I Vigneti a Nord, Escono dalla Clandestinità

Champagne Clandestin (Borèal),
Les Semblables.

Lo Champagne, per definizione, non può essere clandestino. Infatti si tratta di una delle denominazioni più protette del mondo. Eppure questo produttore ha trovato il modo di proporre il proprio Champagne come qualcosa di diverso, nascosto, trasgressivo. In pratica i conduttori dell’azienda “Les Semblables” hanno scoperto alcuni vigneti abbandonati (in quanto esposti a nord invece che a sud) in Côte de Bar. L’idea è stata quella di valorizzarli, forti del fatto che il cambiamento climatico potesse diventare un buon alleato. L’obiettivo produttivo riguarda il raggiungimento di una completa maturazione delle uve (Pinot Noir in purezza) mantenendo una tensione gustativa (maggiore acidità) in grado di conquistare palati raffinati. Da tutto questo, che nasce da una  segnalazione della giornalista e degustatrice Sara Missaglia, ecco il nome del vino: “Champagne Clandestin” (Borèal). Cioè frutto di vigneti che fino a qualche anno si potevano considerare come una scelta sbagliata. I vigneti “clandestini” oggi diventano motivo di vanto e fattore di qualità. Nell’etichetta, molto spartana, regna in realtà un po’ di confusione riguardo al nome, perché come definizione di questo sparkling viene proposta anche la parola Borèal, dal latino borealis, borea, cioè “appartenente o proveniente da nord”. Alla base dell’etichetta si vede una rosa dei venti che indica come punto cardinale principale il nord. Uan frase poco sopra la “bussola” spiega la scelta di coltivare vigneti totalmente esposti a nord, chiudendo il cerchio comunicativo e informativo. Al di là delle analisi semantiche a noi l’idea di uno Champagne clandestino piace, e come concetto in effetti riesce a distinguersi con originalità e coraggio.

Vino Elegante, Nome Petulante

Scrapona, Moscato d’Asti, Marenco.

Un vino così “gentile” come il Moscato d’Asti (quello dolce e aromatico) si meriterebbe un nome diverso da questo. Infatti questo Moscato Bianco Docg dell’azienda Marenco di Strevi, si chiama “Scrapona”. Ora, pur considerando che questo nome nasce da una toponomastica storica (la vigna dove viene coltivata l’uva), non si può certo parlare di eleganza. “Scrapona” è così poco aggraziato nella pronuncia (e anche in lettura) che rischia di compromettere l’eleganza del vino stesso e dell’etichetta, che a ben guardare è opera fine e graficamente molto gradevole. Tralasciando quindi il nome e concentrandoci sul design vediamo in alto due oche in volo sotto le quali si legge il nome dell’azienda (il tutto con un prezioso inchiostro in oro e in rilievo). Segue il nome del vino e ancora più in basso il vitigno, sempre in oro su una bella carta color crema che tiene insieme il tutto con classicità ma anche con una semplicità impreziosita con gusto. Anche altri nomi dei vini aziendali non convincono del tutto, come quello del Moscato Secco “Ma Mù” (proprio così) come sintesi di Marenco Muscaté, oppure “Carialoso” (Monferrato Bianco) e ancora “Valtignosa” (Cortese Frizzante). 

Gigiò, Gigino, Gigetto e un’Allegra Brigata

Paonazzo, Sangiovese e Colorino, Poggio la Noce.

Le etichette di questo produttore toscano di Fiesole sono tutte molto particolari, accomunate da un “family feeling” che le rende riconoscibili in mezzo a molte altre, sugli scaffali (e già questo potrebbe bastare). Tra tutte abbiamo scelto l’ultima arrivata, anche perché il nome del vino è divertente: “Paonazzo”. Certo, il colore del vino è “rosso rubino molto intenso”, da qui l’effettivo significato della parola: accusare un colorito del volto piuttosto acceso. L’immagine al centro dell’etichetta ci guida però alla vera origine della parola, infatti paonazzo o pavonazzo o pagonazzo come antiche accezioni, riportano al pavone e a una delle sfumature di colore della sua coda, cioè un violaceo piuttosto scuro. Ed ecco che il “Paonazzo” insieme al noto e vanesio pennuto stabilisce un contatto visivo e un cortocircuito mentale che fissano nella memoria il prodotto. Ed è proprio questo il compito del packaging-design e della comunicazione in generale. L’azienda è stata fondata ed è attualmente di proprietà di Claire Beliard ed Enzo Schiano che coltivano 16 ettari di vigne sulle colline nei dintorni di Firenze. Ma vediamo i nomi anche degli altri vini della produzione: Gigiò (blend di Sangiovese e Colorino), Gigino e Gigetto (Sangiovese) e Pinko Pallino (nome che ci è particolarmente simpatico), rosato di Sangiovese. Nel complesso un’operazione di design semplice, dotata di ottima originalità, con il sorriso sulle labbra.



Cacofonie Laziali in Terre a Denominazione Garantita

Cifione, Cesanese del Piglio, Petrucca e Vela.

In primo luogo, di questa etichetta, ci hanno sorpreso i nomi: Petrucca e Vela sono i cognomi dei due titolari, cioè Tiziana Vela e il marito Fabrizio Petrucca, che coltivano le  loro vigne a Piglio, in provincia di Frosinone, cittadina che dà il nome alla denominazione  (costituita al 90% dal Cesanese di Affile) che nel 2008 ha segnato la nascita della prima Docg del Lazio. Naturalmente abbiamo notato anche il nome del vino, “Cifione”, e ci siamo dati da fare per trovare una spiegazione. Il sito dell’azienda, ad oggi è in ristrutturazione per cui non si possono leggere specifiche sui singoli vini. E anche girovagando per la rete non si trovano spiegazioni, storiche o dialettali, di questo cacofonico nome. Giacché “Cifione” suona proprio male. Sarà per la somiglianza con “cifone” che, di origine dialettale, starebbe a indicare una persona con un andamento incurvato, ingobbito; ma anche solo per la fonetica, goffa e “ingombrante”, che trasmette sensazioni di pesantezza e gergalità. Gli altri nomi dei vini di questo produttore sono: “Tellures” (un altro Cesanese, top di gamma), “Agape” e “Nerva” (altri due Cesanese) e “Vela” (Passerina del Frusinate). Tutti abbastanza strani, tranne “Vela” riconducibile al cognome della titolare. Graficamente le etichette sono pulite, ordinate, originali. In quella che mostriamo qui a fianco si vede un grappolo stilizzato, forse troppo tecnologico, ma particolare e quindi che sa farsi notare. In alto i cognomi dei titolari e il marchio, uno stilema formato da una P e una V fuse insieme. Tutto sommato un packaging valido e funzionale, ma “Cifione” proprio non ci piace (il vitigno invece sì!).

Romanticismi Famigliari in Riva al Lago

Chiar’otto, Bardolino Chiaretto,
Villa Calicantus.

E dopo il chiaretto venne il chiarotto o, come scritto sull’etichetta, il “Chiar’otto”. Il nome di questo vino si presenta come un gioco di parole ma in realtà c’è dietro una costruzione più complessa. A raccontarla è proprio il produttore nelle pagine del proprio sito internet: “Un’interpretazione unica del Bardolino Chiaretto che coniuga sapidità, mineralità, complessità e bevibilità in un rosé d’altri tempi. Il primo rosé del Bardolino ad essere stato fermentato ed affinato in legno, il Chiar’Otto ha cambiato i paradigmi del vino rosa a Bardolino. L’uva proviene da sei parcelle del 1966 in pergola veronese che si trovano riunite in un unico corpo sul fianco di una collina appena sopra il paese di Bardolino. Il nome Chiar’otto deriva dal nome Chiara che con Daniele è anima e corpo di Villa Calicantus e otto (8) il giorno del mese di giugno in cui è nata Anna, figlia di Chiara e Daniele”. Ragioni affettive dunque, che non c’entrano col vino, col suo colore, o con la sua dimensione di chiaretto affinato in legno. Il nome, sia pure romantico nella spiegazione, visto così non qualifica, anzi rende il chiaretto più grottesco, più greve e “pesante”. Insomma probabilmente non porta un vantaggio di immagine al prodotto. L’etichetta graficamente è molto ordinata e pulita, sotto al nome aziendale leggiamo il nome della famiglia proprietaria, una precisazione quasi di garanzia, o forse un orgoglio personale come quello della data di nascita della figlioletta. Sempre interessante la precisazione del numero di bottiglie prodotte, sul fronte dell’etichetta.

L’Estro Creativo di Positano, in Napa Valley

Farella Vineyard, Cabernet Sauvignon,
Di Costanzo.

L’azienda si trova in Napa Valley, California. Ma il nome del vignaiolo nonché imprenditore è inequivocabile: Massimo Di Costanzo. Radici italiane in quelle vigne. In particolare a Positano, sembra, dalle riscostruzioni storiche di famiglia. Massimo, dopo varie e importanti esperienze enologiche in Toscana, Stellenbosch, Mendoza e non ultimo per la nota marca americana Screaming Eagle, decide di mettersi in proprio e creare un’azienda vitivinicola indipendente. Le etichette sono molto particolari. Quasi dei quadri di arte contemporanea, come questa, relativa al Cabernet. A parte il cognome del produttore, in basso ma ben visibile e leggibile, il centro dell’etichetta è occupato da un vortice di pesci. Proprio così, un banco di pesci rilucenti a formare una nuvola cromatica che trasmette profondità e mistero. Molto realisticamente uno dei misteri è che il vino in questione è rosso, per cui, almeno da noi, qui in Europa, male si adatta a una cucina ittica. Soprassedendo possiamo dire che l’illustrazione con i pesci, ripetiamo, praticamente un’opera pittorica, è molto bella, originale, coinvolgente. Denota stile e cultura dell’immagine e anche una certa abilità realizzativa. Sarà il frutto dei geni italiani che i nonni di questo produttore americano gli hanno fornito nell’avvicendarsi delle generazioni? 

Per il Corpo e per lo Spirito

Perlagioia, Albana, Ancarani.

Questa azienda con sede nei dintorni di Forlì si sta distinguendo per la produzione di vini schietti e fedeli al territorio. Le etichette vanno di pari passo. Originali, dirette, pulite, insomma spesso insolite e coraggiose. Come questa, che veste un bianco secco, da vitigno Albana (anche se non si può dire in etichetta per questioni normative), che si presenta con un messaggio chiaro: forchetta e coltello. Insomma un vino da portare in tavola e da accompagnare con qualcosa di masticabile, possibilmente gastronomico, come insegnano le tradizioni di quei luoghi. Le posate elette a simbolo di un buon vivere che non può escludere un buon vino. Per quanto riguarda il nome del vino ci sono alcune osservazioni da fare: “Perlagioia” viene scritto tutto di seguito, creando così una specie di neologismo, una parola nuova che però nasce chiaramente dalla ricomposizione di “per la gioia”. Da notare che si potrebbe anche suddividere in “perla gioia” dove la perla trasmette sensazioni di preziosità. Il primo intento è assolutamente la gioia, come dichiarato dal produttore anche nel proprio sito: la condivisione, la convivialità, l’allegria di una buona tavola, con tutto quello che ne consegue.

Il Caso del Casino Incasinato

Casino Murri 14,
Montepulciano d’Abruzzo,
Cantina San Giacomo.

Nome composito per questo vino abruzzese: parole e numeri. Fin troppo. In etichetta risulta subito evidente il numero, il l4. Si pensa subito alla gradazione e infatti si pensa bene. Ci si chiede come sia possibile tenere fede ogni anno al nome prescelto, con la corrispondente gradazione (le annate cambiano: più caldo, più freddo, etc). Sotto al numero leggiamo Casino Murri. Viene da dire che in italiano “casino” è sì una piccola casa, ma anche tutto il resto. Insomma, si potrebbe dire un casotto. Per il resto l’etichetta è molto classica, con una base di colore chiaro, una illustrazione sullo sfondo che raffigura filari di vite, logo aziendale in alto, nome del vitigno in basso. Niente di veramente emozionante se non quel grande numero al centro del packaging che potrebbe colpire i fanatici della smorfia napoletana (a proposito, il 14 è l’ubriaco, e forse non è del tutto casuale). Per concludere un’occhiata al marchio aziendale, sintetizzato con due lettere, S e G, affiancate dentro a un rettangolo che sta un po’ stretto. Il nome della cantina è San Giacomo, il paese dove ha sede è Rocca San Giovanni… speriamo che non litighino!

Tra il “Losco” e il Brusco, ma con Linearità

Losco, Timorasso, Cantina Mezzacane.

A Rivanazzano in provincia di Pavia, c’è un’azienda vinicola che si chiama “Mezzacane”. Si tratta del cognome del primo proprietario e fondatore. Storicamente è difficilmente evitabile, nonostante non risulti bellissimo per semantica e fonetica. Ma con ironia e gusto l’azienda lo rende simpatico creando un marchio dove si vede la sagoma di un cane tagliato a metà. Fa sorridere e al tempo stesso attira l’attenzione e fissa l’immagine. Le etichette delle gamma dei vini di Cantina Mezzacane sono molto spartane: fondo monocromatico con il logo in alto e il nome del vino al centro, molto chiaro, tutto ben leggibile. Semplice ma efficace. Certo non siamo di fronte a un’opera d’arte del packaging, ma nel design una equilibrata e rigorosa linearità può giocare bene le proprie carte. Per quanto riguarda questo vino, si tratta di un Timorasso ottenuto con fermentazione, macerazione e affinamento in anfora di tipo georgiano. Anfora interrata. Forse per questo è stato scelto questo nome, “Losco”. Terminologia desueta, che significa (Treccani): “…dal latino lŭscus, cieco da un occhio, guercio. Di persona che, per miopia o per debolezza di vista, guarda stringendo gli occhi e aggrottando le sopracciglia; quindi guardare losco, di chi guarda storto per animo corrucciato, per invidia, per dispetto, o per indole cattiva e malevola”. L’allusione del nome ad un affinamento nascosto, intimo, sostanzialmente cieco è una nostra ipotesi. Nota di cronaca: il “mezzo cane” è raffigurato nell’atto di abbaiare, per cui nonostante la separazione delle membra, è vivo.

La Gentilezza del Calice (e della Produttrice)

Il Gentile, Verdicchio, Di Giulia.

E’ gentile come chi lo produce questo Verdicchio che viene dalle colline di Cupramontana. La giovane titolare dell’azienda si chiama Giulia Fiorentini e come è facilmente intuibile il marchio e nome del produttore attiene proprio al suo nome di battesimo (con una interessante formulazione “Di Giulia”, una appartenenza che trasmette unicità e passione). Ma torniamo al vino, alla bottiglia, vestita di un’etichetta solare, luminosa, gioiosa, dove leggiamo naturalmente il nome del vino “IlGentile” (tutto attaccato) ma scorgiamo anche i lineamenti di alcune colline (forse onde del mare tra le colline, infatti le vigne, a 450 metri di altitudine, vedono comunque l’orizzonte del mare) e il marchio, alla base, costituito da un cespuglio artistico molto aggraziato dove stelle, olive, foglie e altre forme solleticano la fantasia. Questi pochi elementi che fanno parte del packaging sono armonici, ben presentati e impaginati. Le cromìe sono gradevoli, ben armonizzate, tutto l’insieme è coerente con il nome del vino e con lo spirito che chi produce questo vino vuole trasmettere. A prova di ciò valgano alcune belle parole della titolare, prese dalle schermate del sito internet: “Terra marchigiana. Sconfinato riprodursi di colle in colle della perfetta sinergia fra uomo e terra, nel prodigio sempre rinnovato dell’agricoltura. L’infinito mite del grano, la precisione accanita e dolce dei vigneti, la nobiltà scoscesa degli olivi. Spazi marchigiani. Madre seconda, in me splendore di nuova nascita, in me primo profumo di casa”. L’azienda produce anche “Scompiglio”, Verdicchio frizzante rifermentato in bottiglia, quindi “Gioia Mia”, Verdicchio spumante Metodo Classico, e “Rebecca”, rosato da Montepulciano d’Abruzzo.

Prima, Durante e Dopo i Pasti

Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano d’Abruzzo, Rabottini.

Capita raramente di incontrare vini “tutto nome”. In pubblicità si parlerebbe di “copy-ad”. In pratica l’etichetta è costituita dal solo nome del vino. Con l’aggiunta, necessaria, del nome del produttore (e del claim, che vediamo dopo). In questo caso l’azienda Rabottini gioca la propria comunicazione in etichetta su informazioni molto basiche: “per iniziare”, “a salire” e infine… “ed in fine”. Si tratta proprio dei nomi dei vini: in pratica sono degli evidenti consigli per il momento di consumo. Per iniziare c’è un Trebbiano d’Abruzzo, a salire un Cerasuolo ed in fine il Montepulciano, in una logica progressione bianco-rosato-rosso. Il nome (consiglio d’uso) è preponderante, non si può non notare. Ma, sia pure con un carattere molto più piccolo, sotto al nome del produttore, si nota anche un claim particolare: “prodotti di campagna”. Si allude anche all’olio d’oliva, parte importante delle attività aziendali. Insomma la gamma delle produzioni non si limita al vino che comunque si è guadagnato il favore degli intenditori, facendosi notare per la qualità nel bicchiere e ancora prima, alla vista, per questa curiosa e a nostro parere efficace (in quanto molto originale) modalità di nominare/identificare le bottiglie.

Una Mamy Medievale col Randello

Mamà, Moscato, Sissiri.

Il caso è curioso: di questa azienda vinicola non si trovano tracce in internet, o meglio si riescono a rintracciare solo tre etichette, un indirizzo (a Pachino, in Sicilia) e il nome del presunto titolare: Carlo Rampulla. Non di meno uno dei tre prodotti attualmente in gamma ha attirato la nostra attenzione per il nome del vino, “Mamà”, e per l’illustrazione in etichetta. A parte la scelta di spezzare il nome (nella gran parte dei casi, opzione che risulta negativa per la lettura e la memorizzazione) il packaging si presenta con simpatia e allegria, e quindi con impatto visivo. Colori molto schietti, uno stile illustrativo lineare, semplicità e buon gusto. Quello che possiamo percepire (visto che in rete non si trovano altri rational) è che questo Moscato secco si rappresenta con una mamma, matrona, signora, regina della casa, in abiti che ricordano vesti medievali, armata di mattarello o meglio di un randello. Certo si tratta di una immagine inconsueta. Curioso anche il nome dell’azienda, “Sissiri”, forse riconducibile a Sicilia, forse a lucertola, più probabilmente a qualcosa di topografico. Per ora ci accontentiamo di godere di queste stranezze. 

Celebrare la Rivoluzione con Insolite Bollicine

Revolution, Cuvée Spumante, Hlebec.

Davvero rivoluzionario questo vino, quanto meno per chi è abituato ai soliti vitigni da Champagne. Si tratta di bollicine, certo, ma prodotte in prevalenza con il Furmint, molto noto in Ungheria, anche se di fatto siamo in Slovenia, a nord-est, in un angolo di terra tra Austria, Ungheria e Croazia. La rivoluzione viene compiuta anche in etichetta con il nome propriamente detto e il gioco di parole (e di grafica) che si porta dietro: leggendo al contrario una parte del nome viene evidenziata (in rosso) la parola “love”. Non a caso il titolare dell’azienda, Milan Hlebec, definisce questo spumante come “il vino dell’amore”. Il packaging è spartano e non per questo meno attenzionale. Il nome del vino viene scritto con un carattere molto incisivo, squadrato, ben leggibile. Il gioco di parole è inequivocabile grazie al colore rosso delle lettere, la stella sopra al nome riporta a qualche reminiscenza del regime sovietico del secolo scorso. Alla base vediamo scritto in oro il nome dell’azienda. Tra le righe, in piccolo, leggiamo “Special Sparkling Cuvée”, una modalità nobilitante che risolve l’imbarazzo tra rifermentato, metodo Martinotti o Classico che sia (di fatto non viene dichiarato, stiamo indagando). Che dire? L’etichetta è coraggiosa, con personalità e un tocco di creatività. Promossi.