Si Alzano In Volo Oniriche Effusioni

Levitate, Negroamaro (Frizzante!), Cantina Fiorentino.

Si tratta di un prodotto per l’estero, a quanto sembra. Infatti il nome sembra proprio essere in inglese: “Levitate”, cioè levitare, fluttuare nello spazio. Sappiamo però che la parola in questione viene anche utilizzata nella sapiente lingua latina che ha preceduto e dato origine a molte lingue europee. Ad esempio: “Nos tamen hoc esse iudicium eorum censemus, qui levitate magis quam veritate ducuntur” (più o meno: “Questo, a nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità”). Inglese o latino? Diciamo che si può recepire in entrambi i casi, salvo che il carattere di scrittura non garantisce una leggibilità immediata (a causa principalmente della “L” iniziale, e se quello che si legge dovesse essere “evitate” allora sarebbe un problema). Passiamo all’analisi della parte illustrata. Un paio di palloncini e un altro paio di mongolfiere a forma di cappello da cuoco, volano via nello spazio dell’etichetta con stupefacente leggerezza. Sarà che il vino è “mosso” e quindi che vuole dare, con le proprie bolle, un’impressione di leggiadra allegoria. Inutile negare che il packaging è di quelli enigmatici, da sogno lucido felliniano. Non manca l’eleganza nell’impaginazione, forse c’è un eccesso di profusioni oniriche. Qualche stranezza ci può stare, a partire dal prodotto stesso: il Negroamaro frizzante è un vino per pochi.

Che Simpatico Questo Emiliano

L’Emiliano, Lambrusco, Ariola Vigne & Vini.

Cosa può fare un’etichetta? Ad esempio può valorizzare un vino di basso costo. Questo Lambrusco prodotto a Langhirano costa 2,50 Euro e si trova anche nei discount, per cui la percezione del suo valore intrinseco viene molto attenuata. Ma entra in gioco un packaging pulito, elegante, simpatico che rende la bottiglia più avvenente, più attraente. Le vendite possono migliorare. Questo Lambrusco “Scuro”, come precisato dalla scritta in basso, si chiama “l’Emiliano”. E già qui guadagna punti laddove l’emilianità significa accoglienza, festa, giovialità. Il nome viene scritto in corsivo come se qualcuno avesse firmato le bottiglie. L’etichetta bianca viene “sporcata” da una pennellata di colore che corrisponde al vivace croma del Lambrusco. Sopra e sotto due scritte ordinate in stampatello, molto leggibili. E’ tutto. Ed è molto, considerato che a conti fatti l’etichetta qui non può, non deve, costare più di tanto. Ed ecco che probabilmente nella marea di vini dozzinali dei supermercati di quartiere questo Lambrusco riesce a distinguersi, a farsi guardare, a strappare un sorriso e, conseguentemente, uno scontrino.

La Magia delle Idee (e degli Inchiostri Speciali)

Kalterersee Auslese Klassisch, Aldi.

Ormai anche i vini “da scaffale” affrontano la comunicazione con armi affilate. In primo luogo a livello commerciale: la potenza dei grandi gruppi facilita le vendite, inoltre il prezzo è una leva importante. Ma anche per quanto riguarda le etichette si sono fatti passi da gigante. In questo caso stiamo parlando di un Kalterersee (la Schiava, in italiano) promosso da Aldi, il grande discount tedesco che recentemente è approdato anche in Italia con diversi punti vendita. In particolare,  in questo caso, ci piace sottolineare l’uso degli inchiostri speciali, l’oro ad esempio, e anche di una certa maestria nell’elaborazione grafica (che deve essere confermata da tecnicismi moderni in fatto di stampa). Non siamo di fronte di certo a un packaging eclatante, ma il soggetto montagne al centro dell’etichetta è davvero ben realizzato. Comunica la provenienza (vino di montagna, anche il nome inneggia a un famoso lago altoatesino) e veicola un messaggio “magico”, dove le rocce, la neve e l’oro creano un’atmosfera quasi natalizia, comunque di eccellenza. A volte bastano dei particolari ben riusciti che oggi, con il miglioramento della tecnologia, costano anche poco come investimento. Il vino in questione orbita tra i 3 e i 5 Euro, secondo le promozioni in atto, e con questa cifra si porta in tavola anche una gradevole vestizione della bottiglia.

Tra Demonio e Santità è lo Stesso

Casto, Brut e Rosé
Metodo Classico, Bosco Longhino.

Può un vino essere casto? Questo, di nome, lo è. Si tratta di uno spumante, in versione Brut o Rosé, categoria di prodotto che di solito accompagna feste e ritualità. “Casto” è un bel nome, provocatorio, se vogliamo, ma ha dalla sua che è breve, memorabile, “chiacchierabile”. E’ un nome veloce, incisivo (anche foneticamente), affermativo, immediato. Vediamo cosa ne dice Treccani: “…dal latino “castus”, probabilmente connesso con “carere” cioè esser privo e quindi “esente da colpa”. Che si astiene, con gli atti e con la mente, dai piaceri sessuali, sia in modo assoluto sia con l’osservanza di precise norme morali (come per esempio la fedeltà coniugale”. E ancora: “Puro, innocente, virtuoso”. Secondo alcune teorie etimologiche questa parola potrebbe derivare dal sanscrito “cudh-ye” per “lavarsi, purificarsi”, e ancora forse dal greco “kath-aros” cioè puro. Comunque sia registriamo l’intenzione di questa azienda famigliare dell’Oltrepò Pavese di proporre, attraverso questo nome, un significato bipolare: la purezza (genuinità) del prodotto e la sua innocente (ma sibillina) indole festaiola. Bosco Longhino, nome e marchio del produttore, deriva dal luogo d’origine dell’azienda, nei pressi di un bosco, ancora oggi vanto e fonte di biodiversità. P.S.: sull’etichetta l’accento di Rosé è sbagliato, succede spesso in tutta Italia ma per i puristi rimane un errore.

Personaggi in Cerca d’Autorità

Il Marinaio, Manzoni Bianco, Piovesan Wine.

Va detto innanzitutto che il nome di questa azienda non è chiaro. Tra sito internet e bottiglie si trovano almeno 4 definizioni diverse: Piovesan Wine, Route 47, Azienda Agricola Quarantasette, Cantina Piovesan. Dove i libri di marketing insegnano (nessun obbligo nel seguirli) di avere e comunicare un unico nome/marchio, qui il produttore si è mosso in direzione diametralmente opposta. Avrà le sue ragioni. Passiamo alla gamma di vini che in etichetta racconta le storie di 6 personaggi: il Marinaio (Manzoni Bianco), la Dama (Traminer), il Croupier (Carmenere), il Giramondo (Merlot), lo Studente (Prosecco), l’Architetto (Spumante Rosé). Per non farla troppo lunga abbiamo preso come esempio “il Marinaio” che qui riportiamo. L’etichetta è caratterizzata a tutta altezza dall’illustrazione in bianco nero, al tratto, di un uomo “navigato” con la classica maglietta a righe tipica dei gondolieri di Venezia. Il tono di colore proposto è il giallo, e sul lato sinistro leggiamo una storia in strofe con alcune parole evidenziate. Il racconto è un po’ strano, a tratti enigmatico, riflessivo, introspettivo e quant’altro. La poetica, cioè lo stile prescelto, non convince ma almeno per curiosità si fa leggere. Packaging sicuramente originale per una bottiglia di vino. Si fa notare. Gli altri vini della gamma rincorrono il medesimo schema con personaggi e storie diverse (quelli elencati all’inizio). Il progetto è articolato e comunque graficamente ben eseguito.

Annate Dannate all’Anima Dedicate

Anima d’Annata, Erbaluce, la Masera.

Ecco la dimostrazione che un nome per un vino può essere anche quello che viene definito “un gioco di parole”. La creatività infatti scaturisce giocando. Questo Erbaluce che nasce a Piverone, provincia di Torino, sulle rive del lago di Viverone (no, questo non è un gioco di parole: si tratta proprio di Piverone e Viverone, due paese limitrofi), si chiama “Anima d’Annata”. Bella invenzione semantica che vuole significare che l’anima di questo vino, i suoi creatori, 5 amici che si chiamano Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco, si avvale dei privilegio dell’annata di riferimento, sia pure proponendosi come Anima Dannata, cioè trasgressiva e votata al peccato (il vino e il cibo, nell’Italia cattolica sono sempre stati vissuti un po’ come peccaminosi, insomma la punibile gozzoviglia). Il nome del produttore invece pesca nel dialetto locale, laddove le masere sono i grossi muri di pietra che demarcano gli appezzamenti di terra. Tornando alla particolarità grafica dell’etichetta, vediamo uno stile molto filante e moderno, con il simbolo dell’azienda (una goccia, o virgoletta che dir si voglia) che emerge con indole dinamica dal profilo di alcune montagne (o sono i flutti del mosto in fermentazione?). Il packaging emerge con buona originalità non adeguatamente sostenuta da elementi concettuali legati tra loro. P.S.: ci scusiamo per la scarsa qualità dell’immagine ma in questo momento in rete non si trova di meglio.

Guarda, Guarda che Stranezze!

Ghirada Fittiloghe, Cannonau, VikeVike.

Questa bottiglia di vino rosso, che nasce dal vitigno tipico e di riferimento della Sardegna, ci offre l’occasione di spaziare in un vasto “assortimento” di nomi. Partiamo dal nome dell’azienda, “VikeVike” che nello stranissimo e a volte incomprensibile dialetto sardo significa “Guarda! Guarda!” come espressione di stupore. Il titolare è un giovane viticoltore, Simone Sedilesu, la sede a Mamoiada, un piccolo comune situato nella Barbagia di Ollolai, in provincia di Nuoro. E il nome del vino? Sembrerebbe confondersi con il nome dell’azienda. Ma sotto di esso, che vediamo in grande nella parte superiore dell’etichetta, troviamo una scritta in corsivo: “Ghirada Fittiloghe”, certo di difficile comprensione per chi non è di origini sarde. Approfondendo le ricerche si scopre che “ghirada” in dialetto significa “piccolo appezzamento di terreno” mentre “fittiloghe” è proprio il nome geolocalizzabile del luogo dove si trova la vigna. L’etichetta non ha nulla di speciale, è graficamente ordinata (diremmo anche ordinaria), con al proprio apice una illustrazione di un Nuraghe (in sardo logudorese, o Nuraxi in sardo campidanese o Nuragu in sassarese, mentre in gallurese è Nuracu). Quello che salva la comunicazione è la dinamica simpatia del nome principale “VikeVike”. Il resto è presumibilmente migliorabile.

Pe e Mo: una Coppia Enigmatica

PEMO, Pecorino (e Montepulciano), TWP The Wine People.

La questione sembra complessa e di fatto in parte lo è. Partiamo dal nome dell’azienda, una società prevalentemente commerciale con sede a Trento che raggruppa diversi marchi in tutta Italia: TWP (sigla che si trova ripetutamente nelle pagine web) che sta per The Wine People. Discutibile la scelta di “chiamarsi” in inglese, ma probabilmente l’intenzione di sviluppare molto business all’estero ha condotto a questa scelta. I nomi dei due vini prodotti in Abruzzo sono una specie di rebus: si chiamano entrambi “PEMO” che sarebbero le iniziali di Pecorino e Montepulciano, i due vitigni di riferimento, bianco e rosso, di quella regione. Nel PEMO bianco vediamo che le due prime lettere della parola Pecorino sono evidenziate cromaticamente. Stesso trattamento per il Montepulciano con una vistosa sillaba iniziale (in rosso). Ecco cosa aggiunge il produttore, come spiegazione dell’etichetta nel proprio sito internet: “…i valori e la filosofia di Pemo si ritrovano già in etichetta: autenticità e tradizione, rispetto per un territorio meraviglioso fatto dei contrasti tra mare e montagna. Abbiamo deciso di raffigurare tutto questo attraverso due animali simbolo di questi elementi: la volpe, che abita la terra, i boschi e le montagne; e la balena, autentico richiamo del mare, che in sé unisce forza e dolcezza”. Le illustrazioni sono molto “artistiche” e di non facile interpretazione. Il nome lascia qualche dubbio per quanto riguarda il suo potenziale mnemonico e di chiarezza esplicativa.

La Luna di Agrigento, Color Argento

Kallà, Vino Bianco, 
Azienda Vinicola A’luna.

Nuovo nato per una piccola azienda con sede in provincia di Agrigento, nella zona nota non solo per i Templi ma anche per la “Scala dei Turchi”, una falesia di marna bianca a picco sul mare. Ed è proprio il nome di questa località che ci interessa: non si tratta come si potrebbe pensare della parola “scala”, intesa come struttura a gradini, bensì, sembra, è riconducibile all’accezione araba “kallà” da cui “cala”, cioè insenatura. L’ipotesi viene presa al volo per nominare questo vino e per rappresentare con sinuose onde grafiche e cromatiche sia il flusso del mare sia la nota conformazione rocciosa. Di fronte a un nome comunque originale si è scelto di valorizzare il territorio di riferimento per fornire un centro di attenzione, per connotare azienda e produzione proprio lì, dove la storia e la cultura siciliane si sono incrociate con civiltà provenienti da paesi lontani. Anche il nome del produttore è particolare: “A’luna”. Secondo la spiegazione che troviamo nel sito aziendale: “A’Luna” è il modo in cui in siciliano chiamiamo la luna. Perché abbiamo scelto proprio lei per il nostro nome? Per un motivo molto semplice: produciamo il nostro vino in una zona suggestiva della provincia di Agrigento, poco distante da Scala dei Turchi, chiamata proprio “A’Luna” dagli antichi, per via del tipico suolo bianco e calcareo della zona. Nelle notti di plenilunio l’atmosfera è unica nella nostra tenuta: quando i raggi lunari lambiscono il terreno, tutto si colora di bianco, e il paesaggio diventa lunare, pieno di fascino antico e mistero”. Per concludere, l’etichetta nel suo complesso è degna di nota per originalità e gusto estetico.

Nomi Arcigni come un Arcidiacono

Arcidiaconata, Aglianico del Vulture, 
Azienda Agricola Radino.

Risulta subito molto difficile da pronunciare questo nome: “Arcidiaconata”. Forse la maggioranza delle persone, anche di una certa cultura semantica, non l’ha mai letto, scritto o udito. Deriva dal tardo latino “archidiaconatus” che sarebbe “ufficio dell’Arcidiacono”. Ma a questo punto dobbiamo ripassare la definizione di Arcidiacono e siccome non è semplice ci appoggiamo a Treccani: “Originariamente, il capo dei diaconi d’una chiesa, agente del vescovo, poi suo vicario (sec. 8°-9°), più tardi (sec. 10°-13°) anche suo rivale. Oggi, il primo dignitario del capitolo cattedrale, a norma degli statuti propri; non di rado, però, è titolo puramente onorifico”. Praticamente un enigma. Ma torniamo all’etichetta, piuttosto semplice, che sotto al nome del vino presenta una sfumata illustrazione di un filare di viti, il nome del produttore in basso e il logo (una vendemmiatrice) in alto a destra. Insomma, niente di speciale per questo packaging se non quel nome, sicuramente riferito a qualcosa di territoriale, ma davvero difficile da comprendere e anche da giustificare in termini di marketing.

Il Vino Bianco con le Rane

Cullerot, Blend di Bianchi, 
Celler del Roure.

Si tratta di una cantina spagnola, con sede nella Comunità Valenciana, che mettendo insieme diverse uve bianche (Pedro Ximénez, Macabeo, Verdil, Merseguera, Malvasia e Chardonnay) ha prodotto un bianco che si chiama “Cullerot”. Certo, in Italia questa parola non suona benissimo (il produttore nel proprio sito internet ci fa sapere che significa “girino”). Il significato del nome ci viene confermato attraverso l’immagine centrale e quindi protagonista in etichetta: vediamo una trama formata da una serie di gocce nere (i girini, quindi) che potrebbero somigliare anche a dei pesci stilizzati (che si muovono in ogni direzione) ma anche a qualcosa d’altro, diciamo, di genere maschile e riproduttivo. L’immagine è originale, si fa notare, lo stile è moderno, elegante, semplice e diretto. Alla base dell’illustrazione, a destra, vediamo il nome del vino e ancora più in piccolo il nome della cantina. In tutto questo manca un concetto chiaro e interpretabile, eventualmente lasciato a una frase nella pagina web del vino che recita: “Un piccolo vino bianco che ha voluto crescere e migliorarsi in una zona di rossi”. Diciamo che la spiegazione è un po’ tirata per i capelli. Ma l’etichetta ha un suo carattere semplice e iconografico che la rende interessante. Stiamo comunque parlando del mercato interno spagnolo. E quindi il Cullerot non rischia equivoci. I girini sono salvi.

Verde Cangiante per un Lupo Marchigiano

Passo del Lupo, Rosso Conero, 
Tenute San Sisto.

Questo vino rosso che nasce in provincia di Ancona (Montepulciano e Sangiovese) è inserito nella gamma di Tenute San Sisto, azienda di Fazi Battaglia che a sua volta è stata acquisita da Bertani Domains. Insomma un marchio nel marchio del marchio, per così dire. Ma a noi interessa, come sempre, l’efficacia della comunicazione (l’etichetta, in questo caso). Il packaging è tutto verde. Un verde chiaro, quasi inglese ma non troppo, verde felce (ma non quella azzurra). Colore insolito per l’etichetta di un vino. Il design è di pregio a partire dalla carta utilizzata. Viene rappresentato il “Passo del Lupo” (nome del vino) con un inserimento verticale che si fa notare grazie al fatto che il nome stesso viene tagliato alle sue estremità. Il profilo di due montagne, discreto, segnato solo da una densità materica diversa, suggerisce un racconto geolocalizzato. E al tempo stesso fornisce originalità all’impianto scenico. Ottima la scelta dei caratteri di scrittura, sobria ed elegante l’impaginazione per un’etichetta da portare in tavola a testa alta.

Soluzioni Creative che Attirano l’Attenzione

Etna Bianco, La Gelsomina.

Il marchio “La Gelsomina” appartiene alle Tenute Orestiadi di Gibellina, con sede nella parte ovest della Sicilia, vicino a Trapani per intenderci, ma lavorano terre anche sull’Etna e per il vino bianco prodotto in quella zona hanno creato un’etichetta particolare che desta qualche curiosità. Siamo d’accordo che in prima battuta emerge la “solita” visione del vulcano, qui in versione mappa con le linee che demarcano le altitudini in inchiostro rilucente. In questo caso però l’idea è stata quella di segnare la quota della bocca del vulcano e quella dove vengono coltivate le vigne, con due segnaposto che raccontano brevi storie. Citano “a montagna” (l’Etna in dialetto locale) come “patrimonio dell’Umanità” e descrivono così i vigneti: “550mt, a questa altezza si estendono i terrazzamenti de La Gelsomina, dove crescono rigogliosi i vigneti di Carricante e Catarratto”. L’etichetta è divisa quindi in due parti: un fronte, occupato dalle pendici dell’Etna segnate con inchiostro riflettente e un retro con funzioni informative. L’eleborato è elegante, pulito, con spazi ampi e graficamente ben gestiti. La soluzione creativa delle due caption che conducono alle frasi in corsivo induce alla lettura e cattura l’attenzione. L’etichetta non deve essere solo un pezzo di carta appiccicato sulla bottiglia!

Poliedricità Cromatica e Concettuale

Three (3) Girls, Chardonnay, Oakridge Winery.

Tra le etichette “allegre e colorate” è impossibile non annoverare questa, realizzata per un vino australiano della Yarra Valley. Ma vediamo di mettere insieme una analisi più dettagliata rispetto a una visione allegorica e superficiale. Il vino si chiama “Three (3) Girls”, nome confermato da una illustrazione molto originale che raffigura tre ragazze. Le tre protagoniste si presentano con caratteri e abbigliamenti diversi, sia pure molto colorati. Una è mora, una è bionda e una è rossa (relativamente ai capelli). I cappelli che indossano sono tutti della stessa forma ma di colori diversi, così come le camicette, molto fantasiose. Anche gli occhiali da sole delle tre ragazze hanno design diversi. In generale la grafica è molto impattante: lo sfondo dell’etichetta a pois e il carattere di scrittura del nome completano l’opera. Non abbiamo trovato traccia di un rational, cioè di una spiegazione del nome e del concetto che si voleva esprimere per cui avanziamo l’ipotesi che il produttore abbia voluto indicare la duttilità di questo vino nell’adattarsi a situazioni e portate diverse. Di certo si tratta di una soluzione in grado di attirare l’attenzione allo scaffale e di portare conseguentemente in tavola un po’ di vivace spensieratezza.

Scarafone, Scarrafoni o Scaraffone?

Scarafone, Sangiovese e Cabernet, 
Az. Agr. Palmoletino.

Leggendo il nome di questo vino toscano viene subito in mente un proverbio partenopeo: “Ogni scarrafone è bello a mamma sua”. Laddove scarrafone (o scarafone con una sola “r”) sarebbe lo scarafaggio. Non sappiamo cosa abbia spinto questo produttore a chiamare questo vino rosso col nome di uno dei più odiati insetti al mondo. Possiamo solo tentare una timida difesa ipotizzando (visto che siamo in provincia di Grosseto, a Cinigiano) che “Scarafone” possa essere riferito alla “caraffa”, cioè all’atto di “scaraffare” il vino. Sia pure accettando questa seconda ipotesi ci si deve necessariamente arrampicare sui vetri per ovviare alla prima impressione descritta in partenza. Del resto l’etichetta non si distingue per altri elementi che potrebbero distrarre dal problema semantico. Vediamo l’illustrazione al tratto di una cascina e alla base un tassello con la denominazione (Montecucco Rosso Doc). Unica concessione alla fantasia la lunga “f” decorativa sulla sommità della quale vediamo poggiato un picchio dorato. Etichetta semplice, classica, arcaica che riesce a farsi notare, purtroppo, solo grazie a un nome che lascia qualche perplessità. Quanto meno riuscirà, nel bene e nel male, a farsi ricordare.

Dal Reno, un Vino Puritano

Eins Zwei Zero, Linea Vini in Lattina, Leitz.

Sull’opportunità filosofica di creare vini senza alcol si potrebbe discutere a lungo. Sull’opportunità commerciale anche. Qui lo faremo in breve, come sempre, per non annoiare la platea. Produrre vini senza alcol è un po’ come fare dolci senza burro e uova. O se vogliamo anche come mangiare la pasta “in bianco”. Certamente c’è un pubblico, insomma una platea di acquirenti, anche per questi anfratti (punitivi) della vita. L’azienda “Leitz” (il logo è una grande “L” stilizzata) è tedesca e opera nella zona vinicola del Reno con un’ampia gamma di vini, compresa una linea in lattina che porta il nome “Eins Zwei Zero”. Traducendo dal tedesco “Uno Due Zero”. Una specie di gioco di parole dove pur aspettandoci il numero tre (dopo uno e due) ci troviamo invece uno zero a rappresentare la totale assenza di alcol della bevanda. Sotto alla scritta del nome, realizzata con un carattere che simula la scrittura a mano, vediamo l’ovale di un grande “0” (zero) in colore bianco. Alla base dell’etichetta il nome del vitigno e la precisazione sulla tipologia di prodotto, a scanso di equivoci (“alcohol free”). Il packaging si presenta bene, con originalità e gusto, fatto salvo per i colori pastello (in questi due esempi, azzurrino e rosellino) che possono far pensare a un pubblico prevalentemente femminile (uomini disposti ad ammettere il proprio consumo di vino senza alcol crediamo ce ne possano essere pochi in giro). Prodotto di successo? Lo dirà il mercato.

Il Lambrusco Giusto per Raggiungere il Settimo Cielo

Settimocielo, Rosé Metodo Classico, 
Cantina Settecani.

Abbiamo qui un valido esempio di come i nomi possano fornire “risultati” diversi. Nel bene e nel male. Partiamo dal nome della cantina che si chiama “Settecani”. Già non parte bene, non suona in modo positivo, non è suadente. Scopriamo quindi l’origine e il significato di questo nome direttamente dal sito del produttore: “Il nome della nostra cantina deriva dalla località Settecani, frazione di Castelvetro di Modena, cuore del territorio di produzione del Lambrusco Grasparossa. Il toponimo risale addirittura al XII secolo e una leggenda ne racconta le origini. Si narra che un giorno sette uomini intenti al lavoro si siano lasciati andare a esclamazioni blasfeme di fronte al passaggio di una processione religiosa. La punizione divina per questo comportamento fu quella di essere trasformati in cani. A ricordare questa leggenda, sull’antica facciata della cantina sono scolpiti i musi di sette cagnolini”. Che a simbolo (marchio) dell’azienda venga eletto un episodio certamente non virtuoso, tutto sommato volgare, da violenza verbale, lascia un po’ perplessi. In compensazione troviamo su questa bottiglia uno dei nomi (del vino) più belli tra quelli pubblicati in questa raccolta: “Settimocielo”, scritto così, in parola unica, ma inerente all’affermazione “essere al settimo cielo”, cioè essere allegri, contenti, gioiosi. L’origine di questa espressione viene ricondotta alla visione dantesca: secondo il sistema cosmologico aristotelico-tolemaico la Terra, al centro dell’universo, è circondata da 9 cieli cioè dai primi sette, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e quindi dall’ottavo (il resto di tutte le stelle), dal nono (cielo cristallino senza stelle) e infine dal decimo dove alberga Dio. Di questi 10 cieli solo i primi 7 risultavano accessibili all’uomo, ecco perché il settimo rappresenta il più alto livello di raggiungimento della gioia celeste. Bella anche la grafica dell’etichetta, molto semplice ma elegante, con il nome del vino sovrastato da un firmamento planetario e null’altro se non le diciture relative alla tipologia di prodotto.

Le Nano-Bottiglie che Fanno Bere Meno (Forse)

Quanto Basta, Chardonnay e Sangiovese, Cantine Riunite.

Siamo in ambito mass-market, cioè sugli scaffali della Gdo dove si fanno i volumi di vendita più alti. Favoriti anche dal prezzo molto basso. Pur sempre vino, come recitano le etichette. Il packaging potrebbe essere definito “spartano”. Colori di base, forme non particolarmente studiate, testi di grandi dimensioni a partire dal nome del vino “Quanto Basta”. Il nome logicamente allude al formato: piccole bottiglie da 250ml. Si vuole quindi comunicare al consumatore che la quantità del prodotto è quella giusta per un aperitivo, ma anche per il consumo personale di una cena. Probabilmente senza incorrere in rischi da alcol-test (se si mangia anche qualcosa di solido, naturalmente). Il nome contiene il consiglio d’uso: si tratta di un “gancio” commerciale che può fare presa. E’ come se il produttore si preoccupasse della salute dell’acquirente. Viene consigliata e fornita una quantità moderata (salvo berne due, di bottigliette, a propria scelta). Non siamo di fronte a soluzioni grafiche strepitose, ma il nome, di suo, può svolgere bene il proprio compito e in generale la funzione di aumentare il potenziale di vendita. Idea furba? Sì, perché si muove nella doppia direzione semantica di rassicurazione e di facilità di fruizione che possono fare di questa linea di vini un buon successo commerciale.

Semplice non Significa che sia Facile

Cirò Rosato, Librandi.

Questa storica azienda vitivinicola calabrese ha lanciato nel settore della Gdo (supermercati) una nuova etichetta per il Rosato da uve Gaglioppo, una delle bandiere della propria gamma. Nell’estetica generale, governata da cromatismi azzeccati, fa da protagonista innanzitutto il colore del vino. Tutt’altro che rosato, potremmo definirlo in vari modi: aragosta, arancio, creta senese, cipolla dorata, e perché no, color tramonto. L’abbinamento con i tre colori che caratterizzano l’etichetta è perfetto. Laddove troviamo dei toni pastello, dell’azzurro, del giallo e del verde. I tasselli colorati rappresentano certamente gli appezzamenti di terreno, le vigne insomma. A conferma di ciò, sul colore, vediamo delle strisce regolari, realizzate con inchiostri in rilievo, che danno proprio l’impressione, ottica e tattile, di qualcosa di materico, vivo, presente. Regna altresì la semplicità. Perché questo è uno dei segreti del packaging ben realizzato: la convivenza tra vari elementi anche complessi, che raccontano qualcosa, con una semplicità di esposizione di tali elementi che “tranquillizza” l’occhio. Comunicare senza gridare. Far percepire senza forzare. Con eleganza e gusto. Operazione per niente facile, credete a noi.

Un Vino che Resuscita i Morti

Vino Vivo, Blend di Bianchi, Isola Augusta.

Si tratta del vino “orange”, non filtrato, di un produttore friulano di Palazzolo dello Stello (Udine) che per tutte le altre etichette in gamma sceglie un design sobrio e molto classico (che non vi mostriamo, tanto in quella categoria sono tutte uguali). Per questo vino invece, l’azienda si spinge oltre i confini della tradizione (sia per la modalità di produzione, sia per il packaging). Nasce un’etichetta gioviale, colorata, ben illustrata con un tratto piacevole che raffigura un uomo (d’altri tempi, questo sì, con baffetti, papillon e con un cappello in testa) intento a degustare un calice dell’Orange Wine in questione. In alto troviamo il nome/logo aziendale e in basso il nome del vino: “Vino Vivo”. Forse che tutti gli altri vini siano morti? No. Si tratta di una sottolineatura per un prodotto che è più vivo degli altri, trattenendo in sé i lieviti, probabilmente mai domi. L’etichetta è di quelle che si portano volentieri alla tavola di amici e parenti con scanzonate aspettative. Il vino sicuramente saprà confermare passione e gioia di produttore e consumatore.

Il Grillo delle Onde Tonde (dette Anche Gorghi)

Coste a Preola, Grillo, 
Tenuta Gorghi Tondi.

Questa etichetta impatta molto a scaffale, non ci sono dubbi. Sono i colori, certamente, ma anche la grafica moderna e i tratti decisi (insomma, molto vistosi). Prima della nostra analisi vediamo cosa dice il produttore al riguardo, nella pagina dedicata a questo vino nel sito internet: “Coste a Preola è il nome scelto per rendere omaggio alla Sicilia e alla sua biodiversità: così si chiamano i vigneti che ricadono in questo lembo occidentale dell’isola, a ridosso del mare Mediterraneo, in una zona limitrofa alla Riserva Naturale del WWF Lago Preola e Gorghi Tondi. Coste a Preola Grillo è il vino-simbolo del forte legame tra la nostra azienda e l’oasi naturalistica”. Un nome, quindi, geolocalizzante (siamo nell’agro di Mazara del Vallo) curioso sì, non facilmente memorizzabile ma sufficientemente ricollegabile a qualcosa di locale, ad una narrazione del luogo. Torniamo ai colori e alle forme: un sole (un perfetto cerchio arancione in alto a sinistra), delle onde (che si alternano e si intersecano tra l’azzurro, l’arancio e l’argento. E come una quinta teatrale, un tassello bianco che si staglia tra i flutti con in alto il logo del produttore e in basso il nome del vino, il vitigno e la Doc. Il risultato complessivo è valido, originale, attenzionale, dinamico e quindi plausibile.

Il Pinot Nero alla Conquista dell’Etruria

Ermius, Pinot Nero, Panizzi.

La stimata azienda Panizzi di San Gimignano (nota soprattutto per la locale Vernaccia) ha da qualche anno iniziato a sperimentare la coltivazione del Pinot Nero, certamente non un autoctono toscano, vitigno che in linea generale gode maggiormente di latitudini più nordiche. Negli ultimi mesi la sfida si è materializzata in un nuovo vino nella gamma aziendale: “Ermius”. L’etichetta graficamente si distingue per i noti quadrati bianchi e neri (come se fosse il particolare di una scacchiera), simbolo e logo dell’azienda. In alto, in oro, leggiamo il nome del produttore. Al centro il nome del vitigno, in basso il nome del vino. Apprendiamo che il significato di “Ermius” è da ricondurre alla traduzione di “agosto” in etrusco. San Gimignano infatti rientra in quell’area di influenza di quel popolo che tanto ha fatto per diffondere il consumo e il mito del vino, prima ancora degli Antichi Romani. Il nome “Ermius” viene a confermare che il mese di raccolta è proprio agosto, a volte a inizio mese, soprattutto in annate calde come questo torrido 2022. Ermius suona bene, è breve, trasmette cultura e antichità, e di riflesso conoscenza dell’ enologia.

Per le Etichette Serve una Certa Inclinazione

Poggiogirato, Sangiovese di Romagna, Poggio della Dogana.

Dal sito del produttore: “Poggiogirato, Romagna Sangiovese Superiore Riserva DOC, è un vino biologico prodotto a Castrocaro Terme in località “le Volture” da vigneti di Sangiovese (vari cloni) di 15 anni di età con 5000 piante per ettaro, allevate a cordone speronato e dislocati a quota 200 metri slm. La resa per ettaro è di 5.000 kg/ettaro, ossia 1 kg per pianta”. Detto questo passiamo al nome, composto ma interessante: “Poggiogirato prende il nome dalla disposizione dei vigneti con i filari allineati a girapoggio, ossia ortogonalmente alla linea di massima pendenza”. Fin qui tutto bene. Passando però ad una analisi della grafica dell’etichetta sovvengono alcune considerazioni non del tutto positive. L’inclinazione degli elementi: forse il produttore voleva alludere al “giramento” delle vigne. Graficamente non risulta molto piacevole. Inoltre l’estrema semplicità (che in questo caso è semplificazione non valorizzante) del packaging non consente di attribuire una valore percettivo al prodotto che di per sé è di rilievo, essendo un Sangiovese Superiore Riserva. Il nome dell’azienda è: Poggio della Dogana, ribadito in etichetta in alto in corsivo e in basso a sinistra in forma di logo. Rivedibile.

Piuttosto che Niente

Piuttosto, Trebbiano di Romagna, 
Tre Monti.

Questa etichetta e questa bottiglia attivano subito l’attenzione. La bottiglia per la sua forma, simile a quella dei vini Porto, detta anche “Clavelin”. L’etichetta per questa tonalità verde smeraldo che risulta abbastanza insolita per un vino. Ma naturalmente c’è di più (e ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del vino, per la segnalazione): il nome “Piuttosto”. Verrebbe da pensare a un “più tosto” come caratteristica del prodotto (e di certo vale anche questa sfumatura semantica visto che la seconda “t” del nome viene enfatizzata cromaticamente), ma possiamo comunque contare sulla spiegazione del nome da parte del produttore, tratta dalla scheda del vino, nel sito internet: “Alla vigilia della vendemmia 2019 eravamo sul punto di estirpare l’ultimo ettaro del nostro splendido vigneto di trebbiano “della fiamma” a Petrignone: il riscontro commerciale ed il “mood” del mercato erano troppo tiepidi (eufemismo) nei confronti di questo vitigno. Ma, “piuttosto” che estirparlo, abbiamo voluto fare un estremo tentativo, e mettere a frutto le esperienze di macerazione acquistate con il Vitalba e fare una cosa nuova: 25 giorni di macerazione in cemento, un po’ di buona sorte, e, voilà”. Un nome nato da una discussione, da un progetto, dalla lingua parlata, a generare un prodotto originale anche nella sua formulazione. L’operazione è riuscita.

Ne Resterà Solo Uno (Forse Nemmeno Quello)

Forabuja, Trebbiano e Malvasia, Val di Buri.

Il naming di questo vino che viene dalle colline pistoiesi si può definire un esempio di unicità. E come si manifesta la singoarità, nel nostro nuovo mondo digitale? Semplice: se inizio una ricerca su Google con una parola (in questo caso il nome “Forabuja”) e i risultati (tutti i risultati) riguardano esattamente il prodotto che ha quel nome… ho fatto bingo! Nel senso che non ci sono problemi nell’essere in cima all’elenco o nella prima pagina della ricerca perché tutte le risultanze portano all’obiettivo. “Forabuja” non è un nome facile da leggere, da pronunciare e da ricordare, ma ha il vantaggio di essere unico e quindi originale. Nella ricerca di un nome (in questo caso si tratta di un toponimo di una vigna) sarebbe auspicabile trovare una soluzione particolare, non replicabile, ma anche foneticamente e concettualmente valida. Non si può avere sempre tutto ma almeno ci si può provare. Il vino in questione è un “orange” molto genuino (solo 300 bottiglie ogni anno) prodotto da una coppia di giovani viticoltori, Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi che vivono e lavorano a Baggio, appena fuori Pistoia, in zona Valle delle Bure, infatti l’azienda si chiama Val di Buri (le “Bure” sono le tracce scavate dai torrentelli che confluiscono nel fiume Ombrone). Vitigni autoctoni, agronomia supernatural, passione oltre misura, tante buone qualità in bottiglia.