passione, convivialità, voglia di vivere. Tutte sensazioni che un vino è chiamato per vocazione a donare. E questa bottiglia lo fa, già in partenza con la sua etichetta. E’ una promessa, un vincolo, una missione che in seguito il calice è chiamato a confermare. Se vogliamo trovare un difetto a questo packaging design forse è nella leggibilità delle scritte, soprattutto il nome del produttore in basso. Ma è così piacevole l’immagine protagonista che si può anche soprassedere.

Degustazione Vino, Direttamente in Vasca

Macerato, Catarratto, Sergio Drago.

Un uomo in una vasca (di quelle che servono per la fermentazione del vino, ma somiglia molto a una vasca da bagno) è l’illustrazione protagonista di questa etichetta Made in Sicilia. Siamo infatti nel territorio rurale attorno ad Alcamo, nella parte occidentale dell’isola. Qui un giovane viticoltore cura come se fossero figli suoi, i tralci di vite che popolano un paio di ettari di terreno. Catarratto per i bianchi, ma anche Nero d’Avola e Syrah per i rossi. In questo caso, come si evince dal nome/definizione del vino, “Macerato”, si tratta di un orange-wine di lunga macerazione. Così lunga che il produttore stesso si prende una pausa, degustando il vino, dentro alla vasca, come se stesse rilassandosi in un bagno termale. L’immagine incuriosisce, certo, anche grazie al colore arancione che colpisce l’occhio. Il disegno non spicca per originalità dello stile ma la situazione che viene rappresentata è sufficiente per generare attenzione. Unico particolare che potrebbe stonare agli occhi di qualche wine-nerd: l’uomo illustrato sta bevendo il vino da un bicchiere che normalmente viene utilizzato per l’acqua e non da un calice. 

La Perfezione della Natura e dell’Opera dell’Uomo

Santa Maria, Pecorino, Vini Centanni.

Questa azienda vinicola con sede in Contrada Aso nel comune di Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno) ha la fortuna di chiamarsi “Centanni”. Come si può facilmente dedurre si tratta del cognome di famiglia. Gli anni di conduzione non arrivano ancora al secolo (comunque sono già 20 di regime biologico, non pochi) ma questo cognome consente di giocare con le parole in modo costruttivo, ad esempio nel sito internet troviamo scritto “un’avventura di famiglia che guarda al futuro con Centanni nel cuore”. Insomma si tratta di un nome evocativo, memorabile, edificante, valoriale. A tal punto che in etichetta il nome vero e proprio del vino viene relegato in un angolo (a destra) scritto in piccolo, e per di più (anzi, “per di meno”) in verticale: “Santa Maria” (probabilmente una frazione del luogo). Siamo in una realtà rurale e “minore” (non per la qualità, ma per i volumi di produzione) ma le etichette sono di stampo maggiore: eleganti, ricercate, moderne, strutturate. Questa che portiamo ad esempio è quella del Pecorino: minimalista ma con stile, due cerchi giocano a rincorrersi, forse due lune, o il sole e la luna, certamente segni che evocano la perfezione della natura e dell’opera dell’uomo quando sa essere virtuosa. Sul collo una capsula che simula la ceralacca aggiunge percezione di qualità per questo che è uno dei vini top di gamma dell’azienda.

Animali Immaginari, Figli di un Dio Minore

Pinot Noir, Dreambird Wines.

Questo produttore rumeno ha deciso di affidare la propria immagine a un bambino: cioè al creatore di una bella illustrazione che rappresenta l’azienda e che si trova su molte etichette della gamma proposta al consumatore. Partiamo comunque da nome (dell’azienda e del vino, in questo caso): “Dreambird”, un nome che fa sognare e evoca favole e scenari pittoreschi. L’uccello del sogno, si potrebbe anche dire l’uccello del paradiso visti i colori dei quali si compone la meravigliosa illustrazione posta al centro dell’etichetta. L’animale rappresentato è una specie di basilisco volatile che si compone di varie parti “animali”. Un po’ gallo cedrone, un po’ pappagallo, con una coda da scorpione, tiene schiacciato a terra un serpente. Diciamo che la fantasia non manca e se pensiamo che l’autore-bambino di questo disegno, Raul Inocentiu Neculai, ha dei gravi handicap motòri, il valore intrinseco ed emozionale dell’opera cresce ancora di più. L’azienda, per completare il quadro, ha deciso infatti di supportare una locale fondazione che si dedica al futuro di bambini con problemi di malformazione (kindersukunft.ro). Che dire? Forte impatto e grandi meriti.

Il Vino è Cambiamento, di Momento in Momento

Naranjo, Blend, Vinos Versàtil.

Un’etichetta dove si vedono solo parole? Si può fare. Questa è stata l’idea di un produttore argentino, con sede nel famoso comprensorio di Mendoza. Tutte le etichette di questa azienda sono costruite su una serie di parole, cambia solo il colore di fondo. Qui abbiamo portato ad esempio quella di un blend di bianchi con i quali viene prodotto un orange-wine. Da qui il nome del vino “Naranjo” con l’aggiunta di “de Garage” a sancire la produzione “artigianale” e in piccole quantità. L’etichetta fa il suo effetto, cioè quello di attirare l’attenzione. “Versàtil” è il nome dell’azienda, in italiano viene facilmente tradotto in “versatile” e per fugare ogni dubbio sul significato che si vuole trasmettere, vengono riportati tutti i sinonimi di questa parola, come: voluble, variable, cambiante, convertible, caprichoso, moldeable, maleable, coqueto… e così via. Lo spagnolo (argentino) è facile da intercettare, per cui la traduzione di queste parole è intuibile. Forse il riferimento va al vino in generale che, quando veramente genuino, è elemento molto cangiante, di vendemmia in vendemmia, di vasca in vasca, di stagione in stagione, di tavola in tavola. Elemento vivo che nel tempo manifesta la propria personalità evolvendo. Proprio come gli esseri umani, del resto.

Quella Sottile Demarcazione tra Realtà e Favola

Ruben & Flora, Cabernet e Carmenere, 
Las Tinajas del Maule.

Questa cantina cilena, con sede nella regione Maule a 250 km dalla capitale Santiago, presenta i propri vini con una serie di etichette molto originali, con uno stile da artisti contemporanei (che simula in parte quello del noto Basquiat, ma con ironia e pensiero positivo). L’etichetta che abbiamo deciso di mostrare è quella del Cabernet (50%) e Carmenere (50%) dove, con colori accesi, vengono rappresentate due figure “umane”. A dire il vero quella di sinistra è semi umana, in quanto viene definita “fauno”. Quella di destra è indubbiamente la raffigurazione di una donna. Questo perché sotto al nome del vino, già eloquente, “Ruben & Flora”, troviamo questa frase: “El gran amor de un fauno”. Le sembianze umane del fauno tradiscono la sua origine fiabesca con un capoccione che incute quasi paura. Non sembra spaventata Flora che addirittura sembra accettare il corteggiamento del fauno allungando un braccio verso di lui. Favola? Realtà? Si potrebbe dire tra realtà e favola, cioè come quel passaggio di tempo che intercorre tra il primo calice e il proseguimento di una allegra libagione.

La Sospetta Inutilità del Numero Uno

Radici Vive 891, Aglianico, Vinicola Agriflegrea.

Il nome è di quelli interessanti, evocativi, che comunicano qualcosa: “Radici Vive”. Certo, le radici sono tutte vive, se ce ne sono di morte il frutto non cresce. Ma ugualmente questa definizione si fa notare, è vivida, vivace, vitale e anche vinicola, logicamente. In realtà dovrebbe trattarsi di un nome di linea, cioè quella dei vini monovitigno di questa realtà partenopea con sede proprio a Napoli che riunisce 100 conferitori con vigne in ogni parte della Campania. Il nome in questione viene seguito da tre numeri: 891. In un primo momento potrebbe sembrare una altimetria o il numero delle bottiglie prodotte o il contrassegno catastale di qualche parcella. Invece, andando a navigare nel sito del produttore si scopre che, sia pure mancando un numero iniziale, ci si riferisce al 1891, anno in cui Vincenzo Varchetta fonda l’azienda, poi portata avanti da figli e nipoti. Il numero (senza l’1 iniziale) rimane comunque una incognita finché non si decide di approfondire in qualche modo. L’etichetta graficamente è molto pulita, essenziale e riesce ad essere originale e attenzionale. In alto, come sfondo, vediamo i profili di alcune colline con sfumature di colore incrementali. La particolarità sta nel bordo superiore della cartotecnica, sagomata anch’essa. In summa un buon lavoro grafico e una certa modernità nello stile.

L’Alta Calabria dei Vitigni Sconosciuti

Melara, Magliocco e Greco Nero, Boccafolle.

Davvero curioso il nome di questa azienda, che ha una origine topografica e storica. Si tratta infatti del Podere Boccafolle, così detto dagli abitanti della zona. Certo è un nome che attira l’attenzione: non abbiamo trovato spiegazioni specifiche in rete, ma possiamo dedurre che “Boccafolle” potrebbe essere la divertente nominazione di una persona che straparla, di un folle che parla troppo. Oppure di un vino che fa parlare troppo! Il vino invece, un rosato ottenuto da due vitigni locali, si chiama “Melara”. Anche in questo caso il nome potrebbe condurre alla storia di un luogo dove anticamente si produceva miele. Siamo nell’Alta Calabria e l’azienda in questione si distingue per la salvaguardia di vitigni antichi: a proposito di nomi, oltre al Magliocco e al Greco Nero, uve rosse relativamente più conosciute, l’azienda coltiva anche due uve bianche che si chiamano Vujnu e Duraca, sinceramente mai sentite prima. A proposito dell’etichetta, con uno stile anni ‘80 ma anche di una certa eleganza, notiamo la frase “da Antichi Vitigni dell’Alta Calabria” e soprattutto, subito sotto, un simbolo che di fatto è un reperto storico: si tratta di una scure votiva in bronzo del VII-VI secolo a.C., esposta oggi al British Museum, rinvenuta nel 1846, qui stilizzata e diventata così il marchio del produttore.