Vecchie Etichette dei Giorni Nostri

Millo, Verdicchio di Matelica, Marco Gatti.

Rinnovare o non rinnovare? Certo, le attrezzature in cantina vanno tenute al passo, ma con le etichette come fare? Un’etichetta che si è costruita un certa notorietà nel tempo va aggiornata? E’ sempre un passo difficile quello di cambiare lo status quo. Prendiamo questa etichetta dal sapore retrò: il marchio è di quelli davvero d’antan, vintage, insomma molto “vecchio”. A volte non guasta. Anche la grafica in etichetta accusa il peso degli anni. Eppure l’azienda in questione non è di quelle storiche, nasce infatti nel, relativamente vicino, 1998 (con prima produzione propria di vino, nel 2001). Una sferzata di dinamismo la dà quel tratto curvo azzurrato, a rappresentare i filari, almeno così sembra. Per tutto il resto siamo nel secolo scorso. La tradizione è salva. E anche un certo gusto antico, certamente voluto, crediamo, in questo caso. E il nome del vino? Millo, sembra il nome di un gatto. Ma c’è un indizio: un altro Verdicchio di Matelica di questo piccolo produttore marchigiano si chiama “Villa Marilla” in omaggio alle componenti femminili dell’azienda, Marina e Camilla. Forse “Millo” viene da lì, chissà. Nome comunque simpatico, breve, memorabile, pronunciabile, suadente. Per tutto il resto c’è il calice. E sembra proprio che nel bicchiere questo produttore sappia farsi valere.

Arrendersi all’Evidenza (di Colori “Saporiti”)

Vient’ e Terra, Piedirosso Rosato Frizzante, i Cacciagalli.

E’ necessario premettere che questo vino fa parte della categoria dei “non filtrati” e “non chiarificati”. Quindi è un vino di moda. Almeno per il momento. Un vino-birra, per intenderci. Vinificato e affinato in anfora, rifermentato in bottiglia sui lieviti. Chiaro che anche l’etichetta può essere trendy, diciamo così. E infatti il packaging riesce a sorprendere, con i colori, con uno stile orientale, iconoclasta anche se affine a simbologie yogiche. Ma partiamo comunque dal nome, in alto a sinistra: “Vient’ e Terra”, traducibile con vento e terra o anche vento di/da terra. Il produttore si trova a Teano, nell’entroterra Casertano, il nome infatti tradisce una inflessione dialettale. Bello, evocativo, storificabile, memorabile. Per quanto riguarda il design dominano due colori: il rosa e il verde, entrambi shocking, da evidenziatore. Al centro, la sagoma di una donna dalla folta chioma fa lievitare delle foglie di vite in posizione yoga. Tra l’umano e l’extraterrestre, l’illustrazione trasmette sensazioni plasticose, distaccate, misteriose ma al tempo stesso “da spiaggia”. Sicuramente si tratta di un’etichetta che si fa notare, anche da lontano! Originalissima, spregiudicata nei “toni”. Non adatta a un vino se questo non fosse, appunto, una specie di bibita frizzante che col vino “classico” nulla ha da spartire.

Burrasca in Bianco per un Celebre Rosso

Taersìa, Negroamaro (in bianco), 
Duca Carlo Guarini.

La peculiarità di questo vino è innanzitutto produttiva e in particolare relativa alla tipologia: si tratta di un raro caso di Negroamaro vinificato in bianco. Normalmente questo vitigno dà luogo a rossi potenti e quindi vederlo in bianco fa già un certo effetto. Ma vediamo l’etichetta iniziando dal nome del vino: Taersìa. Il produttore, che ha sede in provincia di Lecce, racconta che “Taersìa vuol dire burrasca, tempesta di vento nel dialetto dei pescatori e della gente di mare del Salento. Questo vino innovativo, ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve rosse Negromaro biologiche certificate, è proprio una burrasca di novità nel panorama della nostra regione”. Non di facile pronuncia, ma con una semantica legata al territorio (inteso come fronte mare). Certo la burrasca non è positiva per i pescatori, ma rappresentando una “rivoluzione” in termini di tipologia di vino, l’accezione ci può stare. Vediamo il design. L’etichetta si presenta in modo elegante e si distingue per una grande lettera T graziata, in inchiostro dorato. Al suo fianco, sulla destra, si intaglia un racconto molto tecnico, ma che per gli intenditori risulta interessante. Sotto a questa originale soluzione di design si legge il nome del vino per esteso, ancora più in basso la tipologia di vino, e infine in un tassello nero il nome della cantina che denota storia e avi dai titoli nobiliari. Tutto sommato si tratta di un packaging che attrae e gratifica l’occhio, donando valore al prodotto.

Vezzoso Anche il Colore (dell’Etichetta)

Vezzo, Grillo, Terre di Bruca.

Cos’è un vezzo? Secondo Treccani deriva dal latino “vizium”, cioè vizio, difetto. Quindi cattiva abitudine, brutta o sconveniente. Ma, attenzione, anche carezza, atto di amorevole e tenero affetto, atto grazioso, grazia, leggiadria che esercita un’attrattiva sugli altri. La variabilità delle parole e del loro senso! Fortunatamente, per lo più, nella lingua parlata italiana, “vezzo” ha un significato positivo, magari capriccioso, ma simpatico, spesso femminile, come conferma la definizione che fornisce il produttore del vino in oggetto nel proprio sito internet è questa: “Dedicato alle donne, meritevoli di essere vezzeggiate ogni giorno. Proprio come ogni donna, la nostra vigna di Grillo è vezzeggiata dalle fresche correnti provenienti dalle saline di Trapani. Vino dal sapore intenso ed elegante capace di accarezzare affettuosamente il palato in un gesto amorevole”. I nomi che questa azienda siciliana ha scelto per i propri vini sono interessanti, tra gli altri: Pietre al Vento (Chardonnay), Il Velo (Inzolia), Dunfiato (Chardonnay spumante), Origine (Merlot). Ma torniamo a questa etichetta, quella del Grillo. Il colore di fondo è “invasivo”, non proprio alimentare, ma colpisce. Nella trama, dietro al nome, si intuisce un profilo di donna, artizzato in modo molto originale. In alto troviamo in nome della cantina, in basso a sinistra il nome del vitigno. In generale un buon lavoro di comunicazione che fa presa sui cromatismi insoliti e su un nome provocatorio, ma anche breve e memorabile.

Sdoganate le Pecore nel Vigneto: sono Anche Simpatiche

Vino Rosso Mix, Procanico e Aleatico, 
La Villana (Joy Kull).

Sotto questo nome particolare si nasconde una giovane americana del Connecticut, oggi vignaiola a Gradoli nei pressi del Lago di Bolsena. Ma cosa significa “La Villana” e da dove nasce questo nome? Innanzitutto dobbiamo dire che in Italia a volte l’epiteto “sei un villano!” allude a qualche comportamento maleducato. Nella realtà di questa azienda invece viene enfatizzato il rapporto ancestrale, non sempre idilliaco, tra “il villano”, cioè l’agricoltore, e i pastori che lasciavano libere le greggi, invadendo vigne e coltivazioni. Quindi il “villano” era il pastore.  In realtà Joy dice che le pecore oggi fanno un gran favore ai viticoltori, perché concimano le vigne. Le etichette di questa giovane imprenditrice (col marito, pastore, Simone) sono tutte molto fantasiose e hanno sempre per protagonista una pecora. Abbiamo preso ad esempio questa, dove una pecora affaticata trasporta sulle spalle una gerla piena di uva (dove, in alto, fa capolino un uccelletto). Curiosa e divertente. Sicuramente originale e coinvolgente. Certo siamo nell’ambito di quelle etichette fumettose e scherzose che servono ad allietare la tavola. Ma possiamo trovarci anche una punta di marketing, se tutto questo serve a farsi notare e ricordare.

Il Naming non è Autoctono, il Resto sì

Aὐτόχϑ∞ν, Erbaluce di Caluso, Giacometto.

Sì, avete letto bene: questo vino si chiama Aὐτόχϑ∞ν che in greco antico significa autoctono. Il produttore ci tiene a precisare che la ragione di questo appellativo risiede nella rigida adozione di lieviti indigeni, quindi autoctoni, con fermentazione spontanea. Addentrarsi nel dedalo delle traduzioni e interpretazioni dei simboli del greco antico è molto complicato. E tornando alle questioni di naming da fruitori della comunicazione, di certo non risulta semplice nemmeno la percezione di questo nome. La prima parte viene letta come in italiano (auto), poi ci si perde in lettere semisconosciute. Il significato che il produttore di questo vino vuole trasmettere è pregnante e corretto, ma la modalità lascia qualche strascico semantico. Se ben spiegato, vale lo sforzo, ma senza una adeguata erudizione rischia di perdersi e quindi di far perdere gradimento e di conseguenza acquisti. D’altro canto, la sua estrema originalità (niente di simile nel panorama dei vini italiani), può suscitare interesse e simpatia.  Tra l’altro l’etichetta graficamente presenta uno stile molto “datato”. Ma come sempre in questi casi, il resto lo fa il prodotto, all’assaggio. E siccome si dice in giro che questo sia un vino di grande qualità, il suo futuro è garantito, che in greco dir si voglia (“méllon”, μέλλον, che è “futuro” e non melone).

Altro che Tik Tok, il Divo è il Cosmico Tikka

Tikka The Cosmic Cat, Syrah e Grenache, Jauma.

Questa piccola e recente azienda australiana coltiva in prevalenza ciliegie. 1200 alberi per 14 varietà diverse. La modalità di vendita è “pick your own”: quando è stagione gli acquirenti si recano nel campo, raccolgono la quantità di ciliegie che desiderano, quindi pesate e vendute. Ma naturalmente c’è anche vino. Perché nella tenuta sono state piantate vigne, principalmente di Syrah e Grenache, il tutto rigorosamente secondo norme biologiche e senza il contributo della chimica. La piccola azienda, intrapresa da James Erskine, un ex sommelier che si è messo a fare il winemaker, vanta anche un altro primato, oltre a quello delle ciliegie più buone della McLaren Valley: il primato della follia creativa. Ne sono testimonianza evidente il nome e l’etichetta di questo vino. Anche se sul fronte del packaging non c’è scritto, scopriamo che il vino si chiama “Tikka, the cosmic cat”. Sarebbe a dire, Tikka, il gatto cosmico. Dove Tikka è proprio il gatto della famiglia, insomma colui che è il vero padrone della cantina. Nell’etichetta eccolo apparire con una modalità grafica multicolor, assoluto protagonista, certamente cosmico, iconografico, fantasmagorico. Oltre al muso del gatto, nel design vediamo, sempre in modalità molto colorata, il nome dell’azienda “Jauma”, che risulta come pura invenzione da neologismo. Il gatto come soggetto non è una rarità, ma lo sono in modo assoluto, il nome del vino e il trattamento grafico, cioè l’illustrazione in figura. Giù il cappello! P.S.: non è dato a sapere se il gatto è maschio o femmina, ma di questi tempi va benissimo così.

Il Vino è Rosso e il Pesce Anche

L’Imprevisto, Chianti, Niccolò Lari.

Le etichette di questo giovane produttore toscano sono molto essenziali. Di tutte quelle in gamma abbiamo voluto mostrare questa, perché a suo modo è la più sorprendente. Si tratta di un Chianti (Sangiovese): il nome del vino è “L’Imprevisto”. In etichetta si vede un pesce rosso che ha scelto la libertà saltando fuori dalla propria “casa”, una boccia di vetro piena d’acqua (ma potrebbe essere anche la parte superiore di un calice di quelli panciuti). Oltre a questi elementi vi è unicamente il nome e cognome del titolare, alla base del packaging. Curioso il fatto che la parola “Chianti” sia scritta sull’acqua: fa un certo effetto. Ma a parte questa sfasatura, il design risulta senza dubbio attenzionale. Il pesce rosso (qui di tonalità arancione) si staglia, grazie al colore, sul resto dell’etichetta (fondo bianco) e la “mossa” stessa del pesce, il salto, il gesto sovversivo, il tentativo di fuga, o chissà, il tentato suicidio, incuriosisce. Forse è il destino del pesce a destare interesse: si salverà? Si starà tuffando in un tino di vino, stanco di “bere” acqua? Perché lo ha fatto? E così via, a fantasia. E’ come in quei film dove il finale viene lasciando in sospeso (e quindi a disposizione dello spettatore), come in Thelma e Louise. Certamente siamo di fronte a un’etichetta  davvero particolare, trattandosi di un Chianti. A volte serve coraggio, questo pesce rosso e il vignaiolo titolare dell’azienda sembrano esserne provvisti a dovere.

Bolle, Bolli e Bollini.

Liboll, Spumante, San Marzano Vini.

Il nome (nel nostro caso di una cantina) San Marzano, nell’immaginario e nel conosciuto collettivo viene ricondotto, solitamente, ai noti pomodori di forma allungata con i quali si preparano le conserve. L’origine è dovuta al paese di San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno, in Campania. Per quanto riguarda invece le Cantine San Marzano, sempre dal nome del paese dove si trova la sede, San Marzano di San Giuseppe (si chiama proprio così, a volte due Santi è meglio di uno), siamo in provincia di Taranto, in Puglia. Il packaging che prendiamo in esame riguarda un vino Spumante Extra Dry, metodo Martinotti, ottenuto da uve bianche locali. Il vino si chiama “Liboll”. Le ipotesi sono diverse: un richiamo alle “bolle”, sicuramente, forse in forma dialettale pugliese, forse alludendo all’inglese dalla pronuncia di “label”. Il nome comunque risulta breve, abbastanza memorabile, curioso, originale. Anche la cartotecnica dell’etichetta può vantare qualche originalità: nella forma soprattutto, che propone un grande “bollo” (giusto per giocare con le parole) al centro e un “bollino” piccolo, sottostante, dove viene raffigurato il marchio aziendale. Nota di vezzo stilistico: il nome del vino è leggermente disassato a destra, cioè non centrato nel cerchio. Il colore azzurro domina sul collo della bottiglia. Per il resto il design denota ordine, sobrietà, eleganza.

La Grecia e il Grechetto di Omero

Nessuno, Grechetto e Malvasia, Azienda Agraria Moretti Omero.

Davvero particolare questa etichetta di un piccolo nonché ormai noto produttore umbro. Sul fronte vediamo una pecora. Ma non si tratta del vitigno Pecorino, per il quale spesso vengono scomodati i lanuti quadrupedi. Quindi il nesso va cercato altrove. Ed esattamente in Grecia. Infatti il vino si chiama “Nessuno” (il nome appare solo sul retro-etichetta, cliccando sull’immagine si ottiene un ingrandimento) e richiama il noto mitologico racconto che ha per protagonista Polifemo. Fatto sta che nel retro-etichetta e nella scheda del vino che troviamo nel sito internet del produttore si legge: “Dedicato a uno dei primi poemi in cui compare il vino: Ulisse inebria il Ciclope e poi scappa nascosto sotto una pecora. Omero è il nome del poeta ma anche quello del vignaiolo”. Ed ecco che il fantasioso Omero Moretti, patron della cantina, si diletta in uno storytelling da Lateral Thinking che sicuramente attira l’attenzione. Le stranezze non finiscono qua. La pecora in primo piano ha una strisciata di colore giallo sul muso. E l’immagine viene trattata come se fosse una cartolina, visto che in alto a destra si accenna a un annullo da francobollo con il nome del produttore. Forse troppe cose insieme: di certo la creatività non manca, anche se andrebbe veicolata in modo più organizzato.

La Biodiversità Gioiosa e Unicista

Col Tamarìe, Bianco Frizzante.

L’etichetta attira l’attenzione, questo sì. Merito dei colori e dello stile dell’illustrazione, certo, ma anche per qualcosa di concettuale che si percepisce osservando bene il label-design. In cima a una collina, sulla sommità di un paesaggio tipico delle colline trevigiane (siamo a San Lorenzo di Vittorio Veneto) c’è un omino, seduto, in relax, che osserva il cielo, rapito dalla bellezza della natura e probabilmente anche dagli effluvii del vino. Insomma, se la gode. Il vino è un rifermentato, prodotto con una varietà di vitigni locali: Glera, Boschera, Perera, Bianchetta, Grapariol, Verdiso, Marzemina Bianca. Già questo potrebbe bastare in quanto a originalità. Ma come scritto prima, il packaging si distingue. E aggiunge valore al concetto di biodiversità, di produzione biologica e “di Omeopatia Unicista e di altre tecniche bioenergetiche” come la geomanzia, afferma il produttore. Molto verde, molta voglia di naturalità espressa con... naturalezza. Che il cliente creda o meno alla viticoltura “amica della natura”, l’etichetta aggiunge genuinità con un delicato tocco artistico. Per la cronaca il naming “Col Tamarìe” fa riferimento a una definizione topografica locale.

Frizzantino Ventoso e Goloso

Colle Ventoso, Spergola, Cantina Arceto.

Grazie alla mirabile opera enoculturale della Compagnia della Spergola, possiamo riscoprire l’esistenza di un vitigno quasi sconosciuto che alligna sui colli di Reggio Emilia. Si tratta appunto della Spergola di Scandiano, a lungo confusa con il Sauvignon Blanc ma di genere indipendente. D’accordo, il vino in questione, qui rappresentato, è un “frizzantino”. Ma ci sta. A volte, in estate. A noi qui interessa far notare l’etichetta, sicuramente di livello. Sia concettuale che artistico. Partiamo da quello che si legge: Cantina Arceto (il produttore, che fa parte del gruppo Emilia Wine), Colle Ventoso (il nome del vino), Colli di Scandiano e Canossa (la denominazione di origine) e infine Spergola (il vitigno). Colle Ventoso è un bel nome, molto semplice, diretto, lineare, dice quello che deve dire in modo chiaro e comprensibile. Certo non è un folgorante esempio di creatività, ma pone al centro una questione che è molto importante per l’uva: l’areazione continua dei vigneti che assicura la salubrità del frutto. Certamente si tratta anche di una importante caratteristica geo-meteorologica, che infatti viene confermata dal visual: il volo di una colomba variopinta. O forse altra specie di volatile, qui illustrato in modo molto fantasioso con uno stile che ricorda le opere in dècoupage del grande Emanuele Luzzati (celebre il video in animazione della Gazza Ladra, su musica di Rossini). Insomma si tratta di un packaging che espone un nome semplice ma di contraltare mostra un design molto originale, in grado di attirare attenzione e quindi di generare memorabilità. 

La Sagra dei Nomi Strani

Zingamaro, Greco Nero, La Pizzuta del Principe.

E’ un vero e proprio giacimento di nomi, la gamma di questa azienda calabrese, di  Strongoli (Crotone), che produce vini in gran parte con vitigni autoctoni. Iniziamo proprio con una carrellata di nomi dei vitigni: Pecorello, Magliocco, Greco Nero, Greco Bianco, Gaglioppo. Davvero poco frequenti anche per gli intenditori. Passiamo ai nomi dei vini: qui a sinistra viene raffigurato lo Zingamaro, ma nell’assortimento dell’azienda troviamo anche Scavello (Cabernet Sauvignon), Jacca Ventu (Gaglioppo), Santa Focà (Greco Bianco), Molarella (Pecorello), Calastrazza (Magliocco in rosato), davvero particolari. Mettendo a fuoco il vino che abbiamo deciso di raffigurare, lo “Zingamaro”, diciamo che il nome, pur sembrando un’invenzione, un neologismo, risulta essere topografico, cioè il nome del vigneto/zona di coltivazione. In lettura la comprensione va subito alle due parole delle quali sembra essere composto: zingaro e amaro. Due accezioni particolari, che connotano sensibilmente e portano quindi a percezioni ben marcate, creando forse qualche equivoco. Per quanto riguarda il design dell’etichetta notiamo un certo rigore grafico, una modalità classica con elementi ordinati, incorniciati, regolari. Infine non possiamo evitare di far notare il nome del produttore: La Pizzuta del Principe. Dove inevitabilmente la percezione si sposta sull’italica parola “pizza” o “pizzata” o “pizzutella”.


Etichette “Follette” che Portano Allegria

Biancopiglio, Rossobrillo e Neromagno, Emilio Sciacca.

Non ci sono dubbi, i nomi di questi tre vini siciliani sono originali e accattivanti. Forse non immediatamente memorabili, ma certamente fuori dal comune e già solo per questo, degni di nota. Ed ecco “Biancopiglio”, un Etna Bianco Doc composto da Carricante, Catarratto, Grecanico Dorato e Coda di Volpe, poi “Rossobrillo”, un Etna Rosso Doc composto da Nerello Mascalese in prevalenza e da Nerello Cappuccio, quindi “Neromagno” (idem). Come scrive il produttore, Emilio Sciacca, nel proprio sito internet: “...i vini prendono il nome dai nostri gnomi, gli spiriti benevoli protettori delle nostre vigne. Essi si vestono con abiti colorati, sono burloni e se indossano un cappello diventano invisibili. Sono proprio loro che nel 2018 ci hanno “aiutato” nella nostra prima vendemmia”. Su ognuna di queste etichette viene infatti raffigurato un allegro personaggio al cospetto di tralci di vite, il tutto davvero ben disegnato, con uno stile a fumetti che conquista e genera buonumore. Da notare anche il logo dell’azienda, nella parte superiore dell’etichetta, con il nome del titolare e una riuscita iconografia che rappresenta l’Etna, dalle viscere alle sue manifestazioni magmatiche. E infine la scritta “Wine Human Nature Etna” sul collo delle bottiglie a sancire una produzione bio e un’attenzione al territorio e alla tipicità. Insomma ci sono delle idee e vengono ben comunicate.

Vino Buono in Etichetta Sbagliata

Per Sba Glio, Barbera d’Alba, Saracco.

Sarà anche avvenuta per sbaglio la decisione di produrre 3000 bottiglie inaspettate di Barbera, ma a noi sembra che lo sbaglio sia continuato anche nella realizzazione dell’etichetta. Nel mondo enologico la sequela dei vini “sbagliati” è lunga: molti nomi, etichette, storie, accennano a errori o disattenzioni che hanno portato alla nascita di vini più o meno improbabili. Alcuni errori sono stati provvidenziali, come quello che ha portato a produrre l’Amarone, sfuggito di mano a qualche cantiniere distratto. In questo caso sembra ci sia stata una decisione improvvisata, un esperimento, un tentativo, quello di vinificare grappoli di Barbera che non rientravano nel piano vendemmiale. E’ nato così questo “Per Sbaglio” che in etichetta viene indicato in tre parti: “Per Sba Glio”, una “raffinatezza” grafica che, tra le altre cose, non riusciamo proprio a comprendere. Affermare così, in prima battuta, proprio nel nome del vino, che il prodotto, il vino contenuto in quella bottiglia è nato in via incidentale non è propriamente valoriale. Non porta alcun tipo di pregio, anzi, va nella direzione opposta. Per il resto, cosa dire di questa etichetta? Che non dice molto di più. Fondo bianco, la tipologia del vino alla base e letteralmente in un angolino in basso a destra il nome del produttore. Che tra l’altro è di ottima fama, non uno sconosciuto. Certo, come già detto all’inizio si tratta di una partita ristretta di bottiglie che ogni anno si limita a 3000 pezzi, frutto di poco più di un ettaro di vigna. Ma perché non dotare questo vino di una dignitosa etichetta? Perché condannare queste bottiglie all’oblìo di un packaging insussistente? 

Il Vino è “Manifesto”.

Hobo, Magliocco, l’Acino.

L’etichetta di questo vino è una specie di manifesto politico-filosofico che col vino c’entra poco. Possiamo definirla come una piccola “affissione” pubblicitaria, in questo caso di tenore storico-culturale. Ma vediamo subito il nome del vino, strano ma efficace: breve, originale, memorabile. “Hobo”. Quasi come homo ma con la “b”. Da cosa nasce? Negli anni bui della Grande Depressione, soprattutto in California (come conseguenza della grande crisi americana del 1929), gli Stati Uniti vennero letteralmente attraversati dagli “hobo”, giovani vagabondi venuti da molte parti dell’America e del mondo, disposti a qualsiasi lavoro per vivere. Le vicende di questi nomadi “dei tempi moderni” sono state narrate dallo scrittore John Steinbeck, premio Nobel per la Letteratura nel 1962, in un paio di racconti, in special modo in “Furore” e “Uomini e Topi” (titolo originale di quest’ultimo: “Of mice and men”, pubblicato nel 1937 e in parte autobiografico). Tornando all’etichetta di questo vino, ecco come viene definita dal produttore nel proprio sito internet: “semplicemente un inno alla libertà”. Questo il rational al quale ognuno può attribuire il valore che ritiene giusto. L’illustrazione in bianco e nero mostra uno di questi “hobo”, a piedi, viandante, con le sue poche e povere cose al seguito. Avendo sede nella provincia di Cosenza, forse si tratta di un riferimento al problema del riconoscimento, professionale ed economico, dei lavoratori stagionali, che ancora oggi affligge alcune campagne. Del resto il packaging è impattante e originale. Il concetto di base deve essere cercato e argomentato ma l’attenzione al prodotto viene certamente generata.

La Z di Zorro, Rivisitata

Alfieribianco,
Malvasia e Inzolia,
Zagarella.

Sono diversi e curiosi gli aspetti di questa etichetta calabrese. Partiamo dal nome del vino, “Alfieribianco”, dal nome della contrada Alfieri, nella zona di Arghillà, Reggio Calabria, dove ha sede l’azienda dei Fratelli Zagarella. Il nome potrebbe generare confusione con la Doc Terre Alfieri, piemontese, diventata recentemente Docg e quindi molto in vista. Come secondo elemento di analisi notiamo la strana forma della cartotecnica: un ovale interrotto da due semicerchi a destra e a sinistra. Il bianco dell’etichetta sul fondo scuro del vetro della bottiglia evidenzia questa forma inusuale. La firma del produttore che diventa logo, in basso, evidenzia la Z iniziale, in concorrenza con quella, un tempo nota, di Zorro. Ma la notazione più strana riguarda il tratto al centro dell’etichetta: dopo un breve ragionamento si evince che si tratta della medesima Z del cognome della proprietà, “girata” in orizzontale e ribaltata specularmente. Questo tratto risulta così essere, forse, il picco di una montagna, o ancora, visto che ci troviamo in vista dello Stretto di Messina, un’onda di un mare in burrasca. Certo che l’interpretazione di questo packaging richiede un minimo di ragionamento. A livello estetico si fa notare per l’originalità, della forma dell’etichetta, come già detto e dei tratti grafici. Tecnicamente è curioso e doveroso far notare che l’azienda in questione utilizza un sistema di vinificazione particolare che si chiama Ganimede. L’azienda produttrice (del sistema) lo definisce il “fermentatore innovativo”. Chi vuole approfondire il suo funzionamento può trovare il tutto su ganimede.com.

Sigle e Nomi in Singolar Tenzone

PR, Aglianico Rosato, Casula Vinaria.

Questa piccola azienda campana, con sede e attività a Campagna, un nome un destino, in provincia di Salerno, si è lanciata sul mercato con etichette di impatto, originali ma discutibili. La scelta grafica porta a evidenziare solo le prime due lettere del nome del vino. Così, in pratica, abbiamo PR per Primavera (Aglianico Rosato), BR per Brigante (Aglianico), CA per Candito (bianco dolce), CH per Chiena (Spumante Brut), CO per Coccinella e ME per Melodia (Fiano), FA per Falanga (Falanghina) e così via. Le lettere grandi sono tutte nero su bianco o viceversa (salvo un paio di casi particolari), con una modalità grafica, oltre che cromatica, di forte incisività. Quello che emerge è una sigla “effetto-targa”. Questo perché solo in un secondo momento l’occhio cerca altri riferimenti (oltre alla lettere grandi) e trova, in basso a sinistra, scritto molto in piccolo, il nome completo del vino. Sicuramente si tratta di una scelta “ottica”, attenzionale, che punta a farsi notare nello scaffale. La modalità però non è risolutiva, lascia qualche perplessità in chi la nota e non trova nemmeno giustificazione concettuale. Quello che possiamo dire è che i nomi dei vini sono interessanti, se e quando vengono colti nella loro integrità. Ad esempio: Brigante, Candito, Coccinella e Melodia sono nomi in grado di restare in mente e di comunicare qualcosa in più. Ma limitandosi alle  iniziali non trasmettono tutto il loro potenziale. Nota stilistica: ai lati destro e sinistro dell’etichetta, vediamo il logo aziendale (una foglia di vite e tre pallini, i tre soci) e un pallino più grande colorato che rappresenta la tipologia del vino: rosso, rosa, verde (per i bianchi). Stile minimalista, ma pur sempre con un’idea.


Un Cavalluccio Intelligente

Ippocampo, Verdicchio dei Colli di Jesi, Fattoria Lucesole.

Questa piccola azienda agricola marchigiana, che produce anche olio d’oliva e che si presenta al pubblico anche come agriturismo, per i propri vini ha messo in commercio una serie di etichette molto attenzionali, tutte in bianco e nero, dove la semplicità degli elementi prevale sulla complessità del racconto. Prendiamo come esempio l’etichetta del Verdicchio dei Colli di Jesi, vino di costa, nel senso che si abbina abitualmente a piatti di mare. Nel design in questione, a dimostrazione della vicinanza fisica e concettuale col Mare Adriatico, viene citato e mostrato un ippocampo: nome del vino e texture della grafica. L’ippocampo, detto anche cavalluccio marino, è un piccolo pesce (viene categorizzato così) dall’aspetto davvero curioso. Si chiama in questo modo per via della testa, somigliante a quella di un cavallo. Ippocampo, per dovere di cronaca semantica, è anche una parte del cervello umano situata nella zona mediana del lobo temporale. In questo caso la parte cerebrale ricorda, per la forma, un cavalluccio marino. Tutto torna. Noi invece torniamo volentieri all’etichetta: una schiera di cavallucci marini fa da sfondo, dove campeggia il nome del vino e le altre diciture commerciali e di legge. Nota curiosa, uno solo dei cavallucci marini è posizionato in orizzontale, tutti gli altri si trovano nella consueta posizione verticale. Da notare anche, alla base, il nome dell’azienda, Fattoria Lucesole (molto evocativo), scritto con un carattere fanciullesco e seguito da altre due parole: Quieto Vivere, quasi un mantra, di quelli che affermano subito un contesto positivo. Diciamo quindi che in poche mosse questa etichetta riesce a farsi notare e a fornire sensazioni legate alla naturalità e alla genuinità della proposta.

Uno Champagne “Contiguo” a Monticelli Brusati

La Selossata (Contigus), Chardonnay Metodo Classico, 
Il Pendio.

L’etichetta che prendiamo qui in esame non offre molti spunti sul versante grafico, quello del design. Colore di fondo chiaro, gli elementi verbali che servono, in ordine e centrati. Logo e nome produttore in alto, nome del vino al centro, tipologia in basso. Una classica cornice racchiude il tutto. Ma qui ci interessa il corto circuito semantico provocato (perché di questo si tratta, di una provocazione) dal nome del vino: La Selossata. Chi pratica anche il Metodo Classico francese, loro lo chiamano Méthode Champenoise (letteralmente significa “della regione dello Champagne”), sa che uno dei riferimenti storici e qualitativi, ultimamente molto di moda, è Jacques Selosse (oggi l’azienda è guidata dal figlio, Anselme). Si tratta di Champagne molto particolari, ottenuti da coltivazioni biodinamiche. Comunque sia, il cognome “Selosse” è entrato a far parte dell’Olimpo dei marchi di vini prestigiosi e logicamente anche molto costosi. Ma torniamo al corto circuito mediatico e semantico generato dal produttore franciacortino “Il Pendio” che ha deciso di chiamare uno dei propri Metodo Classico “La Selossata”. Identico il vitigno, lo Chardonnay, evidentemente ci sono anche affinità produttive con il noto produttore francese di cui sopra. Va da sé che quello che si vuole ottenere non è solo una affinità d’intenti: siamo di fronte a una specie di omaggio verso il maestro Selosse, con l’intenzione, in cambio, di sfruttarne anche la notorietà. Sotto al nome principale del vino, troviamo scritto “Contigus” che in francese (dal latino contingere) significa attiguo. Forse riferito all’essere “contigui” con il Selosse francese, forse per la continuità tra vigna (raccolta) e cantina (produzione) che in Francia è sancita dalla sigla RM (Récoltant-Manipulant), e infine forse per via del metodo di affinamento che utilizza barrique in serie, una vicina all’altra, nella modalità “solera”. 

Allo Stile non Basta Essere Stilizzato

Gattinara, Luca Caligaris.

C’è della buona volontà in questa etichetta di una piccola azienda dell’Alto Piemonte. Solo un ettaro e mezzo a Gattinara. Tanto basta per una produzione di nicchia, ma anche di passione. Buona volontà, quindi, che nel vino significa qualità e che a volte nelle etichette non basta. Ma vediamo i dettagli di questo packaging: lo spazio disponibile sul fronte etichetta è quasi completamente occupato da un grappolo stilizzato dove le forme sono state “geometrizzate” con una sintesi tipica del design. Ne risulta un frutto piuttosto “tecnico”, austero, dalle sensazione metalliche, complici anche gli inchiostri utilizzati, leggermente rilucenti. In verticale, sulla parte sinistra del grappolo sintetico si scorge a fatica un nome: Caligaris Luca (proprio così, prima il cognome e poi il nome, che non sarebbe propriamente corretto). Intento nobile quello di “metterci la firma”, qui piuttosto vanificato dalle scelte cromatiche e di impaginazione. Nella parte superiore vediamo una scritta in bianco, affermazione della DOCG, importante, ma abbandonata un po’ a se stessa nell’economia degli spazi disponibili. In basso, alla base, troviamo la menzione “Gattinara”, in bianco e in evidenza come è giusto che sia. Il vino non ha un nome proprio: forse si intendeva affermarlo con quella firma che riporta il nome del produttore. Ma come si è detto all’inizio, potrebbe non bastare a formulare una identità forte e memorabile che ogni bottiglia e tipologia di vino dovrebbe avere per competere sullo scaffale e sulla tavola.

Un’Oca Giuliva nella Casa del Diavolo

Ciana, Bianchetta Genovese, 
Casa del Diavolo.

La bistrattata e sostanzialmente poco conosciuta Bianchetta Genovese (sorella gemella dell’Albarola, vitigno già più noto) si prende una bella rivincita, dicono gli intenditori, con questa versione di una piccola azienda agricola che ha sede e produzione sulle colline dell’entroterra chiavarese, a Castiglione. A parte l’ottima fama qualitativa del vino, siamo stati attratti, e non solo noi, dalla particolare etichetta. Molto colorata, allegra, giocosa, raffigura un’oca da cortile con atteggiamento umano, a passeggio con ombrellino parasole, cuffietta e vestitino. Il vino si chiama “Ciana”, attribuibile al dialettale “piana” o “pianura”, ma anche a “chiara”, quindi bianca. Infatti il colore dell’uva e soprattutto del vino risultano molto chiari. Sorprende il nome del produttore: “Casa del Diavolo” che sembra sia da attribuire al nome del casolare diroccato che ha dato origine all’azienda. In realtà l’immagine complessiva dell’etichetta è molto angelica, fanciullesca, e stona un po’ il riferimento al diavolo, di fatto anche molto visibile nella parte alta del packaging. In una delle “o” del nome aziendale, inoltre, troviamo inserita una mela rossa, o almeno così sembra. Forse il riferimento a una coltivazione passata o presente della quale però non vi è traccia nei racconti relativi a questa azienda. L’etichetta sicuramente si stacca nettamente da uno stile austero al quale spesso ci hanno abituati i viticoltori liguri. E suscita un sorriso di simpatia.

Culetti, Culatelli e Culaccini

Culaccino, Puglia Sangiovese Igt.

Del culatello abbiamo conoscenza tutti, almeno qui in Italia. Ma del culaccino? E soprattutto perché chiamare con un nome così buffo un vino? Al di là delle simpatiche battute che potrebbe provocare questo nome, a tavola, vediamo da dove nasce la questione. Prendiamo subito la definizione di Treccani e la riportiamo fedelmente (e ringraziamo la Madre di tutte le Enciclopedie): “culaccino s. m. [der. di culo]. – 1. Parte terminale di salami, salsicce e sim.; anche la parte inferiore di un cetriolo, accanto al gambo. 2. non com. a. Ciò che resta nel fondo di un bicchiere o di altro piccolo recipiente. b. Segno che lascia un recipiente bagnato sul luogo dov’è stato posato”. Ed ecco rivelato l’arcano. Il nome di questo vino, che potrebbe risultate ridicolo o canzonatorio, ha una precisa origine nella lingua italiana. Anzi, più di una. E sono tutte interessanti: il “culetto” del salame (chi non vorrebbe appropriarsene per godere di un boccone prelibato?) o del cotechino, quel che resta, l’ultimo “goccio”, nel bicchiere, e infine quella macchia a semicerchio che tutti conosciamo, lasciata dal “sedere” (a ridaje) della bottiglia o da un calice sulla tovaglia. L’etichetta in questo senso conferma: su un fondo cremisi vediamo, oltre al nome del vino in bella evidenza, alcune macchie di vino. Una di queste forma la “C” iniziale del nome. Che dire? Approvato con sorriso.

La Fatale Fenice del Timorasso dei Semplici

Phoenix, Timorasso, il Vino e le Rose.

Nell’infinita sequela dei vini naturali, barbini e affini, va collocato anche questo Timorasso dall’etichetta poco convenzionale. Iniziamo dal nome dell’azienda, poetico, evocativo, amabilmente retrò: “il Vino e le Rose”. In etichetta, alla base, il nome viene reiterato nell’indirizzo internet: male non fa. Indirizzo e quant’altro, tutto sul fronte etichetta, di solito meno affollato. Ma la protagonista del packaging-design è senza dubbio una infuocata illustrazione che raffigura una mitologica fenice dall’aspetto umano. Una specie di fata del fuoco emerge da flutti fiammeggianti con maestoso incedere. In alto leggiamo il nome del vino, coerente con l’immagine: “Phoenix”. Non sarebbe stato male proporlo in italiano, ma si vede che l’esterofilia ancora paga, sia pure sulle colline tortonesi. Sulla destra si nota un simbolo segnaletico che proclama l’assenza di Co2. Nel complesso non si può dire che questa etichetta passi inosservata. Se non altro per il cromatismo acceso. Forse c’è troppa confusione, troppe informazioni, troppi stimoli tutti insieme. E una certa discrasia tra l’artefatto splendore della fenice e la pretesa genuinità del prodotto.

Spine di Pesce in Terre Toscane

Lische, Chianti Colli Senesi, Podere Arizzi.

Cosa possono avere in comunce le spine di pesce con le colline toscane? Questo vino si chiama proprio così, “Lische”. E lo storytelling del produttore racconta che questo nome è dovuto alla particolare disposizione delle vigne, a lisca di pesce. Nel sito dell’azienda si vede una foto dall’alto, ripresa in etichetta con un tratto disegnato, sulla destra, che raffigura la geometria, sicuramente originale, del vigneto. Non abbiamo dubbi che tale disposizione possa fare bene alle uve (sole, vento, orientamento, etc.), nonché possa facilitare le operazioni legate alla coltivazione dei grappoli di Sangiovese (con un 10% di Merlot) che compongono questo vino. Ma c’è qualche “ma”. Innanzitutto le lische non sono propriamente simpatiche anche a chi adora il pesce in gastronomia. Vengono tolte, evitate, quasi demonizzate. Perché in effetti potrebbero provocare problemi in bocca o, se ingerite, nell’apparato digerente. Inoltre, come accennato sopra, il pesce col Sangiovese c’entra poco, anche se ultimamente gastro-enologi progressisti stanno sdoganando alcuni vini rossi in abbinamento con piatti di mare. Insomma le lische sono difficili da digerire, anche per quanto riguarda le parole. Il design dell’etichetta è spartano, semplice, diretto: fondo bianco con elementi in nero. Nome del vino in primissimo piano, logo aziendale in alto, note tecniche alla base, illustrazione sulla destra. Niente male. Ma l’etichetta non guizza.