Fara di Su e Fara di Giù

Fara, Montepulciano d’Abruzzo, 
Fabulas (Bio).

C’è una precisa ragione, di più, una storia, che giustifica la presenza in questa etichetta di quei grossi fiammiferi accesi. A metà tra la leggenda e il romanzo. Ma andiamo con ordine. Il vino si chiama Fara e questo non va molto bene, considerato che, ufficialmente, esiste una Doc che si chiama proprio così: Fara ed è relativa all’omonimo paese dell’Alto Piemonte (insieme a Briona). Il disciplinare prevede la produzione di vini con un contenuto di Nebbiolo (clone Spanna) in prevalenza, con il possibile contributo di Vespolina, Uva Rara (alias Bonarda Novarese) e altri vitigni rossi piemontesi. Considerato che anche il nome “Fara” del Montepulciano d’Abruzzo di cui riportiamo l’immagine qui a fianco deriva da una località (in questo caso vicino alla Majella), la possibile confusione è dietro l’angolo (anche se i due territori sono molto distanti). Tornando ai tre fiammiferoni che si vedono nell’illustrazione che domina l’etichetta ecco cosa racconta il produttore nel proprio sito web: “C’era na vote... (c’era una volta) una comunità pronta a combattere gli invasori francesi, ma il rumore degli z occoli che ne ritmavano l’avanzata incuteva sempre più paura man mano che lo si sentiva più vicino. Era una sera del 1799, una di quelle sere in cui solo il miracolo di un santo poteva salvare i paesi abruzzesi arroccati lungo la vallata del fiume Foro. Si racconta che quella sera, in contrada Colle Selva, a Fara Filiorum Petri, un piccolo comune alle pendici della Majella, un anziano signore apparve dinanzi alle truppe francesi. I cavalli non vollero sentir ragione di proseguir la marcia e si inginocchiarono. 
Il Generale francese ordinò: “dietro la cavalleria e avanti la fanteria” e in quel momento l’anziano prese le sembianze di Sant’Antonio trasformando le grandi querce del bosco della Selva in colonne di fuoco a difesa di Fara, costringendo alla fuga i soldati. Ogni anno, dopo Natale, i contradaioli di Fara Filiorum Petri si fermano una settimana per preparare la loro farchia. È una di quelle feste che esprime “appartenenza” alla propria terra, al proprio santo e alla propria gente. Di quelle dove si riesce a vedere l’Abruzzo più semplice, genuino e appassionato”. Niente male come racconto. Emozionale, territoriale, valoriate in senso eroico ed evocativo. Etichetta comunque fuori dagli schemi. Sia come design, sia come cartotecnica (sagomata). Originale anche la forma della bottiglia (intendiamo proprio il vetro), molto allungata, in stile alsaziano, che in centro Italia non t’aspetti.

L’Inquietante Mano di Berenice


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Berenice, Lugana Riserva, Saottini Vini.

Questa azienda bresciana che ha sede sulle rive del Lago di Garda (Lonato), vanta antenati centenari che di generazione in generazione hanno condotto fino a qui l’esperienza agricola di famiglia. Per il Lugana Riserva di produzione propria la scelta per il nome del vino è andata su “Berenice”. Oltre ad essere una città dell’Antico (e attuale) Egitto, Berenice Troglodytica, che si trova a circa 400 km a sud di Hurghada, è un nome noto per essere anche il titolo di un’elegia di Callimaco che narra di una leggenda legata alla capigliatura della Regina Berenice moglie di Tolomeo. Ma soprattutto “la chioma di Berenice” attiene a un ammasso di stelle nei pressi della costellazione del Leone. Nonché indica l’effetto visivo del turbine aerodinamico che si forma durante gli studi sul design aerospaziale o automobilistico. Per venire al punto, quello che si nota in grande evidenza in questa etichetta non è la chioma, bensì “la mano di Berenice”, una illustrazione, diciamo pure non riuscitissima in termini di proporzioni anatomiche, a metà tra un guanto di un prestigiatore e la mano morta di uno spiritello dispettoso. E’ una mano stellata, richiama il discorso sulle costellazioni, possiamo quindi dire che viene dallo spazio. Ma la sensazione che ci trasmette è quella di un aldilà che, soprattutto a tavola, nessuno vorrebbe evocare.

Un Antico Bellone da Bere Insieme

Nzù, Bellone, Marco Carpineti.

Alla base dei vini (di tutte le etichette in gamma) di questa azienda (biologica) del Lazio (Latina) c’è una frase: “dalla storia di antiche terre”. In effetti di terre antiche in Italia ce ne sono molte. Attorno alla zona di Roma si può ben parlare anche di Antichi Romani, i “responsabili” della diffusione di gran parte dei vitigni del Vecchio Continente. In questo caso si tratta anche di un vitigno antico, nel vero senso della parola, e anche molto particolare, raro a vedersi, il Bellone. Nome simpatico, memorabile, ruffiano. Ma anche il nome del vino in questione non scherza: “Nzù”. Quasi un verso animalesco, gutturale, tribale addirittura. E invece si tratta, a quanto sembra, di dialetto. Vediamo cosa scrive in proposito il produttore di questo vino: “Nzù nasce dalla storia di antiche terre, ben più antiche della fondazione di Roma. Nzù nella lingua locale significa “insieme”. Come nell’antica Roma, da uve Bellone, dal lavoro con i cavalli, dalla fermentazione naturale e affinamento in anfore di terracotta. Nzù, come racconta la sua etichetta, collega come una linea senza discontinuità, la certezza ed il vigore del passato con un “antico futuro” sostenibile “insieme”. Tutte testimonianze di una storia antica e attuale”. La storia e le buone intenzioni ci sono tutte. Ma il nome accusa una certa difficoltà nella pronuncia e conseguentemente nella memorabilità. Particolare, certo. Molto strano, fuori dagli schemi, quasi una sigla, un acronimo. Per quanto riguarda il design, molto essenziale, spicca uno stemma, con tre stelle d’oro su fondo azzurro, di bella sintesi.

Acquerello su Timorasso a Quota 500

Derthona 500, Timorasso, Cascina Bandiera.

L’antico nome in latino di Tortona era Derthona Iulia. Da qui hanno preso spunto i produttori di Timorasso delle colline tornonesi per battezzare il loro top di gamma e diffonderlo così nel settore vinicolo. L’etichetta che mostriamo in questo articolo appartiene quindi al vino di punta di una piccola azienda situata proprio sopra l’abitato di San Sebastiano Curone, patria del tartufo bianco “alternativo” a quello di Alba (costa meno e la qualità è ottima). Il nome del vino, “Derthona 500” ricorda quello di certe gare di endurance a Indianapolis o cose così. Con tutta probabilità il numero che in questo caso affianca il nome antico della cittadina di Tortona si riferisce alla quota in altezza dove sono coltivate le uve dell’azienda. Il carattere di scrittura del nome del vino non è tra i più leggibili ma almeno è originale, dinamico, moderno. Il design dell’etichetta mostra una illustrazione (in acquerello) con tratti di colline e uno strano tassello giallo alla base. Forse voleva essere un accenno di mappa del territorio, ma non si comprende bene. In generale l’etichetta è ben orchestrata, ordinata, trasmette codici di genuinità, territorio, naturalezza (l’azienda è in regime Biologico). La carta utilizzata è leggermente goffrata, a simulare le tipologie da riciclo. La sufficienza c’è. Ma qualche elemento risulta migliorabile.

Sogni e Segni del Nuovo Oltrepò

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“Una scoperta”, Pinot Grigio, Tenuta Belvedere.

Insolita e immaginifica questa etichetta di una piccola azienda dell’Oltrepò Pavese. Esce certamente e valorosamente dagli schemi, pur presentando qualche piccola pecca. Vediamo nel dettaglio (l’immagine reperita in rete purtroppo non è delle migliori, ma è quello che si trova allo stato attuale; purtroppo spesso accade che i produttori non dispongano di foto di prodotto in alta definizione): l’illustrazione centrale (diciamo pure che occupa l’intera etichetta) si presenta con cromatismi assopiti, colori tenui, pastellosi. L’immagine mostra un “uomo spaziale” a cavalcioni di un calice (sarebbe però un calice da spumante, a dire il vero) lanciato verso gli spazi siderali. Si tratta di una specie di Superman Enoico (e in un certo senso eroico) che in preda ai piaceri dell’alcol è determinato a spingersi verso frontiere della percezione ancora più elevate. Simpatico, non c’è che dire. Fa sorridere, sognare, sperare, bere (bere bene, si spera). Per quanto riguarda il (presunto) nome del vino, il carattere di scrittura (molto “scritto”, per intenderci, un corsivo amanuense) di certo non aiuta la vista del consumatore.
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Il nome del vino dobrevve essere quel “una scoperta” scritto in basso, alla base dell’etichetta (attenzione, il modo in cui è scritto potrebbe lasciar intendere qualcosa d’altro e di poco elegante). Anche “Pinot Grigio” non si legge scorrevolmente. Vicino ad esso si vedono due lettere puntate: “A. Z.”, di origine ignota. Certo la fantasia non manca a tale Gianluca Cabrini, titolare di questa azienda, da poco tempo sul mercato. Particolare il logo aziendale, costituito di segni grafici ornamentali tra i quali si distingue un grappolo stilizzato.

Avere Brio con Lentezza

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Ghëddo, Barolo.

Il nome di questo vino, un Nebbiolo di La Morra, naturalmente Docg Barolo, potrebbe addirittura sembrare un’esterofilia. Sarà quella dieresi sulla “e”, che fa tanto nome di qualche mobile dell’Ikea, sarà la “h”, o la brevità scattante delle fonetica, in stile teutonico. Sta di fatto che non sembrerebbe dialetto piemontese se non fosse che i due giovani produttori lo spiegano chiaramente nel sito aziendale: “(il Ghëddo) Se ce l’hai non lo puoi nascondere, è incontenibile e sicuramente te lo si legge in faccia; quando vedi uno che ha il ghëddo lo capisci subito. Ghëddo è forse la parola più bella del dialetto piemontese. Ghëddo è iniziativa, ma anche il brio con cui la si porta avanti, è ispirazione e caparbietà: è voglia di fare. Avere il ghëddo è possedere un’anima che trasuda entusiasmo autentico ed elegante. Nell’attimo stesso in cui provi a dare una forma a questo termine ti sembra quasi di ridurlo, di aver perso la sua vera natura: la spontaneità di un’intuizione. Fin dai primi giorni in cui abbiamo iniziato a masticare questa parola, appresa lavorando in vigna con vecchie glorie di Langa, l’abbiamo sentita subito nostra. Era il 2014 ed il progetto era già nato da un anno, mancava solo un qualcosa che lo definisse. Ghëddo, appunto. Con ciò non vogliamo dire di essere più bravi e brillanti di altri, significa piuttosto che adoriamo faticare rincorrendo i nostri sogni”. Bella, completa, esaustiva descrizione. Spesso manca per quanto riguarda i nomi dei vini. Trasmette anima e passione. La descrizione. Certo, il nome rimane un arcano, se non spiegato adeguatamente. Diciamo che può incuriosire, di certo non coinvolge più di tanto, se non per la tentazione di saperne di più. Manca, cioè, di immediatezza. Per il resto, etichetta dal fondo scuro, piuttosto classica, ma elegante. La vecchia clessidra conferma una certa “antichità” ma al tempo stesso trasmette il messaggio della lentezza, degli anni che il Barolo richiede per essere al massimo. E questo è un bel messaggio. Coraggioso e chiaro. Il contrasto con il “brio” del nome riequilibra i concetti, tra l’impeto giovanile e la tradizione antica.

Il Bacco degli Etruschi va in Bianco

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Fufluna, Blend di Rossi, Tenuta Poggio Rosso.

Questo vino dal nome non facile da pronunciare viene dalle terre situate proprio di fronte all’Isola d’Elba. Terre di mare. Terre degli Etruschi. Infatti, la spiegazione dell’azienda che viene mostrata nel sito web attiene a questo: “Gli etruschi, popolo di mercanti ed esperti del buon vivere, furono i primi a riconoscere nel nostro territorio, le potenzialità di coltivazione della vite per la produzione di quell’ambrosia da sempre apprezzata che è il vino, per questo motivo chiamarono la loro città Fufluna da Fufluns, dio etrusco del vino e dell'ebbrezza. Poggio Rosso ha voluto che il suo vino piu giovane ed immediato, portasse l'antico nome della sua città, Populonia. Fufluna, un rosso caratterizzato da grandi profumi fruttati, fresco, vivace e beverino”. Forse proprio perché il nome non è familiare a molti, viene ripetuto graficamente sull’etichetta, con un “effetto ombra” che non semplifica la questione, anzi compromette ulteriormente la leggibilità. Aggiungiamo che se non spiegato, se non culturalmente assimilato, questo “Fufluna” potrebbe essere interpretato come “Fuf-luna”, tirando in ballo l’astro d’argento. Per il resto sullo sfondo dell’etichetta vediamo la trama grafica del logo aziendale e il marchio per esteso alla base. Un’etichetta semplice, con pochi elementi (e questo sarebbe cosa buona e giusta) “abbandonati” a se stessi. L’epicità del nome non basta a risollevare le sorti di un packaging scarsamente emozionale. Fufluns non approva: l’indaco è una chimera.

Ozio Creativo in Botte Piccola

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Ozio, Montepulciano d’Abruzzo, 
Irene Cameli (Az. Agricola).

Sull’ozio e sulle sue caratteristiche hanno scritto poeti di svariate epoche. Gli Antichi Romani sostenevano che la “non attività” sarebbe in grado di tradursi in sprazzi di creatività superiore. Altri pensatori hanno affermato invece che si tratta proprio del “padre dei vizi”. Certo che quel modo lascivo di riposare che ha il vino quando viene elevato per mesi, per anni, in botti di rovere o affini, merita di essere riconosciuto come una disciplina conforme all’innalzamento della qualità. Ed ecco che questo vino rosso Igt, sia pure corposo e verace, che viene lasciato maturare 24 mesi nel legno, prende il nome di “Ozio”. L’etichetta conferma l’indole oziosa, ma anche preziosa, della comunicazione. Un fondo marrone evidenzia caratteri e segni grafici in oro. Eleganza e semplicità si rincorrono. Al centro del packaging-design campeggia grande quella parola in grado di essere yin e yang, croce e delizia, positiva o negativa secondo il back-ground culturale e filosofico di ognuno. Blandire l’ozio è un rischio? Forse. Più probabilmente si tratta di un coraggioso atto di scardinamento di regole antiche che vedevano l’ozio come una peste, una colpa, una maledizione. Non tutti gli ozi vengono per nuocere, quindi. È forse questo il messaggio di un vino che invita a pranzi dilatati nel tempo, in pomeriggi pigri, a cene che sconfinano nelle ore piccole, a brindisi senza fine.

Arrossamenti che Portano Irritazioni

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Inferi, Montepulciano d’Abruzzo, Marramiero.

Innanzitutto dobbiamo dire, giocando un po’ con le parole, che il nome di questa azienda e come se facesse “marameo” a chi legge. Infatti la lettura veloce potrebbe far percepire proprio questa scanzonata accezione da monelli. Per l’esattezza il marchio del produttore è “Marramiero” (che sarebbe il cognome della famiglia proprietaria). L’etichetta che andiamo ad esaminare, uno dei vini in gamma, è molto infuocata. Infatti tratta di qualcosa di infernale. Il nome del vino è “Inferi” e nell’illustrazione sottostante si può notare un groviglio di anime in stile dantesco ma con tratti moderni. Il rosso, si sa, è colore di allarme, di pericolo, di attenzione (anche). Questa etichetta, oltre ad un cromatismo acceso presenta una inquietante mescolanza di corpi dannati che solo la sintesi grafica (lo stile con il quale sono disegnati) riesce in parte ad attenuare. Sulla destra una figura sembra aiutare un’altra ad uscire dal pantano magmatico. La “plasticità” delle immagini non tranquillizza: la scena è di quelle in grado di agitare i flussi mentali anche dei più compassati. Certo si fa notare. Ma in che modo? Farsi notare con violenza non vale il rischio di fare danni di immagine o semplicemente il rischio di non piacere a qualcuno che degli inferi non ne vuole proprio sapere.

Etichette che Mettono Paura

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Fistful of Flowers, Moscato Giallo e Vermentino, Momento Mori.

Chissà se il nome di questa azienda (tanto per iniziare con le critiche) è un errore (rispetto al noto motto latino “memento mori”) o un gioco di parole voluto. Certo che “Momento Mori” fa molto “momento della morte”. Bizzarra nominazione in ogni caso, questa, proveniente dalla lontana Australia. Ma non è solo questo l’aspetto di cui vogliamo parlare. Passiamo quindi al nome del vino che è “Fistful of Flowers”, sarebbe a dire “mazzo di fiori” o meglio, testuale dall’inglese, “pugno di fiori”. Un modo, forse, per bilanciare il sentimento funebre del nome aziendale. E l’etichetta? Molto particolare. Originale soprattutto nella sua formulazione cromatica. Sfondo scuro, fiori arancioni e rossi. Fosse tutto qui potremmo archiviare il packaging come “tappezzeria”. Ma al centro del design vediamo una farfalla. Inquietante: ricorda quella del noto film “il Silenzio degli Innocenti”. E più in generale ricorda (e probabilmente rafforza) il concetto di provvisorietà dell’esistenza, dove il bruco, sostanzialmente morendo, diventa farfalla e la farfalla... è destinata a una vita breve (da poche ore a otto mesi, dipende dalla specie), sia pure allegra, dolcissima e svolazzante. Certo che nel suo complesso questa etichetta non è tranquillizzante. La provocazione è tutt’altro che latente. Forse il vino ha velleità magiche? Pozione di lunga vita?

Valori e Pricing di una Bottiglia di Vino

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Matarocchio, Cabernet Franc, Guado al Tasso.

Il nome di questo vino deriva dal nome topografico, storico, di un podere (Matarocchi) di proprietà dell’azienda produttrice (Antinori). L’impressione è quella di un nome “contadino”, anche scanzonato, se vogliamo. Sappiamo invece che una bottiglia (una) di questa eccellenza enologica costa 350 Euro (trecentocinquanta). C’è poco da scherzare. E, oltre al nome del vino, come potrebbe essere il packaging di un vino di cosi grande valore, intrinseco e commerciale? Lo vedete qui a sinistra. Elegante, ordinato, valoriale, senza guizzi artistici. Si potrebbe anche dire: tradizionale, classico. Quindi il valore chiama sobrietà? Ci sono anche casi contrari. Ma in generale si può ben dire che i vini di “alto lignaggio” (e non parliamo di legno, anche se spesso questi vini sono “barricati”) si presentano sempre con una veste altera. Senza fronzoli, illustrazioni, allegorie o altro che possa inficiare la loro “serietà”. Diciamo bene, la loro credibilità. E probabilmente è giusto così, considerato anche che di solito questi vini sono una emanazione di aziende molto grandi, strutturate e potenti in termini commerciali. Quindi aziende che non hanno bisogno di farsi notare se non con la preziosità impressa dalle manovre di marketing. Quello che si aspetta chi paga 350 Euro per una bottiglia di vino, certamente, è qualità a tutti i livelli. Dal packaging al tappo, dal servizio clienti al vino stesso, ci mancherebbe. Il mercato ha le sue regole, il design e la creatività invece non ne dovrebbero avere.

Dal Nepal alle Langhe il Nesso è Breve

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Swanti, Barbaresco, La Vedetta.

Si tratta dell’ultimo nato... di una ultima nata. Questa giovane azienda infatti, guidata, non ci sarebbe bisogno di dirlo, da una giovane coppia, è tra le più recenti tra quelle che si sono affacciate sulle maestose terrazze delle Langhe. I ragazzi, che si chiamano Marco e Swantje sono rispettivamente italiano lui e tedesca lei. Ed ecco svelato l’arcano del nome di questo vino (sia pure leggermente diverso): “Swanti”, che in effetti suona strano in terra piemontese. Complice il fatto che conducendo brevi ricerche si giunge a conoscenza di una celebrazione, un festival religioso, in Nepal. Esattamente (da Wiki in inglese): “The festival highlights the central role of women in the household, and the rituals are related to wishing for good fortune of the family members by presenting them auspicious items and praying for longevity by placating the god of death. During the festival, windows and doorways are decorated with flower garlands and lamps. It is held according to the lunar calendar so the dates are changeable. In 2017, the festival is 17–21 October”. Ora, non sappiamo se il nome della vignaiola di origini tedesche sia da ricondurre alla festa nepalese. Ci limitiamo a osservare la stranezza di leggere in etichetta “Swanti” e “Barbaresco” insieme. Due idiomi davvero diversi. Ma forse proprio questa stranezza è in grado di attirare l’attenzione degli astanti. Anche per merito degli altri elementi dell’etichetta, molto “contemporanea”, alluminata se non allucinata (in senso positivo). Resta, di italica suadenza, il nome dell’azienda: “La Vedetta”. E qui ci siamo con ricordi di battaglie e conquiste, soldati e taverne, tamburi e bicchieri.

Come Dire Bianco in Giallo

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Bianco, Chardonnay-Sauvignon-Pinot Grigio, Dario Princic.

Questo “Bianco” scritto in giallo ci fornisce l’occasione di reiterare una ormai famosa “battuta” che si sente dire attorno a un desco: “Come mai i vini da uve gialle si chiamano bianchi?”. E’ una questione minima. Ma massimizzante in termini semantici. Dicotomie vitivinicole alle quali abbiamo fatto abitudine. Certo che questo Bianco-Giallo attira l’attenzione. Se non altro perché in etichetta c’è solo quello. Oltre al nome del produttore, ci mancherebbe. Siamo in Friuli ma si potrebbe dire Slovenia, visto che i confini vinicoli da quale parti non sono tracciati se non in termini geologici. Terre asciutte, come chi ci abita e lì produce vino da secoli. Va da sé che anche le etichette possano risultare rastremate, lineari, semplici, senza fronzoli, dirette, taglienti. In questo caso la valenza creativa che ci viene concessa è la modalità artistica con la quale viene scritto il nome del vino. Delle tracce di colore, delle strisce, dei tratti, pittorici, pennellati, amanuensi, che incasellano il nome “Bianco”. Facile, no? Si tratta di un vino bianco, Igt Friuli Venezia Giulia, questa la dizione legale. Per il resto, invece, è tutto particolare. Lavorazione, rese, a anche il prezzo, che non è dei più abbordabili. Ma il lavoro c’è. E un certo orgoglio assolutista, anche.

Mosca (e Vino) con Simpatia

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Mosca Bianca, Tai bianco-Garganega-Incrocio Manzoni, Siemàn.

Iniziamo dal nome dell’azienda, “Siemàn” che, come raccontano i titolari significa “sei mani” in dialetto veneto. In quanto: “Siamo tre fratelli, Marco, Daniele, Andrea Filippini. Venendo da percorsi professionali del tutto diversi, ci siamo ritrovati a condividere la medesima passione: la viticoltura”. L’uso del dialetto non è consono in generale, ma in questo caso la sonorità di questo nome potrebbe riportare ad un inglesismo. Non andrebbe bene lo stesso, ma insomma, diciamo che può passare la censura (anche perché nome breve e sincopato). Le etichette dei vini sono davvero fantasiose. Prendiamo come esempio quella del “Mosca Bianca”, un blend di bianchi autoctoni dei Colli Berici (dove ha sede l’azienda). Il modo di dire “mosca bianca”, riporta a qualcosa di raro, di originale, di particolare, di strano. Chiaramente i produttori lo vogliono riferire al vino e alla sua particolare composizione “multivitigno” (con anche un incrocio presente in uvaggio). Va detto che la stranezza riguarda anche il fatto che questo vino bianco “viene vinificato con lo stesso metodo di un vino rosso”. Il concetto è simpaticamente rafforzato da una illustrazione fumettosa di una mosca che fa l’altalena su un tralcio. Se non fosse che le mosche a volte rappresentano un nemico per la vigna, il coraggio di questa simpatica raffigurazione strappa sicuramente un sorriso. Intelligente la dicitura alla base dell’etichetta: “Vignaioli artigiani”, poco utilizzata nel settore e quindi impattante.

Tra Arte, Trasgressione e Veritas

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Vigne del Pellagroso Rosso, Merlot, 
Azienda Agricola Antonio Camazzola.

Tra una moltitudine di etichette “autogestite” da piccoli produttori, che si trovano spesso nelle circoscritte degustazioni locali, spicca quella di questo vino bianco, che viene dalla provincia di Mantova. La protagonista indiscussa del packaging-design è una donna, una vèstale, una contadina, un’ancella dei tempi moderni, che in posa a dir poco sensuale, “stilla” succo d’uva da un grappolo. L’abbigliamento succinto passa quasi in secondo piano di fronte ad una immagine bucolica e a suo modo sorprendente. Lo stile potrebbe ricordare l’art-decò, i colori sono vividi, la postura intrigante. Si potrebbe dire che con questi “mezzucci” è facile attirare l’attenzione, ma è bene aggiungere che in questo caso l’immagine è dotata di una propria personalità. Non di meno il nome del vino: “Vigna del Pellagroso”. Al di là della possibile origine della parola, non molto gratificante, da “pellagra”, malattia che tempi addietro colpiva il mondo contadino per cause di malnutrizione, sembra proprio che il vignaiolo si sia ispirato a un “giornale indipendente di agitazione sociale di fine ‘800”. Che dire? Davvero particolare. Si potrebbe imbastire tutto un discorso, quindi, su quali elementi visivi e comunicativi, servono maggiormente alla causa dell’attenzione. Ci dilungheremmo a parlare di corpi femminili (e per par condicio, maschili) dei quali la pubblicità, ancora oggi, è portatrice. Ma il censo non è mai cosa buona e giusta. Anche in un paese ancora radicalmente cattolico come l’Italia.