Miti e Serpenti della Liguria Toscana

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Gorgonia, Merlot, Giacomelli.

Diversi punti di osservazione per questo vino. Diciamo originalità. Innanzitutto si tratta di un rosato ottenuto da vitigno Merlot (non capita spesso). Aggiungiamo che il vino viene contraddistinto dalla Igt Liguria di Levante, ma di fatto, essendo azienda e vigneti a Castelnuovo di Magra, siamo in quella strana terra di mezzo che amministrativamente è Liguria, ma per tutto il resto è Toscana. In terzo luogo il simbolo, diciamo lo spunto, che caratterizza l’etichetta di questo vino: è un corallo che fornise direttamente il nome a questo rosato che si chiama “Gorgonia”. Il legame concettuale è dovuto al colore del vino, molto bello e, appunto, corallino. Per la cronaca la Gorgonia (il corallo) prende a sua volta il proprio nome dalla figura mitologica greca Gòrgone (questa volta con l’accento sulla prima “o”). Si dibatte se la Gòrgone era un essere a tre teste, Medusa, Steno ed Eurìale. O se veniva impersonata solamente da Medusa, come cantò Omero. Il corallo in questione infatti somiglia alla chioma ricciuta e rossa (formata da ciocche di capelli e da serpentelli) della Gòrgone. L’utlima stranezza è dovuta alla modalità con la quale è scritto il nome sull’etichetta: con una della due “g” a testa in giù. La lettura, in questo caso, non è pregiudicata e questa variante grafica riesce a incuriosire e ad attirare l’attenzione. Tutto sommato nella norma il logo aziendale. L’etichetta comunque ha un suo carattere, soprattutto cromatico, e riesce a farsi notare anche in mezzo al “mare” della concorrenza vinicola.

Contrasti della Cultura Siciliana

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Contrasto del Rosso, Nero d’Avola, Augustali.

Regna la semplicità in questa etichetta siciliana. Nello stile e nei tratti di design. Estrema sintesi che porta ad un contrasto tra nero e bianco, tracciato da una “sky-line” di campagna: si intuisce una luna e forse delle case, un campanile. Per il resto vediamo al centro il nome del vino, assonante con il packaging visto che si tratta di “Contrasto del Rosso”. All’apice il logo e il nome del produttore, che a dire il vero alterna, tra etichetta e sito web, varie denominazioni: dal semplice Augustali, a Bio Fattoria Augustali, fino ad Azienda Agricola Augustali. Insomma ci siamo capiti. Quello che non si capisce ancora bene in Italia e che un marchio deve essere unico e solo quello. Dappertutto nella comunicazione.
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Ma torniamo all’etichetta che ha una sorella gemella per il bianco: Contrasto del Bianco (Vermentino in prevalenza, con un 10% di Catarratto), speculare nello scambio di cromatismi tra nero e bianco. Interessante la spiegazione del nome che troviamo nelle schede tecniche pubblicate nel sito internet dell’azienda: “La Sicilia è da sempre luogo di contrasti: terra ricca e ‘scarsa’, luminosa e buia, fertile e arida, frenetica e pigra. Dall’interpretazione di un territorio unico nasce il vino Contrasto che porta il nome dello stile poetico di Cielo d’Alcamo e della sua celebre Rosa Fresca Aulentissima”. L’opera è stata scritta nella prima metà del XIII secolo in lingua popolare siciliana ed fu di fatto una forma di protesta contro un editto che in pratica salvaguardava gli eventuali stupratori di fanciulle dietro pagamento di una somma elevata e dietro dichiarazione di fedeltà all’imperatore. Ecco l’incipit della prosa: “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state, le donne ti disiano, pulzell’ e maritate: tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate; per te non ajo abento notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia”.

Rosso e Non Più Rosso

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Pink is not Red, Carignan e Syrah, 
La Cave Apicole.

Che un rosato non sia un rosso, in questo caso, viene dichiarato in modo molto evidente. Con una scritta preminente che è anche il nome del vino: “Pink is not Red”. In effetti non è così scontato che tutti lo sappiano. Discussioni, anche tra professionisti del settore, nascono continuamente di fronte a calici di vino che si presentano con varie sfumature di rosa. Ad esempio la Schiava dell’Alto Adige spesso si presenta con un rosso che non è rosso e un rosa che non è abbastanza rosa. Ma qui siamo in Francia, patria dei rosé, e la piccola cantina “naturale” nei pressi dei Pirenei di cui stiamo trattando, utilizza per questo vino i vitigni Carignan e Syrah. Il design dell’etichetta è composto, praticamente, per il 90% dalla grande scritta a mano che presenta il nome. Uno stile molto spartano che dichiara le intenzioni schiette e puriste dell’azienda, in modo anche un po’ sguaiato. Qui il marketing non entra e non c’entra (ma si è sentita la necessità di un nome in inglese, che fa già “global” di per sé): governa il prodotto e chi lo lavora e realizza. Nonostante questo (o proprio a causa di ciò) un po’ di personalità emerge ad opera di una scritta aggressiva come quelle che spesso si vedono sui muri delle città, che invade la percezione come in un grido. Una affermazione forte, un avvertimento spontaneo, un’allerta comunicativo che fa da spartiacque anche nei confronti del consumatore.

Un Tuffo Dove l’Acqua è Più Rosa

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Domaine Casanova, Ile de Beauté Igp (Sciacarellu e Cinsault), Les Vignerons d’Aghione.

I vini in lattina fanno fatica ad affermarsi, ma piano piano crescono. Saranno le nuove generazioni che sono cresciute con le “can” di Coca-Cola, sarà la praticità che l’estate giustamente evoca e richiede. Sarà forse che il vino sta diventando una bibita? Che si stia “birrificando”? Ugualmente la categoria dei rosé, con la bella stagione risorge. Questi due elementi hanno indotto, probabilmente, questo grosso produttore còrso a produrre una variante del loro rosato, anche in lattina. Con un packaging completamente (e giustamente) diverso rispetto all’etichetta del vino in bottiglia. La curiosità è dovuta anche, per inciso, ad uno dei due vitigni con i quali viene prodotto questo vino: lo Sciacarellu. 
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Tornando alle etichette: quella del vino in bottiglia tutto sommato è normale, elegante, ben impaginata, con codici classici di preziosità da vino romantico: un po’ di oro, un grappolo, qualche ghirigoro, caratteri graziati. Più divertente da analizzare il design della versione in lattina: una avvenente e provocante ragazza con occhiali da sole sta sospesa sul bordo di un trampolino, a sua volta ai bordi di una piscina. I capelli e il costume da bagno della ragazzo sono rosa come il vino, nota grafica e creativa che ben si sposa con l’azzurro del cielo (o dell’acqua) in un connubio cromatico comunque molto sfruttato e vincente. Il nome del vino, “Domaine Casanova” conferma l’ambiente sensual-romantico che in questi casi va per la maggiore: cena a due, bordo mare o piscina, lume di candela, vino rosè... il resto è facilmente immaginabile. Ed è questo il ruolo del marketing e della pubblicità, tutto sommato.

Un Aglianico Anarchico (e Romantico)

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Amami, Falanghina (o) Aglianico, Ersilia Petito.

Prima di parlare del naming e del packaging di questi vini è necessario fare una panoramica sull’idea in generale. Sul progetto. A quanto dichiarato da chi ha avuto questa “pensata”, si tratta di un concetto che punta a portare un vino bianco e/o un vino rosso in situazioni romantiche o, in alternativa, molto funzionali alla ristorazione. In questi termini: serata a due, organizzata anche con un “contorno” di allestimento (tovaglia, palloncini, calici personalizzati, etc.) oltre ai vini prescelti, oppure  un banchetto di intrattenimento pre-cena fuori dai ristoranti (stuzzichini e allestimento compresi) per ingannare l’attesa con qualche calice. Questa (in estrema sintesi) è la questione. Passando al naming: “Amami”, diciamo subito che nel mondo del vino è molto sfruttato, rimanendo indiscutibilmente “romantico”.
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Nel marketing tattico del lancio, il nome di questo vino viene supportato dal testimonial Nico Femiano, che non a caso esegue il brano “Amami” come cantante. Parliamo del logo: una grande “A” in stile “anarchia” ma incastonata in una “Omega”. Un segno grafico tra il tribale e il messianico. Certamente, grazie anche alle dimensioni di tale logo, riportato in etichetta, molto visibile e incisivo. Il dubbio è se tali codici grafici e in generale di comunicazione possano “fare bene” a un vino. Probabilmente la proprietà punta maggiormente ad un effetto scenico con le proposte descritte prima, per un romanticismo d’attacco, un consumo di spunta e un approccio culturale “periferico”. P.S.: confermiamo che anche il rosso, l’Aglianico, è in versione frizzante. Al consumatore piacendo.
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Tra i Francesi che s’Incazzano (cit. Paolo Conte)

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Hey French (You Could Have Made This But You Don’t), Garganega con Pinot Bianco e Sauvignon, Pasqua.

Si tratta sicuramente del record di lunghezza per un nome di un vino. Anche se l’azienda, per praticità lo chiama più semplicemente “Hey French”. È un nome decisamente sfidante quello di questo vino, così come è molto coraggiosa l’idea enologica che custodisce nei propri voluttuosi flutti. Vediamo prima il nome: teniamo innanzitutto conto che si tratta di un nome in inglese per un vino italiano. Un nome in  inglese che prende in giro i francesi. Sembra una barzelletta. Ma è tutto vero. La traduzione sarebbe: “Hey, francesi, avreste potuto farlo anche voi questo vino ma non lo avete ancora fatto”. Insomma un coraggioso proclama di superiorità, almeno per quanto riguarda la modalità produttiva. Passando quindi al vino vero e proprio, la novità è che i tre vitigni che lo compongono vengono mischiati anche con annate diverse, precedentemente conservate in cantina. Una sorta di “vintage-blend” come si fa con lo Champagne. La grafica dell’etichetta, molto avanguardista, da rottura netta degli schemi classici che comunque nella zona di Soave vanno ancora per la maggiore, è stata realizzata (ironia della “sorte”) da un artista di nazionalità francese, tale CB Hoyo. Le scritte, a mano, molto disordinate, si mescolano alla rinfusa con macchie di colore ed altri elementi visivi che risultano così improvvisati da far sembrare l’etichetta un bozzetto di qualcosa che verrà. Packaging anacronistico, artistico, provocatorio, dissacrante, sorprendente a suo modo.

Uva Pane e Vino Canterino

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Luscinia, Malvasia Puntinata (del Lazio), 
La Valle dell’Usignolo.

Il nome di questo vino figlio naturale dell’Italia centrale è facile da intercettare. Basta consultare un dizionario di latino per scoprire che “Luscinia” sarebbe a dire “usignolo”.   Inoltre, consultando il vocabolario di Treccani si scopre che è ammessa anche l’accezione poetica “lusignolo”, proprio così, senza apostrofo, come parola unica. L’assonanza con “Luscinia” c’è, ed il mistero è risolto. Non è quindi un caso che l’azienda, nel proprio nome, alluda anch’essa al volatile in questione: “La Valle dell’Usignolo”. Etichetta molto semplice, sfondo bianco, la sagoma di un borgo antico, forse di un castello, probabilmente riferito alla sede aziendale, a Sermoneta in provincia di Latina. Unica concessione alla creatività (a parte l’adozione concettuale dei pennuti canterini) viene dal carattere di scrittura del nome del vino: scritta fantasiosa, quasi fiabesca, color verde smeraldo. Non stona. Per concludere vale quindi raccontare la particolarità del vitigno: la Malvasia Puntinata del Lazio, una delle Malvasie più qualitative in termini di produzione di vino, sembra venisse nominata “uva pane”, dagli antichi romani, a causa della sua generosa produttività. Una vitalità che oggi viene “regolata” da potature e vendemmie verdi al fine di ridurre le rese ed ottenere quindi un nettare più concentrato.

Un Fiano che Parla di Genova, Salerno e Buenos Aires

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Cumalè, Fiano Cilento, Casebianche.

Il nome di questo vino, al nord (in Piemonte ma anche in altre regioni d’Italia) richiama un’espressione dialettale che corrisponde più o meno a “Come va?”. Ovvero il “Cumalè” sarebbe un “Come è?” in senso generale. Ma nel particolare, cioè per questo vino, il “Cumalè” è dialetto genovese. E per la precisione è una parola tratta dal testo di una canzone di Fabrizio De Andrè: Dolcenera, che molti conoscono. I produttori, Pasquale Mitrano e Betty Iuorio, e il loro vino, sono del Cilento, subregione della Campania, ma amano a tal punto l’opera musicale del cantautore genovese che hanno voluto omaggiarne la memoria chiamando questo Fiano con una parola delle note prose da lui composte. E gli “omaggi” no finiscono qui. Nel design dell’etichetta, molto pulito, chiaro, elementare nei tratti definiti e facilmente percepibili, hanno voluto inserire un riferimento al fumettista Hugo  Pratt, creatore del personaggio Corto Maltese. Infatti l’altra stranezza di questa etichetta è quella doppia luna gialla che si vede in alto a sinistra.  Si tratta di una citazione dedicata a quella Buenos Aires di “Tango”, storia speciale del disegnatore e del suo noto personaggio, dove, in un cielo scuro, l’astro d’argento “raddoppia” unendosi alla magia di altri misteri tenebrosi. Un’etichetta, quindi, che non ha nulla a che fare con il vino che contiene, se vogliamo, ma che riesce a farsi notare per eleganza grafica e, se raccontata, può evidenziare due storie interessanti. Certo, così facendo, si potrebbe proprio dire che “vale tutto”. Noi concludiamo dicendo che la personalità, la creatività, dei viticoltori si può esprimere, oltre che nelle qualità intrinseche del vino, anche in questi modi.

Trifola in Rosa per il Mercato Estero


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Curtis Nova “Trifola”, 
Rosato da Barbera e Nebbiolo, 
La Bollina (Export).

Alcuni vini non hanno nome (succede spesso, in etichetta viene riportato o il nome dell’azienda che diventa quindi nome del vino o solo il nome del vitigno che compone il vino). Di contro, alcuni vini sembrano avere troppi nomi. È forse il caso di questo rosato da esportazione della nota azienda piemontese La Bollina. L’etichetta molto pulita, semplice, lineare, possiamo dire anche elegante, sul fronte riporta tre poli attenzionali: in alto leggiamo “Curtis Nova” (identificato come nome di linea ma posizionato così potrebbe sembrare anche nome del vino), al centro quattro numeri “crociati” che sembrano una data, “1888”, molto evidenti anche come cromatismo (rosso e con inchiostro lucido) e infine in basso quello che dovrebbe essere il vero e proprio nome del vino: “Trìfola”. Cercando in rete si scopre che in effetti “Curtis Nova” è un nome di linea, in quanto contraddistingue anche altri vini della linea che La Bollina dedica all’export, soprattutto per il mercato tedesco e scandinavo. Il riferimento numerico dovrebbe essere la data storica del sito residenziale attualmente sede aziendale, riconducibile a tali Marchesi Figari di Genova. Il nome “Trìfola” non si spiega: si tratta di una accezione locale per dire “tartufo”, solitamente quello più pregiato, quello bianco, che si trova in buone quantità e qualità nell’alessandrino. Ma la parola “trifola” all’estero non è conosciuta ed è difficilmente traducibile in quanto semi-dialettale. Inoltre, ma questo è molto soggettivo, un vino rosato non si presta molto ad accompagnare i sapori pungenti, molto forti, del tartufo, sia esso bianco o nero. 

Giraffa Rock per Vino Spot

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African Rock, Cabernet Sauvignon e Pinotage, Aldi (De).

Cosa può fare una grafica accattivante e un inchiostro speciale? Molto, a livello di immagine. Anche nel settore low-price della Gdo (in questo caso tedesca, ma che recentemente ha esordito anche in Italia). Stiamo parlando di un vino sudafricano che in etichetta esprime bene le proprie origini. E la magia di quel continente. Spicca nettamente la sagoma di una giraffa. A dire il vero la giraffa in questione, graficamente, è costituita solo dalle sue “macchie”. La tipica marezzatura cromatica di questo simpatico artiodattilo dal collo lungo. Dietro alla giraffa si scorge un paesaggio da savana stampato in oro, con un inchiostro riflettente. Granata e oro stano molto bene insieme. Il resto, il design, è ordinato, elegante, molto intelleggibile, carattere di scrittura chiaro e immediato, carta goffrata di un certo pregio (almeno come sensazione). Ripetiamo, siamo nell’ambito di un vino che costa meno di 5 Euro, eppure l’etichetta è “spesa” bene. Pensata e realizzata con un certo gusto e con un concetto forte e premiante. Si fa notare e apprezzare. Un marchio, in basso, mette in evidenza un punteggio ottenuto da questo vino da parte di una rivista che si occupa di stile e gourmet: sono le solite cose, ma alla fine funzionano. Un nota su uno dei due vitigni con i quali è prodotto questo vino: il Pinotage è prerogativa quasi esclusiva del Sud Africa, infatti si tratta di un incrocio tra Pinot Nero e Cinsault creato dal Dott. Perold nel 1925 e particolarmente adatto alla celebre zona di produzione di Stellenbosch.

Un Oceano Proprio al Centro della Sardegna

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G’Oceano, Arvisionadu, Cantina Arvisionadu.

Questo vino, invero molto interessante anche come prodotto, ci fornisce l’occasione di parlare di alcune curiose accezioni. Innanzitutto il nome del vitigno in questione: un autoctono quasi sconosciuto che si chiama Arvisionadu e che distingue anche la cantina produttrice (il cui logo è una A maiuscola). Vediamo subito da dove nasce questo nome secondo quanto riferito dal sito web aziendale: “Arvisionadu, avresiniadu, alvu signadu, arvusiniagu: un nome composto da arvu o alvu (bianco in lingua sarda) e signadu o sionadu (segnato in sardo, cioè segnato di bianco, “albus signatus” in latino, marcato con un fiocco, un sassolino bianco, col gesso, come facevano gli antichi romani che frequentavano la zona di Luzzanas e conoscevano il vino, per segnare le cose buone, le giornate fauste da ricordare”. Molto interessante: la questione ruota attorno a un riconoscimento di alta qualità, diventato nome distintivo e così giunto fino ai giorni nostri. Ma anche il nome del vino merita un approfondimento: “G’Oceano” è un adattamento del nome della sub-regione sarda che si chiama appunto “Goceano”. Questo nome, per quanto riguarda questo vino gioca, per mezzo di un apostrofo, con la parola “oceano” (ove di mare non se ne parla nemmeno visto che questa regione della Sardegna è quella più lontana dalle coste e cioè posta esattamente al centro dell’isola). Ma vediamo da dove arriva, con le parole di Wikipedia, questo nome: “Secondo Giovanni Francesco Fara, storico del XVI Secolo, il Goceano, in latino Gothiani, probabilmente deve il suo nome ai gruppi di Goti che ivi si stabilirono. Gli Ostrogoti occuparono brevemente l'isola tra il 551 e il 552. Secondo un'altra interpretazione Goceano o Guttiánu deriva da gúttiu (goccia), ad indicare la ricchezza di sorgenti d'acqua“. Se aggiungiamo che l’azienda opera nel tancato di Luzzanas (secondo quanto riferito dal sito internet della medesima) il quadro semantico si fa complesso e misterioso, infatti il termine “tancato” non risulta nemmeno nel vocabolario della Treccani che si limita a riportare “tanca” come “...appezzamento di terreno recintato con muretti a secco o con siepi di fichi d’India”. Tornando all’etichetta di questa bottiglia e commentando il suo design possiamo dire che l’azzurro è davvero molto ottico, molto intenso, forse troppo per un vino bianco. Ottico anche il decoro rotondo al centro, tipico dell’arte antica decorativa della Sardegna. L’impaginazione è pulita e ordinata, la visibilità è assicurata.

Speziature Semantiche nella Lunigiana Medievale

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Pepe Nero, Vermentino Nero, 
Castel del Piano.

Chiamare un vino “Pepe Nero”, ma si può? Certo che si può: ci hanno pensato questi “bravi ragazzi” della Lunigiana. Non solo il richiamo al pepe, a sfumature speziate, spesso nel vino “ci sta”, ma anche in un discorso gastronomico lo spazio all’immaginazione rende bene. Partiamo dai vitigni, perché questo Vermentino Nero è davvero raro in Italia. Fa parte di quella dotazione di vitigni autoctoni dei quali il paese è ricco e che molte volte vengono sottovalutati se non dimenticati. E allora vediamo l’elenco dei vitigni “sperduti”, citati da questo produttore nel proprio sito web: “La Lunigiana è il territorio più ricco d'Italia per vitigni autoctoni. Per secoli è stata terra di passaggio di genti e merci (Via Francigena, Via del Sale, ecc.) e forse proprio questo ha arricchito il patrimonio viticolo. I vitigni lunigianesi sono oggetto di studio da parte dell'Università di Pisa con il contributo di molti appassionati viticoltori. Citiamo i nomi di alcune varietà: vermentino nero, pollera, marinello, groppello, durella, albarola, uslina, lugliesa, bracciola, barsaglina, caloria, luagda, pinzamosca, verdella, varano bianco ecc.”. Interessanti anche gli altri nomi dei vini di Castel del Piano: Lunalies (rifermentato da Vermentino Nero), Claré (rosato da vitigni vari), Durlindana (Pollera, uva ufficialmente rossa ma che genera rosatelli), Pianpiano (Durella Gentile), Sassomatto (Canaiolo, detto anche Uva Merla), Groppolungo (sempre Canaiolo), Melampo (Pinot Nero) e infine il top di gamma Castel del Piano (nome dell’azienda), un Merlot in purezza affinato in barrique. E per quanto riguarda il design delle etichette? Non tutte riuscitissime ma certamente fantasiose, curiose, “azzardose”, simpatiche, colorate, moderne. Noi abbiamo estrapolato dal sito internet quella che ci è piaciuta di più. 

Zibbo o ZIbibbo? Sicilia o Sardegna?

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Zibbo, Cannonau di Sardegna, 
Cantina Canneddu.

Questo vino nasce in Sardegna, non in Sicilia. Sempre di una delle nostre isole maggiori si tratta, ma la distinzione è d’obbligo quando si legge un nome così: “Zibbo”. La mente, la memoria, l’esperienza culturale e sensoriale va subito allo Zibibbo, vino esclusivamente e sicuramente siciliano. Certo, subito sotto al nome leggiamo “Cannonau di Sardegna” e quindi la geografia e l’ampelografia vengono chiarite. Però quello che si vede subito, più grande, più visibile è proprio “Zibbo”, e si sa che la gente spesso è distratta. Si rischia di trasmettere, nell’immediato, un messaggio fuorviante. Ma vediamo cosa dice di specifico l’azienda, nel proprio sito web, riguardo a questo nome: “...abbiamo voluto un nome forte che racchiudesse come in un unico suono questa essenza, la somma di queste caratteristiche: Zibbo. Era questo infatti il soprannome di Boelle Canneddu, severo padre di Tonino (attuale titolare n.d.r.). Nei nomi sono spesso racchiuse le essenze delle cose come i destini delle persone e Zibbo è il nostro Cannonau perché racchiude in sé la tenacia, la forza e l’ebbrezza di padre e nonno Boelle”. Si tratta quindi del nome di un antenato: il rispetto c’è, il rischio di un corto-circuito percettivo, anche. Per quanto riguarda il design in etichetta ecco quanto dichiara il produttore, sempre nel sito internet: “Un buon vino resta impresso come un segno indelebile nella memoria sensoriale di chi lo degusta, un ricordo che altri elementi rafforzano e sottolineano, come il colore il profumo e perché no l’etichetta. Si dice che l’abito non fa il monaco ma è vero anche che non vi siano monaci senza l’abito, un’etichetta sobria ed elegante con il colori del bruno e dell’oro che racchiude la preziosità del costume tradizionale femminile del nostro paese. Un rosone dorato: gioiello di donna su fondo scuro, quasi testa di moro, come il colore della gonna, chiamata in Sardo ’Goresi’. L’equilibrio sobrio e misurato tra elementi grafici e testo non distrae dal contenuto e lo completa con la forma, in un movimento elegante, senza eccessi, come la compostezza del nostro ballo ‘Su Passu Torrau’ nato a Mamoiada e diventato poi distintivo di tutta la Barbagia”. Ben spiegata, ben motivata, molto gradevole alla vista, distintiva, elegante, al tempo stesso sobria, storica, culturale... ci sono molti elementi positivi in questa etichetta. Peccato non accompagnarla con un nome diverso, più adatto e meno rischioso.

Il Panorama Asettico di uno Stile Anomalo

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Elivià e Alené, Pinot Grigio e Pinot Nero, Lefiole.

La recente storia di questi due vini è uguale a molte, di quelle che si apprendono nel mondo della viticoltura. Un nonno che coltivava la vite e che vendeva i grappoli (conferiva, è il termine esatto) alla cantina sociale. L’esigua produzione di vino era limitata al consumo famigliare. Poi, le nuove generazioni, in questo caso sotto le vesti di Elisa e Silvia, le “nipotine”, decidono di “mettere a frutto” non soltanto la vite ma anche la passione e la conoscenza secolare degli avi con l’obiettivo di produrre in proprio. Ed ecco qui che, per ora, vengono proposti al mercato due vini: un Pinot Grigio e un Pinot Nero. Bello e fluente il sito internet dell’azienda: semplice, simpatico, diretto. Il nome dato all’azienda è “Lefiole”, tutto attaccato, che nel dialetto locale significa affettuosamente “le figlie”. I nomi dei due vini sono una fusione dei nomi delle due ragazze, Elisa e Silvia, e dei loro genitori, Angela ed Enzo. A dire il vero il primo è facile da intercettare: ELIsa e silVIA, mentre per il secondo bisogna fare qualche acrobazia da cruciverba, ma insomma, ci fidiamo. Il packaging va di pari passo con il design moderno e “filante” del sito web citato prima. Sorprendenti (non proprio in positivo) i due colori scelti: un giallino acido e un viola algido. Su fondo nero campeggiano in grande evidenza i nomi dei vini. Sotto di essi un panorama collinare molto sintetico (in tutti i sensi) trasmette sensazioni meccaniche, quasi atomiche. Certo che nel panorama commerciale dell’Oltrepò Pavese questo “stile” rappresenta obiettivamente una novità.

La Barbera Tutta Suonata

Rebarba, Barbera d’Asti, Post dal Vin.

Dopo aver appreso notizie che riguardavano certe vigne coltivate a suon di Mozart, ecco arrivare il vino “tutto suonato” del Maestro Beppe Vessicchio. Il noto compositore e direttore d’orchestra è napoletano, ma qui siamo nell’astigiano dove con il vino si fa sul serio, da secoli. Eppure il progetto è iniziato ed è stato portato a termine con le prime 4 mila bottiglie. Un progetto folle, o come minimo per menti aperte. In pratica, dopo aver fatto un test su alcune bottiglie di Barbera, si è scoperto (seri assaggiatori) che facendo ascoltare musica al vino, il prezioso nettare diventava più gradevole. Si è passati quindi a “suonare” direttamente le botti che lo contenevano. Incredibile ma vero. Il progetto portato avanti non senza un velo di ironia dall’iconico Maestro Vessicchio, ha previsto anche la creazione di una etichetta dedicata e di un nome particolare: Rebarba. Anagramma di “Barbera” ma anche una chiara allusione a uno dei Re del Piemonte enologico nonché, anche nell’immagine in etichetta, alla barba del musicista/enologo. Nome curioso, divertente, memorabile, evocativo. Etichetta dalla grafica moderna, insolita, impattante, bizzarra, fuori dalle righe... ma non da quelle del pentagramma che il Maestro utilizza per “ammaestrare” il vino. Le frontiere dell’enologia contemporanea non hanno limiti prestabiliti!

Una Pennellata (Anzi Due) di Perplessità

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1910, Chardonnay, G.V.P. (Losito e Guarini).

Ci sono ragioni del commercio che il cuore non può spiegare (e/o viceversa). O forse si tratta di diversità di vedute, così come può cambiare il panorama tra l’Oltrepò Pavese e le Langhe (non di troppo, a livello estetico, forse molto a livello qualitativo). Fatto sta che uno scaffale della Gdo ci ha “offerto” questa etichetta, apparentemente molto semplice da analizzare. Fondo scuro, nero, che sta sempre bene. Il nero sfina, dicono. Fa eleganza a prescindere. Nella parte superiore abbiamo un nome che è un numero, sembra proprio una data, 1910 che scavando nella storia del produttore si rivela il collegamento con una lontana apertura di una trattoria proprio in quel periodo. Qui sta la chiave di lettura perché si scopre che il nonno, il “fondatore” del “trani” (osterie di una volta che servivano vini al calice, anzi in tazza), era appassionato di disegno, di pittura, di arte. I nipoti a quanto pare riscoprono in soffitta dei bozzetti e li ripropongono sulle etichette delle attuali linee di produzione dei loro vini. L’arte moderna, più o meno contemporanea, non conosce vie di mezzo: o piace o non viene capita. A noi rimane solo di commentare queste due pennellate di tempera, una dorata, l’altra azzurra. Due “sporcature” cromatiche nel mezzo di un design pulito ed essenziale, mettiamola così. E al limite, e per concludere, possiamo parlare del particolare carattere di scrittura del nome (in questo caso un numero) del vino, con le cifre intervallate da tre croci. Croce e delizia, si potrebbe dire.

Oro e Nero, Sfarzo e Gusto

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Gavi dei Gavi, Cortese (Gavi Docg), La Scolca.

L’etichetta più rappresentativa della storica azienda La Scolca di Gavi è stata recentemente rinnovata e dotata di un look ancora più sobrio e lineare: sempre fondo nero, particolari e caratteri in oro e bianco con una presenza importante dello stemma comunale al centro. Oggi, rispetto a ieri, l’etichetta è ancora di più “Black Label”, come ama chiamarla la titolare di La Scolca, Chiara Soldati (il cognome è proprio quello, per affinità famigliari, di Mario Soldati, noto scrittore ed estimatore di enoica bellezza). Ma c’è di più. In occasione delle celebrazioni per i 100 anni dell’azienda è nata una versione speciale: un packaging a serie limitata presentato nel corso degli eventi che hanno festeggiato un secolo di vendemmie di questa radicata realtà piemontese (ai confini con la Liguria). La bottiglia delle celebrazioni, Gold Limited Edition, è tutt’altro che sobria: abbiamo infatti un efficace affiancamento, un contrasto attenzionale, di un’etichetta “alla Giorgio Armani” con un industrial design molto sfarzoso che si concretizza con un vetro totalmente dorato, anzi l’effetto è proprio quello di oro massiccio lucido, praticamente specchiato.  Spicca in prossimità del collo della bottiglia, il bollo rosso dei 100 anni in simil-ceralacca: molto efficace per il colpo d’occhio che il packaging di una bottiglia di vino dovrebbe sempre offrire ai potenziali clienti. Un’ultima, “last but not least”, notazione sul nome del vino: Gavi dei Gavi è un naming indovinato perché insiste opportunamente sulla denominazione “Gavi”, fiore all’occhiello del vitigno Cortese, e quindi sulla “specializzazione specifica” dell’azienda (per essere anche noi un po’ ridondanti nel testo). Da notare che questo nome potrebbe essere annoverato tra gli antesignani (il nome Gavi dei Gavi è stato registrato in Europa da La Scolca nel 1969) di un altro affermatissimo nome di un vino di successo, quel “Pinot di Pinot” di Gancia (anch’essa azienda piemontese di nascita) che nei primi anni ‘80 con questa intelligente ripetizione testuale del vitigno/concetto divenne marchio di riferimento e grande successo commerciale (in quel caso “Pinot di Pinot” si riferisce al fatto che il vino, spumantizzato, viene prodotto con tre Pinot diversi: Bianco, Nero e Grigio). 

Il Verdacchio Farà il Botto?

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Co’l Botto, Verdicchio e Verdacchio, 
Tenuta Montagnani.

La storia di questo vino è interessante per quanto riguarda i vitigni che lo compongono. E anche il nome offre l’occasione di qualche spunto. Federico Montagnani, titolare dell’azienda, ha le proprie vigne nei dintorni di San Gimignano, con una grande presenza della celebre e locale Vernaccia, logicamente. Negli anni si accorge di avere un piccolo appezzamento (ereditato dal nonno) con un vitigno che non conosce. La vite viene inizialmente identificata come Verdicchio, il vignaiolo ne pianta ancora per poter avere una maggiore quantità di raccolto ma poi scopre che il primo non è Verdicchio ma... Verdacchio (nome inventato sul luogo perché davvero non si riesce a capire bene di che uva si tratti). Insomma sempre, con la V ma diverso. Nasce questo vino, frizzante, con tappo a corona, costituito al 50/50 da Verdicchio e Verdacchio, e gli viene dato come nome “Co’l Botto”. Certo il botto non lo fa, perché il tappo a corona non è “coreografico” come quello di sughero, a fungo, che di solito tappa i vini spumantizzati. Ma diciamo che l’effervescenza un certo effetto lo genera, all’apertura della bottiglia. Espressione divertente, scherzosa, evocativa, “Co’l Botto”, umorismo toscano che evoca momenti di festa, di celebrazione, di giovialità. E questo fa bene al ricordo e alle vendite del vino. Veniamo all’etichetta: tutta nera, tranne una traccia bianca che simboleggia un calice. Al suo interno un cerchio con un’onda di vino. Il tutto risulta ordinato, attenzionale ma anche non completamente interpretabile. In generale però abbiamo una elevata performance in termini di comunicazione. L’originalità si manifesta anche nel design industriale della bottiglia di forma insolita, più tozza del solito. Tipo fiasca di rum.

Un Vino Bianco Rosato, Bello Avvitato

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White Merlot, Bel Vino Winery.

Siamo in California. Azienda di grandi dimensioni. Molto commerciale. Il produttore si chiama “Bel Vino” in italiano. Nome che campeggia anche su molte delle bottiglie in gamma. Si tratta quindi di un vino bello o di un vino buono? Bello è anche buono? Partiamo dall’etichetta: non contenti di proporre la stranezza di un “Merlot in Bianco” (che poi risulta rosato, ma fa niente), non contenti di proporre il tappo a vite, non contenti di definire tutto ciò “bello”, propongono un packaging design sinceramente imbarazzante. Foglie di vite sparse su un fondo lapidario “rallegrato” da caratteri in oro in stile Liberty, diciamo così. Eppure in America non sono indietro col marketing e con la comunicazione, anzi. La pubblicità è nata proprio da loro negli anni ‘50. Tutto il mondo è paese, si dirà. Oppure, alla fine, è questione di target. Di posizionamento, dicono gli esperti del branding (che non è il nome di un cocktail). E cosa dicono di questo prodotto, in particolare, coloro che lo producono? Vediamo: “White Merlot was specially handcrafted at Bel Vino’s boutique winery from top quality California grapes. The wine was styled as a rosé which created its ruby red color. This varietal has aromas and flavors of strawberry and raspberry, and its light residual sugar level contributes to a long, cherry-berry finish. This wine pairs exceptionally well with fish, chicken, light pasta and rice dishes, other light foods and is also great for sipping. White Merlot is best when served chilled“. Business is business, aggiungiamo noi e chiudiamo qui l’argomento.

Etichette Frizzanti e Provocanti

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Sgarzella, Passerina Pet-Nat, Podere San Biagio.

L’antologia creativa e narrativa su quel vitigno aprutino che si chiama Passerina è ricca di episodi più o meno allusivi. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Qualcuno potrebbe parlare di vituperio della figura femminile, altri continuano allegramente a scherzarci sopra senza malizia. E’ il caso di questo vino di Podere San Biagio (famiglia Fiore) che è stato chiamato “Sgarzella”. Interessante la fonetica e l’origine semantica di questo nome: suona un po’ come “gazzosa” (che in effetti significa “bevanda gassosa”) e un po’ come “sgàrzola”, al nord forma gergale per “ragazzetta”, liberamente abbinabile a “sbarbina”. Ebbene la “sgarzolità” della questione è confermata dall’immagine in etichetta: una suadente, bionda sirena desnuda e tatuata (sul petto ha un grappolo d’uva). Immagine iconica, curiosa, a suo modo ancestrale. Certo, la sirena è “come mamma l’ha fatta”, almeno nella parte superiore, e quindi potrebbe incorrere in ire femministe, ma alla fine si tratta di un topless artistico in stile vintage. La sirena in questione è morbidamente adagiata in un calice (da Champagne) e circondata da bollicine. Il vino infatti è un “Pet-Nat”, petillante naturale, volendo fare un adattamento  della parola francese che lo identifica. Qui da noi più semplicemente vino bianco frizzante. Si tratta in effetti di una etichetta “sfrizzolante” e perché no, attraente. Aggiungiamo pure simpaticamente.

La Libertà di Chiamarsi in Francese

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Liberté, Sangiovese e Cabernet, Tìaso (Viticoltori a Scansano).

Una nuova realtà vitivinicola toscana che coltiva uve in maggior parte Sangiovese, si presenta con due vini dall’etichetta nettamente diversa. Quella che vediamo qui, la più fantasiosa delle due, riguarda un blend di rossi. Ma partiamo dal marchio: “Tìaso” è il nome dell’azienda (e dell’altro vino in gamma) e come logo viene abbinato a una iconografia che ricorda una foglia di vite e un graffito preistorico (si vede in basso, nell’etichetta). Secondo Treccani il nome viene “...dal latino thiăsus e dal greco ϑίασος. Nell’antica Grecia, associazione di carattere religioso; in origine era probabilmente un’associazione dionisiaca, che si dedicava al canto e alla danza orgiastica proprî del culto di Dioniso, ma talvolta si costituirono ‘tìasi’ anche in onore di altre divinità (Afrodite o Eracle)”. C’entra Dioniso, ci siamo. Il logo dell’azienda rimane un mistero, ma ci fidiamo. Desta qualche perplessità il nome di questo vino: “Liberté”. In francese. Certo il concetto di libertà è importante e pregnante, ma ci chiediamo perché esprimerlo nella lingua transalpina che rappresenta per noi un chiaro riferimento alla concorrenza dei cugini francesi nel mercato internazionale del vino. Per la cronaca l’artwork (disegno originale) è di Corinne Catherin, nome e cognome che tradiscono origini francesi, per cui forse l’arcano va ricercato lì. Forse una parentela, forse una simpatia.

Allegorie di Marchi in Basso Piemonte

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Barbera d’Asti, Davide Laiolo,
(Tenuta Bricco San Giorgio), Vini Laiolo.

La prima evidenza di fronte all’etichetta del Barbera d’Asti di questa piccola cantina del Basso Piemonte è una crisi di identità. Alla base infatti, come logo, leggiamo (cognome, nome) Laiolo Davide (che già sarebbe scorretto). Il dominio del sito internet si chiama “Vini Laiolo” e nella relativa Home Page viene evidenziato in grande “Tenuta Bricco San Giorgio”. Troppa grazia Sant’Antonio! Tre marchi per una piccola produzione. C’è qualcosa che non va. O meglio, c’è qualcosa da ri-sintonizzare. Si tratta di scegliere: nome e cognome del produttore, cognome della famiglia o nome proprio legato magari alla località. Ma il marchio, e il logo, deve essere uno e sempre quello. A parte questa notazione iniziale: il vino in questione non ha nome (l’altro, unico, vino dell’azienda ce l’ha e si chiama “Rossomora”. Non male.) e si presenta in modo, quanto meno, molto originale. Il design dell’etichetta, infatti, è costituito in gran parte da una serie di punti colorati. Molto vistosi, certamente. Davvero insoliti (si fanno notare anche da lontano: positivo). Alquanto strani. Forse anche troppo. Coloratissimi, allegorici, carnevaleschi (coriandoli?). Nel turbinìo di colori si nota una traccia, una lettera, una “D”. Probabilmente la D di Davide (nome del titolare), mentre della L di Laiolo (cognome) non vi è traccia. Emergono ampie migliorie da mettere in atto. Questo sì. 

Facile Come Dire Disponibile

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Available, Blend di Rossi, Taken Wine Co.

L’azienda che “rilascia” questo prodotto è americana e uno dei titolari di cognome fa Trinchero. Per l’esattezza si tratta di un trentenne che si chiama Carlo, nipote di un pioniere della Napa Valley, tale Mario Trinchero a sua volta figlio di Roger Trinchero, Chairman e CEO della Trinchero Family Estates fondata nel 1948. Insomma, un cognome, una garanzia, anche dal punto di vista concettuale, semantico, etimologico. Bene. Tra le altre linee di prodotto che il giovane Trinchero propone abbiamo un bianco (Pinot Grigio Igt Puglia, mica il solito, “delle Venezie”) e un blend di rossi (50% Sangiovese, 25% Cabernet, 25% Merlot) entrambi contrassegnati dal nome “Available”. Semplice e diretto: available significa “disponibile”. Insomma, se un vino è sempre disponibile si immagina facilmente che non ci sono limiti di produzione. Sempre pronto, sempre a scaffale, facile da acquistare e da bere. Un prodotto, dice l’azienda, indirizzato ai Millennials. Ove il nome è discutibile (e infatti qui ne stiamo amabilmente discorrendo) l’etichetta è gradevole, otticamente molto presente, con un elaborato illustrato trasmette dinamicità, spigliatezza, estro e anche preziosità, in un certo modo. Potrebbe essere lo svolazzo di una piuma. Più comprensibilmente sembra un’opera digitale di quelle ottenute con qualche filtro di Photoshop. Ma su questo sospendiamo il giudizio. Il risultato è valido.

Perdere i Sensi ha un Senso

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Barbagòl, Lagrein, Laimburg.

naming concept brand etichette vinoIn Alto Adige hanno sviluppato una pervicace passione per l’arte contemporanea, insomma per quei quadri che in apparenza non dicono nulla, ma che sottendono significati di alta valenza filosofica, esistenziale, psicosomatica e quant’altro. Di fatto queste emanazioni artistiche finiscono spesso sulle etichette dei vini. Anche in questo caso, per la cantina Laimburg, premiato produttore dolomitico, con vari soggetti firmati da Robert Bosisio. Rettangoli molto colorati, vistosi, sgargianti, quasi monocromatici, certamente monolitici nella loro “espressività”. A qualcuno piace, questo filone pittorico. A parte questo, abbiamo notato un altro fattore creativo nelle etichette in questione: i nomi dei vini. Questi due che portiamo ad esempio sono Barbagòl (Lagrein) ed Elyònd (Gewürztraminer). Altri nomi della medesima gamma di vino sono: Oyèll, Sass Roà, Saphir. I primi due nomi, in particolare, quelli di cui mostriamo il fronte etichetta, derivano da racconti mitologici, fiabeschi, delle montagne e dei boschi dolomitici.
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Molto difficile da trovare anche su Google, Barbagòl (spesso chiamato Barba Gol, e quindi facilmente confuso, da parte dell’algoritmo che regola il grande motore di ricerca, con qualcosa inerente al gioco del calcio) nei racconti di un tempo sarebbe “un malefico stregone il cui unico intento era quello di gettare le sue infide bategoi, “stregonerie”, sugli uomini per stordirli e ingannarli, ovvero per far perdere loro il senso della realtà”. Un vino che inebria a tal punto da far confondere, forse congiungendoli, sogno e realtà. Mentre per quanto riguarda Elyònd si tratta di una “principessa della montagna dai capelli dorati”. Che evidentemente confonde i bevitori con altre tecniche ammaliatrici. Nomi non facili da ricordare, ma ottimi per ricondurre a qualcosa di magico, di fiabesco, di evocativo, e per questo adatti alla mitologia stessa del vino. Per il resto, la grafica in etichetta (caratteri di scrittura, impaginazione) è molto ordinata, pulita, elegante. In perfetta armonia con il carattere di quei luoghi.

C’è una Strada nel Mezzo

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Via Nova, Godello, Pagos de Galir.

L’evidenza più originale e comunicativa di questa etichetta spagnola è la particolare cartotecnica con la quel è realizzata. Si tratta di una “fustella” realizzata ad-hoc che in pratica spezza l’etichetta in due, facendo passare nel mezzo una strada creata dal vuoto della carta. Una strada “di vetro” che sfrutta la trasparenza, o meglio la luccicanza della bottiglia. Soluzione certamente originale, che ha un suo costo (comunque non elevato), e che è in grado di farsi notare, nonché di esprimere bene un concetto. Il nome del vino rincorre e perfeziona il “discorso stradale”, infatti questo Godello (vitigno bianco galiziano) si chiama “Via Nova”. Facile la comprensione, anche in Italia. In più il produttore informa che: “Via Nova deriva dalla strada romana, costruita durante la dinastia dei Flavi, che ha unito il popolo di Bracara Augusta (Braga-Portogallo) e Asturica Augusta (Asturie)”. Insomma, a parte la viabilità, abbiamo anche una storia (nella quale c’entrano sempre gli Antichi Romani). Bello anche il carattere di scrittura del nome, ricercato ma leggibile, dinamico e al tempo stesso aggraziato.