Il Millesimato Matto in Pelle di Serpente

Millesimatto, Spumante da Trebbiano e Garganega, 
Contri Spumanti.

Non è uno scherzo, oppure sì, dipende dalle intenzioni dell’azienda produttrice che possiamo solo immaginare. Questo vino si chiama “Millesimatto” proprio con due “t”. Ma non finisce qui. La texture dell’etichetta e del cartiglio sul collo della bottiglia è in “pitonato”. Si tratta di scelte a loro modo raffinate che ci accingiamo a commentare. Si sa che tra gli spumanti, la categoria dei millesimati è ritenuta superiore in quanto vini prodotti con mosti, si presume, della medesima vendemmia, cioè dello stesso anno di produzione. In questo caso la preziosità, il valore, della parola “millesimato” viene dileggiata, diciamo canzonata, facendola diventare “Millesimatto”, nome del vino. Matto forse perché particolarmente spumeggiante. O perché si tratta di uno spumante prodotto con due insoliti vitigni (insoliti per le bollicine). Anche la vestizione della bottiglia risulta abbastanza folle, potremmo dire modaiola (per un certo target), con una sorta di squamatura di serpente che dona sensazioni charmant (da non confondere con il metodo Charmat con il quale viene prodotto questo vino). Insomma un’operazione stilosa a tutto tondo. Completata dalla linea della bottiglia snella ed elegante (tipo flûte in gergo tecnico). Che avanzino dunque i cerimonieri: tutto sommato “la natura ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia” (il buon Erasmo).

Vini a Zonzo in Yarra Valley

Scoperta, Sagrantino, Zonzo Winery.

Andare a zonzo, si sa, è una gratificante attività. Soprattutto se lo si fa a Parigi nella modalità “flaneur”, o a Napoli tra un babbà e un caffè. Certo si tratta di una parola particolare, Zonzo, che in questo caso è il nome di una azienda vitivinicola australiana con ristorante annesso. Per Treccani si tratta di una “voce onomatopeica, riferita al volo di alcuni insetti, che si usa solo nella frase gergale ‘andare a zonzo’ cioè passeggiare girellando qua e là, senza meta definita o scopo preciso, per svago o per trascorrere il tempo in qualche modo”. Ma veniamo a questa etichetta che ci sorprende anche per il nome del vino in italiano: “Scoperta”. E per il vitigno, il Sagrantino (almeno così è dichiarato, certamente non è quello di Montefalco). Affinità italiane, cercate e volute, per dare probabilmente un tocco di “original-glamour”, o chissà, per la passione dei titolari per Enotria. Tra i vini in gamma abbiamo anche Verdicchio e Fiano, ma soprassediamo. Quindi il nome del vino è Scoperta (si tratta di una intera linea di vini dell’azienda, in realtà) e il nome aziendale è Zonzo. Al di là dell’italianità, più o meno (il)legittima, le etichette sono molto ottiche, attenzionali: sfondi a tinte piatte, pochi elementi molto evidenti. In quella che mostriamo in questo post, una nuvola leggera su cielo azzurro è l’unico altro elemento rimarchevole oltre al famigerato “Zonzo” le cui lettere campeggiano in primo piano. Con quelle zeta affilate come il pungiglione di una vespa. Packaging promosso, concept ondivago, fonetica divertente.

Bibite per l’Estate: il Macerato Fresco

Garganegade, Garganega, Davide Xodo.

Nell’improbabile rincorsa dei vini oggi di moda nei confronti delle bibite più o meno estive, ecco un nuovo episodio, tutto sommato divertente (sempre che alla casa madre di Gatorade, cioè PepsiCo, non venga in mente di questionare). Il nome del vino che allude al noto vitigno veneto (in questo caso coltivato sui Colli Berici, Vicenza), allude anche, senza mezzi termini, alla nota bevanda rigenerante: “Garganegade”. A confermare il tutto, un inequivocabile simil-marchio a forma di strale. L’etichetta colpisce, per il nome, certo, ma forse ancora prima per il fulmine colorato che campeggia a tutta grandezza sul fronte della bottiglia. A sinistra il logo del produttore, a destra l’annata. Un design semplice, anche se imitativo, contaminante, volutamente provocatorio. Genera attenzione e qualche riflessione: se invece di bere tutte quelle bibite colorate si scegliesse un buon calice freschissimo di vino? Lo sport diventerebbe quello dei tavolini del bar, oppure delle tavolate estive di pranzo e cena. La sfida è aperta. Il coraggio non manca. Avanti tutta e salute!

Fantafollia di una Viticoltura Estrema

π
 no, Pinot Nero, Mythopia.

Ci vuole una certa dose di fantasia e di follia per chiamare un vino “pi(greco) no”. L’artefice di questa idea di etichetta è un professore di ecologia, Hans Peter Schmidt, fautore di un progetto di armonizzazione degli ecosistemi in agricoltura per sviluppare un alto grado di biodiversità. L’azienda e il luogo dove nascono i suoi vini si chiama “Mythopia” (nome inventato che allude a una disciplina propria) e si narra che lassù (a 800 metri di altezza, nel Vallese svizzero) si trovino 68 specie di farfalle, 180 specie di piante e fiori, pomodori, lamponi, mirtilli, rose, patate, zucche e cipolle. Ma torniamo a questa etichetta illuminata. Pochi elementi in bianco e nero: in alto una fascia in “stile Angelo Gaja” con il nome del produttore ben presente, al centro su carta goffrata bianco-latte troviamo il nome del vino (non immediato, ci si arriva come in un rebus), in basso piccole scritte con sede, web e altre specifiche. Semplice e impattante. Con una dose di creatività enigmatica. Solo l’essenziale, come nei loro vini, del resto.

Riflessi Rosati in Omaggio a Carducci

Pinksy, Cabernet e Syrah, Batzella.

Se non fosse il cognome del fondatore, questo nome aziendale diventato marchio, sarebbe da sconsigliare (lo troviamo, spezzato, alla base dell’etichetta). Difficile da pronunciare e quindi da ricordare. Ma Franco Batzella si chiama così. E sarebbe stato peggio attingere dal nome della moglie e socia: Khanh Nguyen (vi assicuriamo che si chiama proprio così, non è uno scherzo). Ma passiamo alle etichette della casa, che come si vede in questa che prendiamo ad esempio, sono molto fantasiose e non prive di una certa ricerca iconografica e storica (nonostante le apparenze). Partiamo col nome del vino, “Pinksy”, che ricorda molto Banksy, soprattutto affiancato a una illustrazione che sa di arte moderna se non di street painting. Ebbene, secondo il produttore si tratta dell’affiancamento di “pink”, rosa, a “sy” che sta per Syrah. In omaggio a un vitigno, che compone questo vino rosato, insolito ma promettente nella zona di produzione in questione, Bolgheri e dintorni. Il design dell’etichetta si presenta davvero molto eclettico, possiamo dire anche psichedelico. Ma una citazione colta, letteraria, poetica, alla base del packaging riporta il tutto in un’aura più classica: si tratta di Carducci: “Il sol traguarda basso nella pergola, e si rifrange roseo nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremula...”. Il poeta ha colto l’attimo. E noi con lui.


Il Rituale Magico del Vino

Svelato, Falanghina del Sannio, Terre Stregate.

Questa azienda che produce anche olio d’oliva di qualità, nasce nel 1898 ad opera di Filippo Iacobucci, capostipite di una famiglia che ha rinnovato la tradizione del vino nel 2004 decidendo di chiamarsi “Terre Stregate”. Partiamo proprio dal nome del produttore che viene così spiegato nel sito web: “Il nome rimarca il senso di appartenenza al territorio: secondo la leggenda, le streghe, nate a Benevento, amavano riunirsi intorno ad un pentolone fumante, sotto un albero di noce nei pressi del fiume Calore, che attraversa la città di Benevento. Qui prendevano forma le loro magie: allo stesso modo, nelle Terre Stregate avviene quel rituale magico che porta alla nascita del vino”. L’illustrazione in etichetta, che è anche marchio aziendale, è davvero particolare. Subito si scorge un occhio, forse una luna, al centro di una serie di cerchi (magici probabilmente) realizzati con un inchiostro argentato. In un primo momento si manifesta una certa inquietudine. Il nome Terre Stregate unito all’occhio magico genera mistero e illusione. Si può anche interpretare il tutto con una sfumatura di arte contemporanea: l’illustrazione infatti ha uno stile creativo non banale. E il nome del vino? In questo caso non è protagonista, anche per le dimensioni con le quali appare in etichetta. “Svelato”: in linea con l’atmosfera notturna e sacrificale del concetto dominante.

Vecchie Etichette dei Giorni Nostri

Millo, Verdicchio di Matelica, Marco Gatti.

Rinnovare o non rinnovare? Certo, le attrezzature in cantina vanno tenute al passo, ma con le etichette come fare? Un’etichetta che si è costruita un certa notorietà nel tempo va aggiornata? E’ sempre un passo difficile quello di cambiare lo status quo. Prendiamo questa etichetta dal sapore retrò: il marchio è di quelli davvero d’antan, vintage, insomma molto “vecchio”. A volte non guasta. Anche la grafica in etichetta accusa il peso degli anni. Eppure l’azienda in questione non è di quelle storiche, nasce infatti nel, relativamente vicino, 1998 (con prima produzione propria di vino, nel 2001). Una sferzata di dinamismo la dà quel tratto curvo azzurrato, a rappresentare i filari, almeno così sembra. Per tutto il resto siamo nel secolo scorso. La tradizione è salva. E anche un certo gusto antico, certamente voluto, crediamo, in questo caso. E il nome del vino? Millo, sembra il nome di un gatto. Ma c’è un indizio: un altro Verdicchio di Matelica di questo piccolo produttore marchigiano si chiama “Villa Marilla” in omaggio alle componenti femminili dell’azienda, Marina e Camilla. Forse “Millo” viene da lì, chissà. Nome comunque simpatico, breve, memorabile, pronunciabile, suadente. Per tutto il resto c’è il calice. E sembra proprio che nel bicchiere questo produttore sappia farsi valere.

Arrendersi all’Evidenza (di Colori “Saporiti”)

Vient’ e Terra, Piedirosso Rosato Frizzante, i Cacciagalli.

E’ necessario premettere che questo vino fa parte della categoria dei “non filtrati” e “non chiarificati”. Quindi è un vino di moda. Almeno per il momento. Un vino-birra, per intenderci. Vinificato e affinato in anfora, rifermentato in bottiglia sui lieviti. Chiaro che anche l’etichetta può essere trendy, diciamo così. E infatti il packaging riesce a sorprendere, con i colori, con uno stile orientale, iconoclasta anche se affine a simbologie yogiche. Ma partiamo comunque dal nome, in alto a sinistra: “Vient’ e Terra”, traducibile con vento e terra o anche vento di/da terra. Il produttore si trova a Teano, nell’entroterra Casertano, il nome infatti tradisce una inflessione dialettale. Bello, evocativo, storificabile, memorabile. Per quanto riguarda il design dominano due colori: il rosa e il verde, entrambi shocking, da evidenziatore. Al centro, la sagoma di una donna dalla folta chioma fa lievitare delle foglie di vite in posizione yoga. Tra l’umano e l’extraterrestre, l’illustrazione trasmette sensazioni plasticose, distaccate, misteriose ma al tempo stesso “da spiaggia”. Sicuramente si tratta di un’etichetta che si fa notare, anche da lontano! Originalissima, spregiudicata nei “toni”. Non adatta a un vino se questo non fosse, appunto, una specie di bibita frizzante che col vino “classico” nulla ha da spartire.

Burrasca in Bianco per un Celebre Rosso

Taersìa, Negroamaro (in bianco), 
Duca Carlo Guarini.

La peculiarità di questo vino è innanzitutto produttiva e in particolare relativa alla tipologia: si tratta di un raro caso di Negroamaro vinificato in bianco. Normalmente questo vitigno dà luogo a rossi potenti e quindi vederlo in bianco fa già un certo effetto. Ma vediamo l’etichetta iniziando dal nome del vino: Taersìa. Il produttore, che ha sede in provincia di Lecce, racconta che “Taersìa vuol dire burrasca, tempesta di vento nel dialetto dei pescatori e della gente di mare del Salento. Questo vino innovativo, ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve rosse Negromaro biologiche certificate, è proprio una burrasca di novità nel panorama della nostra regione”. Non di facile pronuncia, ma con una semantica legata al territorio (inteso come fronte mare). Certo la burrasca non è positiva per i pescatori, ma rappresentando una “rivoluzione” in termini di tipologia di vino, l’accezione ci può stare. Vediamo il design. L’etichetta si presenta in modo elegante e si distingue per una grande lettera T graziata, in inchiostro dorato. Al suo fianco, sulla destra, si intaglia un racconto molto tecnico, ma che per gli intenditori risulta interessante. Sotto a questa originale soluzione di design si legge il nome del vino per esteso, ancora più in basso la tipologia di vino, e infine in un tassello nero il nome della cantina che denota storia e avi dai titoli nobiliari. Tutto sommato si tratta di un packaging che attrae e gratifica l’occhio, donando valore al prodotto.

Vezzoso Anche il Colore (dell’Etichetta)

Vezzo, Grillo, Terre di Bruca.

Cos’è un vezzo? Secondo Treccani deriva dal latino “vizium”, cioè vizio, difetto. Quindi cattiva abitudine, brutta o sconveniente. Ma, attenzione, anche carezza, atto di amorevole e tenero affetto, atto grazioso, grazia, leggiadria che esercita un’attrattiva sugli altri. La variabilità delle parole e del loro senso! Fortunatamente, per lo più, nella lingua parlata italiana, “vezzo” ha un significato positivo, magari capriccioso, ma simpatico, spesso femminile, come conferma la definizione che fornisce il produttore del vino in oggetto nel proprio sito internet è questa: “Dedicato alle donne, meritevoli di essere vezzeggiate ogni giorno. Proprio come ogni donna, la nostra vigna di Grillo è vezzeggiata dalle fresche correnti provenienti dalle saline di Trapani. Vino dal sapore intenso ed elegante capace di accarezzare affettuosamente il palato in un gesto amorevole”. I nomi che questa azienda siciliana ha scelto per i propri vini sono interessanti, tra gli altri: Pietre al Vento (Chardonnay), Il Velo (Inzolia), Dunfiato (Chardonnay spumante), Origine (Merlot). Ma torniamo a questa etichetta, quella del Grillo. Il colore di fondo è “invasivo”, non proprio alimentare, ma colpisce. Nella trama, dietro al nome, si intuisce un profilo di donna, artizzato in modo molto originale. In alto troviamo in nome della cantina, in basso a sinistra il nome del vitigno. In generale un buon lavoro di comunicazione che fa presa sui cromatismi insoliti e su un nome provocatorio, ma anche breve e memorabile.

Sdoganate le Pecore nel Vigneto: sono Anche Simpatiche

Vino Rosso Mix, Procanico e Aleatico, 
La Villana (Joy Kull).

Sotto questo nome particolare si nasconde una giovane americana del Connecticut, oggi vignaiola a Gradoli nei pressi del Lago di Bolsena. Ma cosa significa “La Villana” e da dove nasce questo nome? Innanzitutto dobbiamo dire che in Italia a volte l’epiteto “sei un villano!” allude a qualche comportamento maleducato. Nella realtà di questa azienda invece viene enfatizzato il rapporto ancestrale, non sempre idilliaco, tra “il villano”, cioè l’agricoltore, e i pastori che lasciavano libere le greggi, invadendo vigne e coltivazioni. Quindi il “villano” era il pastore.  In realtà Joy dice che le pecore oggi fanno un gran favore ai viticoltori, perché concimano le vigne. Le etichette di questa giovane imprenditrice (col marito, pastore, Simone) sono tutte molto fantasiose e hanno sempre per protagonista una pecora. Abbiamo preso ad esempio questa, dove una pecora affaticata trasporta sulle spalle una gerla piena di uva (dove, in alto, fa capolino un uccelletto). Curiosa e divertente. Sicuramente originale e coinvolgente. Certo siamo nell’ambito di quelle etichette fumettose e scherzose che servono ad allietare la tavola. Ma possiamo trovarci anche una punta di marketing, se tutto questo serve a farsi notare e ricordare.

Il Naming non è Autoctono, il Resto sì

Aὐτόχϑ∞ν, Erbaluce di Caluso, Giacometto.

Sì, avete letto bene: questo vino si chiama Aὐτόχϑ∞ν che in greco antico significa autoctono. Il produttore ci tiene a precisare che la ragione di questo appellativo risiede nella rigida adozione di lieviti indigeni, quindi autoctoni, con fermentazione spontanea. Addentrarsi nel dedalo delle traduzioni e interpretazioni dei simboli del greco antico è molto complicato. E tornando alle questioni di naming da fruitori della comunicazione, di certo non risulta semplice nemmeno la percezione di questo nome. La prima parte viene letta come in italiano (auto), poi ci si perde in lettere semisconosciute. Il significato che il produttore di questo vino vuole trasmettere è pregnante e corretto, ma la modalità lascia qualche strascico semantico. Se ben spiegato, vale lo sforzo, ma senza una adeguata erudizione rischia di perdersi e quindi di far perdere gradimento e di conseguenza acquisti. D’altro canto, la sua estrema originalità (niente di simile nel panorama dei vini italiani), può suscitare interesse e simpatia.  Tra l’altro l’etichetta graficamente presenta uno stile molto “datato”. Ma come sempre in questi casi, il resto lo fa il prodotto, all’assaggio. E siccome si dice in giro che questo sia un vino di grande qualità, il suo futuro è garantito, che in greco dir si voglia (“méllon”, μέλλον, che è “futuro” e non melone).