Fattivi Inglesismi Romagnoli

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Duit, Trebbiano, Leone Conti.

Si può chiamare un vino “Duit”? Certamente. Infatti questo produttore romagnolo, con sede vicino a Faenza, lo ha fatto. Del resto l’incedere è chiaro: fatelo! Insomma bevetelo, godetevelo, divertitevi. Potrebbe essere questa una delle interpretazioni dell’etichetta in questione (diamo per scontato il riferimento al “do it” di lingua inglese). Le stranezze (chiamiamole originalità) risiedono anche nella grafica dell’etichetta che presenta delle illustrazioni vegetali nella parte centrale, e il nome in questione in basso, scritto lettera per lettera, con lo stile delle missive anonime. Non sembra nemmeno una bottiglia di vino, agghingata in questo modo. Ma certamente ha modo di farsi notare, sullo scaffale. E di far parlare di sé, eventualmente, a tavola, di fronte agli astanti. “Duit” è un Trebbiano che non ci pensa due volte, lui lo fa. E invita apertamente i convitati a fare altrettanto. Si sa, un calice tira l’altro, e la bottiglia si finisce. Le conseguenze sono quelle dell’amore, citando un noto film drammatico (e un po’ enigmatico) di Paolo Sorrentino.

Un “Beli” Arancione dalla Slovenia

Beli Pinot, Pinot Bianco, 
Klet Brda.

In sloveno “beli” significa bianco. Una singolare combinazione fonetica e semantica fa assomigliare questa parola a “bello” in italiano. Male non fa, per la comunicazione: “Beli Pinot” suona quasi come “un bel pinot”. Siamo a pochi chilometri dal confine con l’Italia, sotto al Castello di Dobrovo, molto vicini a Gorizia e a quel grappolo di terreni rocciosi che friulani e sloveni si dividono, oggi fraternamente, per produrre vini coriacei e affilati. La cantina Klet Brda è di fatto una cooperativa formata da 400 viticoltori e produce diverse linee di vini. Ci ha incuriosito positivamente quella relativa ad alcuni prodotti “base” che presenta una immagine coordinata con dentro un’idea: immagini in bianco e nero di vignaioli all’opera nei campi, vengono abbinate a macro-fotografie di acini e grappoli.
L’effetto è esteticamente risolutivo in termini di attenzionalità e anche di percezione di qualità. Si tratta di una linea di vini “da prezzo”, cioè senza molte pretese, ma l’immagine è curata, anche sui wine-in-box da 5 litri. Con prevalenza di vini bianchi, per tradizione, in quella zona, le bottiglie si presentano con un croma arancione di forte impatto, ma anche con una gentile proposta in termini paesaggistici (sullo sfondo, in bianco e nero) e, come si diceva prima, con un concetto pregnante: nel packaging delle bottiglie, in particolare, si scorge un viticoltore che nella sua carriola trasporta un grande grappolo d’uva. Curiosità unita a un senso, un significato, un messaggio, che arriva al destinatario con semplicità e impatto al tempo stesso.

Mostrini e Lustrini

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Rebelle, Langhe Bianco (Viognier), Agricola Brandini.

Già un Viognier a La Morra è strano a vedersi. Ma è alquanto strano anche il personaggio che viene raffigurato in etichetta! Lo strampalato esserino si potrebbe definire come un extraterrestre picassiano. C’entra un certa arte fuori dagli schemi che in questo caso si manifesta in tutta la propria creatività. Si potrebbe intuire una cresta di gallo o forse un becco, due braccine, un ombrello, due pseudo-gambe a rotelle. Restiamo al concreto: molto colore, originalità (sia pure in forma di stranezza), pulizia grafica generale. E il nome del vino? “Rebelle”, commentato così dal produttore nel proprio sito web: “Questo vino è ribelle nel nome e nelle sensazioni che trasmette... al naso ti rapisce con gli aromi di frutta gialla e in bocca ti stupisce con freschezza e un’acidità che trasmette una scossa elettrica”.
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Allora, forse, il mostrino in etichetta è un elettro-alieno (si vedono tracce di inchiostro luccicante) o, insomma, tutto quello che la fantasia di ognuno suggerisce. Resta da aggiungere che il corsivo con il quale è scritto il nome non è immediatamente leggibile. E poi c’è qualcosa da dire sul retro-etichetta: leggiamo, nel testo, che questo vino “...concede il meglio nei primi anni di vita, pur amando i lunghi invecchiamenti”. Ci chiediamo come sia possibile tutto ciò: se dà il meglio di sé nei primi anni di vita, come può farlo con la medesima qualità anche in seguito? Forse, azzardiamo un’ipotesi, il fronte dell’etichetta è stato approvato dal responsabile marketing mentre il retro è stato preda del direttore commerciale. Come dire, una logica di marchio, di attenzione, davanti e un’altra votata alle vendite sul retro. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte (sì, tra l’altro questo vino “fa legno”, come dicono gli esperti del settore).

La Summa di Tanta Bellezza

Summa, Tenuta Casòn Hirschprunn, Alois Lageder.

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Nella ormai noiosa sequela di eventi legati al mondo del vino (li chiamano banchi di degustazione, in modo, del resto, riduttivo, parliamo soprattutto dei grandi raduni con centinaia di espositori), spicca ormai da anni un piccolo gioiello che non si può certo definire “fiera” o “salone” o “manifestazione”. Il suo nome è “Summa” e si svolge, solitamente, in concomitanza con il noto Vinitaly (Summa inizia un giorno prima). La location è suggestiva (si tratta della Tenuta Alois Lageder, a Magrè, in Alto Adige), la partecipazione di produttori di vino limitata a 100. Si susseguono degustazioni, visite guidate, appuntamenti gastronomici di livello. Due giorni di gioia ed eleganza. Sempre ottimamente organizzati e gestiti. E se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, il buon logo si vede dal design: qui sopra abbiamo riportato il “marchio” di Summa, quel “segno grafico” che contraddistingue la comunicazione legata all’evento. Estemporaneo, creativo, coraggioso. Per molti ma non per tutti, come recitava anni fa la pubblicità di un vino, guarda caso. Summa è un esempio di Grande Bellezza che dovrebbe fare da traino, culturale e logistico. L’encomio va anche all’azienda Alois Lageder che, di fatto, ospita le due giornate di convivialità. La Tenuta del noto marchio vinicolo, Casòn Hirschprunn - un palazzo rinascimentale del 17° secolo - con l'edificio storico Tòr Löwengang, è una sede a dir poco poetica oltre che emozionante e quindi coinvolgente. Recentemente, giusto per fornire un riferimento sempre legato al design, Alois Lageder ha rinnovato le etichette della linea Classica, improntandola a concetti profondi e condivisibili come Spirito di Ricerca, Approccio Olistico (la cantina in questione opera in regime biodinamico), Creatività, Artigianalità, Identità Sociale, Umiltà, Cura del Dettaglio, Pazienza, Lungimiranza e altri ancora. Qui alla base del testo riportiamo tre delle etichette di questa linea, visibili in totale nel sito del produttore. Come direbbero i francesi (“che ci rispettano”, cit. Paolo Conte) chapeau!

Il Sassella col Vestito Buono

Sassella Docg, Produzione Privata.

A volte la realtà supera la fantasia. Si tratta in questo caso di una realtà famigliare, di una produzione personale e riservata, che si attesta infatti sulle 200 bottiglie. Nulla di “autorizzato” e di certificato. Ma certamente qualcosa di qualificato, per il contenuto della bottiglia e anche, sorprendentemente, per la sua veste esterna. Molto spesso si vedono a casa di amici, o in situazioni non ufficiali, bottiglie che sono il frutto di produzioni “fatte in casa”. Di conseguenza anche le etichette di questi vini sono molto artigianali, improvvisate, elementari. Non è il caso di questo Sassella, lo ripetiamo, frutto di una produzione e di una riserva assolutamente personali. L’etichetta spicca. Si può ben dire che sorpassa e vince di varie misure su molte etichette ufficiali di quella zona (la Valtellina del Nebbiolo di montagna o “delle Alpi” che dir si voglia).
Spicca perché con artistica verve esprime, con garbo, con poesia, con un certa intimità, anche con una sorta di malinconia creativa, i concetti relativi all’ambiente (cime rocciose) e al carattere (una solitudine dell’anima) della zona di produzione. Cosa si vede in etichetta? (fotografata con angolature diverse, per facilitarne la visione) Una texture in acquarello che simula una parete rocciosa e in basso a sinistra, una sommità dove la sagoma di un uomo resta in contemplazione. Ed è tutto. Ma è un tutto di grande sostanza. Realizzato, tra l’altro, in modo tecnicamente apprezzabile. Pochi elementi, semplici ma significativi. Attinenti. Plausibili. Sul retro, la spiegazione del vino in questione è redatta in modo esaustivo e fornisce in breve tutte le informazioni necessarie ad una fruizione di qualità, anche dal punto di vista eno-culturale. Vestire un vino buono col “vestito buono”  non è scontato. Costa il tempo di qualche pensiero. E di qualche mente brillante che trasformi concetti in comunicazione. 

Sintesi Sinottica Troppo Sintetica

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La Vigna dell’Orso, Fiano (e altre varietà bianche), Podere Colle San Massimo.

Siamo in Abruzzo, sui Colli Aprutini, alle spalle del Gran Sasso, esattamente a Giulianova in provincia di Teramo. E si sa che se c’è ancora qualche orso in giro, in Italia, si trova proprio da quelle parti. L’orso marsicano, per la precisione. Ed è altresì molto probabile che al grosso animale peloso piaccia l’uva matura, quella molto dolce, che nessuno oserebbe proibirgli di gustare. Di fatto questo vino si chiama “La Vigna dell’Orso”, un nome senza necessità di tante spiegazioni: dice già tutto. La nostra (non) attenzione però è stata attirata dal design dell’etichetta, che al centro riporta un logo, una sigla, quattro lettere, un quadrato. Si tratta di una forma geometrica che sintetizza le iniziali PCSM. Facile da decifrare: Podere Colle San Massimo. Il logo non è “felice”: innanzitutto la “C” potrebbe essere interpretata come una “O”, ma a parte questo particolare, il tutto si presenta con uno stile datato, decisamente poco attraente, difficilmente memorizzabile. Il fulcro, il centro, il protagonista dell’etichetta, proprio questo logo, non è empatico. Anzi, risulta stantìo e in un certo senso “burocratico”, lasciando zero spazio all’emozione. Tra l’altro scopriamo che tutte le etichette in gamma, di questo produttore abruzzese, hanno come protagonista l’enigmatico e cubico oggetto, siglato dalle lettere “PCSM”. Variano solo il nome del vino e/o del vitigno e della denominazione. Con il risultato che nemmeno l’inchiostro dorato riesce a risollevare le sorti di questo packaging.

Estremismo Immacolato a Paternopoli

Fonzone, Aglianico Irpinia Doc, 
Az. Agr. Fonzone Caccese.

Abbiamo più volte parlato di “estrema sintesi” anche in senso di “extrema ratio” per la realizzazione di etichette per il vino. In realtà la scelta di un packaging molto semplice mai dovrebbe essere il risultato di una mancanza di idee. Il “vuoto” grafico non deve rappresentare un vuoto mentale. Certo il confine è labile. Cosa è semplice (quindi positivo, fruibile,  essenziale) e cosa è mero semplicismo? Utilizziamo qui come esempio l’etichetta di un Aglianico irpino che in etichetta mostra davvero pochi (e poco incisivi) elementi. Cosa è gentile ed elegante e cosa invece è poco impattante? Serve un design pulito, certo, ma non troppo etereo. Come si può vedere in questo packaging i tratti sono sottili: quelli verdi relativi alla illustrazione che rappresenta una vigna (i pali di un vigneto, per l’esattezza), in alto a destra nell’etichetta, così come le linee che delimitano la parte bassa.
Poi abbiamo i testi relativi alla denominazione e al nome del produttore. Tutto questo in un mare di bianco. L’etichetta “spaziosa” in sé non sarebbe male, purché gli elementi che si collocano in essa possano risultare, evidenti, significativi, attenzionali, memorabili. Ecco perché questa etichetta è da classificare tra quelle troppo “timide”. Aggiungiamo che i particolari in color verde chiaro poco si adattano all’etichetta di un vino rosso, per di più molto scuro, di corpo, come l’Aglianico. Il retro-etichetta si presenta anch’esso in modo molto pulito, regolare, fin troppo normale. Nome del vino non pervenuto: il nome che si legge in grande sul fronte dell’etichetta è il nome (cognome) della famiglia proprietaria dell’attività vitivinicola in oggetto.

Punti di Vista Vistosi

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Aromatta, Aromera (PiWi), Villa Persani.

Avere un altro punto di vista. A volte è risolutivo. Ascoltare le “visioni”, il parere, il parlare, il dialogo, il pensiero, di qualcuno che vede le cose in modo diverso da noi. Sempre utile. Si basa proprio su questo concetto la strana etichetta di questo piccolo produttore del Trentino, con sede vicino a Lavis, nome che ricorda un’azienda di tutt’altra matrice (come numeri e filosofia). Lui si chiama Silvano Clementi ed è proprio quello “appeso” che si vede in etichetta. L’immagine, in bianco e nero, elaborata graficamente, non è chiarissima, ma una foto (qui in basso a destra) trovata nel sito aziendale, chiarisce la dinamica: si tratta del vignaiolo, appeso per i piedi, a testa in giù, nel proprio campo. Immagine accompagnata dall’esplicazione del concetto stesso: “L'altro punto di vista è la contrapposizione dell'uso della chimica in agricoltura, paradosso ambientale: il settore secondario non può sostenere il settore primario come le pratiche chimiche non possono sostenere la fertilità della terra.
Tale paradosso per Silvano vuole essere la mission per offrire al consumatore la possibilità di istruire il proprio palato ad una nuova, ma antica, sensazione di naturalità”. L’azienda, a quanto pare, ha cambiato recentemente le proprie etichette che ora risultano meno “creative”, e più normalizzate. A noi piaceva molto questa per la sue particolarità e anche per la scelta bizzarra del nome: “Aromatta” (con un pizzico di follia che non guasta mai) deriva dalla varietà di vitigno PiWi del quale consiste il vino e che si chiama Aromera. La foto in alto a destra è stata presa dal sito VivaBacco2.0 del quale riportiamo il link al relativo interessante articolo.

Uno Spumante Bello Brillo


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Catarillo, Spumante Brut, Luna Sicana.

La prima reazione davanti a questa etichetta è di simpatia. Il vino, uno spumante metodo Charmat, si chiama “Catarillo”. Viene alla mente il “Camarillo Brillo”, celebre brano che apre l’album Over Nite di Frank Zappa, pubblicato nel 1973 (il titolo è un gioco di parole con la rima tra “Camarillo”, città della California, e “Brillo” un tipo di spugnetta abrasiva per lavare i piatti). In realtà, come è facile immaginare, “Catarillo” è la composizione, l’unione di parole, tra Cataratto e Grillo, i due vitigni che al 50% ciascuno compongono questo vino. Molto simpatici anche i pesci che appaiono nelle illustrazioni: quello di sinistra sembra quasi volersi mangiare il nome del vino. Insolita etichetta con insoliti colori: perla e azzurro chiaro connotano il prodotto quasi in senso fanciullesco, giocoso, festoso. In effetti la festa ci sta, essendo questa una bollicina di quelle da bere “presto e fresco”. A tavola, per un aperitivo “giovane” potrebbe fare la sua bella figura. Gioco di parole compreso.

S’ignora in Giallo

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Giallo, Igt Campania (blend), Oppida Aminea 
(Villa Crespia).

Non c’è alcun dubbio, questo vino è “Giallo”. Complice anche il fatto, affermato e supportato dal produttore in fase di analisi di marketing, che i vitigni che compongono questo “vino bianco” (Falanghina, Greco, Fiano e Coda di Volpe) e la terra dove allignano (parzialmente vulcanica), sono in grado di donare una colorazione più marcata, dicono dorata, al nettare in questione. Quello che colpisce subito è la livrea monocolore della bottiglia, la sua integrità cromatica, insomma, la tinta unita, accompagnata da una prominente scritta in corsivo (in verticale), “Giallo”, come già detto. La capsula è nera, così come il carattere di scrittura del nome del vino. Ma tutto il resto è “color tuorlo d’uovo”. In effetti la bottiglia potrebbe ricordare quella di certi “Bombardini”, il mitico Vov (che ha però bottiglia bianca), cioè quella categoria di liquori rinvigorenti a base di rum, uovo, zucchero, latte. Non sembra un vino, insomma. Certo è dotata di grande personalità, la bottiglia. A scaffale si fa notare senza ombra di dubbio. Anzi, eventualmente l’ombra la getta sulle bottiglie concorrenti, solare e luminosa come appare.
Che dire del nome, per quanto riguarda la semantica? Il “Giallo” è conosciuto anche come tipologia di racconto o versione cinematografica. Famosi sono stati i gialli Mondadori con la loro copertina sinergica. Qui i giochi sono diversi: si tratta di una grande operazione di marketing e comunicazione portata avanti da Arcipelago Muratori, una società basata in Franciacorta che sta allargando i propri confini merceologici e commerciali con l’apporto di budget consistenti. E di conseguenza con attività ed eventi che puntano a generare attenzione presso nuove generazioni di degustatori.

Sentori che si Fanno Sentire (e Vedere)

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Jazz, Frappato e Nero d’Avola, Paolo Calì.

Questa etichetta è stata premiata (XXIII Premio Nazionale Etichetta d’Oro a Cupramontana). La motivazione: “...per l’immagine ricca di colori e profumi caratteristici della terra d’origine”. In effetti, l’illustrazione, creata dall’architetto Fabrizio Foti, propone i frutti e i fiori che donano i “sentori” al vino in questione. E così, fragola, violetta, acacia, lampone, rosa canina, mora, ciliegia (e altro ancora) sono disposti su un ideale pentagramma/vigna. Appoggiati a terra vediamo un ananas, del tabacco e si intravede anche un grillo. C’è un’idea: enunciare i sapori del vino mostrandoli in etichetta in modo anche vagamente ironico. E con un design semplice e gradevole. Evocativo anche il nome del vino, “Jazz”, parola ampiamente sfruttata non solo nel mondo musicale, per il suo significato fantasioso, culturale, elitario, dinamico, scoppiettante. Il titolare dell’azienda afferma: “Jazz è un vino zeppo di note”. E il cerchio si chiude, il significato “significa”. E a proposito di jazz, tra le molte ipotesi sull’origine di questa parola, ormai internazionale, trasversale a usi, lingue e costumi, vi è quella relativa a “jaser” che nella Luisiana di lingua francese significa gracchiare, fare rumore e, si dice, anche l’atto d’amore per eccellenza (no, non è il bacio, qualcosa di più).

Il Bello di un Brut Ameno

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Brut Menà, Spumante Metodo Classico, Ongaresca.

Cosa sarà il “Brut Menà”? Cosa potrebbe significare questo nome? Un brut “menato”, cioè rimestato? Non siamo riusciti a decifrare l’enigma, né a trovare tracce di spiegazioni in rete. Certo che mai ci era capitato di incontrare una definizione così insolita. Di brut ce ne sono tanti tipi, dal dosaggio zero all’extreme, i nomi si sprecano. La tipologia “menà” incuriosisce. E visto che siamo in Veneto, provincia di Vicenza, il dialetto potrebbe condurre anche al significato di “menato” in senso di “picchiato”, insomma siamo alle percosse. Stiamo logicamente giocando con le parole (della stessa azienda troviamo anche il Rosè Menà, stessa “menata”). Ma vediamo come si presenta il resto di questa etichetta, la parte grafica, artistica e di design. Apprendiamo dalla rete che le etichette dell’azienda sono opera di Sandro Scevaroli: ne ha realizzata una per ogni tipologia di vino (l’azienda produce rossi, bianchi e spumanti, pinot grigio, sauvignon, merlot, pinot nero).
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Dichiara il titolare dell’azienda, Sergio Traverso: “Ogni vino regala sensazioni uniche e diverse, ecco che anche l’etichetta deve esprimere e trasportare l’unicità dei vini che rappresenta. Create con colori che rappresentano la metamorfosi della natura, virano dalle tonalità del rosso e del giallo delle nostre uve, al verde delle foglie dei vigneti con qualche filo d’oro come il sole”. Molto bene. Le illustrazioni sono di pregio. E attirano l’attenzione. Un rigore grafico che non penalizza la percezione di ricchezza in termini artistici. Anche l’occhio vuole la sua parte (e si nutre di forme e colori, aggiungiamo noi). E per non menare troppo il can per l’aia chiudiamo qui. Rimane il dubbio che “menà” possa essere un vezzeggiativo, tipo “ameno”, la lingua italiana è infinita e infinitamente bella.

Vite, Vino, Virtù e Vinaccioli

Agriddi, Aglianico, Albamarina.

Si presenta molto bene questa etichetta che nasce in una zona meridionale d’Italia. Stiamo infatti parlando del “Barolo del Sud”, cioè del vitigno Aglianico. Il fondo nero agevola la percezione di eleganza. I particolari in oro confermano. L’impaginazione e la scelta dei caratteri di scrittura è tutt’altro che improvvisata: si nota che dietro a questo elaborato c’è esperienza e professionalità. Niente male anche il logo aziendale, cioè quel simbolo che ricorda un sole che sorge sul mare, che si può vedere alla base dell’etichetta, proprio sopra al nome del produttore, Albamarina. Le illustrazioni che campeggiano nella parte alta dovrebbero rappresentare delle ghiande. Sicuramente qualcosa che inneggia alla natura, così come avviene nelle altre etichette della gamma dei vini di questa azienda, dove si scorgono fiori e farfalle. Ma veniamo al nome del vino, “Agriddi”. Una accezione che potrebbe trarre in inganno. La radice “agri”, infatti, porta ad “agricoltura”, che in ogni caso sarebbe inerente alla viticoltura. Per la precisione “ager agri” in latino significa “campo”. E i conti tornerebbero se in campo non entrasse il dialetto locale. Scopriamo infatti che nella parlata del Cilento, “Agriddi” significa “vinaccioli” (cioè il seme della vite, chiamato anche “fiocine”, ma questo lo sanno davvero in pochi). Tirando le somme siamo di fronte a un’etichetta che in parte perde efficacia a causa della forma dialettale, ma che rimane un ottimo esempio di packaging-design.

Parole, Parole, Parole

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Kamaratòn, Fiano e Santa Sofia, 
Silva Plantarium.

Davvero ricca di nomi interessanti la storia personale e imprenditoriale di Mario Donnabella. Partiamo dal nome del titolare e produttore (già particolare) per inoltrarci in un racconto che nel sito aziendale diviene interessante di riga in riga. Siamo nel Cilento, nel comune di Torre Orsaia, frazione Borgo Cerreto, a trecento metri sopra il mare di Policastro, sotto al monte Centaurino, tra i fiumi Bussento e Mingardo. Riferito al viticoltore, nel sito internet dell’azienda si dice: “Non ci sono giorni uguali, c’è la vita che scorre. Lui invecchia e lei l’accompagna in questo tempo fatto di istanti e lunghe stagioni che si susseguono. Ogni giorno fa del suo meglio per prendersene cura, per rispettarla, per scoprine irruzioni, meraviglie, silenzi, talvolta malumori e contraddizioni. È ecosostenibile, biologico e biodinamico, o meglio, un agricoltore che vuole proteggere l’ambiente e il futuro dei propri figli e nipoti, senza troppo disturbare. Lascia che la natura agisca con i suoi tempi e le sue modalità e, nel frattempo, ascolta e impara. Suo padre faceva lo stesso. Da sempre i suoi maestri sono Rudolf Steiner, Masanobu Fukuoka, Alex Podolinsky, Alex Shigo, Klaus Mattheck e Teruo Higa” (ancora nomi, quindi, e di un certo spessore filosofico). Ma non è finita qui.
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L’azienda si chiama “Silva Plantarium”, cioè vivaio di piante da bosco, perché si coltivano, oltre alla vite, altre vegetazioni da macchia mediterranea come il cerro, il leccio, le roverelle, l’orniello e l’olmo. E ancora arbusti quali il corbezzolo, il mirto, la ginestra, il lentisco ed altri ancora (oltre a ulivi di cultivar Pisciottana e Provenzana). Tornando al vino, i vitigni che compongono la gamma aziendale sono varietà quasi scomparse come Aglianicone, Santa Sofia e Mangiaguerra (oltre ai “normali” Aglianico e Fiano). La cantina è ricavata da un casolare che si chiama “Casino del Cardinale”. Le vigne che danno frutto si chiamano Tempa d’Elia, Casino, Facenna e Terra Rossa. Può bastare? No, manca il vino in questione che si chiama “Kamaratòn”. E perché si chiama così? Perché “...custodisce dentro di sé l’amore tra Fiano (50%) e Santa Sofia (50%) come tra la bellissima fanciulla Kamaratòn e Palinuro, il nocchiero di Enea. Secondo una leggenda locale Palinuro si innamorò di Kamaratòn, la quale non ricambiò il suo amore ed egli, disperato, la inseguì nel fondo del mare, morendo. Venere allora, sdegnata per la crudeltà di Kamaratòn, la trasformò in roccia, dando così il nome al borgo di Camerota, adiacente al villaggio di Palinuro. Kamaratòn e Palinuro vivranno, così, vicini per sempre”. E pensare che alcune aziende non danno nemmeno il nome ai loro vini! Chi troppo e chi niente! P.S.: non abbiamo la minima idea di cosa possano rappresentare i tratti neri e gialli nella parte superiore dell’etichetta. Le colline della zona di produzione, per ipotesi. Certo in modalità piuttosto approssimativa.

Vino Cocciuto, Sempre Piaciuto

Caparbio, Valpolicella Ripasso, Piccoli.

E’ una bella parola “Caparbio”. Suona bene, è forte e sincopata. Non è del tutto positivo il suo significato. La definizione ufficiale di Treccani è questa: “Ostinato, che fa o pensa sempre a suo modo, che non sente ragioni”. E citando il Manzoni: “...quella caparbietà di negar la peste andava cedendo e perdendosi”. Sorge un dubbio: il nome di questo Valpolicella Ripasso, “Caparbio”, sarà riferito al produttore (che tra l’altro è donna, Daniela Piccoli) oppure al vino stesso? Chi sarà il testardo? Certo non il vitigno, visto che... sono tanti: un blend di rossi (Corvina, Corvinone, Rondinella, Oseleta, Molinara e Croatina). In ogni caso diciamo che auspichiamo si tratti di una cocciutaggine apprezzabile, intraprendente e puntigliosa, tanto per girare il tutto in tono positivo. Osserviamo ora il packaging: insolito il colore (un verde pistacchio piuttosto raro a vedersi, sulle bottiglie di vino), romantiche le rose (belle illustrazioni floreali, riproposte nelle etichette di tutti i vini in gamma), decisamente retrò il logo aziendale (un restyling sarebbe opportuno), comunque piacevole l’insieme (e questo vale molto, sia in termini estetici che commerciali). Resta criticabile, in quanto poco leggibile, il carattere di scrittura del nome del vino. Del resto risulta molto elegante la bottiglia modello “spalle larghe”. Si intravede comunque l’intenzione di fare le cose per bene. In particolare con uno stile femminile, cioè con una impronta gentile, sia nella grafica che nei cromatismi. Un mood che fissa la percezione nel campo della bellezza e l’attenzione nella sfera dell’efficacia.