Una “Verticale” di Packaging per Assaggiare la Comunicazione

Chiaroro, Trebbiano e Pecorino, Az. Agr. Cameli Irene.
Sono pochissime le aziende vinicole che mettono in mostra (o che possono e vogliono farlo) l’evoluzione nel tempo di una loro etichetta. Certo, durante le verticali, quando si degustano vini pregiati di annate anche molto vecchie, si possono cogliere le differenze tra le etichette “di un tempo” e quelle più attuali. Ma nei siti e nella comunicazione ufficiale delle aziende di solito non vengono esposte le etichette storiche e il loro percorso grafico. Questa azienda marchigiana in regime biodinamico decide invece di farlo, coscientemente, e noi cogliamo l’occasione per poter commentare le scelte estetiche che via via nel tempo si sono succedute. Lo facciamo con questo vino che si chiama “Chiaroro” e che prevede l’utilizzo dei vitigni Trebbiano e Pecorino. Visto che il nome del vino non è variato, commentiamo prima quello: non di facile pronuncia e memorabilità, si compone però di due belle parole che stanno bene insieme, chiaro e oro. Cioè chiaro come l’oro. In riferimento alla colorazione intensa del nettare in questione. Nome quindi dal contenuto semantico interessante, ma perdente per metrica e fonetica. Passiamo oltre: nella foto vediamo da sinistra verso destra l’evoluzione delle etichette del Chiaroro dal 2003 ad oggi. Innanzitutto notiamo che la leggibilità del nome è migliorata nel tempo con l’adozione di caratteri di scrittura che sono partiti dal corsivo, attraversando un graziato, per arrivare a un maiuscolo a blocchi compatti molto chiaro (ma purtroppo scritto in verticale). Il logo aziendale, uno stemma, in alto, si è via via rimpicciolito fino a scomparire nell’ultima versione a destra, almeno per quanto riguarda il fronte dell’etichetta. La grafica è migrata, inoltre, da fondi chiari a fondi cromatici più scuri. Fino al packaging attuale, di un giallo pieno, quasi terra di Siena. Da notare che l’etichetta all’inizio era abbastanza semplice, pochi elementi su sfondo chiaro. Poi si è resa più complessa (più “piena” di elementi) negli anni 2008 e 2009. Tornando ad essere più lineare nelle più recenti versioni. Fino all’ultima che propone un minimalismo forse esagerato: tutto lo spazio disponibile è vuoto, tranne per la dizione Marche Bianco a sinistra  in basso e il nome del vino accantonato a destra, in verticale. Unico vezzo creativo la O finale del nome, in nero, con le altre lettere in bianco (poco leggibili: staccano troppo poco dal fondo giallo). In sostanza le etichette di questa azienda si sono spostate da un design arcaico, diciamo tradizionale, ad uno più giovane e dinamico. Non per questo guadagnando in eleganza. Il packaging è una questione complessa. E le “verticali” di design, come è stato questo esperimento, lo dimostrano.

Un Vino Francese Partenopeo

Branding marketing
Uno scugnizzo a NY,
Alicante Cinsault Carignan, 
Domaine Zélige-Caravent.

Strane storie si incrociano nel mondo del vino e delle varie etichette. Questa racconta di una coppia di francesi, pochi ettari (10) e molta fantasia, che nella Linguadoca, tra Montpellier e Nimes, coltivano varietà a bacca rossa come i sopracitati vitigni che compongono questo vino, oltre a Grenache, Mourvedre e Syrah. Questa etichetta in particolare non figura nell’elenco che si trova nel sito internet dei produttori, per cui dobbiamo andare a tentoni. Il nome del vino è sorprendente (anche perché si tratta di una azienda francese): “Uno scugnizzo a NY”. Possiamo ipotizzare che tra gli antenati dei due attuali produttori (che hanno ereditato le prime vigne da un nonno) ci possa essere un italiano, e non solo: un italiano di origini napoletane che per qualche motivo era emigrato in Usa. Però però però... colpo di scena (cinematografica): “Uno scugnizzo a NY” è anche il titolo di un film del 1984 che vede protagonista il cantante neo-melodico-romantico Nino D’Angelo. Logicamente la colonna sonora del film è tutta una canzone di quel genere. Sui motivi che possono aver spinto questi due vignaioli francesi a chiamare così uno dei loro vini, rimane qualche aura di simpatico mistero. Il design dell’etichetta è molto semplice: campeggia il nome del vino a tutta grandezza, in rosso su fondo scuro, e per il resto sono testi relativi alle dizioni di legge. Certo si fa notare. Soprattutto, pensiamo, in Italia e naturalmente nel quartiere Little Italy della Grande Mela, dove potrebbe diventare una icona.

Nel Design Esiste Anche il Rosso-Noir

Etichette vino winelabelling branding
Due Archi, Montepulciano d’Abruzzo, Valle Martello.

E chi la conosce la Doc Villamagna? Prende il nome dall’omonimo paese in provincia di Chieti, in Abruzzo. Il vino che la compone è il “solito” Montepulciano d’Abruzzo che in centro Italia la fa da padrone insieme al Sangiovese. Montepulciano disciplinato nelle versioni base e riserva. Ma veniamo a questa intensa etichetta (quanto meno per i cromatismi). Il nome del vino è “Due Archi” e il produttore lo giustifica spiegando, nella scheda prodotto, che i due archi si trovano all’ingresso della cittadina medievale (di Villamagna) e che l’aggiunta grafica di tutti quei grappoli che vediamo nella texture (nello sfondo) dell’etichetta sono riferibili alla tradizione vitivinicola di quei luoghi. Tutto molto lineare e plausibile. Certo, senza colpi di scena, se non fosse per quel rosso vivo che colpisce subito chi rivolge lo sguardo a questa etichetta. Un rosso fuoco, forse cardinalizio, rosso Ferrari, rosso rossetto, rosso vivo. A formare un’immagine ovale che giocando con le parole potremmo definire “rosso noir”. Non possiamo collocare questo packaging nella bacheca degli onori, ma nemmeno in quella degli orrori. Il tassello alla base valorizza e comunica la sconosciuta Doc, e questo va molto bene. Peccato per il logo aziendale, in alto, che risulta appartenente a uno stile troppo anonimo. P.S.: il nome della Doc Villamagna deriva dal latino “villa” per residenza o podere, e “magna” per importante, grande.

C’è Anima, Manca Bellezza

Naming marketing
Barbera d’Alba, Diego Morra.

Sono davvero molto rare, le aziende vinicole che decidono di spiegare il significato delle loro scelte in fatto di logo o packaging. E a monte sono ancora troppo poche quelle che si organizzano per avere una comunicazione organica e significativa. Questa azienda vitivinicola di Verduno, in Piemonte, nel proprio sito ci tiene a giustificare l’adozione di quelle tre “M” che sono state collocate al centro di tutte le etichette della gamma (qui vediamo la bottiglia della Barbera). Ed ecco il loro racconto: “Le 3 “M” intrecciate ci rappresentano e raccontano la nostra identità, la nostra storia e il nostro territorio”. Riassumendo, si tratta di Movigliero (un anfiteatro collinare che è diventata una delle Mga del Barolo), Morra (la nota località al centro della zona eletta del Barolo) e Mosca (non la capitale della Russia bensì il nome del casale dell’azienda, come veniva chiamato tradizionalmente: Cascina Mosca). A parte il conflitto mediatico con la nota azienda chimica 3M, le motivazioni sono valide: topografiche, storiche, affettive. Sulla riuscita del logo in questione si potrebbe avanzare qualche riserva. In pratica, attorno a un triangolo centrale sono state “applicate” tre “M” dorate. Salvaguardando il significato intrinseco, come già detto, l’impianto grafico risulta molto geometrico, caleidoscopico , ingegneristico, poco empatico ed emozionale per un prodotto come il vino che dovrebbe trasmettere un frèmito di passione anche nella parte comunicativa.

Un Gatto sulla Torre, Probabilmente Nero

Lajella, Passerina, Cantina dei Colli Ripani.

Impossibile non collegare il nome di questo vino, Lajella, con le infinite allusioni scaramantiche delle quali l’Italia intera è ben fornita. La sagoma di un gatto, sul tetto della torre raffigurata in etichetta conferma maldestri sospetti. Ma non lasciamoci ingannare dal luogo comune e procediamo con ordine. Il termine “iella” è probabilmente romanesco di nascita, da ricondurre a “iellato” e ancora prima a “iettato”. Il verbo è “gettare”, con tutta probabilità “portare” sfortuna. Qualcuno dice invece che l’origine è “ella”, indicando comunque in questo modo la malasorte, con una certo rispetto prudenziale. Fatto sta che chiamare un vino “Lajella” non sembrerebbe, in Italia, una buona idea. Il produttore, una nota cooperativa marchigiana, gioca attorno a questo termine, giustificandolo però in modo diverso dall’immaginabile: si tratterebbe dell’accezione dialettale per Agello, nome di un quartiere, di una torre e di una delle alture raffigurate nello stemma di Ripatransone dove ha sede l’azienda. E il gatto? Una provocazione. A conferma che l’idea di mettere la “iella” in etichetta non preoccupava minimamente i suoi autori. Il gioco può essere anche divertente ma non ce la sentiamo di approvare la scelta di questo nome. Quando si genera il sospetto che il nome di un vino possa compromettere anche in minima parte le vendite, i conti non tornano.

Barba e Capelli per un Guru Iberico

Etichettavino branding marketing
El Goru, Monastrell-PetitVerdot-Syrah, EgoBodegas.

Ha qualcosa di primordiale questa faccia d’uomo, protagonista di questa bottiglia di blend di rossi che nasce nel sud della Spagna, vicino ad Alicante. L’immagine in etichetta colpisce subito per intensità e originalità, complice anche lo stile dell’illustrazione. Crediamo si sia voluto rappresentare il rapporto, o ancora di più la commistione, tra uomo e natura, raffigurando la profondità di un volto che è anche terminale di rami o radici in forma di barba e capelli. E’ un’immagine forte, che rimane dentro, che si afferma. Forse anche violenta nel suo incedere selvaggio. Il design dell’etichetta, molto semplice nel suo complesso, viene completato da quello che dovrebbe essere il nome della linea dei vini: “El Goru”, che comprende altri vitigni del luogo. Il riferimento è nei confronti di un “guru” come è facilmente intuibile. Un santone, uno sciamano delle vigne che con la complicità della terra, governa e soprassiede alle enologiche emanazioni. Il tutto avvolto in un alone di mistero visto che nel sito del produttore non viene fatto cenno riguardo all’origine di questo personaggio frondo-capelluto. Probabilmente è il frutto di pura creatività. Certo è che l’etichetta risulta molto impattante, anche osservandola da lontano, e quindi molto memorabile. Curioso anche il nome della regione di provenienza e della denominazione: Jumilla (D.O.) nella Murgia, oltre a quello del produttore, EgoBodegas, che inneggia a una sorta di edonismo divino.

Piccoli Mostri Producono Vino

Ried Müehlberg, Grüner Veltliner, 
Gruber Roschitz.

Davvero “spiritoso” questo produttore austriaco che in etichetta ci racconta l’importanza dei “wine spirits”, una sorta di spiritelli buoni che nell’illustrazione in etichetta somigliano molto a quelle raffigurazioni di virus/batteri di ultima generazione. Di fatto i lieviti e gli altri elementi vitali contenuti nel vino, sono sempre determinanti, nel bene e nel male, per il risultato finale. Cioè per la qualità del prodotto che poi viene destinato ad essere portato in tavola ad accompagnare qualcosa di molto importante come un pasto. Siamo quello che mangiamo e che beviamo, batteri compresi. Tornando all’ironica etichetta di questo Grüner Veltliner biologico che viene dall’Austria del nord (molto vicino al confine con la Repubblica Ceca), vediamo subito che il protagonista è uno strano esserino baffuto e coronato. Anche tutte le altre etichette di questo produttore riportano piccoli mostriciattoli. Sul fronte etichetta, in alto a sinistra, viene specificato che l’immagine è il frutto (sia pure immaginario) di una scala di ingrandimento di 1.000.000 : 1.
Nel retro etichetta invece viene raccontato che questi fervidi personaggi sono gli aiutanti prediletti del vitivinicoltore, sia in vigna, sia in cantina, sia... sulla lingua. Infatti viene specificato che si possono vedere solo al microscopio, ma si possono “assaggiare”. Si tratta quindi di uno stile di packaging molto particolare, che richiama l’attenzione, con simpatia e dinamismo, avendo come concetto portante una “vera verità”, cioè il fatto che i lieviti rivestono un ruolo importante nella produzione del vino. A noi non rimane che fidarci della biochimica naturale e goderci il piacere del vino buono.

Viva la Vite che Vive

Winedesign packagedesign marketing wine branding
Vive, Malbec, Alta Vista Wines.

Siamo di fronte ad un esempio molto efficace di “semplicità del design”. L’etichetta che qui mostriamo è da catalogare tra quelle contraddistinte da pochi e peculiari elementi. Il fondo bianco, il nome del vino in primissimo piano, il nome del vitigno, il nome del produttore. Il tutto collocato con ordine (e fin qui niente di straordinario) e linearità. Dove si manifesta il guizzo creativo? Nella modalità con la quale è scritto il nome del vino e nel nome stesso. Senza sottovalutare il richiamo grafico sulla capsula, sempre espresso in oro, ma questa volta su fondo nero. Il vino si chiama “Vive”, un’espressione motivabile e comprensibile a vari livelli e in vari paesi (e lingue) del mondo. Il paese di origine della bottiglia è l’Argentina, da quella fantastica terra del vino che è la regione di Mendoza, ma la parola è internazionale: “vive” come vita, come vite, come evviva, come vivere... francese? Spagnolo? Inglese? Italiano? Non importa, si fa capire bene. E la sua “verve” si manifesta anche con la modalità di scrittura, spennellata, con delle sporcature di inchiostro fatte ad arte. Stile che si ripropone sulla capsula, col nome del vino scritto questa volta in piccolo e con una texture d’oro sempre in stile pittorico “distratto”. Packaging molto semplice, molto vero, molto vivo. Obiettivo raggiunto: si fa ricordare.

Tanto Cuore, Poco Marketing

Branding marketing comunicazione
Castagnino, Syrah, Fabrizio Dioniso.

Spesso in questo blog abbiamo parlato di semplicità come regola aurea del design. Purché non si arrivasse a confondere la semplicità con il “semplicismo”. Nell’esempio di etichetta qui presentata facciamo molta fatica a riconoscere il seme fecondo del packaging lineare ed incisivo. Sia pure con la presenza di pochi elementi. Infatti la semplicità di questa etichetta varca i confini della ragion d’essere proponendo un disegno infantile che riproduce un cuore e un sole. Certo si tratta di due elementi molto pregnanti a livello di comunicazione e anche i loro colori sono di quelli che colpiscono. Ma ci sono molti “ma”. Il disegno infantile, in primo luogo: forse una questione affettiva, non lo sappiamo. Comunque si tratta di un segno grafico che trasmette insicurezza, primordialità, approssimazione più che simpatia (quest’ultima, probabilmente, nelle intenzioni del produttore). Il resto dell’etichetta non recupera terreno: fondo bianco, scritte in colori e stili vari, il nome del vino che viene inutilmente virgolettato. E poi il logo del produttore, alla base, semplicemente nome e cognome iscritti in un ovale nero, non è cromaticamente compatibile con tutto il resto. Risultando, sì, abbastanza visibile ma al tempo stesso fastidioso per il tono invadente. L’etichetta trasmette in generale un senso di provvisorietà che certamente non giova alla valorizzazione del prodotto e della cantina stessa. Le etichette non sono un gioco o un “pezzo di carta”. Sono il primo, importante, elemento della comunicazione di un vino.


Una Barbera Messa a Nudo

Generosa, Barbera, La Corte Solidale.

Si tratta di una piccola azienda da 12.000 bottiglie l’anno. Siamo nei pressi di Tortona, nell’alessandrino dove regna sovrano il Timorasso, ma anche la Barbera si difende bene. Ed è proprio una bottiglia di Barbera che rappresentiamo in questo post, con la sua particolare “vestizione”. A dire il vero l’immagine raffigurata in etichetta riguarda una donna che di vestiti non ne ha. Non è una nudità oltraggiosa ma potrebbe essere taggiata di sessismo, o subire la censura se dovesse essere esportata negli Stati Uniti dove si spara ancora oggi come nel Far West ma un seno di donna crea scompiglio. Torniamo al design cercando di offrire una valutazione imparziale. Lo stile ricorda molto l’art-decò. Il nome del vino, in alto, “Generosa” ricorda le vecchie insegne del metro parigino, tipo quella di Saint Paul. La donna protagonista alza il calice che contribuisce a formare la “o” del nome. L’espressione della donna, sia pure con un tipo di tratto molto essenziale, risulta essere tra il sognante (forse a causa dell’ebbrezza) e l’ammiccante. Vediamo pampini e foglie di vite attorno a lei. Chiaramente lei è la Barbera, vitigno che compone questo vino, al quale allude anche il nome “Generosa”. Tante volte, infatti, abbiamo sentito dire “questa Barbera è davvero generosa”. Il problema è che se tale generosità viene trasportata sulla donna, qualcuno potrebbe avere qualcosa da eccepire: sarebbe una allusione davvero priva di rispetto per il genere femminile. Andando oltre, e concludendo, possiamo aggiungere che in generale l’etichetta risulta attenzionale ma anche piuttosto grezza. Forse è proprio questo lo stile che l’azienda intende proporre ai propri avventori.

Pignatello, Perricone o... Nivuro!

Branding marketing comunicazione
Nivuro Nostrale, Perricone, Tanca Nica.

Ci sono bottiglie di vino (parliamo sempre di etichette) che sembrano farlo apposta: non sanno esprimersi. Cioè non riescono ad offrire al pubblico una comunicazione efficace. Questo packaging è un esempio di design “tutto testo”, nel senso che nello spazio reso disponibile dall’etichetta risulta come elemento unico un nome. In questo caso, più che un nome potremmo parlare di lettere accatastate. Il nome alla fine si riesce a leggere. Anche se non è immediato. Si tratta di “Nivuro Nostrale”. E anche una volta intercettato, per questo nome diviene assolutamente necessaria una spiegazione. Il nome di questo vino è quindi difficile, sarà perché si esprime nel dialetto di Pantelleria (sede dell’azienda e delle vigne), sarà per quella spezzettatura che lo propone in verticale, sarà il carattere di scrittura molto schizzato (da film horror). E comunque anche la sua traduzione non è facile. Scopriamo che il nome del vino è il nome del vitigno che lo compone (in dialetto locale, appunto). Un vitigno che viene chiamato Pignatello ma che in realtà è noto ai più come Perricone.  Il percorso è a ostacoli ma almeno esprime autenticità e tradizione locale. Anche nella parte destra dell’etichetta le scritte non sono leggibilissime. Quasi un corsivo. Caratteri piccoli. Logo dell’azienda anch’esso piuttosto “accennato”: Tanca Nica (la “tanca” in Sicilia è un “piccolo terreno terrazzato”). Nel complesso risulta un’etichetta che non riesce a farsi ricordare. Sicuramente potrà farlo il vino, visto che questo piccolo produttore (Francesco Ferreri) è davvero stimato, per la qualità che produce, da parte di tutto il capriccioso mondo degli “intenditori”.

Cacciagione Messa a Nudo

La Fagiana, Sangiovese, Fattoria di S.Quintino.

Siamo tutti maggiorenni e vaccinati (si fa per dire), capaci di intendere e di volere (si spera) e liberi di interpretare quello che vediamo e leggiamo secondo le nostre personali esperienze e modi di essere. Certo che questa etichetta può essere interpretata con almeno due modalità diverse. Ma per non pensar male (più che male, diciamo, in modo equivoco) presentiamo prima la spiegazione del produttore: “Nasce da una vigna di Sangiovese che prende il nome dal terreno su cui è piantata: a memoria d’uomo ogni anno un gran numero di femmine di fagiano hanno scelto questo luogo per nidificare. Nella posizione più elevata ed esposta al sole, la vigna di Fagiana produce i grappoli migliori, piccoli e spargoli“. Tutto bene, c’è una ragione che pesca in ambito locale, aneddotica ma plausibile, che giustifica il nome del vino “La Fagiana” e l’illustrazione in etichetta (una penna di fagiana, si direbbe, sia pure accennata al tratto). Spingendoci verso territori perigliosi e senza girarci troppo in giro, nella terminologia popolare la fagiana è anche altro che un pennuto gourmet. E la raffigurazione nel packaging potrebbe confermare, in un certo senso, questa interpretazione alternativa. A questo punto rimane un dubbio fortissimo: tutto questo è stato voluto oppure frutto di innocenti evasioni? Insomma San Quintino ci è o ci fa? Non lo sappiamo. Ci piace immaginare che in ogni caso l’obiettivo è stato quello di attirare l’attenzione. In un modo o nell’altro.

Formiche Pazze in Campo Bianco

Marketing branding logodesign
Formica Pazza Gialla, Malvasia e Trebbiano, Colle Formica.

Solo due ettari di vigne (e uno di uliveto) per questa piccola realtà vitivinicola di Velletri, sui Colli Romani in località Colle Formica. Perché è proprio dalle formiche che nasce tutto il discorso. I nomi dei vini dell’azienda, due “pet-nat”, un bianco e un rosso, fanno tutti riferimento ai frenetici insetti dalla gambette veloci che risultano simpatici nelle favole e nei racconti per l’infanzia, ma anche molto fastidiosi durante i pic-nic. Quindi nella gamma proposta al pubblico abbiamo il vino bianco frizzante qui rappresentato che si chiama “Formica Pazza Gialla”, ne esiste anche una versione in rosato, quindi il “Formica Gialla” e il “Formica Rossa”. Certo, il luogo dove opera l’azienda si chiama Colle Formica, ma in più abbiamo scoperto che la piccola fauna dei boschi comprende proprio una specie che viene detta formica pazza gialla, scientificamente Anoplolepis Gracilipes, specie molto aggressiva che arriva a predare anche nelle abitazioni, soprattutto in Africa, Australia e Isola di Giava.
Il design delle etichette è molto essenziale ma riesce a farsi notare. Innanzitutto per la simpatia del nome e del piccolo insetto in questione, raffigurato al centro delle etichette con uno stile fumettistico. Il packaging-design è pulito: sfondo bianco, pochi elementi, qualche nota di colore. In basso troviamo una scritta che sintetizza la filosofia operativa dell’azienda: “No chimica sistemica in vigna, no lieviti selezionati in cantina, no temperatura controllata”. Una giusta precisazione che è in grado di accogliere un pubblico da “vini naturali”, così come consumatori normalmente attenti alla genuinità dei prodotti. 

Dalla A di Alicante alla Y di Lipari

Naming packaging desgin
Ypsilon, Blend di Rossi, Tenuta di Castellaro. 

Sembra proprio che la forma geografica dell’arcipelago delle Eolie descriva una “Y”. Insomma, come enuncia il nome di questo vino, una “Ypsilon” adagiata sul mare al largo della costa nord siciliana. Il design dell’etichetta conferma: macchie nere a rappresentare le isole su un sorprendente mare fucsia (viola o indaco). Una cornice arancione tiene insieme il tutto. Colori shocking, nome annoverabile come anticonformista (anche se tutt’ora è in commercio una nota automobile col medesimo appellativo), mentre lo stile potrebbe essere definito come kitsch-contemporaneo. Si tratta di un vino rosso composto da tre vitigni che il produttore definisce “tipici di Lipari”: Corinto, Nero d’Avola e Alicante. Il prodotto vuole essere moderno, giovane, bevibile, spigliato, di ampio consumo e di conseguenza, crediamo, il packaging-design ha preso volutamente una strada informale e disinibita. Forse si è esagerato un po’ con i colori. Mentre l’idea di collocare geograficamente il vino è cosa buona e giusta. Peccato per l’evidente identità del nome con l’autovettura. Forse il fatto che quest’ultima risulti dedicata maggiormente a un pubblico giovane e femminile potrebbe generare affinità elettive e gustative.

Una Goccia nel Mare

Naming etichettevino marketing
Madre Goccia, Greco di Bianco e Chardonnay, 
Tenuta Iuzzolini.

Doppio rammarico per questo vino: uno riguarda la formulazione del prodotto, dove il super-autoctono, prezioso e raro, Greco di Bianco viene “mescolato” con l’internazionale Chardonnay. Vale a dire un vitigno che più localizzato non si può, con uno la cui diffusione nel mondo l’ha reso molto generico. Sono scelte delegate all’enologo e all’azienda stessa. Ci saranno buoni motivi. L’altra perplessità riguarda l’etichetta, dove un concetto molto bello, forte, pregnante, riscontrabile, viene “giocato” in modo approssimativo e con scarsa incisività. Il concetto è quello che si legge nel testo nella parte centrale dell’etichetta: “La prima volta che si abbassano le travi sopra l’uva, il vino che n’esce si chiama Madre Goccia: esso è ciò che vi è di più delicato e di più squisito nell’uva”. Un nome evocativo, di intensa ispirazione. Si tratta quindi di quello che in termini tecnici si chiama “mosto fiore”, la prima spremitura, in grado di generare il vino migliore (alcuni produttori effettuano solo la prima spremitura, altri anche la terza: va da sé che ci sono delle grandi differenze). Un vino prodotto unicamente con la “Madre Goccia” porta con sé un messaggio qualitativo di grande portata. E cosa succede, quindi, nella sua “traduzione” nella parte visiva? È lì da vedere: il nome in alto, con un carattere ombreggiato molto discutibile, il messaggio in questione, al centro, con un corsivo non molto leggibile, il logo del produttore in basso. Campo bianco. Stop. Non sono certo i caratteri di scrittura i principali problemi. Lo è invece l’inconsistenza degli elementi grafici che non denotano nemmeno lo sforzo di una immagine, di una decorazione, di qualche cromatismo, insomma di un’idea (che invece, a livello concettuale, ripetiamo, c’è. Ed è di valore.).

Vini “Terribili” con le Idee Chiare

Etichettevino branding
Niño Terrible, Malbec, Mister L Wines.

Misterioso il produttore, coinvolgente la comunicazione. Si tratta di un piccolo produttore che per ora propone solo due vini, il ”Niño Terrible“ che qui riportiamo e un altro Malbec chiamato “Pasion Arte”. A partire dal logo aziendale si riconosce subito l’intenzione di sorprendere: a parte il “Mister L” da film poliziesco, l’immagine mostra due profili mascherati, con una originale grafica. Ma veniamo alla bottiglia di Malbec dalla divertente etichetta che vediamo qui a sinistra: il vino nasce da vigne della zona di Vista Flores (Tenuyàn, Argentina) poste a ben 1100 metri di altitudine. Il packaging onora un bambino terribile, uno scugnizzo diremmo qui da noi, che secondo le descrizioni del produttore dovrebbe rappresentare il ricordo d’infanzia di uno dei soci. Da sempre bambino irriverente, allergico alle regole, che oggi, adulto, produce vino in modo anarchico e “come vuole lui”. Il concetto, tutto sommato, non è così originale. Sorprende invece la modalità con la quale è stato rappresentato, con elementi ricercati e di sicura presa attenzionale.
Il disegno di un ragazzino molto “dinamico” è incastonato nel nome del vino, scritto con caratteri in rilievo e in oro con un notevole effetto valorizzante. Abbiamo quindi allo stesso tempo elementi di ribellione, di anticonformismo e sensazioni legate alla preziosità e alla accuratezza. 
A lato, sulla sinistra, una scritta: “Peleando por causas nobles desde que tengo uso de razòn. El vino de un luchador al que llamavan terrible” (riscontriamo uno strano errore in mezzo a tanta accuratezza: manca il punto finale, nella frase, dopo “terrible”). La traduzione sarebbe: “Lottando per cause nobili da quando ho l’uso della ragione. Il vino di un combattente che chiamavano terribile”. La grafica nel suo insieme è pulita,  essenziale ma anche coraggiosa, certamente realizzata da professionisti del settore. Un valido esempio di una piccola realtà che crede molto nella comunicazione e investe risorse per sfruttarla nel migliore dei modi.


L’Ingegnere delle Acque, Padre del Vino

Branding marketing winedesign
Teodoro, Montepulciano d’Abruzzo, Tenute Muròla.

Questa cantina con sede in provincia di Macerata, che nel tempo è passata dalla coltivazione del grano a quella dell’uva, ha deciso di omaggiare gli antenati con le etichette della propria gamma di vini. Una in particolare ci ha colpito per via di quella insolita formula geometrica che appare in evidenza nel packaging-design, accompagnata da una didascalia subito alla sua destra. Lo scritto però non si spinge fino al punto di spiegare la serie di triangoli distinti da lettere sistemate sui vertici (chiediamo aiuto ai matematici). Si tratta di un Montepulciano d’Abruzzo che si chiama “Teodoro”. Riportiamo quindi il rational che si trova nel funzionale sito internet aziendale: “L’antenato Teodoro Bonati, illuminista del Diciottesimo Secolo e “ingegnero”, si è distinto nella ricerca delle leggi che regolano le dinamiche della natura e in modo particolare in quella del moto delle acque. Il grande carattere del vino che gli abbiamo dedicato vuole avvicinarsi alla statura dello scienziato”. La storia dell’ingegnere che si è dedicato ai flussi acquiferi che oggi viene chiamato a rappresentare un vino è quanto meno curiosa. L’etichetta risulta piuttosto arcaica: quella formula ottocentesca, oltre al carattere di scrittura, in oro, che nella parte superiore dell’etichetta riproduce la firma dell’illustre avo, conferisce toni più che classici, storici.  Al vino non fa mai male apparire come il risultato di un percorso intergenerazionale, purché, come in questo caso, vi siano ragioni circostanziate nell’ambito di una comunicazione coordinata. 

Vino Rosso, Gatta ci Cova

Branding winedesign
Gattabuia, Cabernet e Merlot, Tenuta Moraia (Piccini).

Il nome di questo vino è una parola in ampio disuso ma che si porta dietro diverse sfumature semantiche. Vediamo cosa dice Treccani: “Fra le diverse denominazioni alle quali è possibile fare ricorso per indicare il luogo in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà personale, quelle più connotate, quanto a registro d’uso, sono le meno frequentemente passibili di usi estensivi: carcere, di uso comune, gabbio, gergale, galera, di uso comune, gattabuia, di registro scherzoso, guardina, familiare, prigione, di uso comune, reclusorio, non comune. Incerta è la trafila etimologica di gattabuia. Due, in particolare, sono le congetture più frequentemente proposte: la prima ipotizza un’alterazione del sostantivo gattaiola (“apertura fatta nella parte inferiore di un uscio perché vi possa passare un gatto”) incrociato con l’aggettivo buia; la seconda, invece, prospetta un rifacimento del latino parlato catugiam, derivato a sua volta dal greco katogeia “sotterranei”, da connettersi, probabilmente, anche con una serie di forme dialettali e gergali dello stesso significato (catoia, catuia, catorbia)”. Ma veniamo al design complessivo di questa etichetta. Molto scura, non tradisce l’accenno all’oscurità da parte del nome del vino. Risulta quindi piuttosto lugubre. Al centro vediamo un gatto nero (che non porta buono, nella tradizione popolare) rinchiuso in una gabbia dorata. Sensazioni disagevoli. Mistero e circospezione. Magia nera? Forse per “gattabuia” i creatori di questa etichetta intendevano proporre una versione romanzesca di una cantina (il Conte di Montecristo potrebbe dirci qualcosa al riguardo)?

Cavalli Sparsi sul Trasimeno

Ciliegiò, Ciliegiolo, 
Conestabile della Staffa.

La semplicità regna sovrana in questa etichetta (viste anche le cronistorie araldiche della famiglia). Assistiamo a un design “elementare” per un vino che nasce da un vitigno “contadino” e mai veramente nobilitato. Ha però i suoi pregi questa etichetta spartana: un disegno molto abbozzato presenta con straordinario dinamismo le forme di un cavallo. Ebbene l’equino richiama subito una moltitudine di sensazioni: eleganza pittorica, battaglie storiche, ippodromi d’antan, allevamenti lipizziani, condottieri coraggiosi, cavallerie rusticane, epicità mai dome, racconti guasconi, caroselli d’armi, purezza e bellezza della natura. E si potrebbe continuare con molte altre infusioni d’immagini. Fondo granata, scritte bianche. Il nome del vino scritto in corsivo, anch’esso come se fosse abbozzato. Sembra che questo nome sia proprio quello di un cavallo della scuderia presente in azienda, “Ciliegiò”. Semplice derivazione dal nome del vitigno Ciliegiolo che, come si diceva, è un vitigno minore, ma in grado di regalare piacevoli sensazioni soprattutto in purezza. Questo packaging genera anche un paio di perplessità: la scritta “Vino Rosso di Natura” che suggerisce due possibili interpretazioni e la presenza di due nomi, Ciliegiò e Case Sparse. A questo punto prendiamo questo secondo nome come se fosse un nome di linea. Ma l’equino equivoco andrebbe chiarito. 

Simboli Stilizzati nelle Campagne Piemontesi

Terra, Dolcetto in Rosato, Cantina Clavesana.

La “linea Terra” di Cantina Clavesana è caratterizzata da etichette semplici e lineari dove vengono mostrati alcuni oggetti di uso vitivinicolo. Ma partiamo proprio dal marchio (alla base dell’etichetta): una semplice scritta “terra”, sottolineata da un tratto marrone che riproduce proprio una striscia di terra. Semplice e diretto. Contadino e genuino. Per la parte restante dell’etichetta che abbiamo preso ad esempio, vediamo, in campo bianco, sostanzialmente solo un altro elemento di spicco (oltre al nome della Doc), cioè uno stivale di quelli che si usano in cantina, o in vigna quando è piovuto molto, che in questo caso specifico è rosa. Sorprende vedere uno stivale rosa, anche perché, tranne per quelli fashion firmati dal mitico Elio Fiorucci, solitamente questo tipo di calzatura è nera o verde scuro. Spesso basta quindi un elemento, sia pure dotato di originalità, per attirare l’attenzione e generare qualcosa di particolare. Tutte le altre etichette della linea Terra sono caratterizzate da un elemento unico che fa da protagonista del design: abbiamo ad esempio un tino, una cesoia, una botticella, un cavatappi, un trattore, una damigiana, un imbuto, un torchio, un trattore, etc., alcuni meglio riusciti altri meno, ma in sostanza il concetto creativo viene portato avanti con convinzione e ottima realizzazione.

Case Sparse tra Perda e Cuba

Casesparse, Cannonau e Monica, Azienda Agricola Pusole.

Si tratta di una piccola realtà nel cuore della Sardegna, nell’Ogliastra, provincia di Nuoro, ed esattamente in località “Perda e Cuba” (a volte i nomi dei luoghi si rivelano universali) comune di Baunei. Solo 11 ettari con annesso allevamento di maiali allo stato brado (che forniscono il concime per le vigne). Le etichette di questa azienda famigliare che opera da 4 generazioni sono tutt’altro che stantìe o tradizionali che dir si voglia. Si presentano con un design fresco, attuale, allegro, disinibito. Abbiamo preso come esempio il vino che si chiama “Casesparse”. Il nome tradisce una chiara descrizione topografica di una zona che immaginiamo molto ampia e costituita da poche case in vaste aperture. Nome semplice, “genuino”, ma con una propria forza semantica, se non fonetica. L’immagine, una bella illustrazione che confina con velleità artistiche, va di pari passo con il nome del vino, confermandolo attraverso una comunicazione sinergica che arriva al cervello con coerenza ed efficacia. Si vedono infatti alcune casette colorate, su appezzamenti di terreno. Un Mondrian di campagna, dove i cromatismi prendono il sopravvento sia pure con stile e discrezione. Certo l’etichetta colpisce, e questo è molto positivo, anche per i caratteri di scrittura che sono stati scelti per il nome del vino e e il nome dell’azienda. Quest’ultimo, Azienda Agricola Pusole, si presenta con le vocali riempite, con un effetto originale che non pregiudica troppo la leggibilità. Nel complesso la bottiglia ha personalità e riesce a incidere nella memoria (N.d.R.: ci scusiamo per l’immagine della bottiglia, certamente non qualitativa; la migliore reperibile attualmente in rete).

Vini e Idee Made in Italy

Branding marketing
Maree d’ione, Fiano, 
Orion Wines.

Avete mai visto un “wine-in-a-tube”? L’idea è di un italiano, come riferisce il sito packaginginsight, da dove proviene anche la foto dei due “modelli” che qua a sinistra vi mostriamo. Ma leggiamo la notizia direttamente nella versione in inglese: “High-end UK grocer Waitrose has unveiled an eco-friendly tube packaging for wine. The launch comes in collaboration with Italian Orion Wines and features a bag of wine within a tube. The novel packaging format is 100 percent recyclable and contains the equivalent of three glass bottles of wine. Once opened the wine stays fresh for roughly ten days longer than it would with traditional 75 cl bottles. The Waitrose launch is the latest in packaging innovation in the wine space which has been accelerating recently.
Examples include Amcor’s bespoke, recyclable closures and Winerytale’s augmented reality (AR) app, which offers personalized smartphone-scannable labels. Waitrose also notes that alternative wine formats are becoming increasingly popular with shoppers. The tubed wines are made by Alessandro Michelon, Head Winemaker at Orion Wines and are both organic and vegan. Already popular with Waitrose shoppers in its bottled format, the Maree d’Ione Fiano from Puglia has aromas of green apple, pear and almond and is touted as delicious served with grilled sardines and roasted vegetable dishes. The Terre di Faiano Rosso, Puglia, a blend of Negroamaro, Primitivo and Cabernet Sauvignon, is a new addition to the range, from the same winemakers as the top-selling Waitrose red, Terre di Faiano Primitivo, the retailer notes”. La gamma dei vini proposti da questa azienda, con sede a Lavis, nota area vinicola trentina molto “produttiva”, ha una impostazione decisamente commerciale con proposte che spaziano dalla Toscana, alla Sicilia, dalla Lombardia alla Puglia. Molta importanza viene data al packaging: le etichette sono ben realizzate e dotate di originalità. Certo, alcune degenerano in un discutibile gusto nord-americano, ma come dicono da quelle parti, business is business.

La Vergine del Calice

Etichettavini branding
Marsala Vergine, Vino Lauria.

Questa cantina siciliana, di Alcamo, in provincia di Trapani, sfoggia etichette molto fantasiose per tutta la propria gamma di vini. Abbiamo preso ad esempio quella del Marsala, che presenta una bella illustrazione in stile Futurista, o se vogliamo, anni ‘30 rivisitata. È una questione di colori, che nel packaging-design, naturalmente, sono molto importanti. In primo luogo vogliamo omaggiare il colore del vino, davvero affascinante, in questo caso. Un ambrato profondo ma di grande dignità e di sicuro effetto. I colori dell’illustrazione al centro dell’etichetta, a partire dal cerchio sullo sfondo, sembrano sposarsi, cromaticamente, in modo perfetto con quello del vino. Ed è già armonia. Una sintonia che si percepisce prima agli occhi che al palato. Cosa vediamo? Una donna molto elegante, in una postura flemmatica, che regge delicatamente un calice nell’atto di sorseggiare il nettare ivi contenuto. Si tratta di una immagine che nel breve spazio di un rettangolo di pochi centimetri è in grado di trasmettere un treno di sensazioni positive che vanno dalla sontuosa bellezza, alla calma meditativa, dalla nobiltà d’animo alla magnificenza del buon vivere. Il resto dell’etichetta ci comunica il nome del produttore, in alto (strano a dirsi è proprio “vino” al singolare “Lauria”, cognome, dove di solito si usa “vini” al plurale, ma la prendiamo come una nota di originalità), quindi la categoria del vino “Marsala Vergine”, in basso, insieme ad altre informazioni di legge. Un bell’esempio di semplicità “di spessore”.

La Dolcezza Austera della Syrah (o del Syrah?)

Etichettevini branding comunicazione
Candito, Syrah, Trevisan.

Il nome dell’azienda, cioè il cognome del titolare, tradisce le origini venete della famiglia. Qui siamo invece in Toscana, a Cortona, sulle rive del Lago Trasimeno, piccola patria del Syrah di italica vinificazione. La produzione è famigliare: poche bottiglie che nascono dalla coltivazione di 2 ettari e mezzo di vigne. Oltre alla dicotomia tra il cognome Trevisan e la Toscana (nel logo queste due “informazioni” vengono fornite insieme, sotto a una coccinella stilizzata), quello che ha attirato la nostra attenzione è il nome del vino, “Candito”, e la sua formulazione cromatica. Candito infatti riporta ai piccoli pezzi di frutta che si trovano nel panettone e nella colomba, e in molti altri dolci. Oppure a pezzi interi, secondo tradizioni soprattutto del sud Italia. Ed è proprio questa, in un certo senso l’origine del nome. Vediamo cosa dice in proposito il titolare dell’azienda nel sito internet dedicato: “Candito è il soprannome dato a mio padre da bambino perché goloso della frutta candita e da noi utilizzato per sottolineare le note dolci caratteristiche della Syrah”. Strano, particolare, curioso. Potrebbe essere fuorviante, perché la mente va subito a qualcosa di molto dolce, rischiando addirittura di influenzare le percezioni gusto-olfattive. Ma a parte l’omaggio dovuto al padre fondatore, si tratta di un buon esercizio di fantasia, considerata anche la modalità con la quale si è deciso di rappresentare il nome in etichetta. Vediamo infatti un carnevale di colori, applicati a lettere discontinue per disposizione e dimensioni. Facile l’assonanza con “bandito” (altro possibile problema, soprattutto se il nome viene riferito a voce), ma in generale l’etichetta si distingue bene, si fa notare, esce dal cerchio delle solite grafiche. Non comprendiamo fino in fondo questo esperimento “carioca” ma ne sosteniamo l’innovatività e il coraggio.

Schiena Beata, Ira Folle, Innato Talento?

Etichettavini branding packaging winedesign
Schiena Dritta (Non Teme Confronto), Vermentino, 
Domina Wine.

I nomi che letteralmente “dominano” queste particolari etichette (l’azienda si chiama Domina Wine e la gamma proposta conta 6 vini) sono questi: Schiena Dritta, Beata Ambizione, Ira Funesta, Folle Passione, Innato Talento ed Emozionante. Ma come si può vedere nell’esempio qui raffigurato, c’è di più. Ogni nome è solo l’inizio di una frase. Per cui abbiamo “Schiena Dritta - Non Teme Confronto” per il Vermentino, “Beata Ambizione - Puntare in Alto non è Superbia” (Viognier e altri vitigni bianchi), “Ira Funesta - Cantami o Diva del Pelide Achille” (Sangiovese, Cabernet e Syrah), “Folle Passione - l’Ardore non si Controlla” (Cabernet, Merlot, Syrah), “Innato Talento - che il Tempo può Solo Maturare” (Sangiovese e Syrah) ed Emozionante (che è l’unico nome che si risolve con una parola sola). Si tratta evidentemente di una impresa di stampo commerciale, ma è comunque interessante analizzare le scelte che sono state fatte per quanto riguarda il design. Etichette di impatto, certamente, che puntano a sorprendere. Non ci sono legami concettuali specifici, né col territorio (siamo in Toscana a Suvereto, per quanto riguarda la sede aziendale), né con i vitigni o i blend che compongono l’offerta. C’è una modalità: imperativa, finto-avanguardista, cheguevaresca, e si potrebbe dire tanto di più e anche niente. La domanda giusta, in questi casi è: portereste a casa di amici delle bottiglie così? A prescindere dal contenuto che può essere anche eccellente... forse dipende dagli amici. ll target è segmentato, direbbe il marketing, la vita è bella perché varia, aggiungiamo noi.
Branding marketing