Editori e Viticoltori Rigorosi

Barolo, Gregorio Gitti, Castello di Perno.

È la volta dello strano caso dell’azienda vinicola (a Monforte d’Alba) che è anche un editore di libri d’arte (a Brescia). Si dirà: l’arte e il vino sono sempre andati d’accordo. Ma vediamo gli elementi distintivi della comunicazione a partire dall’etichetta. Innanzitutto il logo, un esagono (o celletta d’ape, se vogliamo essere ecologici piuttosto che geometrici) ma potrebbe essere anche la testa di un bullone (l’azienda si chiama Castello di Perno). Molto spartano il logo, molto spartane le etichette. Prendiamo qui come esempio quella del Barolo (l’azienda produce anche Nascetta, Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, tutti vini con la medesima etichetta, cambia solo il colore del profilo dell’esagono grande). La prima reazione, per una analisi tecnica del packaging, è di imbarazzo. Molto bianco (e fin qui niente di male) con elementi “sparsi”. La cornice dell’esagono grande taglia la scritta “Barolo”, isolando (diciamo inglobando) le lettere “Ba”, in modalità formula chimica. Si intravede (poco) una specie di stemma grigino al centro dell’esagono e in basso a destra, con lo stesso tono di grigio, una sigla: “GG”. In alto a destra, sotto all’esagono piccolo a pieno colore, il nome e cognome del titolare: Gregorio Gitti. Se si tratta di arte, potremmo definirla contemporanea? Se si tratta di grafica, forse di germanico rigore. Se si tratta di packaging probabilmente siamo di fronte a una genialità incompresa.

Poetica Bucolica-Alcolica

A taj, Chardonnay, Cascina Castlet.

Bella, bella, bella. Non tanto l’etichetta che se vogliamo possiamo definire “tipografica”, cioè fin troppo “parolata”. Bensì la descrizione di questo vino, tra il poetico e il narrativo-filosofico, che il produttore propone al proprio pubblico nel sito web aziendale: “Una nuvola colma di parole. Un dizionario antico di suoni e significati sorprendenti. Sono gioco e memoria. Se fossi lapide avrei le lettere scolpite nella pietra. Le mie sono incise nell’aria di queste colline. Modi di dire e richiami, metafore e paragoni. Nomi e suoni che hanno attraversato il tempo. Chi non le comprende le liquida come espressioni del dialetto. Qui si rispetta la lingua dei padri, trasmessa di bocca in bocca, di madre in figlio, e ancor oggi usata per affinare e rendere più viva una frase. Ci sono parole che paiono prese a prestito da lingue lontane. Testimoni dei secoli solcati dai viaggiatori, commercianti e eserciti. Uomini spinti dalla fede o dalla sete di potere, dalla fame o dalla voglia di scoprire l’oltre. Ogni uomo lascia un segno, a volte anche solo una parola. Quante ne sai nascoste nella tua memoria? Prova a legger le mie mentre assaggi lo chardonnay che mi dà vita. Scoprirai assonanze e intuizioni. Aggiungine pure tu, coglile dal tuo sapere e mettile sulla giostra dei suoni. Sono Ataj. Chi mi pronuncia dice di cosa giusta al momento giusto”.
Se approfondiamo la comprensione di questa etichetta possiamo aggiungere che il nome del vino, “A taj”, sempre con le parole del produttore: “...in piemontese significa utile, bello, che giunge al momento giusto”. Interessante anche la dinamica collettivista che ha portato alla realizzazione dell’etichetta: “Per scegliere il nome a questo nuovo vino, la nostra azienda ha indetto un concorso tra clienti ed amici; in tantissimi hanno risposto e un centinaio di proposte sono state scritte sull’etichetta in ordine sparso e casuale a formare quasi una nuvola di parole che evocano i vari aspetti del vino, usando metafore e dialetto, semplici sintagmi, provocatori solecismi e ricercate antiche dizioni; da questa nuvola di significati emerge A TAJ, al centro, come una scelta naturale”. Complimenti per l’estro e la creatività. Soprattuto nell’arcaica cultura del vino piemontese, nonostante il dialetto (che più volte abbiamo osteggiato in questo blog), chi osa vince.

Pensiero Positivo con Nomi Negativi

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Pallido, Montepulciano Rosato, Simone Capecci.

Proprio così: questo vino si chiama “Pallido”. Non vi sono molti dubbi, da subito, sulle intenzioni di questo nome e di chi lo ha pensato. Pallido come il vino che nomina e rappresenta. Certo non siamo di fronte a un complimento. Quando si dice di qualcuno che sia pallido, di solito non significa niente di buono. In generale anche nell’ambiente più tecnico dei colori, qualcosa di pallido allude a una modalità di comunicazione timida, remissiva, introspettiva. Ed è forse in quest’ultima accezione che possiamo trovare qualcosa di positivo: un rosato con uno stile dimesso ma elegante, almeno per quanto riguarda il cromatismo. Ma vediamo cosa dice il produttore, riguardo a questo nome: “Vino rosso vestito di pallido. Pallido è il colore del vino, il massimo del pallido di cui può vestirsi un’uva rossa, guardando all’incontrario un grappolo di uva Montepulciano, vinificato in assenza di ossigeno”. Evince ma non convince, a nostro modesto parere: il pallidume è comunque una nota “grigia”. Analizzando più in generale le etichette di questo stimato produttore di Ripatransone (nelle Marche) vediamo che sono di buona fattura, pulite, eleganti, abbastanza distintive.
Al centro di ognuna di esse campeggia un simbolo rotondo che viene così spiegato dall’azienda, nel proprio sito internet: “Pochi elementi di straordinario impatto contribuiscono a definire, anche graficamente, la filosofia ed il pensiero di Simone Capecci: l’Armilla Picena, posta al centro dell’etichetta e sovrastata dal nome del prodotto rimanda, a colpo d’occhio, ad una composizione tanto essenziale quanto equilibrata, equa, armoniosa, proprio come il naturale divenire delle cose. Tracciando, immaginariamente, due rette simmetriche ed oblique che a partire dai due estremi del nome del prodotto convergono sull’Armilla Picena si crea, inoltre, una celebre figura simbolica, cara alle religioni arcaiche, che, con la sua forma ad imbuto, rappresentava per gli antichi il simbolo del ventre materno, il cosiddetto Femminino Sacro, metafora spirituale associata appunto al culto della Dea Madre e al concetto di fertilità”. Abbiamo cercato il “Femminino Sacro” in rete ma senza risultati eclatanti: molto spesso si tratta di varie rappresentazioni di un semplice triangolo. Infine ha attirato la nostra attenzione anche un altro nome di un vino di questo produttore, quello del Pecorino “Mvria”, scritto così, con la “v” all’uso di “u”, come insegnavano i latini, o meglio gli Antichi Romani (testo del produttore): “Con il termine Mvria i Romani identificavano un vino minerale e sapido, caratteristiche rigorose e preziose che contraddistinguono questo vino bianco dalle spiccate peculiarità”. Per la precisione, dicono alcuni dizionari, “mvria” starebbe per “sale marino”. Fatto sta che tra pallore e “muria” (come si dovrebbe leggere questo nome, mutando la “v” in “u”) la percezione non può essere totalmente positiva. Meglio gli altri nomi dei vini aziendali: Ciprea (Pecorino), Picus (Rosso Piceno), Tufilla (Passerina), Fedus (Sangiovese), Qvinta Regio (Montepulciano).

Parla Molto Questo Vino Taciturno

Laballing etichette
Taso, Valpolicella Superiore, Tenuta Villa Bellini.

“Taso” è un vino che cambia vestito continuamente. Non ha fissa dimora per quanto riguarda il packaging. Non offre riferimenti se non uno sfondo cromatico molto colorato. Che si fa notare. Si esprime spesso in italiano ma anche in inglese e in francese. Non ci sono regole, insomma. Se non quelle che la produttrice (Cecilia Trucchi, in quel di San Pietro in Cariano, in piena “zona Amarone”) si è data nella realizzazione di vini biologici con una attenzione particolare per il rispetto delle tradizioni locali. Quale etichetta abbiamo scelto per rappresentare questa cantina “creativa”? Una in francese, che afferma una bella e poetica verità: “Et voilà! Cecì n’est pas un vin, c’est l’amour”. Niente da aggiungere, il vino è buono quando fatto per e con amore. Il vino è anche, esso stesso, amore, quando riscalda le tavole conviviali, indifferentemente di famiglie, amanti, amici, viandanti.
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E veniamo al nome del vino, “Taso” che tradotto dal dialetto significa “sto in silenzio”. Chiudendo aggiungiamo che si tratta di un vino composto dai vitigni classici della zona (cioè Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara) da vigne centenarie che crescono su terreni tufacei con esposizione a sud-est. Le uve subiscono un appassimento di 30 giorni, 2 anni di affinamento in legno e 1 in bottiglia. 

Eleganza Femminile in Forma d’Arte

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Flora Italica, Barbera Colli Bolognesi, Manaresi.

Questa etichetta è un “inno” all’eleganza femminile. Almeno nelle intenzioni dell’azienda produttrice che nella scheda dedicata a questa Barbera, nel proprio sito internet, scrive: “...un vino suadente e, come testimoniano la particolare etichetta e il nome, dalla elegante femminilità, ma anche con una personalità importante...”. Certo che l’etichetta a prima vista risulta criptica: si vede una sagoma, ma non si riesce ad interpretarla immediatamente. E anche il blocco di colori alla base non chiarisce l’enigma. Come normalmente si cerca di fare, il significato generale del packaging viene ricercato e possibilmente ancorato al nome del vino, “Flora Italica” in questo caso. Ma anche qui non si trovano allineamenti. Serve una spiegazione che il produttore (anzi, la produttrice e titolare, come vedremo) ci fornisce, sempre tra le pagine del web di riferimento: “Il nome Flora Italica è un omaggio all’illustre naturalista Antonio Bertoloni (1775 - 1868), autore dell’omonimo monumentale trattato di botanica ancora oggi riferimento scientifico della materia. Il Bertoloni possedeva un tempo la collina e la sovrastante omonima storica Villa Virginia, a Zola Predosa, sede estiva dei suoi studi, prospiciente l’attuale vigneto di Barbera ora di proprietà dell’azienda Manaresi. Da un punto di vista del visual design, la nuova etichetta Flora Italia è originale e innovativa, ma in linea con lo stile delle altre bottiglie (della gamma aziendale) che sono ispirate all’arte di Paolo Manaresi, importante pittore e incisore del novecento al quale la nipote e attuale titolare Donatella Agostoni ha dedicato la cantina (il logo aziendale Manaresi è la firma stilizzata dell’artista)”. Il racconto continua, in particolare per quanto riguarda l’etichetta che qui a sinistra mostriamo: “...il profilo femminile e sinuoso di una mitologica Flora, la dea romana e italica della fioritura. Ma una ‘novella’ Flora, perché la sua silhouette, i suoi capelli, il suo atteggiarsi sono quelli di una donna contemporanea, di carattere.
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Così pure come contemporanei sono i fiori, i petali e gli steli colorati che in basso introducono una sorta di collage informale”. Interessante anche l’analisi della “dinamica” percettiva dell’etichetta: “Non si distinguono infatti un’etichetta principale e una contrapposta retroetichetta, perché di fatto entrambe, etichetta e retroetichetta, si susseguono lungo la circolarità cilindrica della bottiglia, per dar forma in negativo alla figura femminile di Flora, che si staglia sul nero totale del vino rivelato dalla trasparenza del vetro. Non solo, la etichetta e la retroetichetta, osservate singolarmente, con i loro frastagliati profili, rivelano un’estetica autonoma, quasi strappi della carta, con una loro informale poetica e una propria forza espressiva, che dà la vera sostanza di questa originale confezione”. E infine un accenno alla sinergia col vino contenuto nella bottiglia: “L’immagine di donna, in Flora Italica, è un voluto riflesso del suo contenuto intrinseco: la Barbera, uva e vino già normalmente declinati al femminile, è per Manaresi femminile in tutte le sue connotazioni più alte: di carattere forte ma nel contempo suadente, con note morbide e rotonde, quasi flessuose, bilanciate da una floreale freschezza e da una piccante acidità”. Anche se, come detto prima, l’etichetta non riesce a  fugare alcune perplessità sulla propria efficacia di comunicazione, raramente si assiste a una definizione così attenta e precisa degli elementi che sono stati scelti a rappresentare il vino, nel packaging design.

Ritorno alla Semplicità

A Vento e Sole, Chianti Docg, 
Podere Alberese.

Il vino è la poesia della terra, scriveva un noto e illuminato autore. E forse, opponendo il punto di vista, l’indole poetica aiuta a produrre buon vino. Nella filosofia produttiva e personale di questa giovane azienda che ha sede in Toscana, vicino a Siena, c’è molta poesia. Al punto di volerla proporre direttamente anche sulle etichette della propria gamma: questa in particolare sulla bottiglia del Chianti. Il vino si chiama “A Vento e Sole”, nome composito, fortemente evocativo. Semplice, se vogliamo, ma dotato di quel richiamo visivo che porta alla mente la campagna, la primavera, la purezza, la gioia della natura. E tutto questo funziona bene per richiamare l’attenzione sul vino (e l’attesa del calice). Nel sito del produttore troviamo altre poesie della medesima autrice, Adriana de Carvalho Masi, che in vario modo e in varie annate si sono avvicendate sulle etichette dell’azienda (che ha anche un agriturismo e una coltivazione di olive). Leggiamone una che si intitola proprio “al vento e al sole”: “Caleidoscopi di luce tra le foglie, verdi mani protese verso il cielo. Svettano i pampini in cerca di un sostegno sui verdi tralci. Piccoli fiori bianchi sul grappolo allungato, per ogni fiore un acino dorato, ogni pistillo un goccio di rubino, si preparano all’estate che li accresce. Il chicco della vigna sul grappolo compiuto si lascia rimirare. Bello e lucente, creato dalla terra, innalzato nell’aria al vento e al sole. Odoroso e sapiente di fragranza, di colore, di gusto e di profumo di terra di Toscana, eccomi a te. Io sono lo sposo onesto per il tuo bicchiere”. Quest’ultima frase merita attenzione e ripetizione: “io sono lo sposo onesto per il tuo bicchiere”. Vino che reclama di essere “semplicemente” onesto. Giusto. Vero. Sincero. E promette di non deludere una beva senza pretese, se non quella della gioiosa convivialità.

Il Vesuvio Parla Lingue Antiche

Vesevo, Greco di Tufo, Farnese Vini.

Interessante questa etichetta del Gruppo Farnese Vini: ci fornisce l’occasione di parlare delle origini del nome del Vesuvio, il noto vulcano vicino a Napoli che i partenopei chiamano rispettosamente “la Montagna”. Come si può immaginare il nome di questo Greco di Tufo, “Vesevo”, richiama le origini semantiche del vulcano. Ci viene in aiuto Wikipedia con una approfondita analisi etimologica: “Il nome Vesuvio (in latino classico Vesuvius, attestato anche come Vesevius, Vesvius, Vesbius, Vesuvinus, Vesaevus) è presumibilmente d'origine indoeuropea (da una base aues, "illuminare" o eus, "bruciare"). Secondo altri il nome deriverebbe da Vesbio capitano dei Pelasgi che dominò quel territorio. Esistono tuttavia alcune etimologie popolari: dato che nell'antichità si riteneva che il Vesuvio fosse consacrato all'eroe semidio Ercole e la città di Ercolano, alla sua base, prendeva da questi il nome, si credeva che anche il vulcano, seppur indirettamente traesse origine dal nome dell'eroe greco. Ercole infatti era il figlio che il dio Giove aveva avuto da Alcmena, regina di Tebe. Uno degli epiteti di Giove era Ὕης, Hýēs, cioè "colui che fa piovere". Così Ercole sarebbe diventato Ὑήσου υἱός, Hyḗsou hyiós, cioè il "figlio di Hýēs", da cui sarebbe derivato il latino Vesuvius”. Il nostro interesse  per questa etichetta non finisce qui, cioè non si conclude con l’analisi del naming. Ci riferiamo quindi alla cartotecnica particolare che, in assonanza con il nome, presenta una doppia “V” (quella piccola al centro “segnata” dal profilo del Vesuvio in arancione) che in termini tecnici si direbbe fustellata (la superficie della carta è “incisa”). Una dovizia del packaging che incuriosisce e impreziosisce.

Naming J-addicted

Naming packagingdesign branding vino
Cressjda, Barbera Rubicone Frizzante Igt, 
Cantina Mingazzini.

Questa cantina (che si trova a Medicina, si chiama proprio così quel paesello vicino a Bologna) manifesta una evidente passione per la lettera “j”. I nomi dei suoi vini, infatti, a partire da questa Barbera che si chiama “Cressjda”, hanno tutti almeno una “j” nella propria formulazione. Vediamoli in serie, prima i rossi, poi i bianchi: Alcjone, Tajgete, Caljpso, Aljmede, Sjrio, Calljsto, quindi Euporja, Arjel, Caljce, Djoniso, Gjano. Come si può immaginare sono tutti nomi derivati da costellazioni, stelle, sistemi stellari, satelliti, nonché mitologie greche variamente collegate. Tutti quanti con la variazione in “j” che consente, con tutta probabilità, di risolvere problemi di identità o anteriorità, quindi di possibile conflitto con nomi simili depositati negli uffici brevetti. Nel sito del produttore troviamo comunque un rational molto motivato sulla scelta di questi nomi: “La territorialità è un fattore molto importante per la nostra azienda sia per i vini che lavoriamo sia per il legame con le nostre radici. È da esso che siamo partiti in questa evoluzione del nostro progetto, omaggiando attraverso uno studiato “naming” dei nostri vini, uno degli osservatori astronomici più importanti a livello internazionale nello studio dell’universo: la Stazione Radioastronomica di Medicina. Il Radiotelescopio "Croce del Nord", è tra i più grandi radiotelescopi di transito del mondo. Si tratta di uno strumento che osserva gli oggetti celesti che culminano sul meridiano celeste del luogo. La stazione ospita due strumenti (radiotelescopi): la grande Croce del Nord (di proprietà dell'Università di Bologna) e una antenna parabolica da 32 metri di diametro”. Dobbiamo dire che alcuni di questi nomi non sono di facile lettura e fruizione: lo stesso Cressjda qui evidenziato, che può essere confuso con “clessidra”, oppure Tajgete, di difficile pronuncia. Per quanto riguarda le etichette di questa linea, sono tutte fortemente caratterizzate dalla presenza di una “supernova” in espansione, rossa per i rossi, gialla per i bianchi, sicuramente attenzionale e dotata di originalità nell’esecuzione del design.

Profumo Proibito nella Piccola Torino

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Proibito, Terre di Chieti Igt, 
Cantine Mucci.

Le Cantine Mucci sono a Torino. Ma non si tratta della città dei gianduiotti, stiamo parlando di Torino di Sangro, un piccolo paese di 3000 abitanti che si trova in provincia di Chieti (Abruzzo). La bottiglia di questa Falanghina, ottenuta con Vendemmia Tardiva, sembra proprio quella di un profumo. Sarà la forma del vetro, sarà il colore ambrato del nettare, sarà la coppia di amanti (Adamo ed Eva che colgono una rossa mela stilizzata). Anche la scatola esterna, tutta dorata, contribuisce alla sensazione di trovarsi davanti ad una essenza floreale. Il nome del vino è attinente all’immagine in etichetta: “Proibito”. Notiamo che anche la “O” finale è scritta in maiuscolo (vezzo tipografico o chissa?). Come se il frutto proibito, parafrasando, fosse l’uva. E ci potrebbe stare, visti gli effetti inebrianti dei suoi derivati. La grafica è ben realizzata: l’illustrazione, i caratteri di scrittura, la disposizione degli elementi, il logo alla base, tutto molto ordinato ed elegante. Spicca cromaticamente (in modo tutto sommato discreto) quel piccolo cerchio rosso che rappresenta il vero e proprio frutto del peccato. Delle due sagome umane al centro, quella dell’uomo è nera, per cui molto più evidente, protagonista. Dev’essere proprio lui il peccatore originario!

Bagliori a Sud di Brescia

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Nitor, Trebbiano di Lugana, Pratum Coller.

Il nome dell’azienda vinicola del noto calciatore Andrea Pirlo è “Pratum Coller”. L’origine latina di almeno una di queste due parole (la prima) è chiara: “pratum” sta per prato, non serve aver studiato. La seconda parola che compone il logo è scaturita da un incrocio tra basi latine e nomenclature toponomastiche, come risulta da alcune ricerche effettuate in rete: “Il piccolo borgo di Coler è di fatto una frazione del Comune di Flero. L’azienda vinicola Pratum Coller si trova proprio di fianco alla casa natale del papà di Andrea Pirlo, Luigi Pirlo, e deve al nome della frazione la seconda parte del proprio nome.
Siamo a pochi chilometri da Brescia, bensì immersi nella natura (“Pratum”) con riflessi storici che risalgono agli Antichi Romani. Nell’Enciclopedia Bresciana redatta da don Antonio Fappani è scritto che Coler (o Coller), frazione di Flero a 99 metri S.L.M., a sud del paese, potrebbe essere una voce dialettale per “corylus”, cioè nocciola in latino. Che suggerirebbe l’esistenza di un noccioleto. Secondo altri l’accezione deriverebbe dal latino “colere” cioè coltivare”. 
Vediamo il logo dell’azienda: una quercia “stellata” con radici. 4 stelle sopra la chioma dell’albero, stilizzato in oro. I vini dell’azienda si chiamano Nitor (Lugana), Arduo (blend di Sangiovese, Merlot e Syrah), Marzì (Marzemino), Monos (Petit Manseng e Pinot Bianco) e Eos (rosato da Sangiovese e Merlot). A noi è piaciuto il nome Nitor (“bagliore” in latino) per la sua “nitidezza” comunicativa: tradotto in italiano, “nitore” porta a lucentezza, eleganza.

Per Chi Suona la Campana?

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Burrone, Chianti Classico, Cà di Pesa.

Si tratta di un caso quanto meno curioso, quello che riguarda il nome di questo vino. Siamo nel Chianti Classico, tra Siena e Firenze, dove il Sangiovese regna sovrano da secoli. E dove il riflesso di notorietà, ormai mondiale, di questo bel pezzo d’Italia fa vendere il vino quasi col pilota automatico. Questo Chianti Docg si chiama “Burrone”. Esatto, proprio come un crepaccio di montagna. Oppure, se vogliamo metterla sul “tecnico-degustativo”, come un “grande burro” (sentori di vaniglia e affini, spesso presenti se il vino viene invecchiato in botti piccole). Il mistero si infittisce apprendendo che il titolare dell’azienda si chiama Marco Burroni (con la “i” finale). Certo, chiamare il vino “Burroni” invece di “Burrone” non avrebbe cambiato le carte in tavola: si tratterebbe sempre di una accezione negativa, quella che affiorerebbe in prima battuta. Per il resto, l’etichetta si muove su canoni classici, presentando un design incorniciato e glabro, con al centro dello spazio una antica campana in bronzo. Cimelio della zona, ipotizziamo, ma senza accenni storici particolari nel sito del produttore (si scorge la sagoma di un frate con un neonato).

Non Fiano ma Fieno, Non Campo ma Costa

Fieno di Ponza, Biancolella e Forastera, 
Antiche Cantine Migliaccio.

È probabile che anche nell’irta Isola di Ponza ci possa essere qualche piccolo campo coltivato a fieno, ma il nome di questo vino non si riferisce alla paglia secca. Si tratta di una geolocalizzazione, come spiega in dettaglio, nel proprio sito web, il produttore, aggiungendo notizie storiche: “Punta Fieno è una delle poche località ancora incontaminate dell’Isola di Ponza. Il difficile accesso via terra (40 minuti a piedi lungo una mulattiera in piena macchia mediterranea) un inesistente approdo via mare, che consiste nel saltare dalla barca sugli scogli, hanno preservato questo posto dal turismo di massa. I vecchi contadini ponzesi vi si recavano ogni mattina all’alba, per coltivare i vigneti, ma oggi sono rimasti veramente in pochi: Luigino, Giustino, zio Aniello e Liberato. A questo esiguo drappello si è aggiunto Emanuele Vittorio, odontoiatra napoletano, figlio di Civita Migliaccio, ma soprattutto nipote di Benedetto Migliaccio, uno dei capostipiti del Fieno. Quando nel 1734 Carlo di Borbone colonizzò l’isola assegnando in “enfiteusi perpetua” vari appezzamenti di terra ai coloni partenopei, assegnò a Pietro Migliaccio, proveniente da Ischia, la zona del Fieno, che, a differenza di altre che erano definite “a bosco” o “incolto”, risultava già “vitato”. Pietro Migliaccio portò da Ischia i vitigni tipici: Biancolella, Forastera, Guarnaccia, Aglianico e Piedirosso, e sono questi gli antichi vitigni a piede franco che Emanuele Vittorio, nipote di Benedetto Migliaccio, ha riportato a nuova vita, salvandoli dagli sterpi che avevano già invaso i filari”. Una storia semplice, che si veste di tradizione, fatica, ardimento, così come di sole e vento. Certo che il nome del vino potrebbe portare al significato classico di “fieno” o ancora, e più facilmente, all’ipotesi di un’errata corrige che riguarda il vitigno “Fiano”, viticoltura frequente al sud. Per quanto riguarda il design in etichetta, la mappa dell’isola “del tesoro”, in stile Pirati dei Caraibi risulta molto cartografica e poco enologica. Ma diciamo che la tipicità di quei luoghi e la particolarità di quelle vigne giustifica, in un certo modo, l’orgoglio campanilista di una indicazione così dettagliata.

Scomodando Montale

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PoPi, Nebbiolo (Rosato), 
Ca’ di Tulin.

L’etichetta è di stampo romantico, non vi sono dubbi. Anche il vino, visto che si tratta di un rosato, molto arrossato anche nella sua parte esterna, quella relativa al packaging. In alto, una specie di mimosa puntinata rossa fa da cornice a due innamorati seduti su una panchina. Il nome PoPi sembra proprio uno di quei vezzeggiativi dedicati alla propria amata (o al proprio amato). Infatti l’ipotesi trova fondamento nella scheda del vino che si può consultare nel sito web aziendale: “...il nome del vino è un omaggio del produttore alla moglie, etichetta rosa dal colore allegro, ha uno spiccato carattere tannico che si lascia intenerire dai profumi di maggio e dalle note femminili della primavera”. Appurata l’origine del nome dobbiamo annotare anche un guizzo poetico, sempre sul fronte etichetta: “...ho sceso milioni di scale dandoti il braccio, perché sapevo che di noi due, le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.” Firmato Eugenio Montale. Non che la poesia risulti limpida e solare, forse un poco lunare, questo sì, comunque sempre di prosa si tratta e un po’ di cultura in viticoltura non guasta. L’etichetta comunque si fa notare, colpisce gli animi sensibili, stabilisce contatti emozionali. Il nome dell’azienda produttrice, per la cronaca, si rifà all’avo Bartolomeo, detto Tulin (da “Bartulin”). I nome dell’azienda “Ca’ di Tulin” non è ben leggibile a causa dello sfondo molto cromatico e del carattere di scrittura, decisamente graziato.

Un’Etichetta Spaventosamente Esplosiva

Superboum, Merlot e Dolcetto, Bricco del Cucù.

Nulla c’entrano, in questo caso, il Super Bowl o anche il Big Bang: non si tratta della nota serata sportiva americana o di una super-esplosione cosmica. La spiegazione del nome di questo vino è più colta e circostanziata: viene dal latino e significa “superbia”. Lo spiega direttamente il produttore nella scheda relativa a questo blend delle Langhe che si trova nel sito aziendale: “Superboum, superbia, è ispirato ad un particolare della cavalcata dei vizi affrescata nella cappella di San Fiorenzo in Bastia Mondovì”. Infatti non può certo sfuggire l’illustrazione a colori che domina tutta l’etichetta. Un diavolaccio strombettante e un cavaliere armato sono le prime percezioni che ne derivano e che incutono una certa agitazione. Insomma la citazione culturale e storica non è paciosa, non tranquillizza, non dispone alla quiete, anzi. Dal punto di vista grafico è insolita la scelta di presentare la parte illustrata a tutto spazio, cioè occupando l’etichetta nella sua interezza. Questa disposizione va in parte a discapito della leggibilità di alcune scritte, alla base, che espongono la tipologia del vino e soprattutto il nome dell’azienda. Per completezza delle informazioni possiamo dire (e letteralmente “mostrare”) che gli affreschi dai quali è stato tratto il particolare in etichetta, sono decisamente spaventosi se visti nella loro completezza.

Red Passion in Austria

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Red Lips, Rosé Frizzante, Sighardt Donabaum.

L’eclettico produttore di questo vino vuole farsi notare. Non ci sono dubbi: con un’etichetta come questa crollano tutti i dogmi legati alla grafica elegante, in favore dell’attenzionalità a tutti i costi. Potrebbe risultare anche un po’ volgare, aggressiva, sessista, e via dicendo. Ma tant’è che, sia pure risultando un filone anomalo per un austriaco, il packaging proposto arriva dritto agli occhi come un treno in corsa. Il colore rosso aiuta, la brillantezza del rossetto anche. Il resto lo fa l’anatomia e la classica posa (smorfia) riconosciuta ormai universalmente come provocatoria. Parlando del prodotto, si tratta di un vino semplice, un “frizzantino” (si direbbe qui da noi) da aperitivi. Per la cronaca il vino, categoria rosé, si compone dei vitigni Zweigelt, Sankt Laurent e Pinot Noir. Il nome del vino è “Red Lips” e di certo non si possono avanzare dubbi sulla sinergia tra testo e immagine, sulla coerenza della comunicazione.
Certo che l’impatto a scaffale è notevole. E su questo si potrebbero scrivere interi trattati: eleganza contro sfacciata ridondanza. Si vende anche così. Il reparto commerciale dell’azienda è gaudente. A parziale rivalsa per questo produttore austriaco dobbiamo dire che le altre etichette della casa presentano tratti più culturali: una serie di illustrazioni, con uno stile “noir” ma interessante, rappresentano vari animali selvatici in modo ugualmente attenzionale, ma con una grazia, se non altro, antropologica. Una serie molto ben realizzata dal punto di vista figurativo, con soggetti che trasmettono originalità e personalità. Riportiamo il cinghiale, qui sopra, per meglio apprezzare la qualità dei disegni che propongono anche una volpe, un cervo, un orso, una lince, un gufo e un tasso. 

Fattivi Inglesismi Romagnoli

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Duit, Trebbiano, Leone Conti.

Si può chiamare un vino “Duit”? Certamente. Infatti questo produttore romagnolo, con sede vicino a Faenza, lo ha fatto. Del resto l’incedere è chiaro: fatelo! Insomma bevetelo, godetevelo, divertitevi. Potrebbe essere questa una delle interpretazioni dell’etichetta in questione (diamo per scontato il riferimento al “do it” di lingua inglese). Le stranezze (chiamiamole originalità) risiedono anche nella grafica dell’etichetta che presenta delle illustrazioni vegetali nella parte centrale, e il nome in questione in basso, scritto lettera per lettera, con lo stile delle missive anonime. Non sembra nemmeno una bottiglia di vino, inghingherata in questo modo. Ma certamente ha modo di farsi notare, sullo scaffale. E di far parlare di sé, eventualmente, a tavola, di fronte agli astanti. “Duit” è un Trebbiano che non ci pensa due volte, lui lo fa. E invita apertamente i convitati a fare altrettanto. Si sa, un calice tira l’altro, e la bottiglia si finisce. Le conseguenze sono quelle dell’amore, citando un noto film drammatico (e un po’ enigmatico) di Paolo Sorrentino.

Un “Beli” Arancione dalla Slovenia

Beli Pinot, Pinot Bianco, 
Klet Brda.

In sloveno “beli” significa bianco. Una singolare combinazione fonetica e semantica fa assomigliare questa parola a “bello” in italiano. Male non fa, per la comunicazione: “Beli Pinot” suona quasi come “un bel pinot”. Siamo a pochi chilometri dal confine con l’Italia, sotto al Castello di Dobrovo, molto vicini a Gorizia e a quel grappolo di terreni rocciosi che friulani e sloveni si dividono, oggi fraternamente, per produrre vini coriacei e affilati. La cantina Klet Brda è di fatto una cooperativa formata da 400 viticoltori e produce diverse linee di vini. Ci ha incuriosito positivamente quella relativa ad alcuni prodotti “base” che presenta una immagine coordinata con dentro un’idea: immagini in bianco e nero di vignaioli all’opera nei campi, vengono abbinate a macro-fotografie di acini e grappoli.
L’effetto è esteticamente risolutivo in termini di attenzionalità e anche di percezione di qualità. Si tratta di una linea di vini “da prezzo”, cioè senza molte pretese, ma l’immagine è curata, anche sui wine-in-box da 5 litri. Con prevalenza di vini bianchi, per tradizione, in quella zona, le bottiglie si presentano con un croma arancione di forte impatto, ma anche con una gentile proposta in termini paesaggistici (sullo sfondo, in bianco e nero) e, come si diceva prima, con un concetto pregnante: nel packaging delle bottiglie, in particolare, si scorge un viticoltore che nella sua carriola trasporta un grande grappolo d’uva. Curiosità unita a un senso, un significato, un messaggio, che arriva al destinatario con semplicità e impatto al tempo stesso.

Mostrini e Lustrini

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Rebelle, Langhe Bianco (Viognier), Agricola Brandini.

Già un Viognier a La Morra è strano a vedersi. Ma è alquanto strano anche il personaggio che viene raffigurato in etichetta! Lo strampalato esserino si potrebbe definire come un extraterrestre picassiano. C’entra un certa arte fuori dagli schemi che in questo caso si manifesta in tutta la propria creatività. Si potrebbe intuire una cresta di gallo o forse un becco, due braccine, un ombrello, due pseudo-gambe a rotelle. Restiamo al concreto: molto colore, originalità (sia pure in forma di stranezza), pulizia grafica generale. E il nome del vino? “Rebelle”, commentato così dal produttore nel proprio sito web: “Questo vino è ribelle nel nome e nelle sensazioni che trasmette... al naso ti rapisce con gli aromi di frutta gialla e in bocca ti stupisce con freschezza e un’acidità che trasmette una scossa elettrica”.
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Allora, forse, il mostrino in etichetta è un elettro-alieno (si vedono tracce di inchiostro luccicante) o, insomma, tutto quello che la fantasia di ognuno suggerisce. Resta da aggiungere che il corsivo con il quale è scritto il nome non è immediatamente leggibile. E poi c’è qualcosa da dire sul retro-etichetta: leggiamo, nel testo, che questo vino “...concede il meglio nei primi anni di vita, pur amando i lunghi invecchiamenti”. Ci chiediamo come sia possibile tutto ciò: se dà il meglio di sé nei primi anni di vita, come può farlo con la medesima qualità anche in seguito? Forse, azzardiamo un’ipotesi, il fronte dell’etichetta è stato approvato dal responsabile marketing mentre il retro è stato preda del direttore commerciale. Come dire, una logica di marchio, di attenzione, davanti e un’altra votata alle vendite sul retro. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte (sì, tra l’altro questo vino “fa legno”, come dicono gli esperti del settore).

La Summa di Tanta Bellezza

Summa, Tenuta Casòn Hirschprunn, Alois Lageder.

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Nella ormai noiosa sequela di eventi legati al mondo del vino (li chiamano banchi di degustazione, in modo, del resto, riduttivo, parliamo soprattutto dei grandi raduni con centinaia di espositori), spicca ormai da anni un piccolo gioiello che non si può certo definire “fiera” o “salone” o “manifestazione”. Il suo nome è “Summa” e si svolge, solitamente, in concomitanza con il noto Vinitaly (Summa inizia un giorno prima). La location è suggestiva (si tratta della Tenuta Alois Lageder, a Magrè, in Alto Adige), la partecipazione di produttori di vino limitata a 100. Si susseguono degustazioni, visite guidate, appuntamenti gastronomici di livello. Due giorni di gioia ed eleganza. Sempre ottimamente organizzati e gestiti. E se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, il buon logo si vede dal design: qui sopra abbiamo riportato il “marchio” di Summa, quel “segno grafico” che contraddistingue la comunicazione legata all’evento. Estemporaneo, creativo, coraggioso. Per molti ma non per tutti, come recitava anni fa la pubblicità di un vino, guarda caso. Summa è un esempio di Grande Bellezza che dovrebbe fare da traino, culturale e logistico. L’encomio va anche all’azienda Alois Lageder che, di fatto, ospita le due giornate di convivialità. La Tenuta del noto marchio vinicolo, Casòn Hirschprunn - un palazzo rinascimentale del 17° secolo - con l'edificio storico Tòr Löwengang, è una sede a dir poco poetica oltre che emozionante e quindi coinvolgente. Recentemente, giusto per fornire un riferimento sempre legato al design, Alois Lageder ha rinnovato le etichette della linea Classica, improntandola a concetti profondi e condivisibili come Spirito di Ricerca, Approccio Olistico (la cantina in questione opera in regime biodinamico), Creatività, Artigianalità, Identità Sociale, Umiltà, Cura del Dettaglio, Pazienza, Lungimiranza e altri ancora. Qui alla base del testo riportiamo tre delle etichette di questa linea, visibili in totale nel sito del produttore. Come direbbero i francesi (“che ci rispettano”, cit. Paolo Conte) chapeau!

Il Sassella col Vestito Buono

Sassella Docg, Produzione Privata.

A volte la realtà supera la fantasia. Si tratta in questo caso di una realtà famigliare, di una produzione personale e riservata, che si attesta infatti sulle 200 bottiglie. Nulla di “autorizzato” e di certificato. Ma certamente qualcosa di qualificato, per il contenuto della bottiglia e anche, sorprendentemente, per la sua veste esterna. Molto spesso si vedono a casa di amici, o in situazioni non ufficiali, bottiglie che sono il frutto di produzioni “fatte in casa”. Di conseguenza anche le etichette di questi vini sono molto artigianali, improvvisate, elementari. Non è il caso di questo Sassella, lo ripetiamo, frutto di una produzione e di una riserva assolutamente personali. L’etichetta spicca. Si può ben dire che sorpassa e vince di varie misure su molte etichette ufficiali di quella zona (la Valtellina del Nebbiolo di montagna o “delle Alpi” che dir si voglia).
Spicca perché con artistica verve esprime, con garbo, con poesia, con un certa intimità, anche con una sorta di malinconia creativa, i concetti relativi all’ambiente (cime rocciose) e al carattere (una solitudine dell’anima) della zona di produzione. Cosa si vede in etichetta? (fotografata con angolature diverse, per facilitarne la visione) Una texture in acquarello che simula una parete rocciosa e in basso a sinistra, una sommità dove la sagoma di un uomo resta in contemplazione. Ed è tutto. Ma è un tutto di grande sostanza. Realizzato, tra l’altro, in modo tecnicamente apprezzabile. Pochi elementi, semplici ma significativi. Attinenti. Plausibili. Sul retro, la spiegazione del vino in questione è redatta in modo esaustivo e fornisce in breve tutte le informazioni necessarie ad una fruizione di qualità, anche dal punto di vista eno-culturale. Vestire un vino buono col “vestito buono”  non è scontato. Costa il tempo di qualche pensiero. E di qualche mente brillante che trasformi concetti in comunicazione. 

Sintesi Sinottica Troppo Sintetica

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La Vigna dell’Orso, Fiano (e altre varietà bianche), Podere Colle San Massimo.

Siamo in Abruzzo, sui Colli Aprutini, alle spalle del Gran Sasso, esattamente a Giulianova in provincia di Teramo. E si sa che se c’è ancora qualche orso in giro, in Italia, si trova proprio da quelle parti. L’orso marsicano, per la precisione. Ed è altresì molto probabile che al grosso animale peloso piaccia l’uva matura, quella molto dolce, che nessuno oserebbe proibirgli di gustare. Di fatto questo vino si chiama “La Vigna dell’Orso”, un nome senza necessità di tante spiegazioni: dice già tutto. La nostra (non) attenzione però è stata attirata dal design dell’etichetta, che al centro riporta un logo, una sigla, quattro lettere, un quadrato. Si tratta di una forma geometrica che sintetizza le iniziali PCSM. Facile da decifrare: Podere Colle San Massimo. Il logo non è “felice”: innanzitutto la “C” potrebbe essere interpretata come una “O”, ma a parte questo particolare, il tutto si presenta con uno stile datato, decisamente poco attraente, difficilmente memorizzabile. Il fulcro, il centro, il protagonista dell’etichetta, proprio questo logo, non è empatico. Anzi, risulta stantìo e in un certo senso “burocratico”, lasciando zero spazio all’emozione. Tra l’altro scopriamo che tutte le etichette in gamma, di questo produttore abruzzese, hanno come protagonista l’enigmatico e cubico oggetto, siglato dalle lettere “PCSM”. Variano solo il nome del vino e/o del vitigno e della denominazione. Con il risultato che nemmeno l’inchiostro dorato riesce a risollevare le sorti di questo packaging.

Estremismo Immacolato a Paternopoli

Fonzone, Aglianico Irpinia Doc, 
Az. Agr. Fonzone Caccese.

Abbiamo più volte parlato di “estrema sintesi” anche in senso di “extrema ratio” per la realizzazione di etichette per il vino. In realtà la scelta di un packaging molto semplice mai dovrebbe essere il risultato di una mancanza di idee. Il “vuoto” grafico non deve rappresentare un vuoto mentale. Certo il confine è labile. Cosa è semplice (quindi positivo, fruibile,  essenziale) e cosa è mero semplicismo? Utilizziamo qui come esempio l’etichetta di un Aglianico irpino che in etichetta mostra davvero pochi (e poco incisivi) elementi. Cosa è gentile ed elegante e cosa invece è poco impattante? Serve un design pulito, certo, ma non troppo etereo. Come si può vedere in questo packaging i tratti sono sottili: quelli verdi relativi alla illustrazione che rappresenta una vigna (i pali di un vigneto, per l’esattezza), in alto a destra nell’etichetta, così come le linee che delimitano la parte bassa.
Poi abbiamo i testi relativi alla denominazione e al nome del produttore. Tutto questo in un mare di bianco. L’etichetta “spaziosa” in sé non sarebbe male, purché gli elementi che si collocano in essa possano risultare, evidenti, significativi, attenzionali, memorabili. Ecco perché questa etichetta è da classificare tra quelle troppo “timide”. Aggiungiamo che i particolari in color verde chiaro poco si adattano all’etichetta di un vino rosso, per di più molto scuro, di corpo, come l’Aglianico. Il retro-etichetta si presenta anch’esso in modo molto pulito, regolare, fin troppo normale. Nome del vino non pervenuto: il nome che si legge in grande sul fronte dell’etichetta è il nome (cognome) della famiglia proprietaria dell’attività vitivinicola in oggetto.

Punti di Vista Vistosi

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Aromatta, Aromera (PiWi), Villa Persani.

Avere un altro punto di vista. A volte è risolutivo. Ascoltare le “visioni”, il parere, il parlare, il dialogo, il pensiero, di qualcuno che vede le cose in modo diverso da noi. Sempre utile. Si basa proprio su questo concetto la strana etichetta di questo piccolo produttore del Trentino, con sede vicino a Lavis, nome che ricorda un’azienda di tutt’altra matrice (come numeri e filosofia). Lui si chiama Silvano Clementi ed è proprio quello “appeso” che si vede in etichetta. L’immagine, in bianco e nero, elaborata graficamente, non è chiarissima, ma una foto (qui in basso a destra) trovata nel sito aziendale, chiarisce la dinamica: si tratta del vignaiolo, appeso per i piedi, a testa in giù, nel proprio campo. Immagine accompagnata dall’esplicazione del concetto stesso: “L'altro punto di vista è la contrapposizione dell'uso della chimica in agricoltura, paradosso ambientale: il settore secondario non può sostenere il settore primario come le pratiche chimiche non possono sostenere la fertilità della terra.
Tale paradosso per Silvano vuole essere la mission per offrire al consumatore la possibilità di istruire il proprio palato ad una nuova, ma antica, sensazione di naturalità”. L’azienda, a quanto pare, ha cambiato recentemente le proprie etichette che ora risultano meno “creative”, e più normalizzate. A noi piaceva molto questa per la sue particolarità e anche per la scelta bizzarra del nome: “Aromatta” (con un pizzico di follia che non guasta mai) deriva dalla varietà di vitigno PiWi del quale consiste il vino e che si chiama Aromera. La foto in alto a destra è stata presa dal sito VivaBacco2.0 del quale riportiamo il link al relativo interessante articolo.

Uno Spumante Bello Brillo


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Catarillo, Spumante Brut, Luna Sicana.

La prima reazione davanti a questa etichetta è di simpatia. Il vino, uno spumante metodo Charmat, si chiama “Catarillo”. Viene alla mente il “Camarillo Brillo”, celebre brano che apre l’album Over Nite di Frank Zappa, pubblicato nel 1973 (il titolo è un gioco di parole con la rima tra “Camarillo”, città della California, e “Brillo” un tipo di spugnetta abrasiva per lavare i piatti). In realtà, come è facile immaginare, “Catarillo” è la composizione, l’unione di parole, tra Cataratto e Grillo, i due vitigni che al 50% ciascuno compongono questo vino. Molto simpatici anche i pesci che appaiono nelle illustrazioni: quello di sinistra sembra quasi volersi mangiare il nome del vino. Insolita etichetta con insoliti colori: perla e azzurro chiaro connotano il prodotto quasi in senso fanciullesco, giocoso, festoso. In effetti la festa ci sta, essendo questa una bollicina di quelle da bere “presto e fresco”. A tavola, per un aperitivo “giovane” potrebbe fare la sua bella figura. Gioco di parole compreso.

S’ignora in Giallo

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Giallo, Igt Campania (blend), Oppida Aminea 
(Villa Crespia).

Non c’è alcun dubbio, questo vino è “Giallo”. Complice anche il fatto, affermato e supportato dal produttore in fase di analisi di marketing, che i vitigni che compongono questo “vino bianco” (Falanghina, Greco, Fiano e Coda di Volpe) e la terra dove allignano (parzialmente vulcanica), sono in grado di donare una colorazione più marcata, dicono dorata, al nettare in questione. Quello che colpisce subito è la livrea monocolore della bottiglia, la sua integrità cromatica, insomma, la tinta unita, accompagnata da una prominente scritta in corsivo (in verticale), “Giallo”, come già detto. La capsula è nera, così come il carattere di scrittura del nome del vino. Ma tutto il resto è “color tuorlo d’uovo”. In effetti la bottiglia potrebbe ricordare quella di certi “Bombardini”, il mitico Vov (che ha però bottiglia bianca), cioè quella categoria di liquori rinvigorenti a base di rum, uovo, zucchero, latte. Non sembra un vino, insomma. Certo è dotata di grande personalità, la bottiglia. A scaffale si fa notare senza ombra di dubbio. Anzi, eventualmente l’ombra la getta sulle bottiglie concorrenti, solare e luminosa come appare.
Che dire del nome, per quanto riguarda la semantica? Il “Giallo” è conosciuto anche come tipologia di racconto o versione cinematografica. Famosi sono stati i gialli Mondadori con la loro copertina sinergica. Qui i giochi sono diversi: si tratta di una grande operazione di marketing e comunicazione portata avanti da Arcipelago Muratori, una società basata in Franciacorta che sta allargando i propri confini merceologici e commerciali con l’apporto di budget consistenti. E di conseguenza con attività ed eventi che puntano a generare attenzione presso nuove generazioni di degustatori.