Ozio Creativo in Botte Piccola

Branding packaging design
Ozio, Montepulciano d’Abruzzo, 
Irene Cameli (Az. Agricola).

Sull’ozio e sulle sue caratteristiche hanno scritto poeti di svariate epoche. Gli Antichi Romani sostenevano che la “non attività” sarebbe in grado di tradursi in sprazzi di creatività superiore. Altri pensatori hanno affermato invece che si tratta proprio del “padre dei vizi”. Certo che quel modo lascivo di riposare che ha il vino quando viene elevato per mesi, per anni, in botti di rovere o affini, merita di essere riconosciuto come una disciplina conforme all’innalzamento della qualità. Ed ecco che questo vino rosso Igt, sia pure corposo e verace, che viene lasciato maturare 24 mesi nel legno, prende il nome di “Ozio”. L’etichetta conferma l’indole oziosa, ma anche preziosa, della comunicazione. Un fondo marrone evidenzia caratteri e segni grafici in oro. Eleganza e semplicità si rincorrono. Al centro del packaging-design campeggia grande quella parola in grado di essere yin e yang, croce e delizia, positiva o negativa secondo il back-ground culturale e filosofico di ognuno. Blandire l’ozio è un rischio? Forse. Più probabilmente si tratta di un coraggioso atto di scardinamento di regole antiche che vedevano l’ozio come una peste, una colpa, una maledizione. Non tutti gli ozi vengono per nuocere, quindi. È forse questo il messaggio di un vino che invita a pranzi dilatati nel tempo, in pomeriggi pigri, a cene che sconfinano nelle ore piccole, a brindisi senza fine.

Arrossamenti che Portano Irritazioni

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Inferi, Montepulciano d’Abruzzo, Marramiero.

Innanzitutto dobbiamo dire, giocando un po’ con le parole, che il nome di questa azienda e come se facesse “marameo” a chi legge. Infatti la lettura veloce potrebbe far percepire proprio questa scanzonata accezione da monelli. Per l’esattezza il marchio del produttore è “Marramiero” (che sarebbe il cognome della famiglia proprietaria). L’etichetta che andiamo ad esaminare, uno dei vini in gamma, è molto infuocata. Infatti tratta di qualcosa di infernale. Il nome del vino è “Inferi” e nell’illustrazione sottostante si può notare un groviglio di anime in stile dantesco ma con tratti moderni. Il rosso, si sa, è colore di allarme, di pericolo, di attenzione (anche). Questa etichetta, oltre ad un cromatismo acceso presenta una inquietante mescolanza di corpi dannati che solo la sintesi grafica (lo stile con il quale sono disegnati) riesce in parte ad attenuare. Sulla destra una figura sembra aiutare un’altra ad uscire dal pantano magmatico. La “plasticità” delle immagini non tranquillizza: la scena è di quelle in grado di agitare i flussi mentali anche dei più compassati. Certo si fa notare. Ma in che modo? Farsi notare con violenza non vale il rischio di fare danni di immagine o semplicemente il rischio di non piacere a qualcuno che degli inferi non ne vuole proprio sapere.

Etichette che Mettono Paura

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Fistful of Flowers, Moscato Giallo e Vermentino, Momento Mori.

Chissà se il nome di questa azienda (tanto per iniziare con le critiche) è un errore (rispetto al noto motto latino “memento mori”) o un gioco di parole voluto. Certo che “Momento Mori” fa molto “momento della morte”. Bizzarra nominazione in ogni caso, questa, proveniente dalla lontana Australia. Ma non è solo questo l’aspetto di cui vogliamo parlare. Passiamo quindi al nome del vino che è “Fistful of Flowers”, sarebbe a dire “mazzo di fiori” o meglio, testuale dall’inglese, “pugno di fiori”. Un modo, forse, per bilanciare il sentimento funebre del nome aziendale. E l’etichetta? Molto particolare. Originale soprattutto nella sua formulazione cromatica. Sfondo scuro, fiori arancioni e rossi. Fosse tutto qui potremmo archiviare il packaging come “tappezzeria”. Ma al centro del design vediamo una farfalla. Inquietante: ricorda quella del noto film “il Silenzio degli Innocenti”. E più in generale ricorda (e probabilmente rafforza) il concetto di provvisorietà dell’esistenza, dove il bruco, sostanzialmente morendo, diventa farfalla e la farfalla... è destinata a una vita breve (da poche ore a otto mesi, dipende dalla specie), sia pure allegra, dolcissima e svolazzante. Certo che nel suo complesso questa etichetta non è tranquillizzante. La provocazione è tutt’altro che latente. Forse il vino ha velleità magiche? Pozione di lunga vita?

Valori e Pricing di una Bottiglia di Vino

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Matarocchio, Cabernet Franc, Guado al Tasso.

Il nome di questo vino deriva dal nome topografico, storico, di un podere (Matarocchi) di proprietà dell’azienda produttrice (Antinori). L’impressione è quella di un nome “contadino”, anche scanzonato, se vogliamo. Sappiamo invece che una bottiglia (una) di questa eccellenza enologica costa 350 Euro (trecentocinquanta). C’è poco da scherzare. E, oltre al nome del vino, come potrebbe essere il packaging di un vino di cosi grande valore, intrinseco e commerciale? Lo vedete qui a sinistra. Elegante, ordinato, valoriale, senza guizzi artistici. Si potrebbe anche dire: tradizionale, classico. Quindi il valore chiama sobrietà? Ci sono anche casi contrari. Ma in generale si può ben dire che i vini di “alto lignaggio” (e non parliamo di legno, anche se spesso questi vini sono “barricati”) si presentano sempre con una veste altera. Senza fronzoli, illustrazioni, allegorie o altro che possa inficiare la loro “serietà”. Diciamo bene, la loro credibilità. E probabilmente è giusto così, considerato anche che di solito questi vini sono una emanazione di aziende molto grandi, strutturate e potenti in termini commerciali. Quindi aziende che non hanno bisogno di farsi notare se non con la preziosità impressa dalle manovre di marketing. Quello che si aspetta chi paga 350 Euro per una bottiglia di vino, certamente, è qualità a tutti i livelli. Dal packaging al tappo, dal servizio clienti al vino stesso, ci mancherebbe. Il mercato ha le sue regole, il design e la creatività invece non ne dovrebbero avere.

Dal Nepal alle Langhe il Nesso è Breve

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Swanti, Barbaresco, La Vedetta.

Si tratta dell’ultimo nato... di una ultima nata. Questa giovane azienda infatti, guidata, non ci sarebbe bisogno di dirlo, da una giovane coppia, è tra le più recenti tra quelle che si sono affacciate sulle maestose terrazze delle Langhe. I ragazzi, che si chiamano Marco e Swantje sono rispettivamente italiano lui e tedesca lei. Ed ecco svelato l’arcano del nome di questo vino (sia pure leggermente diverso): “Swanti”, che in effetti suona strano in terra piemontese. Complice il fatto che conducendo brevi ricerche si giunge a conoscenza di una celebrazione, un festival religioso, in Nepal. Esattamente (da Wiki in inglese): “The festival highlights the central role of women in the household, and the rituals are related to wishing for good fortune of the family members by presenting them auspicious items and praying for longevity by placating the god of death. During the festival, windows and doorways are decorated with flower garlands and lamps. It is held according to the lunar calendar so the dates are changeable. In 2017, the festival is 17–21 October”. Ora, non sappiamo se il nome della vignaiola di origini tedesche sia da ricondurre alla festa nepalese. Ci limitiamo a osservare la stranezza di leggere in etichetta “Swanti” e “Barbaresco” insieme. Due idiomi davvero diversi. Ma forse proprio questa stranezza è in grado di attirare l’attenzione degli astanti. Anche per merito degli altri elementi dell’etichetta, molto “contemporanea”, alluminata se non allucinata (in senso positivo). Resta, di italica suadenza, il nome dell’azienda: “La Vedetta”. E qui ci siamo con ricordi di battaglie e conquiste, soldati e taverne, tamburi e bicchieri.

Come Dire Bianco in Giallo

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Bianco, Chardonnay-Sauvignon-Pinot Grigio, Dario Princic.

Questo “Bianco” scritto in giallo ci fornisce l’occasione di reiterare una ormai famosa “battuta” che si sente dire attorno a un desco: “Come mai i vini da uve gialle si chiamano bianchi?”. E’ una questione minima. Ma massimizzante in termini semantici. Dicotomie vitivinicole alle quali abbiamo fatto abitudine. Certo che questo Bianco-Giallo attira l’attenzione. Se non altro perché in etichetta c’è solo quello. Oltre al nome del produttore, ci mancherebbe. Siamo in Friuli ma si potrebbe dire Slovenia, visto che i confini vinicoli da quale parti non sono tracciati se non in termini geologici. Terre asciutte, come chi ci abita e lì produce vino da secoli. Va da sé che anche le etichette possano risultare rastremate, lineari, semplici, senza fronzoli, dirette, taglienti. In questo caso la valenza creativa che ci viene concessa è la modalità artistica con la quale viene scritto il nome del vino. Delle tracce di colore, delle strisce, dei tratti, pittorici, pennellati, amanuensi, che incasellano il nome “Bianco”. Facile, no? Si tratta di un vino bianco, Igt Friuli Venezia Giulia, questa la dizione legale. Per il resto, invece, è tutto particolare. Lavorazione, rese, a anche il prezzo, che non è dei più abbordabili. Ma il lavoro c’è. E un certo orgoglio assolutista, anche.

Mosca (e Vino) con Simpatia

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Mosca Bianca, Tai bianco-Garganega-Incrocio Manzoni, Siemàn.

Iniziamo dal nome dell’azienda, “Siemàn” che, come raccontano i titolari significa “sei mani” in dialetto veneto. In quanto: “Siamo tre fratelli, Marco, Daniele, Andrea Filippini. Venendo da percorsi professionali del tutto diversi, ci siamo ritrovati a condividere la medesima passione: la viticoltura”. L’uso del dialetto non è consono in generale, ma in questo caso la sonorità di questo nome potrebbe riportare ad un inglesismo. Non andrebbe bene lo stesso, ma insomma, diciamo che può passare la censura (anche perché nome breve e sincopato). Le etichette dei vini sono davvero fantasiose. Prendiamo come esempio quella del “Mosca Bianca”, un blend di bianchi autoctoni dei Colli Berici (dove ha sede l’azienda). Il modo di dire “mosca bianca”, riporta a qualcosa di raro, di originale, di particolare, di strano. Chiaramente i produttori lo vogliono riferire al vino e alla sua particolare composizione “multivitigno” (con anche un incrocio presente in uvaggio). Va detto che la stranezza riguarda anche il fatto che questo vino bianco “viene vinificato con lo stesso metodo di un vino rosso”. Il concetto è simpaticamente rafforzato da una illustrazione fumettosa di una mosca che fa l’altalena su un tralcio. Se non fosse che le mosche a volte rappresentano un nemico per la vigna, il coraggio di questa simpatica raffigurazione strappa sicuramente un sorriso. Intelligente la dicitura alla base dell’etichetta: “Vignaioli artigiani”, poco utilizzata nel settore e quindi impattante.

Tra Arte, Trasgressione e Veritas

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Vigne del Pellagroso Rosso, Merlot, 
Azienda Agricola Antonio Camazzola.

Tra una moltitudine di etichette “autogestite” da piccoli produttori, che si trovano spesso nelle circoscritte degustazioni locali, spicca quella di questo vino bianco, che viene dalla provincia di Mantova. La protagonista indiscussa del packaging-design è una donna, una vèstale, una contadina, un’ancella dei tempi moderni, che in posa a dir poco sensuale, “stilla” succo d’uva da un grappolo. L’abbigliamento succinto passa quasi in secondo piano di fronte ad una immagine bucolica e a suo modo sorprendente. Lo stile potrebbe ricordare l’art-decò, i colori sono vividi, la postura intrigante. Si potrebbe dire che con questi “mezzucci” è facile attirare l’attenzione, ma è bene aggiungere che in questo caso l’immagine è dotata di una propria personalità. Non di meno il nome del vino: “Vigna del Pellagroso”. Al di là della possibile origine della parola, non molto gratificante, da “pellagra”, malattia che tempi addietro colpiva il mondo contadino per cause di malnutrizione, sembra proprio che il vignaiolo si sia ispirato a un “giornale indipendente di agitazione sociale di fine ‘800”. Che dire? Davvero particolare. Si potrebbe imbastire tutto un discorso, quindi, su quali elementi visivi e comunicativi, servono maggiormente alla causa dell’attenzione. Ci dilungheremmo a parlare di corpi femminili (e per par condicio, maschili) dei quali la pubblicità, ancora oggi, è portatrice. Ma il censo non è mai cosa buona e giusta. Anche in un paese ancora radicalmente cattolico come l’Italia.