Mitologia Greca, tra Sicilia e Campania.

Branding packaging
Persefone, Falanghina, Maria Furgiero.

La storia di Persefone è piuttosto lunga e intricata. Si tratta di quel dedalo di personaggi e avventure che riconduce alla mitologia greca e che in questo caso vogliamo risparmiarvi. Cerchiamo quindi di riassumere in breve, visto che il finale c’entra qualcosa con la viticoltura: Persefone (che gli Antichi Romani chiamavano Proserpina) era una giovane e ubbidiente fanciulla figlia di Zeus e Demetra. Un giorno, correndo nei boschi con alcune amiche, si smarrì nei pressi di Enna (Sicilia). Sbucò Hades dal sottosuolo e se la portò negli ìnferi. Seguono spasmodiche ricerche e implorazioni varie da parte della madre Demetra, un lungo viaggiare e infine una ripicca: rendere la terra infruttuosa. Zeus fu allora costretto a intercedere presso Hades affinché la giovinetta fosse liberata. A quel punto Demetra ricoprì di nuovo la terra di fiori e di frutti. Si tratta di una simbologia che richiama il seme, prima sotto terra poi, a primavera, uscito dalla terra, esponendosi al sole, genera fiori e frutti. O se vogliamo, della vite, che dorme silente in inverno per poi tornare ad essere produttiva. Nell’etichetta in questione, la Falanghina di una giovane produttrice campana, una Persefone partenopea, che fuoriesce da un vulcano,  distribuisce fiori e frutti all’umanità. Tra il folkloristico e il naïf.

La Dura Vita delle Viti Autoctone

Branding marketing
Mattìo, Granatza, Francesco Cadinu.

Tra le stranezza di questo vino annoveriamo subito il nome del vitigno di cui si compone. Tutto sommato si tratta di nomi e per quanto riguarda quelli dei vitigni c’è sempre da stupirsi sull’infinita varietà di sinonimie e varianti locali o dialettiche. Stiamo parlando di un vino bianco prodotto con il 100% di “Granatza”, vitigno autoctono storico presente da secoli in Sardegna. Il corto circuito mentale si genera quando si apprende che il Cannonau (vitigno a bacca rossa, che primeggia sull’isola) in realtà è fratello quasi gemello della Grenache e della Garnacha rispettivamente francese e spagnola. Ma questa “Granatza” nulla ha da spartire con le varie Grenacce o Granacce che allignano in giro per il mondo. Fatta questa precisazione passiamo alle stranezze della bottiglia iniziando dal nome del vino, “Mattìo”: non è dato a sapere se siamo di fronte a un nome proprio (Matteo), a un aggettivo (matto) o a un momento della giornata (mattino). Dalla sua parte ha che si tratta di un nome breve e tutto sommato memorabile. Sotto al nome del vino si vede la sagoma del profilo di un uomo.
Nient’altro se non il logo del viticoltore, nella parte alta dell’etichetta, vagamente inquietante: una facciona mostruosa (un mamuthones sardo), simile a un teschio. Nel logo la firma del produttore: Francesco Cadinu. Nel complesso l’etichetta ha tentato di proporre temi grafici insoliti e moderni, ma gli elementi rimangono molto slegati e non privi di varie perplessità per quanto riguarda l’efficacia della comunicazione.

Volo Planato sui Colli di Luni

Vermentino, Il Torchio.

Questa piccola azienda agricola di Castelnuovo Magra, in quello scampolo di Liguria che è molto Toscana, è nota, oltre che per la qualità dei propri vini, per la vivacità delle etichette. Molto colore, molta allegoria. Una gioia di comunicare che riflette il carattere delle produzioni e, crediamo, delle anime che le animano. Innanzitutto parliamo del nome dell’azienda, “Il Torchio”: deriva dal fatto che anticamente quella che adesso è una cantina, era un frantoio per le olive. Al fondatore, scomparso pochi anni fa, sono subentrati due giovani nipoti che ora portano avanti l’attività con rinnovata energia. Torniamo alle etichette, in particolare a quella del Vermentino, il vino di punta della zona (Colli di Luni) e dell’azienda: un’immagine circense, sognante, svolazzante di un “Uomo Cannone” con una tuba infinita, colpisce subito per i colori e lo stile dell’illustrazione. L’uomo vola e regge con una mano un grappolo di uva bianca. Nonostante le forme non esili è leggiadro nel suo volo. Sotto e attorno a lui, lune e castelli. Una fiaba immaginata, un racconto visivo che emoziona all’impronta e fa sognare mentre si degusta il vino. Proprio quello che ci vuole. L’azienda si diverte nel cambiare spesso le proprie etichette, proponendo diverse versioni cromatiche dell’uomo volante, piuttosto che altre situazioni sempre molto “favolose”. Le illustrazioni sono di Francesco Musante, artista serigrafo che recentemente ha brillantemente (in tutti i sensi visto l’intenso impiego di colori vivaci) disegnato e creato scene e costumi della Bohème allestita al Carlo Felice di Genova nel dicembre 2019. Con questo stile le etichette risultano davvero festose, soprattutto per rallegrare la (buona) tavola. A livello di branding non apportano credibilità “tecnica” bensì guadagnano terreno nella simpatia e memorabilità. Il calice, ne siamo certi, farà il resto rendendo complici vista e gusto.

Misure Umane e Decorazioni Naturali

Due Versure Bianco, Fiano, 
Tenute Martarosa.

Una pregevole illustrazione che raffigura farfalle, caratterizza due dei vini prodotti dall’azienda Tenute Martarosa che ha sede e vigneti a Campomarino, in Molise. Si sa, il Molise non è particolarmente noto per la produzione di vino (forse più per l’olio d’oliva), se non per quel Tintilia che pian piano si sta facendo conoscere anche fuori dai confini regionali. Vi sono comunque anche altri vitigni come il Fiano e il Montepulciano (d’Abruzzo) che possono generare vini interessanti. Ma torniamo al packaging di questi due vini che si chiamano “Due Versure” (Bianco o Rosso). Il nome origina da almeno due fonti: versura, in alcune dizioni del Meridione d’Italia, indica quel punto di svolta, nel campo, dove l’aratro finisce una fila e torna indietro per iniziarne un’altra. Inoltre nelle province di Foggia e Matera, indica una unità di misura della superficie agraria.
Qui siamo poco a nord della provincia di Foggia, per cui i conti tornano (in entrambi i casi). Certo è più sognante, emozionante, coinvolgente la spiegazione relativa all’aratro, simbolo antico e moderno dell’agricoltura in generale e della vita contadina. Le illustrazioni, si diceva. Molto belle, classiche certo, quasi da nomenclatura zoologica, ma anche ottimamente realizzate e in grado di strappare uno sguardo. Forse non c’entrano molto col vino contenuto nella bottiglia, diciamo che risultano puramente decorative. Ma serve anche questo. O comunque si tratta di un ingrediente del design che può essere vincente in assenza di altri stimoli visivi e concettuali.

Zelo Creativo da Nord a Sud

ZeloSapiente, Petit Verdot-Frappato-Nerello, Cà Lustra.

La storia narra di una cantina veneta, che ha sede da 40 anni sui Colli Euganei, che recentemente ha allargato (e di molto) i propri orizzonti produttivi e commerciali, acquistando degli appezzamenti in Sicilia, in Contrada Costa di Bisaccia, tra Alcamo e Monreale. Per la linea di vini siciliani, Franco Zanovello, figlio del fondatore dell’azienda che ufficialmente si chiama Cà Lustra, e oggi produttore insieme ai figli Marco e Linda, ha optato per etichette anticonformiste e anche anacronistiche. Il design infatti riporta a memorie futuriste: colori e forme sono spigolosi piuttosto che sinuosi. Ricordano le invettive marinettiane che inneggiavano a un dinamismo estemporaneo e ardito. Di fatto anche queste etichette “provocano”: stimolano l’occhio, lo attirano, lo incuriosiscono. Vediamo quindi che ogni etichetta della gamma presenta una sigla, illustrata, proprio al centro: una “Z” e una “S”. E qui si nasconde la trovata ingegnosa che vede quella “ZS” simboleggiare Zanovello Sicilia (il sottomarchio creato per la linea dei vini isolani) e anche, in questo caso, “ZeloSapiente”, il nome del vino che qui viene mostrato in alto a sinistra.
Da notare che tutti i vini della linea hanno un nome che contiene ZS: il Catarratto (con Inzolia) si chiama ZefiroSoffia, il Nero d’Avola si chiama ZeloSicano e il Grillo ZollaSolare.  Tra questi equilibrismi letterali quelli che ci sono piaciuti di più sono ZeloSapiente, dal significato profondo, concreto e comunicativo, e ZefiroSoffia, descrizione di una condizione climatica del luogo ed evocativo di “Zefiro”, nella mitologia greca Dio del vento (una brezza primaverile) che soffia da ponente (Zephyrus in latino). Insomma, sarà pure giocoso tutto ciò, ma rivela anche un pensiero a monte, un progetto pensato e ben rappresentato.

Sui Lieviti con Levità

Zurlie, Frizzante “Col Fondo”, Massimago.

Coinvolgente questo “Zurlie” del produttore veronese (in Valpolicella) Massimago. A partire dalla spiegazione del nome aziendale: dal latino “Maximum Agium”, massimo benessere. Molto interessante anche la gestione della comunicazione che vede un sito ben realizzato e ricco di idee, oggi a cura di Camilla Rossi Chauvenet, discendente della famiglia Cracco, da sempre proprietaria del complesso vitivinicolo. Ma vediamo questo vino-birra, categoria molto di moda, cioè un rifermentato in bottiglia (con tappino a corona, ma forse visti i tempi che corrono meglio usare l’espressione “in metallo”) da vitigni autoctoni (non meglio precisati). Il nome del vino, “Zurlie”, è una chiara deformazione della dizione francese “sur lie”, cioè sui lieviti. Con la “Z” iniziale fa un po’ mago Zurlì e aggiunge foneticamente un giusto brio. Nell’etichetta, oltre al nome del vino, vediamo una illustrazione ad opera di Franco Chiani, che l’autore ha chiamato “Uomo Senza Tempo”. Bel concetto, di ampio respiro, espresso con un uomo con la testa a orologio ma senza lancette, che sono state tolte, forse dall’uomo stesso, e giacciono davanti a lui appoggiate sul tavolo. Attira l’attenzione e fa pensare: due risultati allo stesso (non) tempo. Originalità e spessore. Molto bene. E infine la bella frase che nella pagina web di descrizione del vino così lo glorifica: “Le bici appoggiate, due bicchieri nascosti nello zaino, una vista mozzafiato. Una piccola sorpresa per meritarsi un bacio”.

A come Attenzione, a Tutti i Costi

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Serà, Pinot Nero, 
Vini Antonacci.

Certamente insolite le etichette di questo commerciante di vini (o anche produttore, non si capisce bene). Molto colorate. Molto “pop”. Ma partiamo dal marchio, una “A” che a quanto pare è riconducibile a tale “Aldo” (si presume, Antonacci di cognome). Vediamo cosa si legge nel sito dell’azienda: “Antonacci Group nasce dall’intuito imprenditoriale di Aldo, figura che da 35 anni è protagonista dell'affermazione di prodotti alimentari e enologici, sia overseas che sul territorio Italiano. Con l'aiuto di collaboratori esperti di settore, Antonacci Group punta a dare il massimo in quanto a qualità e servizio. La nostra sede/cantinetta si trova nel cuore dell'Abruzzo e precisamente a Penne (Pescara), da dove monitoriamo tutte le operazioni, la produzione dei nostri vini delle cantine con le quali collaboriamo, la vendita e la distribuzione. I vigneti sono situati nella zona del Loretano (Loreto Aprutino) e alle pendici della Maiella”. La “A” del marchio assomiglia un po’ a quella di Autogrill ma si può soprassedere. Vediamo quindi di parlare di packaging: l’etichetta del Pinot Nero, qui in alto a sinistra, che abbiamo preso come esempio è davvero sorprendente.
Non necessariamente in positivo. Un volto di donna ammiccante, attraversato da un paio di sfregi grafici, ci “conquista” (diciamo che guadagna la nostra attenzione) anche grazie a un formulario di tinte forti. Potrebbe sembrare la confezione di un gel per capelli. Il nome del vino è “Serà”. Optiamo per attribuirlo alla canzone “che serà, serà”, oppure a uno svirgolatura stilistica che parte da “sera” o forse da “Sara” (non si offendano le donne che portano questo bellissimo e regale nome). Qui sopra altre etichette del “Gruppo”, ugualmente, a loro modo, molto sorprendenti.la distribuzione. I vigneti sono 

Alla Fonte del Vino in Valnerina

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Fonte Farro, Grechetto, Annesanti.

Le etichette di questa piccola azienda che ha sede in provincia di Terni, in Valnerina, vicino alla Cascata delle Marmore, per alcuni aspetti sono interessanti. Si presentano con una modernità insolita per la zona e per le tradizioni locali. Vogliono quindi rappresentare un’alternativa innovativa. Ci riescono con una cartotecnica che separa l’etichetta in due quadrati asimmetrici. Lo stile potrebbe ricordare certe forme anni ‘70, qui attualizzate. La scelta dei colori è accurata. Mentre il nome del vino, un Grechetto, è discutibile: “Fonte Farro”. Logicamente “fonte” porta il pensiero all’acqua, mentre “farro” a quel tipo di antico frumento ora molto in voga. In realtà “Fonte Farro” viene giustificato in questo modo, da parte del produttore: “...è una sorgente che sgorga dalla roccia, dove i miei nonni abbeveravano gli animali e si approvvigionavano di acqua potabile...”. C’entra poco col vino ma abbastanza con la storia famigliare. Nel secondo quadrato di cui si compone il packaging leggiamo il cognome del produttore Annesanti, scritto in oro, con un carattere molto particolare e spezzato in due. Leggibilità non eccellente. Sotto al cognome la dizione “viticoltore in Valnerina”: che recupera un po’ di genuinità rispetto al dinamismo dello stile grafico. In generale vediamo comunque originalità e personalità che in un’etichetta di un vino dovrebbero emergere sempre.

Stesso Nome, Senza Tante Storie

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Zerotre, 
Chardonnay e Grechetto, Ventisei.

Non stiamo dando i numeri. Questa è la storia di due giovani aziende, una di Montepulciano (recente costola della nota Avignonesi), l’altra di Orvieto, che si chiamano praticamente allo stesso modo: una Ventisei Vino e l’altra Vini Ventisei (questi sono esattamente i nomi dei dominii dei rispettivi siti web ma sulle bottiglie si firmano entrambi con “Ventisei” creando un incredibile “qui-pro-quo”). Le due aziende sono di proprietà di stranieri arrivati in Italia: la prima è di Eline Aloy, figlia di Virginie Saverys attuale proprietaria (belga) di Avignonesi, azienda nota soprattutto per il Vino Nobile di Montepulciano. L’altra è di una coppia: Michiel de Boer (olandese) e Larissa Wilson (irlandese/australiana). Risulta che le due aziende siano state fondate più o meno nello stesso periodo, attorno al 2009. Passiamo a vedere i motivi (piuttosto pretestuosi) che hanno portato le due aziende a chiamarsi così. La prima, quella affiliata ad Avignonesi, giustifica così la scelta del proprio nome: “Il giorno in cui ho compiuto 26 anni, ho accompagnato mia madre ad Avignonesi, in Toscana, per una sessione di assemblaggio di vini. Rimasi sorpresa di quanto fosse complesso creare un vino, e di come si potesse raggiungere il risultato sperato ogni volta. Per divertirmi, creai il mio piccolo assemblaggio, e fui stupita da quanto piacesse a tutti e di come fosse così genuino.
Più tardi, quella sera, festeggiando con la mia famiglia, mi chiesero come avrei ricordato il mio ventiseiesimo compleanno. Lo ricorderò per sempre come l’anno in cui feci il mio primo vino. Ed è così che nacque Ventisei”. Firmato Eline Aloy. La seconda azienda racconta questo: ”In choosing the name of our cantina; VentiSei -26- and in developing our range of wines and their respective labels, we have focused on an idea that is both modern and ancient. We have used numbers instead of names for our cantina and our wines. We have followed the ancient asian belief in auspicious numbers and we have represented them in our labels in the artistic chinese writing; 26 is a number that suggests ‘double wealth’, let’s hope that means double happiness!”. I vini di questa cantina infatti si chiamano Zerozero, Zerodue, Zerotre e Quintorosso (il numero 1 e il 4 non portano bene, nella cultura dei paesi orientali dove i due titolari hanno vissuto a lungo). Le etichette di queste due aziende sono belle, originali, animate da intenzioni e invenzioni creative che richiamano l’attenzione, ma... il problema è il nome aziendale. A parte l’identità dei due nomi, in entrambi i casi il “Ventisei” ha bisogno di essere spiegato e le delucidazioni sono considerevolmente fini a se stesse.

Al Cuore non si Comanda (alla Buona Tavola, sì)

Bianco e Rosso, Heart Collection, MonteTondo.

Due vini che “vanno insieme”. Sono legati idealmente (e nella pratica, in tavola, quando serviti in coppia) da un cuore dimezzato che affiancando le bottiglie diventa un cuore saldo, completo. Un bel messaggio, d’amore, d’unione, di complicità, di convivialità, veicolato da quello che è il “re dei simboli”, il più amato e riconosciuto, la forma grafica del cuore umano. Idea vincente quella di creare una linea (che si chiama “Heart Collection”) che affianca un bianco (Garganega 100%) e un rosso (Cabernet 80% e Merlot 20%) per creare una proposta di vini che si completano vicendevolmente, per accompagnare il menù in modo esaustivo. Ma non finisce qui. Il produttore, che ha sede in Veneto, a Soave, ha voluto andare oltre creando delle etichette con soggetti artistici, realizzate in tessuto (quella scura, del vino bianco) e in legno (quella chiara, del vino rosso). Oggi infatti le nuove tecnologie del design industriale e della stampa specializzata consentono di utilizzare non solo carte e cartoni speciali, ma anche stoffa, pietra, legno e altri materiali finora inusuali, riuscendo a garantire la curvatura necessaria per vestire adeguatamente una bottiglia. Grande attenzione quindi al packaging (e qualche costo in più, ma non esagerato) e alle emozioni che un aspetto coinvolgente della bottiglia può generare. Vista e gusto, spirito e corpo.

Merli, Merletti e Merlot.

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Merletto, Langhe Rosso, 
Azienda Agricola Chiadò Piat.

Molto semplice questa etichetta. Anche troppo. Un merlo disegnato, un nome, “Merletto”, e qualche altra definizione. Tutto in nero e rosso su fondo bianco (e questo è valido: migliore leggibilità cromatica in assoluto). Ma veniamo alle questioni concettuali. Il merlo, di solito, viene tirato in ballo per la presenza del vitigno Merlot, che si dice si chiami così perché attira il goloso volatile dal manto nero. In questo caso però, nel vino qui preso in esame, di Merlot ce n’è solo uno sparuto 15% (il resto è costituito da Dolcetto e Barbera). Inoltre la dizione “merletto”, invece che risultare un vezzeggiativo del volatile raffigurato in etichetta, riporta ai merletti da ricamo. Curiosa la combinazione tra il vino e il più noto, vecchio, film con i merletti nel titolo: “Arsenico e Vecchi Merletti”. Cosa succede, in breve, nel film? Lo scapolone convinto Mortimer Brewster (Cary Grant), di ritorno a casa dalle ziette Abby e Martha per raccontare del suo recente matrimonio con Elaine, scopre che le due zie “aiutano" co-inquilini e vicini di casa a lasciare questo mondo con un sorriso sulle labbra, offrendo loro del vino di sambuco corretto con un mix di veleni, e seppellendoli quindi in cantina. A parte questa curiosità, etichetta ampiamente ristilizzabile, magari sostituendo il funesto uccellaccio con un solare pappagallo.

C’è Ozio e Otium (e Negotium)

Colle Ozio, Grechetto, Leonardo Bussoletti.

Si chiama “Colle Ozio”, questo vino, e la sua etichetta è caratterizzata da una serie di “parole sparse”. Non ci sono altre possibili definizioni per la modalità con la quale il produttore ha deciso di occupare lo spazio a sua disposizione, sulla bottiglia, per quello che si chiama packaging. Per la cronaca l’azienda in questione si trova in Umbria e per la precisione i vitigni che compongono questo vino sono due: il Grechetto di Orvieto e il Grechetto di Todi. Ma andiamo oltre, “Colle Ozio” si diceva. Nome interessante se vogliamo scavare nella cultura mediterranea e affiancarlo quindi all’otium come lo intendevano i Romani, con un significato tutt’altro che banale. Infatti l’otium veniva considerato sempre in contrapposizione al negotium. Quindi “otium” non significa ozio, cioè il non fare nulla, come si potrebbe pensare: per gli Antichi Romani era la cura di sé e della propria istruzione, gli aspetti spirituali e lo studio. L’otium era un modo di vivere che prevedeva buone letture, meditazioni filosofiche, gusto per l’arte, esercizio fisico. Il negotium invece erano gli affari, il lavoro, cioè tutte le attività compiute per garantirsi la sopravvivenza (a quei tempi in secondo piano rispetto all’otium). Il negotium era per gli schiavi, l’otium per i padroni. L’Impero Romano inizia a decadere proprio quando cade in disuso l’otium, cioè la società del pensiero e della saggezza per fare posto alla società degli affari, della ricchezza materiale. Se invece il produttore di questo vino con “Colle Ozio” intende indicare proprio una collina chiamata così, pazienza. A noi ha dato modo di estrapolare un argomento interessante.

Arti Grafiche Raffinate nel Collio Goriziano

Etichettavini branding
Ceròu, Pinot Grigio, 
Ascevi Luwa.

È una bella etichetta questa di “Ascevi-Luwa” perché presenta caratteristiche di unicità non comuni. E anche qualche particolare da osservare con attenzione. Ma partiamo dal nome dell’azienda: “Ascevi” dicono essere il nome di una collina dove risiede la maggior parte delle vigne aziendali, mentre “Luwa” non è un riferimento al frutto della vite bensì un composto derivato dai nomi dei due figli dei fondatori: Luana e Walter. Insomma, diciamo che trovare il nome all’azienda è stato semplice. Memorabilità di questo nome? Scarsa. Passando al nome del Pinot Grigio del Collio qui in evidenza in alto a sinistra, “Ceròu”, che il produttore non spiega, cercando in rete si trova solo un fiume francese (e qualche cognome). Forse un’espressione toponomastica dialettale. Sotto al nome troviamo una menzione “furba”: Ronco Superiore. Probabilmente il nome di una località dove hanno sede le vigne.
Etichette vino etichettevino
Quel “superiore” colloca automaticamente il vino in una scala qualitativa più alta. L’illustrazione che occupa la gran parte dell’etichetta è molto bella, originale, quasi fiabesca ma con un piglio artistico che mantiene la serietà della comunicazione a livelli elevati. Alberi, una collina, una casa. Elementi comuni, in questo caso rappresentati in modo gradevole, con toni di colore ben studiati. Divertenti le nuvolette nel cielo. Valorizzanti i particolari in oro. Qui in basso a destra mostriamo un’altra etichetta di questa azienda, che merita anch’essa di essere notata per l’elaborato artistico: una donna, di spalle, fa fluire la propria chioma (azzurra!) in modo che possa sembrare un fiume o un cielo. Iconografico, emozionante, evocativo, sognante. Il vino, anch’esso un Pinot Grigio del Collio, è dedicato alla figlia dei produttori “Luana”. In questa etichetta non appare il marchio aziendale bensì solo uno stemma in alto, forse perché si tratta di un vino “fuorigamma”, per il mercato estero, che non si vuole confondere con la gamma nazionale.

Il Vesuvio Lacryma da un Occhio

Etichettavino etichettevini branding
Munazei, Lacryma Christi del Vesuvio, 
Casa Setaro.

Il simbolo di questa azienda vinicola situata in Campania, a Trecase, nel Parco Nazionale del Vesuvio, è un occhio (che lacrima). Almeno così sembra osservando la maggior parte delle etichette della gamma. Alcune infatti differiscono solo per il colore di fondo, presentando sempre in primo piano “l’occhio di Dio” (o più probabilmente l’occhio del vulcano). Nel caso mostrato qui a sinistra, “Munazei” (ci sono anche un Rosso e un Rosato oltre al Bianco) è il nome di antiche costruzioni ritrovate alle falde del Vesuvio. Per la cronaca e per il design, la lacrima in questione (che è anche il nome della Doc) va verso l’alto, quasi un apostrofo, a siglare una nota positiva e non un pianto disperato.
Etichetta vino etichettevino
Troviamo altri tre nomi insoliti e belli nella linea di Casa Setaro: “Terramatta” (Aglianico), “Pietrafumante” (Caprettone, come per il Munazei Bianco, vitigno autoctono di quella zona) e “Fuocoallegro” (Piedirosso). Tornando alla forte iconografica delle etichette del “Munazei”, quello che possiamo dire è che si esprimono certamente in modo artistico (nello stile, nel trattamento), abbastanza insolito, risultando molto attenzionale, alla “prova scaffale”. Forse l’equivoco tra un occhio divino e la bocca del vulcano è voluto, tutto sommato parliamo di due entità ugualmente sovrannaturali. E si sa che il rispetto delle genti dei vulcani nei confronti dei medesimi è grande, dovuto, e in un certo senso scaramantico. Anche le altre etichette di questo produttore sono molto forti come immagine: colori di base, figure stagliate nettamente al centro del packaging. Si percepisce uno stile di comunicazione univoco e a suo modo efficace. 

Una Fontanella che Sprizza Vino

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Fontanella, Sangiovese e Merlot, Goretti.

Innanzitutto il solito problema: il marchio. Di questa cantina umbra si possono trovare ben 4 “definizioni”: Tenuta Goretti (nei testi del sito), Cantine Coretti (nell’headline del dominio), Vini Goretti (è di fatto il nome del dominio web) e infine Goretti sulle etichette dei vini. Sicuramente non è stato fatto un ragionamento unitario. Almeno fino ad ora. Passiamo alle etichette della linea “base” dell’azienda. Un rosso, un rosato e un bianco che, con cromìe diverse, presentano la medesima idea grafica in etichetta. Idea che stilisticamente non è male: una goccia formatasi in un “rivolo” dell’etichetta (un taglio, in alto, nella cartotecnica) cade in verticale a formare delle onde concentriche alla base. Forse il problema sta nel nome: “Fontanella” ove una simile accezione viene usata, generalmente, per l’acqua. 
Etichette packaging
In pratica il nome del vino e la grafica del packaging riconducono mentalmente all’acqua, a una fonte stillante. Ma il prodotto che contiene la bottiglia è indubbiamente vino. Si genera in questo modo un cortocircuito percettivo e mnemonico. Del resto l’etichetta è semplice (in questo caso si tratta di una caratteristica positiva), chiara, lineare, pulita. Contiene, come detto sopra, un’idea ben veicolata in modo originale, creativo. Salvo un piccolo appunto che riguarda la forzosa “separazione” visiva (coinvolge quindi la leggibilità) del nome del vino in “Fonta” e “nella”, divisione sia pure indotta dall’idea della goccia che cade. Manca coordinamento, sinergia concettuale, pensiero unico, nella gestione del tutto. Una globalità che sempre, per ogni settore e prodotto, sarebbe delegata a “chiudere il cerchio”.

Avanguardia Russa su Etichette Toscane

Marketing
Kappa, 
Blend di Rossi 
(Toscana Igt), Fattoria Kappa.

Il primo vino di questa giovane azienda di Castellina Marittima (Pisa), prodotto nel 2007, si chiama “Kappa” (blendone di rossi in tema di internazionalità). In questo caso non ci si riferisce alla narrativa in stile “Cappa e Spada”, cioè a quei romanzi avventurosi di cavalieri (soprattutto francesi) che vestivano mantelli (le “cappe”) e brandivano spade, qui la “K” è proprio la lettera, o meglio la proposta di una grafica del lettering in stile, questo sì, Suprematismo Russo (si dice questo in rete).
Etichette labels winedesign
Poi, nel tempo, grazie all’opera instancabile (e a quanto pare encomiabile dal punto di vista qualitativo) dell’enologo Andrea Di Maio, sono arrivati anche i vini che si chiamano “Lambda” e “Etabeta”, anch’esse lettere dell’alfabeto greco. Il fatto più evidente di questo packaging è che la rotondità della bottiglia impedisce la lettura completa di questi nomi redatti con lettere decisamente maiuscole. Per cui la sensazione è quella di essere di fronte a fonemi dalle caratteristiche gutturali. Andando oltre e prendendo in visione l’etichetta come entità di design, quello che traspare con forza quasi imperativa è uno stile che vuole essere moderno, di rottura, alternativo, avanguardista, sfrontato, ma che infine risulta poco adatto al prodotto vino, non affine, non amalgamato ad una attività, sia pure recente e gestita da giovani, che pesca pur sempre nel retaggio culturale della vite in una delle regioni, letteralmente “storiche”, d’Italia. Si vuole forse dipingere una Toscana emancipata, dimenticando che il prodotto vino rimane un terminale di desiderata tradizionalisti. E quindi lo “sparo” modernista potrebbe non funzionare a dovere.

La Vespolina di Lomellina in una Trottolina

Branding comunicazione mktg
Uinom Avalon Suliis, Vespolina, Molino Miradolo.

Non è una grolla, è di fatto una bottiglia di vino. Certo la forma è insolita per i giorni nostri, ma non lo era ai tempi dei Celti. Siamo in Lomellina dove un’azienda agrituristico-vinicola ha ripescato vicende molto antiche e design (forme) sorprendenti. Ma vediamo parte del racconto: “All’inizio del IV secolo a.C. le popolazioni celtiche portarono nella Lomellina oltre al loro dominio anche la loro esperienza e le loro tecniche agricole, con particolare rilevanza per la produzione vitivinicola. Dalle testimonianze storiche raccolte, il suo sviluppo era arrivato a livelli tali da influenzare anche le usanze romane, rendendo famoso il vino prodotto in queste terre. Il sistema di allevamento utilizzato per la produzione del Vino dei Celti era l’Arbustum Gallicum con il  quale il vitigno aveva come sostegno un “tutore vivo” che, a  seconda del terreno, poteva essere acero campestre in collina oppure pioppo in pianura più indicato, grazie alla sua estensione, a neutralizzare l’umidità del terreno. Insieme all’Arbustum Gallicum erano presenti anche viti allevate su supporto morto, secondo la tecnica delle caracatae. Le uve raccolte venivano torchiate a legna e il vino veniva conservato in grandi botti. Queste ultime erano estranee alla cultura greca così come a quella centro-italica e sembrano anch’esse legate all’esperienza celtica. In effetti questi contenitori rispondevano a precise necessità: erano più facili da trasportare, proteggevano il vino dagli sbalzi di temperatura e in modo particolare dai freddi delle regioni nordiche.
Bottiglia trottola marketing naming
Il vino veniva quindi travasato all’interno di speciali vasi in ceramica, detti a trottola per la loro forma, appositamente sviluppati dai celti di Lomellina per la conservazione del vino, come dimostrano abbondanti ritrovamenti archeologici”. Insolita la forma della “bottiglia”, insolita la bevuta in tazza, insolito e difficile da recepire il nome del vino: “Uinom Avalon Suliis” (il vino della terra che si trova tra le acque: esattamente, la Lomellina, tra i fiumi Po a Sud, Sesia a Ovest e Ticino a Est, in più attraversata dai torrenti Agogna e Terdoppio). Il latino c’è, la localizzazione anche, la memorabilità molto meno. Comunque l’operazione, tecnica e mediatica, è davvero originale oltre che ambiziosa, e in qualche modo si guadagna attenzione (il vino in questione si trova anche in una normale bottiglia di vetro, per chi teme che la “trottola” possa sfuggirgli di mano).

Quando la Langa è una Lagna

Packaging naming comunicazione
Chardonnay, Canonica Vini.

Quando abbiamo visto questa etichetta la prima intenzione è stata quella di passare oltre. Poi è subentrata la tentazione. L’irrefrenabile tentazione di cercare di analizzare gli elementi che la compongono. Ed eccoci qua. Si nota subito una fotografia, al centro. Molte persone attorno a un carro tirato da buoi, in una vigna. Una scritta in alto a destra (una didascalia, di fatto) recita: “la vendemmia del nonno Venanzio”, testuale. Testimonianza storico-culturale che potrebbe anche piacere. Ma il meglio deve ancora venire. La fotografia è contornata da un getto di colore (a sinistra) che va a finire sul logo/nome dell’azienda. Osservando bene, si può notare una linea di separazione in oro che scaturisce da un grappolo d’uva. Con un acino di questo grappolo viene formata l’iniziale (non una “O”, bensì una “C”) di Cavalier, seguito da Cesare Canonica, il fondatore (che subentra agli avi nella più recente storia aziendale). In alto le scritte di legge e la precisazione “Vino Biologico”. Non possiamo pronunciarci sulla reale efficacia di un’etichetta di questo tipo perché non abbiamo dati commerciali effettivi. Certo che l’impatto visivo è di quelli che trasmette una certa “anzianità”, definibile anche come “arretratezza”, ove il restare indietro significa non riuscire a sfruttare (o rinunciare scientemente a farlo) le potenzialità che comunque la tradizione e la cultura contadina popolare potrebbero apportare. In questo modo si perpetuano le parti deboli di questo aspetto e non quelle positive che potrebbero incidere nella costruzione di una efficace identità aziendale.

Dal Cuore della Sicilia la Passione per la Terra

Branding comunicazione mktg
Perricone del Core, Feudo Montoni.

Apparentemente di semplice realizzazione e di facile interpretazione, questa etichetta nasconde qualche buona intuizione. Si tratta innanzitutto di un vino “bio”. Infatti la filosofia aziendale si basa sul rispetto (anche in senso organizzativo) della natura. Una bella frase, in una delle pagine web del produttore, è perfetta sintesi di tutto il “pensare naturale”: “...un detto siciliano dice: ‘Curri quanto voi che cà ti aspetto... Corri quanto vuoi che qui ti aspetto’. E a volte mi sembra che questo possa essere quello che pensa la Terra osservando il comportamento dell’uomo”. L’uomo corre, si agita, organizza, tramesta, non si quieta... mentre la natura è sempre lì, impassibile, che lo attende al varco. Vino biologico, dicevamo. Ed etichetta “naturale”. In primo luogo la carta, molto bella, goffrata, senso di preziosità e nel contempo di genuinità.
Poi i caratteri di scrittura, arcaici quanto basta per dare una sferzata di storia e tradizione. Lo stemma in alto è accompagnato dalla dicitura “Fondato nel 1469”: giù il cappello, prima della scoperta dell’America! Il nome della tenuta, Feudo Montoni, specifica anche “del Principato di Villanova” (possedimenti aragonesi). E poi il nome del vino, che è un mix tra il nome del vitigno (un autoctono vero, il Perricone) e un nome topografico: “Perricone del Core”, a formare una definizione romantica, ma giustificata da una storia vera: “Core è il nome del cru da cui proviene l’uva. Il nome trae origine da un vigneto da sempre chiamato dai contadini del luogo, Core. In siciliano, “core” significa cuore. Infatti, il vigneto visto dall’alto ha la forma di un grande cuore”. Perfetto, si potrebbe dire accurato e accorato. La ciliegina sulla torta di questo pur semplice packaging si scorge su un lato, dove una scritta in corsivo antico recita: “...per te, Adele, strapperò le spine e pianterò le rose”. Una poetica affermazione da corto circuito mentale (via le spine, avanti le rose, ma anch’esse hanno le spine...) a firma del fondatore, nel 1967. Per finire ecco gli originali nomi degli altri vini della produzione: Nero d’Avola: Vrucara Prephylloxera (prende tale nome poiché è diffusamente presente la vruca, in siciliano è il nome di un cespuglio che spontaneamente cresce intorno al vigneto); Nero d’Avola Lagnusa (che significa “pigra” in siciliano, perché la vigna è poco produttiva); Nerello Mascalese, Rose di Adele; il Grillo (vitigno) della Tampa (irta salita, in dialetto: il vigneto ha pendenze del 70%); il Catarratto del Masso e l’Inzolia dei Fornelli (che non sono quelli della cucina, bensì delle fornaci dove si cuoceva la terracotta).

Minus che Diventano Plus

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Culley Road, Shiraz, 
Altschwager & Kenneally Wines.

Diciamo subito che questa etichetta ha ricevuto un premio per la grafica (Tdc: Certificate of Typographic Excellence). In apparenza ci sarebbe poco da dire: si tratta di un packaging davvero molto semplificato. In realtà, come dicono gli esperti del settore, “nel meno c’è il più” (citando un famoso architetto). Vediamo quindi di analizzare questo “meno” (tutt’altro che un “minus”): carta goffrata e leggermente ambrata che fornisce una sensazione anche tattile di preziosità; caratteri di stampa semplici ma incisivi, chiari, statuari, senzienti; ed ecco il colpo di genio: le lettere della seconda parola “volano via” con una modalità che “trascina” la mente, stabilisce un corto circuito mnemonico, cattura l’attenzione.
Etichette packaging naming
Quella stranezza nel modo di scrivere (di posizionare le lettere, sostanzialmente) genera immaginazione: è il vento? È la strada? (Road) È un volo di gabbiani? È un gioco? È allegria? È un pizzico di follia e quindi di originalità. Tanto basta. Qualcuno potrebbe dire che questa etichetta è banale, noi diciamo che è ricercata. Ebbene, la ricercatezza risiede nei particolari di un’idea. E avere belle idee non è prerogativa di massa. Altrimenti sarebbero “capaci” tutti. Naturalmente tutte le informazioni che una bottiglia deve fornire al consumatore sono state raggruppate nel retro-etichetta, che risulta quindi tutt’altro che pulito. Comunque ordinato ed esplicativo per quello che serve. Complimenti a questo produttore neozelandese e all’agenzia di packaging che ha creato per loro l’etichetta in questione.

P come Pinot e come Poema

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Orlando Innamorato, Pinot Nero, 
La Guardiola.

Ci sono due belle storie dietro al nome di questo vino. Una è quella del produttore di origini venete (si chiama proprio Orlando) che trasferitosi in Toscana, ivi coltiva in altura, in provincia di Arezzo, Sangiovese, Pinot Nero e altre uve. L’altra è quella del poema scritto nel 1476 da Matteo Maria Boiardo con il titolo “Orlando Innamorato”. Si tratta di un poema cavalleresco composto in ottave “rimate” che non ottenne grande fama (anche perché non fu concluso, causa morte prematura dell’autore) fino a quando l’Ariosto non lo riprese creando l’Orlando Furioso, molto più noto e pubblicato. Notevole lo spessore semantico e narrativo dell’Orlando Innamorato (titolo originale: “L’inamoramento de Orlando”, con una “n” secondo il volgare settentrionale dell’epoca con cui è redatto). Ecco un tratto dall’opera: “Io tiro teco a un segno, che l'arme son de l'omo il primo onore; ma non già che il saper faccia men degno, anci lo adorna come un prato il fiore”. Veniamo all’etichetta di questo Pinot Nero di Toscana (di qualità fotografica non eccelsa, quella qui riportata, ma attualmente non se ne trovano di migliori nemmeno nel sito del produttore): dai tratti classici, una bella illustrazione “d’epoca”, al centro, raffigura il nostro eroe (Orlando) mentre beve da un calice. Vicino al nome del vino vediamo un cuore, accenno di romanticismo che risulta efficace anche cromaticamente. Un particolare di grande finezza: il cuore è posizionato proprio al posto giusto (sul petto) dell’ingrandimento dell’Orlando che si intravede sullo sfondo dell’etichetta. I caratteri di scrittura sono giustamente arcaici. Il logo dell’azienda, in alto, “La Guardiola”, di sintesi e ben realizzato. Complessivamente una buona etichetta con un bel racconto da esprimere. Rimane il sospetto che l’Orlando (attuale) si sia innamorato davvero della Toscana (Val di Chiana).

Follature Sì, Affollamenti No

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Amacos, Frascati Superiore, De Sanctis.

Il nome di questo vino viene spiegato direttamente sul fronte-etichetta. Diventa così più incisivo, più rappresentativo ed efficace. La scelta di spiegare le origini del nome direttamente in etichetta è sempre vincente, anche se costringe a qualche ragionamento in più nella gestione degli spazi dedicati alla grafica. Lo spazio di un’etichetta è davvero risicato e gli elementi di comunicazione mai dovrebbero risultare affastellati. Ecco perché è necessario operare delle scelte. Decidere cioè quale elemento è più importante di altri. In questo caso, analizzando in generale il packaging, spiccano (oltre al nome, in bella evidenza, e alla sua spiegazione) una figura angelica, molto bella, e il nome del produttore, in basso. Per il resto il design è pulito, evidenziante, ordinato, valoriale. La cantina in esame è di nuova istituzione, si è dotata di strumenti moderni, sia per quanto riguarda le tecniche di vinificazione, sia per quanto riguarda il marketing. E questa etichetta è una valida testimonianza. Tornando e concludendo con il nome in questione, “Amacos”, che in greco significa appunto “pacifico”, è sicuramente riferito alla sua “maturazione” di 6 mesi in botte. Come dire che un vino di qualità ha bisogno di periodi di stasi, di riposo, di tranquillità, per diventare, a tempo debito, piacere per la tavola.

Editori e Viticoltori Rigorosi

Barolo, Gregorio Gitti, Castello di Perno.

È la volta dello strano caso dell’azienda vinicola (a Monforte d’Alba) che è anche un editore di libri d’arte (a Brescia). Si dirà: l’arte e il vino sono sempre andati d’accordo. Ma vediamo gli elementi distintivi della comunicazione a partire dall’etichetta. Innanzitutto il logo, un esagono (o celletta d’ape, se vogliamo essere ecologici piuttosto che geometrici) ma potrebbe essere anche la testa di un bullone (l’azienda si chiama Castello di Perno). Molto spartano il logo, molto spartane le etichette. Prendiamo qui come esempio quella del Barolo (l’azienda produce anche Nascetta, Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, tutti vini con la medesima etichetta, cambia solo il colore del profilo dell’esagono grande). La prima reazione, per una analisi tecnica del packaging, è di imbarazzo. Molto bianco (e fin qui niente di male) con elementi “sparsi”. La cornice dell’esagono grande taglia la scritta “Barolo”, isolando (diciamo inglobando) le lettere “Ba”, in modalità formula chimica. Si intravede (poco) una specie di stemma grigino al centro dell’esagono e in basso a destra, con lo stesso tono di grigio, una sigla: “GG”. In alto a destra, sotto all’esagono piccolo a pieno colore, il nome e cognome del titolare: Gregorio Gitti. Se si tratta di arte, potremmo definirla contemporanea? Se si tratta di grafica, forse di germanico rigore. Se si tratta di packaging probabilmente siamo di fronte a una genialità incompresa.

Poetica Bucolica-Alcolica

A taj, Chardonnay, Cascina Castlet.

Bella, bella, bella. Non tanto l’etichetta che se vogliamo possiamo definire “tipografica”, cioè fin troppo “parolata”. Bensì la descrizione di questo vino, tra il poetico e il narrativo-filosofico, che il produttore propone al proprio pubblico nel sito web aziendale: “Una nuvola colma di parole. Un dizionario antico di suoni e significati sorprendenti. Sono gioco e memoria. Se fossi lapide avrei le lettere scolpite nella pietra. Le mie sono incise nell’aria di queste colline. Modi di dire e richiami, metafore e paragoni. Nomi e suoni che hanno attraversato il tempo. Chi non le comprende le liquida come espressioni del dialetto. Qui si rispetta la lingua dei padri, trasmessa di bocca in bocca, di madre in figlio, e ancor oggi usata per affinare e rendere più viva una frase. Ci sono parole che paiono prese a prestito da lingue lontane. Testimoni dei secoli solcati dai viaggiatori, commercianti e eserciti. Uomini spinti dalla fede o dalla sete di potere, dalla fame o dalla voglia di scoprire l’oltre. Ogni uomo lascia un segno, a volte anche solo una parola. Quante ne sai nascoste nella tua memoria? Prova a legger le mie mentre assaggi lo chardonnay che mi dà vita. Scoprirai assonanze e intuizioni. Aggiungine pure tu, coglile dal tuo sapere e mettile sulla giostra dei suoni. Sono Ataj. Chi mi pronuncia dice di cosa giusta al momento giusto”.
Se approfondiamo la comprensione di questa etichetta possiamo aggiungere che il nome del vino, “A taj”, sempre con le parole del produttore: “...in piemontese significa utile, bello, che giunge al momento giusto”. Interessante anche la dinamica collettivista che ha portato alla realizzazione dell’etichetta: “Per scegliere il nome a questo nuovo vino, la nostra azienda ha indetto un concorso tra clienti ed amici; in tantissimi hanno risposto e un centinaio di proposte sono state scritte sull’etichetta in ordine sparso e casuale a formare quasi una nuvola di parole che evocano i vari aspetti del vino, usando metafore e dialetto, semplici sintagmi, provocatori solecismi e ricercate antiche dizioni; da questa nuvola di significati emerge A TAJ, al centro, come una scelta naturale”. Complimenti per l’estro e la creatività. Soprattuto nell’arcaica cultura del vino piemontese, nonostante il dialetto (che più volte abbiamo osteggiato in questo blog), chi osa vince.

Pensiero Positivo con Nomi Negativi

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Pallido, Montepulciano Rosato, Simone Capecci.

Proprio così: questo vino si chiama “Pallido”. Non vi sono molti dubbi, da subito, sulle intenzioni di questo nome e di chi lo ha pensato. Pallido come il vino che nomina e rappresenta. Certo non siamo di fronte a un complimento. Quando si dice di qualcuno che sia pallido, di solito non significa niente di buono. In generale anche nell’ambiente più tecnico dei colori, qualcosa di pallido allude a una modalità di comunicazione timida, remissiva, introspettiva. Ed è forse in quest’ultima accezione che possiamo trovare qualcosa di positivo: un rosato con uno stile dimesso ma elegante, almeno per quanto riguarda il cromatismo. Ma vediamo cosa dice il produttore, riguardo a questo nome: “Vino rosso vestito di pallido. Pallido è il colore del vino, il massimo del pallido di cui può vestirsi un’uva rossa, guardando all’incontrario un grappolo di uva Montepulciano, vinificato in assenza di ossigeno”. Evince ma non convince, a nostro modesto parere: il pallidume è comunque una nota “grigia”. Analizzando più in generale le etichette di questo stimato produttore di Ripatransone (nelle Marche) vediamo che sono di buona fattura, pulite, eleganti, abbastanza distintive.
Al centro di ognuna di esse campeggia un simbolo rotondo che viene così spiegato dall’azienda, nel proprio sito internet: “Pochi elementi di straordinario impatto contribuiscono a definire, anche graficamente, la filosofia ed il pensiero di Simone Capecci: l’Armilla Picena, posta al centro dell’etichetta e sovrastata dal nome del prodotto rimanda, a colpo d’occhio, ad una composizione tanto essenziale quanto equilibrata, equa, armoniosa, proprio come il naturale divenire delle cose. Tracciando, immaginariamente, due rette simmetriche ed oblique che a partire dai due estremi del nome del prodotto convergono sull’Armilla Picena si crea, inoltre, una celebre figura simbolica, cara alle religioni arcaiche, che, con la sua forma ad imbuto, rappresentava per gli antichi il simbolo del ventre materno, il cosiddetto Femminino Sacro, metafora spirituale associata appunto al culto della Dea Madre e al concetto di fertilità”. Abbiamo cercato il “Femminino Sacro” in rete ma senza risultati eclatanti: molto spesso si tratta di varie rappresentazioni di un semplice triangolo. Infine ha attirato la nostra attenzione anche un altro nome di un vino di questo produttore, quello del Pecorino “Mvria”, scritto così, con la “v” all’uso di “u”, come insegnavano i latini, o meglio gli Antichi Romani (testo del produttore): “Con il termine Mvria i Romani identificavano un vino minerale e sapido, caratteristiche rigorose e preziose che contraddistinguono questo vino bianco dalle spiccate peculiarità”. Per la precisione, dicono alcuni dizionari, “mvria” starebbe per “sale marino”. Fatto sta che tra pallore e “muria” (come si dovrebbe leggere questo nome, mutando la “v” in “u”) la percezione non può essere totalmente positiva. Meglio gli altri nomi dei vini aziendali: Ciprea (Pecorino), Picus (Rosso Piceno), Tufilla (Passerina), Fedus (Sangiovese), Qvinta Regio (Montepulciano).

Parla Molto Questo Vino Taciturno

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Taso, Valpolicella Superiore, Tenuta Villa Bellini.

“Taso” è un vino che cambia vestito continuamente. Non ha fissa dimora per quanto riguarda il packaging. Non offre riferimenti se non uno sfondo cromatico molto colorato. Che si fa notare. Si esprime spesso in italiano ma anche in inglese e in francese. Non ci sono regole, insomma. Se non quelle che la produttrice (Cecilia Trucchi, in quel di San Pietro in Cariano, in piena “zona Amarone”) si è data nella realizzazione di vini biologici con una attenzione particolare per il rispetto delle tradizioni locali. Quale etichetta abbiamo scelto per rappresentare questa cantina “creativa”? Una in francese, che afferma una bella e poetica verità: “Et voilà! Cecì n’est pas un vin, c’est l’amour”. Niente da aggiungere, il vino è buono quando fatto per e con amore. Il vino è anche, esso stesso, amore, quando riscalda le tavole conviviali, indifferentemente di famiglie, amanti, amici, viandanti.
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E veniamo al nome del vino, “Taso” che tradotto dal dialetto significa “sto in silenzio”. Chiudendo aggiungiamo che si tratta di un vino composto dai vitigni classici della zona (cioè Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara) da vigne centenarie che crescono su terreni tufacei con esposizione a sud-est. Le uve subiscono un appassimento di 30 giorni, 2 anni di affinamento in legno e 1 in bottiglia. 

Eleganza Femminile in Forma d’Arte

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Flora Italica, Barbera Colli Bolognesi, Manaresi.

Questa etichetta è un “inno” all’eleganza femminile. Almeno nelle intenzioni dell’azienda produttrice che nella scheda dedicata a questa Barbera, nel proprio sito internet, scrive: “...un vino suadente e, come testimoniano la particolare etichetta e il nome, dalla elegante femminilità, ma anche con una personalità importante...”. Certo che l’etichetta a prima vista risulta criptica: si vede una sagoma, ma non si riesce ad interpretarla immediatamente. E anche il blocco di colori alla base non chiarisce l’enigma. Come normalmente si cerca di fare, il significato generale del packaging viene ricercato e possibilmente ancorato al nome del vino, “Flora Italica” in questo caso. Ma anche qui non si trovano allineamenti. Serve una spiegazione che il produttore (anzi, la produttrice e titolare, come vedremo) ci fornisce, sempre tra le pagine del web di riferimento: “Il nome Flora Italica è un omaggio all’illustre naturalista Antonio Bertoloni (1775 - 1868), autore dell’omonimo monumentale trattato di botanica ancora oggi riferimento scientifico della materia. Il Bertoloni possedeva un tempo la collina e la sovrastante omonima storica Villa Virginia, a Zola Predosa, sede estiva dei suoi studi, prospiciente l’attuale vigneto di Barbera ora di proprietà dell’azienda Manaresi. Da un punto di vista del visual design, la nuova etichetta Flora Italia è originale e innovativa, ma in linea con lo stile delle altre bottiglie (della gamma aziendale) che sono ispirate all’arte di Paolo Manaresi, importante pittore e incisore del novecento al quale la nipote e attuale titolare Donatella Agostoni ha dedicato la cantina (il logo aziendale Manaresi è la firma stilizzata dell’artista)”. Il racconto continua, in particolare per quanto riguarda l’etichetta che qui a sinistra mostriamo: “...il profilo femminile e sinuoso di una mitologica Flora, la dea romana e italica della fioritura. Ma una ‘novella’ Flora, perché la sua silhouette, i suoi capelli, il suo atteggiarsi sono quelli di una donna contemporanea, di carattere.
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Così pure come contemporanei sono i fiori, i petali e gli steli colorati che in basso introducono una sorta di collage informale”. Interessante anche l’analisi della “dinamica” percettiva dell’etichetta: “Non si distinguono infatti un’etichetta principale e una contrapposta retroetichetta, perché di fatto entrambe, etichetta e retroetichetta, si susseguono lungo la circolarità cilindrica della bottiglia, per dar forma in negativo alla figura femminile di Flora, che si staglia sul nero totale del vino rivelato dalla trasparenza del vetro. Non solo, la etichetta e la retroetichetta, osservate singolarmente, con i loro frastagliati profili, rivelano un’estetica autonoma, quasi strappi della carta, con una loro informale poetica e una propria forza espressiva, che dà la vera sostanza di questa originale confezione”. E infine un accenno alla sinergia col vino contenuto nella bottiglia: “L’immagine di donna, in Flora Italica, è un voluto riflesso del suo contenuto intrinseco: la Barbera, uva e vino già normalmente declinati al femminile, è per Manaresi femminile in tutte le sue connotazioni più alte: di carattere forte ma nel contempo suadente, con note morbide e rotonde, quasi flessuose, bilanciate da una floreale freschezza e da una piccante acidità”. Anche se, come detto prima, l’etichetta non riesce a  fugare alcune perplessità sulla propria efficacia di comunicazione, raramente si assiste a una definizione così attenta e precisa degli elementi che sono stati scelti a rappresentare il vino, nel packaging design.

Ritorno alla Semplicità

A Vento e Sole, Chianti Docg, 
Podere Alberese.

Il vino è la poesia della terra, scriveva un noto e illuminato autore. E forse, opponendo il punto di vista, l’indole poetica aiuta a produrre buon vino. Nella filosofia produttiva e personale di questa giovane azienda che ha sede in Toscana, vicino a Siena, c’è molta poesia. Al punto di volerla proporre direttamente anche sulle etichette della propria gamma: questa in particolare sulla bottiglia del Chianti. Il vino si chiama “A Vento e Sole”, nome composito, fortemente evocativo. Semplice, se vogliamo, ma dotato di quel richiamo visivo che porta alla mente la campagna, la primavera, la purezza, la gioia della natura. E tutto questo funziona bene per richiamare l’attenzione sul vino (e l’attesa del calice). Nel sito del produttore troviamo altre poesie della medesima autrice, Adriana de Carvalho Masi, che in vario modo e in varie annate si sono avvicendate sulle etichette dell’azienda (che ha anche un agriturismo e una coltivazione di olive). Leggiamone una che si intitola proprio “al vento e al sole”: “Caleidoscopi di luce tra le foglie, verdi mani protese verso il cielo. Svettano i pampini in cerca di un sostegno sui verdi tralci. Piccoli fiori bianchi sul grappolo allungato, per ogni fiore un acino dorato, ogni pistillo un goccio di rubino, si preparano all’estate che li accresce. Il chicco della vigna sul grappolo compiuto si lascia rimirare. Bello e lucente, creato dalla terra, innalzato nell’aria al vento e al sole. Odoroso e sapiente di fragranza, di colore, di gusto e di profumo di terra di Toscana, eccomi a te. Io sono lo sposo onesto per il tuo bicchiere”. Quest’ultima frase merita attenzione e ripetizione: “io sono lo sposo onesto per il tuo bicchiere”. Vino che reclama di essere “semplicemente” onesto. Giusto. Vero. Sincero. E promette di non deludere una beva senza pretese, se non quella della gioiosa convivialità.