Satanassi con un Bel Nome

Lucibello, Verdicchio, Benforte,

Italo Calvino è stato un genio della scrittura, della narrazione, della fantasia. Sorprende che la favola da lui scritta con protagonisti Quattordici e Lucibello non sia tra le meglio riuscite. Il nome di questo Verdicchio dei Castelli di Jesi (Riserva) si ispira infatti al racconto del noto italico scrittore e poeta. IL nome è molto bello: “Lucibello” suona bene, evoca la luce e la bellezza, ma… nel racconto di Italo Calvino è il nome del “capo dei diavoli” che Quattordici, il ragazzino protagonista, trova all’inferno. In breve, un giovane contadino, nel peregrinare nelle sue avventure, si ritrova a combattere con i diavoli armato di una tenaglia, con la quale mozzica la lingua ai luciferi. Ecco spiegata anche l’illustrazione al centro dell’etichetta: una tenaglia da lavoro, circondata da “gironi” argentati. A parte la necessità di descrivere tutto questo, il packaging è ben realizzato, con ordine e gusto, e con l’utilizzo di inchiostri speciali come il nero in rilievo che veste il nome del vino e l’argento dei particolari dell’illustrazione. Bello anche il nome dell’azienda: “Benforte”. Legato anch’esso a una favola, come viene spiegato nel sito web del produttore: “Proprio nella nostra area di produzione lo scrittore Italo Calvino raccolse una fiaba popolare dal titolo “Giuanni Benforte”. La storia racconta l’eterno tema della vittoria dell’astuzia contro la forza bruta: la vittoria del piccolo contro il gradasso. Abbiamo scelto Benforte come brand aziendale per celebrare lo stesso ingegno e la stessa tenacia di chi, anno, si impegna per produrre buon vino”.

Le Bollicine Ballano Nude

Bollabiòt, Chardonnay Spumante, Cantina Primavena.

A questo produttore piace giocare con le parole. E quindi ci è risultato subito simpatico. Si chiama Stefano Parpaiola e vive e lavora sulle colline della provincia di Pavia, a Montù Beccaria. Prendiamo, tra le altre etichette dell’azienda, quella del Brut Metodo Classico da Chardonnay dove vediamo subito un giullare intento nelle sue evoluzioni. In realtà, guardando bene, con un taglio di luce favorevole, i giullari sono tre: uno al centro, coloratissimo, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, realizzati con un inchiostro nero lucido. I due giullari sui lati appaiono come per magia solo muovendo la bottiglia in favore di luce. Un gioco nel gioco che porta attenzione e originalità. Il nome del vino è un gioco di parole: “Bollabiòtt”. Bisogna sapere che “balabiòtt”, secondo Wikipedia, “…è un termine mutuato dalla lingua lombarda, traducibile in "danza nudo", per definire un guitto oppure una persona facile a mostrare entusiasmo e sicurezza, ma di scarsa capacità realizzativa e dubbia integrità morale”. In questo caso, sostituendo la “a” iniziale con una “o” si ottiene un “balabiòtt con le bolle”. Secondo alcune versioni storiche sull’origine di questo nome, l’epiteto si riferisce a un “matto” (nei tarocchi la figura del Matto è di fatto un Giullare) in quanto anticamente nei manicomi venivano lasciate le persone nude, per evitare che in qualche modo potessero farsi del male (con indumenti annodati o incendiati). Un altro gioco di parole lo troviamo nel sito del produttore dove, sotto al nome dell’azienda “Cantina Primavena”, leggiamo “faccio tutto a modo bio”. Lo stesso nome dell’azienda è una variazione di parole (in questo caso non positivo, perchè può essere letto male) che ricorda la Primavera (ma con la “n” al posto della “r”). Tirando le somme a noi questo Bollabiòt piace, quanto meno nella sua bizzarra vestizione.

Un Dolcetto che si Chiama come un Nebbiolo

Nivö, Nibiö (Dolcetto dal Peduncolo Rosso), Rugrà.

Proprio dove il Piemonte cede il passo alla Liguria e le brezze marine asciugano le nebbie dell’entroterra, nasce e cresce un vitigno autoctono del quale si stanno perdendo le tracce. Luigia Zucchi, la produttrice titolare dell’azienda Rugrà, ha deciso di salvare questo clone di Dolcetto (dal Peduncolo Rosso, così viene definito dagli annali di viticoltura) e di produrre in quantità limitate (solo 2 ettari di vigne) il Nivö. ll nome di questo vino sarebbe la forma dialettale di Nibiö che anche se somiglia e potrebbe ricordare il celebre Nebbiolo non lo è. Il bisticcio di parole può generare confusione, certo. Ma in questo caso vince l’espressione antica che domina ancora in quella zona: i nomi dei vitigni (soprattutto quelli autoctoni) bisogna tenerli così come i contadini e i loro avi li chiamavano e continuano a chiamarli. L’etichetta è molto semplice: in alto, in buona grandezza, il nome del produttore. Al centro una quercia stilizzata. In basso il nome del vino con un carattere di scrittura che simula l’amanuense (e che crea qualche perplessità tra a”v” e la “n”, e viceversa). Per tutto il resto vigono le tradizioni e la voglia di brindare con vini veraci (e bio).

Quante Storie da Cantastorie!

Fin che Venga, Nocera, Cambria.

La particolarità di questo vino inizia dal vitigno, un rarissimo Nocera che cresce unicamente sulle colline di Funari in provincia di Messina. Ivi portato, manco a saperlo, dai Greci. Nella zona, col tempo, questo vitigno che serviva sostanzialmente come uva da taglio,  viene soppiantato dal più nobile e redditizio Nerello Mascalese. Oggi l’azienda Cambria ha deciso di incrementare di nuovo la coltivazione del Nocera per produrre uno spumante Metodo Classico rosato, elegante e sfizioso (non solo, col Nocera vengono prodotti anche dei rossi e un passito). Il nome di questo vino è davvero particolare: “Fin che Venga” e trae origine da un mito, da un racconto, secondo il quale Re Ruggero II d’Altavilla affidò il suo levriero malato alle cure di un contadino, con la promessa che l’avrebbe dovuto curare “fin che venga”, cioè fino a quando sarebbe tornato, il suo padrone. Al suo ritorno, dopo molto tempo, il Re, colpito dalla fedeltà del contadino, lo nominò Barone delle terre che oggi comprendono il comune di Funari. Nel packaging, dove trionfa il colore rosa, viene scritto, sopra al nome, “Tra storia e leggenda”, a confermare che spesso questi racconti si intrecciano con vite vissute, narrazioni edulcorate, miti incantati, nella modalità tipica dei cantastorie siciliani.

Alla Danza della Realtà Piace il Vino

Come d’Incanto, Nero di Troia, Cantine Carpentiere.

Partiamo dal vino, particolare anch’esso (oltre all’etichetta, di cui parliamo dopo): si tratta di un Nero di Troia (uve nere quindi) vinificato in bianco. Insomma, una rarità. Un rischio, un estro, un coraggioso porsi fuori dal consueto. Le Cantine Carpentiere si trovano in Puglia, a Corato, in provincia di Bari. I vigneti allignano attorno al Maniero Federiciano di Castel del Monte. Ma veniamo al nome del vino, davvero bello, evocativo, fiabesco: “Come d’Incanto”. Il sogno può incominciare: basterebbero le parole ma l’etichetta ci colpisce subito anche con i colori e l’ambientazione di una illustrazione acquarellava decisamente sognante. Vediamo un uomo e una donna danzare vorticosamente sotto a festoni luminosi ed è subito allegria, passione, convivialità, voglia di vivere. Tutte sensazioni che un vino è chiamato per vocazione a donare. E questa bottiglia lo fa, già in partenza con la sua etichetta. E’ una promessa, un vincolo, una missione che in seguito il calice è chiamato a confermare. Se vogliamo trovare un difetto a questo packaging design forse è nella leggibilità delle scritte, soprattutto il nome del produttore in basso. Ma è così piacevole l’immagine protagonista che si può anche soprassedere.

Degustazione Vino, Direttamente in Vasca

Macerato, Catarratto, Sergio Drago.

Un uomo in una vasca (di quelle che servono per la fermentazione del vino, ma somiglia molto a una vasca da bagno) è l’illustrazione protagonista di questa etichetta Made in Sicilia. Siamo infatti nel territorio rurale attorno ad Alcamo, nella parte occidentale dell’isola. Qui un giovane viticoltore cura come se fossero figli suoi, i tralci di vite che popolano un paio di ettari di terreno. Catarratto per i bianchi, ma anche Nero d’Avola e Syrah per i rossi. In questo caso, come si evince dal nome/definizione del vino, “Macerato”, si tratta di un orange-wine di lunga macerazione. Così lunga che il produttore stesso si prende una pausa, degustando il vino, dentro alla vasca, come se stesse rilassandosi in un bagno termale. L’immagine incuriosisce, certo, anche grazie al colore arancione che colpisce l’occhio. Il disegno non spicca per originalità dello stile ma la situazione che viene rappresentata è sufficiente per generare attenzione. Unico particolare che potrebbe stonare agli occhi di qualche wine-nerd: l’uomo illustrato sta bevendo il vino da un bicchiere che normalmente viene utilizzato per l’acqua e non da un calice. 

La Perfezione della Natura e dell’Opera dell’Uomo

Santa Maria, Pecorino, Vini Centanni.

Questa azienda vinicola con sede in Contrada Aso nel comune di Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno) ha la fortuna di chiamarsi “Centanni”. Come si può facilmente dedurre si tratta del cognome di famiglia. Gli anni di conduzione non arrivano ancora al secolo (comunque sono già 20 di regime biologico, non pochi) ma questo cognome consente di giocare con le parole in modo costruttivo, ad esempio nel sito internet troviamo scritto “un’avventura di famiglia che guarda al futuro con Centanni nel cuore”. Insomma si tratta di un nome evocativo, memorabile, edificante, valoriale. A tal punto che in etichetta il nome vero e proprio del vino viene relegato in un angolo (a destra) scritto in piccolo, e per di più (anzi, “per di meno”) in verticale: “Santa Maria” (probabilmente una frazione del luogo). Siamo in una realtà rurale e “minore” (non per la qualità, ma per i volumi di produzione) ma le etichette sono di stampo maggiore: eleganti, ricercate, moderne, strutturate. Questa che portiamo ad esempio è quella del Pecorino: minimalista ma con stile, due cerchi giocano a rincorrersi, forse due lune, o il sole e la luna, certamente segni che evocano la perfezione della natura e dell’opera dell’uomo quando sa essere virtuosa. Sul collo una capsula che simula la ceralacca aggiunge percezione di qualità per questo che è uno dei vini top di gamma dell’azienda.

Animali Immaginari, Figli di un Dio Minore

Pinot Noir, Dreambird Wines.

Questo produttore rumeno ha deciso di affidare la propria immagine a un bambino: cioè al creatore di una bella illustrazione che rappresenta l’azienda e che si trova su molte etichette della gamma proposta al consumatore. Partiamo comunque da nome (dell’azienda e del vino, in questo caso): “Dreambird”, un nome che fa sognare e evoca favole e scenari pittoreschi. L’uccello del sogno, si potrebbe anche dire l’uccello del paradiso visti i colori dei quali si compone la meravigliosa illustrazione posta al centro dell’etichetta. L’animale rappresentato è una specie di basilisco volatile che si compone di varie parti “animali”. Un po’ gallo cedrone, un po’ pappagallo, con una coda da scorpione, tiene schiacciato a terra un serpente. Diciamo che la fantasia non manca e se pensiamo che l’autore-bambino di questo disegno, Raul Inocentiu Neculai, ha dei gravi handicap motòri, il valore intrinseco ed emozionale dell’opera cresce ancora di più. L’azienda, per completare il quadro, ha deciso infatti di supportare una locale fondazione che si dedica al futuro di bambini con problemi di malformazione (kindersukunft.ro). Che dire? Forte impatto e grandi meriti.

Il Vino è Cambiamento, di Momento in Momento

Naranjo, Blend, Vinos Versàtil.

Un’etichetta dove si vedono solo parole? Si può fare. Questa è stata l’idea di un produttore argentino, con sede nel famoso comprensorio di Mendoza. Tutte le etichette di questa azienda sono costruite su una serie di parole, cambia solo il colore di fondo. Qui abbiamo portato ad esempio quella di un blend di bianchi con i quali viene prodotto un orange-wine. Da qui il nome del vino “Naranjo” con l’aggiunta di “de Garage” a sancire la produzione “artigianale” e in piccole quantità. L’etichetta fa il suo effetto, cioè quello di attirare l’attenzione. “Versàtil” è il nome dell’azienda, in italiano viene facilmente tradotto in “versatile” e per fugare ogni dubbio sul significato che si vuole trasmettere, vengono riportati tutti i sinonimi di questa parola, come: voluble, variable, cambiante, convertible, caprichoso, moldeable, maleable, coqueto… e così via. Lo spagnolo (argentino) è facile da intercettare, per cui la traduzione di queste parole è intuibile. Forse il riferimento va al vino in generale che, quando veramente genuino, è elemento molto cangiante, di vendemmia in vendemmia, di vasca in vasca, di stagione in stagione, di tavola in tavola. Elemento vivo che nel tempo manifesta la propria personalità evolvendo. Proprio come gli esseri umani, del resto.

Quella Sottile Demarcazione tra Realtà e Favola

Ruben & Flora, Cabernet e Carmenere, 
Las Tinajas del Maule.

Questa cantina cilena, con sede nella regione Maule a 250 km dalla capitale Santiago, presenta i propri vini con una serie di etichette molto originali, con uno stile da artisti contemporanei (che simula in parte quello del noto Basquiat, ma con ironia e pensiero positivo). L’etichetta che abbiamo deciso di mostrare è quella del Cabernet (50%) e Carmenere (50%) dove, con colori accesi, vengono rappresentate due figure “umane”. A dire il vero quella di sinistra è semi umana, in quanto viene definita “fauno”. Quella di destra è indubbiamente la raffigurazione di una donna. Questo perché sotto al nome del vino, già eloquente, “Ruben & Flora”, troviamo questa frase: “El gran amor de un fauno”. Le sembianze umane del fauno tradiscono la sua origine fiabesca con un capoccione che incute quasi paura. Non sembra spaventata Flora che addirittura sembra accettare il corteggiamento del fauno allungando un braccio verso di lui. Favola? Realtà? Si potrebbe dire tra realtà e favola, cioè come quel passaggio di tempo che intercorre tra il primo calice e il proseguimento di una allegra libagione.

La Sospetta Inutilità del Numero Uno

Radici Vive 891, Aglianico, Vinicola Agriflegrea.

Il nome è di quelli interessanti, evocativi, che comunicano qualcosa: “Radici Vive”. Certo, le radici sono tutte vive, se ce ne sono di morte il frutto non cresce. Ma ugualmente questa definizione si fa notare, è vivida, vivace, vitale e anche vinicola, logicamente. In realtà dovrebbe trattarsi di un nome di linea, cioè quella dei vini monovitigno di questa realtà partenopea con sede proprio a Napoli che riunisce 100 conferitori con vigne in ogni parte della Campania. Il nome in questione viene seguito da tre numeri: 891. In un primo momento potrebbe sembrare una altimetria o il numero delle bottiglie prodotte o il contrassegno catastale di qualche parcella. Invece, andando a navigare nel sito del produttore si scopre che, sia pure mancando un numero iniziale, ci si riferisce al 1891, anno in cui Vincenzo Varchetta fonda l’azienda, poi portata avanti da figli e nipoti. Il numero (senza l’1 iniziale) rimane comunque una incognita finché non si decide di approfondire in qualche modo. L’etichetta graficamente è molto pulita, essenziale e riesce ad essere originale e attenzionale. In alto, come sfondo, vediamo i profili di alcune colline con sfumature di colore incrementali. La particolarità sta nel bordo superiore della cartotecnica, sagomata anch’essa. In summa un buon lavoro grafico e una certa modernità nello stile.

L’Alta Calabria dei Vitigni Sconosciuti

Melara, Magliocco e Greco Nero, Boccafolle.

Davvero curioso il nome di questa azienda, che ha una origine topografica e storica. Si tratta infatti del Podere Boccafolle, così detto dagli abitanti della zona. Certo è un nome che attira l’attenzione: non abbiamo trovato spiegazioni specifiche in rete, ma possiamo dedurre che “Boccafolle” potrebbe essere la divertente nominazione di una persona che straparla, di un folle che parla troppo. Oppure di un vino che fa parlare troppo! Il vino invece, un rosato ottenuto da due vitigni locali, si chiama “Melara”. Anche in questo caso il nome potrebbe condurre alla storia di un luogo dove anticamente si produceva miele. Siamo nell’Alta Calabria e l’azienda in questione si distingue per la salvaguardia di vitigni antichi: a proposito di nomi, oltre al Magliocco e al Greco Nero, uve rosse relativamente più conosciute, l’azienda coltiva anche due uve bianche che si chiamano Vujnu e Duraca, sinceramente mai sentite prima. A proposito dell’etichetta, con uno stile anni ‘80 ma anche di una certa eleganza, notiamo la frase “da Antichi Vitigni dell’Alta Calabria” e soprattutto, subito sotto, un simbolo che di fatto è un reperto storico: si tratta di una scure votiva in bronzo del VII-VI secolo a.C., esposta oggi al British Museum, rinvenuta nel 1846, qui stilizzata e diventata così il marchio del produttore.

Il Mulo delle Ferriere sulla Costiera Amalfitana

Rudus, Falanghina, Casa Esposito.

Una piccola azienda vitivinicola campana, con sede a Scala (il borgo più antico della Costiera Amalfitana, posto a 450mt. s.l.m.) con questa originale etichetta rende omaggio al mezzo di trasporto per eccellenza di quelle scoscese coste: il mulo. Lo era almeno fino a qualche decennio orsono quando il nonno degli attuali titolari coltivava uva e produceva vino in quei luoghi, come da tradizione. Il nome di questa Falanghina, “Rudus”, viene dal latino e sta per “rudere”, infatti si riferisce ai Ruderi delle Ferriere che si trovano in una valle profonda che si insinua nel territorio di Amalfi. È una zona con molti percorsi difficoltosi dove il mulo è sempre stato il migliore mezzo di trasporto. A conferma dell’0rigine toponomastica di questo nome, nell’etichetta che abbiamo trovato in rete si possono leggere, sotto a “Rudus”, altre due parole: “delle ferriere”. Il packaging a nostro parere si fa notare soprattutto per il simpatico animale da trasporto, evidenziato con una illustrazione molto cromatica, con toni tendenti al carminio. L’opera pittorica è dovuta a Mary Cinque, artista che vive e lavora in Costiera Amalfitana lasciandosi ispirare dalla vivacità di quei luoghi. Nel complesso si tratta di una etichetta ben riuscita e dal punto di vista stilistico da considerarsi moderna. In un mondo rurale ancora abbastanza incontaminato, rappresenta una coraggiosa presa di posizione.

Un Salamino non Troppo Scuro

Puro!, Lambrusco Salamino, Vitivinicola Fangareggi.

L’etichetta di questo Lambrusco è di quelle “scherzose”, ovvero fantasiose. Cioè non si curano troppo di trasmettere tradizione o classicità, bensì puntano sulla simpatia. Lo stile è fumettoso-pittorico e in prima battuta vediamo tre bottiglie che versano vino sulle colline. Anzi (e qui c’è un’idea), inondano le colline come se le stessero conformando e colorando. Sullo sfondo un grande sole bianco. Due particolari: il colore del vino versato dalle tre bottiglie è di gradazioni diverse di rosso proprio come le principali tipologie di Lambrusco; alcuni infatti sono molto scuri, altri addirittura rosati. In questo caso si tratta di una via di mezzo: il Lambrusco Salamino di Santa Croce, infatti, dona un vino non troppo scuro (lo troviamo scritto anche sulla bottiglia, nella parte bassa dell’etichetta, in dialetto, “Lambròsc mia trop scur”). Un’altra particolarità di questa illustrazione artistica la troviamo in alto a destra: le sagome di alcuni cipressi (o almeno quello sembrano). Strano, perché siamo in Emilia, a Correggio e non in Toscana nei pressi di Siena. E infine il nome del vino: “Puro!”, proprio così, con il punto esclamativo. Una sentenza che va dritta alla questione della genuinità, o almeno ci prova a convincere di tale mozione il potenziale pubblico acquirente.

La Ricerca dell’Equilibrio, nella Vita, nella Vite, nel Vino

Serché, Barbera, 
Cantina Produttori del Monferrato.

A una prima occhiata si potrebbe leggere “perché” invece di “Serché”, che è il vero nome di questo vino. Il cervello per abitudine cerca subito un significato tra quelli di cui dispone. Infatti il nome di questa Barbera del Monferrato viene dal dialetto locale, che se non si è nativi di lì, non si può conoscere. Questa cantina cooperativa piemontese ha dunque trovato e comunicato un concetto interessante: “Serché” significa “cercare”. E sul fronte stesso dell’etichetta viene spiegato che la ricerca ha riguardato il voler trovare un equilibrio tra vino e territorio. Tra prodotto e storia del luogo. Il concetto è pregnante perchè tiene conto dei due elementi essenziali di una bottiglia di vino. Il contenuto, naturalmente, e le sue origini, intese non solo come vite e vigna piantate in un certo luogo (terreno, collina, paese) ma anche tutto quello che ci sta dietro, come dicono i francesi, il “terroir”, come la tradizione, la storia, i racconti, le generazioni che si sono susseguite, i racconti degli anziani, la toponomastica, l’agronomia, la geologia dei luoghi e cosi via, si potrebbero aggiungere molte altre cose. Il patrimonio che il vino porta dentro di sé è ampio e variegato: è una somma liquida che ci dona sensazioni che partono da lontano e toccano l’anima.

Il Correttore del Testo è Stato Scorretto

Grillo, Cantine Simonetti.

Come può essere accaduto che in stampa non siano stati corretti ben due errori contenuti nel breve spazio, 7 righe, di un retro-etichetta? Siamo in un’epoca in cui, se dovesse essere latente l’opera dell’uomo, i correttori automatici dei programmi di scrittura fanno egregiamente il loro dovere. E quindi? Distrazione? Noncuranza? Inadeguatezza professionale? Forse tutto assieme. Sta di fatto che alla terza riga vediamo “sicilia” in minuscolo e alla quinta riga leggiamo “erbe selavatiche” (e in più manca una virgola dopo “pesce” nella settima riga). È così difficile sbagliare che anche il nostro correttore ci impedisce di scrivere “selavatiche”, se non forzando la battitura. Forse chi ha redatto questo testo lo ha fatto a mano. Forse lo stampatore non è dotato dei più recenti programmi di elaborazione del testo. Non lo sappiamo. Certo c’è da essere preoccupati per il testo sottostante in inglese… che ci siano errori anche lì? Per assurdo probabilmente no… visto che “Sicily” è scritto giustamente in maiuscolo. Allora sovviene un’altra ipotesi: questo vino siciliano in realtà viene prodotto e gestito dall’estero, da qualcuno che non è nativo italiano. Certo che non ci fa una bella figura (anyway, la bottiglia che abbiamo fotografato è regolarmente in commercio in Italia).

Schiaccia il Rospo e Bevi il Vino (Rosso)

Calcababio, Bonarda, Monsupello.

Il nome di questo vino rosso della nota casa vinicola Monsupello (oggi gestita dagli eredi di Carlo Boatti, il fondatore) merita qualche approfondimento. Siamo nell’Oltrepò Pavese dove il vino viene prima del pane. Insomma una zona dove da sempre si coltiva la vite e si produce il nettare degli Dei, in questo caso soprattutto per gli acquirenti milanesi. Questa Bonarda (Croatina il vitigno) si chiama “Calcababio”. E’ già difficile da pronunciare per chi non è avvezzo al dialetto locale, ed è difficile anche intercettarne il significato. Sembra, per altro, che nei pressi della sede aziendale e dei vigneti ci sia un paese che ora si chiama Lungavilla e che precedentemente si chiamava “Calcababbio” (con due “b”), nome topografico che si rifà al verbo “calcare” e al dialettale “babi” cioè rospo. Lo stemma comunale infatti ritrae ancora oggi un piede che schiaccia un rospo. In dialetto la forma dialettale completa è “calchér ‘l babij” e probabilmente si riferisce storicamente alle azioni di bonifica delle zone boschive selvatiche o paludose (particolarmente frequentate dai rospi) per renderle adatte alla coltivazione. Da qui il nome in questione, diciamo così, italianizzato per renderlo (relativamente) pronunciabile. Certo non è un nome facile da ricordare, ma se si racconta la sua origine tutto cambia. E il povero rospo ne va di mezzo, come in ogni fiaba simbolica.

Un Riesling Austriaco con Tutto il Cuore

Riesling, Höckner & Höckner.

Il logo di questa piccola azienda vinicola austriaca, situata nella graziosa Krems (sul Danubio blu, nella parte nord orientale dell’Austria), è la traccia di un elettrocardiogramma che precede l’effettivo nome del produttore. Sulle etichette della gamma dei loro vini, la traccia cardiaca diventa di volta in volta il nome stesso del vino. Nel caso del Riesling forma la parola che rappresenta e comunica il vitigno. C’è un’idea. Criticabile certo, da chi ad esempio non vuole entrare mentalmente in un àmbito medico/ospedaliero e da chi i problemi al cuore li ha veramente, fisicamente, e non solo, ad esempio, per romanticismo. Però il richiamo al cuore, al battito, riconduce alla passione, alla cura, a metterci il cuore anche nelle cose materiali. Il vino, tutto sommato, è una questione di tradizione, cultura, ma anche di impegno personale e di connessione con la natura, a tutti i livelli. E cosa c’è di meglio del cuore, inteso come muscolo primario, che mantiene in vita, per rappresentare una voglia di convivialità che il vino richiama e promuove? La grafica dell’etichetta è semplice, diretta. Vediamo subito la linea del cuore e quasi nient’altro. Una traccia mnemonica intensa, in grado di farsi notare e ricordare.

Preziosità Metalliche per Bollicine Asettiche

Rhodium, Trento Doc, Salizzoni.

Gli spumanti hanno sempre avuto una loro particolare collocazione, a tavola, nei calici e nel vissuto personale di ognuno. Proprio perché possono collocarsi anche al di fuori dal desco famigliare. Sono festa, evocazione, privilegio. Anche oggi che le aziende le stanno tentando tutte per decontestualizzarli. Ritualità o quotidianità, i packaging degli spumanti rimangono comunque celebrativi, preziosi, valorizzanti. E allo stesso modo agiscono i loro nomi. In questo caso l’azienda Salizzoni, con sede a Calliano, tra Rovereto e Trento, ha voluto raggiungere il massimo dei massimi: “Rhodium” infatti è il nome scientifico (in inglese) del Rodio, un metallo ancora più raro e prezioso dell’oro e del platino. Il nome deriva dal greco “ròdon” cioè “rosa”. Curiosa l’affinità semantica con rododendro (da “ròdon”, rosa e “dèndron”, albero, cioè l’arbusto delle rose). Il metallo in questione comunque non è rosa, è bianco/argenteo, per cui, vai a sapere. La grafica in etichetta risulta piuttosto asettica: è ordinata, sì, vagamente preziosa, ma anche senza guizzi creativi, se non il nome del vino come già commentato. Sul collo della bottiglia, avvolto, come di consueto per questa tipologia di prodotto, da una stagnola coprente, leggiamo il nome del produttore in verticale e la sigla “Rh” (il simbolo chimico del Rodio). Il logo aziendale è il solito stemma araldico di cui sono sempre dotate le cantine che vantano antiche origini.

P come Pecorino. Ed è Tutto.

Dezi P., Pecorino, Fattoria Dezi.

La famiglia proprietaria di questa piccola azienda della provincia di Fermo coltiva uve dal 1970, quando Romolo e Remo (gli avi marchigiani, non gli Antichi Romani) hanno piantato le prime vigne. Oggi Davide e Stefano portano avanti la tradizione con i vitigni del territorio. La bottiglia che mostriamo è infatti un Falerio Pecorino, da abbinare al pesce o ad altri piatti leggeri. Veniamo al nome del vino: “Dezi P.”. Un enigma molto semplice: dove Dezi è il cognome di famiglia, possiamo ben dire che “P.” è il nome del vino. Ma perché una lettera puntata? Che obiettivo di comunicazione può avere? Generare curiosità? Chissà. A noi risulta piuttosto riduttivo, per utilizzare un eufemismo. “P.” starà per Pecorino, il vitigno, facile a dirsi. Ma non basta a giustificare una scelta che risulta sterile a livello di percezione, di marchio, di qualità, di memorabilità e quant’altro. La grafica: molto essenziale con qualche particolare. Il puntino della “i” di Dezi è in realtà il marchio aziendale (due “R” speculari, Romolo e Remo, i fondatori, in rosso). La “P.” viene collocata su un tassello rigato che fa da sfondo. Cosa significa? Non riusciamo a trovare una risposta razionale. Diciamo che è semplicemente “decorativo”. Il resto è piatto, sfondo chiaro, le diciture di legge. Parafrasando una famosa canzone degli anni ‘70 potremmo dire “bella, senz’anima” (Riccardo Cocciante), ma forse nemmeno bella.

Un Vino per Tutti dove Tutti hanno Ragione

Valpolicella Ripasso, Bolla.

Antica casa vinicola oggi affiliata a un grande gruppo, Bolla si è sempre distinta per la qualità dei vini rossi, di quella Valpolicella patria indiscussa dell’Amarone. In questo caso stiamo mostrando e parlando del “Ripasso” frutto di una tecnica tradizionale che punta ad ottenere vini più corposi. Ma non è di enologia che vogliamo parlare, bensì del packaging. In questo caso Bolla decide di distinguersi, sia pure affrontando costi di confezionamento superiori alla media, avvolgendo le bottiglie in una preziosa carta rossa. A scaffale si nota subito: sia per il colore, sia per l’insolito aspetto. La carta, di spessore, pesante, materica, dà valore al prodotto. La grafica è anch’essa valorizzante, con particolari decorativi e l’uso dei inchiostro dorato. In particolare viene valorizzato il marchio, al centro dell’etichetta, molto ben visibile: si tratta di un nome storico, come già detto, riconosciuto e riconoscibile, insomma, di pregio. La sensazione all’acquisto, è quella di poter entrare in possesso di qualcosa di speciale, da portare in tavola, ad amici e parenti, con grande dignità, nonostante il costo molto contenuto. Siamo di fronte quindi a un packaging (e anche a un vino) che con espressione anglofona si potrebbe definire “value for money”. E quando il risultato è questo, si può davvero parlare di “win win”: vincono tutti, produttore e consumatore.

Baronie a Memoria di Bisnonno

Lisciandra, Catarratto, Baronia della Pietra.


Tanta storia, tanti popoli e di conseguenza tanti nomi in quella magica Sicilia che da millenni coltiva e produce i frutti tipici del mediterraneo: la vite e l’ulivo. Si tratta di una piccola azienda vinicola che vanta origini dal 1860. Un breve racconto, nel sito internet del produttore fa capire quante vicende si sono incrociate su quelle terre: “Il nostro bisnonno Domenico ha piantato gli ulivi. Sono passate molte stagioni da allora. Oggi siamo noi a occuparci di queste piante di ulivo e della vigna. La contrada si chiama Chinesi, un tempo abitata dai Sicani, coltivata dagli arabi, poi appartenuta alla Chiesa di Agrigento su concessione dei Normanni, infine acquistata per 800 scudi dalla nobile famiglia dei Barresi, di origine Normanna. Recenti studi farebbero risalire il nome del feudo Chinesi a una antica chiesa Bizantina della quale ormai si sono perse le tracce…”. E’ l’emozionante racconto dei fratelli Enzo e Salvatore Barbiera, che in località Alessandria della Rocca portano avanti ancora oggi l’attività di famiglia. Il nome di questo vino, un catarratto in purezza, nasce proprio dalla forma dialettale di “Alessandria”, cioè “Lisciandra”. In dialetto, Alessandria della Rocca viene detta “Lisciànnira di la Rocca” ed è chiaro il meccanismo con il quale la lingua (fisica e parlata) scivola sulle lettere che compongono il nome rendendo il tutto molto più morbido, lascivo, suadente, in perfetta assonanza con lo stile di vita di questa meravigliosa regione. In etichetta, su una texture con i temi grafici tipici dell’isola, vediamo due seriosi avi, ben abbigliati, che fanno da testimoni storici e culturali dell’impresa. Il logo e simbolo dell’azienda è una farfalla che vediamo alla base del packaging. 

Un Regno Viola Abitato dalla Dea Bendata

Purple Reign, Semillon e Sauvignon, Masstengo.

Si tratta, come si può sorprendentemente vedere, di un vino di colore viola. La base produttiva sono due vitigni bianchi ben noti agli appassionati di enogastronomia, ai quali vengono aggiunti dei “botanicals”, cioè delle erbe, che hanno il duplice compito di colorare il vino in questa tonalità insolita e di sostituire i solfiti per una ottimale conservazione del prodotto. Non è dato a sapere di quali erbe si tratta, ma visto tutto il discorso sulla naturalità (cioè sull’assenza di chimica nociva) fatto dal produttore, si ipotizza che il colore non sia generato da sostanze artificiali. Certo che la sensazione di avere un vino viola nel calice deve risultare, almeno di primo impatto, molto strana. Il nome del vino logicamente spinge sul concetto legato al colore: “Purple Reign” con un gioco di parole che pesca nel vissuto e nel conosciuto musicale di tutto il mondo per la celebre canzone del “Genio di Minneapolis”, Prince, dal titolo “Purple Rain”. In inglese infatti, le parole reign (regno) e rain (pioggia) hanno la medesima pronuncia, tanto che vocalmente risultano quasi indistinguibili. L’etichetta, come visual, si presenta in modo originale: un specie di Dea della Giustizia (o della Fortuna, eterna o fuggente che sia) semibendata e immersa in una vegetazione lussureggiante, ammicca sibillina agli osservatori. Non sappiamo se questo vino avrà un futuro (in Italia probabilmente no), certo che la sua unicità può colpire l’occhio prima ancora di quanto possa riuscire a fare il gusto.

Giochi di Parole per Vini Esuberanti

MaDDam, Brut (Sekt), Doppeldes D - Das Weinduo.

Questa etichetta di forte impatto cromatico, dove il rosso detta legge, veste un vino spumante prodotto da due giovani vignaiole tedesche della Mosella. Il packaging in sé non è nulla di strepitoso, a parte il fatto che si fa certamente notare, con una certa prepotenza, soprattutto su uno scaffale eventualmente abitato da etichette sobrie e classicheggianti. I nomi dell’azienda e del vino, offrono invece qualche spunto interessante. Al centro dell’etichetta vediamo uno strano logo bianco formato da due “D” incrociate ed inclinate. L’azienda infatti si chiama “Doppeldes D”, doppia “D”. L’origine viene ricondotta al fatto che le due titolari vengono soprannominate dagli amici Duchesse e Diva (anagraficamente si chiamano Madeleine Ries e Lia Backendorf). Le due “D” maiuscole appaiono anche nel nome del vino, questa volta speculari (cioè una delle due è girata), a creare “maDDam” un gioco di parole che sfrutta il termine “madam” alludendo all’inglese “mad”, pazzo. Quindi potrebbe essere la Dama Matta in italiano (oppure il corrispondente nome “Damatta”, tanto per giocare un po’ con le parole). Sopra e sotto al nome, nella fascia nera, con parole più piccole, ci viene confermato che Madeleine è la Duchesse e Lia è la Diva. Insomma si tratta di un modo giocoso di fare branding. Nel mondo del vino “moderno” è ammesso anche questo.

La Malvasia ha Preso una Cattiva Strada

La Mala Via, Malvasia Istriana, Santa Colomba.

Questa bottiglia di vino biologico prodotto dall’azienda Santa Colomba di Lonigo, in provincia di Vicenza, si chiama in un modo che potremmo definire negativo. Infatti “La Mala Via” indica molto spesso dei percorsi topografici relativi a strade intricate, piene di curve o che si inerpicano in zone a picco sul mare o su strapiombi in montagna. Ma anche, nella cultura popolare, il fatto di prendere una “cattiva strada”, per le proprie abitudini o per il proprio percorso personale di vita. L’illustrazione in etichetta ad opera dell’artista Mauro Gambin, conferma l’intenzione di attribuire al nome di questo vino il significato di “strada tortuosa”. L’illustrazione è semplice, ad acquarello, fors’anche con la tecnica del carboncino. Si vede una strada, circondata da colli presumibilmente vitati, e sulla sommità lo spartiacque risulta colorato di rosso, per metterlo in evidenza. I toni sono abbastanza cupi e meditabondi. Alla base del packaging leggiamo il nome dell’azienda, molto semplice, senza logo. Ci giunge il sospetto, in salvataggio rispetto alla visione negativa dell’insieme, che “La Mala Via”, sia stata scelta anche per assonanza con la Malvasia, vitigno che al 100% compone questo vino. In ogni caso, speriamo tutto bene.