Ozio Creativo in Botte Piccola

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Ozio, Montepulciano d’Abruzzo, 
Irene Cameli (Az. Agricola).

Sull’ozio e sulle sue caratteristiche hanno scritto poeti di svariate epoche. Gli Antichi Romani sostenevano che la “non attività” sarebbe in grado di tradursi in sprazzi di creatività superiore. Altri pensatori hanno affermato invece che si tratta proprio del “padre dei vizi”. Certo che quel modo lascivo di riposare che ha il vino quando viene elevato per mesi, per anni, in botti di rovere o affini, merita di essere riconosciuto come una disciplina conforme all’innalzamento della qualità. Ed ecco che questo vino rosso Igt, sia pure corposo e verace, che viene lasciato maturare 24 mesi nel legno, prende il nome di “Ozio”. L’etichetta conferma l’indole oziosa, ma anche preziosa, della comunicazione. Un fondo marrone evidenzia caratteri e segni grafici in oro. Eleganza e semplicità si rincorrono. Al centro del packaging-design campeggia grande quella parola in grado di essere yin e yang, croce e delizia, positiva o negativa secondo il back-ground culturale e filosofico di ognuno. Blandire l’ozio è un rischio? Forse. Più probabilmente si tratta di un coraggioso atto di scardinamento di regole antiche che vedevano l’ozio come una peste, una colpa, una maledizione. Non tutti gli ozi vengono per nuocere, quindi. È forse questo il messaggio di un vino che invita a pranzi dilatati nel tempo, in pomeriggi pigri, a cene che sconfinano nelle ore piccole, a brindisi senza fine.

Arrossamenti che Portano Irritazioni

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Inferi, Montepulciano d’Abruzzo, Marramiero.

Innanzitutto dobbiamo dire, giocando un po’ con le parole, che il nome di questa azienda e come se facesse “marameo” a chi legge. Infatti la lettura veloce potrebbe far percepire proprio questa scanzonata accezione da monelli. Per l’esattezza il marchio del produttore è “Marramiero” (che sarebbe il cognome della famiglia proprietaria). L’etichetta che andiamo ad esaminare, uno dei vini in gamma, è molto infuocata. Infatti tratta di qualcosa di infernale. Il nome del vino è “Inferi” e nell’illustrazione sottostante si può notare un groviglio di anime in stile dantesco ma con tratti moderni. Il rosso, si sa, è colore di allarme, di pericolo, di attenzione (anche). Questa etichetta, oltre ad un cromatismo acceso presenta una inquietante mescolanza di corpi dannati che solo la sintesi grafica (lo stile con il quale sono disegnati) riesce in parte ad attenuare. Sulla destra una figura sembra aiutare un’altra ad uscire dal pantano magmatico. La “plasticità” delle immagini non tranquillizza: la scena è di quelle in grado di agitare i flussi mentali anche dei più compassati. Certo si fa notare. Ma in che modo? Farsi notare con violenza non vale il rischio di fare danni di immagine o semplicemente il rischio di non piacere a qualcuno che degli inferi non ne vuole proprio sapere.

Etichette che Mettono Paura

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Fistful of Flowers, Moscato Giallo e Vermentino, Momento Mori.

Chissà se il nome di questa azienda (tanto per iniziare con le critiche) è un errore (rispetto al noto motto latino “memento mori”) o un gioco di parole voluto. Certo che “Momento Mori” fa molto “momento della morte”. Bizzarra nominazione in ogni caso, questa, proveniente dalla lontana Australia. Ma non è solo questo l’aspetto di cui vogliamo parlare. Passiamo quindi al nome del vino che è “Fistful of Flowers”, sarebbe a dire “mazzo di fiori” o meglio, testuale dall’inglese, “pugno di fiori”. Un modo, forse, per bilanciare il sentimento funebre del nome aziendale. E l’etichetta? Molto particolare. Originale soprattutto nella sua formulazione cromatica. Sfondo scuro, fiori arancioni e rossi. Fosse tutto qui potremmo archiviare il packaging come “tappezzeria”. Ma al centro del design vediamo una farfalla. Inquietante: ricorda quella del noto film “il Silenzio degli Innocenti”. E più in generale ricorda (e probabilmente rafforza) il concetto di provvisorietà dell’esistenza, dove il bruco, sostanzialmente morendo, diventa farfalla e la farfalla... è destinata a una vita breve (da poche ore a otto mesi, dipende dalla specie), sia pure allegra, dolcissima e svolazzante. Certo che nel suo complesso questa etichetta non è tranquillizzante. La provocazione è tutt’altro che latente. Forse il vino ha velleità magiche? Pozione di lunga vita?

Valori e Pricing di una Bottiglia di Vino

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Matarocchio, Cabernet Franc, Guado al Tasso.

Il nome di questo vino deriva dal nome topografico, storico, di un podere (Matarocchi) di proprietà dell’azienda produttrice (Antinori). L’impressione è quella di un nome “contadino”, anche scanzonato, se vogliamo. Sappiamo invece che una bottiglia (una) di questa eccellenza enologica costa 350 Euro (trecentocinquanta). C’è poco da scherzare. E, oltre al nome del vino, come potrebbe essere il packaging di un vino di cosi grande valore, intrinseco e commerciale? Lo vedete qui a sinistra. Elegante, ordinato, valoriale, senza guizzi artistici. Si potrebbe anche dire: tradizionale, classico. Quindi il valore chiama sobrietà? Ci sono anche casi contrari. Ma in generale si può ben dire che i vini di “alto lignaggio” (e non parliamo di legno, anche se spesso questi vini sono “barricati”) si presentano sempre con una veste altera. Senza fronzoli, illustrazioni, allegorie o altro che possa inficiare la loro “serietà”. Diciamo bene, la loro credibilità. E probabilmente è giusto così, considerato anche che di solito questi vini sono una emanazione di aziende molto grandi, strutturate e potenti in termini commerciali. Quindi aziende che non hanno bisogno di farsi notare se non con la preziosità impressa dalle manovre di marketing. Quello che si aspetta chi paga 350 Euro per una bottiglia di vino, certamente, è qualità a tutti i livelli. Dal packaging al tappo, dal servizio clienti al vino stesso, ci mancherebbe. Il mercato ha le sue regole, il design e la creatività invece non ne dovrebbero avere.

Dal Nepal alle Langhe il Nesso è Breve

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Swanti, Barbaresco, La Vedetta.

Si tratta dell’ultimo nato... di una ultima nata. Questa giovane azienda infatti, guidata, non ci sarebbe bisogno di dirlo, da una giovane coppia, è tra le più recenti tra quelle che si sono affacciate sulle maestose terrazze delle Langhe. I ragazzi, che si chiamano Marco e Swantje sono rispettivamente italiano lui e tedesca lei. Ed ecco svelato l’arcano del nome di questo vino (sia pure leggermente diverso): “Swanti”, che in effetti suona strano in terra piemontese. Complice il fatto che conducendo brevi ricerche si giunge a conoscenza di una celebrazione, un festival religioso, in Nepal. Esattamente (da Wiki in inglese): “The festival highlights the central role of women in the household, and the rituals are related to wishing for good fortune of the family members by presenting them auspicious items and praying for longevity by placating the god of death. During the festival, windows and doorways are decorated with flower garlands and lamps. It is held according to the lunar calendar so the dates are changeable. In 2017, the festival is 17–21 October”. Ora, non sappiamo se il nome della vignaiola di origini tedesche sia da ricondurre alla festa nepalese. Ci limitiamo a osservare la stranezza di leggere in etichetta “Swanti” e “Barbaresco” insieme. Due idiomi davvero diversi. Ma forse proprio questa stranezza è in grado di attirare l’attenzione degli astanti. Anche per merito degli altri elementi dell’etichetta, molto “contemporanea”, alluminata se non allucinata (in senso positivo). Resta, di italica suadenza, il nome dell’azienda: “La Vedetta”. E qui ci siamo con ricordi di battaglie e conquiste, soldati e taverne, tamburi e bicchieri.

Come Dire Bianco in Giallo

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Bianco, Chardonnay-Sauvignon-Pinot Grigio, Dario Princic.

Questo “Bianco” scritto in giallo ci fornisce l’occasione di reiterare una ormai famosa “battuta” che si sente dire attorno a un desco: “Come mai i vini da uve gialle si chiamano bianchi?”. E’ una questione minima. Ma massimizzante in termini semantici. Dicotomie vitivinicole alle quali abbiamo fatto abitudine. Certo che questo Bianco-Giallo attira l’attenzione. Se non altro perché in etichetta c’è solo quello. Oltre al nome del produttore, ci mancherebbe. Siamo in Friuli ma si potrebbe dire Slovenia, visto che i confini vinicoli da quale parti non sono tracciati se non in termini geologici. Terre asciutte, come chi ci abita e lì produce vino da secoli. Va da sé che anche le etichette possano risultare rastremate, lineari, semplici, senza fronzoli, dirette, taglienti. In questo caso la valenza creativa che ci viene concessa è la modalità artistica con la quale viene scritto il nome del vino. Delle tracce di colore, delle strisce, dei tratti, pittorici, pennellati, amanuensi, che incasellano il nome “Bianco”. Facile, no? Si tratta di un vino bianco, Igt Friuli Venezia Giulia, questa la dizione legale. Per il resto, invece, è tutto particolare. Lavorazione, rese, a anche il prezzo, che non è dei più abbordabili. Ma il lavoro c’è. E un certo orgoglio assolutista, anche.

Mosca (e Vino) con Simpatia

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Mosca Bianca, Tai bianco-Garganega-Incrocio Manzoni, Siemàn.

Iniziamo dal nome dell’azienda, “Siemàn” che, come raccontano i titolari significa “sei mani” in dialetto veneto. In quanto: “Siamo tre fratelli, Marco, Daniele, Andrea Filippini. Venendo da percorsi professionali del tutto diversi, ci siamo ritrovati a condividere la medesima passione: la viticoltura”. L’uso del dialetto non è consono in generale, ma in questo caso la sonorità di questo nome potrebbe riportare ad un inglesismo. Non andrebbe bene lo stesso, ma insomma, diciamo che può passare la censura (anche perché nome breve e sincopato). Le etichette dei vini sono davvero fantasiose. Prendiamo come esempio quella del “Mosca Bianca”, un blend di bianchi autoctoni dei Colli Berici (dove ha sede l’azienda). Il modo di dire “mosca bianca”, riporta a qualcosa di raro, di originale, di particolare, di strano. Chiaramente i produttori lo vogliono riferire al vino e alla sua particolare composizione “multivitigno” (con anche un incrocio presente in uvaggio). Va detto che la stranezza riguarda anche il fatto che questo vino bianco “viene vinificato con lo stesso metodo di un vino rosso”. Il concetto è simpaticamente rafforzato da una illustrazione fumettosa di una mosca che fa l’altalena su un tralcio. Se non fosse che le mosche a volte rappresentano un nemico per la vigna, il coraggio di questa simpatica raffigurazione strappa sicuramente un sorriso. Intelligente la dicitura alla base dell’etichetta: “Vignaioli artigiani”, poco utilizzata nel settore e quindi impattante.

Tra Arte, Trasgressione e Veritas

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Vigne del Pellagroso Rosso, Merlot, 
Azienda Agricola Antonio Camazzola.

Tra una moltitudine di etichette “autogestite” da piccoli produttori, che si trovano spesso nelle circoscritte degustazioni locali, spicca quella di questo vino bianco, che viene dalla provincia di Mantova. La protagonista indiscussa del packaging-design è una donna, una vèstale, una contadina, un’ancella dei tempi moderni, che in posa a dir poco sensuale, “stilla” succo d’uva da un grappolo. L’abbigliamento succinto passa quasi in secondo piano di fronte ad una immagine bucolica e a suo modo sorprendente. Lo stile potrebbe ricordare l’art-decò, i colori sono vividi, la postura intrigante. Si potrebbe dire che con questi “mezzucci” è facile attirare l’attenzione, ma è bene aggiungere che in questo caso l’immagine è dotata di una propria personalità. Non di meno il nome del vino: “Vigna del Pellagroso”. Al di là della possibile origine della parola, non molto gratificante, da “pellagra”, malattia che tempi addietro colpiva il mondo contadino per cause di malnutrizione, sembra proprio che il vignaiolo si sia ispirato a un “giornale indipendente di agitazione sociale di fine ‘800”. Che dire? Davvero particolare. Si potrebbe imbastire tutto un discorso, quindi, su quali elementi visivi e comunicativi, servono maggiormente alla causa dell’attenzione. Ci dilungheremmo a parlare di corpi femminili (e per par condicio, maschili) dei quali la pubblicità, ancora oggi, è portatrice. Ma il censo non è mai cosa buona e giusta. Anche in un paese ancora radicalmente cattolico come l’Italia.

Vini Tellurici sulle Pendici dell’Etna

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Sisma, Terre Siciliane Igt, Monterosso.

Questo vino si chiama proprio così, “Sisma”. Si tratta di un Nerello Mascalese in purezza del produttore Monterosso (in etichetta indicato come Mt. Rosso, invece nel dominio del sito, in WordPress, risulta Monterosso Wine). L’etichetta è sicuramente originale, insolita, attenzionale. Nei colori e nella proposta grafica. Ma vediamo cosa scrivono in proposito i titolari dell’azienda vinicola (tre giovani amici): “I colori utilizzati per le etichette rappresentano il vulcano Etna: il Nero della pietra lavica, il Rosso della lava ed il Bianco della neve. Ogni etichetta si presenta con un’impostazione tecnica e con la funzione di trasmettere nozioni ed emozioni sul territorio che ospita la viticoltura estrema dell’Etna Doc”. Nero, rosso e bianco, tre colori molto “ottici”, da manuale.
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Vediamo invece, ed è l’aspetto che ci interessa di più, cosa scrivono riguardo il nome del vino: “L’epicentro di un terremoto immaginario al centro del complesso vulcanico dell’Etna, suggerisce le coordinate geografiche (latitudine e longitudine) dei crateri sommitali del vul cano attivo più alto d’Europa. Nel 2013 l’Unesco ha nominato l’Etna “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, definendolo uno dei vulcani “più emblematici e attivi del mondo”. E meno male che il terremoto è immaginario, aggiungiamo noi. Certo che citare il sisma in una zona sismica è davvero coraggioso, dal punto di vista scaramantico. Consideriamo pure che siamo in una regione, la Sicilia, che a queste cose, per tradizione, presta molta attenzione. Ora, immaginiamo di portare a casa di qualche amico o parente questo vino, dove la parola “Sisma” campeggia a tutta grandezza e quindi a tavola sarebbe protagonista. Se siamo ospiti di gente del sud, dove il terremoto è una minaccia costante, forse qualche considerazione in merito salterebbe fuori. In Danimarca invece no, sismicità zero. Forse questo vino è destinato più che altro all’estero, dove i vulcani sono vissuti come qualcosa di cinematografico.

Piovono Belle Parole

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 Cerasuolo d’Abruzzo, 
Vini Valori.

L’azienda prende il nome dal suo ideatore e fondatore, Luigi Valori, che nel 1996 inizia questa attività sulle Colline Teramane. Le etichette sono fortemente (e cromaticamente) caratterizzate da una serie di ombrelli in posizioni diverse, ma sostanzialmente simili. Dove sta l’intuizione? In quella piccola scritta tra la pioggia, in alto, sopra l’ombrello. Piovono lettere che compongono parole interessanti: “Chiamami quando piove”. Curioso nome, affermazione che attira l’attenzione. Ecco come la spiega il produttore nel proprio sito internet: “Del massimo rispetto per la viticoltura e l’agricoltura abbiamo fatto il nostro vessillo: Chiamami quando piove – cioè quando in vigna non si può lavorare – significa riscoprire la necessità di vivere e coltivare secondo natura, ma non rincorrendo ideali bucolici avulsi dalla realtà“, Bello, pratico, peculiare, sinergico. Questa frase diventa simbolo, oltre che nome vero e proprio, dell’azienda. Così interessante che a nostro modesto parere poteva essere “giocata” ancora meglio, con maggiore enfasi, cioè, in pratica, scrivendola più in grande, con un colore diverso, in evidenza. Piace questo stile scanzonato ma pratico, allegro, colorato ma “applicato” al territorio e alla attività di vignaiolo. Un modo di fare nomi che spiegano, indicano, valgono.

Guerrieri di Sabbia sulle Rive del Metauro

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Guerriero del Mare, Bianchello del Metauro, Azienda Agraria Guerrieri.

Dove si pone il confine tra il mare e il deserto? Su una spiaggia, sul bagnasciuga, certo. Ebbene il mare, nella sua semplicità, una linea azzurra all’orizzonte, contiene una immensità di risorse. Questa etichetta invece è deserto, dove la linea orizzontale della percezione è priva di elementi aggiuntivi, solo sabbia, monocorde. Le onde del mare sono dinamiche, le onde del deserto statiche (salvo durante episodiche tempeste di sabbia). Semplicità, linearità, orizzonti diversi. Obiettivi distanti. L’etichetta di questo Bianchello del Metauro (siamo nei dintorni di Fano, bella e storica località che poggia sull’Adriatico d’Italia) che si chiama “Guerriero del Mare”, è così elementare da sembrare bella. Proprio come un deserto. Di fatto risulta un po’ arida, statica, asciutta. Sembra uno di quei biglietti da visita superclassici di qualche notaio polveroso. O le partecipazioni alle nozze di una coppia di aristocratici ancora rinchiusi nella loro gabbia dorata. Nessun colore, nessuna emozione. Un carattere graziato, elegante sì, ma senza anima. Le “grazie” impresse dalla stampa non concedono la grazia di alcuna sensazione di bellezza vera, sincera, bensì austera. È un guerriero senza lancia, questa bottiglia. Stupisce l’annata “puntualizzata”. Quel 2017 seguito dal punto. Precisione in luogo di profusione. L’austerità sembra essere il filo conduttore di quel rapporto tra bevitore e bevante che qui non viene incoraggiata. Mentre il vino dovrebbe essere passione ed effusione. Questa è una bottiglia che indossa una camicia bianca. Ma ha tutto l’aspetto di una camicia di forza.

Vino Puro, Etichette Pure

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Primo, Frascati Superiore, Merumalia.

Ci sono etichette che difficilmente si spiegano. Inteso nel doppio senso della frase: non trovano giustificazione e non riescono a comunicare efficacemente. Questo packaging, relativo a un Frascati Superiore (Malvasia del Lazio, Greco e Bombino) dell’azienda Merumalia è un valido esempio (in negativo, per quanto riguarda le potenzialità di comunicazione). Si tratta di un’etichetta “neutra”, lineare, semplicistica, priva di stimoli ed emotività. Unica concessione a qualcosa di descrittivo, sia pure per immagini, l’accenno illustrato e rastremato di colline vitate, in basso, poco visibile, sotto alla scritta “Vino Biologico”, immagine eseguita con leggeri tratti dorati. Dove, per altro, campeggia una piramide che sembra quella posta nel cortile di ingresso del Louvre a Parigi. Per i restanti elementi che compongono il packaging-design le scelte grafiche sono state così facili che crediamo abbiamo occupato una mezz’ora di tempo a chi le ha create (questo, se vogliamo è un plus: più tempo da dedicare alla vigna, se il creatore è stato il titolare.
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Se invece il colpevole è stato un designer di “mestiere”, forse sarebbe meglio operare una presa di coscienza). Andiamo avanti: ci sono nomi che difficilmente si spiegano. Non solo il “Primo” di questa etichetta (molto semplice nel suo significato, poco distintivo) ma anche, ad esempio, quel “8nese” (curiosità: il vitigno si chiama “Ottonese”, cioè un Bombino, ma perché non scriverlo per intero?). Si salvano in corner “Vetus”, “Canto” e “Terso”. E per quanto riguarda il nome aziendale si può felicemente registrare una interessante commistione: “Merum”, vino puro e “Alia”, Dea del mare. Per tutto il resto c’è Master Card!

Quando il Packaging è un Dosso

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Dosso del Cuculo, Rosso di Valtellina, Azienda Agricola Pietro Selva.

Si poteva fare meglio. Sì, decisamente. Non è una critica fine a se stessa, no. Prendiamo in esame questa etichetta di un piccolo produttore valtellinese affinché possa essere anch’essa d’esempio, così come lo sono quelle più virtuose. Certo, gli elementi di questa analisi sono quasi tutti negativi. Ma anche questo serve per capire meglio le logiche del packaging. Partiamo dall’unico aspetto positivo: quell’uccellino in alto a destra, simbolo di ambiente naturale, di ruralità, di ecologia, descritto, sia pure con caratteri molto piccoli, con il suo nome in latino: Clamator Glandarius. Praticamente il Cuculo. Il nome del vino lo conferma: “Dosso del Cuculo”. Sicuramente è meglio il nome scientifico di quello “volgare”. Salvo avere l’occasione di ricordare quel bellissimo film con protagonista Jack Nicholson che viene annoverato al titolo di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (in gergo americano, il manicomio). Vediamo qualche particolare dell’etichetta: il carattere con il quale è scritto il nome del vino è anacronistico, diciamo “datato”, oltre che poco leggibile; in totale, i caratteri di stampa, presenti tutti insieme, tutti diversi, nel medesimo fronte-etichetta, sono almeno 5, forse 6: non si dovrebbe fare; l’impaginazione dei testi è un po’ a bandiera sinistra, un po’ centrata, senza una logica; il tassello verde scuro che si staglia su tutto il resto e che contiene il riferimento alla tipologia di vino (Rosso di Valtellina) risulta troppo invadente e anch’esso senza un nesso, cromantico o altro (se non essere dello stesso colore del simbolo del vetro riciclabile alla base, ma anche questo particolare non è determinante). Nel complesso si tratta di una etichetta che avrebbe bisogno di un sostanziale rifacimento. L’azienda, individuale, che risponde al giovane Pietro Selva (che ha registrato il nome aziendale come “Selva Pietro” e non sarebbe corretto) è nata nel 2010. Avrà tempo per introdurre le giuste migliorie strada facendo.

Un Vermentino in Multicolor

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Giallo Paglia, Vermentino, il Drago e la Fornace.

Questo design ha ricevuto il premio “Etichetta dell’Anno 2017” del 21mo Concorso Internazionale Packaging di Vinitaly. Vediamo se, come e perché. Ecco la motivazione: “...la giuria presieduta dalla direttrice di Interni Gilda Bojardi ha premiato il design dell’etichetta del Vermentino Giallo Paglia per la sensibilità nel combinare, in modo nuovo ed efficace, creatività e rispetto per la tradizione”. E vediamo quindi le motivazioni di chi l’ha creata, Valentina Cresti di Archirivolto Design: “...volevo ottenere un’etichetta riconoscibile in mezzo ad altre mille, mettere un accento sulla freschezza sensoriale del prodotto: ecco quindi che delle gocce lucide irregolari, a ricordare le gocce di vino, prendono i colori dei fiori e dei frutti tropicali percepiti nella degustazione, intervallati dall’oro del sole che bagna la maremma toscana, da cui proviene questo vino”. Arrivando infine ai nostri commenti: il nome del vino non è originalissimo ma fornisce in ogni caso una connotazione. Il colore giallo-paglia attiene al vino, è linguaggio comprensibile e cita un elemento della natura che porta verso un mondo campestre. Qualche problema di leggibilità, in etichetta, per la parola “giallo”. I pallini colorati che puntinano e caratterizzano questo packaging sono piuttosto allegorici, ricordano i coriandoli, certo sono molto particolari, escono dalla tradizione, donano allegria, tolgono classicità, parlano di arte moderna, rinnegano una ruralità che, se totalmente inesistente, smarca in modo troppo evidente il prodotto dalla paternità toscana. Nel complesso un ottimo esperimento di grafica. Chi osa vince. Quasi sempre.

Numerologia Portami Via

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60 20 20, Igp Veneto Rosso, Zyme.

Questa etichetta di una nota e premiata azienda dei Colli Berici gioca sui toni del rosso. Questo è evidente. Cromatismo legato al contenuto. Facile da interpretare. Tanto più che nel proprio sito internet il produttore esplicita che “Lʼetichetta è giocata su linee decise e i toni forti del rosso che ben rappresentano il carattere dei vitigni Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. I numeri 60 20 20 esprimono le percentuali dei vitigni che compongono questo vino. Rappresenta il dono della vita”. Il nome del vino è, quindi, un numero. Anzi tre. Da giocare la lotto se non fosse che il “20” è ripetuto. Ma si può sempre tentare un ambo. Magari su Napoli, porta sempre buono. La ragione del nome sono le percentuali dei tre vitigni che compongono il vino. Espediente già visto molte volte. Certo serve a spiegare meglio il vino stesso, ma risulta poco memorabile, vago, dispersivo. Vieppiù che nell’economia grafica dell’etichetta i tre numeri in questione sono espressi in modo molto ridotto, in un angolino. Alla base di tutto quel rosso artistico (del quale parliamo a breve) sta la spiegazione: quindi i tre vitigni “per il lungo”. Bene ma non benissimo, direbbe un refrain noioso che circola sui social. Vediamo quindi l’illustrazione: una foglia, un occhio, un decoro, delle curvature: arte. E l’arte, anche quella contemporanea, non si discute. In quanto soggettiva. Questa in particolare colpisce l’attezione. Rapisce nello scaffale. Però manca qualcosa: un concetto (che vada al di là del “rosso per rosso”), un nome vero, uno statement. Rimane la firma, prestigiosa, alla base, che si è fatta largo per la qualità dei propri vini. 

Asini, Somari e Ciuchi, in Valle Asinari

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Ciuchino, Barbera del Monferrato, Cascina Valle Asinari.

Questo vino, commercializzato in esclusiva da Eataly, si chiama “Ciuchino”. Il simbolo dell’azienda sono un paio di asinelli simpatici che appaiono anche in un altro packaging, quello della Barbera d’Asti, top di gamma della casa. Notare che il produttore si chiama Cascina Valle Asinari (quindi i riferimenti al gioviale equino da soma sono molteplici, anche se “Asinari” risulta essere un cognome storico di una casata del 1300). Come tutti sanno, ciuco o ciuchino sono termini alternativi ad “asino” (ciuco è in uso soprattutto in Toscana). Ma sono anche riferibili a qualcuno che si è ubriacato, che è uscito dai binari dell’autocontrollo. Essere “ciucchi” (o “ciuchi) significa aver esagerato con il vino o in generale con l’alcol. La parola dilettale, ancora di più, diciamo pure gergale, è in uso soprattutto nel nord-Italia, e di fatto il produttore di cui stiamo parlando si trova in Piemonte. Il vino infatti è una Barbera coltivata nell’Alto Monferrato, località San Marzano Oliveto. Chissà se il “bisticcio” semantico è voluto, se la provocazione è un atto volontario: “ciuchino” l’asino, ciucco il bevitore di vino, somaro chi esagera nello stappare bottiglie e versare calici.
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In un certo senso il cerchio si chiude. Ma veniamo all’etichetta: pulita, simpatica, moderna, lineare, con un piglio comunicativo di nuova concezione che presenta una soluzione grafica che si fa notare: quella sovrapposizione delle scritte con “invasioni di colore” (tra l’annata, in questo caso 2016, e il nome del vino). Una originalità che non risulta determinante, tanto attiene al mondo dei particolari, ma denota cura e attenzione nella realizzazione del design. Il ché nella realizzazione di etichette per il vino non guasta mai: “Dio è nei particolari”, diceva qualche svitato filosofo tedesco. 

Il Rosato Metallaro Molto Amato in Norvegia

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Senza Compromesso, Rosato Piemonte, Wongraven (Luca Roagna).

Strana coalizione quella tra Luca Roagna (dell’omonima nota famiglia che produce vini eccelsi nelle Langhe) e il leader del gruppo black metal norvegese Sigurd Wongraven (il gruppo, per chi volesse cimentarsi in un ascolto dedicato si chiama Satyricon). Dopo i primi due vini con questa “etichetta”, un Barolo chiamato “Unione Nero” e un Langhe Rosso chiamato “Alleanza”, ecco il Rosato (100% da Nebbiolo) che si chiama “Senza Compromesso”. Le stranezze sono almeno due: il nome (cognome) norvegese in alto, a tutta grandezza, e la foto, nemmeno molto bella, di un casotto di campagna al centro. Il nome del vino, in basso, sotto le diciture burocratiche, “Senza Compromesso”, se vogliamo è il fattore più normale, e anche molto sfruttato, di questa proposta enologica. Sfruttato sia come semantica, sia come concetto. Non accettare compromessi nella produzione del vino (e nella gestione commerciale, è anche questo il caso dell’azienda qui recensita) dà valore in quanto enfatizza la “genuinità della verità”. In particolare si ha l’impressone che il concetto di non cedere a compromessi è stato applicato anche al design dell’etichetta, molto semplice, al limite del semplicistico. Nella sua normalità rimane nei binari di un elaborato accettabile, ma senza squilli di tromba (strumento, del resto, che probabilmente la band metal norvegese non contempla nelle proprie composizioni).

Teste di Grappolo Senza Arte né Parte

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Cerasuolo d’Abruzzo, Bossanova.

Possiamo definirle “strane” queste etichette? Particolari? Originali? Qual è l’idea di fondo che ha animato la creatività? Si tratta di sagome di animali di fattoria che al posto del muso hanno un grappolo d’uva. Come minimo possiamo considerarlo bizzarro. Questo è importante: attira l’attenzione? Sì. Poi, in fin dei conti, stranisce. Non convince fino in fondo. Ma andiamo con ordine e scopriamo che questa azienda vinicola si chiama “Bossanova”. Ecco la definizione di Treccani: “...dal portoghese bossa nova, da intendere nel significato di ‘tendenza nuova’. Ballo moderno di origine brasiliana, messo in voga intorno al 1960, sviluppatosi dal samba e caratterizzato da elementi armonici di derivazione jazzistica”. Nuove tendenze, quindi. Giovani imprenditori, in effetti, provenienti da altri settori, dalla moda luxury e dal marketing. Con l’intento di cambiare registro e iniziare a fare vino. L’azienda si trova a Controguerra in provincia di Teramo, in quell’Abruzzo che per i vino è ancora una regione-Cenerentola.
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E infatti il vino che abbiamo chiamato a rappresentarla è un Cerasuolo d’Abruzzo, laddove i cerasuoli più noti vengono da altre regioni (Vittoria, Sicilia, varie topologie in Puglia, qualcosa nel Lazio). In particolare in questa etichetta vediamo un coniglio dal muso a grappolo (di uve Montepulciano d’Abruzzo). Mentre nelle altre due che compongono la produzione dell’azienda vediamo un gallo e un’oca, sempre con il muso, diciamo così, coperto da acini copiosi. La grafica nel complesso è moderna, pulita, semplice. Da notare il carattere di scrittura del logo/nome dell’azienda in stile Star Trek.

Mistero Maestoso con Mantello

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Sire Nero, Syrah, Rapitalà (G.I.V.).

Questo “Sire Nero” in realtà è molto vivace: un arancione “ottico”, bordato d’oro rilucente, domina il packaging-design. Il nome comunque influisce. E dice “nero”. La figura sopra al nome conferma ed è eloquente: un misterioso e oscuro figuro mantellato (e coronato). Troviamo un breve rational di tutto ciò in etichetta, nella parte bassa. Una frase che viene riportata anche nella pagina dedicata a questo vino, nel sito dell’azienda produttrice (che fa parte del Gruppo Italiano Vini): “Dice la leggenda che dal sole di Sicilia nacque un re maestoso, che per distinguersi da suo padre indossò un mantello nero. Ancora oggi, lo chiamano Sire Nero”. Noi abbiamo scritto “misterioso”, loro lo definiscono “maestoso”. Questione di poche lettere ma la differenza è notevole. Insomma questo Sire Nero adombra, incupisce, fa un po’ da spauracchio. Il mistero si fa nero, giusto per rincarare la dose. A latere rimane il dubbio che “sire” sia stato evocato dal nome del vitigno, l’esotico Syrah. E comunque il tutto viene sdoganato con l’abbondanza di quell’arancione solare e vivido. Ma il mantello oscuro rimane e il nome da “uomo nero” pure. Paga un compensativo riscatto il nome del produttore, quel “Rapitalà” davvero teatrale, immaginifico, sognante, leggendario. L’etichetta in generale è ben studiata, equilibrata negli elementi di comunicazione, attenzionale a scaffale, curata nei dettagli.

Cognomi Nobili ed Evitabili

Erminia Segalla, Chardonnay, Pisoni.

Questa azienda trentina, nota per la produzione di grappe, si distingue anche nelle bollicine “di montagna”. La qualità dei vini è elevata, non tanto quella del packaging-design. Veniamo quindi ad analizzare la veste del top di gamma, uno spumante da Chardonnay in purezza, che rimane sui lieviti per ben 80 mesi (da notare, in cantine scavate nella roccia). Il nome del vino è un omaggio alla sposa (nel 1927) di uno dei fratelli della Famiglia Pisoni che dopo la prima guerra mondiale ho preso in mano le redini dell’azienda. Tale Erminia Segalla. È necessario dire subito che l’omaggio a una persona di famiglia è ammirevole, ma in questo caso, in particolare il cognome di questa donna, non è molto presentabile in termini semantici e di percezione verbale. Insomma, “Segalla” non conduce a qualcosa di suadente e significativo, bensì ad affinità con parole gergali che nulla hanno di entusiasmante, anzi. Il design dell’etichetta, sia pure molto lineare, semplice, pulito, non porta emozioni. Uno sfondo “puntinato” fa da base per le scritte in etichetta. Sull’apice dell’elaborato grafico troviamo un busto di donna in una dinamica da bollo in ceralacca, mentre sul collo della bottiglia troviamo un altro “bollino” dalle fattezze misteriose. Non un gran etichetta, quindi, in termini di eleganza ed espressività. Eppure si muove (la bollicina vende e piace).

Acqua in Bocca? Meglio Aprirla al Vino

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Aboccaperta, Trebbiano Frizzante Igp, Azienda Agricola Giovannini.

Un vino è buono quando fa rimanere a bocca aperta (anche se prima, e anche poi, per deglutire, bisogna chiuderla). Forse è stato questo il tracciato concettuale che ha guidato questa azienda (regime Bio, sede a Imola in Emilia) fino a questo nome: “aboccaperta”, tutto attaccato. Il vino è un Trebbiano frizzante che, a priori, come tipologia, non risulta essere nell’Olimpo dei vitigni (senza nulla togliere a questo vino in modo particolare). L’etichetta è particolare. A parte quel nome scritto tutto d’un fiato, che anche solo per questo accorgimento attira l’attenzione, vediamo una serie di calici “ad albero di Natale”, alcuni pieni alcuni vuoti. Si tratta di una illustrazione molto “rough”, con uno stile quasi fumettato, improvvisato, che attribuisce comunque un proprio carattere alla bottiglia. Unico altro elemento nell’etichetta, in alto, il nome del produttore. Semplicità con un guizzo di creatività, se non altro per quel nome “aboccaperta”, scritto in quel modo. Lo stupore, l’emozione, l’estasi creata da un vino buono, sia anche un vituperato Trebbiano, fa spalancare gli occhi e l’anima, oltre alla bocca che è il veicolo gustativo per eccellenza.

Colori Magnificati nell’Irpinia Romanica

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Magnificat, Greco di Tufo, Vigna Maurisi.

Il primo elemento che ha attirato la nostra attenzione è il nome topografico dove ha sede questa azienda vinicola: Prata (di) Principato Ultra in provincia di Avellino (il paese si chiama proprio così e, altra curiosità semantica, si trova sulle sponde del fiume Sabato). La seconda particolarità riguarda il nome dell’azienda: Vigna Maurisi, ove la parola “vigna”, che per questioni legali non può essere menzionata in etichetta per ciò che riguarda il vino, viene utilizzata nel marchio. Una originalità che in ogni caso (destrezza o intuito) è in grado di aggiungere spessore alla comunicazione. Veniamo alle bottiglie: solo due i nomi e le etichette, ma diversi i vini (questo può generare confusione). I top di gamma comunque sono il “Magnificat” (magnifico nome), Greco di Tufo, e il “Principium”, Aglianico. A parte i nomi molto evocativi, sontuosi ma colti, celebranti ma credibili (scritti in etichetta in modo spezzato, e questa non è una buona idea), il packaging-design si distingue a livello cromatico per la presenza di macchie di colore tra l’artistico contemporaneo e l’alchemico.
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Colori chiari, verdeggianti per i vini bianchi e più scuri e notturni per i rossi. Una scelta che attira l’occhio con curiosità (per merito della specificità) e genera una percezione dinamica, conduce freschezza, spontaneità, estro e accuratezza. Certo i colori molto vivaci, utilizzati anche per le scritte di legge in etichetta, escludono un discorso di classicità e di tradizione, ma gli altri elementi elencati prima riescono a compensare nella direzione di uno stile valoriale. Lo stemma che sancisce il marchio della casa, questo sì molto arcaico, riporta a qualcosa di storico. E un poco stona in mezzo a quel tripudio di cromatismi.

La Realtà Supera Sempre la Fantasia. O no?

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Guanciabianca (e Guancianera), Catarratto, Casa Vinicola Ferracane.

Invenzione o realtà, i racconti relativi ai vini (e ancora prima, ai nomi dei vini) pescano nella fantasia. O nelle leggende, o nei ipotesi “creative” di qualche illuminato poeta. La storia di Guanciabianca e ancora prima quella di Guancianera (che è un Nero d’Avola) viene ben descritta (lasciando comunque, e giustamente, un alone di mistero) dal produttore di questi vini nelle pagine del sito ad essi dedicato. Parlando di Guancianera: “Questo vino riassume una storia e come ogni storia iniziata ma ancora non del tutto scritta non si sa mai quale è il confine tra realtà e fantasia. E’ certo che Guancianera era un “acidduzzo” (uccellino) bianco che aveva una guancia con una piccola chiazza nera. Trascorreva le giornate insieme a Guanciabianca, un “acidduzza” nera che aveva una guancia con una piccola chiazza bianca.
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Vivevano nel piccolo Bosco che dà il nome alla contrada dove si trova la “Casa Vinicola Ferracane”. Ancora non sappiamo come andò a finire tra i due “acidduzzi” ma dietro ogni storia che si rispetti c’è sempre un ottimo bicchiere di vino a tenere compagnia. E a raccontarla. E a questo punto inizia la fantasia di ognuno!”. E giusto per completare l’opera ecco cosa si dice di Guanciabianca: “Questo vino riassume la stessa storia del Guancianera ma al femminile. Guanciabianca è un vino bianco catarratto dedicato alla piccola “acidduzza” siciliana innamorata. Di lei sappiamo molto poco. Secondo la leggenda la piccola chiazza bianca le sarebbe spuntata sulla guancia dopo il primo bacio di Guancianera e sarebbe stato il magico segno che da quel momento sarebbero stati uniti. C’è chi legge nel colore quasi trasparente del vino catarratto Guanciabianca la trasparenza dei sentimenti e la purezza d’animo della donna siciliana mentre i sentori delicatamente floreali e di frutta matura ne rispecchiano insieme la gentilezza, la bellezza e l’eleganza”. Vino, amore e fantasia. Questo è.

Logo di Vino, Logo di Auto

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Barbera del Monferrato, Tenuta Calandra.

L'etichetta di questo vino senza nome (ci si limita a precisare unicamente la tipologia del vitigno) è da annoverare tra quelle molto grafiche. Per grafiche si intende quel tipo di design che privilegia forme geometriche (qui prevalgono i triangoli, per fare un esempio) invece di illustrazioni o immagini reali. Qui siamo di fronte a forme molto colorate, che attirano l'attenzione con un arancione luminescente su fondo scuro. Le forme qui proposte hanno un senso: rappresentano, in sintesi visiva, le vigne, cioè trame di terre coltivate. E fin qui ci siamo (anche se questo tipo di visual, sulle bottiglie di vino, è piuttosto inflazionato). La trama grafica di cui stiamo parlando è ripresa dal logo stesso dell'azienda, visibile in alto a sinistra di fianco al nome del produttore. Certo lascia piuttosto perplessi una notevole somiglianza di quel logo con quello della Volkswagen, nota fabbrica tedesca di autovetture. Il disegno sembra proprio riprodurre la "W" del diffuso marchio automobilistico. Sono errori veniali, diciamo così, ma che rischiano di compromettere tutta la comunicazione, fuorviando l'attenzione. Distraendo cioè la percezione che in questo caso se ne va da un'altra parte. In generale questa etichetta è piuttosto semplice, concettualmente, sia pure in grado di attirare l'attenzione anche a distanza, sullo scaffale. Qualche ragionamento in più, pregresso, avrebbe potuto generare un risultato migliore.

Discese Vitate e Design all’Altezza

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708km, Blend di Rossi, Consorzio Cembrani Doc.

A cura del Consorzio Cembrani Doc, questa bella etichetta illustra un concetto valoriale proprio, della Valle di Cembra (Trentino): la presenza di estesi terrazzamenti e di conseguenza le caratteristiche peculiari di quella viticoltura “scoscesa”. L’etichetta parla chiaro e lo dice con un numero: 708. Il nome completo di questo blend di rossi (c’è anche la versione blend di bianchi) è “708km” perché questa è la lunghezza, messi idealmente uno in fila all’altro, dei “muretti” contenitivi dove allignano le viti. E’ un nome piuttosto tecnico, che non lascia spazio a voli pindarici, se non dopo averne colto la spiegazione, il senso, scoprendo che tutti quei piccoli terrazzi, insieme, fanno mezza Italia in lunghezza. Lo spettacolo delle vigne di montagna è particolare: si immagina subito la cura necessaria per “tenerle in piedi”. In questa etichetta di design, ben progettata, con pochi e validi elementi di spicco, viene infatti mostrata una di quelle coste vitate. Ciò avviene con un inchiostro in rilievo che evidenzia la trama del coltivo e ne specifica la consistenza. Un bollo dorato, nell’etichetta in basso a destra, anch’esso in rilievo, ci fa notare che “il gusto della valle (è) nel calice”. Pay-off non particolarmente estroso ma descrittivo al punto giusto, specchio della semplicità, dell’essere diretti, di quelle genti alpine. Il packaging, confermiamo, è di livello. Può collocarsi tranquillamente tra quelli di aziende molto più organizzate e blasonate per struttura di marketing. Complimenti ai Cembrani.