Un Passito Cosmico con un Occhio Critico

Cosmos (Côteaux du Layo), Chenin, Pierre Menard.

In tutta la gamma mondiale di vini, ne esistono decine che si chiamano “Cosmo” o “Cosmos”, per averne la prova basta fare una semplice ricerca in rete. Ne abbiamo scelto uno che in ogni caso può vantare altre particolarità (visto che il nome del vino non è proprio originalissimo). Ma partiamo dal cosmo. Secondo Treccani “…dal greco kòsmos, inteso come l’intero universo, ivi compresa la terra, considerato un tutto armonico e ordinato; nella concezione degli antichi greci, l’universo fisico ordinato, contrapposto al disordine del caos”. Le particolarità di questo vino: come prodotto si tratta del vitigno Chenin botritizzato, ad ottenere quello che possiamo definire un passito (con ben 160gr/l di zuccheri) prodotto in meno di 1000 bottiglie l’anno. Per quanto riguarda l’etichetta, salta subito all’occhio… un occhio, nella parte alta, dal quale si diramano gli schemi di alcune tra le costellazioni più note del nostro firmamento. Sotto l’occhio (forse quello di Dio?) si estendono in modo ordinato le diciture di norma e di comunicazione: denominazione, nome del vignaiolo, luogo di coltivazione e produzione. Nel complesso si tratta di un packaging molto semplice, ma con una illustrazione in grado di attirare l’attenzione. Il nome, sia pure inflazionato, conserva il suo fascino ancestrale.

Dare Rilievo al Verdicchio (dei Colli di Jesi)

Doroverde, Verdicchio, Tombolini.

L’azienda, che produce da generazioni il Verdicchio dei Castelli di Jesi, ha sede a Staffolo e in questa bottiglia ha deciso di rimarcarlo in modo originale. Nella parte centrale dell’etichetta, infatti, vediamo, in rilievo, la mappa vista dell’alto del paese stesso, con una iscrizione che riporta a una fortificazione che circonda il nucleo centrale di case: “Torrione Albornoz Staffolo”. La carta scelta per questo packaging è di pregio, e anche le parti non in rilievo regalano alla vista una texture valorizzante. Bella l’impaginazione che richiama uno stile antico ma attualizzato. Elegante la scelta del verde per alcune diciture nella parte bassa. Prezioso il carattere di scrittura del nome del vino, che per la cronaca è “Doroverde”. Un nome che allude alla vegetazione delle meravigliose colline marchigiane, impreziosito da una “doratura” che dona preziosità e sensazioni di eleganza. Con un certo orgoglio, giustamente, sopra al nome dell’azienda, oggi portata avanti dai figli di Fulvia Tombolini, leggiamo “Casa fondata nel 1921”. Non si tratta di una data sorprendente, nel mondo del vino, in Italia, ci sono aziende molto più antiche, ma tanto basta a sottolineare che c’è una bella storia di famiglia che si è tramandata da nonno a nipoti e così via.

La Storia e la Cultura si Fanno anche in Vigna

Falanghina, Guido Marsella.

Stiamo parlando di un piccolo produttore di Summonte in provincia di Avellino, specializzato in Fiano ma che produce anche una Falanghina, qui raffigurata. Il vino non ha nome: campeggia in alto e con importanza dimensionale, il nome del produttore. Guido Marsella, con la sottostante specifica “viticoltore”. L’etichetta in questione presenta in modo evidente le sue particolarità: in alto una sagoma imita la geologia montuosa dell’Irpinia. Il cognome del produttore si avvale di un carattere e di una modalità grafica da major di Hollywood, bello. Al centro verso il basso una illustrazione da stampa antica attira l’attenzione per le nudità dei due protagonisti, un uomo e una donna, che reggono dei grappoli d’uva. L’effetto generale non è solo attenzionale, le figure trasmettono anche qualcosa di storico, di tradizionale, oltre che campestre e agricolo. Quella infatti è una zona dove secoli, forse millenni, di viticoltura hanno forgiato quelle che ancora oggi sono le pratiche che consentono di produrre vino di ottima qualità. La buona tavola tipica della Campania, e la convivialità di quelle genti, insieme la vino, completano un panorama che tutto il mondo ci invidia. 

Sangiovese Vitigno di Montagna?

Romignano, Sangiovese, (Tenuta Romignano).

Un Sangiovese aretino (sede dell’azienda in località Loro Ciuffenna) con uve fiorentine (luogo della vigna: 20 km a sud di Firenze). Vitigno certamente toscano (ma anche romagnolo), orgogliosamente autoctono. Certo che le montagne che si vedono in etichetta sembrano invece appartenere ad altre zone, come ad esempio le alpi Apuane, alle spalle di Forte dei Marmi (sempre Toscana, no problem). Si vedono anche due larici che come habitat corrisponderebbe all’Alto Adige, ma non importa. Sicuramente è uno strano scenario quello illustrato in questo packaging. In basso, molto in piccolo, qualcosa di interessante: vediamo un condottiero a cavallo, di fronte ad un bambino che ha con sé un condottiero giocattolo del tutto simile a quello vero (cioè a quello più grande), sotto a questa scena illustrata troviamo una frase in latino. Ma ecco la spiegazione fornita dall’attuale titolare dell’azienda vinicola (che è anche agriturismo) nel propio sito internet: “Il logo nasce dalla mia volontà di rassicurare mio padre sulla continuazione della nostra parte di paradiso. Il cavaliere rappresenta mio padre, il bambino che lo guarda con ammirazione sono io. E a mia volta tengo in mano le redini di un piccolo cavaliere che rappresentano i miei figli. La frase in latino di Seneca racchiude l’ultima conversazione che ebbi con mio padre: “Videbis nihil in hoc mundo extingui” - Guarda che niente al mondo finisce”. Il vino invece finisce. Soprattutto quando è buono!

Antigone, un Nome che è una Tragedia

Antigone, Liatiko, Domaine Economou.

Partiamo dalla ricca storia professionale di Yiannis Economou, titolare ed enologo di questa cantina che si trova sull’isola di Creta: “…con una laurea in enologia ad Alba, anni di lavoro in cantina in Germania e a Bordeaux (Chateau Margaux) oltre che in Piemonte, sotto la guida di maestri del Nebbiolo come Ceretto e Scavino, torna a Creta nel 1994”. Insomma, l’esperienza non manca e nemmeno la voglia di fare qualcosa di grande con i vitigni autoctoni della Grecia. Ed ecco quindi “Antigone”, uno dei vini prodotti e commercializzati dal Domaine Economou. Il vitigno si chiama Liatiko, il costo della bottiglia è impegnativo (oltre 100 Euro), il regime agro-enologico è biologico. Veniamo quindi al nome del vino: “Antigone”. Si tratta di una tragedia di Sofocle. Giudicate voi il “grado” di tragicità (da Wikipedia): “L'opera narra la vicenda di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l'ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell'indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza”. Insomma, una catastrofe famigliare. Forse conviene bere per dimenticare.

Un Verdicchio da Gustare con i Polpastrelli

Caecus, Verdicchio di Matelica, I tre monti. 

A prima vista, volendo gradire un gioco di parole, questa etichetta appare subito molto particolare: i noti caratteri puntinati dell’alfabeto Braille attirano l’attenzione. Ed è proprio tutto improntato gli occhi e al vedere, il packaging di questo Verdicchio di Matelica. Il nome innanzitutto, “Caecus”, che in latino significa cieco (ma anche oscuro, tenebroso, pieno di incognite). Ebbene, il tutto risulta essere un omaggio dell’azienda agricola “I tre monti” ad un avo dell’attuale proprietario, Lorenzo Montesi. Uno zio di quest’ultimo, infatti, Monsignor Luigi Pettinelli, missionario in terre lontane, in tarda età tornò alle origini ritirandosi presso il suo casale e i suoi terreni, costretto a leggere e scrivere in Braille a causa di una incombente cecità. Si tratta di un elaborato molto particolare, una “sottolineatura” al problema di chi non può vedere forme e colori di una etichetta, ma solo tastarne la consistenza e il rilievo. Al tempo stesso una immagine di questo tipo incuriosisce per la sua originalità anche chi la può vedere normalmente. Per quanto riguarda la grafica, risulta molto elegante, i caratteri di scrittura normali e puntinati si stagliano su un fondo nero austero ma stiloso. In fin dei conti si tratta di un pretesto, ma che ha un fondamento nella storia di famiglia.

La Lippa e la Barbera, Ovvero un Gioco da Ragazzi

La Lippa, Barbera d’Asti, La Gironda.

Il tema di comunicazione di questa etichetta è la raffigurazione e il nome di un antico gioco dell’infanzia, praticato cioè dai bambini: la lippa. Nel packaging infatti vediamo un infante del secolo scorso (per come è vestito) intento in una mossa tipica di questo gioco. Ma vediamo cosa ci dice Treccani in proposito: “Gioco consistente nel far saltare in aria un corto bastoncino (detto anch’esso lippa) percuotendolo con un bastone più lungo su una delle estremità appuntite che lo caratterizzano, e nel colpirlo poi al volo per mandarlo il più lontano possibile. Praticato soprattutto in passato, è noto regionalmente anche con altri nomi (romanesco “nizza”, veneziano “pàndolo”, ecc.)”. Curioso osservare che a Roma questo gioco si chiama “nizza” e il luogo dove ha sede l’azienda vinicola in questione è Nizza Monferrato, patria della Barbera di Nizza Docg. Scherzi delle accezioni e dei dialetti italiani, ricchi di sfumature e curiosità. Certamente, dobbiamo aggiungere a proposito di questo nome, si tratta di una parola desueta, riconoscibile solo da persone di un certa età. Infatti oggi questo gioco si è perso nel tempo, sostituito dalle varie edizioni della Play Station. Rimane la sensazione d’antan che questa etichetta, volutamente, vuole trasmettere. Nostalgia di un tempo? Marketing delle tradizioni? Chissà. Il Piemonte, comunque, è sempre molto legato agli usi e costumi di un tempo.

Un Medico Bresciano Sfida l’Abate dello Champagne

Franciacorta Brut, Girolamo Conforti.

Questa giovane cantina formatasi nel 2014, è costituita in realtà da 11 conferitori che coltivano un totale di 30 ettari, sparsi in 9 comuni della Franciacorta. La gamma per ora è abbastanza ristretta e comprende i grandi classici dello spumante Metodo Classico del Lago d’Iseo. Abbiamo un Brut (quello qui raffigurato), un Satén, un Millesimato, un Rosè e una Riserva. L’etichetta è molto “tradizionale”: uno stemma in alto con le iniziali “HC” (vedremo più avanti perché), il nome del produttore (non esattamente un nome di famiglia) e poi una scritta, che attira l’attenzione e che sta in basso, ma in realtà è il “cappello” di tutto il racconto: “1570 Libellus de vino mordaci”. Ed ecco la spiegazione tratta del sito internet della cooperativa: “…non si può non parlare di quella che probabilmente è una delle prime pubblicazioni dedicate al mondo dell’enologia, volta a illustrare quella che al tempo era la tecnica di produzione di vini a fermentazione naturale in bottiglia. Era esattamente il 1570 quando venne dato alle stampe il “Libellus de vino mordaci”, manuale che anticipa addirittura quelle che furono le intuizioni dell’abate Dom Pérignon sulla produzione delle bollicine. Un testo, il “Libellus de vino mordaci”, che ha preso vita dalla penna del medico bresciano Girolamo Conforti, il quale da conoscitore dell’enologia e da esperto degustatore qual era, arrivò a scrivere un elenco di importanti linee guida cui svariati produttori franciacortini, già sul finire del XVI secolo, cominciarono ad attenersi”. Il medico bresciano in questione, sembra che ai tempi si appellasse con Hierolamus ed ecco spiegata la “H” nel marchio. Si tratta davvero di un bel racconto, soprattutto perché ha il coraggio di sfidare i concorrenti francesi dello Champagne, affermando appunto che Don Pérignon ha creato le bollicine dopo di noi italiani! Verità o leggenda, a noi piace.

Un Tranquillo Pomeriggio Bulleggiato

Rosé pour buller, Gamay, Domaine des Canailles.

Ci sono bottiglie che “annunciano” la loro eccezionalità fin dal primo sguardo. A questo funzione assolve naturalmente l’etichetta. Questo packaging nasce a Ternand, all’estremo sud della zona del Beaujolais, a una trentina di km da Lione. Così come il vino, logico, frutto di un Gamay vinificato in rosa. Vino biodinamico, frizzante naturale. Un prodotto particolare, senza dubbio, che meritava un’etichetta originale, come questa che vediamo qui riportata. Il nome del vino è “Rosé pour buller”, gioco di parole laddove “bulle” in francese sono le bollicine. Cosa vediamo? Due persone, si presume una donna e un uomo, stazionano sulle loro sdraio, con un calice di rosé in mano. Dai calici si sprigionano una serie di acini/bolle di color giallo, arancio e violaceo, che potrebbero rappresentare una “nuvola” di bollicine ma anche un grappolo d’uva. Lo stile dell’illustrazione è davvero originale: con pochi tratti, tutto sommato solo accennati, viene descritta e comunicata un’atmosfera di languida serenità da pomeriggio estivo. Il colore fa il suo gioco per attirare l’attenzione, ma il nome e la “scenografia” fanno da intrigante parte integrante.


La Semplicità di Romolo e Remo

Luperco, Montepulciano d’Abruzzo, Casale Certosa.

L’incipit di questa azienda laziale di Santa Palomba (che si può leggere nella home-page del sito internet) è molto interessante: “Noi siamo semplici agricoltori prestati al mondo del vino e pensiamo che l’agricoltura serva per essere usata senza troppi aggettivi nella sua semplicità e nelle sue imperfezioni”. A parte qualche piccola imperfezione nella frase, il concetto è pregnante. Il vino non è perfetto. E infatti quello buono non è (non dovrebbe mai essere) uguale a se stesso, di vendemmia in vendemmia. Stiamo parlando, in particolare di un Montepulciano in purezza che si chiama Luperco, nome che porta sulle proprie spalle, storia, miti e tradizioni. Diciamo subito che per gli Antichi Romani “Lupercus” (derivato da lupus, lupo) è un’antica divinità rurale invocata a protezione della fertilità. In onore di Luperco gli era stata dedicata una grotta, ai piedi del Palatino, dove si narra che vennero ritrovati Romolo e Remo, come si sa, allattati da una lupa. L’etichetta graficamente è molto spartana, lineare, minimalista. Fondo antracite (molto scuro, quasi nero), in alto (per fortuna, almeno quello, “scavato” in bianco) il nome del vino, al centro in basso, quasi invisibile, perché in inchiostro nero lucido, la figura primordiale di un omuncolo. Nome dell’azienda alla base. Possiamo definire questo packaging sicuramente elegante, molto formale, quasi sacrale. Ha un proprio stile, questo sì.

La Danza delle 4 Scimmie (per Procura)

La Danza del Viento, Garnacha, Bodegas 4 Monos Viticultores.

Questa particolare etichetta è stata creata da 4 amici madrileni (Javier Garcia, Laura Robles, David Moreno e David Velasco) che da non molto tempo hanno fondato una azienda vitivinicola. Sapete come si fanno chiamare? Le 4 scimmie viticultrici. Infatti il nome aziendale “4 Monos Viticultores” significa proprio questo, in spagnolo. Sull’etichetta di questo Grenache in purezza però, non ci sono 4 scimmie, bensì 4 ancelle, poco coperte se non fosse per qualche fiore in testa, che danzano riti dionisiaci. Il nome del vino in maggiore evidenza non è “La Danza del Viento” (almeno secondo le dimensioni ottiche che si vedono nel packaging), ma “La Isilla”, nome della parcella, solo 1 ettaro (solo 1000 bottiglie ogni anno) con viti di oltre 90 anni a 860mt s.l.m, dove viene coltivata l’uva che poi darà vita a questo vino. Visto che quella che viene rappresentata in etichetta è indubbiamente una danza, crediamo che il nome ufficiale del vino possa essere proprio quello inneggiante al minuetto in abiti adamitici che, con ironia tutta iberica, si è deciso di raffigurare. E come si dice da quelle parti: salud! (se invece un commensale starnutisce non si dice “salud!” ma “jesus!”, bizzarrie dei popoli).