Pensieri Senza Tempo, Vini Senza Fine

Saltatempo, Passito, LunaMater.

Il concetto (e in un certo senso, il rispetto) del tempo è da sempre un elemento formante nella vita sulla terra. Filosofie a confronto. Il tempo esiste o non esiste? Questa piccola cantina di Luni (solo 2 ettari di vigne) ha deciso di “saltarlo”, il tempo. Massimo Ricci e Jacopo Neri, i due fondatori, hanno creato un passito (frutto delle varietà autoctone liguri) che travalica il dolce, che supera i preconcetti di stucchevolezza, che segna il territorio enogastronomico con il colore ambrato del sole al tramonto sul mare. “Saltatempo” è un nome che incuriosisce tanto quanto lascia aperte le porte della percezione a interpretazioni personali. Ognuno infatti, ha una propria consapevolezza del tempo. Comunque si tratta di un bel nome per un vino che non vuole avere né un inizio e nemmeno una fine. Sinergico il simbolo che viene chiamato a completare l’etichetta: una specie di spirale infinita, un cerchio che mai ritorna su se stesso, una forma di “molla epocale” che fa rimbalzare i giorni, le ore, i minuti. Il tempo che ci vuole per produrre il vino, il tempo che richiede il degustarlo attentamente e goderne la piacevolezza. La vita richiede tempo. E chi ne è sprovvisto è il più fortunato.

Bibitari Winemakers di Germania

Frauen Power, Dornfelder, Vin de Lagamba.

Cosa stappiamo oggi? Coca-Cola o birra? Il tappino in metallo potrebbe ingannare. Ma anche l’etichetta non scherza, proponendosi con codici di comunicazione tipici di una bibita. Ma andiamo a vedere chi, come e cosa. Si tratta di un produttore tedesco della regione del Rheinheissen (Essen Renano) dove il vitigno (rosso) Dornfelder regna sovrano essendo più adatto a quelle latitudini e temperature. In questo caso l’utilizzo di questa uva da noi sconosciuta ha letteralmente “fruttato” un vino frizzante, beverino, canterino. Il nome del vino, di grande impatto al centro del packaging, denuncia velleità femministe: “Frauen” in tedesco significa “donne, signore”. Quindi “potere alle donne”. La proprietaria dell’azienda si chiama Alanna Lagamba, tradendo forse lontane origini italiane. L’idea è stata quella di produrre una specie di “Lambrusco germanico”, concretizzatasi quando Alanna, a 25 anni, si trasferisce dal Canada a Berlino, incontra in una fiera del vino Martin, tedesco, e si unisce a lui in una impresa romantica e aziendale che sfocia nei lieti calici. Tornando all’etichetta, da notare sopra e sotto il nome in grande, alcune scritte come: “Beautiful, fruity, bold…”. Insomma una specie di etichetta-affissione pubblicitaria che a suo modo non manca di attirare l’attenzione. Grazie a Sara Missaglia per l’attenta ricerca e la puntuale segnalazione!

Piccole Grandi Storie della Nostra Bella Enotria

Almarisa, Gaglioppo (Rosato), Russo & Longo.

Il colore di questo Rosato Igt Calabria attira l’attenzione. Non di meno la sua etichetta che ha una storia da raccontare: la Dea Nike e le monete di Petèlia. Riportiamo integralmente l’interessante spiegazione del produttore, pubblicata nel sito internet aziendale: “Un tributo alla storia di Petèlia, fedele colonia romana che diede i natali all’attuale città di Strongoli, rivisitato in chiave moderna per guardare al futuro senza dimenticare gli antichi fasti di un passato glorioso. È quanto si cela dietro l’etichetta di Almarisa, il nuovo rosato tradizionale della cantina Russo & Longo, che in un sincero omaggio alle radici del territorio petelino e alla sua monetazione antica, avvolta da un azzurro intenso, rappresenta graficamente in primo piano la Dea Nike, divinità della mitologia greca simboleggiante la vittoria, la cui figura venne utilizzata intorno alla fine del IV secolo a.C. proprio in alcune monete battute dalla zecca di Petèlia, concessa durante l’impero romano. La storia racconta, infatti, che i primi contatti tra Roma e Petèlia risalgono al 278 a.C., epoca in cui l’attuale Strongoli cade sotto l’egemonia romana per mano del console Publio Valerio Levino stringendo un forte patto di amicizia con Roma e iniziando al contempo a sperimentare un periodo di autonomia. Col passare del tempo i legami tra le due popolazioni si rafforzano sempre di più e in occasione della seconda guerra punica, che vide la vittoria di Annibale nella battaglia di Canne, Petèlia per ben undici mesi resiste strenuamente all’assedio dei cartaginesi. Una prova di fedeltà che in seguito alla vittoria romana fu ricompensata con la città dichiarata libera e federata ma soprattutto con il diritto a battere moneta. Da quel momento in poi prendono vita una vasta serie di emissioni in bronzo tra cui spicca proprio l’oncia scelta per rappresentare l’etichetta di Almarisa, una moneta raffigurante il volto di Ares sulla parte anteriore e sul retro l’immagine della Dea Nike che tiene con sé la corona della vittoria. Un particolare riferimento archeologico che testimonia con orgoglio la passione con cui la nostra cantina sottolinea l’importanza legata alle origini del proprio territorio, caratterizzato da un invidiabile patrimonio storico che, ancora oggi, si tramanda di generazione in generazione”.

Vedo Nero, Bevo Bianco

Mosquita Muerta, Chardonnay-Semillon-Sauvignon, Jose Millán,

Lo strano nome di un vino argentino, della zona di Mendoza, e della sua etichetta molto visibile. Partiamo dal nome (che funge anche da nome dell’azienda): "Mosquita Muerta". Noi italiani possiamo facilmente tradurre dallo spagnolo e quindi chiederci cosa può esserci dietro a un nome così particolare. Ci viene in aiuto il produttore stesso, spiegando in prima battuta, nel proprio sito internet che “Mosquita Muerta è un'espressione che viene usata per descrivere una persona con apparentemente scarso potenziale di successo che finisce per compiere un'impresa notevole. Jose Millán ha scelto questo nome per il suo progetto per deridere coloro che nella regione dubitavano del suo potenziale come imprenditore del settore vinicolo”. Un nome orgoglioso, dunque, oltre che curioso. Non contento, il fondatore dell’azienda crea un’etichetta dalla grafica molto forte, impattante, quasi prepotente. Una grande “X” occupa interamente la grafica. Discutibile il colore nero, visto che nel nome del vino si accenna alla “morte”. Il nero e la croce (la “X” in sostanza lo è) portano a percezioni cimiteriali se non si è in giornate particolarmente soleggiate dal punto di vista psico-fisico. Resta il coraggio di proporsi così, in un modo che potremmo definire sfacciato, ma anche, positivamente, con grande sicurezza di sè.

Andiamo a Ballare con gli Assiri

Abballé, Biferno Rosso Riserva, A.G.C.

Lo strano caso di questo italico vino rosso, venduto a quanto pare in Portogallo e Brasile, inizia dal non meglio precisato produttore “A.G.C.”. Probabilmente solo un esportatore/distributore. Ma questo non riguarda la nostra analisi sull’etichetta. Il nome del vino innanzitutto: “Abballè”. Si tratta della forma dialettale molisana e pugliese di “andiamo a ballare” che evoca subito immagini festose della nota Taranta (che diventa Tarantella, a Napoli). Bello il concetto che veicola (allegria, convivialità) ma il nome risulta slegato dal packaging dove vediamo dei geroglifici o qualcosa di simile. Incuriosiscono questi strani tratti tra la grafia e l’iconografia, come per molti altri alfabeti orientali del genere (vengono in mente quelli cinesi e giapponesi). La spiegazione arriva con un breve testo posizionato subito sotto l’immagine centrale: “Nel sud Italia ancora oggi si tramanda un antico dialetto la cui scrittura deriva da quella cuneiforme assiro-babilonese”. La chiave dell’enigma sembra quindi essere il riferimento storico agli Assiri. Certamente arrivati via mare ad occupare fisicamente e culturalmente quelle coste mediterranee esposte a sud-est. Completiamo l’informativa dicendo che il Biferno Rosso è un vino prodotto nella provincia di Campobasso (Molise) prevalentemente con uve Montepulciano (d’Abruzzo) e Aglianico.

Molte Originalità in un Solo Vino

Qui e Ora, Trebbiano di Spagna, 
Angol d’Amig.

La dinamica filosofica che sottende a un nome così, “Qui e Ora”, è stata già ampiamente commentata in ogni aspetto e derivazione. Non ci attarderemo quindi anche noi su questo tema, ma giova sottolineare che il nome del vino, breve e incisivo, esprime un concetto molto valido per il prodotto e per il tipo di gestione che questa piccola azienda modenese mette in atto. Si tratta di un sorprendente Metodo Classico ottenuto da un vitigno che normalmente viene utilizzato per fare aceto balsamico. Inoltre, la sfecciatura non viene effettuata: la bottiglia viene venduta con i suoi lieviti nel collo (a testa in giù) e la sboccatura la deve effettuare chi poi vuole stapparla e godere quindi del suo contenuto. Attira la grafica molto elementare ma pulita e “genuina” (come il vino, l’unico in Europa fermentato in vigna, tra i filari). Meno di 1000 bottiglie per sancire una certa originalità del progetto portato avanti dal 2013 da Marco Lanzotti, ex-sommelier in sala, ora vignaiolo convinto. Incuriosisce anche il nome dato all’azienda: “Angol d’Amig”, in dialetto modenese, “angolo dell’amico”. Passione e amicizia, in vigna e a tavola: il vino eleva e allieta gli animi. Grazie a Sara Missaglia per la segnalazione!


Mendoza Chiama Italia (o Viceversa)

Alma Gemela, Teroldego, Onofri Wines.

Questa etichetta originale, di forma triangolare, viene da una nota zona vinicola dell’Argentina, Lavalle, nei pressi di Mendoza. Non stupisce l’utilizzo di vitigni tipicamente italiani, infatti anche i cognomi dei titolari suonano molto familiari: Mariana Onofri e Adàn Giangiulio. L’azienda nasce nel 2014 ad opera di Mariana, sommelier e winemaker con esperienze in Francia e Uruguay. Le etichette dei vini di questa giovane azienda sono molto particolari nella forma, nella cartotecnica quindi. E si fanno notare. La punta di un triangolo imperfetto sale verso il collo della bottiglia. La carta è di quelle speciali ma i ghirigori abbastanza seriali. Il nome di questa linea di vini invece ci piace: Alma Gemela. Tradotto in italiano sarebbe “anima gemella”, un concetto molto pregnante sia in considerazione delle relazioni tra il coltivatore e la sua terra, così come tra esseri umani e natura in generale. Il nome del vino è scritto con la seconda “E” girata, speculare, contraria. Questo attira l’attenzione, cattura gli occhi con il meccanismo della “storpiatura” che il cervello subito registra. Inoltre questo piccolo trucco enfatizza il nome stesso evidenziando la “gemellarità” delle due “E” che “si specchiano”. Sorvoliamo sull’utilizzo di vitigni autoctoni italiani… oltre al Teroldego, nella gamma di Onofri Wines troviamo anche Fiano e Bonarda. Il gemellaggio tra Italia e Argentina non sarà perfettamente geologico, ma storico e culturale quello sì.

Parole, Parole, Parole… Anche Troppe.

Terra di Rosso, Piedirosso, Galardi.

Il “problema” di questa etichetta è quello di essere troppo descrittiva. A volte quando si cerca di “fare di più” in realtà si ottiene di meno. La comunicazione non è come il lavoro a cottimo, dove se faccio di più, produco di più e ottengo di più. Comunicare è dare spazio, con i ritmi grafici giusti (lo spazio non è un vuoto, è parte integrante del tutto). “Quanto basta” direbbero le ricette di Giallo Zafferano (dello zafferano, a proposito, ne basta poco sia pure di buona qualità). Ed ecco che anche gli ingredienti di una etichetta ben riuscita dovrebbero essere “pochi ma buoni”. Ma veniamo a questa bottiglia di un produttore di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Sullo sfondo abbiamo una mappa antica del Golfo di Gaeta con molti riferimenti (parole, nomi) geografici. Questo crea confusione con gli altri testi presenti nel packaging, come il nome del vino, logicamente, quello del vitigno, l’indicazione dell’IGT, il nome del produttore e così via. Fortunatamente il nome del vino, dell’annata, del vitigno e del produttore sono in rosso (color mattone), quindi emergono dalla mescolanza. Purtroppo si evidenziano anche errori di impaginazione, ad esempio dove parte dei tracciati geografici quasi si sovrappongono ad alcune parole, senza respiro, senza “spazi vitali” utili alla fruizione dell’etichetta e delle informazioni che contiene. Si tratta di un curioso caso laddove la parte grafica collide con quella geografica, giusto per giocare ancora un poco con le parole.

La Vite Viva di una Vernaccia d’Oro

Tollena, Vernaccia di San Gimignano, Borgo Tollena.

Tra le tante proposte agrituristiche che fluttuano attorno alla cittadina di San Gimignano questa azienda, diretta da Barbara Bernardi, si distingue anche per le etichette dei vini prodotti in proprio. Nella gamma a disposizione dei frequentatori del borgo e di molti altri winelovers abbiamo scelto questa classica Vernaccia di San Gimignano, contraddistinta da un packaging dalle valenze artistiche ma anche tecniche. Il design è molto semplice. La complessità, se vogliamo, è data dal rilievo dell’inchiostro speciale in oro, che si nota sia in fotografia che, logicamente, al tatto avendo a disposizione la bottiglia. Si nota ormai abbastanza di frequente l’utilizzo di inchiostri in rilievo, ma in questo caso si nota ancora di più in quando lo spessore è rilevante, pastoso, intenso, materico. In alto vediamo il nome del vino (che distingue anche l’azienda agrituristica), al centro l’immagine stilizzata di una donna-vite con due braccia-tralci a sorreggere grappoli d’uva. L’abbinamento iconografico tra essere umano e tralcio di vite è stato nel tempo molto utilizzato. In questo caso notiamo uno stile artistico, quasi scultoreo, con un carattere molto personale nonché coraggioso, nel proporre qualcosa di insolito e forse non per tutti. Elevare la comunicazione è sempre un rischio, parlare il linguaggio delle moltitudini è più facile e sbrigativo.

Etichette di “Clausura” in Alto Adige

Glassier, Sauvignon e Lagrein, Glassierhof.

Queste due etichette che vestono i due vini di punta di questa azienda, cromaticamente attirano l’attenzione. Colori abbastanza insoliti e una grafica sia pure semplice conferiscono una sorta di originalità. Tre elementi: una foglia di vite, a destra, defilata, il nome del vino (e del produttore al tempo stesso) al centro, in corsivo, il nome del vitigno in alto (con l’annata). Il titolare di questa azienda altoatesina, Stefan Vaja, ci fa sapere, scrivendolo nel proprio sito internet che “…la denominazione "Glassier” deriva dal nome latino "clausura" (un “clos” per i francesi) che veniva usato, come anche nel caso del Glassierhof (nome della tenuta) per i terreni rinchiusi (circondati) da una muraglia. Il maso è da 9 generazioni di proprietà della nostra famiglia. Le uve vengono prodotte secondo il disciplinare CEE 2092/91, che regola l' agricoltura bio-organica…”. L’unico vero problema di questa etichetta è la leggibilità del nome in corsivo: in particolare le due “s” centrali possono essere equivocate. Un piccolo vezzo artistico: il puntino della “i” ha lo stesso colore del nome del vitigno. 

Z come Zen come Zizanie come Zenitude

Zizanie, Clairette, Mas Zenitude.

Continuando con l’analisi del simbolo “Z” nella comunicazione del vino (e non solo, visti i recenti accadimenti mediatici e geostrategici) scopriamo un prodotto e un produttore dove la presenza di questa lettera è addirittura maniacale. Ma anche funzionale ad una comunicazione memorabile, sia detto. Si tratta di un produttore biodinamico francese che inizia le propria avventura vinologica nel 2005: Erik Gabrielson produce vini in Linguadoca con una modalità estremamente naturale, in vigna e in particolare in cantina con fermentazioni spontanee da lieviti indigeni. Il risultato, tra la sua gamma, è questo “Zizanie”, un vino che si potrebbe definire “estremo”. Il nome infatti richiama quella che in Italia chiamiamo zizzania. E il famoso detto che attiene al “seminare zizzania”, cioè il cercare di creare astio e contrasto tra persone. Tradotto dal francese, discordia. La zizzania si sa, è un’erba infestante narrata nei Vangeli, dal greco “zizànion”, sarebbe botanicamente il loglio, un simil-frumento dal quale non si possono ottenere farine alimentari, quindi inutile, anzi dannoso per le coltivazioni “buone”. Tornando alla parte superiore di questa etichetta vediamo che il logo del produttore (Mas Zenitude) è una “Z” che simula la sagoma di una persona inginocchiata in un posizione di preghiera (il tutto pervaso dai tipici riferimenti delle culture orientali). La “zenitudine” possiamo trasporla in una specie di “attitudine zen”, necessaria per condurre saggiamente l’esistenza e anche un’azienda.

La “Z” di Zorro e Altre Dicerie

Z, Vermentino e Malvasia, Quartomoro.

La potenza dei simboli è iconografica e a volte iconoclasta. I loghi, i marchi, numeri o parole, lettere o grafìe sono in grado di comunicare e infine di incidere un ricordo nella mente. Un esempio lo possiamo trovare in questo periodo storico nel “problema” generato dall’ultima lettera dell’alfabeto, la “Z”. Laddove l’esercito russo, forse inconsapevolmente, ne ha fatto un simbolo di parte. Molte aziende che utilizzavano questa lettera nei loro loghi hanno deciso di modificarlo, altre lo hanno lasciato intatto. E’ accaduto anche a questa etichetta di un vino che viene dalla Sardegna, un “frizzante sui lieviti” di quelli col tappo a corona. L’azienda, anche per altri prodotti, ha puntato sulle lettere. Probabilmente qui la “Z” sta per “frizzante”, in gamma c’è anche un vino che si chiama “Q” ma in questo caso il richiamo è al nome aziendale “Quartomoro” che si ispira alla bandiera autonomista sarda. Un vezzo aggiuntivo: il nome/marchio del produttore viene scritto in etichetta capovolto, così come altre parole che si trovano nel sito internet aziendale. Di certo questa modalità incuriosisce, ma altrettanto certamente rende difficoltosa la percezione. Ringraziamo Sara Missaglia per la segnalaZione!

Dove Passano le Formiche

Maestà della Formica, Riesling.

Si tratta di uno dei nomi più strani finora incontrati in questa sequenza di post dedicati ai nomi di vini, di aziende vinicole e al packaging-design delle bottiglie. In questo caso stiamo parlando del nome/marchio aziendale che dà anche definizione a uno di più significativi vini del produttore. Un riesling coraggiosamente prodotto in Garfagnana, sulle Alpi Apuane. Tre amici, con varie esperienze enologiche ma anche agronomiche (nei frutti rossi, ad esempio) decidono di piantare da zero una vigna di Riesling in una zona, in Toscana, dove quel vitigno mai era arrivato se non episodicamente. Ma torniamo al nome in questione: si tratta del passo che fa accedere alla Versilia, scendendo verso il mare. La “Maestà”, in particolare, è una minuta costruzione in pietra che rivela immagini votivo/religiose. Ci troviamo a oltre mille metri nel comune di Careggine “tra rocce e nuvole” come recita il claim aziendale. A meno di 20 km in linea retta dal mare, su costoni marmorei dove la vigna trova mineralità e verticalità, non solo per l’altezza. In etichetta una ripresa fotografica di un particolare delle iscrizioni votive della già citata cappella votiva in spirito pagano. Il grigio della pietra non risulta molto attenzionale, ma nel complesso il nome e l’etichetta si fanno guardare, se non altro per l’originalità della proposta. Grazie a Sara Missaglia per aver “scovato” questa chicca enologica in tutti i sensi.

Cose da Pazzi in Bottiglie Simpatiche

Ossigeno, Falanghina
e Coda di Pecora, Robb de Matt.

Il nome di questa azienda che ha sede in Campania, a Foglianise, è in dialetto milanese: “Robb de Matt” che sarebbe “cose da pazzi”. In effetti è solo la prima delle sorprese che abbiamo piacevolmente scoperto al riguardo. Un’altra notazione curiosa è il nome di uno dei due vitigni che compongono questo orange-wine: Coda di Pecora. Abbiamo in molti già sentito e conosciuto il vitigno Coda di Volpe, ma della pecora non ci era ancora giunta notizia. Si tratta di un autoctono molto raro, riscoperto nel recente 2005, sembra proveniente in antica origine dalla Magna Grecia. L’etichetta di questo vino, sul fronte, è molto semplice: fondo nero, una scritta in bianco (il nome del vino): “Ossigeno”, e una frase in piccolo più in basso. Un nome così è da ritenersi coraggioso per un vino, laddove l’ossigeno è uno dei nemici più temibili per la qualità del prodotto stesso. La frase in piccolo (cliccare sulla foto per ingrandire) recita: “Vinificato per estirpare una tristezza apparentemente incurabile”. Sul retro, o meglio, nella parte destra dell’etichetta che gira intorno alla bottiglia continuano le sorprese: vediamo in alto il logo e nome (già citato all’inizio) dell’azienda, tre allegre facce ebbre e molto colorate e un’altra frase, “niente più che uva”, una bella promessa. Quindi le varie diciture di legge a seguire. Si tratta evidentemente di un rifermentato, tappato con il “tollino”, atto a scorrere nei gargarozzi in grande abbondanza. E sicuramente la simpatia è uno dei suoi punti di forza. Grazie a Sara Missaglia per la ricerca e la segnalazione!

Troppi Pensieri o Mille Idee?

100 Pensieri, Cococciola, Tenuta Ferrante.

Il nome di questo vino prodotto nei pressi di Pescara, nell’entroterra abruzzese, porta a qualche riflessione. “100 Pensieri” infatti fa pensare. Quando ci sono tanti pensieri in testa in generale si tende ad attribuire a questa circostanza una valenza negativa. Avere tanti pensieri significa essere chiamati a risolvere tante questioni. La locuzione più comune è quella che riporta ad “avere mille pensieri in testa”. Qui sono solo 100, tutto sommato meglio così. Certamente possiamo trovare anche una valenza positiva (che viene dopo quella negativa, comunque, come percezione immediata), cioè avere tante idee in testa, tanti progetti, tante cose da fare in senso dinamico e attuativo. Il vino in questione è prodotto con il vitigno locale Cococciola al 100%, ma non crediamo possa essere questo il numero di riferimento per il nome. Insomma “100 Pensieri”, soprattutto portato in tavola, luogo dove la convivialità i pensieri dovrebbe toglierli o al minimo rinviarli, non ha una risoluzione tranquillizzante. Per quanto riguarda il design dell’etichetta possiamo dire che è ben impaginata, con elementi ben armonizzati: il cielo azzurro sopra a una traccia di creste montagnose in alto, il nome ben collocato al centro, le altre scritte di legge ordinate a seguire, il logo aziendale, rotondo, a firmare l’etichetta. Logo costituito da una “T” e una “F”, iniziali di Tenuta Ferrante. 

Un Soave da Sogno

Il Selese, Garganega, I Stefanini.

Ne abbiamo viste di etichette strane, ma questa le batte tutte. Si tratta della nuova versione del packaging del vino 100% Garganega dell’azienda veneta “I Stefanini”. La zona è quella di Soave così come la Docg e Doc dei vini ivi prodotti. Ma veniamo all’etichetta, vera protagonista di questa trattazione. Una illustrazione (in parte fotografica) ci mostra una classica (e storica) macchina impastatrice, tipicamente italiana (della marca più famosa che era ed è ancora “Imperia”), dove un piccolo uomo (o meglio: un uomo in piccolo), azionando l’apposita manovella, fa uscire uno strato di pasta a forma di bottiglia. Potrebbe essere la trasposizione di un sogno o un quadro di Salvador Dalí (che di fatto convertiva in opere pittoriche i suoi strampalati sogni). Sul macchinario a rulli contrapposti invece della nota marca si legge il nome dell’azienda vinicola in questione (che per la cronaca prende il proprio nome da un avo, che si chiamava Stefano, di piccola statura, giacché di conseguenza la famiglia è sempre stata chiamata “i stefanini”). Il nome del vino è “il Selese” dal nome della piana dove si trovano i vigneti. Gli attuali titolari, Francesco e Giuseppe Tessari possono contare su 20 ettari di suolo vulcanico a Monteforte d’Alpone e senza dubbio anche su una fervida fantasia! (P.S.: che sia un consiglio d’uso? Primi piatti di pasta fresca all’uovo!)

Ti Porto in Valle Isarco

Pipa XVII, Lagrein (liquoroso), Glögglhof.

I titolari di questa piccola realtà vinicola bolzanina sono Franz Gojer e la sua famiglia. L’azienda non ha un nome facile (soprattutto per chi non è altoatesino): Glögglhof. Si trova all’inizio della Valle Isarco e produce vini del territorio (St. Magdalener, Lagrein, Kerner, Vernatsch…). Tra questi troviamo un particolarissimo “vino liquoroso” a base Lagrein che ha un nome e un trattamento che possono incuriosire. Il vino si chiama “Pipa XVII” dove la numerazione dell’Antica Roma cambia secondo la botte di provenienza. Infatti ecco la spiegazione del produttore: “Il Pipa ha portato una nota stravagante nel nostro assortimento. Il nome ‘Pipa’ indica un vino liquoroso che si ispira al Porto. In Alto Adige è il primo vino che viene prodotto secondo il sistema del vino Porto con la differenza però che il Pipa nasce da uve Lagrein. È un vino da dessert, complesso e longevo, ottenuto seguendo il modello del Vintage-Ruby. Il nome ‘Pipa’ viene dalle tipiche botti in rovere in cui in Portogallo viene conservato il Porto”. Franz inoltre aggiunge: “Ho deciso di lanciarmi nella produzione di un vino Porto dopo aver intrapreso un viaggio nella regione del Douro, in Portogallo. La mia intenzione era quella di catturare, durante la fermentazione, quell’aroma di ciliegia tipico del Lagrein e conservarlo. Dopo varie sperimentazioni sono riuscito ad affinare il processo fino a raggiungere la perfezione”. Altra curiosità: l’immagine che costituisce buona parte dell’etichetta raffigura una serie di bellimbusti baffuti, tutti col proprio calice di rosso in mano. Una storia davvero particolare questa, che collega Porto con Bolzano lungo una via concettuale che ha un elemento in comune: la passione per la trasformazione dell’uva in vino, in ogni sua modalità (nonché la voglia di sperimentare e di andare oltre i luoghi comuni). Grazie a Sara Missaglia per la liquorosa segnalazione e per l’instancabile lavoro di ricerca.


Il Sottile Frusciare delle Bollicine

Xiu Xiu, Xarel-lo, Enlaire Vins.

Il nome di questo vino che in prima battuta potrebbe sembrare in lingua cinese, in realtà è “onomatopeico”. Vuole infatti rappresentare il rumore delle bollicine, cioè della frizzantezza di questo rifermentato. Certo fa impressione e incuriosisce un nome così. Desterebbe stupore qualsiasi regione del mondo, forse anche in Cina. Per la cronaca qui siamo in Catalogna, dove una giovane famiglia di viticoltori produce vini “ancestrali”. Interessante l’etichetta, oltre al nome. Al centro infatti vediamo una originale illustrazione dove una figura umana porta all’orecchio un calice di vino per ascoltare il crepitare delle bolle. Sovviene un sorriso, non solo sul viso del bevitore (o bevitrice) illustrato, ma anche in noi che osserviamo la scenetta. L’illustrazione è come un conglomerato di macchie e anche questo si fa notare come stranezza. Si tratta quindi di una etichetta davvero particolare, nello stile, nel concetto, nella proposta cromatica. Un packaging che mette allegria così come l’intento di questo vino spumeggiante, non impegnativo, da allegra brigata.

Cielo Sereno Sopra Lucca

Sereno, Sangiovese e Ciliegiolo, Villa Santo Stefano.

Il nome di questo vino trasmette voglia di pace interiore e di tranquillità, “Sereno” infatti si usa sia per definire una situazione emotiva sia una condizione meteorologica. In più, si nota subito nell’etichetta un paio d’ali d’angelo, unico croma distinto di tutto il packaging. Ed ecco la spiegazione che il produttore fornisce ai lettori del proprio sito internet: “Avrete notato che sull’etichetta di due dei nostri vini, il rosso “Sereno” e il bianco “Gioia”, compaiono le ali di un angelo. Questo perché quando il “Loto” cominciò ad avere successo sul mercato (il vino top di gamma dell’azienda n.d.r.) si decise di allargare la varietà, acquistando nuovi terreni e producendo anche un bianco ed un secondo vino rosso. Che volto dare, dunque, ai due nuovi vini? Le idee arrivano sempre quando è il momento giusto. E così, durante una passeggiata nel giardino di Villa Santo Stefano, un amico osservò: “Avete mai notato quante ali sono presenti nel vostro giardino?” Wolfgang Reitzle e Nina Ruge (i titolari, n.d.r.) si fermarono un attimo. Eppure era evidente che non ci avevano mai fatto caso. Quasi tutte le sculture del parco, in bronzo o in pietra che siano, sono alate! Così venne l’idea di raffigurare le ali sulle etichette. Possano queste ali proteggere noi, il vino e la regione”. Aleggia quindi un pensiero quasi religioso, sicuramente catartico, laddove la natura viene vista e rispettata come un imponderabile e assoluto “domino”. L’impaginazione è classica, i caratteri scelti con cura, gli inchiostri speciali dosati e non sprecati. Il risultato è molto semplice in sé, ma anche capace di attirare l’attenzione e di garantire una buona memorabilità. Un ringraziamento speciale a Sara Missaglia per la serenissima segnalazione!


Il Sangue di Giove Sgorga in Rosa

Sangioveto, Sangiovese Rosato, 
Castello di Monsanto.

Regna un po’ di confusione in questa etichetta figlia di quel “Regno del Sangiovese” che il Chianti da secoli si vanta di essere. Partiamo proprio dal nome “Sangioveto”, una arcaica denominazione che risale al 1590, quando nei primi documenti che parlano di questo vitigno si leggono anche altre varianti come “Sangiogheto” e “Sangioeto”. A tal proposito vi sono ancora oggi discussioni sul fatto che il vitigno toscano per eccellenza sia in realtà originario della confinante Romagna, prendendo il proprio nome dal Monte Giove, nei pressi di Sant’Arcangelo. Passando a una disamina specifica dell’etichetta, in ordine “di apparizione” dall’alto in basso (e quindi non in ordine “di grandezze” che vedremo poi) leggiamo Castello di Monsanto (marchio, anche se nella home del sito internet il “di” viene tolto), poi Fabrizio Bianchi (il fondatore e proprietario) quindi “dai vigneti di Monsanto” (ridondanza), poi l’annata, a seguire  Sangioveto (nome del vino), Rosato (definizione), Toscana Igt e, inserita in una foglia di vite in basso a sinistra, la dicitura “Enotria tellure allatum” (in un certo senso, “Enotria terra perfetta”). Troppi elementi, tutti verbali tra l’altro. L’attenzione, insomma l’occhio, cade sì sulla parola più grande, Sangioveto, poi si perde nelle altre definizioni cercando un riferimento sicuro per quanto riguarda il logo. Il pregio di questa etichetta? Forse la classicità. Messa in discussione dal prodotto stesso, un insolito rosato da Sangiovese. 

Volare Via (e Planare) con Leggerezza

Battichiè, Nero d’Avola, Tenute Navarra.

ll commento a una bellissima etichetta per inaugurare il mese di aprile. Una luce in fondo a troppi tunnel fatti di etichette anonime, noiose e quindi inutili. Si tratta del Nero d’Avola di Tenute Navarra. Vediamo innanzitutto il nome del vino (che non figura sul fronte dell’etichetta bensì nella scheda descrittiva all’interno del sito internet): “Battichiè”, “…una parola che annuncia la ninna nanna, la filastrocca, quella che Totò Navarra sentiva dalla mamma quand’era bambino e che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita, il filo rosso di nostalgia che l’avrebbe spinto, nel 1985, a tornare dall’Inghilterra, contro tutto e tutti, mosso dal sogno di coltivare la terra, la sua Terra, per sempre legata alla dolce melodia di battichiè”. Questa la romantica spiegazione del produttore. Siamo a Butera, in provincia di Caltanissetta, all’interno della Sicilia. Solo tre ettari e mezzo per una storia vinicola molto recente che ha inizio nel 2019. Certo è che al suo esordio, Totò Navarra, il fondatore, fa subito centro con un’etichetta di spessore. L’illustrazione è di Riccardo Guasco che “…ha interpretato con lo sguardo acuto e profondo che lo ha reso famoso, l’intenso legame di Totò con la sua terra, inciso nella romantica idea di perfezione leggera e onirica, impastata di prepotente nostalgia, capace di rendere leggere e amorevoli le sue mani potenti, forgiate da anni di duro lavoro”. Il titolare infatti, nato nel 1951, corona il suo sogno di viticoltore dopo una vita vissuta intensamente, all’estero e poi di ritorno nella patria Sicilia. Ma torniamo all’etichetta: una figura umana (o umanoide) adagiata su un fianco, riposa, o medita. Un arbusto che sembra una fiamma si manifesta davanti a lei. Nello spazio bianco dell’impaginazione leggiamo: “Leggero, restò sospeso sulla sua idea di dolce perfezione.” Sembra poco ma c’è tutto. Come la poesia deve essere: in poche parole l’immensità. Una leggerezza, questa, di un’idea, di un vino, di un’immagine, della vita, che fa volare via col pensiero, con il corpo e lo spirito. Sovviene per parallelismi cosmici, una citazione del grande Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.


Fare a Pezzi l’Eleganza

Chardonnay, Castiglion del Bosco.

Ogni tanto, in verità troppo spesso, a qualche produttore di vino viene la tentazione di spezzare le parole in tronconi, sillabando in modo bislacco. Succede ai nomi dei vini e anche ai nomi di vitigni (che fanno da nomi dei vini) come in questo caso. La vittima questa volta è la parola “Chardonnay”, suddivisa e distribuita su 4 righe. Non si può leggere. In tutti i sensi. La “Y”, abbandonata e navigante nel vuoto nell’ultima spezzatura, viene ancorata, bontà sua, all’annata (sezionando anch’essa in due seminumeri). Praticamente un lavoro di cesoia, di potatura semantica potremmo dire, agito nei confronti del packaging. Del resto l’etichetta è preziosa: bella la carta, ordinata l’impaginazione, distintivi alcuni elementi come la lepre stilizzata in alto, il carattere graziato della dicitura Igt, la piccola illustrazione delle vestigia in basso. L’azienda è di quelle serie e preparate, che ha il Brunello di Montalcino come fiore all’occhiello, con una storia che risale al 1100 e una proprietà “di nome” (Ferragamo). L’eleganza rimane pur sempre una questione soggettiva ma nel packaging ad una bellezza formale si deve sempre aggiungere una fruibilità funzionale.

Un Vino Alpino, di Moda in America

Alta Luna, Pinot Grigio, Dolomite Alps (Cavit).

Di bottiglie di Pinot Grigio ne circolano milioni. Soprattutto negli Stati Uniti. Infinte anche le aziende che si tuffano in questo mercato che assorbe grandi quantità di questo vino bianco “leggero”. La differenza spesso la fa la rete commerciale, oppure il marchio e logicamente l’etichetta. Ve ne proponiamo una, la matrice è Cavit, ben fatta, con caratteristiche tecniche, degne di nota. Il vino si chiama “Alta Luna”, diverso dal solito “luna piena” perché indica la posizione non la porzione della luna. Quando si trova al centro del cielo si può definire “alta”. Il nome funziona sia nei paesi anglofoni sia in Italia (forse da noi verrebbe da scrivere “Luna Alta”, ma è soggettivo). Gli altri elementi del packaging: la luna, in alto a destra, in verde luminescente (inchiostro speciale), è rivolta verso ovest ed è quindi crescente. Il carattere di scrittura del nome del vino è un corsivo molto leggibile e realizzato con un inchiostro in rilievo. Nella parte bassa dell’etichetta vediamo le sagome di alcune montagne: si tratta di un vero e proprio taglio nella carta che crea un effetto di profondità ottica. Gli elementi sono semplici, tutto sommato, ma anche ben valorizzati e armonizzati. Il risultato nel complesso offre la percezione di qualcosa di valoriale e di concettualmente legato al terroir (confermato dalla firma/logo, in basso “Dolomite Alps”).

Se le Pareti Potessero Parlare (di Arte e di Vino)

Allegracore, Etna Rosso, Fattorie Romeo del Castello.

Andiamo con ordine perché le cose da raccontare sono tante. Iniziamo col dire che il nome di questo vino è molto bello. Forse un po’ lungo, ma si fa perdonare con indubbia solarità: “Allegracore”. Insomma è un nome che “rallegra il cuore” e la sua origine lo conferma: si tratta del nome di un luogo, una contrada nel comune di Randazzo, sulle pendici dell’ iconico vulcano siciliano, che consente alla vista di spaziare su un panorama bucolico ed emozionante, a 700 mt. di altitudine. Anche il produttore si presenta con un nome particolare: Romeo del Castello. Si tratta in realtà del cognome nobile della famiglia della proprietà. L’azienda è diretta oggi da Rosanna Romeo del Castello e dalla figlia Chiara Vigo. E poi ci sono le etichette, molto semplici ma caratterizzate dalla collaborazione dell’artista contemporaneo genovese Luca Vitone. Sul lato destro di ogni etichetta (ogni anno diverse) si trova un tema decorativo frutto della selezione di alcune carte da parati presenti nella villa padronale dell’azienda, selezionate dall’artista che ne ha fatto una collezione, con l’indicazione degli ambienti dai quali sono state tratte (notare l’ultima a destra in basso, relativa all’anticucina, termine desueto come l’ambiente stesso che indica). Certo le carte da parati potrebbero avere nulla da spartire con un discorso enologico, se non il fatto che sono state testimoni nei secoli dei brindisi avvenuti nelle varie zone della casa. Nonché testimonianza di epoche diverse. Si merita una citazione anche lo scudo/marchio di famiglia in alto a sinistra nell’etichetta.

Non Solo il Lambrusco Disseta l’Emilia

Tarbianaaz, Trebbiano, Vittorio Graziano.

Su segnalazione e selezione di Sara Missaglia che ringraziamo, ecco una nuova puntata della sequela dei vini molto regionali. Davvero particolare questo Trebbiano prodotto in terra di Lambrusco! L’azienda agricola infatti ha sede a Castelvetro in provincia di Modena. Si tratta di una bottiglia che consente diverse narrazioni interessanti. Innanzitutto il suo nome, espressione dialettale per “Trebbiano”, anzi, precisamente la traduzione di “Tarbianaaz” sarebbe “Trebbianaccio”, con quel fare vezzeggiativo al limite del peggiorativo. Un prodotto enologico particolare anche per la produzione: si noti, in piccolo, sotto al nome principale, la dicitura “(il murato)”. Questo perché viene prodotto con macerazione sulle bucce per 2 mesi in una vasca chiusa, imitando una antica pratica contadina che consisteva nel chiudere le vasche di cemento con una sigillatura in gesso, con una piccola apertura per far sfiatare l’anidride carbonica come residuo gassoso della fermentazione. Questa modalità si chiamava “pratica della muratura”. L’etichetta si presenta in modo molto semplice, quasi una di quelle stampe da tipografia improvvisata. Fatto salvo l’unico elemento graficamente più complesso, sulla sinistra: il bollo/marchio del produttore in rosso acceso. Un ultimo vezzo: la firma “Graziano” sotto al nome, in corsivo. Orgoglio contadino che male non fa.