Un Muscat che Prende Posizione

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Kammasutra, Muscat, Vins-Kamm.

I due produttori e vignaioli si chiamano Jean Luis ed Eric Kamm. Siamo in Alsazia ed esattamente a Dambach-la-Ville. La premessa è necessaria per arrivare a descrivere questo nome coraggioso: “Kammasutra”. Come è noto il Kamasutra è un manuale in sanscrito che si occupa anche di sessualità (ma non solo). Nella cultura indiana è ritenuto un tomo essenziale per la ricerca del Kama (“piacere” in sanscrito). Per gli indiani il sesso non è considerato peccato, bensì rappresenta una della ragioni di vita insieme al benessere, all’etica e alla libertà dal mondo materiale. In buona sostanza il Kamasutra è un caposaldo della letteratura sanscrita redatto tra il VI e il VII secolo dal filosofo indiano Vatsyayana. Tornando ai tempi nostri, l’etichetta di questo vino, un Muscat alsaziano, propone, anche nell’illustrazione che presiede il packaging, un inequivocabile tema erotico. Evidenzia infatti una delle famose “posizioni”, messe in atto, in questo caso, da due tralci di vite umanizzati. Diciamo pure che si tratta del trionfo della natura, e anche del coraggio di proporre una tema che forse non a tutti potrebbe andare a genio. L’illustrazione è molto bella, l’etichetta pulita e graficamente corretta. Tutto il resto viene rimandato alla percezione soggettiva e alla cultura personale degli osservatori (voyeur compresi).

Un Piccolo Morbo Vulcanico

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Morbino, Basilicata Bianco Igt, 
Az. Agr. Michele Laluce.

Siamo in Basilicata, nel Vulture, zona da tempo immemore famosa, in particolare, per i vini rossi (Aglianico). Questo vino invece è un bianco, prodotto con uve Moscato e Malvasia (non meglio precisati come varietali) presenti in parti quasi uguali (60-40). Ha attirato la nostra attenzione il suo nome: “Morbino”. Nel sito del produttore e nei siti specializzati di vendita on-line non si trovano riferimenti in merito e quindi non possiamo fare altro che cercare di immaginare cosa potrebbe pensare un qualsiasi avventore: “Morbino” fa venire in mente il morbillo e subito dopo la parola “morbo” o “ammorbato”, due accezioni non propriamente positive. Probabile che si tratti di una dizione di originale toponomastica, forse antica, ma questo non può andare a discolpa di una scelta criticabile, almeno dal punto di vista della lingua italiana e delle sue sfaccettature. E’ bene aggiungere che, in ogni caso, il diminutivo “ino” va sempre a detrimento dei valori della comunicazione di un prodotto. Salvo casi particolari, naturalmente, ove la simpatia del termine possa avere un senso. Nel complesso l’etichetta qui analizzata non presenta sfarzi creativi: colore e impaginazione rientrano nei canoni di un packaging fin troppo “regolare”. Diciamo che prende la sufficienza: non oltre.

Nomi che Fanno Titolo

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Ti voglio bene, Cortese, Az. Agr. Daniele Ricci.

Cosa può spingere un produttore a chiamare un vino con una frase affettuosa? Ad utilizzare una frase molto comune, molto ripetuta nella lingua parlata: “Ti voglio bene”. Una frase che potrebbe essere indirizzata a una persona vicina, a un partner, a un genitore, insomma una dedica. Romantica e/o amorevole. Oppure si tratta di una scelta di marketing? Pensata apposta per vendere di più. Scrivendo “ti voglio bene” sulla bottiglia qualche consumatore, indipendentemente dal vino contenuto in essa, potrebbe essere tentato di fare un regalo a qualcuno di amato. Semplice e risolutivo: bottiglia più dedica, tutto compreso. Siamo quindi agli antipodi delle ipotesi: frase romantica o idea commerciale? A parte queste considerazioni l’etichetta risulta elegante, fondo blu, stemma in oro in alto, cornicetta d’ordinanza, pulizia grafica, equilibrio generale. Un packaging “per bene”, insomma. Certo che un nome-frase non è, di fatto, un vero nome. Si tratta di una affermazione, manca la sintesi. Ma in questo caso, di affetto o di marketing che sia, l’attenzione viene catturata. Tutto sommato, un “ti voglio bene” non si nega a nessuno.

Il Re è Pazzo e si Mette a Nudo

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Il Re Pazzo, Valpolicella Classico, 
Terre di Leone.

Secondo il produttore questo vino è “un tributo alla terra d’origine di Nonno Leone”. Va da sé che anche il nome dell’azienda deriva dall’antenato in questione. Ma quello che ha attirato la nostra attenzione è “il Re Pazzo” (che non è riferito al nonno, ci mancherebbe) e la sua rappresentazione in etichetta. Si tratta di un Valpolicella, viene specificato dall’azienda, senza la due “A”, cioè affinamento e appassimento. Solo acciaio. E comunque realizzato con i vitigni classici di quelle zone: Corvina, Corvinone, Molinara, Rondinella, Oseleta. Bello, dicevamo, lo stile illustrativo del personaggio regale, tra l’artistico e il teatrale. Bello anche il concetto che ha dato vita al nome del vino, spiegato così nel sito aziendale (riportiamo il testo integrale, perché davvero interessante): “Cercavo un immagine per il nostro vino che fosse capace di raccontare qualcosa di lui e di noi, ma non sapevo quale. Come trovarla! Si tratta di un vino che mi hanno insegnato essere semplice, giovane, "il base" della denominazione fatto con uve straordinarie ma non così nobili da poter essere usate per dar vita all'Amarone.
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Vitale, come ogni giovane creatura, contraddittorio, un po’ ’ folle, pieno di energia. Pensando e ripensando mi sono ricordata di qualcosa e questo qualcosa ha preso forma. Una forma sempre più precisa, quella di un burattino capace di camminare senza fili che si credeva un re perché unico e pensava di avere un cuore perché diverso e ballava perché felice sul palcoscenico, al circo! Sicuramente folle, pazzo perché si credeva ciò che non era o forse l'inverso era veramente un re che pensava di essere (o voleva essere) un semplice burattino libero di sognare e di ballare su un palcoscenico credendo di poter sfidare il mondo, in un circo, perché qui tutto può accadere! Che Re Pazzo! Che sia un re o un burattino poco importa, perché l'unica verità, per me, è la follia di credere che lui sia la parte mancante dello spettacolo, necessaria perché finalmente lo spettacolo possa avere inizio, perché Terre di Leone possa dirsi completa! Forse follia è credere questo, che i nostri prodotti siano parte integrante di qualcosa, del ciclo vitale che ogni anno si rinnova, la fanciullezza vitale nel Re Pazzo, la vigoria della giovinezza nel Superiore, la consapevolezza della piena maturità nel Ripasso e la saggezza, l'essenza di una vita nell'Amarone! Si forse follia è credere che sia davvero così, dare un senso al proprio mestiere pensandolo unico, e un cuore a ciò che si fa pensando ogni prodotto come una creatura a cui dare un'identità. Lui non è il più importante dei nostri vini ma può sentirsi o credersi un re visto che innegabilmente è lui a chiudere il cerchio! Oppure no è tutto il contrario!! Vedi che contraddizione, in fondo la vita è come un circo dove tutto può accadere e allora che lo spettacolo abbia inizio”. I nostri complimenti per la soluzione di packaging e tutto quello che c’è dietro.

Campane a Festa per il Design

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Bell Hill, Pinot Noir, Bell Hill Vineyard.

Questa etichetta neozelandese ha caratteristiche di unicità negli elementi che la compongono, sia pure in un contesto di grande semplicità grafica. Fondo chiaro, pulito, con scritte in nero e rosso: leggibilità assoluta se non fosse per il carattere del nome in grande, particolare al punto da compromettere la percezione delle singole lettere. Si tratta di un font di scrittura originale, artistico, creativo, ma anche di difficile intelleggibilità (manca immediatezza). In particolare il nome del vino (che è anche nome dell’azienda) viene spiegato così nel sito del produttore: “the name Bell Hill comes from its bell-like shape on the southern side, once the first view for travellers coming into the Waikari Valley”. Due gli elementi di spicco insolitamente posti sul fronte-etichetta: il numero della bottiglia in alto, in rosso, e il sintetico elenco informativo in basso dove vengono comunicati la data della vendemmia e dell’imbottigliamento, unitamente ad altre caratteristiche biochimiche. Sintesi e chiarezza, non solo per quanto riguarda il packaging ma anche per ciò che attiene al prodotto stesso. In generale questa etichetta attira, nonostante il problema di leggibilità del nome, grazie a una “limpidezza grafica” invidiabile e raramente riscontrabile nel settore bevande alcoliche.

Missa Est: Deo Gratias

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Messapia, Verdeca, Leone De Castris.

Prima considerazione: il vitigno in questione non è tra i più conosciuti in Italia. Anzi, si tratta di uno degli autoctoni che si sentono nominare meno, nel circo enologico della penisola più vitata del mondo. Siamo in Puglia, dove troviamo molti altri vitigni che possiamo considerare davvero “locali”, come il Primitivo, il Nero di Troia, il Bombino, etc. Passiamo al nome di questo vino, davvero curioso. Sorge subito un’incertezza per quanto riguarda l’accentazione della parola. Sarà “Messàpia” o molto più probabilmente “Messapìa”? In quest’ultimo caso il significato clericale viene chiaramente alla luce. Una messa non può che essere pia, se celebrata secondo i canoni... canonici. Terra molto religiosa, la Puglia, con la presenza ancora oggi di numerose feste a sfondo storico-cattolico. Processioni, santi e madonne incidono profondamente nel vissuto delle popolazioni e nei loro usi e costumi. Ha poco di canonico invece il colore di questa etichetta: un azzurro “carta da zucchero” che si riscontra poche volte nel panorama del packaging enologico mondiale. Si tratta infatti di un croma poco alimentare, ma certamente distintivo a scaffale. Impaginazione ordinata, centrata, semplice e lineare. Particolari in oro che arricchiscono l’elaborato quasi come i paramenti delle cerimonie importanti di Madre Ecclesia.

Filosofie Vinicole a Nord-Est

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Aristos, Sylvaner, Cantina Valle Isarco.

Le nuove etichette della linea “alta” di Cantina Valle Isarco sono gentili ed eleganti. Il fondo scuro aiuta sempre nell’impresa di comunicare qualcosa di valoriale. Protagonista della parte illustrativa è un paesaggio tipico dell’Alto Adige con case e chiese, realizzato con uno stile tra il pittorico e l’onirico, e ben raffigurato alla base dell’etichetta. Piacevole, turistico ma artistico. Veniamo al nome, solenne, nobile, colto, evocativo dell’Antica Grecia, fonetico e suadente: “Aristos”. Sappiamo infatti che questa parola significa “il migliore” e anche che ricorda molto il celebre Aristotele. La “s” finale, come sospesa in un vuoto filosofico che in realtà è pieno di significati, rende la pronuncia leziosa e preziosa: sibila morbida a voler ribadire una ricchezza di contenuto che in questo specifico caso riguarda un nettare degli Déi da vitigno Sylvaner in purezza. Le scritte in verticale certo non aiutano la leggibilità e anche il carattere del nome risulta molto (forse troppo) arzigogolato. Ma nel complesso la semplicità di questa etichetta gioca a favore di una comunicazione sobria ma coinvolgente.

Urla la Tempesta, Parla il Vino

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Urra di Mare, Sauvignon Blanc, Mandrarossa.

Davvero particolare il nome di questo vino, insieme a quello del suo “fratello di gamma” che si chiama “Cava di Serpe” (da citare anche “Timperosse” del medesimo produttore siciliano). Le etichette in effetti non si stagliano per originalità se non, appunto, per i nomi di questi vini. Un logo in alto, il nome del vino, ben visibile al centro, la dicitura di legge in basso (Sicilia Doc). Il nome “Urra di Mare è riconducibile al nome della contrada, nella Valle del Belice, dove mettono radici le vigne di questa azienda. Ecco una descrizione del produttore: “I vigneti sorgono a ridosso della riserva naturale del fiume Belìce, con vigneti che digradano fino al mare, godendo così di fresche brezze marine”.

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Alla quale aggiungere che la parola “Urra” nulla da spartire con il noto grido di gioia che potrebbe essere Hurrà! - all’inglese - o Urrà, mutuato in italiano. Bensì attiene al dialetto siciliano e dovrebbe essere traducibile con “urla del mare”. Pittoresco ed evocativo, quale il grido del mare in burrasca che fa sentire la propria incombente presenza (spargendo sale e iodio sulle terre limitrofe all’onda, a beneficio delle coltivazioni). Per quanto riguarda Cava di Serpe, evocativo anch’esso, diciamo pure allarmante, risulta certamente memorabile evocando luoghi selvaggi e incontaminati.

Santi Bevitori o Panificatori?

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Rivana, Friulano, Vigneto Due Santi.

Il nome di questa azienda non è chiaro. Per due motivi: il sito web è registrato sotto la definizione “Vigneto Due Santi” (che figura anche nel retro-etichetta) mentre sul fronte di tutti i packaging della gamma risulta il cognome dei titolari, cioè Zonta. La seconda ragione di non comprensione è relativa alla leggibilità del carattere di scrittura che porta alla definizione di  “Lonta” o “Sonta”, piuttosto che condurre al cognome corretto. Si tratta di due “indecisioni” che potrebbero nuocere alla riconoscibilità dell’azienda e dei suoi prodotti. Il problema viene reiterato, in particolar modo per il vino da vitigno Friulano al 100%, per quanto riguarda il nome del vino stesso: “Rivana”. Scritto in basso a destra, nel fronte etichetta, in modo davvero poco leggibile.
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Clamoroso, in un certo senso, l’autogol commesso dall’azienda nel retro dell’etichetta: una specie di ammissione di colpa, ove vengono riportati sia il nome del produttore, sia il nome del vino, “in chiaro”, cioè con un carattere di stampa finalmente leggibili. Anche dal punto di vista grafico la chiarezza non è il punto forte di questa azienda veneta: i “due santi” che vengono stilizzati al centro dell’etichetta non forniscono punti di riferimento iconografici se non attraverso le due aureole accennate sopra al capo. Davanti a queste due sagome, vediamo delle linee oblique che potrebbero sembrare degli sfilatini appena sfornati o qualsiasi altra cosa (basta usare l’immaginazione). Design essenziale, quindi, cromatismi eleganti, ma elementi e testi che lasciano molte perplessità.

Charme e Avicoltura nella “Campagna” Francese

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Marie-Amélie, Champagne, Henriet-Bazin.

Nella maggior parte dei casi, per il loro vini, i cugini francesi creano etichette molto classiche. Alcune riescono bene perché non vi è dubbio che il gusto appartiene anche a quella porzione di Vecchio Continente, oltre che all’Italia, naturalmente. L’etichetta di questo Champagne è graziosa, gentile, sfiziosa, come la dama fatale che recita una parte da protagonista nell’illustrazione. Ma non finisce qui. Ad attenti osservatori non sfuggiranno alcuni particolari di spessore: il cappello della donna, il fatto che sostiene una gabbietta, la bici d’antan, il cromatismo accentuato sulla gonna e, nella cartografica, un bollo in rilievo con il logo dell’azienda produttrice. Impaginazione degli elementi del design centrata, caratteri di scrittura graziati, tutto molto elegante, ma con un tocco un più: quella charmosa presenza femminile che nella posa e nella situazione nella quale è collocata incuriosisce. Va oltre: prova a raccontare una storia. Prova a farcela immaginare. Una donna e il suo pappagallino? Dove lo sta trasportando? Perché è cosi elegante? Si tratta di un party ornitologico? Siamo a Parigi o in provincia? A Reims o Èpernay? Esattamente a Villers-Marmery, complimenti a tutti.

Fara di Su e Fara di Giù

Fara, Montepulciano d’Abruzzo, 
Fabulas (Bio).

C’è una precisa ragione, di più, una storia, che giustifica la presenza in questa etichetta di quei grossi fiammiferi accesi. A metà tra la leggenda e il romanzo. Ma andiamo con ordine. Il vino si chiama Fara e questo non va molto bene, considerato che, ufficialmente, esiste una Doc che si chiama proprio così: Fara ed è relativa all’omonimo paese dell’Alto Piemonte (insieme a Briona). Il disciplinare prevede la produzione di vini con un contenuto di Nebbiolo (clone Spanna) in prevalenza, con il possibile contributo di Vespolina, Uva Rara (alias Bonarda Novarese) e altri vitigni rossi piemontesi. Considerato che anche il nome “Fara” del Montepulciano d’Abruzzo di cui riportiamo l’immagine qui a fianco deriva da una località (in questo caso vicino alla Majella), la possibile confusione è dietro l’angolo (anche se i due territori sono molto distanti). Tornando ai tre fiammiferoni che si vedono nell’illustrazione che domina l’etichetta ecco cosa racconta il produttore nel proprio sito web: “C’era na vote... (c’era una volta) una comunità pronta a combattere gli invasori francesi, ma il rumore degli z occoli che ne ritmavano l’avanzata incuteva sempre più paura man mano che lo si sentiva più vicino. Era una sera del 1799, una di quelle sere in cui solo il miracolo di un santo poteva salvare i paesi abruzzesi arroccati lungo la vallata del fiume Foro. Si racconta che quella sera, in contrada Colle Selva, a Fara Filiorum Petri, un piccolo comune alle pendici della Majella, un anziano signore apparve dinanzi alle truppe francesi. I cavalli non vollero sentir ragione di proseguir la marcia e si inginocchiarono. 
Il Generale francese ordinò: “dietro la cavalleria e avanti la fanteria” e in quel momento l’anziano prese le sembianze di Sant’Antonio trasformando le grandi querce del bosco della Selva in colonne di fuoco a difesa di Fara, costringendo alla fuga i soldati. Ogni anno, dopo Natale, i contradaioli di Fara Filiorum Petri si fermano una settimana per preparare la loro farchia. È una di quelle feste che esprime “appartenenza” alla propria terra, al proprio santo e alla propria gente. Di quelle dove si riesce a vedere l’Abruzzo più semplice, genuino e appassionato”. Niente male come racconto. Emozionale, territoriale, valoriate in senso eroico ed evocativo. Etichetta comunque fuori dagli schemi. Sia come design, sia come cartotecnica (sagomata). Originale anche la forma della bottiglia (intendiamo proprio il vetro), molto allungata, in stile alsaziano, che in centro Italia non t’aspetti.

L’Inquietante Mano di Berenice


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Berenice, Lugana Riserva, Saottini Vini.

Questa azienda bresciana che ha sede sulle rive del Lago di Garda (Lonato), vanta antenati centenari che di generazione in generazione hanno condotto fino a qui l’esperienza agricola di famiglia. Per il Lugana Riserva di produzione propria la scelta per il nome del vino è andata su “Berenice”. Oltre ad essere una città dell’Antico (e attuale) Egitto, Berenice Troglodytica, che si trova a circa 400 km a sud di Hurghada, è un nome noto per essere anche il titolo di un’elegia di Callimaco che narra di una leggenda legata alla capigliatura della Regina Berenice moglie di Tolomeo. Ma soprattutto “la chioma di Berenice” attiene a un ammasso di stelle nei pressi della costellazione del Leone. Nonché indica l’effetto visivo del turbine aerodinamico che si forma durante gli studi sul design aerospaziale o automobilistico. Per venire al punto, quello che si nota in grande evidenza in questa etichetta non è la chioma, bensì “la mano di Berenice”, una illustrazione, diciamo pure non riuscitissima in termini di proporzioni anatomiche, a metà tra un guanto di un prestigiatore e la mano morta di uno spiritello dispettoso. E’ una mano stellata, richiama il discorso sulle costellazioni, possiamo quindi dire che viene dallo spazio. Ma la sensazione che ci trasmette è quella di un aldilà che, soprattutto a tavola, nessuno vorrebbe evocare.

Un Antico Bellone da Bere Insieme

Nzù, Bellone, Marco Carpineti.

Alla base dei vini (di tutte le etichette in gamma) di questa azienda (biologica) del Lazio (Latina) c’è una frase: “dalla storia di antiche terre”. In effetti di terre antiche in Italia ce ne sono molte. Attorno alla zona di Roma si può ben parlare anche di Antichi Romani, i “responsabili” della diffusione di gran parte dei vitigni del Vecchio Continente. In questo caso si tratta anche di un vitigno antico, nel vero senso della parola, e anche molto particolare, raro a vedersi, il Bellone. Nome simpatico, memorabile, ruffiano. Ma anche il nome del vino in questione non scherza: “Nzù”. Quasi un verso animalesco, gutturale, tribale addirittura. E invece si tratta, a quanto sembra, di dialetto. Vediamo cosa scrive in proposito il produttore di questo vino: “Nzù nasce dalla storia di antiche terre, ben più antiche della fondazione di Roma. Nzù nella lingua locale significa “insieme”. Come nell’antica Roma, da uve Bellone, dal lavoro con i cavalli, dalla fermentazione naturale e affinamento in anfore di terracotta. Nzù, come racconta la sua etichetta, collega come una linea senza discontinuità, la certezza ed il vigore del passato con un “antico futuro” sostenibile “insieme”. Tutte testimonianze di una storia antica e attuale”. La storia e le buone intenzioni ci sono tutte. Ma il nome accusa una certa difficoltà nella pronuncia e conseguentemente nella memorabilità. Particolare, certo. Molto strano, fuori dagli schemi, quasi una sigla, un acronimo. Per quanto riguarda il design, molto essenziale, spicca uno stemma, con tre stelle d’oro su fondo azzurro, di bella sintesi.

Acquerello su Timorasso a Quota 500

Derthona 500, Timorasso, Cascina Bandiera.

L’antico nome in latino di Tortona era Derthona Iulia. Da qui hanno preso spunto i produttori di Timorasso delle colline tornonesi per battezzare il loro top di gamma e diffonderlo così nel settore vinicolo. L’etichetta che mostriamo in questo articolo appartiene quindi al vino di punta di una piccola azienda situata proprio sopra l’abitato di San Sebastiano Curone, patria del tartufo bianco “alternativo” a quello di Alba (costa meno e la qualità è ottima). Il nome del vino, “Derthona 500” ricorda quello di certe gare di endurance a Indianapolis o cose così. Con tutta probabilità il numero che in questo caso affianca il nome antico della cittadina di Tortona si riferisce alla quota in altezza dove sono coltivate le uve dell’azienda. Il carattere di scrittura del nome del vino non è tra i più leggibili ma almeno è originale, dinamico, moderno. Il design dell’etichetta mostra una illustrazione (in acquerello) con tratti di colline e uno strano tassello giallo alla base. Forse voleva essere un accenno di mappa del territorio, ma non si comprende bene. In generale l’etichetta è ben orchestrata, ordinata, trasmette codici di genuinità, territorio, naturalezza (l’azienda è in regime Biologico). La carta utilizzata è leggermente goffrata, a simulare le tipologie da riciclo. La sufficienza c’è. Ma qualche elemento risulta migliorabile.

Sogni e Segni del Nuovo Oltrepò

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“Una scoperta”, Pinot Grigio, Tenuta Belvedere.

Insolita e immaginifica questa etichetta di una piccola azienda dell’Oltrepò Pavese. Esce certamente e valorosamente dagli schemi, pur presentando qualche piccola pecca. Vediamo nel dettaglio (l’immagine reperita in rete purtroppo non è delle migliori, ma è quello che si trova allo stato attuale; purtroppo spesso accade che i produttori non dispongano di foto di prodotto in alta definizione): l’illustrazione centrale (diciamo pure che occupa l’intera etichetta) si presenta con cromatismi assopiti, colori tenui, pastellosi. L’immagine mostra un “uomo spaziale” a cavalcioni di un calice (sarebbe però un calice da spumante, a dire il vero) lanciato verso gli spazi siderali. Si tratta di una specie di Superman Enoico (e in un certo senso eroico) che in preda ai piaceri dell’alcol è determinato a spingersi verso frontiere della percezione ancora più elevate. Simpatico, non c’è che dire. Fa sorridere, sognare, sperare, bere (bere bene, si spera). Per quanto riguarda il (presunto) nome del vino, il carattere di scrittura (molto “scritto”, per intenderci, un corsivo amanuense) di certo non aiuta la vista del consumatore.
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Il nome del vino dobrevve essere quel “una scoperta” scritto in basso, alla base dell’etichetta (attenzione, il modo in cui è scritto potrebbe lasciar intendere qualcosa d’altro e di poco elegante). Anche “Pinot Grigio” non si legge scorrevolmente. Vicino ad esso si vedono due lettere puntate: “A. Z.”, di origine ignota. Certo la fantasia non manca a tale Gianluca Cabrini, titolare di questa azienda, da poco tempo sul mercato. Particolare il logo aziendale, costituito di segni grafici ornamentali tra i quali si distingue un grappolo stilizzato.

Avere Brio con Lentezza

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Ghëddo, Barolo.

Il nome di questo vino, un Nebbiolo di La Morra, naturalmente Docg Barolo, potrebbe addirittura sembrare un’esterofilia. Sarà quella dieresi sulla “e”, che fa tanto nome di qualche mobile dell’Ikea, sarà la “h”, o la brevità scattante delle fonetica, in stile teutonico. Sta di fatto che non sembrerebbe dialetto piemontese se non fosse che i due giovani produttori lo spiegano chiaramente nel sito aziendale: “(il Ghëddo) Se ce l’hai non lo puoi nascondere, è incontenibile e sicuramente te lo si legge in faccia; quando vedi uno che ha il ghëddo lo capisci subito. Ghëddo è forse la parola più bella del dialetto piemontese. Ghëddo è iniziativa, ma anche il brio con cui la si porta avanti, è ispirazione e caparbietà: è voglia di fare. Avere il ghëddo è possedere un’anima che trasuda entusiasmo autentico ed elegante. Nell’attimo stesso in cui provi a dare una forma a questo termine ti sembra quasi di ridurlo, di aver perso la sua vera natura: la spontaneità di un’intuizione. Fin dai primi giorni in cui abbiamo iniziato a masticare questa parola, appresa lavorando in vigna con vecchie glorie di Langa, l’abbiamo sentita subito nostra. Era il 2014 ed il progetto era già nato da un anno, mancava solo un qualcosa che lo definisse. Ghëddo, appunto. Con ciò non vogliamo dire di essere più bravi e brillanti di altri, significa piuttosto che adoriamo faticare rincorrendo i nostri sogni”. Bella, completa, esaustiva descrizione. Spesso manca per quanto riguarda i nomi dei vini. Trasmette anima e passione. La descrizione. Certo, il nome rimane un arcano, se non spiegato adeguatamente. Diciamo che può incuriosire, di certo non coinvolge più di tanto, se non per la tentazione di saperne di più. Manca, cioè, di immediatezza. Per il resto, etichetta dal fondo scuro, piuttosto classica, ma elegante. La vecchia clessidra conferma una certa “antichità” ma al tempo stesso trasmette il messaggio della lentezza, degli anni che il Barolo richiede per essere al massimo. E questo è un bel messaggio. Coraggioso e chiaro. Il contrasto con il “brio” del nome riequilibra i concetti, tra l’impeto giovanile e la tradizione antica.

Il Bacco degli Etruschi va in Bianco

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Fufluna, Blend di Rossi, Tenuta Poggio Rosso.

Questo vino dal nome non facile da pronunciare viene dalle terre situate proprio di fronte all’Isola d’Elba. Terre di mare. Terre degli Etruschi. Infatti, la spiegazione dell’azienda che viene mostrata nel sito web attiene a questo: “Gli etruschi, popolo di mercanti ed esperti del buon vivere, furono i primi a riconoscere nel nostro territorio, le potenzialità di coltivazione della vite per la produzione di quell’ambrosia da sempre apprezzata che è il vino, per questo motivo chiamarono la loro città Fufluna da Fufluns, dio etrusco del vino e dell'ebbrezza. Poggio Rosso ha voluto che il suo vino piu giovane ed immediato, portasse l'antico nome della sua città, Populonia. Fufluna, un rosso caratterizzato da grandi profumi fruttati, fresco, vivace e beverino”. Forse proprio perché il nome non è familiare a molti, viene ripetuto graficamente sull’etichetta, con un “effetto ombra” che non semplifica la questione, anzi compromette ulteriormente la leggibilità. Aggiungiamo che se non spiegato, se non culturalmente assimilato, questo “Fufluna” potrebbe essere interpretato come “Fuf-luna”, tirando in ballo l’astro d’argento. Per il resto sullo sfondo dell’etichetta vediamo la trama grafica del logo aziendale e il marchio per esteso alla base. Un’etichetta semplice, con pochi elementi (e questo sarebbe cosa buona e giusta) “abbandonati” a se stessi. L’epicità del nome non basta a risollevare le sorti di un packaging scarsamente emozionale. Fufluns non approva: l’indaco è una chimera.

Ozio Creativo in Botte Piccola

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Ozio, Montepulciano d’Abruzzo, 
Irene Cameli (Az. Agricola).

Sull’ozio e sulle sue caratteristiche hanno scritto poeti di svariate epoche. Gli Antichi Romani sostenevano che la “non attività” sarebbe in grado di tradursi in sprazzi di creatività superiore. Altri pensatori hanno affermato invece che si tratta proprio del “padre dei vizi”. Certo che quel modo lascivo di riposare che ha il vino quando viene elevato per mesi, per anni, in botti di rovere o affini, merita di essere riconosciuto come una disciplina conforme all’innalzamento della qualità. Ed ecco che questo vino rosso Igt, sia pure corposo e verace, che viene lasciato maturare 24 mesi nel legno, prende il nome di “Ozio”. L’etichetta conferma l’indole oziosa, ma anche preziosa, della comunicazione. Un fondo marrone evidenzia caratteri e segni grafici in oro. Eleganza e semplicità si rincorrono. Al centro del packaging-design campeggia grande quella parola in grado di essere yin e yang, croce e delizia, positiva o negativa secondo il back-ground culturale e filosofico di ognuno. Blandire l’ozio è un rischio? Forse. Più probabilmente si tratta di un coraggioso atto di scardinamento di regole antiche che vedevano l’ozio come una peste, una colpa, una maledizione. Non tutti gli ozi vengono per nuocere, quindi. È forse questo il messaggio di un vino che invita a pranzi dilatati nel tempo, in pomeriggi pigri, a cene che sconfinano nelle ore piccole, a brindisi senza fine.

Arrossamenti che Portano Irritazioni

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Inferi, Montepulciano d’Abruzzo, Marramiero.

Innanzitutto dobbiamo dire, giocando un po’ con le parole, che il nome di questa azienda e come se facesse “marameo” a chi legge. Infatti la lettura veloce potrebbe far percepire proprio questa scanzonata accezione da monelli. Per l’esattezza il marchio del produttore è “Marramiero” (che sarebbe il cognome della famiglia proprietaria). L’etichetta che andiamo ad esaminare, uno dei vini in gamma, è molto infuocata. Infatti tratta di qualcosa di infernale. Il nome del vino è “Inferi” e nell’illustrazione sottostante si può notare un groviglio di anime in stile dantesco ma con tratti moderni. Il rosso, si sa, è colore di allarme, di pericolo, di attenzione (anche). Questa etichetta, oltre ad un cromatismo acceso presenta una inquietante mescolanza di corpi dannati che solo la sintesi grafica (lo stile con il quale sono disegnati) riesce in parte ad attenuare. Sulla destra una figura sembra aiutare un’altra ad uscire dal pantano magmatico. La “plasticità” delle immagini non tranquillizza: la scena è di quelle in grado di agitare i flussi mentali anche dei più compassati. Certo si fa notare. Ma in che modo? Farsi notare con violenza non vale il rischio di fare danni di immagine o semplicemente il rischio di non piacere a qualcuno che degli inferi non ne vuole proprio sapere.

Etichette che Mettono Paura

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Fistful of Flowers, Moscato Giallo e Vermentino, Momento Mori.

Chissà se il nome di questa azienda (tanto per iniziare con le critiche) è un errore (rispetto al noto motto latino “memento mori”) o un gioco di parole voluto. Certo che “Momento Mori” fa molto “momento della morte”. Bizzarra nominazione in ogni caso, questa, proveniente dalla lontana Australia. Ma non è solo questo l’aspetto di cui vogliamo parlare. Passiamo quindi al nome del vino che è “Fistful of Flowers”, sarebbe a dire “mazzo di fiori” o meglio, testuale dall’inglese, “pugno di fiori”. Un modo, forse, per bilanciare il sentimento funebre del nome aziendale. E l’etichetta? Molto particolare. Originale soprattutto nella sua formulazione cromatica. Sfondo scuro, fiori arancioni e rossi. Fosse tutto qui potremmo archiviare il packaging come “tappezzeria”. Ma al centro del design vediamo una farfalla. Inquietante: ricorda quella del noto film “il Silenzio degli Innocenti”. E più in generale ricorda (e probabilmente rafforza) il concetto di provvisorietà dell’esistenza, dove il bruco, sostanzialmente morendo, diventa farfalla e la farfalla... è destinata a una vita breve (da poche ore a otto mesi, dipende dalla specie), sia pure allegra, dolcissima e svolazzante. Certo che nel suo complesso questa etichetta non è tranquillizzante. La provocazione è tutt’altro che latente. Forse il vino ha velleità magiche? Pozione di lunga vita?

Valori e Pricing di una Bottiglia di Vino

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Matarocchio, Cabernet Franc, Guado al Tasso.

Il nome di questo vino deriva dal nome topografico, storico, di un podere (Matarocchi) di proprietà dell’azienda produttrice (Antinori). L’impressione è quella di un nome “contadino”, anche scanzonato, se vogliamo. Sappiamo invece che una bottiglia (una) di questa eccellenza enologica costa 350 Euro (trecentocinquanta). C’è poco da scherzare. E, oltre al nome del vino, come potrebbe essere il packaging di un vino di cosi grande valore, intrinseco e commerciale? Lo vedete qui a sinistra. Elegante, ordinato, valoriale, senza guizzi artistici. Si potrebbe anche dire: tradizionale, classico. Quindi il valore chiama sobrietà? Ci sono anche casi contrari. Ma in generale si può ben dire che i vini di “alto lignaggio” (e non parliamo di legno, anche se spesso questi vini sono “barricati”) si presentano sempre con una veste altera. Senza fronzoli, illustrazioni, allegorie o altro che possa inficiare la loro “serietà”. Diciamo bene, la loro credibilità. E probabilmente è giusto così, considerato anche che di solito questi vini sono una emanazione di aziende molto grandi, strutturate e potenti in termini commerciali. Quindi aziende che non hanno bisogno di farsi notare se non con la preziosità impressa dalle manovre di marketing. Quello che si aspetta chi paga 350 Euro per una bottiglia di vino, certamente, è qualità a tutti i livelli. Dal packaging al tappo, dal servizio clienti al vino stesso, ci mancherebbe. Il mercato ha le sue regole, il design e la creatività invece non ne dovrebbero avere.

Dal Nepal alle Langhe il Nesso è Breve

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Swanti, Barbaresco, La Vedetta.

Si tratta dell’ultimo nato... di una ultima nata. Questa giovane azienda infatti, guidata, non ci sarebbe bisogno di dirlo, da una giovane coppia, è tra le più recenti tra quelle che si sono affacciate sulle maestose terrazze delle Langhe. I ragazzi, che si chiamano Marco e Swantje sono rispettivamente italiano lui e tedesca lei. Ed ecco svelato l’arcano del nome di questo vino (sia pure leggermente diverso): “Swanti”, che in effetti suona strano in terra piemontese. Complice il fatto che conducendo brevi ricerche si giunge a conoscenza di una celebrazione, un festival religioso, in Nepal. Esattamente (da Wiki in inglese): “The festival highlights the central role of women in the household, and the rituals are related to wishing for good fortune of the family members by presenting them auspicious items and praying for longevity by placating the god of death. During the festival, windows and doorways are decorated with flower garlands and lamps. It is held according to the lunar calendar so the dates are changeable. In 2017, the festival is 17–21 October”. Ora, non sappiamo se il nome della vignaiola di origini tedesche sia da ricondurre alla festa nepalese. Ci limitiamo a osservare la stranezza di leggere in etichetta “Swanti” e “Barbaresco” insieme. Due idiomi davvero diversi. Ma forse proprio questa stranezza è in grado di attirare l’attenzione degli astanti. Anche per merito degli altri elementi dell’etichetta, molto “contemporanea”, alluminata se non allucinata (in senso positivo). Resta, di italica suadenza, il nome dell’azienda: “La Vedetta”. E qui ci siamo con ricordi di battaglie e conquiste, soldati e taverne, tamburi e bicchieri.

Come Dire Bianco in Giallo

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Bianco, Chardonnay-Sauvignon-Pinot Grigio, Dario Princic.

Questo “Bianco” scritto in giallo ci fornisce l’occasione di reiterare una ormai famosa “battuta” che si sente dire attorno a un desco: “Come mai i vini da uve gialle si chiamano bianchi?”. E’ una questione minima. Ma massimizzante in termini semantici. Dicotomie vitivinicole alle quali abbiamo fatto abitudine. Certo che questo Bianco-Giallo attira l’attenzione. Se non altro perché in etichetta c’è solo quello. Oltre al nome del produttore, ci mancherebbe. Siamo in Friuli ma si potrebbe dire Slovenia, visto che i confini vinicoli da quale parti non sono tracciati se non in termini geologici. Terre asciutte, come chi ci abita e lì produce vino da secoli. Va da sé che anche le etichette possano risultare rastremate, lineari, semplici, senza fronzoli, dirette, taglienti. In questo caso la valenza creativa che ci viene concessa è la modalità artistica con la quale viene scritto il nome del vino. Delle tracce di colore, delle strisce, dei tratti, pittorici, pennellati, amanuensi, che incasellano il nome “Bianco”. Facile, no? Si tratta di un vino bianco, Igt Friuli Venezia Giulia, questa la dizione legale. Per il resto, invece, è tutto particolare. Lavorazione, rese, a anche il prezzo, che non è dei più abbordabili. Ma il lavoro c’è. E un certo orgoglio assolutista, anche.

Mosca (e Vino) con Simpatia

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Mosca Bianca, Tai bianco-Garganega-Incrocio Manzoni, Siemàn.

Iniziamo dal nome dell’azienda, “Siemàn” che, come raccontano i titolari significa “sei mani” in dialetto veneto. In quanto: “Siamo tre fratelli, Marco, Daniele, Andrea Filippini. Venendo da percorsi professionali del tutto diversi, ci siamo ritrovati a condividere la medesima passione: la viticoltura”. L’uso del dialetto non è consono in generale, ma in questo caso la sonorità di questo nome potrebbe riportare ad un inglesismo. Non andrebbe bene lo stesso, ma insomma, diciamo che può passare la censura (anche perché nome breve e sincopato). Le etichette dei vini sono davvero fantasiose. Prendiamo come esempio quella del “Mosca Bianca”, un blend di bianchi autoctoni dei Colli Berici (dove ha sede l’azienda). Il modo di dire “mosca bianca”, riporta a qualcosa di raro, di originale, di particolare, di strano. Chiaramente i produttori lo vogliono riferire al vino e alla sua particolare composizione “multivitigno” (con anche un incrocio presente in uvaggio). Va detto che la stranezza riguarda anche il fatto che questo vino bianco “viene vinificato con lo stesso metodo di un vino rosso”. Il concetto è simpaticamente rafforzato da una illustrazione fumettosa di una mosca che fa l’altalena su un tralcio. Se non fosse che le mosche a volte rappresentano un nemico per la vigna, il coraggio di questa simpatica raffigurazione strappa sicuramente un sorriso. Intelligente la dicitura alla base dell’etichetta: “Vignaioli artigiani”, poco utilizzata nel settore e quindi impattante.

Tra Arte, Trasgressione e Veritas

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Vigne del Pellagroso Rosso, Merlot, 
Azienda Agricola Antonio Camazzola.

Tra una moltitudine di etichette “autogestite” da piccoli produttori, che si trovano spesso nelle circoscritte degustazioni locali, spicca quella di questo vino bianco, che viene dalla provincia di Mantova. La protagonista indiscussa del packaging-design è una donna, una vèstale, una contadina, un’ancella dei tempi moderni, che in posa a dir poco sensuale, “stilla” succo d’uva da un grappolo. L’abbigliamento succinto passa quasi in secondo piano di fronte ad una immagine bucolica e a suo modo sorprendente. Lo stile potrebbe ricordare l’art-decò, i colori sono vividi, la postura intrigante. Si potrebbe dire che con questi “mezzucci” è facile attirare l’attenzione, ma è bene aggiungere che in questo caso l’immagine è dotata di una propria personalità. Non di meno il nome del vino: “Vigna del Pellagroso”. Al di là della possibile origine della parola, non molto gratificante, da “pellagra”, malattia che tempi addietro colpiva il mondo contadino per cause di malnutrizione, sembra proprio che il vignaiolo si sia ispirato a un “giornale indipendente di agitazione sociale di fine ‘800”. Che dire? Davvero particolare. Si potrebbe imbastire tutto un discorso, quindi, su quali elementi visivi e comunicativi, servono maggiormente alla causa dell’attenzione. Ci dilungheremmo a parlare di corpi femminili (e per par condicio, maschili) dei quali la pubblicità, ancora oggi, è portatrice. Ma il censo non è mai cosa buona e giusta. Anche in un paese ancora radicalmente cattolico come l’Italia.

Vini Tellurici sulle Pendici dell’Etna

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Sisma, Terre Siciliane Igt, Monterosso.

Questo vino si chiama proprio così, “Sisma”. Si tratta di un Nerello Mascalese in purezza del produttore Monterosso (in etichetta indicato come Mt. Rosso, invece nel dominio del sito, in WordPress, risulta Monterosso Wine). L’etichetta è sicuramente originale, insolita, attenzionale. Nei colori e nella proposta grafica. Ma vediamo cosa scrivono in proposito i titolari dell’azienda vinicola (tre giovani amici): “I colori utilizzati per le etichette rappresentano il vulcano Etna: il Nero della pietra lavica, il Rosso della lava ed il Bianco della neve. Ogni etichetta si presenta con un’impostazione tecnica e con la funzione di trasmettere nozioni ed emozioni sul territorio che ospita la viticoltura estrema dell’Etna Doc”. Nero, rosso e bianco, tre colori molto “ottici”, da manuale.
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Vediamo invece, ed è l’aspetto che ci interessa di più, cosa scrivono riguardo il nome del vino: “L’epicentro di un terremoto immaginario al centro del complesso vulcanico dell’Etna, suggerisce le coordinate geografiche (latitudine e longitudine) dei crateri sommitali del vul cano attivo più alto d’Europa. Nel 2013 l’Unesco ha nominato l’Etna “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, definendolo uno dei vulcani “più emblematici e attivi del mondo”. E meno male che il terremoto è immaginario, aggiungiamo noi. Certo che citare il sisma in una zona sismica è davvero coraggioso, dal punto di vista scaramantico. Consideriamo pure che siamo in una regione, la Sicilia, che a queste cose, per tradizione, presta molta attenzione. Ora, immaginiamo di portare a casa di qualche amico o parente questo vino, dove la parola “Sisma” campeggia a tutta grandezza e quindi a tavola sarebbe protagonista. Se siamo ospiti di gente del sud, dove il terremoto è una minaccia costante, forse qualche considerazione in merito salterebbe fuori. In Danimarca invece no, sismicità zero. Forse questo vino è destinato più che altro all’estero, dove i vulcani sono vissuti come qualcosa di cinematografico.

Piovono Belle Parole

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 Cerasuolo d’Abruzzo, 
Vini Valori.

L’azienda prende il nome dal suo ideatore e fondatore, Luigi Valori, che nel 1996 inizia questa attività sulle Colline Teramane. Le etichette sono fortemente (e cromaticamente) caratterizzate da una serie di ombrelli in posizioni diverse, ma sostanzialmente simili. Dove sta l’intuizione? In quella piccola scritta tra la pioggia, in alto, sopra l’ombrello. Piovono lettere che compongono parole interessanti: “Chiamami quando piove”. Curioso nome, affermazione che attira l’attenzione. Ecco come la spiega il produttore nel proprio sito internet: “Del massimo rispetto per la viticoltura e l’agricoltura abbiamo fatto il nostro vessillo: Chiamami quando piove – cioè quando in vigna non si può lavorare – significa riscoprire la necessità di vivere e coltivare secondo natura, ma non rincorrendo ideali bucolici avulsi dalla realtà“, Bello, pratico, peculiare, sinergico. Questa frase diventa simbolo, oltre che nome vero e proprio, dell’azienda. Così interessante che a nostro modesto parere poteva essere “giocata” ancora meglio, con maggiore enfasi, cioè, in pratica, scrivendola più in grande, con un colore diverso, in evidenza. Piace questo stile scanzonato ma pratico, allegro, colorato ma “applicato” al territorio e alla attività di vignaiolo. Un modo di fare nomi che spiegano, indicano, valgono.

Guerrieri di Sabbia sulle Rive del Metauro

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Guerriero del Mare, Bianchello del Metauro, Azienda Agraria Guerrieri.

Dove si pone il confine tra il mare e il deserto? Su una spiaggia, sul bagnasciuga, certo. Ebbene il mare, nella sua semplicità, una linea azzurra all’orizzonte, contiene una immensità di risorse. Questa etichetta invece è deserto, dove la linea orizzontale della percezione è priva di elementi aggiuntivi, solo sabbia, monocorde. Le onde del mare sono dinamiche, le onde del deserto statiche (salvo durante episodiche tempeste di sabbia). Semplicità, linearità, orizzonti diversi. Obiettivi distanti. L’etichetta di questo Bianchello del Metauro (siamo nei dintorni di Fano, bella e storica località che poggia sull’Adriatico d’Italia) che si chiama “Guerriero del Mare”, è così elementare da sembrare bella. Proprio come un deserto. Di fatto risulta un po’ arida, statica, asciutta. Sembra uno di quei biglietti da visita superclassici di qualche notaio polveroso. O le partecipazioni alle nozze di una coppia di aristocratici ancora rinchiusi nella loro gabbia dorata. Nessun colore, nessuna emozione. Un carattere graziato, elegante sì, ma senza anima. Le “grazie” impresse dalla stampa non concedono la grazia di alcuna sensazione di bellezza vera, sincera, bensì austera. È un guerriero senza lancia, questa bottiglia. Stupisce l’annata “puntualizzata”. Quel 2017 seguito dal punto. Precisione in luogo di profusione. L’austerità sembra essere il filo conduttore di quel rapporto tra bevitore e bevante che qui non viene incoraggiata. Mentre il vino dovrebbe essere passione ed effusione. Questa è una bottiglia che indossa una camicia bianca. Ma ha tutto l’aspetto di una camicia di forza.

Vino Puro, Etichette Pure

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Primo, Frascati Superiore, Merumalia.

Ci sono etichette che difficilmente si spiegano. Inteso nel doppio senso della frase: non trovano giustificazione e non riescono a comunicare efficacemente. Questo packaging, relativo a un Frascati Superiore (Malvasia del Lazio, Greco e Bombino) dell’azienda Merumalia è un valido esempio (in negativo, per quanto riguarda le potenzialità di comunicazione). Si tratta di un’etichetta “neutra”, lineare, semplicistica, priva di stimoli ed emotività. Unica concessione a qualcosa di descrittivo, sia pure per immagini, l’accenno illustrato e rastremato di colline vitate, in basso, poco visibile, sotto alla scritta “Vino Biologico”, immagine eseguita con leggeri tratti dorati. Dove, per altro, campeggia una piramide che sembra quella posta nel cortile di ingresso del Louvre a Parigi. Per i restanti elementi che compongono il packaging-design le scelte grafiche sono state così facili che crediamo abbiamo occupato una mezz’ora di tempo a chi le ha create (questo, se vogliamo è un plus: più tempo da dedicare alla vigna, se il creatore è stato il titolare.
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Se invece il colpevole è stato un designer di “mestiere”, forse sarebbe meglio operare una presa di coscienza). Andiamo avanti: ci sono nomi che difficilmente si spiegano. Non solo il “Primo” di questa etichetta (molto semplice nel suo significato, poco distintivo) ma anche, ad esempio, quel “8nese” (curiosità: il vitigno si chiama “Ottonese”, cioè un Bombino, ma perché non scriverlo per intero?). Si salvano in corner “Vetus”, “Canto” e “Terso”. E per quanto riguarda il nome aziendale si può felicemente registrare una interessante commistione: “Merum”, vino puro e “Alia”, Dea del mare. Per tutto il resto c’è Master Card!

Quando il Packaging è un Dosso

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Dosso del Cuculo, Rosso di Valtellina, Azienda Agricola Pietro Selva.

Si poteva fare meglio. Sì, decisamente. Non è una critica fine a se stessa, no. Prendiamo in esame questa etichetta di un piccolo produttore valtellinese affinché possa essere anch’essa d’esempio, così come lo sono quelle più virtuose. Certo, gli elementi di questa analisi sono quasi tutti negativi. Ma anche questo serve per capire meglio le logiche del packaging. Partiamo dall’unico aspetto positivo: quell’uccellino in alto a destra, simbolo di ambiente naturale, di ruralità, di ecologia, descritto, sia pure con caratteri molto piccoli, con il suo nome in latino: Clamator Glandarius. Praticamente il Cuculo. Il nome del vino lo conferma: “Dosso del Cuculo”. Sicuramente è meglio il nome scientifico di quello “volgare”. Salvo avere l’occasione di ricordare quel bellissimo film con protagonista Jack Nicholson che viene annoverato al titolo di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (in gergo americano, il manicomio). Vediamo qualche particolare dell’etichetta: il carattere con il quale è scritto il nome del vino è anacronistico, diciamo “datato”, oltre che poco leggibile; in totale, i caratteri di stampa, presenti tutti insieme, tutti diversi, nel medesimo fronte-etichetta, sono almeno 5, forse 6: non si dovrebbe fare; l’impaginazione dei testi è un po’ a bandiera sinistra, un po’ centrata, senza una logica; il tassello verde scuro che si staglia su tutto il resto e che contiene il riferimento alla tipologia di vino (Rosso di Valtellina) risulta troppo invadente e anch’esso senza un nesso, cromantico o altro (se non essere dello stesso colore del simbolo del vetro riciclabile alla base, ma anche questo particolare non è determinante). Nel complesso si tratta di una etichetta che avrebbe bisogno di un sostanziale rifacimento. L’azienda, individuale, che risponde al giovane Pietro Selva (che ha registrato il nome aziendale come “Selva Pietro” e non sarebbe corretto) è nata nel 2010. Avrà tempo per introdurre le giuste migliorie strada facendo.

Un Vermentino in Multicolor

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Giallo Paglia, Vermentino, il Drago e la Fornace.

Questo design ha ricevuto il premio “Etichetta dell’Anno 2017” del 21mo Concorso Internazionale Packaging di Vinitaly. Vediamo se, come e perché. Ecco la motivazione: “...la giuria presieduta dalla direttrice di Interni Gilda Bojardi ha premiato il design dell’etichetta del Vermentino Giallo Paglia per la sensibilità nel combinare, in modo nuovo ed efficace, creatività e rispetto per la tradizione”. E vediamo quindi le motivazioni di chi l’ha creata, Valentina Cresti di Archirivolto Design: “...volevo ottenere un’etichetta riconoscibile in mezzo ad altre mille, mettere un accento sulla freschezza sensoriale del prodotto: ecco quindi che delle gocce lucide irregolari, a ricordare le gocce di vino, prendono i colori dei fiori e dei frutti tropicali percepiti nella degustazione, intervallati dall’oro del sole che bagna la maremma toscana, da cui proviene questo vino”. Arrivando infine ai nostri commenti: il nome del vino non è originalissimo ma fornisce in ogni caso una connotazione. Il colore giallo-paglia attiene al vino, è linguaggio comprensibile e cita un elemento della natura che porta verso un mondo campestre. Qualche problema di leggibilità, in etichetta, per la parola “giallo”. I pallini colorati che puntinano e caratterizzano questo packaging sono piuttosto allegorici, ricordano i coriandoli, certo sono molto particolari, escono dalla tradizione, donano allegria, tolgono classicità, parlano di arte moderna, rinnegano una ruralità che, se totalmente inesistente, smarca in modo troppo evidente il prodotto dalla paternità toscana. Nel complesso un ottimo esperimento di grafica. Chi osa vince. Quasi sempre.

Numerologia Portami Via

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60 20 20, Igp Veneto Rosso, Zyme.

Questa etichetta di una nota e premiata azienda dei Colli Berici gioca sui toni del rosso. Questo è evidente. Cromatismo legato al contenuto. Facile da interpretare. Tanto più che nel proprio sito internet il produttore esplicita che “Lʼetichetta è giocata su linee decise e i toni forti del rosso che ben rappresentano il carattere dei vitigni Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. I numeri 60 20 20 esprimono le percentuali dei vitigni che compongono questo vino. Rappresenta il dono della vita”. Il nome del vino è, quindi, un numero. Anzi tre. Da giocare la lotto se non fosse che il “20” è ripetuto. Ma si può sempre tentare un ambo. Magari su Napoli, porta sempre buono. La ragione del nome sono le percentuali dei tre vitigni che compongono il vino. Espediente già visto molte volte. Certo serve a spiegare meglio il vino stesso, ma risulta poco memorabile, vago, dispersivo. Vieppiù che nell’economia grafica dell’etichetta i tre numeri in questione sono espressi in modo molto ridotto, in un angolino. Alla base di tutto quel rosso artistico (del quale parliamo a breve) sta la spiegazione: quindi i tre vitigni “per il lungo”. Bene ma non benissimo, direbbe un refrain noioso che circola sui social. Vediamo quindi l’illustrazione: una foglia, un occhio, un decoro, delle curvature: arte. E l’arte, anche quella contemporanea, non si discute. In quanto soggettiva. Questa in particolare colpisce l’attezione. Rapisce nello scaffale. Però manca qualcosa: un concetto (che vada al di là del “rosso per rosso”), un nome vero, uno statement. Rimane la firma, prestigiosa, alla base, che si è fatta largo per la qualità dei propri vini. 

Asini, Somari e Ciuchi, in Valle Asinari

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Ciuchino, Barbera del Monferrato, Cascina Valle Asinari.

Questo vino, commercializzato in esclusiva da Eataly, si chiama “Ciuchino”. Il simbolo dell’azienda sono un paio di asinelli simpatici che appaiono anche in un altro packaging, quello della Barbera d’Asti, top di gamma della casa. Notare che il produttore si chiama Cascina Valle Asinari (quindi i riferimenti al gioviale equino da soma sono molteplici, anche se “Asinari” risulta essere un cognome storico di una casata del 1300). Come tutti sanno, ciuco o ciuchino sono termini alternativi ad “asino” (ciuco è in uso soprattutto in Toscana). Ma sono anche riferibili a qualcuno che si è ubriacato, che è uscito dai binari dell’autocontrollo. Essere “ciucchi” (o “ciuchi) significa aver esagerato con il vino o in generale con l’alcol. La parola dilettale, ancora di più, diciamo pure gergale, è in uso soprattutto nel nord-Italia, e di fatto il produttore di cui stiamo parlando si trova in Piemonte. Il vino infatti è una Barbera coltivata nell’Alto Monferrato, località San Marzano Oliveto. Chissà se il “bisticcio” semantico è voluto, se la provocazione è un atto volontario: “ciuchino” l’asino, ciucco il bevitore di vino, somaro chi esagera nello stappare bottiglie e versare calici.
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In un certo senso il cerchio si chiude. Ma veniamo all’etichetta: pulita, simpatica, moderna, lineare, con un piglio comunicativo di nuova concezione che presenta una soluzione grafica che si fa notare: quella sovrapposizione delle scritte con “invasioni di colore” (tra l’annata, in questo caso 2016, e il nome del vino). Una originalità che non risulta determinante, tanto attiene al mondo dei particolari, ma denota cura e attenzione nella realizzazione del design. Il ché nella realizzazione di etichette per il vino non guasta mai: “Dio è nei particolari”, diceva qualche svitato filosofo tedesco.