Fiori Francesi in Vitigno Teutonico

Le Fleur, Riesling Renano, Isimbarda.

Non si tratta del solito Riesling Italico molto diffuso in Oltrepò Paveve, bensì del più nobile Riesling Renano, coltivato da Isimbarda, produttore di Santa Giulietta. La vigna speciale che genera questo vino si merita di essere nominata in etichetta: Vigna Martina. Si trova ad una altitudine di 400 mt. s.l.m. e gode di una particolare esposizione. Il vino ha un nome francese (anche se il produttore è italiano e il vitigno tedesco) cioè “le Fleur”. La grafica in etichetta conferma: una cornice di fiori circonda il tassello che, al centro, nomina vigna e vino, come detto sopra. L’azienda, nel proprio sito internet ci dice che: “L’Azienda Vitivinicola Isimbarda, deve il suo nome all’antica famiglia dei Marchesi Isimbardi: patrizi lombardi divenuti feudatari del “tenimento” di Santa Giuletta alla fine del secolo XVII. Soprattutto don Luigi Isimbardi, che nell’Ottocento amava la cascina Isimbarda quanto il suo maestoso palazzo di Milano, fu un ottimo viticoltore e precursore di moderne tecniche di produzione”. Chissà, forse i Marchesi amavano la Francia o semplicemente ne subivano il fascino indiscreto. Il packaging nel suo complesso appare piuttosto arcaico, classico, tradizionalista, sia pure con questa iniezione di colori e fantasia dovuta al fondo cielo e ai fiori occhieggianti dai lati della cartotecnica. Originale? Certamente. Innovativa? La prossima volta.

A Difesa delle Api, Contro l’Idiozia Generale

Let it Bee, Verdejo, Citizen Wine.

I nobili intenti che si nascondono dietro a questa etichetta vanno annoverati tra i casi di marketing moderno, dove un argomento caro ai consumatori viene “speso” concettualmente per veicolare un prodotto. Ed ecco un vino spagnolo, vitigno Verdejo, dichiaratamente organico, che si fregia di un bel packaging (originale e portatore di un argomento interessante). Come vuole comunicare il nome del vino in questione, con un gioco di parole, “Let it Bee”, si inneggia alla preziosità delle api, per la biodiversità e per la difesa degli ambienti naturali. Citizen Wine è una organizzazione commerciale con una propria filosofia di sviluppo del business, che viene in questo modo sintetizzata, nel sito internet dedicato (con un logo con l’acronimo I.M.A.D.): “Sometimes, in this crazy world an Idiot Makes A Decision. At times like this we need Good Citizens to remind us that Individuals Make A Difference. That is why we have developed this fantastic range of wines in support of important causes close to our hearts. From Ocean Clean-up to Bee Conservation and Rewilding, these are wines that appeal to the Good Citizen in all of us. Now you can enjoy a delicious glass of wine and give a drop back to society in the process. It’s time our Industry Made A Difference so follow the Good Citizen’s adventures as we explore the planet for new, exciting wines and fight a little evil along the way”. Nobili intenti? Visioni commerciali? Non ci esprimiamo. L’etichetta in questione, comunque, è bella.

Il Carattere della Montagna (Dove Volano le Aquile)

Caratteri Rosé. Pinot Nero (e Traminer), Castelsimoni.

Nei pressi dell’Aquila, in località Cese di Preturo, questa piccola cantina produce, tra altri vini di tipo internazionale, un rosato a base Pinot Nero. Non è una formulazione facile da trovare in centro Italia, soprattutto considerato che questo vino fruisce anche di un piccolo tocco di Traminer Aromatico. Particolare anche la sua etichetta: in alto leggiamo quello che viene diffuso dall’azienda come una sorta di slogan, “vini di montagna”. Abituati in questo senso a pensare a vini del nord (Alpi), facendo mente locale, realizziamo che anche qui, sotto al Gran Sasso d’Italia, le montagne sono di un certo livello. Il nome dell’azienda è “Castelsimoni”, probabilmente un rimando topografico; al centro vediamo l’inequivocabile mappa altimetrica del Gran Sasso (che sale fino a 2912 metri s.l.m.). Le vigne invece, sono dichiaratamente poste a 800 metri di altitudine, meglio precisare, sicché l’etichetta potrebbe indurre qualche errore di valutazione. Il vino rientra nel disciplinare come “Rosato Terre dell’Aquila”, come giustamente indicato alla base del packaging. Il nome del vino è alquanto strano: “Caratteri Rosé”, cercando, crediamo, di comunicare la peculiarità dei vitigni che lo compongono o le caratteristiche del territorio, decisamente montano, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Etichetta spartana, molto descrittiva, poco emozionale, abbastanza originale, del resto.

Il Rosso che è Veramente di Natale

Rosso di Natale, Blend di Rossi, Cascina Baricchi.

Potrebbe sembrare una trovata di marketing da mettere a scaffale ogni anno a dicembre… e invece. C’è molto di più dietro al nome di questo vino. Innanzitutto c’è una piccola azienda delle Langhe, che ha deciso di trattare le uve di Nebbiolo come se fossero atte a produrre Amarone. Le uve infatti vengono raccolte in vendemmia tardiva, lasciate a macerare 15 giorni e soprattutto il vino ottenuto deve affinare in botti di legno per 10 anni. Nasce un prodotto unico e particolare, che potrebbe attirare l’attenzione di chi prepara il pranzo di Natale, ma che in effetti può essere servito tutto l’anno. Dove sta il trucco? Nel fatto che il titolare dell’azienda si chiama Natale Simonetta, figlio di Giovanni, il fondatore. Natale infatti ci mette la firma autografa: la trovate nella parte sinistra dell’etichetta. 15% di festoso e corposo vino rosso che, grazie a un nome (e alla più nota festività del cristianesimo) potrebbe donare (attenzione, il costo non è dei più economici) attimi alterati di pura consapevolezza. Il packaging non è di quelli studiati da designer di grido, ma grazie al nome del vino e agli altri elementi “genuini” che lo compongono, è in grado di attirare attenzione e gratificazione. E qualcuno potrà gridare “Buono! Natale!”. Salute.

La ‘Principessa’ Giuseppina Contesa dalle Contrade

Josèphine rouge, Pignatello, Marco de Bartoli.

Questo “vino liquoroso” è il “fuori gamma” del celebre produttore De Bartoli, con sede in Contrada Fornara Samperi, in quella Marsala, cittadina siciliana, che ha dato il nome ad una intera tipologia di vini. Anche questo “Josèphine Rouge” fa parte di quella categoria, essendo in sostanza un vino “marsalato”. Qualcosa di insolitò però, c’è. Questo vino, il suo nome lo rivela, è dedicato a Josèphine Despagne della quale Marco De Bartoli (ora scomparso, l’azienda è nelle mani dei figli) sarebbe un pronipote. Per completezza di informazione la storia più nel dettaglio la racconto un’altra nota azienda siciliana: “Josephine era una francese trapiantata in Sicilia… nata il 18 maggio 1871 in un villaggio vicino a Bordeaux, era figlia del noto liquorista francese Oscar Despagne, trasferitosi a Marsala con tutta la famiglia nel 1895 per fare consulenza alle cantine dell’isola. Qui Josephine, all’epoca ventiquattrenne, conobbe ben presto Carlo, figlio del fondatore delle Cantine Pellegrino. I due si innamorarono e dal loro matrimonio nacquero quattro figli”. In pratica Josèphine, diventata Giuseppina, viene storicamente contesa anche a livello di immagine, visto che una fotografia dell’epoca della giovane bordolese caratterizza l’etichetta di questo prezioso nettare dell’azienda De Bartoli. Insolita anche l’etichetta ovale che di solito poco si adatta alla rotondità di una bottiglia. Ma in questo caso (salvo eventuali problemi di incollaggio) contribuisce a confermare un’atmosfera di fine secolo (scorso) e a dare “allure” al prodotto.

Un Vino Rosso del Sud, Senza Pentimenti

Mea Culpa, Primitivo, Sirah e Merlot, Cantine Minini.

Davvero un nome particolare per questo vino che si professa un mix di vitigni pugliesi e siciliani, per specifica intenzione del suo produttore. A tal proposito vediamo alcuni spunti che spiegano le intenzioni dell’azienda: “Nel mondo del vino si parla di passione spesso in maniera superficiale e senza l'investimento emotivo che un vino di eccellenza merita. Mi piace definire, invece, Mea Culpa un vino coinvolgente, originale e perché no, eretico”. Il nome deriva dalla nota frase escclesiastica che viene recitata durante la messa in latino: “mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michaelem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres (et te, pater), orare pro me ad Dominum Deum nostrum. Amen”. In pratica una dichiarazione di colpevolezza per aver commesso qualche peccato. E cos’è il vino se non un peccato di gola e di spirito? Aggiunge il produttore del vino: “L'originalità e la sua eresia derivano dalla mia aspirazione di combinare le eccellenze di due regioni italiane, Puglia e Sicilia, in modo da ottenere un intrigante equilibrio di potenza ed eleganza frutto dei vitigni dedicati a questo progetto”, L’etichetta è molto spartana. Fondo scuro di colore uniforme, Nome a lettere grandi. Annata scritta con numeri romani, e poi “vino rosso Italia”. Nient’altro. Concettualmente forte, graficamente poco incisivo.

La Doppia “G” di Ruggeri (e quella Singolare di “Ruge”)

RU-ZERO, Prosecco, Az. Agr. Ruge.

Questa etichetta fa parte di quella tipologia che possiamo definire “interpretabili”. Nel senso che non viene compresa chiaramente alla prima occhiata. Necessita di una analisi degli elementi. Ed è quello che proveremo a fare. L’azienda, con sede e vigneti dalle parti di Valdobbiadene, si deve ricondurre ai fratelli Ruggeri. Il cognome Ruggeri è abbastanza diffuso in quella zona, altri produttori si chiamano così, al punto che questa famiglia ha pensato di chiamare l’azienda “Ruge” per distinguersi un po’. Ruge, però rischia di essere letto come “Rughe”, oppure di non portare direttamente al cognome in questione, mancando la doppia “g”. A proposito di questo cognome i titolari scrivono: “A Valdobbiadene, il cognome Ruggeri è legato a doppio filo con la storia del Prosecco. Da Agostino Ruggeri, il capostipite, proseguendo una breve linea genealogica si giunge a Vittore e ai suoi due figli, Ruggero e Andrea, gli attuali vignaioli dell’azienda Ruge. La nostra azienda agricola si trova sul Col Funer, a Santo Stefano, una nelle zone più vocate, soleggiate e suggestive dell’intero territorio del Valdobbiadene Docg”. Il nome “Ruge” in etichetta è scritto con la “G” rovesciata, un vezzo grafico che spesso si trova nei packaging del vino. In più, il logo di questo produttore sembra proporre al pubblico ben due “G” rovesciate (specularmente), con al centro un calice stilizzato. Forse le due “G” servono a ricordare “Ruggeri”? Forse perché i fratelli Ruggeri che gestiscono l’azienda sono in due? Non lo sappiamo. Fatto sta che il tutto si rivela piuttosto enigmatico, poco chiaro, poco diretto. Il nome stesso del vino, “Ru-Zero”, non si sa se vale per il dosaggio o perché “Ruggero” in dialetto si pronuncia “Ruzero” (ipotesi strampalata, ma a questo punto vale tutto).

Un’Etichetta che ha i Numeri

13, Pinot Bianco, Brigl.

Questa, a quanto pare, antichissima cantina si trova nell’Alto Adige dei buoni vini (soprattutto bianchi) e in particolare sull’altopiano del Lago di Caldaro, ad Appiano, sopra Bolzano. Il simbolo e il vanto del produttore è una data: 1309, che viene enfatizzata in etichetta con un grande “13”, in oro e in rilievo (ciò avviene per tutte le etichette della gamma, qui rappresentiamo quella del Pinot Bianco). A dire il vero, ponendo attenzione, si può notare che il numero 1 è specularmente rovesciato, si tratta di un vezzo grafico difficile da notare: se si fosse deciso di “ribaltare” il numero 3, ad esempio, si poteva notare di più (ma il numero 3 come vedremo, ha un’altra funzione). Perché enfatizzare il numero 13, quasi fosse il vero nome del vino? Forse perchè porta fortuna? In ogni caso questo numero va a comporre, come detto sopra, la fatidica data (della fondazione): 1309. La parte mancante, lo 09, lo troviamo in piccolo, in alto, di fianco al numero 3. A parte tutte queste considerazioni numerologiche, si tratta di una bella etichetta. E’ stato creato un packaging attraente, attenzionale, elegante, colto. In alto un cappello dorato, sempre in rilievo, “incorona” il numero 13. Nella texture di fondo vediamo un delizioso cherubino che leggiadro si libra nell’aria. Alla base troviamo il nome della vigna dove alligna la vite delle uve di Pinot Bianco (Weissburgunder, in tedesco) che compongono al 100% questo vino. Semplice e misterioso al tempo stesso. Un buon auspicio per la buona tavola. P.S.: il numero 3 funge anche da lettera “B” per il cognome del produttore, lo si può notare sul collarino della bottiglia. 

Imperatori a Tavola, con le Langhe nel Cuore

Pertì, Langhe Rosso, Pertinace.

La nuova etichetta del rosso “da pasto” di Pertinace, colpisce anche da lontano, si tratta del faccione di un guerriero, forse un Re medievale, o di un antico eroe greco, in veste grafica attualizzata, almeno per quanto riguarda i colori. Il nome del vino nasce chiaramente dal nome del produttore, “Pertì”, da Pertinace. Ma contiene anche una invocazione: per te. Una specie di dedica che dalla storia (eventuale) del produttore passa alle vicende sociali e socializzanti del consumatore. Il risultato, nel packaging, si manifesta con toni scuri, pochi e ben distinti elementi, ottima memorabilità. Si tratta di un’etichetta teatrale, scenografica. Il vino si compone di Nebbiolo, Barbera e Cabernet Sauvignon. Il nome dell’azienda invece, “Pertinace”, oltre a ricordare un Imperatore Romano, si attiene al significato di “colui che dà prova di ostinata costanza nel pensare o nell'agire”, modificato a volte in letteratura in “pervicace” col medesimo significato. Scrive a tal proposito l’azienda: “L’esistenza del toponimo Pertinace è millenaria. La cantina è in località Pertinace, a Treiso, in Piemonte, in uno dei quattro comuni delle Langhe famosi per la produzione del Barbaresco Docg; ma è anche il luogo noto per aver dato i natali a Publio Elvio Pertinace, condottiero di valore e imperatore romano che proprio qui vide la luce nel 126 dC”. Insomma, gli ingredienti per un buon successo di comunicazione ci sono. E il terroir anche.

Il Merlo Furtivo delle Dolomiti Bellunesi

La Siesa del Merlo, Pavana, Tenuta Crodarossa.

Davvero un vino particolare, che nasce vicino a Feltre, nel bellunese. Particolari anche il suo nome e l’etichetta, per questo abbiamo deciso di dedicargli qualche riga di commento. Partiamo dal produttore che si chiama “Tenuta Crodarossa” (Tenuta, però, viene scritto sotto, creando un bisticcio semantico in lettura), che ha sede a Borgo Valbelluna. Il logo, sembra essere una composizione rocciosa di profili montagnosi. Il nome del vino è “La Siesa del Merlo” e qui ci viene in aiuto l’azienda stessa che nel proprio sito internet scrive a tal proposito: “La ‘siesa’ in dialetto veneto rappresenta un cespuglio, abbastanza aggrovigliato, dove di solito si rifugiano i piccoli animali per sfuggire dai predatori o dall’occhio umano”. Il rifugio di un merlo, in questo caso, forse furtivo, dopo aver rubato qualche acino d’uva. E passiamo al vitigno, la Pavana. Scrive ancora il produttore: “La Pavana è un’uva cultivar indigena che oggi si ritrova solo nel Feltrino e in Valsugana. Un vino ribelle e che sa di montagna, cresciuto nelle zone storiche della viticoltura feltrina, le Rive di Mugnai e che si sposa perfettamente con i piatti della tradizione bellunese”. E infine vediamo l’etichetta nel suo complesso: segmentata in alto, a rappresentare le Dolomiti Bellunesi, un tralcio di vite pende dall’alto e il merlo, ivi appoggiato, in rosso. Il tutto su un fondale amaranto che sicuramente si fa notare. Anche il vetro è particolare: con la spalla alta molto larga, come si forgiavano le bottiglie nei primi secoli dell’avventura moderna del vino. Promossa a tutto campo: curiosità o originalità.

Un Celebre Veneziano alla Conquista della Toscana

Irripetibile, Blend di Rossi, Podere Casanova.

I toni di rosa di solito, in etichetta, vengono utilizzati per affinità, con i vini rosati. In questo caso siamo di fronte a un rosso, costituito da Sangiovese, Merlot, Petit Verdot e Cabernet. Siamo infatti indubbiamente in terra di rossi, a Montepulciano, dove Isidoro Rebatto e Susanna Ponzin, veneti, hanno acquisito una tenuta che, ironia della sorte, si chiama Podere Casanova, richiamando nomeicamente la storia e le imprese del celebre Giacomo Casanova, donnaiolo veneziano. Etichetta rosa, dicevano, molto particolare, si fa notare. Con un piglio artistico, pittorico, espone una testa femminile, forse alludendo alle scorribande del noto corteggiatore.  Si tratta di un viso molto aggraziato, proprio al centro dell’elaborato. In alto troviamo il logo aziendale, un gufo, ugualmente ben disegnato, con stile minuzioso. Il nome dell’azienda lo troviamo nella parte alta del packaging, in oro e in rilievo: si fa certamente notare. Sotto al nome dell’azienda troviamo il nome del vino, “Irripetibile”, ambizioso quanto basta, e con un buon coefficiente di curiosità indotta. L’etichetta risulta gradevole, intrigante. La sua macchia di colore insolita può aiutare a rendere visibile e desiderabile questa bottiglia di vino. Il resto lo dirà il calice e il gusto degli attenti avventori. 

Felice di Stare Lassù

Pink, Sangiovese, Podere San Cristoforo.

Dobbiamo confessare che il suino volante ci ha colpiti. Attraversa un cielo primaverile leggiadro e orgoglioso della sua forma fisica. Mettendo in mostra la sua epidermide rosa, in perfetta sintonia con il vino che vuole rappresentare. Certo, siamo di fronte a un’etichetta insolita. Prima di tutto perché è iper-realistica, forse fotografica (almeno per quanto riguarda le nuvole). E poi perché quel maiale in volo stupisce e diventa icona. Così come lo è stato su una copertina di un celebre LP dei Pink Floyd (che contiene anche un brano che si intitola proprio “Pigs”). Gli stratagemmi per “accompagnare” concettualmente un vino rosato sono infiniti. Si citano rose, roseti, fenicotteri, tutto ciò che è rosa o che può essere affiancato idealmente a questo colore. Maiali compresi, naturalmente. Certo che un rosato, sia pure strutturato come questo da vitigno Sangiovese, non si presta, solitamente alla carne di maiale. E sarebbe anche di cattivo gusto far trionfare il suino in etichetta per poi fargli la festa in cucina. Diciamo che siamo nel campo delle allegorie e che in questo senso il packaging in oggetto fa la sua porca figura. Da notare, in basso, sotto al nome dell’azienda, un scritta in inglese: “tuscan coast rosé”, del resto anche il nome del vino è in quella lingua. Un certa coerenza si ritrova quindi anche nei testi, oltre che nei cromatismi di questa bottiglia che naviga allegramente tra il rosa e l’azzurro.

Moderno e Divertente ma Poco Coinvolgente

Scialusu, Blend di Bianchi, Azienda Agricola Bagliesi.

La componente creativa di questa etichetta si limita praticamente al nome del vino, “Scialusu”, che in dialetto siciliano significa “divertente”. Siamo infatti a Naro, in contrada Cammuto (nell’entroterra agrigentino). Non che il nome derivante da una parola esistente del dialetto locale possa essere ritenuta un’invenzione straordinaria, ma se viene concettualizzato, qualcosa di buono rimane. A questo proposito. l’azienda stessa definisce questo bianco prodotto con vitigni vari, come un vino di facile beva, di grande piacevolezza, di spiccata vocazione conviviale. Quindi divertente. Per la cronaca il regime agronomico è biologico e si sviluppa attualmente su 25 ettari di vigneti che vendono la presenza di vitigni autoctoni come Catarratto, Grillo, e Nero d’Avola, ma anche internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet. Cosa aggiungere come ulteriore commento a questo packaging? E’ molto spartano, il nome del produttore, che troviamo nella parte alta, risulta otticamente più grande del nome del vino e viene riportato anche sul collarino, giustamente in tinta con il croma dell’illustrazione nella parte centrale dell’etichetta. Quest’ultima è composta da elementi grafici abbastanza stereotipati che fanno unicamente da decorazione. Pulizia grafica, pochi elementi molto chiari, ottima memorabilità nonostante la mancanza di uno spunto creativo e concettuale di maggiore ampiezza e narrabilità.

All’Orlando (Probabilmente) Piaceva il Lambrusco

Canta Storie, Lambrusco, Emilia Wine.

L’idea di fondo che ha generato questa linea di etichette dedicate alle varie sfumature del Lambrusco, è quella di unire la storia di questo vino e di queste terre con il noto poema “l’Orlando Innamorato” (che poi diventa “Furioso” ad opera dell’Ariosto) del reggiano Matteo Maria Boiardo, composto a fine ‘400. Le etichette (e il poema) raccontano le avventure, come in una fiction all’antica, tra Morgana, Angelica, Malagise, Merlino, Rinaldo e logicamente anche Orlando. Ogni etichette un episodio. Con uno stile illustrativo molto colorato e coinvolgente. Una scelta coreografica di tutto rispetto per una cantina sociale composta da 730 soci conferitori che vuole distinguersi nell’ampio panorama commerciale del lambrusco. A proposito di queste nuove e allegre etichette l’azienda afferma che: “La linea Canta Storie rappresenta il nostro impegno, perché, come i nostri vini, i personaggi che compaiono in etichetta sono frutto dell’estro e dell’ingegno del nostro territorio. Entrambi raccontano storie che, nel corso del tempo, sono state scritte e continueranno ad essere scritte a pochi metri da noi. Da qui l’idea di far convergere le due strade, quella della linea Canta Storie e quella del poema l’Orlando Innamorato, in un unico progetto”. Un ottimo incentivo per rileggere il poema con un buon calice di lambrusco sulla tavola.


L’Eleganza del Noir, lo Charme dello Champagne

Cuvée Dame Noire, Champagne, Boulachin-Chaput.

Il nero slancia, lo sa bene Giorgio Armani che da una vita propone le sue creazioni soprattutto in toni molto scuri. Amore per le forme o per le donne? Ensemble. Ed eccoci a commentare l’elegante etichetta di questo piccolo produttore di Champagne, situato ad Arrentières, a nord di Bar-sur-Aube. Nome del vino? “Dame Noire” in perfetta sintonia con l’illustrazione che occupa la parte sinistra del packaging. La dama in questione è molto silhouettata, il vestito casca bene, si intuisce una scarpa décolleté con cinturino alla caviglia, mentre in alto assistiamo ad una acconciatura raccolta ma con qualche ricciolo che non sfugge all’attenzione. La posa è sfidante, attraente, molleggiata. Nel complesso l’etichetta, tutta nera con le scritte in oro e in rilievo, dona molto charme e fa venire voglia di poter godere, a tavola, di una siffatta bottiglia, oltre che del suo nettare nel calice. Le etichette di Champagne fanno categoria a sé stante. Stemmi, cornici e abbellimenti vari fanno parte del gioco. E anche un certo riferimento al romanticismo di una cena a due, magari al lume di candela.

Mal Che Vada, Arte e Vino Vanno a Braccetto

Mal Che Vada, Malvasia e Sauvignon, 
Renato Keber.

Per commentare il nome, molto particolare di questo vino, andiamo a pescare una famosa citazione di Giovanni Agnelli, che un giorno disse: “Fare viticoltura è sempre un’ottima impresa, mal che vada il vino te lo bevi”. E come non essere d’accordo? Non sappiamo se è stato questo il pensiero di Renato Keber nel creare questo blend di bianchi, coltivati sul confine tra Italia e Slovenia, ma il concetto ci sta tutto. Nome particolare, abbiamo detto. Composto. Praticamente una frase, lasciata in sospeso: “Mal che vada…”. E ognuno può pensare e aggiungere quello che vuole, tutto sommato. L’etichetta è molto spartana, si caratterizza per la proposta, al centro, di una scena pittorica firmata dall’artista Maurizio Armellin. Una casa, una strada, la luna, forme geometriche che segmentano l’illustrazione. In alto, scomposto e difficilmente leggibile, il nome del produttore, in basso il nome del vino. Alla base l’annata viene espressa con la dicitura “Collezione 2018” a sancire un certo collegamento tra l’arte di fare il vino e l’arte creativa e figurativa. Il packaging non è tra i più eclatanti ma la curiosità spinge l’acquisto.

Tanto Amore Greco, sull’Orizzonte Turco

Ti Amo, Moscato Bianco di Samos, Vakakis.

Un’azienda greca ha deciso di chiamare un proprio vino con parole in italiano. E che parole! Niente di meno che un “Ti Amo”, piazzato lì, tra il lusco e il brusco. Potremmo anche dire tra il giorno e il tramonto, viste le velleità turistico/romantiche di questo prodotto. Ma andiamo con ordine. Il vitigno del quale si pregia questa bollicina isolana è il Moscato di Samos (l’isola greca più vicina alle coste turche). Sull’etichetta, alla base, viene indicato come “Moschato Bianco”, in un misto tra straniero e italiano che non si capisce bene se è voluto o se si tratta di errore. Le uve vengono coltivate tra gli 800 e i 1000 mt. sul livello del mare, in questa piccola e brulla isola, prettamente turistica (in estate). A parte il nome del vino che vuole richiamare (in italiano) una certa atmosfera da coppie in vacanza, è interessante far notare il tentativo, da parte dei designer, di nascondere nel packaging il nome dell’isola: infatti prima e dopo la parola “amo” troviamo due “s” stilizzate, a comporre (dopo la parole “ti”) la parola “SamoS”. Un gioco non facilmente comprensibile ma che aggiunge preziosità alla comunicazione visiva, grazie anche agli elementi grafici come le bollicine, distribuite attorno al nome e alle “s” decorative. Nel complesso si tratta di una operazione abbastanza commerciale, di marketing, ma ben sviluppata per gli obiettivi che l’azienda, con questo tipo di prodotto, si prefigura.

E’ Rosa, è Nera, è Rossa ed è Anche Mora.

Rosa Mora, Malvasia Nera, 
Cantine Paolo Leo.

Dunque, cerchiamo di ricapitolare. La Malvasia (il vitigno) è Nera (quando di solito è “bionda”, insomma, gialla o bianca). Di conseguenza la Rosa è Mora (nome del vino), cioè il vino è rosato ma da vitigno “nero”. Ci potrebbe stare. Ma suona tutto un po’ strano. Anche perché la donna in etichetta è rossa, non è bruna. Insomma, un bel rebus, probabilmente voluto, per sottolineare la particolarità del prodotto. Questo vino, che viene dal Salento, è consigliato a tutto pasto, non solo col pesce, e in estate. Ha un “corpo” che riesce a reggere anche pietanze più saporite. Ma torniamo all’etichetta dove una giovane donna con grandi orecchini e due curiosi “pomelli” grigi sulle guance, si mette in posa coprendosi l’occhio sinistro con la mano destra. La cartotecnica del packaging segue le forme del disegno configurando un’etichetta dall’andamento irregolare. Sicuramente, insieme al colore del vino (imbottigliato in vetro bianco, trasparente), molto sensuale, la particolarità dell’elaborato fa la sua parte per attirare l’attenzione. 

La Solita Storia, con un’Insolita Etichetta

Ghjlà, Vermentino di Gallura, Vigne Cappato.

La storia di questo vino e di questa azienda è simile a molte altre: un professionista, architetto milanese, Giovanni Cappato, decide di cambiare vita, diventa enologo, acquista delle vigne in Sardegna e inizia a produrre vino. Si integra a tal punto nella cultura e nell’ambiente isolano che attribuisce due nomi derivati dal dialetto ai due vini per ora in gamma: il Nibe (che significa neve) un Vermentino frizzante e il Ghjlà, del quale documentiamo l’etichetta in questo post, che significa gelo. Al di là della difficoltà di lettura e di pronuncia di questo “Ghjlà”, vediamo il suo significato (che sono almeno tre): gelo, come abbiamo detto, quindi un richiamo alla prima vendemmia di queste uve, caratterizzata, nel 2017, da una gelata che ha compromesso non solo il raccolto ma anche la vitalità di molti dei tralci in vigna, e infine il fatto che questo vino viene prodotto con una “catena del freddo” che prevede la raccolta notturna, la conservazione in cassette in ambiente refrigerato per alcune ore e la seguente criomacerazione in acciaio per 36 ore. Il gelo c’è tutto, nel processo di lavorazione e anche nella memoria storica dell’azienda. La grafica dell’etichetta è molto particolare: caratteri grandi, in evidenza il nome del vino e quello della Docg, Vermentino di Gallura, giusto puntualizzare, su un fondo a tinta uniforme di colore giallo caldo. Cromatismi insoliti che caratterizzano il packaging e lo rendono molto visibile e memorizzabile. 

Alla Fonte del Sagrantino si Coltiva Anche Trebbiano

Arnèto, Trebbiano Spoletino, Tenuta Bellafonte.

Mentre il nome del vino, “Arnèto”, sembra derivare da una geolocalizzazione (zone vinicole del luogo), il nome del produttore racconta una piccola storia. Bellafonte, che in italiano potrebbe sembrare dicotomico rispetto alla missione dell’azienda, cioè produrre vino. Ma si sa che l’acqua e il vino sono stati da sempre, in un certo senso, legati. Fin dai tempi dei miracoli nell’Antica Giudea. La bella fonte in realtà non deriva da una reale presenza di acqua surgiva, bensì dal cognome del fondatore dell’azienda, Peter Heilbron, laddove Heil (in tedesco) sta per “bellezza”, “amenità”, e Bron sta per “fonte”. Il cognome dell’altra proprietaria (e compagna) tradisce invece origini chiaramente centroitaliche: Sabina Latini. Germania - Italia 1 a 1. Pari e patta. L’etichetta di questo Trebbiano Spoletino al 100% è molto spartana: in alto il nome del produttore, in grande evidenza, in basso il nome del vino e al centro uno stilema ottenuto da due pennellate di colore che a nostro avviso potrebbero simboleggiare le lettere “H” e “B”. Il tutto è molto simbolico, rastremato, essenziale, diretto. E quindi anche memorabile? Non sempre. Comunque questo packaging si fa notare anche da lontano. E questo potrebbe risultare alla fine vantaggioso. P.S.: siamo nel territorio di Montefalco e quindi del Sagrantino, ma i produttori di questo austero vino rosso si sono recentemente messi in testa di produrre anche da vitigno Trebbiano (verietà di Spoleto), il tempo dirà se con successo oppure no.

Occhio di Lince, Anzi no, di Lepre (Forse)

Suzzane, Garnacha (Rioja), Oxer Wines.

Questa strana, a tratti inquietante, etichetta viene dalla Spagna. Nasconde un messaggio positivo in una grafica da film thriller. Il packaging potrebbe essere la locandina di un film come (ad esempio) “il silenzio degli innocenti”. Eppure è un vino. Una Garnacha della Rioja. In pratica, un Cannonau spagnolo (Grenache per i francesi). Veniamo al nome del vino: “Suzzane” (con due “z” e una “n”) che per ammissione e descrizione del produttore nel proprio sito internet, si riferisce alla canzone Suzanne (con una “z” e due “n”) del celebre cantautore Leonard Cohen. Si tratta di un “inno alle donne”, puntualizza il produttore. Sul retro dell’etichetta segnaliamo un’altra (alta) citazione, ecco quanto riportato testualmente nella scheda del vino: “The back label cites Eduardo Galeano: “I crack this egg and woman and man are born. And together they will live and die. But they are born again. They will be born and die and come into rise again. And will never stop being born because death is a lie” (Mito de los indios makiritare. Memoria del Fuego). Eduardo Germán María Hughes Galeano è stato un giornalista e scrittore nato a Montevideo in Uruguay, figlio di un mix di parenti europei (gallesi, tedeschi, genovesi e spagnoli). Una delle più autorevoli personalità della letteratura latinoamericana. Tornando alla fantasiosa etichetta possiamo dire che si fa certamente notare, sullo scaffale. Quel grande occhio di donna-lepre non può essere facilmente evitato.

Il Piccolo Demone Australiano che Produce Fiano

Little Demon, Fiano, Maxwell.

Forse di demoniaco c’è solo il fatto di coltivare il Fiano (di Avellino) in Australia (e di produrre il relativo vino). Ma si sa che le influenze italiche nel nuovo mondo sono ancora molto evidenti. Questo produttore, che vanta nella propria gamma anche un Nero d’Avola, giustifica così la presenza del noto vitigno campano: “Fiano, the world renowned white winegrape of sunny Campania (Italy), has become the darling of McLaren Vale in just a short 10 years. Its ability to stay fresh & bright in the face of Mediterranean warmth & wind means it is perfect for our rolling coastal hillscape”. Comunque l’etichetta attira. E’ davvero molto particolare nella sua composizione. Il “piccolo diavolo”, Little Demon il nome del vino, si presenta in forma fotografica, in bianco e nero, con una allegoria di graficismi degni di nota. E’ un uomo barbuto dal cervello labirintico, con le corna da diavolo e una serie di decorazioni tra il floreale e il faunistico. Farfalle e fiori bianchi, più che altro. La fittizia dinamicità del packaging viene incoraggiata da alcune frecce che indicano il percorso in volo delle farfalle. Alla base il logo e il nome del produttore, con la fatidica indicazione “Fiano 2021”. Bizzarrie di vini e di terre lontane. Ma la creatività c’è.

Un Mateus Scoppiettante (o Scoppiato?)

Mateus Rosé, (The Original), Sogrape.

Il noto Mateus, dalla inconfondibile bottiglia (parliamo della forma), viene prodotto dall’azienda portoghese Sogrape. E’ una specie di miracolo commerciale, da molti decenni sugli scaffali di mezzo mondo. Deve il suo successo a campagne pubblicitarie tambureggianti e a un marketing intelligente che ha fatto del packaging una delle sue carte vincenti. Qualche volta il Mateus cambia livrea (mantenendo l’inconfondibile forma del vetro), come in questo caso, forse non proprio con sobrietà. Diciamo che se lo può (forse) permettere. Ed eccolo sugli scaffali con una versione allegorica e molto colorata, un’arlecchinata dai toni cromatici accesi, con una miriade di elementi grafici “giovani” come cuffie audio, cuori, frecce, scritte, pendagli, dancer, casse stereo, bicchieri (perchè no?), strumenti musicali, e molto altro.  Cosa ottiene questo packaging? Di farsi notare, sicuramente. Nel bene e nel male. Il consumatore classico probabilmente non approverà, il pubblico più giovane e/o disinibito probabilmente allungherà il braccio verso lo scaffale e si porterà a casa questo pezzo di storia commerciale del vino. Tutto fa brodo, anche un rosé celebrato come questo. 

Il Rum del Molise, per Veri Intenditori

Dulce Calicis, Tintilia, Claudio Cipressi.

Una bottiglia decisamente molto particolare. Nella forma e anche nella sostanza. La forma del vetro ricorda certi rum agricoli del Centro America. La “copertura” a ceralacca di un tappo a gabbietta è davvero insolita. Attira l’attenzione, anche per il croma rosso acceso. Il Principe della Tintilia, Claudio Cipressi, non rinuncia a questo autoctono anche nella produzione di un vino dolce, come evidentemente tradisce il nome di questo nettare: “Dulce Calicis”. La grafica e la composizione dell’etichetta riguarda l’eleganza: fondo nero, bollo in oro (dove viene specificato il ruolo di “vignaiolo”, molto gradito), la firma del produttore a mano e con inchiostro in rilievo, i puntini delle “i” in oro che se ne vano in giro per il packaging allegramente. Una chicca, un vezzo, una preziosità prodotta in pochi esemplari. Un piccolo tesoro nascosto dietro a una confezione attraente e accattivante. Certo, il nome (del produttore), molto noto e affidabile del punto di vista della qualità, fa da traino. Il resto lo farà la buona tavola (il divertimento è che gli abbinamenti, con questa tipologia di vino, non sono scontati).

Eroici Cambi di Prospettiva al Laghetto di Sugano

Eronio, Orvieto Classico, Podere Acquaccina.

La storia di questo giovane produttore di Orvieto è come se ne sentono tante, ma al tempo stesso molto significativa. Storia di cambio di vita e di vite. Luigi Celentano scrive nel sito internet dell’azienda: “A volte è l’avere uno scopo elevato che determina il presente. La passione il nostro mezzo, l’eccellenza la nostra meta. Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente”. Partiamo bene. Nella produzione di Luigi troviamo quindi un Orvieto “base” (l’etichetta che qui abbiamo riportato), costituito da Trebbiano Toscano, Verdello, Malvasia Bianca Lunga e Grechetto, un Orvieto Superiore (idem) e un Umbria Igt Rosso (Sangiovese 100%). L’Orvieto “base” si chiama Eronio. Nome probabilmente inventato, che ricorda mitologie antiche e richiama qualche atto eroico, come quello di diventare viticoltori partendo da un solo ettaro di vigna. L’etichetta, graficamente, è moderna, pulita, essenziale. L’illustrazione richiama un tralcio d’uva e lo fa con l’eleganza di una pennellata da arte contemporanea. I particolari in verde confermano lo spirito bio che viene siglato con un timbro in basso a destra. Il progetto è sincero, affabile, fondato. Luigi Celentano, tra le altre belle narrazioni scrive ancora: “Delle migliaia di vite possibili, ogni uomo dotato di caparbietà, tenacia e fiducia si sceglie quella che ritiene più opportuna per se. A quasi tutti, almeno credo, sarà capitato di svegliarsi la mattina e dire: “Devo cambiare vita! Sono stanco di sentirmi oppresso da questo sistema di numeri. Perché è quello che siamo, numeri. Quelli di una matricola scritta su di un cartellino, quelli della quantità prodotta, quelli delle ore in più o in meno, quelli della data dello stipendio, quelli dei minuti persi nel traffico per andare al lavoro e quelli che passiamo a svolgerlo anziché a vivere. Tanti si svegliano coi buoni propositi, per poi spegnere la sveglia e girarsi tra le lenzuola. Vi sono alcuni che invece decidono di mettere il piede giù dal letto. É proprio questo che ho fatto un giorno di ottobre del 2015”. Che dire? Giù il cappello!

Nomi di Vigne, Nomi di Vitigni, Nomi di Vini

Arcansiel, Rossi Autoctoni, Giro di Vite.

Due fratelli, Elisa e Luca Ciardossin, hanno messo in piedi un’azienda agroalimentare che comprende anche la produzione di vini. Tra quelli attualmente in gamma c’è l’Arcansiel. Ma prima di parlare del nome del vino è interessante conoscere i nomi dei vitigni che questi due giovani imprenditori allevano nel pinerolese (una Doc davvero poco conosciuta): Avanà, Avarengo, Chatus (Nebbiolo di Dronero), Becuet per questo vino. Inoltre, tra gli altri rossi: Doux d’Henry, Lambrusca Vittona, Bonarda, Bonardina, Neretta Cuneese, Gamay, Plassa e Montanera di Perosa. E tra i bianchi: Malvasia moscata, Liseiret, Blanchet. Ma veniamo a questa etichetta. Il nome del vino dovrebbe essere “Arcansiel”, una versione dialettale, modificata, del francese arc-en-ciel, cioè arcobaleno. Qui siamo in terra di confine, dove una volta i francesi contendevano il territorio ai Savoia. In etichetta però leggiamo tanti nomi: in alto, Giro di Vite, nome aziendale (bello, giocoso, evocativo), quindi Arcansiel iscritto su una nuvola bianca, quindi Pinerolese (nome della Doc), poi Ramìe, nome della vigna di provenienza delle uve. Il packaging si compone anche di un tralcio di vite sulla sinistra. Alla base la frase “Vigneti nelle terre alte del pinerolese”. Un po’ complesso ma ci sta tutto. E alla fine l’etichetta attrae.

Le Onde Concentriche di un Vino Siculo-Mondiale

Catarratto e Chardonnay, Leonarda Tardi.

La storia di famiglia si dipana partendo dall’entroterra trapanese, nella valle del Belice, ed esattamente da Salaparuta. Oggi i figli di Giuseppe Mazzara e di Leonarda Tardi (alla quale e intitolata l’azienda), recentemente scomparsi, hanno preso in mano le redini della produzione e della commercializzazione. Tra i vini di punta troviamo questo insolito blend di Catarratto e Chardonnay, come dire, Sicilia e Resto del Mondo. Calogero ed Eliana Mazzara, tengono un piede nella tradizione e avanzano un passo nella modernità, soprattutto per quanto riguarda le etichetta dei loro vini. Quella del vino bianco di cui stiamo parlando presenta alla base una leggibilissima scritta su tassello nero, con il nome della madre (e dell’azienda): Leonarda Tardi (laddove, Leonarda, tipico nome siciliano, veniva riassunto in Nella che sembra derivi dal siciliano “Lunedda”, ovvero piccola luna). Il pallino della “o” di Leonarda estende verso l’alto un tratto che va a formare un cerchio, forse un sole, forse la luna stessa, dal quale partono tante linee concentriche, come le onde di un sasso gettato in uno stagno, che potrebbero ben rappresentare anche le linee altimetriche di una vigna. Null’altro se non la scritta “Italia” e l’annata. E’ un’etichetta molto semplice. Attira l’attenzione in modo geometrico, racconta qualcosa di inestricabile, almeno a prima vista. Però può vantare una sua originalità.

Lui Stesso, il Sommo Chianti Classico

Ipsus, Chianti Classico, Il Caggio.

Nell’ambito delle vaste attività agricole della storica Famiglia Mazzei di Fonterutoli, troviamo anche questa piccola “enclave” vinicola, raccolta in soli 6 ettari e mezzo, che si chiama “Il Caggio”. Va da sé che il numero delle bottiglie prodotte è davvero limitato. Mentre il progetto ha stile e argomentazioni che pensano e comunicano in grande. La bottiglia di questo Sangiovese super-selezionato si presenta con sobrietà, senza inutili sfarzi. Il nome del vino è comunque di quelli che lasciano trasparire una certa nobiltà, “Ipsus” che in latino vale come “egli stesso” o “proprio lui”. Nome breve ma altisonante e al tempo stesso foneticamente armonico. Sopra al nome troviamo lo stemma e il nome della tenuta (Caggio, stranamente in etichetta senza “il”). Tutto attorno una serie di illustrazioni in bianco e nero che raffigurano la tipica vegetazione del luogo e il nucleo centrale dell’antico borgo che governa le vigne, a corpo unico, tutto attorno. Nella classicità e nella sobrietà, questo packaging ha una sua originalità, per quanto la tradizione e l’allure lo possano consentire.

L’Orso Ghiotto sul Confine Francese

L’Ours, Pinot Noir, D&D (Fleurie).

Siamo in una regione autonoma, certo. La Valle d’Aosta. Da sempre molto “vicina” alla Francia. Si vede subito da come chiamano in etichetta il Pinot Nero (Noir). E dal fatto che parte dei testi sono in francese, compreso il nome del vino. Contenti loro, procediamo. Il packaging è simpatico, il grande e vistoso orso risulta di indole buona, ci viene incontro pacioso e giocondo. Il nome del vino è dedicato a lui, re delle foreste, nel nord, “l’Ours”. Colori forti per un’etichetta incisiva, che non sfugge all’attenzione. Sulla destra una descrizione del vino (in italiano, per fortuna), strano quel “…colore granato più o meno intenso”. Certo, il vino buono ogni annata è diverso da se stesso. E dal sito riportiamo: “Nobile ed elegante nella sua danza con una grigliata”. Magari riferito anche all’orso, che nobile ed elegante lo è. La grigliata, se si presenta all’uscio, bisogna offrirgliela per forza. In basso, alla base dell’etichetta, troviamo il logo dell’azienda, D&D, con l’aggiunta di “fleurie” (che potrebbe confondere le idee). Quindi in piccolo, “maison agricole”, di nuovo in francese. Molta appartenenza d’oltralpe ma in fin dei conti una bottiglia accattivante.

Il Mare, la Luna e Forse, una Vela

Infatata, Malvasia delle Lipari, Caravaglio.

L’immagine principale di questa etichetta potrebbe ingannare. Quello che l’occhio vede e il cervello percepisce, in prima ed immediata visione, è un alberello di Natale (per di più realizzato con inchiostro dorato, a conferma della sensazione). Subito dopo, osservando l’insieme e apprendendo che si tratta di una vitivinicola di Salina (come la scritta in basso conferma) possiamo sospettare che il triangolo dorato possa essere la vera di una barca. C’è un altro elemento che potrebbe essere inserito nel concetto che ha portato a generare questo packaging: la vigna da dove provengono le uve di Malvasia (delle Lipari) che compongono questo vino, si chiama “Tricoli” ed ha forma triangolare. Passiamo al nome del vino: “Infatata”. Bello, favolistico, magico, sognante. Non sappiamo se, in dialetto locale si possa assimilare questa parola a “infatuata”, in italiano, immaginando una donna ammaliata dalla luna o dal riverbero del mare. Magari riferito non necessariamente a una persona ma alla vigna, appunto, o a all’uva, oppure anche a una notte magica di fine estate. In generale l’etichetta attira l’attenzione e risulta abbastanza originale. Promossa.

Un Vino da Tranatt nella Movida Milanese

Tranatt, Rosso, Cantina Urbana (Milano).

Questo generico vino rosso è il frutto dell’etichettatura di un’enoteca che ha deciso di presentare ai propri avventori un vino con la propria firma. Succede spesso, anche per ristoranti di buon nome. Il locale commissiona la produzione ad aziende vinicole e poi ci mette il proprio nome, logo, etichetta (in questo caso imbottiglia anche, in proprio). Si tratta dell’enoteca “Cantina Urbana” che già nel nome  dichiara il concetto stesso dell’impresa. Bello anche il nome di questo vino: “Tranatt”, che nel retro-etichetta viene così spiegato: “Tranatt, in gergo milanese era l’assiduo frequentatore dei ‘trani’, le osterie della vecchia Milano. Questo vino è un omaggio alla convivialità, ‘nei trani a go-go’ come nella celebre canzone del Signor G (Gaber)”. Il fronte-etichetta è molto semplice, impattante, il rosso, il nero e il bianco. Il nome del vino viene proposto con un carattere da macchina da scrivere, al centro del packaging vediamo un gioco grafico che incastra tre “T” come nel videogame Tetris. La romantica, diremmo anche poetica, goccia di vino in alto a sinistra non è di stampa, ma vino vero colato dopo una versata. E ci sta benissimo! Si ringrazia Daria per l’estemporaneo scatto!

La Forza della Burrasca e del Cannonau

Ondas, Cannonau e Carignano, Cantina Santadi.

Questa grande e nota cantina sarda ha in gamma una linea di vini che si chiamano “Ondas”. Questo, in particolare, ottenuto in gran parte dal vitigno autoctono Cannonau di Sardegna, attinge il nettare di uve allevate nei vigneti del basso Sulcis. L’etichetta rompe decisamente gli schemi abituali del luogo proponendo una illustrazione da fumetto d’antan. Lo stile potrebbe essere quello di Mister Mistere, o cose del genere. Ma anche tipo Milo Manara laddove le “curve” sono costituite da onde, come il nome del vino insegna. Insieme alle onde (che sia vino quello che fluisce?) non possono sfuggire fulmini di tempesta, a fornire al packaging e di conseguenza ai suoi fruitori, un clima da tregenda, quasi a suggerire un racconto tragico, dai risvolti burrascosi. Il mare di Sardegna viene iconizzato da sempre come limpido, calmo, soleggiato. Ma ci sta che quando soffia la tramontana le condizioni possono cambiare. E allora, forse, ci si chiude in taverna, come i marinai, a sorseggiare Cannonau accompagnato dal tipico e famoso formaggo con i vermi (che si chiama “casu marzu” o formaggio marcio). Un’onda buona per tipi coraggiosi,

Il Vino Allieta la Tavola (Anche Quella dei Monaci)

Borbotto, Vitigni Vari Toscani, Monaci di Camaldoli.


Questo vino dal curioso nome, viene prodotto dall’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi. Per geolocalizzare il luogo, siamo vicino a Bibbiena, tra Firenze e Arezzo. Questa la descrizione dell’azienda che si trova nel sito internet: “I Monaci Camaldolesi hanno coltivato fin dalle origini nella loro azienda agricola denominata la Mausolea o Casa delle Vigne vari vigneti, producendo vini diversi. Nelle carte del loro Archivio storico a partire dal 1150 si parla di vigne e non di vigna, di vendemmie e non di vendemmia, per far comprendere che non si trattava di un solo tipo di vigneti e che si adattavano diverse pratiche di viticoltura. Le Regole Monastiche dei monaci eremiti prevedevano che si producesse non solo un vino buono, ma soprattutto “puro”: di ottima qualità. Dal 1356 si trova documentata la “vigna dei romiti”, e al servizio di essa una cantina bene attrezzata. Da questa antica tradizione enologica nasce Borbotto”. Per quanto riguarda il nome del vino, riteniamo che si faccia riferimento al borbottìo dei tini quando il mosto è in fase di fermentazione (più simile, in effetti, ad una ebollizione). Anche se, abbastanza vicino alle vigne di questo produttore monastico si trova la famosa Fonte del Borbotto, celebre luogo che conduce alla fonte dell’Arno, nel Parco Naturalistico del Monte Falterona. Tornando a questa semplice etichetta, al centro vediamo uno stemma con la scritta “Camaldolensis Insigna Ordinis” (due sparvieri bevono da un calice), e subito sotto la scritta “Vinum laetificat cor hominis” (dal salmo 103, 15): e come non essere d’accordo con questi virtuosi fraticelli?

Pane e Vino, Purché Anche l’Acqua sia Giusta

Acqua Giusta, Alicante, Terra Moretti.

Un vino che si chiama “Acqua Giusta” non può che incuriosire. Potremmo definirlo una specie di “negative approach” o anche un esercizio di estremità concettuali che si toccano. In realtà si tratta del nome dell’azienda che produce questo rosato, facente parte del grande impero vitivinicolo di Terra Moretti. In particolare siamo in Maremma, località Badiola, vicino a Castiglione della Pescaia. Etichetta particolare per un vitigno che in Italia si trova difficilmente, l’Alicante. Etichetta semplice ma preziosa: su un fondo crema vediamo le sagome di un cipresso e di un pino marittimo, tipici dell’entroterra e della costa toscana. Le chiome sono stampate in oro rilucente, con un effetto molto solare, che ben si sposa con il colore del vino, un rosato-salmone che invita al sorso. Un packaging sicuramente meditato, sia pure realizzato con pochi elementi che riescono però a dare spessore alla comunicazione. Certo, con un nome così si rischia di “annacquare” il vino, ma probabilmente il gioco vale la candela.

Sangiovese, Pasta e Fantasia

Pastafarian, Sangiovese, Unico Zelo.

Questa giovane e divertente azienda australiana si chiama proprio così: “Unico Zelo” e ha sede a Gumeracha, vicino ad Adelaide, sulla costa sud. Non sappiamo perché hanno deciso di utilizzare due parole in italiano, e forse non lo sanno nemmeno loro. Ma sono simpatici, sono una coppia e si chiamano Brendan e Laura Carter. Producono vini con vitigni italiani che hanno strani nomi, come questo Sangiovese che si chiama “Pastafarian”. Vediamo di capire meglio. I pastafariani, secondo Wikipedia, sono gli adepti di un “movimento religioso fondato nel 2005 da Bobby Henderson, un laureato in fisica presso l'Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l'istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze, come alternativa alla teoria dell'evoluzione. Nonostante sia generalmente considerata una religione parodistica gli adepti e lo stesso fondatore (per i pastafariani “profeta”) rifiutano tale etichetta, sostenendo che "ogni affermazione che faccia pensare al Pastafarianesimo come a qualcosa di umoristico o satirico è pura coincidenza". Follia? Fantasia? Filosofia? Non ci sbilanciamo. Notiamo solo che, perfetta sintonia con il nome del vino, in etichetta vediamo alcune matasse di spaghetti (stilizzati) in un mare di pomodoro. Ce n’è abbastanza per riderci sopra e per cercare di scoprire se il Sangiovese australiano è buono come quello Toscano (e soprattutto se può essere abbinato a un piatto di spaghetti).

Soddisfazioni Vinicole che Datano Alcuni Secoli Orsono

Sudisfà, Nebbiolo, Angelo Negro.

Chiariamo subito che “Angelo Negro” non è una definizione bensì un nome e cognome. Si tratta del discendente di una famiglia di antiche tradizioni che vanta le proprie origini agricole al 1670. Di riferimenti storici è piena l’etichetta: a sinistra un angelo (bianco) espone un cartiglio con il nome di Giovanni Dominico Negro (figlio di Audino), l’avo fondatore. Al centro la trascrizione dell’estratto terreni del comune di Monteu Roero che riporta: “Al Bricco della Val d’Aiello una casa con cascina, forno, aia, orto, prato e viti consorti eredi Oddino Negro, Secondo Musso, G. Matteo Sandri, eredi Tibaldo del Tetto, Giovanni Vignola, confinante a Margherita Negro; tavole 146, vicino all’edificio, aia e prato a quarti 10: soldi 2 denari 5 vitti giornate 4, tavole 68, cioè giornate 1 in fondo verso la via comune a quarti 9 e il resto a quarti 10: soldi 7 denari 7 ½”. In basso a sinistra vediamo un’altra effige di Audino Negro con data. Passiamo al nome del vino, “Sudisfà”, che pur essendo in dialetto piemontese si fa capire e aggiunge valore. Infatti nel sito internet del produttore leggiamo, a proposito di questo specifico vino: “La prima volta che l’ho assaggiato sono rimasto sudisfà…” a firma Giovanni Negro, 1996. Il mood generale è quello di un packaging arcaico ma funzionale alla storia e al “terroir” di quel Piemonte austero che ancora oggi regna nelle percezioni di molti acquirenti.

Un SuperVino Piemontese Incartato Bene

Since, Monferrato Rosso, Cascina Valle Asinari.

Ecco un packaging particolare, non originale in assoluto, soluzioni come queste si sono già viste, ma comunque in grado di distinguersi: una carta bianca, molto consistente, avvolge la bottiglia nella sua interezza. Molto spazio, nome in grande, stile moderno. Eppure siamo in una delle zone storiche e tradizionali della Barbera. Le uve di questo vino vengono coltivate su un “bricco” che ha fatto epoca ed è ben noto ai viticoltori della zona: Valle Asinari, a San Marzano Oliveto, nel cuore del Piemonte vinicolo. Veniamo al nome del vino, in inglese, “Since”, traducibile con “dal” ma anche “dopo”. Insomma, prima e poi. Infatti sotto al nome troviamo una definizione: “Perché non abbiamo una lunga storia, ma un grande futuro”. Affermazione velleitaria, se vogliamo. Forse anche un po’ supponente. Fa parte del racconto, del concept, dello storytelling di questa bottiglia. Alla base dell’etichetta troviamo il logo aziendale. Per la cronaca la società fa capo a due noti produttori piemontesi, Borgogno di Barolo e Brandini di La Morra (50 e 50). Il vino è di quelli costosi: tiene un piede nella tradizione piemontese (Barbera) e ne mette un altro nella modalità bordolese (Merlot e Cabernet). Potremmo definirlo come un “superpiedmont”, alla moda di Bolgheri. E con i suoi 15% alcolici possiamo a questo punto chiamarlo “vinone”. Da portare in tavola con orgoglio e magari non proprio tutti i giorni.

Uva e Kiwi, ma non Solo Frutta

Chardonnay, Domaine Rewa.

Questo ottimo vino neozelandese prodotto in sole 2422 unità, ci propone un’etichetta “parlante” costituita di sole immagini. Vediamo prima le (poche) parole contenute nel packaging: “Domaine Rewa” in alto, nome dell’azienda, Chardonnay in basso, nome del vitigno e in piccolo 2021 e Central Otago, annata del vino e zona di produzione. Per il resto ci appaiono una serie di illustrazioni da catalogo naturalista, che comprendono piante, animali e altri elementi come l’indicazione del “45th” parallelo (south) e uno spicchio di luna. Osservando con attenzione si notano anche un paio di cesoie e una stretta di mano. Per quanto riguarda gli arbusti, facile intuire che si tratta di tipica vegetazione del luogo, comprensiva di un grappolo d’uva. I due animali rappresentati sono il Kiwi, uccello simbolo nazionale della Nuova Zelanda e una specie di bufalo molto peloso (ci sono anche un paio di api, a dire il vero… l’azienda, biodinamica, produce anche miele). Nel complesso questa “etichetta illustrata” fa il proprio gioco. Parla di tipicità e naturalità in modo efficace (laddove questo vino viene prodotto con un vitigno “non tipico”, bensì del gruppo di vitigni definiti internazionali): ci fa conoscere un po’ di quel territorio dove nasce questo nettare del “Nuovo Mondo”. Modalità che graficamente appare disordinata ma comunque appagante. Ringraziamo Valentina e Marco ideatori del WineClub di Home.Cooking.Milan per la preziosa segnalazione (e degustazione!).