Dare Rilievo al Verdicchio (dei Colli di Jesi)

Doroverde, Verdicchio, Tombolini.

L’azienda, che produce da generazioni il Verdicchio dei Castelli di Jesi, ha sede a Staffolo e in questa bottiglia ha deciso di rimarcarlo in modo originale. Nella parte centrale dell’etichetta, infatti, vediamo, in rilievo, la mappa vista dell’alto del paese stesso, con una iscrizione che riporta a una fortificazione che circonda il nucleo centrale di case: “Torrione Albornoz Staffolo”. La carta scelta per questo packaging è di pregio, e anche le parti non in rilievo regalano alla vista una texture valorizzante. Bella l’impaginazione che richiama uno stile antico ma attualizzato. Elegante la scelta del verde per alcune diciture nella parte bassa. Prezioso il carattere di scrittura del nome del vino, che per la cronaca è “Doroverde”. Un nome che allude alla vegetazione delle meravigliose colline marchigiane, impreziosito da una “doratura” che dona preziosità e sensazioni di eleganza. Con un certo orgoglio, giustamente, sopra al nome dell’azienda, oggi portata avanti dai figli di Fulvia Tombolini, leggiamo “Casa fondata nel 1921”. Non si tratta di una data sorprendente, nel mondo del vino, in Italia, ci sono aziende molto più antiche, ma tanto basta a sottolineare che c’è una bella storia di famiglia che si è tramandata da nonno a nipoti e così via.

La Storia e la Cultura si Fanno anche in Vigna

Falanghina, Guido Marsella.

Stiamo parlando di un piccolo produttore di Summonte in provincia di Avellino, specializzato in Fiano ma che produce anche una Falanghina, qui raffigurata. Il vino non ha nome: campeggia in alto e con importanza dimensionale, il nome del produttore. Guido Marsella, con la sottostante specifica “viticoltore”. L’etichetta in questione presenta in modo evidente le sue particolarità: in alto una sagoma imita la geologia montuosa dell’Irpinia. Il cognome del produttore si avvale di un carattere e di una modalità grafica da major di Hollywood, bello. Al centro verso il basso una illustrazione da stampa antica attira l’attenzione per le nudità dei due protagonisti, un uomo e una donna, che reggono dei grappoli d’uva. L’effetto generale non è solo attenzionale, le figure trasmettono anche qualcosa di storico, di tradizionale, oltre che campestre e agricolo. Quella infatti è una zona dove secoli, forse millenni, di viticoltura hanno forgiato quelle che ancora oggi sono le pratiche che consentono di produrre vino di ottima qualità. La buona tavola tipica della Campania, e la convivialità di quelle genti, insieme la vino, completano un panorama che tutto il mondo ci invidia. 

Sangiovese Vitigno di Montagna?

Romignano, Sangiovese, (Tenuta Romignano).

Un Sangiovese aretino (sede dell’azienda in località Loro Ciuffenna) con uve fiorentine (luogo della vigna: 20 km a sud di Firenze). Vitigno certamente toscano (ma anche romagnolo), orgogliosamente autoctono. Certo che le montagne che si vedono in etichetta sembrano invece appartenere ad altre zone, come ad esempio le alpi Apuane, alle spalle di Forte dei Marmi (sempre Toscana, no problem). Si vedono anche due larici che come habitat corrisponderebbe all’Alto Adige, ma non importa. Sicuramente è uno strano scenario quello illustrato in questo packaging. In basso, molto in piccolo, qualcosa di interessante: vediamo un condottiero a cavallo, di fronte ad un bambino che ha con sé un condottiero giocattolo del tutto simile a quello vero (cioè a quello più grande), sotto a questa scena illustrata troviamo una frase in latino. Ma ecco la spiegazione fornita dall’attuale titolare dell’azienda vinicola (che è anche agriturismo) nel propio sito internet: “Il logo nasce dalla mia volontà di rassicurare mio padre sulla continuazione della nostra parte di paradiso. Il cavaliere rappresenta mio padre, il bambino che lo guarda con ammirazione sono io. E a mia volta tengo in mano le redini di un piccolo cavaliere che rappresentano i miei figli. La frase in latino di Seneca racchiude l’ultima conversazione che ebbi con mio padre: “Videbis nihil in hoc mundo extingui” - Guarda che niente al mondo finisce”. Il vino invece finisce. Soprattutto quando è buono!

Antigone, un Nome che è una Tragedia

Antigone, Liatiko, Domaine Economou.

Partiamo dalla ricca storia professionale di Yiannis Economou, titolare ed enologo di questa cantina che si trova sull’isola di Creta: “…con una laurea in enologia ad Alba, anni di lavoro in cantina in Germania e a Bordeaux (Chateau Margaux) oltre che in Piemonte, sotto la guida di maestri del Nebbiolo come Ceretto e Scavino, torna a Creta nel 1994”. Insomma, l’esperienza non manca e nemmeno la voglia di fare qualcosa di grande con i vitigni autoctoni della Grecia. Ed ecco quindi “Antigone”, uno dei vini prodotti e commercializzati dal Domaine Economou. Il vitigno si chiama Liatiko, il costo della bottiglia è impegnativo (oltre 100 Euro), il regime agro-enologico è biologico. Veniamo quindi al nome del vino: “Antigone”. Si tratta di una tragedia di Sofocle. Giudicate voi il “grado” di tragicità (da Wikipedia): “L'opera narra la vicenda di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l'ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell'indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza”. Insomma, una catastrofe famigliare. Forse conviene bere per dimenticare.

Un Verdicchio da Gustare con i Polpastrelli

Caecus, Verdicchio di Matelica, I tre monti. 

A prima vista, volendo gradire un gioco di parole, questa etichetta appare subito molto particolare: i noti caratteri puntinati dell’alfabeto Braille attirano l’attenzione. Ed è proprio tutto improntato gli occhi e al vedere, il packaging di questo Verdicchio di Matelica. Il nome innanzitutto, “Caecus”, che in latino significa cieco (ma anche oscuro, tenebroso, pieno di incognite). Ebbene, il tutto risulta essere un omaggio dell’azienda agricola “I tre monti” ad un avo dell’attuale proprietario, Lorenzo Montesi. Uno zio di quest’ultimo, infatti, Monsignor Luigi Pettinelli, missionario in terre lontane, in tarda età tornò alle origini ritirandosi presso il suo casale e i suoi terreni, costretto a leggere e scrivere in Braille a causa di una incombente cecità. Si tratta di un elaborato molto particolare, una “sottolineatura” al problema di chi non può vedere forme e colori di una etichetta, ma solo tastarne la consistenza e il rilievo. Al tempo stesso una immagine di questo tipo incuriosisce per la sua originalità anche chi la può vedere normalmente. Per quanto riguarda la grafica, risulta molto elegante, i caratteri di scrittura normali e puntinati si stagliano su un fondo nero austero ma stiloso. In fin dei conti si tratta di un pretesto, ma che ha un fondamento nella storia di famiglia.

La Lippa e la Barbera, Ovvero un Gioco da Ragazzi

La Lippa, Barbera d’Asti, La Gironda.

Il tema di comunicazione di questa etichetta è la raffigurazione e il nome di un antico gioco dell’infanzia, praticato cioè dai bambini: la lippa. Nel packaging infatti vediamo un infante del secolo scorso (per come è vestito) intento in una mossa tipica di questo gioco. Ma vediamo cosa ci dice Treccani in proposito: “Gioco consistente nel far saltare in aria un corto bastoncino (detto anch’esso lippa) percuotendolo con un bastone più lungo su una delle estremità appuntite che lo caratterizzano, e nel colpirlo poi al volo per mandarlo il più lontano possibile. Praticato soprattutto in passato, è noto regionalmente anche con altri nomi (romanesco “nizza”, veneziano “pàndolo”, ecc.)”. Curioso osservare che a Roma questo gioco si chiama “nizza” e il luogo dove ha sede l’azienda vinicola in questione è Nizza Monferrato, patria della Barbera di Nizza Docg. Scherzi delle accezioni e dei dialetti italiani, ricchi di sfumature e curiosità. Certamente, dobbiamo aggiungere a proposito di questo nome, si tratta di una parola desueta, riconoscibile solo da persone di un certa età. Infatti oggi questo gioco si è perso nel tempo, sostituito dalle varie edizioni della Play Station. Rimane la sensazione d’antan che questa etichetta, volutamente, vuole trasmettere. Nostalgia di un tempo? Marketing delle tradizioni? Chissà. Il Piemonte, comunque, è sempre molto legato agli usi e costumi di un tempo.

Un Medico Bresciano Sfida l’Abate dello Champagne

Franciacorta Brut, Girolamo Conforti.

Questa giovane cantina formatasi nel 2014, è costituita in realtà da 11 conferitori che coltivano un totale di 30 ettari, sparsi in 9 comuni della Franciacorta. La gamma per ora è abbastanza ristretta e comprende i grandi classici dello spumante Metodo Classico del Lago d’Iseo. Abbiamo un Brut (quello qui raffigurato), un Satén, un Millesimato, un Rosè e una Riserva. L’etichetta è molto “tradizionale”: uno stemma in alto con le iniziali “HC” (vedremo più avanti perché), il nome del produttore (non esattamente un nome di famiglia) e poi una scritta, che attira l’attenzione e che sta in basso, ma in realtà è il “cappello” di tutto il racconto: “1570 Libellus de vino mordaci”. Ed ecco la spiegazione tratta del sito internet della cooperativa: “…non si può non parlare di quella che probabilmente è una delle prime pubblicazioni dedicate al mondo dell’enologia, volta a illustrare quella che al tempo era la tecnica di produzione di vini a fermentazione naturale in bottiglia. Era esattamente il 1570 quando venne dato alle stampe il “Libellus de vino mordaci”, manuale che anticipa addirittura quelle che furono le intuizioni dell’abate Dom Pérignon sulla produzione delle bollicine. Un testo, il “Libellus de vino mordaci”, che ha preso vita dalla penna del medico bresciano Girolamo Conforti, il quale da conoscitore dell’enologia e da esperto degustatore qual era, arrivò a scrivere un elenco di importanti linee guida cui svariati produttori franciacortini, già sul finire del XVI secolo, cominciarono ad attenersi”. Il medico bresciano in questione, sembra che ai tempi si appellasse con Hierolamus ed ecco spiegata la “H” nel marchio. Si tratta davvero di un bel racconto, soprattutto perché ha il coraggio di sfidare i concorrenti francesi dello Champagne, affermando appunto che Don Pérignon ha creato le bollicine dopo di noi italiani! Verità o leggenda, a noi piace.

Un Tranquillo Pomeriggio Bulleggiato

Rosé pour buller, Gamay, Domaine des Canailles.

Ci sono bottiglie che “annunciano” la loro eccezionalità fin dal primo sguardo. A questo funzione assolve naturalmente l’etichetta. Questo packaging nasce a Ternand, all’estremo sud della zona del Beaujolais, a una trentina di km da Lione. Così come il vino, logico, frutto di un Gamay vinificato in rosa. Vino biodinamico, frizzante naturale. Un prodotto particolare, senza dubbio, che meritava un’etichetta originale, come questa che vediamo qui riportata. Il nome del vino è “Rosé pour buller”, gioco di parole laddove “bulle” in francese sono le bollicine. Cosa vediamo? Due persone, si presume una donna e un uomo, stazionano sulle loro sdraio, con un calice di rosé in mano. Dai calici si sprigionano una serie di acini/bolle di color giallo, arancio e violaceo, che potrebbero rappresentare una “nuvola” di bollicine ma anche un grappolo d’uva. Lo stile dell’illustrazione è davvero originale: con pochi tratti, tutto sommato solo accennati, viene descritta e comunicata un’atmosfera di languida serenità da pomeriggio estivo. Il colore fa il suo gioco per attirare l’attenzione, ma il nome e la “scenografia” fanno da intrigante parte integrante.


La Semplicità di Romolo e Remo

Luperco, Montepulciano d’Abruzzo, Casale Certosa.

L’incipit di questa azienda laziale di Santa Palomba (che si può leggere nella home-page del sito internet) è molto interessante: “Noi siamo semplici agricoltori prestati al mondo del vino e pensiamo che l’agricoltura serva per essere usata senza troppi aggettivi nella sua semplicità e nelle sue imperfezioni”. A parte qualche piccola imperfezione nella frase, il concetto è pregnante. Il vino non è perfetto. E infatti quello buono non è (non dovrebbe mai essere) uguale a se stesso, di vendemmia in vendemmia. Stiamo parlando, in particolare di un Montepulciano in purezza che si chiama Luperco, nome che porta sulle proprie spalle, storia, miti e tradizioni. Diciamo subito che per gli Antichi Romani “Lupercus” (derivato da lupus, lupo) è un’antica divinità rurale invocata a protezione della fertilità. In onore di Luperco gli era stata dedicata una grotta, ai piedi del Palatino, dove si narra che vennero ritrovati Romolo e Remo, come si sa, allattati da una lupa. L’etichetta graficamente è molto spartana, lineare, minimalista. Fondo antracite (molto scuro, quasi nero), in alto (per fortuna, almeno quello, “scavato” in bianco) il nome del vino, al centro in basso, quasi invisibile, perché in inchiostro nero lucido, la figura primordiale di un omuncolo. Nome dell’azienda alla base. Possiamo definire questo packaging sicuramente elegante, molto formale, quasi sacrale. Ha un proprio stile, questo sì.

La Danza delle 4 Scimmie (per Procura)

La Danza del Viento, Garnacha, Bodegas 4 Monos Viticultores.

Questa particolare etichetta è stata creata da 4 amici madrileni (Javier Garcia, Laura Robles, David Moreno e David Velasco) che da non molto tempo hanno fondato una azienda vitivinicola. Sapete come si fanno chiamare? Le 4 scimmie viticultrici. Infatti il nome aziendale “4 Monos Viticultores” significa proprio questo, in spagnolo. Sull’etichetta di questo Grenache in purezza però, non ci sono 4 scimmie, bensì 4 ancelle, poco coperte se non fosse per qualche fiore in testa, che danzano riti dionisiaci. Il nome del vino in maggiore evidenza non è “La Danza del Viento” (almeno secondo le dimensioni ottiche che si vedono nel packaging), ma “La Isilla”, nome della parcella, solo 1 ettaro (solo 1000 bottiglie ogni anno) con viti di oltre 90 anni a 860mt s.l.m, dove viene coltivata l’uva che poi darà vita a questo vino. Visto che quella che viene rappresentata in etichetta è indubbiamente una danza, crediamo che il nome ufficiale del vino possa essere proprio quello inneggiante al minuetto in abiti adamitici che, con ironia tutta iberica, si è deciso di raffigurare. E come si dice da quelle parti: salud! (se invece un commensale starnutisce non si dice “salud!” ma “jesus!”, bizzarrie dei popoli).

Mani di Vellluto in Catalogna

Garoina, Chardonnay, Celler Oliveda.

Ci vuole una certa perizia nel maneggiare i ricci di mare, e in questo caso, sembra, anche senza alcuna protezione. Ma partiamo del nome del vino, “Garoina” che in Catalano indica appunto il noto e ricercato mollusco dai pericolosi aculei (soprattutto se al posto della mani ci mettete un piede). Le vigne aziendali si trovano sotto ai Monti Albères, in località Capmany, proprio sul confine con la Francia. Il terreno è composto in prevalenza da “sauló” una sabbia granitica caratteristica della zona (lo Chardonnay è un “jolly”: cresce proprio dappertutto!). L’etichetta colpisce immediatamente per i toni scarlatti del mollusco, e poi impressiona la mano di donna che, con grazia, lo regge. Null’altro che il nome su fondo bianco in basso a destra. Un packaging d’impatto che contiene un consiglio d’uso e al tempo stesso fa gioco a se stesso generando empatia e attenzione. Prezzi contenuti come ancora oggi la Spagna (pardòn, la Catalogna) ci insegna. Un progetto che risplende nei toni cromatici, nella semplicità della grafica, e restituisce in comunicazione tutto il sole di quella costa arida nel terreno ma ricca di vita in ogni luogo.

Una Dama Rossa che fa Sognare

Macvin du Jura, vino liquoroso, Les Dolomies.

Il nome di questo vino che è anche il nome della categoria di prodotto (la qual cosa non va molto bene in comunicazione) ha una storia particolare, legata alla sua produzione. Si tratta infatti di un vino liquoroso costituito per 2/3 da mosto d’uva e per 1/3 da distillato (il Marc du Jura, corrispondente alla nostra grappa). Il nome, dicono ufficialmente le corporazioni del luogo, deriva dall’unione delle parole Marc e Vin (però i conti non tornano, manca una “r”, ma soprassediamo). Quello che ha attirato la nostra attenzione è la splendida illustrazione ad acquarello che troviamo sulla sinistra dell’etichetta: impossibile non notarla, grazie anche all’intensa colorazione. Raffigura una donna nell’atto di prendere oppure offrire o anche solo ammirare una bottiglia di vino che tiene nella sua mano sinistra. Il volto è completamente assente, ovvero non è per nulla particolareggiato, ma l’immagine fa sognare, fa “immaginare”. Il vestito è bellissimo, la donna è sicuramente bellissima, la scena e le circostanze sono sicuramente bellissime. Lo dice la nostra fantasia. Ed è la dimostrazione di quanta efficacia ci può essere in un idea (e in un bel tratto artistico). Un ultimo accenno all’azienda, biodinamica, nel cuore di quella regione vinicola ancora tutta da scoprire, lo Jura. Il produttore, una coppia di illuminati vignaioli, si chiama Les Dolomies, termine che in quella zona sta a indicare la tipologia di terreno, costituito in gran parte da calcare ricco di magnesio. Bravi.

La Foglia di Fico e Tante Altre Storie

Riserva del Fico, Barolo, E. Molino.

Avete 100 euro da spendere? Ecco un Barolo che potrebbe corrispondere al vostro budget. A parte il costo, si tratta di un Barolo che non vuole nascondersi dietro una foglia di fico (anzi, la utilizza in etichetta e nel nome). Il packaging ha uno stile che si fa notare. Davvero molto “vintage”, di quelli che sia pure in questa zona “arcaica” non ne fanno più. Attenzione però, in basso a destra sbuca un simbolo che è di per sé un segno di (coercitiva) modernità: il famigerato QR Code che ormai dilaga in ogni ordine di prodotto e di comunicazione. Siamo di fronte a un caso di antico-moderno? O ancora meglio di moderno-antico? Certo che quella foglia di fico in primo piano, per di più verde, non si direbbe adatta a una tipologia di vino come questo, ormai sdoganato come simbolo di virtuosa eleganza in tutto il mondo. A meno chè, teoria che va per la maggiore, l’etichetta risalga davvero a un secolo fa o forse più. Nel suo complesso siamo in quel sempre più ristretto campo degli inflessibili tradizionalisti. E perché cambiare uno status quo che funziona da decenni? La “Riserva del Fico” continua il suo ormai nobile percorso verso la glorificazione. E gli appassionati degustano e ringraziano (quasi tutti).

Un Barolo che si Inchina alle Erbe Officinali

Barolo Chinato, Ceretto.

Molto particolare questa etichetta di Ceretto, dedicata alla propria interpretazione del Barolo Chinato, un prodotto d’eccellenza, tipico delle Langhe. La preziosità delle soluzioni in bronzo/oro si sposa con la praticità delle descrizioni delle erbe, lungo tutto il perimetro dell’illustrazione. Ceretto non si accontenta di aggiungere la China al proprio Barolo: le erbe (di Langa, viene specificato da una dicitura a monte dell’illustrazione) sono almeno 13, tutte indicate, vicino alla relativa stilizzazione, col loro nome scientifico. Le scritte sono molto piccole, forse meritavano qualche decimo di millimetro in più. Tra queste riusciamo a scorgere, ad esempio, la Valeriana Officinalis, l’Iris Fiorentina, la Menta Piperita. Insomma un insieme di estratti benefici che uniti alla bontà del vino, rendono importante questo prodotto. L’etichetta risulta preziosa, fornisce sensazioni di artigianalià, suggerisce un uso centellinato del nobile intruglio e certamente il nome del produttore, molto stimato, funge da garanzia di qualità.

Lieti e Ottimi Calici alla Cascina del Buonumore

Cascina del Buonumore, Nebbiolo, Barbaglia.

Il buonumore: che grande risorsa personale e, potenzialmente, filosofica e socialmente utile! Il nome che contraddistingue questo vino a base Nebbiolo (da monovigneto) dell’Alto Piemonte, rispecchia il carattere e l’indole anche professionale di chi l’ha pensato e creato. Stiamo parlando di Silvia Barbaglia, vignaiola per davvero, di quelle che ci mettono la faccia e le mani, anima e corpo, in vigna anche in pieno inverno, non per farsi fotografare in pose studiate, bensì per accudirla al meglio. Ed ecco quindi la Cascina del Buonumore, sede dell’azienda e ameno luogo (nei pressi del Santuario del Santissimo Crocifisso di Boca) circondato da vigne a perdita d’occhio e stanziato su una terra che testimonia e racconta di un antico vulcano. Al centro dell’etichetta troviamo una illustrazione che riproduce al tratto la cascina stessa. In alto il logo scudato e il nome aziendale. Pochi e chiari elementi che nel packaging presentano come protagonisti concettuali la convivialità e il benessere che la cura e la passione, quindi la qualità di questo vino, sapranno certamente evocare, con lieti calici, anche a tavola. 

L’Etna, Polifemo e i Faraglioni (quelli Siciliani)

Fermento Siciliano, Nerello Mascalese e Cappuccio, Cantine Madaudo.

Questo vino fa parte della serie “Sicilia Illustrata” e infatti tutto lo spazio disponibile sull’etichetta viene occupato da una illustrazione, molto bella, che raffigura il Ciclope Polifemo mentre scaglia un masso in direzione della nave di Ulisse. Questo narra il mito che tutti conoscono e che nasce proprio alle pendici dell’Etna, dove allignano i vigneti di questa azienda, precisamente a Randazzo. L’immagine è forte, grazie anche al colore rosso dominante e alla dinamica da fumetto alla Diabolik. Alle spalle del Ciclope vediamo anche il vulcano che erutta lava (questo, almeno, a noi sembra). C’è tutta la forza e l’energia di un territorio che racconta sé stesso con la storia e anche l’attualità di un Etna che ogni tanto, effettivamente, fa ancora sentire la sua voce. La vicenda di Polifemo è nota ai più. Valga come conferma la vista dei Faraglioni dei Ciclopi ad Acitrezza. Da parte dell’azienda, aver “cavalcato” il mito di Polifemo fornisce un riferimento geografico molto preciso, consente di utilizzare anche la fama del vulcano come volano di comunicazione e fa sognare gli “spettatori” con un frame di grande effetto che difficilmente si farà dimenticare. Bravi.

Semplicità, Forza e Orgoglio Friulano

Friulano (Collio), Kurtin.

Stiamo parlando di un vino e di un’azienda italiani, sia pure al confine con la Slovenia. Colpisce quindi, innanzitutto, quella scritta in alto, “Kurtin”. In effetti si tratta del cognome della famiglia che dal 1906 gestisce un’attività agricola prima, e successivamente solo vitivinicola. Difficile trovare la lettera “K” in un cognome italiano, ma in questa zona, nel Collio, le storie e le culture si mescolano. L’azienda ne ha fatto un simbolo: infatti la K diventa logo scudato (non visibile qui in etichetta). Colpisce anche quella luna dorata che sovrasta un gradevole disegno al tratto dove un ragazzo e un uomo adulto (padre o nonno) ammirano il panorama rurale. Molto bella la frase di accompagnamento che troviamo alla base del disegno: “Il vino dei padri, succo della nostra memoria, storia che ci disseta”.  Un poetico riferimento alle generazioni che si sono susseguite nel corso del secolo scorso, alla guida dell’azienda. Un omaggio a chi è venuto prima e che ora viene ricordato come colui che ha spianato la strada alle rinnovate passioni. E’ un’etichetta semplice, chiara, senza pretese di voler rappresentare qualcosa di prezioso o aristocratico. Il vino è terra, è contadino, è lavoro e tradizione. Sia per chi lo produce, sia per chi lo beve. Con tanta buona ragione e salute per tutti.

Nostalgia Grafica, Tradizioni Storiche

Nebbiolo d’Alba, (Vigna Valmaggiore), Marengo.

Il Piemonte è quella regione d’Italia dove, oltre a garantire ottimi vini, le tradizioni, anche sotto forma di usi e costumi, sono rimaste inalterate nel tempo. Questa modalità si ritrova molto spesso nelle etichette dei vini, con stili che appartengono al passato e che richiamano, non senza nostalgia, simboli arcaici. Questo avviene soprattutto nelle zone storiche, del Barolo, del Barbaresco, al di là e al di qua del Tanaro, nelle Langhe e nel Roero. Proprio dove opera il produttore del quale riportiamo l’etichetta qui a fianco. Si tratta di un Nebbiolo d’Alba, cugino di vini più celebrati ma ugualmente di finissima trama. Vediamo quindi il packaging nel dettaglio. In alto, il cognome della famiglia che da 4 generazioni produce vino: Marengo. In rete si trova in realtà la dicitura “Mario Marengo”, in riferimento al padre dell’attuale vignaiolo, Marco. Sotto al cognome di famiglia c’è un disegno, piuttosto abbozzato, con un vecchio cascinale (che somiglia molto a una tipica fattoria americana, a dire il vero). Poi abbiamo il nome della Doc e quindi il nome della vigna di provenienza delle uve: “Vigna Valmaggiore” che può diventare il nome del vino, visto e che ufficialmente non ne possiede uno. Il fondo è un aranciato tenue, l’elaborato, come già detto, tradisce una certa malinconia grafica, una linearità tutta sua, senza sfarzo, proprio no, puntando sul “come si è sempre fatto”. Funziona? Ancora sì. Il territorio traina le vendite. Ma il packaging antagonista sta su un altro pianeta.

Il Mare d’Inverno, “un Concetto che il Pensiero non Considera”

Mare d’Inverno, Barbera Frizzante, Lusenti.

Confessiamo che in prima battuta abbiamo cercato questo vino (conoscendone solo l’etichetta e il nome e non il contenuto effettivo) tra i bianchi della gamma dell’Azienda Lusenti, poi nei bianchi frizzanti, quindi abbiamo provato tra quelli dolci. Convintissimi che si trattasse di un vino bianco. Invece… si tratta di un vino rosso, di una Barbera frizzante per l’esattezza. Forse è una questione di cognizione personale, ma il nome del vino, “Mare d’Inverno” a noi ispirava un vino bianco. E’ vero che il vino bianco si beve d’estate, ma ugualmente l’immagine e la cromografia (toni azzurri, onde e gabbiano) portavano a una fruizione “leggera”, da pesce, sia pure in inverno. Sorpresa: si tratta di un rosso, sia pure di spiccata acidità e frizzantezza, che forse potrebbe adattarsi (e non viceversa) a piatti di pesce, magari grasso, pesce azzurro, tanto per non tradire l’elaborato del packaging. Il nome di questo vino riporta anche, inevitabilmente, a una nota canzone eseguita per lo più da Loredana Bertè, addirittura inneggiante a un certo mondo in bianco e nero, nemmeno in azzurro: “Il mare d'inverno è solo un film in bianco e nero visto alla TV…”. Complessivamente l’etichetta si fa ben vedere e ben volere. Qualche dubbio sul concetto generale che la comunicazione, nel suo insieme, riesce ad esprimere.

Il Senso del Coniglio (o della Papera)

Cà Povolta, Soave, GI s.p.a. Trento.

Sarà un gioco di parole, per altro non troppo ben riuscito, a far vendere di più un vino? Può essere. Non abbiamo accesso ai dati di mercato di questo imbottigliatore. E non ci interessano nemmeno. L’etichetta invece sì, vale qualche attenzione, se non altro per la sua indole “acchiappa clienti” da mercati generali. Dunque ecco l’elaborato: il visual è quella nota immagine utilizzata dagli psicologi per vedere chi ci trova un coniglio e chi altri una papera. Già visto e stravisto e molto probabilmente utilizzabile senza necessità di pagare diritti di copyright. Il nome del vino (o se volete dell’azienda) è “Cà Povolta”. Facciamo fatica a cederci, ma è scritto proprio così. Allude, certo, alla possibilità di capovolgere l’immagine sottostante per poter vedere il secondo animale. Il gioco continua anche alla base del packaging con la scritta relativa alla Doc (Soave) a testa in giù. Il senso di tutto questo? Forse non c’è. Gli inglesi parlano di “nonsense”. E forse è proprio questo l’insegnamento di questa etichetta: il senso della vita (della vite, in questo caso) che non c’è, o che non lo si vuole cercare o trovare. Vale tutto purché riesca ad attirare l’attenzione? Forse sì. Comunque, papera o coniglio, un senso prima o poi bisogna prenderlo. Più facile dopo due o tre calici.


Brilla il Nome della Vignaiola in Mezzo alle Lucciole

Le Lucciole, Sangiovese, Chiara Condello.

Ecco uno dei tanti progetti “pilotati” da una donna vignaiola, che negli ultimi anni hanno preso piede nell’Italia del vino. Chiara Condello è una giovane produttrice che ha posto la propria sede e i vigneti a Predappio, in frazione Fiumana. La produzione è incentrata sul Sangiovese (di Romagna), con la modalità biologica nel massimo rispetto dell’ambiente e delle tradizioni. I vino si chiama “Le Lucciole” e viene vestito ad ogni annata con una illustrazione diversa. Differente il packaging ma unico il concetto che Chiara esprime in questo modo: “Perché mi accorgo di essere felice solo adesso, guardando le lucciole?” e ancora sulla filosofia che contraddistingue l’azienda: “Nei miei vini ricerco l’espressione autentica della mia terra, della sua storia, della sua anima. Immagino un vino di luce, libero da tutti gli artefici dai quali è stato troppo spesso appesantito. Per questo ho scelto di lavorare in modo semplice, seguendo i dettami di una viticoltura biologica e di una gestione artigianale della cantina”. Le illustrazioni in etichetta (abbiamo scelto questa, dove le stelle brillano come lucciole) hanno uno stile informale, immediato, moderno, sognante. In quella che qui abbiamo riportato, una piccola figura umana, in basso a destra, osserva l’immensità del cielo cosparsa di astri luminosi. La scritta “Le Lucciole”, in basso a sinistra, è poco leggibile ma poetica. La comunicazione e la valorizzazione del prodotto vengono affidate in modo particolare al nome e cognome della proprietaria, in una tipica matrice di marketing che privilegia il “metterci la faccia”. E sembra che possa funzionare.

Fiori Francesi in Vitigno Teutonico

Le Fleur, Riesling Renano, Isimbarda.

Non si tratta del solito Riesling Italico molto diffuso in Oltrepò Paveve, bensì del più nobile Riesling Renano, coltivato da Isimbarda, produttore di Santa Giulietta. La vigna speciale che genera questo vino si merita di essere nominata in etichetta: Vigna Martina. Si trova ad una altitudine di 400 mt. s.l.m. e gode di una particolare esposizione. Il vino ha un nome francese (anche se il produttore è italiano e il vitigno tedesco) cioè “le Fleur”. La grafica in etichetta conferma: una cornice di fiori circonda il tassello che, al centro, nomina vigna e vino, come detto sopra. L’azienda, nel proprio sito internet ci dice che: “L’Azienda Vitivinicola Isimbarda, deve il suo nome all’antica famiglia dei Marchesi Isimbardi: patrizi lombardi divenuti feudatari del “tenimento” di Santa Giuletta alla fine del secolo XVII. Soprattutto don Luigi Isimbardi, che nell’Ottocento amava la cascina Isimbarda quanto il suo maestoso palazzo di Milano, fu un ottimo viticoltore e precursore di moderne tecniche di produzione”. Chissà, forse i Marchesi amavano la Francia o semplicemente ne subivano il fascino indiscreto. Il packaging nel suo complesso appare piuttosto arcaico, classico, tradizionalista, sia pure con questa iniezione di colori e fantasia dovuta al fondo cielo e ai fiori occhieggianti dai lati della cartotecnica. Originale? Certamente. Innovativa? La prossima volta.

A Difesa delle Api, Contro l’Idiozia Generale

Let it Bee, Verdejo, Citizen Wine.

I nobili intenti che si nascondono dietro a questa etichetta vanno annoverati tra i casi di marketing moderno, dove un argomento caro ai consumatori viene “speso” concettualmente per veicolare un prodotto. Ed ecco un vino spagnolo, vitigno Verdejo, dichiaratamente organico, che si fregia di un bel packaging (originale e portatore di un argomento interessante). Come vuole comunicare il nome del vino in questione, con un gioco di parole, “Let it Bee”, si inneggia alla preziosità delle api, per la biodiversità e per la difesa degli ambienti naturali. Citizen Wine è una organizzazione commerciale con una propria filosofia di sviluppo del business, che viene in questo modo sintetizzata, nel sito internet dedicato (con un logo con l’acronimo I.M.A.D.): “Sometimes, in this crazy world an Idiot Makes A Decision. At times like this we need Good Citizens to remind us that Individuals Make A Difference. That is why we have developed this fantastic range of wines in support of important causes close to our hearts. From Ocean Clean-up to Bee Conservation and Rewilding, these are wines that appeal to the Good Citizen in all of us. Now you can enjoy a delicious glass of wine and give a drop back to society in the process. It’s time our Industry Made A Difference so follow the Good Citizen’s adventures as we explore the planet for new, exciting wines and fight a little evil along the way”. Nobili intenti? Visioni commerciali? Non ci esprimiamo. L’etichetta in questione, comunque, è bella.

Il Carattere della Montagna (Dove Volano le Aquile)

Caratteri Rosé. Pinot Nero (e Traminer), Castelsimoni.

Nei pressi dell’Aquila, in località Cese di Preturo, questa piccola cantina produce, tra altri vini di tipo internazionale, un rosato a base Pinot Nero. Non è una formulazione facile da trovare in centro Italia, soprattutto considerato che questo vino fruisce anche di un piccolo tocco di Traminer Aromatico. Particolare anche la sua etichetta: in alto leggiamo quello che viene diffuso dall’azienda come una sorta di slogan, “vini di montagna”. Abituati in questo senso a pensare a vini del nord (Alpi), facendo mente locale, realizziamo che anche qui, sotto al Gran Sasso d’Italia, le montagne sono di un certo livello. Il nome dell’azienda è “Castelsimoni”, probabilmente un rimando topografico; al centro vediamo l’inequivocabile mappa altimetrica del Gran Sasso (che sale fino a 2912 metri s.l.m.). Le vigne invece, sono dichiaratamente poste a 800 metri di altitudine, meglio precisare, sicché l’etichetta potrebbe indurre qualche errore di valutazione. Il vino rientra nel disciplinare come “Rosato Terre dell’Aquila”, come giustamente indicato alla base del packaging. Il nome del vino è alquanto strano: “Caratteri Rosé”, cercando, crediamo, di comunicare la peculiarità dei vitigni che lo compongono o le caratteristiche del territorio, decisamente montano, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Etichetta spartana, molto descrittiva, poco emozionale, abbastanza originale, del resto.

Il Rosso che è Veramente di Natale

Rosso di Natale, Blend di Rossi, Cascina Baricchi.

Potrebbe sembrare una trovata di marketing da mettere a scaffale ogni anno a dicembre… e invece. C’è molto di più dietro al nome di questo vino. Innanzitutto c’è una piccola azienda delle Langhe, che ha deciso di trattare le uve di Nebbiolo come se fossero atte a produrre Amarone. Le uve infatti vengono raccolte in vendemmia tardiva, lasciate a macerare 15 giorni e soprattutto il vino ottenuto deve affinare in botti di legno per 10 anni. Nasce un prodotto unico e particolare, che potrebbe attirare l’attenzione di chi prepara il pranzo di Natale, ma che in effetti può essere servito tutto l’anno. Dove sta il trucco? Nel fatto che il titolare dell’azienda si chiama Natale Simonetta, figlio di Giovanni, il fondatore. Natale infatti ci mette la firma autografa: la trovate nella parte sinistra dell’etichetta. 15% di festoso e corposo vino rosso che, grazie a un nome (e alla più nota festività del cristianesimo) potrebbe donare (attenzione, il costo non è dei più economici) attimi alterati di pura consapevolezza. Il packaging non è di quelli studiati da designer di grido, ma grazie al nome del vino e agli altri elementi “genuini” che lo compongono, è in grado di attirare attenzione e gratificazione. E qualcuno potrà gridare “Buono! Natale!”. Salute.