Vino Buono in Etichetta Sbagliata

Per Sba Glio, Barbera d’Alba, Saracco.

Sarà anche avvenuta per sbaglio la decisione di produrre 3000 bottiglie inaspettate di Barbera, ma a noi sembra che lo sbaglio sia continuato anche nella realizzazione dell’etichetta. Nel mondo enologico la sequela dei vini “sbagliati” è lunga: molti nomi, etichette, storie, accennano a errori o disattenzioni che hanno portato alla nascita di vini più o meno improbabili. Alcuni errori sono stati provvidenziali, come quello che ha portato a produrre l’Amarone, sfuggito di mano a qualche cantiniere distratto. In questo caso sembra ci sia stata una decisione improvvisata, un esperimento, un tentativo, quello di vinificare grappoli di Barbera che non rientravano nel piano vendemmiale. E’ nato così questo “Per Sbaglio” che in etichetta viene indicato in tre parti: “Per Sba Glio”, una “raffinatezza” grafica che, tra le altre cose, non riusciamo proprio a comprendere. Affermare così, in prima battuta, proprio nel nome del vino, che il prodotto, il vino contenuto in quella bottiglia è nato in via incidentale non è propriamente valoriale. Non porta alcun tipo di pregio, anzi, va nella direzione opposta. Per il resto, cosa dire di questa etichetta? Che non dice molto di più. Fondo bianco, la tipologia del vino alla base e letteralmente in un angolino in basso a destra il nome del produttore. Che tra l’altro è di ottima fama, non uno sconosciuto. Certo, come già detto all’inizio si tratta di una partita ristretta di bottiglie che ogni anno si limita a 3000 pezzi, frutto di poco più di un ettaro di vigna. Ma perché non dotare questo vino di una dignitosa etichetta? Perché condannare queste bottiglie all’oblìo di un packaging insussistente? 

Il Vino è “Manifesto”.

Hobo, Magliocco, l’Acino.

L’etichetta di questo vino è una specie di manifesto politico-filosofico che col vino c’entra poco. Possiamo definirla come una piccola “affissione” pubblicitaria, in questo caso di tenore storico-culturale. Ma vediamo subito il nome del vino, strano ma efficace: breve, originale, memorabile. “Hobo”. Quasi come homo ma con la “b”. Da cosa nasce? Negli anni bui della Grande Depressione, soprattutto in California (come conseguenza della grande crisi americana del 1929), gli Stati Uniti vennero letteralmente attraversati dagli “hobo”, giovani vagabondi venuti da molte parti dell’America e del mondo, disposti a qualsiasi lavoro per vivere. Le vicende di questi nomadi “dei tempi moderni” sono state narrate dallo scrittore John Steinbeck, premio Nobel per la Letteratura nel 1962, in un paio di racconti, in special modo in “Furore” e “Uomini e Topi” (titolo originale di quest’ultimo: “Of mice and men”, pubblicato nel 1937 e in parte autobiografico). Tornando all’etichetta di questo vino, ecco come viene definita dal produttore nel proprio sito internet: “semplicemente un inno alla libertà”. Questo il rational al quale ognuno può attribuire il valore che ritiene giusto. L’illustrazione in bianco e nero mostra uno di questi “hobo”, a piedi, viandante, con le sue poche e povere cose al seguito. Avendo sede nella provincia di Cosenza, forse si tratta di un riferimento al problema del riconoscimento, professionale ed economico, dei lavoratori stagionali, che ancora oggi affligge alcune campagne. Del resto il packaging è impattante e originale. Il concetto di base deve essere cercato e argomentato ma l’attenzione al prodotto viene certamente generata.

La Z di Zorro, Rivisitata

Alfieribianco,
Malvasia e Inzolia,
Zagarella.

Sono diversi e curiosi gli aspetti di questa etichetta calabrese. Partiamo dal nome del vino, “Alfieribianco”, dal nome della contrada Alfieri, nella zona di Arghillà, Reggio Calabria, dove ha sede l’azienda dei Fratelli Zagarella. Il nome potrebbe generare confusione con la Doc Terre Alfieri, piemontese, diventata recentemente Docg e quindi molto in vista. Come secondo elemento di analisi notiamo la strana forma della cartotecnica: un ovale interrotto da due semicerchi a destra e a sinistra. Il bianco dell’etichetta sul fondo scuro del vetro della bottiglia evidenzia questa forma inusuale. La firma del produttore che diventa logo, in basso, evidenzia la Z iniziale, in concorrenza con quella, un tempo nota, di Zorro. Ma la notazione più strana riguarda il tratto al centro dell’etichetta: dopo un breve ragionamento si evince che si tratta della medesima Z del cognome della proprietà, “girata” in orizzontale e ribaltata specularmente. Questo tratto risulta così essere, forse, il picco di una montagna, o ancora, visto che ci troviamo in vista dello Stretto di Messina, un’onda di un mare in burrasca. Certo che l’interpretazione di questo packaging richiede un minimo di ragionamento. A livello estetico si fa notare per l’originalità, della forma dell’etichetta, come già detto e dei tratti grafici. Tecnicamente è curioso e doveroso far notare che l’azienda in questione utilizza un sistema di vinificazione particolare che si chiama Ganimede. L’azienda produttrice (del sistema) lo definisce il “fermentatore innovativo”. Chi vuole approfondire il suo funzionamento può trovare il tutto su ganimede.com.

Sigle e Nomi in Singolar Tenzone

PR, Aglianico Rosato, Casula Vinaria.

Questa piccola azienda campana, con sede e attività a Campagna, un nome un destino, in provincia di Salerno, si è lanciata sul mercato con etichette di impatto, originali ma discutibili. La scelta grafica porta a evidenziare solo le prime due lettere del nome del vino. Così, in pratica, abbiamo PR per Primavera (Aglianico Rosato), BR per Brigante (Aglianico), CA per Candito (bianco dolce), CH per Chiena (Spumante Brut), CO per Coccinella e ME per Melodia (Fiano), FA per Falanga (Falanghina) e così via. Le lettere grandi sono tutte nero su bianco o viceversa (salvo un paio di casi particolari), con una modalità grafica, oltre che cromatica, di forte incisività. Quello che emerge è una sigla “effetto-targa”. Questo perché solo in un secondo momento l’occhio cerca altri riferimenti (oltre alla lettere grandi) e trova, in basso a sinistra, scritto molto in piccolo, il nome completo del vino. Sicuramente si tratta di una scelta “ottica”, attenzionale, che punta a farsi notare nello scaffale. La modalità però non è risolutiva, lascia qualche perplessità in chi la nota e non trova nemmeno giustificazione concettuale. Quello che possiamo dire è che i nomi dei vini sono interessanti, se e quando vengono colti nella loro integrità. Ad esempio: Brigante, Candito, Coccinella e Melodia sono nomi in grado di restare in mente e di comunicare qualcosa in più. Ma limitandosi alle  iniziali non trasmettono tutto il loro potenziale. Nota stilistica: ai lati destro e sinistro dell’etichetta, vediamo il logo aziendale (una foglia di vite e tre pallini, i tre soci) e un pallino più grande colorato che rappresenta la tipologia del vino: rosso, rosa, verde (per i bianchi). Stile minimalista, ma pur sempre con un’idea.


Un Cavalluccio Intelligente

Ippocampo, Verdicchio dei Colli di Jesi, Fattoria Lucesole.

Questa piccola azienda agricola marchigiana, che produce anche olio d’oliva e che si presenta al pubblico anche come agriturismo, per i propri vini ha messo in commercio una serie di etichette molto attenzionali, tutte in bianco e nero, dove la semplicità degli elementi prevale sulla complessità del racconto. Prendiamo come esempio l’etichetta del Verdicchio dei Colli di Jesi, vino di costa, nel senso che si abbina abitualmente a piatti di mare. Nel design in questione, a dimostrazione della vicinanza fisica e concettuale col Mare Adriatico, viene citato e mostrato un ippocampo: nome del vino e texture della grafica. L’ippocampo, detto anche cavalluccio marino, è un piccolo pesce (viene categorizzato così) dall’aspetto davvero curioso. Si chiama in questo modo per via della testa, somigliante a quella di un cavallo. Ippocampo, per dovere di cronaca semantica, è anche una parte del cervello umano situata nella zona mediana del lobo temporale. In questo caso la parte cerebrale ricorda, per la forma, un cavalluccio marino. Tutto torna. Noi invece torniamo volentieri all’etichetta: una schiera di cavallucci marini fa da sfondo, dove campeggia il nome del vino e le altre diciture commerciali e di legge. Nota curiosa, uno solo dei cavallucci marini è posizionato in orizzontale, tutti gli altri si trovano nella consueta posizione verticale. Da notare anche, alla base, il nome dell’azienda, Fattoria Lucesole (molto evocativo), scritto con un carattere fanciullesco e seguito da altre due parole: Quieto Vivere, quasi un mantra, di quelli che affermano subito un contesto positivo. Diciamo quindi che in poche mosse questa etichetta riesce a farsi notare e a fornire sensazioni legate alla naturalità e alla genuinità della proposta.