La Chimica delle Etichette

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B3, Spumante Metodo Classico, 
Bosco Divino.

L’etichetta di questo spumante veneto è molto avanti. Certo sarebbe necessaria una definizione di “avanti”. Ma quel tipo di definizioni sfugge, come l’arte moderna (cosa è moderno? Qual è il punto di vista temporale?) o il vino naturale (cosa è naturale? E via dicendo). In realtà questo vino è anche “naturale”. Pensate (e leggete) che in etichetta viene scritto “veganOk”. Ce ne sarebbe da dire riguardo una moda che sta già rotolando via, come quella dei vini vegani. Ma torniamo all’essere “avanti”. Graficamente vediamo forme nette, colori secchi, forme di sintesi. Una sterilità di packaging, diciamo “rigidità”, che ricorda certi annual tedeschi con le raccolte di design degli anni ‘80 (forse ‘90, forse dopo, i tedeschi non cambiano molto il loro modo di vedere, sono rigidi anche nel prendere la vita).
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Notiamo: la scritta “spumante metodo classico” in verticale e in corsivo, non molto leggibile e il nome del vino in forma di sigla: “B3”. Una formula. Che certamente non vuole (o non vorrebbe, questo il punto) essere chimica, visto che l’azienda, che si chiama Bosco Divino, ha impostato tutto il discorso del concept e del marketing sul biologico e sul rispetto della natura (il claim che accompagna il logo aziendale recita: “la natura è innocente”, il vetro della bottiglia, la carta dell’etichetta e perfino la capsula superiore sono riciclabili, un gran lavoro). Cosa c’è che non va? Essenzialmente il nome. Troppo sterile, troppo sigla, troppo “nucleare”. Sembra che il 3 stia per i tre vigneti che apportano le uve per produrre questo spumante. Tre anche i vitigni che lo compongono: Pinot Noir, Chardonnay, Vespaiola. E anche per quanto riguarda lo stile generale del packaging diciamo che non contribuisce a trasmettere quel senso di genuinità campagnola che forse si vorrebbe.

Troppo Profumo in Etichetta

Campodora, Albana di Romagna, 
Poderi dal Nespoli.

Peccato. Perché il nome non è male. Evoca qualcosa di campestre e di prezioso, in prima battuta, questo “Campodora”. Peccato perché il resto dell’etichetta non manifesta, a nostro modesto parere, un concetto valido e coerente con il mondo del vino (con il mondo campestre un po’ sì: c’è molta vegetazione). I dubbi si concentrano su quella texture che attiene più alle confezioni dell’Erbolario, piuttosto che a un’etichetta di un vino. Comprendiamo le intenzioni del produttore: richiamare l’attenzione sulla florealità del vino e in particolare su quei fiori, erbe, piante che si possono ritrovare come sentori nel calice. L’effetto generale comunque è quello che conta. E qui siamo di fronte a una etichetta che trasmette sensazioni cosmetiche più che olfattive. Oppure, girando la frittata dall’altra parte, percepiamo un ambiente da profumeria e/o erboristeria più che da vigna o cantina. Un’altra osservazione riguarda il nome dell’azienda (iscritto nel logo rotondo in alto): “Poderi dal Nespoli”. Dove il “dal” è proprio così. Verrebbe da correggere in “Poderi dei Nespoli”. La forma scritta che è stata scelta sicuramente richiama a qualcosa di storico o di dialettale, o ancora di famigliare, questo non toglie che per il “resto del mondo” potrebbe risultare un errore. Aggiungiamo che anche il design del logo aziendale contribuisce a fornire un carattere da acqua di colonia. Ecco perché a volte non basta “fare le cose giuste” (l’etichetta qui esposta, in sé, è piacevole): è necessario cercare una coerenza  complessiva che può solo scaturire da un pensiero più ampio e circostanziato.

Vendere Vino con Simpatia

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Pigro, Merlot e Sangiovese (Rosato), Pigro World.

Il sito web di questa organizzazione commerciale è da vedere. Il simpatico personaggio che contraddistingue tutte le etichette, corre in giro tra prati e fattorie, ammiccando al pubblico con fare sarcastico e iconografico. Tutto sommato è proprio lui il protagonista di tutto. Vediamo cosa scrivono i titolari sul sito (il concetto che tiene in piedi il “sistema”): “Chi è PIGRO? È un personaggio che vive con gioia e felicità, ama stare con gli amici, adora la convivialità e ha anche un'anima profonda. Si, perchè PIGRO è un sognatore passionale, ha uno spirito romantico e corteggiatore che lo coinvolge, dolce e innamorato, nelle situazioni più piacevoli. PIGRO è anche uno scopritore, l'entusiasmo lo conduce nei luoghi più belli del mondo e ovviamente d'Italia. Il suo singolare fiuto maialino gli permette di individuare e selezionare i vini di territorio, ricchi di personalità, con un ottimo rapporto qualità prezzo, buoni da gustare tutti i giorni: vini speciali, speciali come PIGRO”. Per chi non l’avesse capito, il nome del maialino-icona (e del vino) è “Pigro”.
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Le illustrazioni sono tratte da una foto vera di un porcellino, poi elaborate graficamente con l’aggiunta di particolari divertenti (occhiali da sole, una Vespa, un ombrello, arco e frecce, etc.). Nelle etichette dei vini il maialino Pigro si presenta sempre in modo diverso, in vari atteggiamenti. In particolare sull’etichetta di questo rosato, sfondo total white, si scorge anche un timbro con scritto “Limited Edition”, che male non fa. Il simpatico personaggio strappa un sorriso, e a volte basta quello per sollecitare l’acquisto.

Ti Racconto una Cosa


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C’osa, Gamay del Trasimeno, Madrevite.

Da cosa nasce cosa, ma solo per chi osa. Potrebbe essere un buon claim per questo vino. A parte i giochi di parole, che spesso contraddistinguono i nomi dei vini, l’interpretazione del produttore è esattamente questa: “Si legge C’osa, si intende “chi osa”, un’autentica e originale interpretazione di un vitigno storico”. Il vitigno infatti non è tra i più comuni, si tratta di un Gamay, ma diverso da quello del Sud della Borgogna, quello del Beaujolais per intenderci. Questo sembra essere autoctono della Sardegna (infatti appartiene alla famiglia del Cannonau). Ma torniamo all’etichetta. Un nome che sembra generico (“cosa” è una delle parole più utilizzate in italiano per dire... quella e quell’altra cosa, in frequenti circostanze) ma si rivela particolare: C’osa, chi osa. Nel packaging design questo nome impera su un mare chiaro (etichetta bianca) dove si fa notare anche una macchiolina di oro, una specie di sigillo, in basso. In accoppiata con l’oro dell’apostrofo del nome di cui sopra. Interessante ma enigmatico il marchio (e il logo) del produttore (che sul fronte di questa etichetta non appare), Madrevite. Come già riportato in un precedente post, “il nome Madrevite riprende quello di un omonimo strumento che veniva usato dagli antichi vignaioli umbri per fissare l’usciolo (la porticina frontale delle botti di legno)”.

Belle Parole, Gentilezza Romagnola

Barlume, Cabernet e Merlot, Giovanna Madonia.

Ci sono nomi, parole, accezioni che cadono nel dimenticatoio delle lingue. Questo accade soprattutto per quanto riguarda la lingue “complesse” come quella italiana che si struttura, in un certo senso si disperde, in oltre 2 milioni di lemmi. Qualche parola va in “disuso”, diventa “desueta”, viene abbandonata. Ci sono parole belle come “Barlume” che non meritano di finire nel buio della dimenticanza. Suona bene, innanzitutto, foneticamente e poeticamente, barlume. E’ morbido, suadente, ti abbraccia mentre lo dici. E così, un barlume di speranza diventa un barlume in cantina, la fiamma di una candela. Prosa per scrittori ardimentosi. Sono molto interessanti anche gli altri nomi dei vini di Giovanna Madonia, produttrice di Bertinoro: Sterpigno (Merlot in purezza), Tenentino (Sangiovese), Fermavento (Sangiovese anch’esso, così come l’Ombroso) e poi Neblina, Chimera e Remoto (tre Albana di Romagna, fratelli di vitigno ma diversi nella lavorazione).
Le etichette sono semplici, lineari, quadrate, spaziose, quasi elementari. Ma quei nomi sdoganano l’immaginazione, la voglia di ricordarseli. Ad accompagnare i nomi di questi vini ci sono delle illustrazioni “gentili”, al tratto, appena accennate, ma presenti. Un sostegno visivo che non invade, che non vuole essere esuberante, al contrario, accennato come una brezza d’estate. Alla fine queste etichette hanno trovato il loro modo di farsi notare. Senza strèpiti, senza allegorie esagerate, senza colori fiammanti. Bensì con la forza tranquilla delle parole. Quelle belle.

Ufologie in Campo

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Tombé du Ciel, Braucol e Prunelard, 
L’Enclos des Braves.

Questo vino si chiama “Caduto dal Cielo” (tradotto in italiano). Possiamo intendere anche e più probabilmente “donato dal cielo”. L’aspetto curioso sta nell’illustrazione. Sembra proprio un Ufo, una navicella spaziale, nell’atto di atterrare sul nostro pianeta. O più facilmente nell’atto di gettare qualcosa di benefico sulla terra. Il senso, il legame concettuale, sembra essere nel tipo di coltivazione (e di filosofia). Si legge infatti in internet che la spiegazione di questa etichetta è da ricercare “nel rapporto tra uomo, terra e cosmo, i principi della biodinamica applicati dal viticoltore”. Siamo quindi nel campo dell’imponderabile, del cosmico, dell’ultraterreno, dove la terra, l’acqua, le radici, il frutto, diventano elemento trasformativo, segno materiale. Tutto sommato il vino si beve e genera qualcosa di biochimico nel nostro corpo, forse anche nell’anima. Tornando al design, molto originale, dell’etichetta: si tratta di una illustrazione molto lineare, essenziale, riconoscibile. Tratti di nero e di rosso su sfondo bianco: massima leggibilità. Il nome del vino, in alto, è scritto in grande. Si legge velocemente nonostante sia scritto in corsivo. Una scrittura semplice, quasi infantile. Insomma: come fulmine a ciel sereno, come miracolo mistico, come regalo dell’infinito, nasce il vino. Questo, in particolare, un blend di rossi locali. Tanta salute con un pizzico di follia.

Export di Langa con Cane Simpatico

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Trifula, Piemonte Doc Bianco, Brand Italia.

Si tratta probabilmente di una operazione di export italico d’arrembaggio. Però è simpatico. Il mood, il modo insomma, il linguaggio parlato da questa etichetta. E’ un fumetto, dal tratto trotterellante come un vero cane da tartufi. Infatti il vino si chiama “Trifula” che in piemontese è il tartufo e in questo caso anche il nome del simpatico cane che occhieggia in etichetta. Vediamo la spiegazione dell’azienda che commercializza il prodotto: “Young, alternative, ironic. Trifula is a new range of wines from Piemonte DOC, to be discovered. Protagonist and testimonials: Trifula dog of the same name, shown on all labels and packaging. Trifula is a nice hybrid, derided by the “colleagues” because of race unable to find the precious Tuber magnatum pico Langhe. His courage and his great heart did not give up: Trifula fact will discover the largest and most prestigious white truffle ever found. Auctioned for 1 million dollars, make the favorite four-legged fun of the Langhe”. Insomma hanno costruito tutta una storia attorno a questo improbabile cane da trifola. Sull’etichetta si legge anche la scritta “The million dollar dog” a conferma del racconto sopra descritto. Quello che colpisce è questa commistione tra il dialetto e le tradizioni langarole e l’inglese cinematografico. Il risultato è certamente simpatico, parametrato al mercato al quale il prodotto si rivolge. Il disegno del fumetto ben realizzato, l’etichetta nel suo insieme risulta originale. 

Etichette che Non Fanno Sbadigliare

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Roero Arneis, Bajaj.

Alcune note curiose che riguardano le etichette di questo piccolo produttore “famigliare”, situato nella zona del Roero (provincia di Cuneo). Vediamo subito nella grafica un approccio moderno, che si ritrova anche in una gestione del profilo Instagram molto dinamica e “giovane”. Protagonista delle immagini in generale, e delle etichette in particolare, è Adriano Moretti, il figlio del titolare. Nel packaging del Roero Arneis vediamo il ragazzo in tenuta da jogging, seduto su alcune botti. Singolare la modalità di comunicazione: molto spigliata, libera da vincoli classici (che nella zona di origine sono ancora molto radicati), spontanea, vivace. Possiamo dire anche coraggiosa: forse non completamente aderente al “prodotto vino”, ma sicuramente originale.
L’attenzione va anche al nome dell’azienda, derivato da una “menzione dialettale”, qualche che fosse una MGA del cognome. Ecco la spiegazione della famiglia reperita nel loro sito web: “Il termine “Bajaj” deriva dal dialetto “bajé” che significa “sbadigliare”, “sonnecchiare”. L’utilizzo del nome “Bajaj” nasce dalla tradizione diffusa in queste zone, di dare dei soprannomi alle famiglie per distinguerle. Questi nomi erano solitamente legati a una caratteristica fisica o caratteriale di un membro della famiglia, o al mestiere svolto. In questo caso, gli anziani del paese raccontano che la famiglia Lenoris (famiglia materna di Giovanni Moretti) venne così chiamata perché costituita da persone tranquille, che lavoravano duramente, ma cantando e facendo festa all’occorrenza!”. Le nuove generazioni prendono il comando. Almeno per quanto riguarda la comunicazione. Sul vino e l’enologia, probabilmente, vale ancora molto l’esperienza.

Oriente a Bibbona

Drago, Cuordileone, Colpodifulmine, La Mercareccia.

Sono particolari i nomi di questi tre vini. Così come le illustrazioni in etichetta. Lo stile del design riporta a qualcosa di orientale. A tecniche di disegno realizzate con un pennello a traccia larga. Certo che non è facile ritrovare un “Drago” (Ciliegiolo), un “Cuordileone” (Sangiovese e Syrah) e un “Colpodifulmine” (Syrah) nei tratti colorati di questi packaging.
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 Abbiamo una sola certezza: il cerchio rosso in basso a destra, sopra ai nomi dei vini, viene giustificato così dal produttore (Fabrizio Zanfi): “La mia piccola produzione di vino e di olio è realizzata nel rispetto delle caratteristiche del luogo con apporto tecnologico quanto basta e quella che io chiamo ‘scienza dell’annata’, il saper cioè adattare il proprio lavoro e quindi il risultato all’andamento della stagione con il suo alternare piogge e calure siccitose. Il tutto ben rappresentato dal cerchio del marchio: io ci metto il Lavoro, il resto lo fa il Tempo“. Per quanto riguarda gli altri elementi che compongono l’etichetta dobbiamo lavorare di immaginazione. I tratti puliti di questa etichetta, aiutano comunque a trasmettere qualcosa di essenziale. Inoltre si fanno notare da lontano, grazie ai colori vividi. Una certa originalità è garantita. Non ci convince fino in fondo il nome dell’azienda: La Mercareccia, piuttosto cacofonico. Ma per il resto c’è inventiva, passione, coraggio, creatività. P.S.: c’è anche un altro vino in gamma, che si chiama “Stravento” (Sangiovese). Bel nome, stralunato e originale.

Toscani Gran Bevitori

Packagingdesign namingdesign winedesignBaccheri, Rosso Toscana Igt, Nardi Viticoltori.

Quando un’etichetta è particolare, in genere riesce a farsi notare da lontano. Succede proprio questo con il packaging di questo vino toscano rosso a base Sangiovese. Siamo infatti nei dintorni di Siena dove impera il Chianti o i suoi “surrogati”. In quelle zone regna anche incontrastata la “parlata” toscana che spesso si avvale di termini che nel resto d’Italia nemmeno si conoscono. Nel caso di questo vino, che si chiama “Baccheri”, abbiamo un soprannome di persona, in particolare quello di un avo, come scritto nel sito aziendale: “Questo vino prende il nome da un avo della famiglia vissuto nel milleottocento, grande vignaiolo e bevitore di vino. Anche l’etichetta si sviluppa su una vecchia foto di Baccheri appunto, che è stata stilizzata e rivisitata in chiave moderna cercando di mantenere intatto il legame fra passato e presente”. Viene sottolineato con allegoria che il bisnonno in questione era un grande bevitore di vino. Insomma, se l’è goduta la sua vigna. Ma il concetto pregnante, reso bene dal tipo di illustrazione, è il legame tra passano e presente: il vino di oggi deve avere un significativo “ieri”. L’Italia del vino esprime in questo modo le proprie qualità innate. Qui il design è schietto, amabile, sornione, in una parola: interessante. Coinvolge la posa di quest’uomo vestito di nero. Ha un proprio stile, così come la grafica dell’etichetta, con quel taglio trasversale che simula uno strappo ed evoca una striscia di terra. Se vogliamo, l’unico elemento un po’ scontato è il logo dell’azienda con quel pàmpino arricciato che sovrasta il cognome della famiglia titolare.

A Prosa di Packaging

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Frasi, Orcia Doc, Capitoni.

Marco Capitoni gestisce la propria azienda sui colli di Pienza, nella Toscana più caratteristica. Sangiovese, certo, e altre varietà tipiche locali. Passione e cultura connotano le etichette di questo produttore, sicuramente definibili come “molto classiche” per il design adottato. Vediamo nel dettaglio che il logo è iscritto in una illustrazione di una facciata di un antico palazzo. Stile arcaico. Ma la caratteristica specifica delle etichette di questo vino che si chiama “Frasi”, sono delle citazioni, create del titolare medesimo, che di anno in anno cambiano. E’ necessario dire che questo vino non viene prodotto in tutte le annate: solo quando “l’andamento stagionale” lo consente. La dicitura in etichetta “un millesimo, una frase” dichiara subito le intenzioni del packaging. Leggiamo infatti, sul millesimo 2012 qui riportato, “Giovane il fiore. Vecchi: la vite, l’ulivo e la quercia?... Fantasia”. La punteggiatura è anch’essa creativa, ma il senso si coglie. Così come l’originalità della proposta. Per completare l’opera citiamo alcune altre “Frasi” di annate precedenti. Annata 2009: "Poche parole e una stretta di mano... galantuomini”. Annata 2008: "Nei gesti, il sapere... manualità". Annata 2005: "Una lepre a correre sfidai, la raggiunsi... mai! Sfide". E così via. Le etichette risultano quindi molto “compilative”, più testo che immagini, cioè le emozioni vengono delegate alla lettura del testo, di quelle prose che di fatto parlano con amore del lavoro e della filosofia aziendale.

Nel Nome del Dragone

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Riesling, Lechthaler.

Non c’è dubbio che questa etichetta possa rivendicare una propria originalità. Non ci sono materiali particolari o soluzioni tecnologiche avanzate come in certe etichette che oggi alcuni designer propongono come oro colato. Ma c’è un’idea. Ed è quello che conta. Le soluzioni tecniche di questa etichetta infatti si limitano al fatto che una parte, in alto a destra, è tagliata con un effetto bruciato (indotto solo dalle sfumature di colore) e che il dragone protagonista della “scena” è stampato con un inchiostro con effetto smaltato, in lieve rilievo. Niente più. Nel senso che non è nemmeno costata molto. Poco di più di una etichetta normale. L’idea sta nel proporre un basilisco fiammeggiante che brucia la stessa etichetta dove è raffigurato. Un drago che è figlio di una leggenda che sarebbe troppo lungo raccontare, ma che è possibile leggere in questo link.
Ci limitiamo qui a riportare le parole del produttore (prelevate dal sito aziendale): “To commemorate our origins, we decided to use the image of the dragon on the Lechthaler labels, a symbol of Trentino Alto Adige’s enological tradition”. Insomma si tratta di un racconto che prende vita sull’etichetta. E rivela una vivacità di intenti e di design in grado di attirare l’attenzione in modo “conveniente”: poca spesa, tanta resa. Questo “in soldoni”, il nostro commento di sintesi. Per quanto riguarda il resto dell’etichetta (tutto ciò che sta attorno al drago incendiario), poteva essere reso anche in altro modo, con altre soluzioni, diverse da una cornice molto classica, ad esempio. Il carattere di scrittura del marchio in alto (nome del produttore e, in pratica, nome del vino) avrebbe potuto godere di uno stile meno obsoleto, ma tutto sommato l’etichetta spicca il volo e accende l’attenzione, proprio come il suo fiabesco protagonista.

Le Vibrazioni di un Negroamaro Medicinale

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Dica 33, Negroamaro, Marulli.

Nell’arco fantastico delle nominazioni dei vini in etichetta (le denominazioni invece sono quelle riferite alle “regole” del vino in quanto prodotto specifico) scopriamo, in Puglia, questo insolito “Dica 33”. Non è difficile comprendere che il primo pensiero va al dottore. Quello di famiglia, sì, il medico “della mutua”, o medico curante o ancora medico condotto che dir si voglia. Proprio lui che, ormai pratica antica (ma qualcuno ancora lo fa), poneva lo stetoscopio sulla schiena e sul torace pronunciando il fatidico “dica 33” e ponendosi attentamente in ascolto (per la precisione “auscultava”). Questa procedura è dovuta al fatto che verbalizzando il numero 33 (che a questo punto, citato così tante volte in questo articolo, andrebbe giocato al lotto) le vibrazioni prodotte tra laringe e bronchi, facilitano la diagnosi, da parte del medico, di eventuali problemi polmonari o respiratori. La curiosità puramente fonetica (diciamo pure pop-culturale) consiste nello scoprire quali parole utilizzano i medici di altri paesi nelle rispettive lingue: “blue ballons” o anche “toys for tots” e ancora “ninety nine” nei paesi anglosassoni, giusto per fare un esempio. Ma torniamo al nostro “Dica 33” che è un vino, un Negroamaro del Salento, per l’esattezza. Questa etichetta, complice anche una certa sterilità del packaging, data da uno sfondo bianco e da un rigore calligrafico da ambulatorio, riporta subito a sensazioni legate a visite, se non a stati di malessere, che conducono inequivocabilmente all’immagine di un consulto con i camici bianchi.
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A latere, ma non troppo, dobbiamo aggiungere che questo vino è ottenuto con il metodo Freman, cioè è stato sottoposto a ripetute vibrazioni musico-armoniche (principalmente musiche di Mozart), durante la sua fase di affinamento. Metodo messo a punto dal Maestro Beppe Vessicchio che, dopo i successi orchestrali si è dato al vino (in coda al nome del vino vi è infatti un riferimento grafico ad una nota vibrazionale, che potrebbe però sembrare anche il tracciato di un elettrocardiogramma). Che il numero 33 sia riferito ai vinili, recentemente tornati di moda, i cosiddetti 33 giri? Ultima notazione: un altro vino della Cantina Marulli, sempre un Negroamaro da viti di oltre 70 anni, si chiama “Menone”. Meriterebbe un articolo a parte. Next time.

Volpello, il Vino Novello

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Volpello, Novello, Colle Sereno.

L’etichetta si presenta subito bene con una interessante stilizzazione di una volpe. I toni cromatici sono “cremosi”, la grafica è essenziale e pulita, la disposizione degli elementi rivela ordine ed eleganza. Scopriamo anche qualche vezzo creativo come quella “P” che si eleva sulle altre lettere del nome, e come quel marchio rotondo che recita: “Prodotto esclusivamente da uve molisane”, giusto per ribadire che il Molise esiste, coltiva uva (oltre che un mare di olive) e genera anche buon vino, in barba alle regioni vinicole più blasonate.
Anche la rima è una “trovata”: “Volpello” infatti è dichiaratamente un Novello. Furbata fonetica che suona bene, si fa ricordare. Certo che questo genere di prodotto (insomma, vino beverino da tavola, di poco costo) di solito non viene affiancato da etichette di valore. Invece in questo caso la cura del packaging è encomiabile. Si tratta di una operazione intelligente, di valorizzazione di un prodotto “base” che vuole apparire in modo ragguardevole. Che vuole quindi conquistare un mercato “alla mano” con atteggiamenti di spessore. L’azienda si chiama Colle Sereno. Rassicurante: un colle dove splende sempre il sole e che trasmette in ogni caso tranquillità. Si tratta di marketing da grandi numeri, ma ameno è ben congegnato.

Grappoli Moderni in Terre Antiche


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Les Graves, 
Cabernet Franc,  Domaine Fabrice Gasnier.

Questa azienda vinicola ha deciso di caratterizzare tutte le proprie etichette (della linea base e di quella mediana) con un grappolo d’uva molto “contemporaneo”. Si potrebbe dire anche “geometrico”. Sicuramente moderno, stilizzato-azzardato per dei vini classici in terra d’oltralpe. Mentre la linea alta vede un’altrettanto insolita elaborazione cromatica di un tralcio di vite (qui a destra). Lo stile di queste illustrazioni è molto sterile, lineare, pragmatico, rastremato. Insomma tutt’altro che tradizionale e storico. Aleggia la volontà di rompere col passato. Di proporre una veste nuova per questi vini. Nonostante essi si collochino in una denominazione storica come Chinon. Che effetto fa? Un senso di modernità accelerata, di estremismo grafico, di sospensione cosmica. I disegni, sia pure molto “computerizzati”, sono di ottima realizzazione. Per cui il dubbio non è sulla qualità dell’elaborato, bensì sul suo effetto complessivo nelle dinamiche di comunicazione che ogni tipologia di etichetta si porta dietro. Si ha la sensazione che quel grappolo, quel tralcio, possano essere fatti di sostanze non organiche, che siano quindi un po’ artificiali, sintentici, plastici. Mentre il prodotto-vino, dentro la bottiglia, ha la necessità di presentarsi nel modo più naturale possibile, più genuino, più spontaneo, sia pure ottenuto con modalità tecnologiche all’avanguardia sia in vigna che in cantina. Un premio al coraggio, quindi, di queste originali etichette e un monito per quanto riguarda la possibile percezione di “lontananza” da parte dei clienti.

L’Uccisione della Tradizione

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Lady Killer, Malvasia Nera, Castel di Salve.

Secondo il Cambridge Dictionary “Lady Killer” significa: “a sexually actractive man who has sexual relationship with many women”. Una delle vittime sembrerebbe essere la donna dal profilo romanico che appare in etichetta. Ma qualcosa non torna. Al centro dell’attenzione abbiamo un nome del vino che, al di là dei possibili significati, si esprime in inglese. L’illustrazione invece ci parla di storia, di antichità italica, forse Roma, forse Etruria (non abbiamo trovato chiari riferimenti o spiegazioni in rete). Il nome soprattutto stona: siamo in Puglia, vino rosso, tradizione, regionalità (il vitigno), classicità. Il tutto rappresentato da un nome in inglese, per di più forte, aggressivo, non solo per il significato della parole ma anche per quella “k” spigolosa che ferisce già in lettura. Il design, invece, è valido: pochi elementi, chiarezza, pulizia grafica, utilizzo di inchiostri luminescenti. L’etichetta crea attenzione. Ma lascia attòniti per quel nome. Non “appartiene” al tutto. Non si integra con il discorso. Diciamo che incide ma non convince.

Suprematismi Artistici in Rosa

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Suprematism, Bombino Nero (Rosato), Mirvita (Tor de’ Falchi).

Il caso di questa etichetta e, di rimando, dell’azienda che l’ha creata, è concettualmente complesso (anche il nome dell’azienda stessa, che varia da “Tor de Falchi” a “Mirvita” secondo le circostanze). Il tutto va spiegato per passaggi. Diciamo subito che la nostra curiosità viene attirata dal nome particolarmente “esoso” di questo vino: “Suprematism”. In realtà non si tratta di vanagloria, si sta facendo riferimento a un movimento artistico fondato nel 1913 da Kazimir Malevich. Il senso è che l’arte viene concepita in quanto finalizzata unicamente alla percezione pura, collegandola quindi alle emozioni e, in origine, alla libera espressione creativa degli artisti. Il titolare dell’azienda, Donato DiGaetano, si è ispirato al suprematismo nel concepire la propria cantina, tecnologica e di design, così come per l’approccio alla comunicazione, packaging innanzitutto, con etichette che vogliono esprimere un valore distintivo assoluto. Cioè vogliono essere totalmente fuori dagli schemi.
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In effetti, questa etichetta attira l’attenzione. Per la sua stranezza. Arte moderna che spiegata dal produttore risulta essere una interpretazione degli elementi che compongono la cantina. Cioè, tradotto, i tasselli colorati dell’illustrazione sono le botti, le cisterne, la pressa e quant’altro si trova come struttura e/o attrezzatura in cantina. Bizzarro come minimo. Originale come pochi. Tornando a qualcosa di specifico possiamo aggiungere che il Castel del Monte è stato il primo rosato italiano a ricevere la Docg e che il colore di questo vino è bellissimo.

Silenzio, Parlano i Vitigni

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Logorroico, Vino Rosso, Il Torchio.

Questo vino viene prodotto da due giovani (fratello e sorella) che hanno rilevato la cantina e i vigneti dal nonno. Bella storia anche solo per il fatto che delle nuove generazioni si rimboccano le maniche e decidono di irridere le mode e le comodità della città per tornare a vivere e a lavorare in campagna. Siamo in Liguria, al confine con la Toscana, dove regna incontrastato il Vermentino (quello bianco). Questo vino invece è un rosso, prodotto con “tutti i vitigni a bacca rossa disponibili nei vigneti di proprietà”. Sarebbe a dire: Vermentino Nero, Sangiovese, Merlot, Syrah e Cabernet. Insomma un gran “mescolatum”. Ma vediamo come commentare l’originale packaging che i due giovani viticoltori hanno deciso di proporre sulle loro bottiglie: ci colpisce una illustrazione in stile cartoon che attira l’occhio per i colori e le raffigurazioni in essa contenute. Una faccia gaudente, un sole, un calice, forme stilizzate, molto colorate. Ma soprattutto molte “bocche parlanti” che invadono almeno la metà dello spazio disponibile in etichetta. Una bocca per ogni vitigno contenuto in questo vino. Quindi sono proprio i vitigni che vogliono esprimersi? In questo caso forse parlano anche troppo visto che il vino si chiama “Logorroico”. Come concludere? Che l’etichetta è simpatica, anacronistica, involuta, davvero originale, “disrupting” direbbero gli americani.  In sintesi questa etichetta fa parlare di sé. Ed è probabilmente quello che desiderava l’azienda, visto che ha fatto parlare (tutto sommato, bene) anche noi.

Mulini a Vento a Ponente

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Sancio, Rossese, Cantina Sancio Riccardo.

Il nome di questo vino ricorda subito Sancho Panza, personaggio del celebre romanzo “Don Chisciotte della Mancia” scritto da Miguel de Cervantes. Sancho, in quel caso, era l’attendente del personaggio principale, che veniva coinvolto in mille rocambolesche avventure. Invece nel caso dell’etichetta che mostriamo qui a sinistra, si tratta del cognome del titolare dell’azienda vinicola. Assistiamo quindi a un rimando rischioso ai fini della percezione e della comunicazione finale. Molto semplice il design: due parole, “Sancio” con funzione di vero e proprio nome, e “Rossese”, tipologia del vino. Nota negativa: la parola Rossese spezzata in due non facilita la lettura e quindi la memorizzazione.
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Il tutto però prende un piglio impattante, sicuramente per il fondo chiaro che evidenzia le due parole in questione, scritte con un corpo molto grande e anche per l’uso di inchiostri luminescenti e in rilievo che donano spunto creativo e qualitativo. Questa pulizia grafica sul fronte, costringe a delegare al retro-etichetta tutte le altre informazioni, raggruppate con ordine giornalistico. Il testo del racconto del vino è ben scritto, con cenni interessanti, parole nuove, coinvolgimenti semantici. Nel complesso si rivelano scelte originali destinate ad influire positivamente nella percezione degli astanti.

I Celti, i Romani, i Nomi Malsani

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Campi Raudii. Vino da Tavola (Rosso), Antonio Vallana.

A parte il solito bisticcio relativo al nome aziendale (non si riesce a capire se l’azienda qui citata è Vallana Wines, oppure Antonio Vallana e Figlio oppure Vallana e basta), siamo di fronte a una etichetta davvero particolare. E’ tutta da vedere: sembra un ciclostilato. Oppure, se vogliamo, una fotocopia in bianco e nero venuta male. Simula una certa “antichità”, d’accordo. Ma rimane il fatto che risulta piuttosto approssimativa. Poco incisiva. Per niente valorizzante. Insomma sull’etichetta c’è poco da aggiungere. Molto da raccontare invece per quanto riguarda il nome di questo vino da tavola (presumibilmente un mix dei vini rossi della casa, non meglio specificati): “Campi Raudii”. Ebbene i “raudi” in questione non sono i petardi a mano che si lanciano a capodanno, bensì il nome di una celebre battaglia campale tra gli Antichi Romani e i Celti, che risale al 30 luglio 101 a.C., dicono le cronache. Ma andiamo con ordine: il termine “raudii”, molto diffuso nella Gallia Cisalpina, indicava zone minerarie alla confluenza di grandi fiumi e quindi ricche di metalli. La parola “raudius” è infatti una antica accezione tecnica relativa al settore della metallurgia. La discussione principale verte però sul luogo della battaglia: i campi di cui parlano le fonti antiche potrebbero essere situati sulla sinistra del Po, a nord di Ferrara. La tesi principale rimane comunque quella che colloca il luogo storico in prossimità della sponda sinistra del fiume Sesia, vicino a Vercelli. Altra ipotesi è la localizzazione della battaglia presso Gattinara (ipotesi presa per buona dal produttore di questo vino) dove ancora oggi c’è il Santuario di Rado, con le vestigia di una chiesa romanica. Infine qualcuno dice che “raudii” sta per Roddi, paese delle Langhe. Insomma, questo evento storico “ha viaggiato” in mezza Italia: poco importa, visto che il nome in questione, e qui concludiamo, non è una grande idea. Soprattutto per la mancanza di un preciso significato e collocazione. 

L’Acca(h)demia Fonetica di un Vitigno Sconosciuto

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Briccolina, Nascetta, Aldo Marenco.

Molto colore e tratti arlecchineschi nelle etichette dell’azienda che fa capo ad Aldo Marenco (cosa rappresentano quelle onde cromatiche? Le colline, probabilmente). Siamo in Piemonte e i nomi dei vini di questo produttore lo dichiarano apertamente: Parlapà, Surì e Bric (Dolcetto), Balìn e SansSulfì (Barbera), Dujan (il rosato). Espressioni dialettali che mantengono il focus nella regione di appartenenza. Positivo? Forse. Ma anche no. Occupiamoci comunque di questa “Briccolina”, non copiatamente dialettale, ma diciamo pure “gergale simpatico”. Ci ha incuriositi la scritta in etichetta (camuffata nei tratti illustrati) che dice (in inglese, altro che piemontese): “pronounced nas-ch-etta!”. Si sa infatti che il problema della Nascetta, antico vitigno bianco di quelle zone (siamo a Dogliani, come collocazione geografica), è la sua pronuncia. Fuori dallo Stato Sabaudo si usa la “sc” classica: “scivolata”. Ma i piemontesi Doc dicono invece “nas-cètta”. E il pubblico anglosassone (al quale sembra dedicato l’inciso linguistico)? Forse pronuncerebbe questo nome in modo ancora diverso, utilizzano impropriamente la “h” che l’etichetta ha voluto giocarsi per impartire la giusta intonazione. Qualche dubbio fonetico permane. Il problema di lettura anche. E non è poco per una tipologia di vino che vorrebbe farsi conoscere di più e nel modo giusto.

Acquamarina Floreale Romagnola

Albana, Podere La Berta.

Vini etichettevini brandingdesign packaging mktgQuesto vino non ha nome ma ha un bel colore. Non parliamo esattamente del vino, ma dell’etichetta. A dire il vero anche il nettare che la bottiglia contiene vanta un bel colore: giallo intenso, dorato, tutt’altro che un vino “bianco”. Infatti l’Albana di Romagna si presenta ai propri estimatori sempre con un croma carico di intensità e anche di qualità intrinseche. Si tratta di un vitigno poco nobilitato per quanto invece meriterebbe. Ma torniamo al packaging di questa azienda di Brisighella, di proprietà della famiglia Poggiali. Il colore, dicevamo. Quello dello sfondo dell’etichetta e dei fiori che si vedono nella sua trama. Vediamo cosa scrive in proposito il produttore: “In Romagna un tempo era conosciuto come ‘pomo reale’. In primavera si carica di una folta chioma di fiori bianchissimi e molto profumati, in estate inoltrata ed inizio autunno si riempie di frutti rosso vermiglio con una polpa dolce, gustosa e croccante. Vicino alla nostra collina, precisamente alla Torre di Oriolo, c’è l’azzeruolo più antico della Romagna. L’Albana si veste d’acquamarina per farci vivere i profumi che ricordano l’estate tutto l’anno, e rende omaggio a questa pianta”. Il giallo, il bianco, l’acquamarina: un’armonia di cromatismi che dona bellezza. Eleganza e naturalità al tempo stesso. L’unica nota stonata, a nostro modesto parere, è il nome del vitigno (e in questo caso anche del vino) spezzato in tre parti e inserito nella vegetazione floreale. Ma per tutto il resto, complimenti e prosit.

Se Vuoi Fare l’Americano, Copriti

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Cala N.2, Tempranillo Graciano, Tinedo.

Che popolo gli americani. Giocano da sempre ai cow-boys (con pistole e fucili veri) e poi fingono di scandalizzarsi per qualche nudità. Emblematico l’esempio di questa etichetta spagnola che è stata rivestita per poter esordire nel mercato Usa. Certo, la donna ritratta in etichetta (in quella europea, che potete vedere alla fine del testo) è proprio “come mamma l’ha fatta”. Ma coprirla in quel modo vuol dire coprirsi di ridicolo. Nell’etichetta “ricondizionata”, infatti, si vede un bollino rotondo con il nome del produttore, applicato sul seno della donna, una decorazione floreale si è spostata sulle natiche della giunonica testimonial e sopra a sinistra altre vegetazioni sono state delegate a celare le pudenda della venere ritratta di fronte. Peccato (dicono gli americani). Peccato, diciamo noi ma in modo diverso: il packaging è bello (nella versione non castigata), artistico, originale, coraggioso, rinascimentale, decorativo, vitale... Nella versione con la censura rimane lo stile artistico e la sensazione d’antan, ma il tutto perde grip. Non è più graffiante. A limite qui da noi potrebbero partire polemiche di genere per l’uso del corpo femminile nell’attirare l’attenzione a fini commerciali. Ma in fin dei conti il corpo della donna e anche quello dell’uomo, certamente e da sempre, hanno un ruolo anche estetico, tutto sommato a fini riproduttivi. Tutta natura, insomma.

Sciarada Futurista sui Colli Albani

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Meraco, Cesanese, 
Villa Cavalletti 
(Cantine San Marco).

L’arte moderna, si sa, è interpretabile. Nel senso che la sua bellezza e grado di accettazione dipende molto dalla soggettività. Definiamo così, in senso ampio, “arte moderna” (o contemporanea) lo stile con il quale è stato più illustrato che scritto il nome di questo vino. Si chiama “Meraco” che dal latino riconduce a “puro, schietto” (la parola suona male ma il significato, per un vino, è interessante). Purtroppo le lettere di questo nome non sono facilmente intellegibili. Tanto che in basso il nome del vino viene ripetuto con un carattere di scrittura più normale: semplicemente leggibile. L’illustrazione artistica che vorrebbe riportare al nome è di fatto protagonista dell’etichetta. Il packaging ruota tutto attorno a quella somma di forme e di colori, al centro, nella parte alta del fronte. I colori attirano l’attenzione. E anche le forme, che sono molto particolari. Ma proprio quelle forme rischiano di confondere le idee invece di edulcorarle, di stimolare la percezione. L’altro vino di questa azienda (il marchio è Villa Cavalletti, in sostanza una prestigiosa residenza sui Colli Albani) che si chiama Cantine San Marco, è il “Roma”. Nome semplice (ove possa essere ritenuto semplice citare la Città Eterna), trucco facile: una Doc che si chiama come la Capitale d’Italia e dell’Antico Impero si vende praticamente da sé. Anche in questo caso la scrittura è una specie di omaggio al futurismo, ma almeno i colori sono solo due, rosso e oro (con l’eccezione della “A” di Roma, in bianco, che non aiuta) e quindi l’occhio trova un compito più facile arrivare alla soluzione della sciarada. 

La Magia dell’Argilla, Passato e Presente

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Lupinella Rossa (e Rosa), Sangiovese, La Lupinella.

Davvero piacevole da consultare il sito web di questa azienda toscana. Semplice, elegante, immagini grandi, testi corti: la migliore soluzione per una consultazione rapida ed efficace. E poi, finalmente, nel menù vediamo una sezione dedicata al nome dell’azienda (che è anche nome dei vini), una sezione che si chiama proprio “Nome”. Leggiamo e riportiamo qui queste belle parole: “Ci piace pensare alla Lupinella come a una ninfa dalla chioma vermiglia. Schiva e riservata, amante dei luoghi impenetrabili. Ad ogni suo passo, cresce l’omonimo fiore, che spinge verso il cielo la sua corolla purpurea. Il rosso è il suo colore: lo stesso delle argille di Montelupo Fiorentino, luogo natìo della nostra famiglia di ceramisti, il cui toponimo richiama leggende e fiabe legate al “principe dei boschi”. Ci piace pensare così alla Lupinella: driade delle foreste, progenie dei lupi, emanazione viva della natura più autentica. Ma anche laboriosa creatrice connessa alla terra, capace di manipolarne i doni della natura in manufatti di autentica bellezza”. La Lupinella, conosciuta anche come Sulla, è una “pianta foraggera” (il suo frutto è di fatto un legume) a crescita spontanea che popola i boschi di tutto il Mediterraneo. Un altro aspetto interessante di questa storia (che incide evidentemente nelle scelte di design delle etichette) è quello legato al passato da ceramisti della famiglia proprietaria che oggi ha differenziato le proprie attività, iniziando a produrre vino. Il comune denominatore è la terra, l’argilla, ideale per le ceramiche artistiche, perfetta per il Sangiovese. Le etichette che distinguono i due vini attualmente in produzione sono molto particolari: frutto di una elaborazione storica di un passato creativo che si rispecchia oggi nella ricerca della bellezza anche nel vino (sembra che ci sia anche un ultimo nato, il Lupinella Bianca, Trebbiano, che in etichetta ritrae un pesce accompagnato dal consueto stile floreale).
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Attenzione vs Tradizione

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Uvenere, Vino Rosso, 
Paride Iaretti.

Un vignaiolo semplice non può che avere etichette semplici. O forse non averne per nulla. Sfuggendo a ogni definizione. Il packaging di Paride Iaretti è molto lineare: colori diversi per i tre vini in gamma (che in fin dei conti sono il nero, il bianco e il viola-vino che vediamo qui a sinistra), tutti con il medesimo disegno, una stilizzazione della cittadina di Gattinara. Per il resto, una cornice e via. Cambiano i nomi, certo. I nomi dei vini. Uno è dedicato al padre, Pietro, l’altro a Gattinara, il terzo è questo qua: “Uvenere”, e non è affatto male. Innanzitutto è necessario dire che le uve nere in questione sono tante, infatti il vino si compone dei seguenti vitigni: Vespolina, Croatina, Nebbiolo e Bonarda (Novarese). Si tratta di un vino modesto, anche nel prezzo, un vino “da tavola”. Un rosso per tutti i giorni. Quello che colpisce in questo nome è, ugualmente (come per l’etichetta in generale), la semplicità. “Uve nere” (a bacca rossa dice la maggioranza ma la dicitura corretta sarebbe, in effetti, a bacca nera) diventa “Uvenere”, tutto attaccato. E funziona. Sarà perché all’inizio si legge “venere” o perché il cervello non è abituato e quindi “spezza”, ma di fatto questo nome attira l’attenzione. E l’attenzione spesso fa più effetto della tradizione. A tal punto che il design di questa etichetta avrebbe bisogno di un bel refresh (e ci scusiamo per l’inglesismo fuori luogo).

Un Cappello Prezioso ma Non Lezioso

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Novecento, Bonarda Frizzante, 
Alberto Fiori.

La particolarità di questo vino rosso risiede nel cappello. No, non stiamo parlando di quell’ammasso di vinacce che si forma in superficie nelle vasche, in fase di fermentazione. Stiamo accennando al cappello che Nonno Ezio, fieramente, indossa nell’illustrazione in etichetta. Possiamo infatti scorgere una luminescenza dorata (un inchiostro speciale) che si ripete anche nel carattere di stampa del nome di questo vino. La Bonarda (Croatina) in questione, infatti, si chiama “Novecento”, in omaggio al grande avo, nato nel 1904, come si legge nel sito dell’azienda, “portatore dei valori di attaccamento al lavoro e al sacrificio, tipici di quel secolo...”. La bottiglia è particolare (forma insolita), l’etichetta semplice ma “svasata”, cioè frutto di una fustella (cartotecnica) pensata apposta per il design del vetro. In stampa pochi elementi ben in vista: la figura del nonno, il nome del vino, il nome e il logo del produttore. Stop. Benfatto. Elegante ma “genuino”. Pulito ma con tutte le cose importanti da dire e da far percepire. Il progetto, anche, interessante: rilanciare la Bonarda attraverso un accordo tra un gruppo di produttori virtuosi che si è dato regole più restrittive, quindi più qualitative. Da qualche parte c’è anche un Oltrepò che funziona. 

Colline Fiorite e Stelle (Forse) Marine

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Erba Salata, Montepulciano d’Abruzzo, Colle Florido.

Si tratta di un piccolo produttore che coltiva vigne e produce vino nella zona di Pescara (sulle colline limitrofe). Il rosso dell’azienda ha un nome curioso per un vino: “Erba Salata”. Dentro la bottiglia c’è Montepulciano in purezza, fermentato in barriques usate. Frutto di processi assolutamente naturali (un vanto della giovane azienda) sia in vigna che in cantina. L’etichetta è di quelle “essenziali”, solo qualche scritta, fondo bianco. Si nota una stella marina color carminio come unico spunto emozionale (sarà che il mare è vicino): la stella marina è una nostra interpretazione, in realtà potremmo parlare di un asterisco, di un normale segno di stampa rosso. Ma torniamo al nome particolare, cosa si scopre in rete? Che l’erba salata in questione è relativa a... una carota selvatica! Una specie di erba dal gambo robusto che cresce soprattutto in estate, anche quando l’acqua piovana scarseggia, e forma un tappeto verde alla base delle viti. Il suolo così risulta drenante (assorbe molto bene l’acqua dei temporali estivi) e da questo la vigna trae un vantaggio del tutto naturale. E infine un’occhiata al logo dell’azienda, in alto nell’etichetta, dove si vede un piccolo vulcano, o almeno così sembrerebbe. In realtà probabilmente è la rappresentazione della collina soleggiata e “fiorita”. Il tutto è migliorabile ma almeno risulta originale.

Un Muscat che Prende Posizione

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Kammasutra, Muscat, Vins-Kamm.

I due produttori e vignaioli si chiamano Jean Luis ed Eric Kamm. Siamo in Alsazia ed esattamente a Dambach-la-Ville. La premessa è necessaria per arrivare a descrivere questo nome coraggioso: “Kammasutra”. Come è noto il Kamasutra è un manuale in sanscrito che si occupa anche di sessualità (ma non solo). Nella cultura indiana è ritenuto un tomo essenziale per la ricerca del Kama (“piacere” in sanscrito). Per gli indiani il sesso non è considerato peccato, bensì rappresenta una della ragioni di vita insieme al benessere, all’etica e alla libertà dal mondo materiale. In buona sostanza il Kamasutra è un caposaldo della letteratura sanscrita redatto tra il VI e il VII secolo dal filosofo indiano Vatsyayana. Tornando ai tempi nostri, l’etichetta di questo vino, un Muscat alsaziano, propone, anche nell’illustrazione che presiede il packaging, un inequivocabile tema erotico. Evidenzia infatti una delle famose “posizioni”, messe in atto, in questo caso, da due tralci di vite umanizzati. Diciamo pure che si tratta del trionfo della natura, e anche del coraggio di proporre una tema che forse non a tutti potrebbe andare a genio. L’illustrazione è molto bella, l’etichetta pulita e graficamente corretta. Tutto il resto viene rimandato alla percezione soggettiva e alla cultura personale degli osservatori (voyeur compresi).

Un Piccolo Morbo Vulcanico

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Morbino, Basilicata Bianco Igt, 
Az. Agr. Michele Laluce.

Siamo in Basilicata, nel Vulture, zona da tempo immemore famosa, in particolare, per i vini rossi (Aglianico). Questo vino invece è un bianco, prodotto con uve Moscato e Malvasia (non meglio precisati come varietali) presenti in parti quasi uguali (60-40). Ha attirato la nostra attenzione il suo nome: “Morbino”. Nel sito del produttore e nei siti specializzati di vendita on-line non si trovano riferimenti in merito e quindi non possiamo fare altro che cercare di immaginare cosa potrebbe pensare un qualsiasi avventore: “Morbino” fa venire in mente il morbillo e subito dopo la parola “morbo” o “ammorbato”, due accezioni non propriamente positive. Probabile che si tratti di una dizione di originale toponomastica, forse antica, ma questo non può andare a discolpa di una scelta criticabile, almeno dal punto di vista della lingua italiana e delle sue sfaccettature. E’ bene aggiungere che, in ogni caso, il diminutivo “ino” va sempre a detrimento dei valori della comunicazione di un prodotto. Salvo casi particolari, naturalmente, ove la simpatia del termine possa avere un senso. Nel complesso l’etichetta qui analizzata non presenta sfarzi creativi: colore e impaginazione rientrano nei canoni di un packaging fin troppo “regolare”. Diciamo che prende la sufficienza: non oltre.

Nomi che Fanno Titolo

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Ti voglio bene, Cortese, Az. Agr. Daniele Ricci.

Cosa può spingere un produttore a chiamare un vino con una frase affettuosa? Ad utilizzare una frase molto comune, molto ripetuta nella lingua parlata: “Ti voglio bene”. Una frase che potrebbe essere indirizzata a una persona vicina, a un partner, a un genitore, insomma una dedica. Romantica e/o amorevole. Oppure si tratta di una scelta di marketing? Pensata apposta per vendere di più. Scrivendo “ti voglio bene” sulla bottiglia qualche consumatore, indipendentemente dal vino contenuto in essa, potrebbe essere tentato di fare un regalo a qualcuno di amato. Semplice e risolutivo: bottiglia più dedica, tutto compreso. Siamo quindi agli antipodi delle ipotesi: frase romantica o idea commerciale? A parte queste considerazioni l’etichetta risulta elegante, fondo blu, stemma in oro in alto, cornicetta d’ordinanza, pulizia grafica, equilibrio generale. Un packaging “per bene”, insomma. Certo che un nome-frase non è, di fatto, un vero nome. Si tratta di una affermazione, manca la sintesi. Ma in questo caso, di affetto o di marketing che sia, l’attenzione viene catturata. Tutto sommato, un “ti voglio bene” non si nega a nessuno.