Vino Buono in Etichetta Sbagliata

Per Sba Glio, Barbera d’Alba, Saracco.

Sarà anche avvenuta per sbaglio la decisione di produrre 3000 bottiglie inaspettate di Barbera, ma a noi sembra che lo sbaglio sia continuato anche nella realizzazione dell’etichetta. Nel mondo enologico la sequela dei vini “sbagliati” è lunga: molti nomi, etichette, storie, accennano a errori o disattenzioni che hanno portato alla nascita di vini più o meno improbabili. Alcuni errori sono stati provvidenziali, come quello che ha portato a produrre l’Amarone, sfuggito di mano a qualche cantiniere distratto. In questo caso sembra ci sia stata una decisione improvvisata, un esperimento, un tentativo, quello di vinificare grappoli di Barbera che non rientravano nel piano vendemmiale. E’ nato così questo “Per Sbaglio” che in etichetta viene indicato in tre parti: “Per Sba Glio”, una “raffinatezza” grafica che, tra le altre cose, non riusciamo proprio a comprendere. Affermare così, in prima battuta, proprio nel nome del vino, che il prodotto, il vino contenuto in quella bottiglia è nato in via incidentale non è propriamente valoriale. Non porta alcun tipo di pregio, anzi, va nella direzione opposta. Per il resto, cosa dire di questa etichetta? Che non dice molto di più. Fondo bianco, la tipologia del vino alla base e letteralmente in un angolino in basso a destra il nome del produttore. Che tra l’altro è di ottima fama, non uno sconosciuto. Certo, come già detto all’inizio si tratta di una partita ristretta di bottiglie che ogni anno si limita a 3000 pezzi, frutto di poco più di un ettaro di vigna. Ma perché non dotare questo vino di una dignitosa etichetta? Perché condannare queste bottiglie all’oblìo di un packaging insussistente? 

Il Vino è “Manifesto”.

Hobo, Magliocco, l’Acino.

L’etichetta di questo vino è una specie di manifesto politico-filosofico che col vino c’entra poco. Possiamo definirla come una piccola “affissione” pubblicitaria, in questo caso di tenore storico-culturale. Ma vediamo subito il nome del vino, strano ma efficace: breve, originale, memorabile. “Hobo”. Quasi come homo ma con la “b”. Da cosa nasce? Negli anni bui della Grande Depressione, soprattutto in California (come conseguenza della grande crisi americana del 1929), gli Stati Uniti vennero letteralmente attraversati dagli “hobo”, giovani vagabondi venuti da molte parti dell’America e del mondo, disposti a qualsiasi lavoro per vivere. Le vicende di questi nomadi “dei tempi moderni” sono state narrate dallo scrittore John Steinbeck, premio Nobel per la Letteratura nel 1962, in un paio di racconti, in special modo in “Furore” e “Uomini e Topi” (titolo originale di quest’ultimo: “Of mice and men”, pubblicato nel 1937 e in parte autobiografico). Tornando all’etichetta di questo vino, ecco come viene definita dal produttore nel proprio sito internet: “semplicemente un inno alla libertà”. Questo il rational al quale ognuno può attribuire il valore che ritiene giusto. L’illustrazione in bianco e nero mostra uno di questi “hobo”, a piedi, viandante, con le sue poche e povere cose al seguito. Avendo sede nella provincia di Cosenza, forse si tratta di un riferimento al problema del riconoscimento, professionale ed economico, dei lavoratori stagionali, che ancora oggi affligge alcune campagne. Del resto il packaging è impattante e originale. Il concetto di base deve essere cercato e argomentato ma l’attenzione al prodotto viene certamente generata.

La Z di Zorro, Rivisitata

Alfieribianco,
Malvasia e Inzolia,
Zagarella.

Sono diversi e curiosi gli aspetti di questa etichetta calabrese. Partiamo dal nome del vino, “Alfieribianco”, dal nome della contrada Alfieri, nella zona di Arghillà, Reggio Calabria, dove ha sede l’azienda dei Fratelli Zagarella. Il nome potrebbe generare confusione con la Doc Terre Alfieri, piemontese, diventata recentemente Docg e quindi molto in vista. Come secondo elemento di analisi notiamo la strana forma della cartotecnica: un ovale interrotto da due semicerchi a destra e a sinistra. Il bianco dell’etichetta sul fondo scuro del vetro della bottiglia evidenzia questa forma inusuale. La firma del produttore che diventa logo, in basso, evidenzia la Z iniziale, in concorrenza con quella, un tempo nota, di Zorro. Ma la notazione più strana riguarda il tratto al centro dell’etichetta: dopo un breve ragionamento si evince che si tratta della medesima Z del cognome della proprietà, “girata” in orizzontale e ribaltata specularmente. Questo tratto risulta così essere, forse, il picco di una montagna, o ancora, visto che ci troviamo in vista dello Stretto di Messina, un’onda di un mare in burrasca. Certo che l’interpretazione di questo packaging richiede un minimo di ragionamento. A livello estetico si fa notare per l’originalità, della forma dell’etichetta, come già detto e dei tratti grafici. Tecnicamente è curioso e doveroso far notare che l’azienda in questione utilizza un sistema di vinificazione particolare che si chiama Ganimede. L’azienda produttrice (del sistema) lo definisce il “fermentatore innovativo”. Chi vuole approfondire il suo funzionamento può trovare il tutto su ganimede.com.

Sigle e Nomi in Singolar Tenzone

PR, Aglianico Rosato, Casula Vinaria.

Questa piccola azienda campana, con sede e attività a Campagna, un nome un destino, in provincia di Salerno, si è lanciata sul mercato con etichette di impatto, originali ma discutibili. La scelta grafica porta a evidenziare solo le prime due lettere del nome del vino. Così, in pratica, abbiamo PR per Primavera (Aglianico Rosato), BR per Brigante (Aglianico), CA per Candito (bianco dolce), CH per Chiena (Spumante Brut), CO per Coccinella e ME per Melodia (Fiano), FA per Falanga (Falanghina) e così via. Le lettere grandi sono tutte nero su bianco o viceversa (salvo un paio di casi particolari), con una modalità grafica, oltre che cromatica, di forte incisività. Quello che emerge è una sigla “effetto-targa”. Questo perché solo in un secondo momento l’occhio cerca altri riferimenti (oltre alla lettere grandi) e trova, in basso a sinistra, scritto molto in piccolo, il nome completo del vino. Sicuramente si tratta di una scelta “ottica”, attenzionale, che punta a farsi notare nello scaffale. La modalità però non è risolutiva, lascia qualche perplessità in chi la nota e non trova nemmeno giustificazione concettuale. Quello che possiamo dire è che i nomi dei vini sono interessanti, se e quando vengono colti nella loro integrità. Ad esempio: Brigante, Candito, Coccinella e Melodia sono nomi in grado di restare in mente e di comunicare qualcosa in più. Ma limitandosi alle  iniziali non trasmettono tutto il loro potenziale. Nota stilistica: ai lati destro e sinistro dell’etichetta, vediamo il logo aziendale (una foglia di vite e tre pallini, i tre soci) e un pallino più grande colorato che rappresenta la tipologia del vino: rosso, rosa, verde (per i bianchi). Stile minimalista, ma pur sempre con un’idea.


Un Cavalluccio Intelligente

Ippocampo, Verdicchio dei Colli di Jesi, Fattoria Lucesole.

Questa piccola azienda agricola marchigiana, che produce anche olio d’oliva e che si presenta al pubblico anche come agriturismo, per i propri vini ha messo in commercio una serie di etichette molto attenzionali, tutte in bianco e nero, dove la semplicità degli elementi prevale sulla complessità del racconto. Prendiamo come esempio l’etichetta del Verdicchio dei Colli di Jesi, vino di costa, nel senso che si abbina abitualmente a piatti di mare. Nel design in questione, a dimostrazione della vicinanza fisica e concettuale col Mare Adriatico, viene citato e mostrato un ippocampo: nome del vino e texture della grafica. L’ippocampo, detto anche cavalluccio marino, è un piccolo pesce (viene categorizzato così) dall’aspetto davvero curioso. Si chiama in questo modo per via della testa, somigliante a quella di un cavallo. Ippocampo, per dovere di cronaca semantica, è anche una parte del cervello umano situata nella zona mediana del lobo temporale. In questo caso la parte cerebrale ricorda, per la forma, un cavalluccio marino. Tutto torna. Noi invece torniamo volentieri all’etichetta: una schiera di cavallucci marini fa da sfondo, dove campeggia il nome del vino e le altre diciture commerciali e di legge. Nota curiosa, uno solo dei cavallucci marini è posizionato in orizzontale, tutti gli altri si trovano nella consueta posizione verticale. Da notare anche, alla base, il nome dell’azienda, Fattoria Lucesole (molto evocativo), scritto con un carattere fanciullesco e seguito da altre due parole: Quieto Vivere, quasi un mantra, di quelli che affermano subito un contesto positivo. Diciamo quindi che in poche mosse questa etichetta riesce a farsi notare e a fornire sensazioni legate alla naturalità e alla genuinità della proposta.

Uno Champagne “Contiguo” a Monticelli Brusati

La Selossata (Contigus), Chardonnay Metodo Classico, 
Il Pendio.

L’etichetta che prendiamo qui in esame non offre molti spunti sul versante grafico, quello del design. Colore di fondo chiaro, gli elementi verbali che servono, in ordine e centrati. Logo e nome produttore in alto, nome del vino al centro, tipologia in basso. Una classica cornice racchiude il tutto. Ma qui ci interessa il corto circuito semantico provocato (perché di questo si tratta, di una provocazione) dal nome del vino: La Selossata. Chi pratica anche il Metodo Classico francese, loro lo chiamano Méthode Champenoise (letteralmente significa “della regione dello Champagne”), sa che uno dei riferimenti storici e qualitativi, ultimamente molto di moda, è Jacques Selosse (oggi l’azienda è guidata dal figlio, Anselme). Si tratta di Champagne molto particolari, ottenuti da coltivazioni biodinamiche. Comunque sia, il cognome “Selosse” è entrato a far parte dell’Olimpo dei marchi di vini prestigiosi e logicamente anche molto costosi. Ma torniamo al corto circuito mediatico e semantico generato dal produttore franciacortino “Il Pendio” che ha deciso di chiamare uno dei propri Metodo Classico “La Selossata”. Identico il vitigno, lo Chardonnay, evidentemente ci sono anche affinità produttive con il noto produttore francese di cui sopra. Va da sé che quello che si vuole ottenere non è solo una affinità d’intenti: siamo di fronte a una specie di omaggio verso il maestro Selosse, con l’intenzione, in cambio, di sfruttarne anche la notorietà. Sotto al nome principale del vino, troviamo scritto “Contigus” che in francese (dal latino contingere) significa attiguo. Forse riferito all’essere “contigui” con il Selosse francese, forse per la continuità tra vigna (raccolta) e cantina (produzione) che in Francia è sancita dalla sigla RM (Récoltant-Manipulant), e infine forse per via del metodo di affinamento che utilizza barrique in serie, una vicina all’altra, nella modalità “solera”. 

Allo Stile non Basta Essere Stilizzato

Gattinara, Luca Caligaris.

C’è della buona volontà in questa etichetta di una piccola azienda dell’Alto Piemonte. Solo un ettaro e mezzo a Gattinara. Tanto basta per una produzione di nicchia, ma anche di passione. Buona volontà, quindi, che nel vino significa qualità e che a volte nelle etichette non basta. Ma vediamo i dettagli di questo packaging: lo spazio disponibile sul fronte etichetta è quasi completamente occupato da un grappolo stilizzato dove le forme sono state “geometrizzate” con una sintesi tipica del design. Ne risulta un frutto piuttosto “tecnico”, austero, dalle sensazione metalliche, complici anche gli inchiostri utilizzati, leggermente rilucenti. In verticale, sulla parte sinistra del grappolo sintetico si scorge a fatica un nome: Caligaris Luca (proprio così, prima il cognome e poi il nome, che non sarebbe propriamente corretto). Intento nobile quello di “metterci la firma”, qui piuttosto vanificato dalle scelte cromatiche e di impaginazione. Nella parte superiore vediamo una scritta in bianco, affermazione della DOCG, importante, ma abbandonata un po’ a se stessa nell’economia degli spazi disponibili. In basso, alla base, troviamo la menzione “Gattinara”, in bianco e in evidenza come è giusto che sia. Il vino non ha un nome proprio: forse si intendeva affermarlo con quella firma che riporta il nome del produttore. Ma come si è detto all’inizio, potrebbe non bastare a formulare una identità forte e memorabile che ogni bottiglia e tipologia di vino dovrebbe avere per competere sullo scaffale e sulla tavola.

Un’Oca Giuliva nella Casa del Diavolo

Ciana, Bianchetta Genovese, 
Casa del Diavolo.

La bistrattata e sostanzialmente poco conosciuta Bianchetta Genovese (sorella gemella dell’Albarola, vitigno già più noto) si prende una bella rivincita, dicono gli intenditori, con questa versione di una piccola azienda agricola che ha sede e produzione sulle colline dell’entroterra chiavarese, a Castiglione. A parte l’ottima fama qualitativa del vino, siamo stati attratti, e non solo noi, dalla particolare etichetta. Molto colorata, allegra, giocosa, raffigura un’oca da cortile con atteggiamento umano, a passeggio con ombrellino parasole, cuffietta e vestitino. Il vino si chiama “Ciana”, attribuibile al dialettale “piana” o “pianura”, ma anche a “chiara”, quindi bianca. Infatti il colore dell’uva e soprattutto del vino risultano molto chiari. Sorprende il nome del produttore: “Casa del Diavolo” che sembra sia da attribuire al nome del casolare diroccato che ha dato origine all’azienda. In realtà l’immagine complessiva dell’etichetta è molto angelica, fanciullesca, e stona un po’ il riferimento al diavolo, di fatto anche molto visibile nella parte alta del packaging. In una delle “o” del nome aziendale, inoltre, troviamo inserita una mela rossa, o almeno così sembra. Forse il riferimento a una coltivazione passata o presente della quale però non vi è traccia nei racconti relativi a questa azienda. L’etichetta sicuramente si stacca nettamente da uno stile austero al quale spesso ci hanno abituati i viticoltori liguri. E suscita un sorriso di simpatia.

Culetti, Culatelli e Culaccini

Culaccino, Puglia Sangiovese Igt.

Del culatello abbiamo conoscenza tutti, almeno qui in Italia. Ma del culaccino? E soprattutto perché chiamare con un nome così buffo un vino? Al di là delle simpatiche battute che potrebbe provocare questo nome, a tavola, vediamo da dove nasce la questione. Prendiamo subito la definizione di Treccani e la riportiamo fedelmente (e ringraziamo la Madre di tutte le Enciclopedie): “culaccino s. m. [der. di culo]. – 1. Parte terminale di salami, salsicce e sim.; anche la parte inferiore di un cetriolo, accanto al gambo. 2. non com. a. Ciò che resta nel fondo di un bicchiere o di altro piccolo recipiente. b. Segno che lascia un recipiente bagnato sul luogo dov’è stato posato”. Ed ecco rivelato l’arcano. Il nome di questo vino, che potrebbe risultate ridicolo o canzonatorio, ha una precisa origine nella lingua italiana. Anzi, più di una. E sono tutte interessanti: il “culetto” del salame (chi non vorrebbe appropriarsene per godere di un boccone prelibato?) o del cotechino, quel che resta, l’ultimo “goccio”, nel bicchiere, e infine quella macchia a semicerchio che tutti conosciamo, lasciata dal “sedere” (a ridaje) della bottiglia o da un calice sulla tovaglia. L’etichetta in questo senso conferma: su un fondo cremisi vediamo, oltre al nome del vino in bella evidenza, alcune macchie di vino. Una di queste forma la “C” iniziale del nome. Che dire? Approvato con sorriso.

La Fatale Fenice del Timorasso dei Semplici

Phoenix, Timorasso, il Vino e le Rose.

Nell’infinita sequela dei vini naturali, barbini e affini, va collocato anche questo Timorasso dall’etichetta poco convenzionale. Iniziamo dal nome dell’azienda, poetico, evocativo, amabilmente retrò: “il Vino e le Rose”. In etichetta, alla base, il nome viene reiterato nell’indirizzo internet: male non fa. Indirizzo e quant’altro, tutto sul fronte etichetta, di solito meno affollato. Ma la protagonista del packaging-design è senza dubbio una infuocata illustrazione che raffigura una mitologica fenice dall’aspetto umano. Una specie di fata del fuoco emerge da flutti fiammeggianti con maestoso incedere. In alto leggiamo il nome del vino, coerente con l’immagine: “Phoenix”. Non sarebbe stato male proporlo in italiano, ma si vede che l’esterofilia ancora paga, sia pure sulle colline tortonesi. Sulla destra si nota un simbolo segnaletico che proclama l’assenza di Co2. Nel complesso non si può dire che questa etichetta passi inosservata. Se non altro per il cromatismo acceso. Forse c’è troppa confusione, troppe informazioni, troppi stimoli tutti insieme. E una certa discrasia tra l’artefatto splendore della fenice e la pretesa genuinità del prodotto.

Spine di Pesce in Terre Toscane

Lische, Chianti Colli Senesi, Podere Arizzi.

Cosa possono avere in comunce le spine di pesce con le colline toscane? Questo vino si chiama proprio così, “Lische”. E lo storytelling del produttore racconta che questo nome è dovuto alla particolare disposizione delle vigne, a lisca di pesce. Nel sito dell’azienda si vede una foto dall’alto, ripresa in etichetta con un tratto disegnato, sulla destra, che raffigura la geometria, sicuramente originale, del vigneto. Non abbiamo dubbi che tale disposizione possa fare bene alle uve (sole, vento, orientamento, etc.), nonché possa facilitare le operazioni legate alla coltivazione dei grappoli di Sangiovese (con un 10% di Merlot) che compongono questo vino. Ma c’è qualche “ma”. Innanzitutto le lische non sono propriamente simpatiche anche a chi adora il pesce in gastronomia. Vengono tolte, evitate, quasi demonizzate. Perché in effetti potrebbero provocare problemi in bocca o, se ingerite, nell’apparato digerente. Inoltre, come accennato sopra, il pesce col Sangiovese c’entra poco, anche se ultimamente gastro-enologi progressisti stanno sdoganando alcuni vini rossi in abbinamento con piatti di mare. Insomma le lische sono difficili da digerire, anche per quanto riguarda le parole. Il design dell’etichetta è spartano, semplice, diretto: fondo bianco con elementi in nero. Nome del vino in primissimo piano, logo aziendale in alto, note tecniche alla base, illustrazione sulla destra. Niente male. Ma l’etichetta non guizza.

Alpini di Collina nei Dintorni di Siena

Fontalpino, Chianti Classico, 
Fattoria Carpineta Fontalpino.

L’etichetta è di quelle molto semplici. Pochi elementi, ordinati e centrati. Il packaging conduce l’attenzione, in modo naturale, sul nome del vino, molto protagonista, al centro, insieme a una illustrazione “scarabocchiata” in rosso (che potrebbe essere una collina con dei cipressi o carpini). L’illustrazione vorrebbe risultare “artistica”, ma a nostro parere è fin troppo approssimata, quasi “buttata lì” per caso, come uno schizzo preparatorio ad un elaborato vero e proprio. Tornando al nome del vino, vediamo che non è esente da qualche problema semantico e fonetico (o viceversa): ove il significato originario risulta essere “Fonte al Pino” (una antica fonte in loco, circondata da pini, ora sostituiti da carpini), la fusione, in pronuncia e anche in scrittura di queste parole genera “Fontalpino”. Questo neologismo però attira l’attenzione sulla parola “alpino”, il mitizzato milite di montagna. Potrebbe, al limite, portare al significato “la fonte dell’alpino” (intesa come vino, non come acqua: l’acqua gli alpini non la bevono, la usano per distillare le vinacce). E comunque, in generale, l’immagine dell’alpino, così fortemente radicata nel vissuto e nel parlato italiano, cannibalizza tutto il resto. Chiariamo: non c’è nulla di male se il riferimento vola fino agli alpini, tra l’altro grandi estimatori del vino rosso, e se i cipressi (o carpini) si trasformano in piume e la collina in un cappello, ma probabilmente, trattandosi di un Chianti (siamo a Castelnuovo Berardenga, Siena) alpi e alpini non sono sinergici con il territorio. È solo un esempio di come un nome può contenere molteplici significati, non sempre quelli desiderati.

Un Concept-Design Tutt’altro che Arido

Aridus, Malbec. Aridus Wine Company.

Capita raramente di trovare un’etichetta in grado di esprimere pienamente un concetto con pochi e incisivi elementi e in modo immediato. Stiamo parlando della semplicità di una comunicazione diretta, che sfrutta le sinergie tra nome, design e materiali. La dimostrazione che si può fare è qui davanti a noi: si tratta dell’etichetta di un produttore che ha sede in Arizona. Il nome della cantina (che viene riportato anche come nome del vino, in evidenza, nel packaging) è “Aridus”. Parola in latino che significa chiaramente, secco, arido, asciutto, desertico. Il design conferma: una carta porosa e un inchiostro in rilievo trasmettono la sensazione di un territorio inospitale e polveroso. Ma non per le viti, che di questa aridità fanno tesoro, andando a cercare acqua in profondità, ma soprattutto concentrando il sapore dell’uva a tutto vantaggio di una produzione di qualità. È infatti risaputo che le vigne che “lavorano” in emergenza idrica, riescono a dare il meglio nella concentrazione degli aromi. E in questo caso l’azienda ha dato il meglio di sé nell’esprimere il concetto. Nella foto vediamo la bottiglia del Malbec, ma tra la gamma aziendale la medesima idea di etichetta viene riproposta con sfumatura di colore diverse. L’unica aggiunta al pregnante concetto protagonista dell’etichetta, sono delle piccole scritte alla base, dove troviamo il nome del vitigno e la precisazione “Limited Production”. 

Quattro Mori in Val di Cembra

For4Neri, Metodo Classico, Zanotelli.

Non è facilmente spiegabile l’adozione di questo nome, per uno spumante metodo classico a base Chardonnay, sotto l’egida della denominazione Trento Doc. Le spiegazioni possibili sono diverse: For(4)Neri potrebbe alludere all’utilizzo di 4 vitigni o cru diversi, ma non è così. Se fossimo in Sardegna (ma siamo in Val di Cembra, in Trentino) si potrebbe pensare a un omaggio ai 4 Mori che caratterizzano la bandiera indipendentista dell’isola. Oppure possiamo pensare che, in una formulazione mista, tra inglese e italiano, si possa tradurre il tutto con “per neri”, cioè un vino dedicato in particolar modo alle persone di colore. Stiamo logicamente e appositamente esagerando nel trovare possibili soluzioni al rebus. Il numero 4 inserito tra le parole “For” e “Neri” non chiarisce, anzi confonde (perché in inglese 4 è four). Fatto sta che questo vino si chiama proprio così “For(4)Neri”. In tempi come questi dove si parla di inclusione praticamente in ogni dove, un nome come questo potrebbe generare qualche polemica. In generale il design della bottiglia si presenta bene, è accurato, particolareggiato, con soluzioni di inchiostro e cartotecnica interessanti. Per concludere (non in modo positivo) il marchio alla base dell’etichetta indica il cognome della famiglia titolare: “Zanotelli”. Ma la leggibilità è davvero compromessa dalla scelta di uno stile orientaleggiante del quale non comprendiamo fino in fondo l’adozione.

Ulisse Naviga nello Zibibbo

Zhabib, Passito Igt Terre Siciliane,
Azienda Agricola Hibiscus.

Una bella etichetta da una piccola azienda che ha sede nell’isola di Ustica. Vediamo perché. Innanzitutto il prodotto, un vino passito da vitigno Zibibbo come si può facilmente evincere dal nome “Zhabib”, di chiara origine araba. I natante raffigurato al centro dell’etichetta è un omaggio all’Odissea (il viaggio di Ulisse) che identifica Ustica come l’isola della Maga Circe. La piccola imbarcazione è ben illustrata, con uno stile “narrativo”, dinamico ma semplice. Navigava in un mare bianco, sotto a un mantello di stelle con luna crescente. Gli astri, a ben guardare, sono messi in evidenza grazie a un inchiostro dorato, così come il nome del vino. Lo stile semplice, ma al tempo stesso ricco di particolari che denotano cura e attenzione per il packaging, rendono questa etichetta originale e molto gradevole. La sinergia del racconto che valorizza l’isola vulcanica dove vengono coltivate le uve fa sì che il cerchio comunicativo si possa chiudere alla perfezione. Il prodotto prende valore, materiale ed emozionale. Ed è questo che un’etichetta deve poter fare.

Un’Etichetta Parlante, Anzi, Ragliante

Il Raglio dell’Asino, Greco di Bianco, l’Acino.

Tutti sono in grado di riconoscere al primo ascolto il raglio di un asino. Si tratta di un verso animale molto distintivo. Che spesso suscita ilarità, ma anche simpatia. Certo l’asino, come animale, viene associato (anche con l’accezione “somaro”) a qualche studente svogliato o poco brillante. In questa etichetta, invece, l’asino viene eletto a simbolo. Infatti l’azienda, nella scheda di presentazione del vino, scrive: “Ci sono produttori nobili che dedicano un vino a un animale elegante come il cervo. Noi siamo umili produttori di vino e quindi abbiamo scelto di dedicare un vino al grido dell'asino, l'animale che ha sempre accompagnato il lavoro del contadino e con i muretti a secco rappresenta i popoli del Mediterraneo”. Il produttore in questione è calabrese, della provincia di Cosenza, dove in effetti l’utilizzo di animali da traino o da trasporto è ancora una buona, ecologica, conveniente abitudine. Veniamo all’etichetta nello specifico: il simpatico animale, sbuca da sinistra in versione illustrata e accenna al tipico raglio con gli occhi spalancati. Sulla destra in alto vediamo un cerchio giallo, il sole di Calabria, forse, ma più probabilmente un acino d’uva visto che l’azienda si chiama così e che un simile cerchio appare anche nel marchio. Per il resto vediamo il nome del vino in buona evidenza e per il fronte-etichetta è tutto, rimandando le informazioni aggiuntive sul retro. Che dire? Questa bottiglia si fa notare. Tutto sommato, dietro a questo packaging c’è un rational che non fa una piega. E anche graficamente, si fa sentire.

Riti Celtici in Boschi Luminosi

Lusenta, Erbaluce di Caluso, Marco Rossa.

La storia del nome di questo vino è variegata e comunque attinente a certi riti pagani che si svolgevano molti secoli orsono nella zona di Ivrea e più precisamente a Borgomasino, nel basso Canavese. Conducendo alcune ricerche si scopre che “Lusenta” nel dialetto locale vorrebbe dire “bosco di luce” (da “lucus” in latino). Scopriamo anche che il vigneto che produce l’uva per questo vino è “immerso nel bosco”, proprio in quel bosco antico che è una costante, nei racconti legati a Lusenta. Sembra che secondo tradizioni celtiche si possa anche parlare, come traduzione, di Bosco Sacro. Insomma, un po’ di mistero c’è. E non guasta. In questo bosco misterioso, proseguendo con le ricerche, è stata scoperta la Pera Cunca, che non è un frutto, bensì, sempre dal dialetto locale, una pietra concava. Una specie di altare sacrificale scavato in una grossa pietra alluvionale. Ad onta di tutta queste storie antiche siamo di fronte a una etichetta moderna: a parte il carattere in stile celtico del nome del vino, la grafica che lo circonda è molto dinamica, fluida, moderna. Le sfere dorate a sinistra del nome sembrano degli asteroidi. E anche la forma ellittica della cartotecnica (dell’etichetta stessa) è molto “spaziale”, futuribile e anche futurista. In buona sostanza un esperimento ben riuscito.

Una Primavera Nera in Rosa

Prima Nera, Schioppettino Spumante Rosé, Gigante.

I primi tepori di primavera richiamano vini freschi e magari spumeggianti. Ed è proprio la primavera che viene in mente quando si legge il nome di questo vino: Prima Nera. Una primavera nera? Non può essere: la primavera è colore nei prati e nei cieli. E quindi cosa può spingere un produttore a chiamare un proprio vino “Prima Nera”? Le assonanze contano. Chiamasi fonetica. Abbiamo indagato nel sito di Adriano Gigante e abbiamo scoperto l’esistenza anche di un vino che si chiama “Prima Gialla”, una Ribolla Gialla, e qui ci sta, portando la mente verso “primula gialla”, che a proposito di primavera è visivamente cònsona.  Evidentemente Primula Nera è una derivazione, nata dal fatto che il vitigno che compone questa bollicina è da uve nere, o rosse, se preferiamo. Lo Schioppettino, nella regione in larga parte vinificato in rosso qui viene “sperimentato” in rosa, con metodo Charmat. Per il resto l’etichetta è molto lineare, semplice, spartana: cognome/marchio del produttore in alto, con la precisazione “dal 1957” che fornisce una efficace sponda storica, mentre in basso leggiamo le indicazioni di legge. Il nome del vino, al centro, in grande evidenza, viene scritto con un carattere molto graziato che in parte ne compromette la leggibilità ma che tutto sommato valorizza la bottiglia. La Prima Nera è sbocciata. Speriamo che almeno nel calice riesca ad evocare vividi colori.

L’Essenza del Vivere in un Trebbiano

Cantagrillo, Trebbiano Toscano, La Leccia.

Quando le cose sono fatte bene non si sa esattamente da dove partire. Scegliamo di iniziare, in modo istituzionale, dal logo dell’azienda che raffigura un leccio in un equilibrio grafico tra la chioma estesa e le radici interrate. Il tutto, nella parte superiore del packaging, diventa una specie di fuoco d’artificio dorato. Al centro del ciuffo superiore troviamo, non troppo visibile, la scritta La Leccia, nome del produttore che si ispira agli estesi boschi di leccio della proprietà, virato al femminile in omaggio a Madre Terra e alle tre donne che attualmente governano l’azienda: Paola, madre, Sibilla e Angelica, figlie. Il possedimento, in piena zona Chianti, vicino a Montespertoli (in Val di Botte, nomen omen) ha origine da un acquisto-investimento, negli anni Settanta, della famiglia Bagnoli, titolari del marchio Sammontana (sì, i gelati). Oggi l’azienda si distingue, oltre che per il vino, anche per una produzione di olio di oliva di alta qualità. Ma torniamo all’etichetta del vino-simbolo dell’azienda, un Trebbiano Toscano: su un gradevole fondo color “ora blu” leggiamo in bianco il nome del vino, “canta grillo”, ed è impossibile non notare un grillo stilizzato in rosso. Bel nome. Estivo, suadente, poetico, evocativo, dileggiante, sollazzevole. Ma non finisce qui, sotto al nome del vino troviamo dei versi: “D’estate distesi su un prato. A guardar le stelle danzare. Ad ascoltar i grilli cantare”. E forse la vita è tutta lì, in quella bottiglia, in quel cielo, in quelle emozioni.

Una Bollicina Glaciale dalle Dolomiti

Mezza, Vigneti delle Dolomiti Rosé, Mezzacorona.

Questo “sparkling” per lo più destinato ai mercati esteri, è una creazione di una grande cantina del Trentino: Mezzacorona. Azienda che sicuramente ha una cura del marketing di tipo evoluto. O che dovrebbe averla. Il packaging fa parte del marketing, anzi, spesso ne è la scintilla scatenante. Questo vino spumante a base di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero si chiama “Mezza”. Si può facilmente intuire che questa parola sia nata dal nome stesso dell’azienda produttrice. Per semantiche ragioni, però, “mezza” richiama anche altre sensazioni. Ad esempio la “mezza”, nel gergo italico è la “bustarella”, insomma un atto di corruzione. Aver dato, o preso, la “mezza” significa anche quello. Inoltre possiamo aggiungere che “mezza” non è “intera”. Sembra un futile gioco di parole, ma a livello di percezione, avere qualcosa a metà può rappresentare un elemento riduttivo. Infatti la mezza bottiglia è quella piccola, da 0,375. Ma vediamo il design dell’etichetta: la parola “rosé” in alto a destra, quasi non si vede. Troppo defilata cromaticamente. Quasi messa lì per caso. Per portarla in maggiore evidenza si sarebbero dovute scegliere altre modalità e altri colori. La texture dell’etichetta (lo sfondo) è a dir poco “ottica”. Cioè colpisce gli occhi con forme acuminate generando un attimo di stordimento che inficia la fruizione stessa dell’etichetta. Al centro abbiamo un rettangolo dorato con le informazioni e con una precisazione piuttosto sorprendente: “Italian Glacial Bubbly”. Ora, che il vino sia italiano non ci sono dubbi. Che sia “bubbly” anche, sia pure che la parola non è tra le più eleganti per esprimere questa caratteristica. E poi “glacial”, che tradotto sarebbe glaciale. Caratteristica non del vino in sé, bensì apportata da una eventuale refrigerazione.

Arte Estemporanea Franco-Partenopea

Tres Frigidae, Pallagrello Bianco, La Masserìe.

Il vino è italiano, non ci sono dubbi. Da vitigno autoctono campano. Il nome dell’azienda invece è in francese. Chissà perché. La questione viene apertamente “denunciata” anche dal produttore stesso, nel proprio sito internet: “La località in cui è sita, “Masseria Vecchia”, ha ispirato il nome dell’azienda, il quale nonostante sia francese è legato al territorio più di quanto si possa immaginare. Il termine “masserie”, infatti, è molto simile foneticamente all’equivalente napoletano che significa “masseria”. E allora, pensiamo noi, perché non scegliere direttamente l’italiano? Tra l’altro, in Italia “La” Masserìe, scritto così, potrebbe sembrare un errore di stampa. C’è dell’altro: il nome del vino è “Tres Frigidae”. Un po’ francese, un po’ latino. A parte questo, il termine “frigidae” non ha valenze propriamente positive nel vissuto gergale italiano. E il packaging-design? Abbastanza sconcertante per quanto riguarda la ricchezza di cromatismi e di varie forme e figure dell’illustrazione. Questo il commento del produttore: “Convinta che il vino sia simbolo di allegria e gioia, l’azienda ha vestito le proprie bottiglie con dei veri quadri d’autore realizzati dall’artista napoletano Bruno Donzelli”. Arte contemporanea ma anche “estemporanea”. Molto impattante, non c’è che dire. Ma addosso a una bottiglia di vino ci sta forzatamente, a nostro modesto parere. Per concludere possiamo dire che si tratta sicuramente di una etichetta che rompe gli schemi. Forse lo fa in modo troppo violento.

Quote Rosa con Qualche Equivoco

Le Sette, Rosato, Terre del Creario.

La prima originalità di questo vino rosato è il vitigno che lo compone, il Nebbiolo. Non sono infatti molti i vini rosati ottenuti con questa nobile bacca rossa. Ma passiamo alle “originalità” dell’etichetta. Regna il colore rosa: spesso accade per le etichette dei vini rosati. Del tutto plausibile, anche se lo “stacco” di colore, come nella moda, avrebbe ugualmente valide ragioni. L’etichetta è semplice: sulla destra vediamo una sinuosa sagoma femminile. La coda della donna, in modalità sirena, oppure, più realisticamente, lo strascico del suo vestito si trasforma, in basso, nel flutto del vino in un calice. Il concavo che va a formarsi contiene il logo e il nome aziendale. Diciamo che fino a qui troviamo dei codici comunicativi canonici. Rosé uguale donna, donna uguale femminilità, femminilità uguale romanticismo, etc etc. Uno stereotipo al quale siamo abituati. E il nome del vino? Ci arriviamo, anche perché si tratta certamente di un elemento da analizzare come minimo con curiosità, oltre che con cura. Il vino si chiama “Le Sette”. Non avendo trovato spiegazione nel sito internet del produttore e neppure in rete, avanziamo delle ipotesi. Le Sette è l’indicazione di un orario (le sette del mattino o le sette di sera? Forse un rosato e un vestito lungo sono più adatti alla sera). Le Sette potrebbe essere anche il nome di una zona geografica, un appiglio toponomastico. Oppure potrebbe fare riferimento al plurale di “setta”, inteso come congrega pseudoreligiosa. Certo che una lettura veloce, potrebbe scambiare la “S” iniziale con una “T” buttandola in “caciara”. Non ci sbilanciamo, ma probabilmente ci sono troppi significati possibili e/o latenti. Naming da riconsiderare.

Streghe e Strisce nel Mare d’Alghero

Stria, Vermentino di Sardegna, Vigne Rada.

Questa cantina sarda che prende il nome dalla Rada di Alghero, sulla quale si affaccia la proprietà, ha avuto il coraggio di osare una delle etichette più strane (particolari) mai viste finora sul mercato italiano e internazionale. La stranezza riguarda in particolare la cartotecnica, o meglio la fustellatura (la forma) dell’etichetta. Sorprende, sembra quasi un errore, un difetto di produzione. Osservando il suo perimetro, l’etichetta potrebbe sembrare un diamante oppure anche un iceberg. Forse si riferisce all’area di una determinata zona geografica. Fatto sta che questo packaging design sa farsi notare. Viene da sé la considerazione che l’area “cartacea” utilizzabile è davvero ridotta: lo spazio disponibile per scrivere qualcosa è molto limitato e... acuto, quindi poco pratico da questo punto di vista. Vi trovano comunque posto, in ordine di apparizione dall’alto verso il basso, il nome del vino, “Stria”, la denominazione, Vermentino di Sardegna, l’annata e il nome/logo dell’azienda. In piccolo leggiamo anche, in corsivo, il nome della località dove ha sede l’azienda, Alghero. Poco altro da aggiungere (oltre alla già citata strana forma dell’etichetta), se non che il nome del vino potrebbe ricordare, con un’accezione dialettale, la parola “strega”. Ma potrebbe essere anche “striscia”, riferita alle striature cromatiche che il mare regala agli occhi, in lontananza, nelle tipiche giornate di vento della Sardegna. Non ce la sentiamo di collocarla nell’Olimpo delle etichette, ma in definitiva ha carattere e personalità.

Fantasia al Comando

La Granja, Tempranillo, La Granja360.

Fa piacere scoprire che in giro ci sono delle teste matte alle quali la fantasia non manca. Non mancano quindi idee e il coraggio di metterle in pratica. Di comunicarle, anche con un certo orgoglio, fregandosene del parere degli altri. Certo, ci vuole anche efficacia. Ma in questo caso a nostro parere c’è tutto. Un’etichetta con un maiale, davvero particolare, per il disegno e per il fatto che è “sospeso-appeso” per le gambe, a quattro fili. Ancora più folle la spiegazione del produttore nel proprio sito internet: “Once upon a time... in a farm far, far away, there was a piggy that dreamed of flying high, high up to the sun. One night, a warm breeze from the south entered the farm filling every corner with irresistible scents of sweet raspberries. The piggy was so taken by the aroma that it followed the scent to the border of the farm. Suddenly, he felt a warm air lifting him up and a magical voice asking him: are you ready for the wine fun?”. Per il resto c’è solo il nome del vitigno e l’origine del prodotto (Spagna). Ma tanto basta il maialone rosa che il resto passa in secondo piano. Un altro particolare: la spiegazione del nome dell’azienda, “la Granja360”. Sempre tratta dal sito del produttore: “La Granja 360 is the Spanish name for “The Farm 360” and finds its origin in the “Three Sixty” move of skateboarding. A Three Sixty is when a skateboarder and his board turn 360º, when the skater lands he is facing his original direction again”. Insomma ce n’è abbastanza per brindare a questi coraggiosi e fantasiosi imprenditori.

Rosé Vuol Dire Donna Anche in Alsazia

Crémant d’Alsace, Brut Rosé, 
Domaine Zinck.

Questa piccola e affilata (Zinck!) azienda alsaziana con sede a Eguisheim ha deciso di proporre delle etichette fuori dal comune. Nel senso che sono molto diverse da quelle che ancora oggi “regnano” in Alsazia. Colori forti a tinta unita e immagini di grande impatto, che potrebbero anche andare contro il pensiero clericale di quelle terre ancora molto tradizionaliste. In particolare per il Brut Rosé viene proposta un’etichetta rosa shocking che mette al centro del design la sagoma di una donna. L’illustrazione può essere definita sia come molto femminile, sia come molto maschilista, toccando i due estremi. La donna è molto sinuosa, la sua figura perfettamente in linea con i canoni stilistici della moda, gioca con vegetazioni rigogliose, un paio di stelle e la luna. Di forte impatto visivo, così come il nome del produttore in basso. Certamente questa etichetta nasce per farsi notare e per collegare, questo sì, in modo “tradizionalista”, la donna con il colore rosa, e di conseguenza la femminilità con il vino rosato. La scelta cromatica e grafica è coraggiosa. L’attenzione è assicurata. Il packaging però, nel suo complesso, accusa una mancanza di stile e di eleganza, anche se le intenzioni probabilmente volevano ottenere proprio il contrario.