Trutta, la Trota che “Rutta”

Trutta, Shiraz.

È proprio questo il nome del produttore australiano della regione del Central Victorian, del quale parleremo in questo post: Trutta. Viene il sospetto che questo nome aziendale possa aver avuto origine dalla parola italiana “trota”. A parte le illustrazioni delle etichette che riguardano tutte dei pesci, e in particolar modo questa, dello Shiraz, che raffigura proprio una trota di fiume, nelle pagine del sito web troviamo questa affermazione: “Trutta is inspired by our family's love of fly fishing. The connection one feels with nature when fishing a pristine high country stream, is something we hold dear. This connection to nature, and the growing seasons expressed in our vineyards, is what we strive to portray in our wines”. Davvero curiosa questa modalità di riferirsi in modo così specifico al mondo ittico. Anche perché, si sa che, in particolare, il vino rosso con il pesce poco ci azzecca. Forse in quelle lande sperdute e in generale nei paesi di lingua anglosassone non si fanno tutti i problemi che ci facciamo noi europei nell’abbinare cibo e vino. Fatto sta che sull’etichetta di questo Shiraz guizza una bella trota. Altro discorso, se davvero l’ispirazione del nome “Trutta” viene dalla parola “trota”, sarebbe quello di verificare sempre le lingue affini e attigue di un nome, giacché “Trutta” in italiano suona un po’ come “rutta”, risonanza non piacevole, sia foneticamente sia culturalmente. Ci consoliamo dicendo che tutto sommato il moto digestivo alla fine fa gioco e fa bene.

La Sofferenza del Merlot, nelle Marche

Pathos, Marche Rosso Igt, Cantina Santa Barbara.

Iniziamo con il nome della cantina, Santa Barbara, che è tutt’altro che di fantasia; si scopre subito, infatti, consultando il sito del produttore, che la sede dell’azienda è a Barbara, anche nome di donna, ma nelle Marche nome di un paese che si trova nell’entroterra di Senigallia. Il nome deriva infatti dai “barbari” Longobardi che lo abitarono nel IV secolo. L’aggiunta di “Santa” non viene quindi da qualche patrona o mistica della zona. Così formulato, però, può far venire in mente un’altra accezione, quella relativa a una polveriera, deposito di esplosivi. Dice la nomenclatura che Santa Barbara è la martire di Nicodemia, uccisa da suo padre, a sua volta deceduto, subito dopo, colpito da un fulmine. Ecco perché, con l’invenzione della polvere da sparo, nei depositi veniva affissa l’immagine della Santa per scongiurare, per intercessione suprema, il pericolo di esplosioni. Ma veniamo al nome del vino, Pathos, piuttosto diffuso in ogni genere di settore merceologico, essendo una parola ormai entrata nell’uso comune (dal verbo “soffrire”, ma anche impeto, calore, intensità emotiva). In questo caso è scritto in greco, e per chi non conosce questa lingua antica, risulta indecifrabile (nel retro etichetta viene scritto in lettere normali, per cui, girando la bottiglia si può leggerlo tranquillamente). Certo che in generale l’etichetta è di quel tipo di elaborazioni grafiche che lascia perplessi, forse volutamente evanescente, un po’ misteriosa, poco esaustiva (sul fronte) se non per la scritta, originale questo sì, alla base del packaging, con il millesimo di vendemmia.

Le Gesta di Egesta a Segesta

Egesta, Grillo, Aldo Viola.

Tra le etichette più semplici sulla faccia della terra, annoveriamo questa, relativa a un vino “orange”, frutto dell’ispirazione e del lavoro del produttore Aldo Viola. Il territorio è quello siciliano, nei pressi di Alcamo, dove regna libero e felice il Grillo (anche quello che canta in estate, ma qui si tratta del vitigno). L’azienda vinicola opera in regime biologico purista naturalista estremo. Ma torniamo all’etichetta. Su fondo chiaro, in alto leggiamo il nome del vino, Egesta. Si tratta di un personaggio femminile della mitologia greca, vi risparmiamo la storia completa, molto intricata, stile telenovelas argentina ma di più. Salvo il fatto che in un certo modo la faccenda riguarda anche la fondazione della città di Segesta (sede ancora oggi del noto tempio greco). Al centro dell’etichetta vediamo in piccolo il nome del già citato vitigno autoctono siciliano. Alla base il logo aziendale formato da due divinità gemellari con le iniziali A e V, che stanno per Aldo Viola, nome ripetuto alla base dell’etichetta, all’esterno della spartana cornice che racchiude il tutto (quel poco che c’è, insomma). I grandi spazi “puliti” nel design non sono negativi, anzi. Lasciano agio e visibilità agli elementi grafici che vengono collocati nell’elaborato. Certo che qui siamo di fronte a un minimalismo forse esagerato. Diciamo che se in questo modo il produttore intende esprimere la naturalità del prodotto, con pochi e semplici elementi anche in etichetta, possiamo comprendere.

Vino Rosso in Bottiglia Lattea

Alternativ (Wein), Zweigelt, Schrammel 2.0.

È davvero “alternativo” questo vino austriaco. Di nome e di fatto. Non sfugge innanzitutto che la bottiglia non è in vetro bensì in ceramica. Total white. Certo un modo davvero originale per staccarsi dalla concorrenza sullo scaffale. A parte il bianco assoluto della bottiglia, non sfugge nemmeno l’estremo minimalismo del design in etichetta: poche indicazioni, centrate, ordinate, che nuotano in un oceano bianco (questo non è assolutamente negativo, anzi). Al centro del packaging vediamo il nome del vino, reso in modo molto particolare, tra la formula matematica e la sintassi ufologica. Insomma, lì al centro c’è scritto “Alternativ”. Nome che viene riportato anche alla base: forse il produttore non è così sicuro che tutti quanti riescano a interpretare l’enigma. Sopra al nome del vino due triangoli intersecati aggiungono mistero. Per quanto riguarda il prodotto vero e proprio, cioé quello che c’è dentro a questa strana bottiglia, è tutto molto normale: vino rosso, fermentazione in acciaio, vitigno tipico della regione Niederösterreich, cioè lo Zweigelt. Se accettiamo la dicotomia che un vino rosso può presentarsi dentro a una bottiglia del latte, allora tutto bene (a parte il prezzo, 25 Euro).

Fare la Scarpetta (col Maiale)


Timido, Pinot Nero Spumante Rosé, Scarpetta Wine.

Proprio così, il nome di questa azienda, “Scarpetta”, fa riferimento a quel gesto cosi familiare che si compie (generalmente non al ristorante, meglio tra le pareti di casa) alla fine di un piatto, per raccogliere col pane anche l’ultima sporcatura di intingolo. Nel sito, rigorosamente in inglese visto che i vini in questione vengono commercializzati solo nelle Americhe, questo “accorgimento” viene spiegato così: “True to Italian traditions, part of everyday meals include drinking good wine, great conversation, and little moments of celebration. Scarpetta was created as an homage to this lifestyle. Scarpetta refers to a small piece of bread used to soak up the last bit of delicious sauce on your plate that you can't possibly leave behind”. In tutte le etichette della gamma Scarpetta campeggia, diciamo pure che trionfa, un grosso suino. Viene probabilmente anch’esso proposto come simbolo di italianità (certo non stilosa) al pari del nome dell’azienda attraverso la già nota e sopra citata “presa di sugo”. Le bollicine rosate qui rappresentate hanno anche un nome: Timido. Forse riferito anch’esso al maiale che se ne sta “sulle sue” nel packaging senza grufolare oltremisura. Sicuramente simpatica. Molto particolare. Genera riflessioni.

Un “Dipinto” Senza Gloria

La Pitturina, Bonarda Ferma, Poggio Rebasti.

Crediamo di essere proprio di fronte a una etichetta senza possibilità di appello. Le motivazioni sono diverse ed evidenti. Ma vediamo di analizzare il tutto in ordine “di apparizione”. In alto vediamo il logo del produttore, “Poggio Rebasti” (cognome di famiglia), un logo ovale, stile anni ‘60, piuttosto anonimo, simile a molti altri, insomma senza gloria né memoria. Al centro dell’etichetta c’è un disegno, accennato, quindi molto approssimativo, che rappresenta un grappolo. Non riusciamo a definirlo artistico, diciamo che non riesce a conquistare l’attenzione, anzi, esteticamente sembra essere deficitario, senza velleità dal punto di vista creativo. Alla base del packaging ecco il nome del vino, “La Pitturina”. Leggiamo la spiegazione offerta dall’azienda nel proprio sito internet: “Col termine Pitturina si identifica un vigneto che da sempre produce uve nere atte a dare vini rossi di qualità caratterizzati da ottima struttura e dall’intensa carica antocianica da cui il nome della vigna. Il colore di questo vino è talmente intenso che i nostri padri dicevano che ” poteva essere utilizzato per pitturare”. Il senso c’è: un vino molto denso, scuro, cromatico, come un inchiostro. Ma la definizione che origina dalla parola “pittura” non è certo elegante. Un diminutivo che sminuisce. Possiamo dire che si fa capire, ma anche che non aggiunge spessore comunicativo all’insieme. Attorno a questi tre elementi una semplice cornice a riquadrare (anzi, a “rettangolare”) il tutto. Non c’è infamia, ma nemmeno possibilità di lode.

Tacchi, Nacchi e Datteri nel Logudorese

Nacchinono, Blend di Rossi, Tenute Rossini.

“Siamo” in Sardegna, ad analizzare l’etichetta di questo vino rosso, targato Isola dei Nuraghi Igt, cioè un blend di Cannonau, Cabernet Sauvignon e Syrah. Lo sfondo è costituito dalla tipica “carta da pacchi”, color nocciola, leggermente goffrata, sulla quale si stagliano alcune forme grafiche a rappresentare dei calici (quelle linee rosse), alcuni cerchi più sfumati (forse richiamano disegni antenati), il marchio del produttore (una R con al centro un calice), scritte di legge alla base e naturalmente il nome del vino, in alto, ben visibile. Nome strano, difficile da pronunciare e da decifrare. Ma in questo caso ci giunge in aiuto un breve testo contenuto nel sito del produttore: “Nacchinono, l’ultimo nato in Tenute Rossini è stato chiamato come una ricorrente esclamazione in (dialetto) Sardo Logudorese: Nacchi nono!!! Sarcasticamente “hai visto? Dici di no?”, si usa per acclamare una scommessa vinta”. Bene, la storia c’è. Diciamo la sponda concettuale. Curiosa, narrabile, territoriale. Rimane il fatto che la memorabilità del nome non è facile. Non è agevolata. Almeno per chi sardo non è. Per il resto, l’etichetta appare molto spartana, tecnicamente corretta, giustamente originale (ma non troppo), sufficientemente avvistabile.

Uccellacci e Uccellini in Chiantishire

The Raven, Sangiovese, Podere Erica.

Il corvo, si sa, non è mai stato molto simpatico. E’ nero. Dicono anche che porti sfortuna. E soprattutto “pilucca” golosamente gli acini d’uva maturi, rovinando il raccolto. Allora meglio il merlo (dal quale, sembra, il nome del vitigno Merlot). Ma torniamo a noi, e a questa variopinta etichetta di un Sangiovese beverino della zona del Chianti. Come si può vedere il nero dell’uccellaccio viene ampiamente sdoganato da una sventagliata di colori arcobalenanti, alle sue spalle. Non che questo riesca a mitigare gli influssi corvacei, ma insomma i colori servono a rallegrare l’attenzione. Veniamo al nome del vino, “The Raven”. Che sarebbe “il corvo” in inglese. La ragione dell’utilizzo della lingua anglosassone, crediamo possa risiedere nella nazionalità dei due proprietari, Neal e Jan Dempsey, americani. Mentre l’enologo è italiano, Marco Giordano.  In alto troviamo il nome dell’azienda, Podere Erica, fortunatamente in italiano. L’illustrazione dell’etichetta è realizzata in modo pittorico, con un tratto di certo non raffinato. Questo non contribuisce a fugare i timori apotropaici che sopravvengono nell’osservare il mefistofelico pennuto nero. In generale si tratta di una etichetta che attira l’attenzione ma che manifesta qualche problema concettuale, a monte.

Enigma Semantico sulle Colline Pisane

Lo Sbiado, Rosso Igt Toscana, la Chientima.

Strano il nome del vino (un blend di Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino e Buonamico), ancora più strano il nome dell’azienda che lo produce. Ma andiamo con ordine, iniziando proprio dal nome del produttore, sito in Toscana, a Terricciola, sulle Colline Pisane: la cantina si chiama “la Chientima”. Da alcune ricerche in rete sembra proprio che questo nome origini da una località detta Chientina (con la “n”) nei pressi del comune dove ha sede l’azienda in questione. Forse la leggera deformazione del nome, utilizzando la “m” invece che la “n”, potrebbe far pensare all’intenzione di differenziare il nome per ragioni burocratico-fiscali (in questo modo però si perde comprensione oltre che pronunciabilità). Per quanto riguarda il nome del vino, “lo Sbiado”, sembra, da una ricerca su vocabolari di parole desuete, che possa significare “sgombero delle biade dal campo“; ma anche sciupìo o scialo. Soprassediamo sui nomi, entrambi molto difficoltosi, per concentrarci sulla gradevole etichetta: unica protagonista della parte visuale una bicicletta “tandem” su fondo chiaro, in alto il nome del vino scritto con un carattere anni ‘40, in giallo ocra. Etichetta collezionabile, in quando proposta in tre versioni: ruota posteriore, parte centrale, ruota anteriore. Un gioco, niente più. Ma la grafica è accattivante, simpatica, coinvolgente.

Cavalli e Colori in Libertà

Wallah Wallah, Syrah, Cayuse Vineyards.

Il gioco è semplice: il luogo dove ha sede questa azienda vitivinicola americana è la nota Walla Walla Valley, tra lo stato di Washington e l’Oregon. Da qui al nome del vino “Wallah Wallah” il passo è breve. E si tratta, tra l’altro, di un passo equestre, vista l’importanza che viene data a quei tre cavallini che appaiono coloratissimi in etichetta. Si tratta sicuramente di un packaging fuori dal comune. Coraggioso, per il modo di porsi, per la fantasia e l’allegria che riesce a stimolare. L’illustrazione è semplice, quasi bambinesca, ma al tempo stesso può vantare un proprio stile artistico. Insomma, si fa notare, ed è quello che conta. Sotto a un sole giallo e ad una “nevicata” di pallini bianchi, tre cavallini che sembrano quelli dei giochi a dondolo, galoppano liberi e felici. Anche il nome del vino, alla base, sembra poter esprimere di più rispetto alla composizione delle sue lettere: risulta onomatopeico, un incitamento alla corsa dei cavalli, un grido nella prateria, un moto liberatorio. Certo i cavalli c’entrano poco col vino, ma in questo caso lo prendiamo come un inno alla natura e al rispetto dei suoi equilibri faunistici.

Una Simpatica Borgogna che fa l’Occhiolino

Clin d’Oeil, Viognier e Gamay, Sextant (Julien Altaber).

Ebbene, grazie a questa etichetta abbiamo saputo come si dice “occhiolino” in francese. Infatti il nome di questo vino, “Clin d’Oeil” significa proprio questo. L’attenzione però non viene attirata tanto dal nome, quanto dall’illustrazione che domina il packaging di questo piccolo produttore francese, sito nella zona di Beaune, in Borgogna. L’azienda si chiama “Sextant” e infatti al centro dell’etichetta di questo Orange Wine si vede un marinaio intento ad utilizzare il sestante, strumento prevalentemente nautico che si usa per misurare l’altezza del sole, o di altri astri, sull’orizzonte ottico (quindi per orientarsi). Il fatto curioso è che il marinaio in questione è praticamente un naufrago, perché non si trova sulla propria nave, bensì seduto su una botte, tipo barrique, che galleggia in mezzo al mare. Probabilmente la nave che ha subìto naufragio trasportava vino. Il collegamento non potrebbe essere che questo, con il contenuto della bottiglia che l’etichetta comunica e rappresenta. La terra comunque non è lontana: si intravede in lontananza un paesello, che ricorda più l’Alsazia (dove non c’è il mare) che la Borgogna (ugualmente senza coste a tiro di schioppo). Si sa che in tempi passati gli inglesi trasportavano botti di vino da Bordeaux fino in Inghilterra, forse la scena riprodotta nel design di questa etichetta intende ricordare quel tipo di fiorenti commerci. L’illustrazione comunque è ben fatta, attira l’attenzione. E l’etichetta manifesta un proprio equilibrio grafico, piacevole e fruibile. Originale senza dubbio. Sarebbe bello conoscere cosa c’è dietro questo racconto visivo ma per ora nulla emerge dalla rete delle reti.

Racconti e Fantasia nella Timida Val d’Aosta

Pantagruel, Gewürztraminer,
Cantina di Cunéaz Nadir.

Questa piccola cantina dal nome curioso, Cunéaz Nadir, si trova a Gressan in Val d’Aosta ed è nata nel 2009. Produce una serie di vini da vitigni autoctoni come il Petit Rouge, il Vien de Nus, il Fumin e il Vuillermin, ma anche da vitigni internazionali come è il caso di questo Gewürztraminer che si chiama “Pantagruel”. L’elemento più importante dell’etichetta è proprio il nome del vino, visto che per il resto il design è davvero essenziale. Sono molti i vini che si ispirano al racconto che vede protagonisti Gargantua e Pantagruele (nome in italiano), scritto in Francia nel 1542 da Rebelais. In particolare, il Libro Primo dell’opera, viene così titolato in originale: “Gli orribili e spaventosi fatti e prodezze del molto rinomato Pantagruel re dei Dipsodi, figlio del gran gigante Gargantua”. Di fatto il romanzo di Rebelais è un inno al mangiar bene (e anche a mangiar tanto: le porzioni degli Chef televisivi di oggi farebbero ridere, o fors’anche piangere, il buon Pantagruele). In etichetta l’unica, altra, concessione alla fantasia (di cui Rebelais, l’autore del romanzo, era sicuramente molto dotato) riguarda una piccola figura al tratto, collocata sopra al nome, dove un pantagruelico omino tracanna vino da un grande bicchiere. La simpatia del personaggio Pantagruel fa da traino, certamente, ma l’estrema semplicità dell’etichetta non riesce a colpire e a comunicare in modo incisivo. 

Chanel N°5 in Versione Contadina

N°5, Malvasia Aromatica di Candia, Podere Cipolla.

Ci sono parole in grado, più di altre, di evocare immediatamente sapori, odori, sensazioni, ricordi. Una di queste è “Cipolla”, il nome di questo vino. “Cipolla N°5” per l’esattezza. Bizzarro quanto innegabile il possibile collegamento con il ben noto profumo Chanel N°5. Molto diversa la sensazione olfattiva che può richiamare nel nostro cervello. L’azienda è piccola, specializzata in Lambrusco: in questo caso lancia sul mercato un vino fermo, bianco, aromatico, ma pur sempre di territorio, laddove la Malvasia Aromatica di Candia è presente da sempre nelle colline di quella regione, l’Emilia. Il nome dell’azienda è Podere Cipolla, giusto per insistere. Ad evocare profumi suadenti è anche la velata figura femminile riportata sulla sinistra del packaging: nella diafana sagoma si nota solo un orecchino e il fatto che una mano stia indicando, quasi sorreggendo, il N°5, con l’obiettivo di sottolinearlo, di imporlo all’attenzione del pubblico. Per il resto l’etichetta è piuttosto spartana, con una disposizione centrata dei testi, amalgamati su toni chiari di sfondo. Certo che quella cipolla reiterata in etichetta risulta davvero invadente. Così come lo è in cucina, o ancora prima quando si decide di affettarla per farne uso. Si tratta solo di particolari? Non proprio. Il nome di un vino caratterizza il prodotto in modo profondo: quindi non è il caso di escludere approfondimenti, in qualsiasi direzione, prima di decidere di adottarlo.

Produttori di Vino, Quelli Giusti

Valpolicella Superiore, Brolo dei Giusti.

Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi può giudicare? Certamente chi produce vino è nel giusto, perché esercita una professione e una produzione che rientra in quelle amenità che hanno reso grandi e felici i popoli della terra. Ma queste sono considerazioni pseudo-psicologiche che possiamo accantonare. Di certo c’è che questa azienda (e i vini che produce, per ora solo due) si chiama “Brolo dei Giusti”. Brolo e non Barolo come a prima vista potrebbe sembrare. Anche perché siamo in Valpantena, la parte più a Est del territorio della Valpolicella. Zona dedicata quindi prevalentemente a Ripasso e Amarone. Vediamo cosa racconta l’azienda nel proprio sito internet: “Il Brolo dei Giusti è un unico vigneto, racchiuso e prezioso, nel cuore della Valpantena... Brolo, nella tradizione contadina, è un campo coltivato protetto da siepi, alberi di ulivo e marogne, i tradizionali muretti a secco che da sempre, in Valpolicella, definiscono le proprietà terriere”. Ci siamo: il riferimento è a qualcosa di tangibile e di storico. Rimane ancora nell’ombra il perché quello dovrebbe essere un luogo frequentato “dai giusti”. Giusti come cognome? No. Giusti in senso di giustizia ed equità, virtù e passione? Forse. La prendiamo per buona. Il packaging è molto essenziale. Nome in grande, Nero, rosso e bianco, colori che staccano. Sotto al nome un anziano vignaiolo siede su un muretto rimirando il panorama. Sicuramente di forte impatto e dotato di una buona originalità. Servirebbe forse qualche particolare in più per completare lo storytelling. Anche a costo di inventarlo.

Rosso a Natale e Festa Tutto l’Anno

“Vespa” Edizione di Natale,
Barbera d’Asti, Cascina Castlèt.

Il “Buon Natale” della Cascina Castlèt viene annunciato con una allegra edizione speciale del Barbera d’Asti dell’azienda. Quattro bimbe su una vespa rossa ammiccano in abiti babbonatalizi. Nella versione abituale del vino, per tutto il resto dell’anno, la vespa è bianca e le bimbe sono senza il cappello. Bellissima la descrizione dell’etichetta che si trova nel sito internet dell’azienda, tutta da leggere, tutta da sognare: “Fiocchi e sguardi. Sorrisi timidi e gambe magre di chi deve ancora crescere, ma ha già l’agilità delle gazzelle contadine. Quattro giovani vite a cavalcioni di una Vespa. E’ la giostra dei grandi, colma, immobile, per un’istantanea nel cortile di casa, in un giorno di festa. Un attimo dopo le bambine torneranno ai giochi. Si rincorreranno nei prati attente a non sporcare il vestito buono. I filari saranno le quinte del teatro di una vita che si sta appena assaggiando. Sono fatta di Barbera d’Asti, traggo forza dal passato con quattro volti che guardano il futuro divenuto presente. Ecco il vigore che c’è in me. Quattro vite colte insieme in un attimo, intrecciate per sempre. Sono semplice e calorosa, quotidiana e giusta, potevo avere icone diverse: colline, botti, grappoli. Era più facile. Così divento promessa e speranza. Mi faccio notare e racconto un piccolo sogno italiano divenuto realtà”. Si tratta quindi di una etichetta che è già speciale nella sua versione “normale”, e che prende ancora più abbrivio comunicativo nell’edizione speciale di Natale. Le etichette realizzate per eventi particolari come le feste di fine anno, rappresentano un costo supplementare per le aziende, ma possono dare quel qualcosa in più che può far bene anche alle vendite, oltre che all’immagine.

Un Bacio che Lascia il Tempo che Trova

Bacio di Venere, Blend di Rossi, Az. Agr. Nenci.

Vediamo subito che la bottiglia di questo vino, blend di Cabernet Franc, Merlot e Syrah, ha un formato inusuale. È più corta, più tozza, con le “spalle larghe”. Poco maneggevole ma  di taglio elegante. Passiamo all’etichetta: spicca il rosso della traccia di un bacio sulla sinistra. Bacio che si conferma anche nel nome del vino: “Bacio di Venere”. Il tutto sembrerebbe piuttosto stereotipato. Venere, la bellezza, il bacio come elemento di trasgressione. In alto il nome del produttore. Design a tutto bianco, con pochi elementi di spicco, e questo va bene. Il packaging si fa notare. Ma vediamo cosa dice l’articolato commento a questa etichetta da parte del produttore, nel proprio sito internet. Innanzitutto il claim: “Non solo un vino, uno stile di vita!”. E poi la dedica: “Bacio nasce da una semplice idea, restituire ai nostri sostenitori tutto l’affetto che ci hanno dato nel corso degli anni! Utilizzando una metafora, nel corso degli anni ci siamo sentiti come una bottiglia di vino che veniva riempita. Una volta piena avrebbe straripato! Quindi abbiamo pensato a come ricambiare questo affetto e abbiamo trovato un modo dedicando un vino a voi!”. E infine qualche esempio di “utilizzo” del bacio: “ Bacio può essere intimo, come due amanti che si scoprono e si amano. Bacio può essere familiare, come parenti che si accettano e si perdonano. Bacio può essere amichevole, come amici che si comprendono e si apprezzano. Bacio può essere consolatorio, come un bacio su una ferita”. Nazional popolare ma probabilmente efficace per quel target che ama l’immediatezza di codici attenzionali spartani.

La Trama Artistica della Semplicità

Nai e Señora, Albariño, Terra de Asorei.

Le etichette sognanti fanno sognare. Sembra una ovvietà ma non lo è affatto. Anche perché di etichette “sognanti”, in giro, ce ne sono poche. Ma vediamo cosa si sono inventati i produttori di questo vino, un albariño della regione galiziana della Spagna. Il packaging è dominato da una grande figura femminile, una sagoma, che evidenza la trama di un lungo vestito. Le decorazioni della veste riguardano la vite: pampini, tralci, foglie, frutti. Vicino alla coda formata dai capelli della donna si vede volare una farfalla, sempre in forma di sagoma. Semplice e artistico. Dal gusto delicato ma ben delineato. Una grafica fondata sul nero e sul bianco, con note di colore che spiccano. Una illustrazione moderna ma che evidenzia tratti classici. In alto a destra troviamo la parte letterale, descrittiva. Dove si legge anche il nome del vino: “Nai e  Señora. Apprendiamo dal sito dell’azienda che: “Nai e Señora (Galician for “Mother and Lady”) is our tribute to the powerful, independent women of the 21st century. “Nai e Señora”, Mother and Lady, is the expression poets in the early 20th century used to honour women—who worked hard to safeguard their families’ independence and Galician society—and their motherland: Galicia”. C’è dietro una storia, un concetto, un’emozione. Valorizzati da una trama attenzionale proposta con tatto ed estro artistico. Il gioco è fatto.

Un’Etichetta Legnosa e Ondivaga

Lignum Vitis, Frappato e Shiraz, Enoitalia.

Lignum Vitis viene definito dal suo produttore come un “concept wine” che celebra la scienza, l’arte e l’artigianato italiani. Si tratta (testuale dal sito dell’azienda) del “primo vino con un’etichetta interamente in legno”. Inoltre è ispirato dalla scoperta delle onde gravitazionali teorizzate da Einstein. Ora, giusto per tentare di chiarire, secondo Wikipedia “le onde gravitazionali si propagano nella struttura geometrica dello spazio modificando la distanza spaziotemporale di due punti vicini, facendola oscillare attorno a valori di riferimento. Inoltre, l'equazione delle onde è tensoriale (10 componenti), poiché deve tener conto di tutte le possibili dipendenze della distanza dalle coordinate”. Cosa possa c’entrare questo con una etichetta in legno non siamo riusciti a capirlo. Se non che l’etichetta stessa è tracciata con delle onde che si alternano a spazi vuoti. Da notare che in basso a destra si vede un bollino rotondo dove c’è scritto “onde gravitazionali”. Forse c’entrano coi vitigni? Frappato e Shiraz? Naturalmente stiamo scherzando, o meglio, stiamo tentando di interpretare le intenzioni creative e comunicative di questo packaging. Del resto l’etichetta attira l’attenzione. Per la sua conformazione, per il materiale, e anche per il nome del vino, latineggiante ma con un senso. Peccato che i vari elementi che compongono il design sembrano non stare insieme agevolmente. Ma questa è una riflessione che supera la barriera del commercio e quindi forse inutile al mero business.

Danza, Colore, Passione e un Buon Nome

Puragioia, Nero di Troia, Antica Enotria.

Si sa che la gioia è virulenta. Anche più di un Covid di quelli cattivi. Il vino stesso è “materiale” contagioso, soprattutto in convivialità. Il nome che il produttore ha destinato a questo rosso è “Puragioia”, suona bene, dice molto. Formulato così, con le due parole unite, diventa neologismo, mantenendo il suo significato portante. Il nome è accompagnato da una immagine, moderna, come un dipinto di arte contemporanea, che evidenzia una sagoma di corpo femminile in una postura da danza e comunque nell’atto di manifestare felicità, liberazione, profusione, fors’anche emancipazione. Cosa dice di questo prodotto, da vitigno Nero di Troia (altrimenti detto Uva di Troia), l’azienda titolare? “Puragioia. Il nuovo vino biologico di Antica Enotria è un inno alla vita. Il 2019 è un anno importante per la nostra azienda, 12 mesi segnati da un evento che ci ha visti tutti coinvolti: la nascita di un nuovo vino, una nostra nuova versione di Nero di Troia. Questa nuova bottiglia ha per noi un nome particolare ed è dedicata ad una persona molto speciale, Valentina. Compagna nella vita e nel lavoro, ci ha insegnato a guardare la vita con entusiasmo, a vivere con gioia, sempre. Puragioia Nero di Troia IGT Puglia nasce da questa riflessione: vuole essere un vino che trasmette gioia a chi lo beve, che ha l’ambizione di far star bene”. L’ambizione di “far stare bene” è davvero una bella promessa. Che va oltre il contenuto alcolico inebriante, notoriamente elevato per i vini rossi pugliesi ed entra un una dimensione anche salutare, di vino biologico, naturale, genuino, non artefatto. L’etichetta è semplice, pochi elementi ben distribuiti, e trasmette serenità, affidabilità, passione, spontaneità. Il colore magenta dominante (quel rosso-fucsia che caratterizza l’illustrazione nel packaging) contribuisce a dare una sferzata di attenzione e di stimolo ottico-psicologico. Fare design per il vino non è una attività da prendere alla leggera.

Sulla Ruota di Nizza è Uscito il Sette

7, Nizza Docg (Barbera), Sette.

Questo vino, figlio della recente denominazione Nizza Docg (insomma, una Barbera), si chiama Sette. Nei siti di e-commerce che lo veicolano verso gli assetati è scritto proprio così, in lettere. Mentre sull’etichetta, prestando attenzione si vede alla base il numero 7, “stampigliato” in modo irregolare. Si narra, nei racconti (lo storytelling) in rete che la decisione di chiamarlo così scaturisce dal fatto che la G, che accomuna i tre soci della cantina, Gianluca, Gregorio e Gino, è la settima lettera dell’alfabeto. Di lettere sparse ce ne sono altre, nell’etichetta. Oltre alla dicitura Nizza Docg e all’annata, vediamo in alto V.V. (poste in verticale) e in basso sempre a sinistra G.G., sigle alle quali per ora non abbiamo trovato collocazione concettuale. Occupiamoci adesso della parte centrale del packaging: una serie di ovali rossi, forse dei sassi nell’immaginazione di chi ha creato questa etichetta (Amebe? Ovuli?). La visione d’insieme di certo non è poetica. Ma nemmeno significativa, a parte la stranezza del “7/G”. Risulta un’etichetta piuttosto magra di emozioni, molto lineare ma non in senso creativo, bensì sotto l’aspetto puramente realizzativo. Attira l’attenzione? Forse, per la sua stranezza, ma tutto sommato l’attenzione dura poco. P.S.: si chiama Sette anche la società agricola titolare dell’attività.

Alla Corte di Scandiano Piace il Lambrusco

Orlando Innamorato, 
Lambrusco Grasparossa, 
Le Fattorie di Matilde.

L'Orlando Innamorato è un poema in strofe scritto nel 1476 da Matteo Boiardo Conte di Scandiano, piccolo Feudo nei pressi di Reggio Emilia. Racconta una serie di avventure per lo più fantastiche, tra amorazzi, duelli e magie varie. Nel poema viene utilizzato un linguaggio tratto dal “volgare padano” (a quel tempo non era ancora stata ufficializzata una letteratura basata sulla parlata toscana). Naturalmente il protagonista di tutte le storie è Orlando, un cavaliere un po’ sfasato e perennemente innamorato. Lo vediamo in questa etichetta ben rappresentato, sia pure in tono fumettistico. Goffo, su un enorme cavallo, ha infilzato un cuore con la sua lancia (quello della agognata Angelica). Siamo di fronte sicuramente a un’etichetta molto particolare. Che si prende poco sul serio. Così come particolare, nel panorama vinicolo italiano, è  la dicitura Spumante Rosso, definizione che troviamo alla base del packaging. Non può che essere un Lambrusco, viste le origini del racconto e dell’Orlando. E non può che essere un vino allegro e spensierato, così come la sua etichetta vuole essere ed esprimere.

Wine-Art per Rompere gli Schemi

Codino, Chianti Classico, Tenuta Monaciano.

Il Chianti è di quelli classici. La Docg conferma. Ma non è certo classica l’etichetta. In un mondo, soprattutto quello toscano, dove regnano ancora bottiglie dall’aspetto nobiliare e pacato con etichette minuziose e aggraziate, spiccano quei produttori che “si danno alla macchia” in senso ampio, filosofico e se vogliamo anche artistico. Etichette che a loro modo risultano sovversive, ma pur sempre dotate di gusto: all’esterno con le forme e il design, dentro alla bottiglia con il buon Sangiovese delle terre vocate. Iniziamo dal nome del vino, come è giusto: “Codino”. Ed è già simpatia. Forse questo nome viene risolto con un eccesso di tenero romanticismo, ma può funzionare. Si tratta di una parola in uso diffuso ma che risulta a suo modo originale. Il codino è chiaramente riferito all’illustrazione che vediamo al centro del packaging: dopo una lieve esitazione, scorgiamo due occhi e ci accorgiamo che si tratta di un gatto (forse sono due, uno dei quali di spalle). Un disegno realizzato con uno stile pittorico, particolare, inconsueto per una bottiglia di vino. L’azienda conferma nel proprio sito internet, testuale: si tratta di “...un gatto splendidamente illustrato da Hitnes, street artist romano”. Potremmo definirla wine-art, laddove il vino viene accompagnato da sensazioni visive, ma anche tattili e in generale evocative. Questa etichetta è tutta lì, in quella illustrazione e nel nome del vino. E per questa volta può bastare.

Animaletti Naturali in Franconia

Fledermaus, Blend di Bianchi, 2naturkinder.

Si definiscono “2naturkinder”, due bimbi naturali, e si chiamano esattamente Melanie Drese e Michael Völker, sono una coppia. Storia di giovani che lasciano la terra natìa per occupazioni importanti in giro per il mondo e poi tornano a casa (in questo caso in Franconia, Gemania). Certo ci vuole coraggio a coltivare uva in quelle terre nordiche. Ma i risultati a quanto pare non mancano. Un’ampia gamma di vini e di etichette tra i quali abbiamo scelto questo blend di Müller-Thurgau, Sylvaner e Riesling che si chiama “Fledermaus”, pipistrello in tedesco. E ad onta di qualsiasi problema di ribrezzo il pipistrello appare in tutta la sua grandezza nell’illustrazione del packaging. Appeso e silente (ma con gli occhietti aperti). Certo, il pipistrello è un animaletto che, ad esempio, mangia le zanzare e quindi fa un grosso favore agli umani. E in generale vive dove l’ambiente è naturale e dove il ciclo della vita è fiorente ed equilibrato. La sua immagine però è legata anche a qualcosa di tenebroso. Non si può dire simpatico, insomma. Almeno non per tutti. Detto questo l’etichetta risulta molto particolare, degna di attenzione, anche per le scelte cromatiche e stilistiche. Da notare anche il logo aziendale: in un angolo della grafica si nota un maggiolino (con il nome “2naturkinder”), altro simbolo di natura vera e sincera. Logicamente l’azienda agisce e produce in totale assenza di trattamenti e di forzature chimico-fisiche.

Green to the Extreme (Come Dicono Loro)

Purato, Catarratto e Pinot Grigio, Santa Tresa.

È nato “Purato”, il vino più “green” dell’universo. Il concetto viene rafforzato fino alla nausea in etichetta. Vediamo cosa si legge nel packaging oltre al già citato nome del vino. In ordine dall’alto: “Pura Sicilia”, poi vediamo una coccinella sul nome “Purato”, quindi i vitigni che compongono il vino, poi in basso “Made with organic grapes”, poi ancora “vegan friendly”. Sulla destra una scritta in verticale in corsivo recita “80% recycled glass. Paper from responsible sources. 100% recycled cardboard”. Insomma le ha tutte. Nei siti specializzati in ecommerce viene ulteriormente aggiunto: “lightweight bottle, vegetable ink on label, carbon neutral certified” e si potrebbe continuare ancora. Certo che l’argomento “green” è stato affrontato con tutte le armi a disposizione. Divulgato con puntuale solerzia. Si tratta di un mercato di nicchia, anche in America (dove è principalmente destinato questo vino), ma chi lo commercializza avrà fatto bene i conti... contando comunque di venderne qualche pallet. Nota a margine: la bottiglia è dotata di screw-cap, il tappo a vite, che molto green non è. Ma i costi di produzione hanno la loro importanza. E il pubblico anglosassone non protesta se non trova il classico sughero, anzi, agli svitamenti “pratici al consumo” sono abituati. L’etichetta in questione vanta una illustrazione molto originale, molto colorata, che ritrae il mondo vegetale e animale, la natura insomma, certo con uno stile minimale che non porta troppa allegria. Qualcuno, comunque, continua a preferire un fiasco di rosso di quelli rustici ma veraci. P.S.: il nome del produttore, Santa Tresa, non è un errore, si chiama proprio così, traendo origine dalla Contrada Santa Teresa (Ragusa) dove ha sede.

Fuga dalla Realtà in Terre Siciliane

Fuitina, Catarratto, Az. Agr. Bertolino.

Una produzione che si può dire davvero famigliare ha generato questo vino, Terre Siciliane Igp, con il coltivo di solo mezzo ettaro di vigna e il risultato (per ora) di sole 1000 bottiglie/anno. L’azienda è davvero piccola, ma l’etichetta è di quelle che si fanno notare. Saranno i colori, certo, molto accesi. Sarà il soggetto femminile che sempre intriga (uomini e donne). Sarà la gentilezza di quell’espressione e di quel fiore rosso. Sarà il copricapo ondeggiando così estroso. Sarà il nome del vino? Di solito è l’insieme degli elementi, meglio pochi ed evidenti oltre a ben amalgamati, che fa il successo di una etichetta. Qui abbiamo in sostanza una illustrazione che attira l’attenzione con gentilezza e un nome molto particolare. Cosa si intende per “Fuitina”? Davvero esaustiva la definizione che ne viene data su Wikipedia: “La fuitina, regionalismo estratto dal siciliano con il significato di "fuga repentina": identifica l'allontanamento di una coppia di giovani aspiranti coniugi dai rispettivi nuclei familiari di appartenenza, allo scopo di rendere esplicita (o far presumere come tale) l'avvenuta “consumazione”, in modo da porre le famiglie di fronte al "fatto compiuto" inducendole a concedere il consenso per le nozze dei fuggitivi. Tale fuga prematrimoniale, in uso nelle regioni del sud Italia, aveva spesso l'obiettivo di evitare il matrimonio combinato o l’endogamia, ma veniva anche compiuta in accordo con una o entrambe le famiglie dei transfughi, per ragioni economiche. Infatti, in tale frangente, vi era giustificazione alla celebrazione di immediate nozze riparatrici prive dei rituali e dei costosi ricevimenti di un matrimonio in piena regola. In quest'ultimo caso era spesso la stessa madre della ragazza che favoriva la fuga e preparava la tradizionale “truscia”, ovvero il fagotto contenente l'occorrente per il periodo di lontananza dei fuggitivi che, generalmente, durava 6-8 giorni”. Quanti concetti pregnanti e parole nuove dietro a questo nome, azzardato ma in fin dei conti simpatico!