Green to the Extreme (Come Dicono Loro)

Purato, Catarratto e Pinot Grigio, Santa Tresa.

È nato “Purato”, il vino più “green” dell’universo. Il concetto viene rafforzato fino alla nausea in etichetta. Vediamo cosa si legge nel packaging oltre al già citato nome del vino. In ordine dall’alto: “Pura Sicilia”, poi vediamo una coccinella sul nome “Purato”, quindi i vitigni che compongono il vino, poi in basso “Made with organic grapes”, poi ancora “vegan friendly”. Sulla destra una scritta in verticale in corsivo recita “80% recycled glass. Paper from responsible sources. 100% recycled cardboard”. Insomma le ha tutte. Nei siti specializzati in ecommerce viene ulteriormente aggiunto: “lightweight bottle, vegetable ink on label, carbon neutral certified” e si potrebbe continuare ancora. Certo che l’argomento “green” è stato affrontato con tutte le armi a disposizione. Divulgato con puntuale solerzia. Si tratta di un mercato di nicchia, anche in America (dove è principalmente destinato questo vino), ma chi lo commercializza avrà fatto bene i conti... contando comunque di venderne qualche pallet. Nota a margine: la bottiglia è dotata di screw-cap, il tappo a vite, che molto green non è. Ma i costi di produzione hanno la loro importanza. E il pubblico anglosassone non protesta se non trova il classico sughero, anzi, agli svitamenti “pratici al consumo” sono abituati. L’etichetta in questione vanta una illustrazione molto originale, molto colorata, che ritrae il mondo vegetale e animale, la natura insomma, certo con uno stile minimale che non porta troppa allegria. Qualcuno, comunque, continua a preferire un fiasco di rosso di quelli rustici ma veraci. P.S.: il nome del produttore, Santa Tresa, non è un errore, si chiama proprio così, traendo origine dalla Contrada Santa Teresa (Ragusa) dove ha sede.

Fuga dalla Realtà in Terre Siciliane

Fuitina, Catarratto, Az. Agr. Bertolino.

Una produzione che si può dire davvero famigliare ha generato questo vino, Terre Siciliane Igp, con il coltivo di solo mezzo ettaro di vigna e il risultato (per ora) di sole 1000 bottiglie/anno. L’azienda è davvero piccola, ma l’etichetta è di quelle che si fanno notare. Saranno i colori, certo, molto accesi. Sarà il soggetto femminile che sempre intriga (uomini e donne). Sarà la gentilezza di quell’espressione e di quel fiore rosso. Sarà il copricapo ondeggiando così estroso. Sarà il nome del vino? Di solito è l’insieme degli elementi, meglio pochi ed evidenti oltre a ben amalgamati, che fa il successo di una etichetta. Qui abbiamo in sostanza una illustrazione che attira l’attenzione con gentilezza e un nome molto particolare. Cosa si intende per “Fuitina”? Davvero esaustiva la definizione che ne viene data su Wikipedia: “La fuitina, regionalismo estratto dal siciliano con il significato di "fuga repentina": identifica l'allontanamento di una coppia di giovani aspiranti coniugi dai rispettivi nuclei familiari di appartenenza, allo scopo di rendere esplicita (o far presumere come tale) l'avvenuta “consumazione”, in modo da porre le famiglie di fronte al "fatto compiuto" inducendole a concedere il consenso per le nozze dei fuggitivi. Tale fuga prematrimoniale, in uso nelle regioni del sud Italia, aveva spesso l'obiettivo di evitare il matrimonio combinato o l’endogamia, ma veniva anche compiuta in accordo con una o entrambe le famiglie dei transfughi, per ragioni economiche. Infatti, in tale frangente, vi era giustificazione alla celebrazione di immediate nozze riparatrici prive dei rituali e dei costosi ricevimenti di un matrimonio in piena regola. In quest'ultimo caso era spesso la stessa madre della ragazza che favoriva la fuga e preparava la tradizionale “truscia”, ovvero il fagotto contenente l'occorrente per il periodo di lontananza dei fuggitivi che, generalmente, durava 6-8 giorni”. Quanti concetti pregnanti e parole nuove dietro a questo nome, azzardato ma in fin dei conti simpatico!

Gnomi Furtivi in Valpolicella

Barabao, Garganega, Cà dei Maghi.

“Barabao” ha tutta l’aria di essere il nome dello gnomo accigliato che appare in etichetta, oltre ad essere il nome del vino, naturalmente. Certo che quella presenza un po’ ostile (forse ha paura che gli venga rubato il vino che tiene nella sua cantina) non è confortevole. Sia pure nella misura in cui, subito dopo un velo di preoccupazione subentra la simpatia di questo packaging. Tratti puliti, fiabeschi, grazie a uno stile illustrativo da narrazione, accompagnati da una scritta in corsivo: “Una casa sulla collina di Fumane, le scintille che escono dal comignolo e la polenta scompare dalla griglia. “Ci sono i Maghi”, si diceva in paese”. Insomma, il nano-mago ha pure molta fame e si diverte a fare gli scherzi, e quindi il ladruncolo è lui. La storiella coinvolge, genera allegria, a partire proprio dal nome, onomatopeico, ove “Barabao” diventa una specie di formula magica, foneticamente simpatica e ridondante. Proporre gnomi e folletti in etichetta non è certo originale, se ne vedono tanti, ma la modalità, anche grafica, di questo racconto rende il tutto plausibile. 

Latte e Vino per uno Storytelling Coinvolgente

Navigabile, Nerello Mascalese 
e Cappuccio, Ayunta.

Il nome di questa azienda vinicola siciliana con sede a Randazzo, nel lato settentrionale del Parco dell’Etna, è “Ayunta” e si riferisce a una curiosa (e vera) novella: il titolare e vignaiolo, Filippo Mangione, racconta che da piccolo la nonna al mattino gli faceva bere mezzo litro di latte (forse per questo poi è passato al vino), cioè due tazze più... ancora un pochino, una aggiunta, “a iunta” in siciliano. Da qui il nome dell’azienda che in questa etichetta appare proprio sopra al nome del vino, tra due parentesi. Design molto particolare, si vede una firma stilografata, due nomi (azienda e vino), la definizione della Doc (Etna Rosso) e nulla più (a dire il vero quasi non si vedono anche dei numeri scritti al contrario nello sfondo bianco dell’etichetta). Semplicità che incuriosisce. Passiamo quindi al nome del vino, “Navigabile”, che viene così spiegato dal produttore, nel proprio sito internet: “Il nome "Navigabile" sarebbe a dire, tecnicamente, “in grado di viaggiare sul mare, a vela", era storicamente il modo in cui i commercianti di vino locali, sin dal XVIII° secolo, chiamavano i loro vini di pregio. “Navigabile”, a quei tempi, doveva essere un vino capace di viaggiare attraverso il mare, dall'altra parte del mondo, mantenendo tutta la qualità e la fragranza. Un valore inestimabile per quei tempi, quando le spedizioni si facevano a vela. Dopo anni di ricerca, ci siamo resi conto che questa caratteristica era legata ad alcuni dettagli molto particolari utilizzati nella selezione delle uve e nel processo di vinificazione. A quel tempo solo la qualità e l'esperienza umana potevano fornire un grande vino. Siamo lieti di presentare la nostra moderna interpretazione di quei vecchi criteri, in grado oggi di trasmettere la nostra stessa idea di gusto e carattere nei vini rossi dell'Etna. Chiediamo a questo vino di navigare in tutto il mondo come ambasciatore del nostro lavoro sull'Etna”. Una bella storia, ben raccontata.

Omaggio a Warhol in Touraine

So What!, Terret, Domaine Le Briesau.

Questa piccola e diciamo pure giovane cantina francese (nata nel 2009) ha preso in prestito, per questo vino, un famoso refrain caro ad Andy Warhol: “So What!”. Un nome originale per un vino. Che potrebbe far pensare a molte cose insieme. Più di un nome, molto più di due parole: si tratta di uno stile di vita, di una filosofia tutt’altro che spicciola, di una apparente superficialità che scava invece in profondità. Di certo non per tutti, così come non erano per tutti le bravate artistiche del Warhol dei tempi migliori. Il punto esclamativo rosso afferma, sottolinea, sancisce, rafforza. Traducibile in italiano con un intercalare tipo “E allora?”, può essere ulteriormente dispiegato in “Chi se ne importa!”, del parere degli altri, del destino, dei fatti della vita, del semaforo rosso (ma anche di quello verde), del bello e del brutto, delle miserie ma anche delle nobiltà del mondo. Un forma di autodifesa psicologica che l’instabile Andy aveva progettato per sé e consigliato agli altri. Sull’etichetta di questo “petillant” vediamo il disegno di una coppia, lui e lei, in confidente atteggiamento, forse lui corteggiante, lei con il calice in mano a sancire il ruolo del vino come frangente introspettivo più che elemento oggettivo. Un invito a sorbire (non a subire) quello che il Grande Sceneggiatore ci propone (e quel che ci propina) senza fare un plissè, con olimpica compiacenza e suadente complicità. Ovunque e comunque. Un “chissenefrega” cosmico elevato a principio e fine di ogni esistenza libera e felice, accompagnata da una sana inconsapevolezza del vivere.

La Follia Coraggiosa è Contagiosa

Ma Petite République, Merlot e CabFranc, Paul Carille.

Se non sono matti non li vogliamo. O meglio: il vino buono lo producono i folli. Accezione portata in auge dalla Apple di Steve Jobs in un celebre spot televisivo. Ed eccone uno di quelli, francese, che esercita le sue pazzie vinicole nella zona di Bordeaux e precisamente a Saint Michel de Fronsac. Ma l’estro creativo si vede anche nel packaging anzi, si vede prima proprio nell’etichetta. Innanzitutto questo vignaiolo (piccola produzione, solo 0,4 ha di vigna per questo vino) ha chiamato la propria azienda (e il vino, 50% Merlot e 50% Cabernet Franc) “Ma petite république”, proclamando la sua piccola e personale repubblica proprio lì, in quella vigna. Il nome è grandioso, altro che piccolo. Si percepiscono, in ordine sparso, appartenenza, orgoglio, padronanza della materia, storia, tradizione, competenza e al tempo stesso quella umiltà contadina di chi sa di fare le cose per bene. E il visual dell’etichetta? Originale, sorprendente, trasgressivo ma elegante: i colori della bandiera francese, riuniti in cerchio nella modalità tipica delle insegne dell’aeronautica, sconfinano dal rosso, il colore esterno, con delle sagome che rappresentano il lavoro e il territorio: un cavallo, un calice, una chiesa, delle croci (la piccola vigna è in paese, proprio tra la chiesa e il suo cimitero e la scuola pubblica e il municipio). Genial Monsieur Carille! P.S.: ci scusiamo per la qualità non eccelsa della foto, ma questo vino è davvero una rarità e non si trovano molte documentazioni fotografiche in merito.

La Quadratura dell’Ovale

Picchio Rosso, Vino Novello, 
Cantina Valtidone.

La maggior parte delle etichette di vini sono rettangolari o quadrate. Raramente se ne vedono di ovali o rotonde. Incide forse una maggiore difficoltà di centratura sul vetro della bottiglia (ma oggi le macchine appositamente progettate possono fare un ottimo e preciso lavoro). Forse è perché le etichette rotonde offrono meno spazio utilizzabile. Però anche questo fatto non è plausibile. Ma veniamo al nostro “Picchio Rosso” e alla sua etichetta (ovale) raffigurata qui a sinistra. Sono invece frequenti le etichette che mostrano animali, soprattutto illustrati, come in questo caso. Il picchio è volatile in generale simpatico. Dedito ad affilarsi il becco sul legname o ad estrarre pinoli dalle pigne, in questa specifica scena boschiva. Il vino è di quello “novello”, l’etichetta gradevole, senza infamia e senza lode. Alla base scorgiamo un bollo rotondo (continua lo stile “curvativo” di questo packaging) dove troviamo una iscrizione a spirale: “Vinum Merum Placentinum Laetificat...” cioè “il vino (schietto) piacentino rende lieti...”. Un motto che la cantina Valtidone ha fatto proprio e che nessuno si sentirebbe di smentire. E quindi tutto quadra.

Il Guizzo di un Nome Particolare

Giochessa, Vermentino, Le Vigne di Silvia.

Il vino che in questo post proponiamo in analisi estetica viene prodotto dall’azienda “Le Vigne di Silvia”. In realtà le vigne sono anche di Stefania. Due sorelle che stanno continuando l’attività del padre e del nonno, prima di loro viticoltori nella zona di Bolgheri. Il Vermentino che vediamo qui a sinistra ha fatto seguito alla produzione iniziale di rossi, tipicamente “bordolesi”, della zona. Siamo sulla Costa Toscana, dove il mare fa il proprio gioco con brezze saline e temperature miti anche nelle stagioni fredde. Il vino in esame si chiama “Giochessa”. Nome che non può evitare di attirare l’attenzione. Si tratta di una parola poco usata fuori dai confini della Toscana. E anche lì deve essere spiegata. Ed ecco che ci giunge in aiuto il testo pubblicato dall’azienda nel proprio sito internet: “Giochessa è un termine utilizzato per descrivere una beffa o uno scherzo ma in Toscana viene usato anche per identificare un dribbling o una finta particolarmente estrosa che permette di eludere gli avversari sui campi da calcio. Silvia calciatrice italiana di livello internazionale con la passione per la campagna non poteva scegliere nome migliore per descrivere un vino di tale personalità”. C’è tutto: un accenno di regionalità (una parlata, più che un dialetto, in questo caso), un fatto concreto relativo alla vita della titolare (il gioco del calcio), la particolarità di una espressione inconsueta. Peccato che graficamente l’etichetta non presenti il medesimo graffio percettivo: per quanto è intrigante il nome del vino, tanto è poco espressivo il packaging. Vediamo in alto un accenno ad un pesce stilizzato (consiglio di abbinamento), molto esile e dotato di scarsa incisività. Per il resto si tratta di una etichetta classica, ordinata, senza guizzi (se non quello del pesce già descritto). Alla base dell’etichetta, poco visibile ma aggraziato, il logo aziendale.

Fiori e Colori Gentili sulle Colline Piemontesi

Dahlia, Barbera e Nebbiolo, L’Annunziata.

La Dalia (o Dahlia) è un fiore. Che annovera diverse specie e colori. Esprime delicatezza, armonia, gioia ed è il nome di questo blend di Barbera e Nebbiolo che nasce sulle colline di Costigliole d’Asti, il comune più vitato d’Italia per estensione, a 400mt di altitudine. L’azienda, che si chiama “L’Annunziata”, dal nome della frazione dove si trova la cantina, agisce in regime Biologico e Biodinamico. Ma torniamo a questo vino e alla sua etichetta. Leggiamo il nome, in carattere graziato-stilografico, tratto sottile, forse troppo, ma in linea con la “gentilezza” dell’insieme.  Una donna, ballerina, madama, contessa e perché no, contadina, di spalle, indossa una gonna che esprime tutta la dolcezza di un fiore, la fragranza del suo profumo, la leggiadria di stoffe preziose, ma assistiamo anche alla naturalità di una posa spontanea, sognante. In basso, alla base dell’etichetta, il nome dell’azienda. Da notare il tipo particolare di carta: potremmo definirla “martellata”, tecnicamente si dice goffrata, che fa risaltare un certo spessore, una consistenza volumetrica in rilievo, una porosità che esprime materia, concentrazione, qualità. Ne deriva, alla vista, la voglia di toccarla, di apprezzare con i polpastrelli la sua densità. Di percepire la fine e al tempo stesso genuina tessitura. Il vino contiene la “rude” Barbera e il nobile Nebbiolo. Il tutto rastremato e ingentilito da questi toni femminili ed estatici. Apprezzabile quindi il mood comunicativo del packaging.

Caos Creativo negli States

Beauty in Chaos, Blend di Rossi e Pinot Grigio, Ste. Michelle Wines Estates.

Insolite etichette, soprattutto per noi europei, abituati a design classici e laddove moderni sempre con una sorta di rispetto per il gusto e la tradizione. In America invece sono, come dicono loro, “disruptive” E trattano il vino quasi da prodotto come tutti gli altri. Non si fanno problemi quindi nel progettare etichette che varcano i confini dell’immaginabile. E comunque, in alcuni casi, questa scelta porta attenzione e buona comunicazione. Queste due etichette, disegnate dallo studio Lavin Design, ci portano in territori percettivi da cinematografia (gli americani vivono tutto ciò che li circonda come un grande e interminabile film). Vediamo innanzitutto cosa dice il designer commentando queste etichette: “I designed the label with geometric lines over a stormy background. The line work and logo are in holographic foil to add a contemporary vibe”. Il nostro commento è che il nome “Beauty in Chaos” e lo “scenario” sono sicuramente di impatto. Nonostante il nome composto, il concetto incuriosisce. E viene ben giocato, sovrapponendolo a questi cieli tumultuosi. Discutibile la modalità di scrittura con le lettere vuote, scavate, ma questo è tutto sommato un elemento soggettivo. Molto particolari le linee geometriche che invadono l’etichetta. Non siamo di fronte a un capolavoro, ma sicuramente a qualcosa di originale in grado di attirare attenzione, commenti e riflessioni varie.

Fugge l’Ora, ma il Packaging Richiede Tempo

Ruit Hora, Barbera e Nebbiolo, Ghiomo.

Ci sono etichette che confondono. O meglio che non comunicano in modo chiaro. Forse volutamente, per mantenere un’aura di mistero. Sembra proprio questo il caso rappresentato qui a sinistra. Si tratta del packaging di un blend Barbera-Nebbiolo che nasce a pochi chilometri da Alba ad opera di un piccolo viticoltore, Giuseppino Anfossi. Il nome che il produttore ha deciso per la propria azienda (partiamo da quello) è “Ghiomo”. Parola davvero strana, anche come fonetica. È praticamente sconosciuta. Si tratta di un attrezzo che serve per produrre le botti in legno, recita il sito dell’azienda. In realtà cercando su Treccani risulta che ghiomo è “...gomitolo, derivato dal latino glomus glomĕris (allotropo quindi di ghiomo), forma parallela a globus, di cui ha lo stesso significato. Palla di filo continuo ravvolto ordinatamente in modo da potersi agevolmente svolgere a mano a mano che si adopera“. Fatto sta che la parola “suona strana”. Ma andiamo oltre. Il nome del vino è “Ruit Hora” che, sempre da Treccani, significa, dal latino, “precipita l’ora”. Si allude alla fuga veloce del tempo e soprattutto all’imminenza della morte; si legge ancora talvolta sulle meridiane (è anche il titolo di una delle Odi barbare di G. Carducci)”. Nella raffigurazione al centro dell’etichetta si vede in effetti una vecchia meridiana da muro. Il tutto è volutamente consumato, poco chiaro, poco leggibile, possiamo dire “anticato”. Discutibile la scelta, apprezzabile il riferimento agli antichi usi, costumi e consumi (visto che sempre di vino stiamo parlando). Etichetta probabilmente migliorabile dal punto di vista estetico. Ma anche da quello puramente comunicativo del naming.

Il Polpo, il Passito e un Bambino Ardito

L’intraprendente, Liguria Levante Passito, Càduferrà.

Abbiamo qui un’etichetta e in generale una bottiglia che colpisce: il produttore si chiama Cà du Ferrà (che i titolari dell’azienda scrivono senza spazi tra le lettere e senza maiuscole intermedie). Si tratta di un passito da Bosco, Albarola e Vermentino, i grandi classici autoctoni della Liguria di Levante. Iniziamo subito col dire che “Cà du Ferrà” significa “casa del fabbro” in quanto in quelle zone si usava portare i cavalli a ferrare presso abili maniscalchi. Per restare in area naming è impossibile non notare il particolare nome del vino: “L’intraprendente”. Incuriosisce, viene subito collegato alla figura centrale, un ragazzino sugli scogli che sta pescando (in testa il classico “cappello da muratore” fatto con fogli di giornale). In particolare Il ragazzino sembrerebbe proprio maneggiare una semplice “attrezzatura” di quelle che serve per pescare i polpi: un legnetto, uno spago e una finta esca (basta che risulti appariscente e il polpo si avvinghia). I cromatismi sono originali e azzeccati: verde fluo e tratto nero. Non abbiamo trovato in rete un rational che possa fare riferimento alla scelta di questa “sceneggiatura” marinaresca, immaginiamo che possa essere un ricordo di bambino da parte di uno dei titolari. Anche perché non c’é corrispondenza d’uso tra un passito e il polpo (o altro pesce). Resta il fatto che la bottiglia si fa notare. Con una certa poesia dell’attimo. Alla base dell’etichetta il logo (non proprio chiarissimo nella sua manifestazione di sintesi) e il nome del produttore per intero.

Il Vino dagli Occhi Blu

Occhi Blu, Sauvignon, Cantine Angelinetta.

Questa etichetta raffigura un disegno dell’artista Felice Beltramelli, opera ritrovata in un album-raccolta dopo la sua scomparsa. Da sempre il mondo del vino è legato a quello dell’arte. Con il chiaro monito che fare arte non è da tutti. Quindi non basta un sghiribizzo mentale o da lapis improvvisato per creare qualcosa di valido, che possa rappresentare e comunicare un vino. Questo disegno, a nostro parere ci riesce. Ricorda un po’ quel gran genio di Picasso, ma conserva una propria identità. Un tratto sottile, qualche macchia di colore, ed ecco nascere una figura pseudo-umana dagli occhi blu. Una luna e una stella completano il panorama stilografico. Poesia in arte moderna. Il nome del vino non poteva essere che “Occhi Blu”, un omaggio a una persona speciale, una condizione fisico-cromatica che affascina sempre, visto che di occhi di quel colore ce ne sono pochi in giro. Anche il vino ha la sua particolarità: si tratta di un Sauvignon coltivato e prodotto sulle colline del lago di Como, a Domaso, sponda occidentale, quella ben esposta al sole. Un vino bianco che si avvale di passaggio in barrique non tostate. Un vezzo, se vogliamo, poche bottiglie prodotte, costo elevato. Ma anche la manifestazione di una passione di un produttore che ha lasciato la professione di ingegnere edile per dedicarsi alle vigna. Ultima nota: sotto al nome, in etichetta, troviamo la scritta in corsivo “Una sera al chiaro di luna sulla riva del lago in compagnia di due occhi blu”. Tutto il resto è fantasia.

L’Etichetta Tazebao di un Esordiente Roerino

Capitolo 01, Langhe Nebbiolo, Stefano Occhetti.

Per strano che sia, Stefano Occhetti ha deciso di raccontare la sua storia direttamente in etichetta. Ma vediamo fatti e antefatti. Si tratta di un nuovo arrivo nella compagine dei viticoltori roerini: una vita precedentemente improntata alla carriera manageriale e adesso virata in quella “contadinale”. Tanto recente la decisione che la vendemmia 2019 è la prima e il vino prodotto per ora l’unico. Il vino è un Langhe Nebbiolo e a quanto appare in questa davvero insolita etichetta si chiama “Capitolo 01” (in alto, in piccolo). Segue un lungo testo, che occupa tutta l’area cartacea del packaging, dove il novello viticoltore racconta come e cosa è accaduto alla sua vita in tempi recenti. Nell’etichetta vengono evidenziate due frasi: “mia prima vendemmia” e “tremilaseicentodieci”, il numero delle bottiglie prodotte in questa prima edizione assoluta. Bellissima la prima frase di questo scritto appassionato (che riportiamo qui nel caso fosse difficile da leggere nella foto allegata): “Non è dato a scoprire quante vendemmie avrai davanti a te, dicono non più di una cinquantina. Credo sia questo a rendere il vino speciale, ogni bottiglia, infatti, porta in sé un intero anno di vita”. Resta solo da ascoltare il consiglio di Stefano, verso la fine del medesimo testo: “Quando deciderai di stapparne una, brinda con qualcuno e goditi ogni istante”. Prosit!

Un Morellino con Ghiaccio

Ghiaccio Forte, Morellino di Scansano.

La decisione di questo produttore toscano, di riportare in grande, in modalità nome del vino, il nome stesso aziendale, è discutibile. E infatti qui ne discutiamo. In questa etichetta si evidenziano due (forse tre) elementi preponderanti: il nome “Ghiaccio Forte” (ove “forte” è ulteriormente fortificato dallo spessore del carattere di scrittura) e la nota definizione della denominazione Morellino di Scansano. In aggiunta, sulla sinistra, vediamo una testa scultorea di donna, in rosso, quasi fosse un bollo, un sigillo, una ceralacca. La Nostra discussione verte su due fattori del primo elemento (Ghiaccio Forte): il significato delle parole e la dimensione (e lo stile) di scrittura. Entrambi questi fattori portano alla mente qualcosa diverso dal vino: ad esempio potrebbe essere evocata l’immagine di un bicchiere da amaro (da fine pasto, detti anche “ammazzacaffè”) di quelli larghi con dentro i cubetti di ghiaccio. Lo stile stesso del design dell’etichetta porta a pensare a una bottiglia di amaro anni ‘70. Sulle ragioni originarie del nome della Tenuta Ghiaccio Forte non abbiamo trovato riscontri (se non che è riconducibile a un sito etrusco del IV secolo a.C.). Possiamo invece dire qualcosa sul nome storico “Morellino”, ormai acquisito e adottato abitualmente: tutto merito del Granduca di Toscana che battezzò in questo modo il Sangiovese del luogo, caratterizzato da uve molto scure, in omaggio e memoria del mantello “morello” dei cavalli maremmani che venivano utilizzati per il traino delle carrozze dei nobili del tempo. Insomma, un Morellino ghiacciato, se non auspicabile nel consumo, nella percezione che potrebbe condurre a livello inconscio.

Il Pinot Grigio più a Nord del Settentrione

Tvleo, Pinot Grigio delle Venezie.

L’etichetta di questo vino, uno degli innumerevoli Pinot Grigio (delle Venezie) dei quali è letteralmente invaso il mondo, non ha nulla di veramente speciale (sì, daccordo, quella “T” grande attira l’attenzione, ma finisce tutto lì) se non fosse per il nome del vino (o nome dell’azienda parificabile). La ricerca di affinità non è stata facile ma alla fine abbiamo scoperto che “Tvleo” non è una televisione locale o digitale, bensì il nome, qui proposto in modo pseudo latineggiante, di un’isola remota, forse immaginaria. “Tvleo” o “Tuleo” (in esperanto) o anche Thule in latino si riferisce a un territorio in mezzo al mare, descritto dal navigatore greco Pitea, che si trova molto a nord della Gran Bretagna. Thule, infatti, nell’antichità era termine per dire “ai confini del mondo (settentrionale)”, in latino “ultima Thule”. Gli storiografi e cartografi pensano che si possa trattare delle Isole Faroe o delle Shetland. Sembra che qualcuno attribuisca all’isola di Thule (a proposito, sulle mappe si trova anche come “Tile”) l’origine della razza ariana. Insomma un mezzo mistero. Il nome di questo vino viene appunto enfatizzato dalla presenta di una grande “T” al centro dell’etichetta. Notiamo anche, alla base dell’elaborato, un tassello nero con la scritta “Limited Edition”, una di quelle terminologie che lasciano il tempo che trovano, un po’ come “vino naturale” o “selezione speciale”.

La Vigna è “Maia”

Amai, Blend di Vitigni Rossi e Bianchi, Podere Orto.

Parliamo di un’azienda molto giovane, proprio come la figlia dei proprietari che corre felice tra i vigneti. Potrebbe essere scritta così la sintesi di questa piacevole etichetta. Ma vediamo... cosa si vede. Un disegno, centrale, con un panorama collinare e alcune vigne appena accennate, in bianco e nero. Una sagoma di una bambina, colorata di rosa salmone (unico elemento cromatico del packaging insieme al nome del vino) corre in mezzo ai tralci di vite. In basso leggiamo “Amai” anagramma di Maia ma anche voce del verbo amare e se vogliamo un brindisi a qualcosa che “mai” potrà finire. L’amore per il vino, per la famiglia, per il territorio. Sono concetti leggiadri, così come leggera (in senso positivo) è la percezione di quel disegno. Spensieratezza il primo pensiero. In alto, ben evidente, il nome dell’azienda, Podere Orto e una scritta piccola sotto di esso: Trivium. L’azienda si trova infatti in un punto molto particolare del Centro Italia: esattamente al confine fra tre regioni che sono Lazio, Umbria e Toscana. Anche in questo caso, come in altri esempi di etichette virtuose, gli elementi sono pochi, ben evidenti, concettualmente significativi. Del resto nel meno c’è il più. E chi non lo vede peggio per lui. N.B.: la bambina che corre si chiama proprio Maia che in Oriente è simbolo di rivelazione, risveglio, purezza, origine, creazione e un sacco di altre cose belle.

Madre Terra Danza con Mozart

Gea, Rosso di Montalcino,
Il Paradiso di Frassina.

L’etichetta di cui parliamo in questo post è di una azienda vinicola fondata “dall’uomo che sussurra alle vigne” (titolo di un suo recente libro). Ovvero Carlo Cignozzi, avvocato a Milano per 40 anni, dal 2000 trasferitosi a Montalcino con la passione per il vino. L’avvocato è noto per aver installato nelle sue vigne un impianto musicale che diffonde 24 ore su 24 musica di Mozart. Il concetto trainante è che la vite, ascoltando musica, cresce più allegramente (producendo migliore qualità). Il vino più modesto della gamma (che comprende naturalmente anche un Brunello) ha attirato la nostra attenzione con un packaging semplice ma interessante. Si tratta del Rosso di Montalcino che si chiama “Gea”. Come tutti sanno e come il produttore specifica nel proprio sito internet “...è il nome della Divinità della Terra” (e anche della figlia). Bel nome, corto, evocativo, forse fin troppo inflazionato, ma suona bene, trasmette genuinità, semplicità, primarietà, solidità. In basso, nell’etichetta, vediamo il nome dell’azienda, “il Paradiso di Frassina” con una nota dorata inserita tra le parole. Ma è la parte superiore quella interessante: la parola “Gea” fa da terreno, forse da radici, per una collina stilizzata, sormontata da un’altra collina e da alberelli. Il tutto con uno stile rastremato, sintetico, gentile, armonico, suadente, piacevole.

Coerenza con Gusto: il Vino è un’Arte

Materico, Nerello Mascalese, Cantine Pellegrino.

“Materico”, il nome di questo vino, è una parola che di solito viene utilizzata negli ambienti artistici, dai pittori o creatori di opere d’arte, per indicare qualcosa di strutturato e solido. L’origine è “materia” o “materiale”, con un precisa connotazione fisica. Un vino si può dire materico quando “si mastica” (questa invece è terminologia da sommelier), cioè quando la sua consistenza diventa quasi densa. Tecnicamente quando si ha un estratto secco elevato. Ma torniamo alle cose di packaging. Questa etichetta creata dal gruppo vinicolo Pellegrino (più noto per il Marsala) risulta molto attenzionale. Sono i colori, certo, ma anche lo stile, pulito ed essenziale, che comunica precisione e quindi competenza. Nella grafica, il tracciato cartografico di una vigna viene evidenziato, in particolare, con un strato di colore fucsia. La dicitura “vino biologico”, del medesimo colore vivace, viene giustamente enfatizzata, laddove il marketing dell’azienda ha deciso di puntare (anche) su questa categoria di prodotti. I caratteri di scrittura sono squadrati, compatti, solidi (proprio come il concept utilizzato per il nome del vino). L’etichetta risulta organica, bilanciata, in una parola credibile. Coerenza e gusto prendono un abbrivio vincente.

Nomi Scomposti su Etichetta Sterile

Caraconessa, Greco Bianco e Malvasia, Fezzigna.

L’etichetta di questo “Melissa Doc” (la pianta aromatica non c’entra, si tratta di un paese in Calabria, in provincia di Crotone) non è commentabile, nel senso che è così semplice (dimessa, informale e senza forma) da “non sussìstere”. Quello che ha attratto la nostra attenzione sono i nomi (tre) che appaiono nel packaging sia pure in modo disorganico. In alto in verde leggiamo “Caraconessa” (verrebbe da leggere Cara Contessa, ma non è, quindi non si tratta di un errore): è il nome del luogo dove ha origine e sede l’azienda vitivinicola in questione. Poi al centro leggiamo “Melissa” con un carattere molto graziato: verrebbe da capire che quello potrebbe essere il nome del vino, facendo riferimento, oltre che a un luogo (poco conosciuto) anche a una pianta e a un nome di donna. La Doc Melissa infatti è davvero sconosciuta, ecco perché, presentato così, si potrebbe generare un malinteso. Infine in basso vediamo il cognome (nonché il marchio) della famiglia titolare: Fezzigna. Le molte consonanti non producono una fonetica agile, ma tant’é che il cognome è questo. Come logo vediamo una “F” con incastonata una rosa. Il tutto risulta poco incisivo. Per riassumere: abbiamo due nomi strani (che non suonano bene, quindi poco memorabili) Caraconessa e Fezzigna e un nome suadente, Melissa, che però è il nome della Doc e non quello del vino. Insomma l’etichette rischia di “scivolare via” senza tanti complimenti.

Convivialità Porta Qualità (e Viceversa)

Barbaresco (Rabaja), Bera Vini.

L’etichetta non è delle migliori. Piuttosto datata come stile e anche come impaginazione grafica non se la cava benissimo (i testi sono centrati, meglio dire ammassati, e sono troppi). Ma quell’immagine nella parte superiore, che raffigura tre uomini, merita comunque un approfondimento. Tre uomini che parlano, discutono, probabilmente davanti a qualche buon bicchiere di vino. I colori e l’abbigliamento richiamano il periodo medievale, l’atteggiamento evoca un appuntamento conviviale, sereno, allegro. La parte rassicurante del vino, non quella molesta di un consumo eccessivo, emerge con evidenza. Il vino è “stare insieme”, confrontarsi e dialogare. Questo atteggiamento trasmette sensazioni di benessere, e automaticamente di affidabilità, di qualità, di cose fatte per bene. C’entra la tradizione, certo. Che in Piemonte è più radicata, o semplicemente più considerata, rispetto ad altre regioni d’Italia. E la tradizione, quando non esasperata, bensì accompagnata anche da risvolti evolutivi, ha un gran peso nella percezione e nella fruizione del vino in Italia. Un uso equilibrato di tradizione e innovazione sarebbe auspicabile per ogni azienda vinicola.

Una Corteccia Carioca per una Ricetta Piemontese (in Oltrepò)

Il Chinaldo, Pinot Nero aromatizzato, Finigeto.

Questa bottiglia “arlecchino” contiene un vino aromatizzato. Un “chinato” per la precisione, ricetta piemontese che varia di famiglia di famiglia e di storia in storia (anche se qui di Piemonte non se ne vede, perché siamo a Montalto Pavese). Il vino comunque si compone di spezie e vino rosso. In questo caso Pinot Nero. La corteccia di china è da sempre un elemento primario dei vini “chinati”. Da qui anche il nome di questo vino: “il Chinaldo”, generato da un gioco di parole col nome del titolare dell’azienda, tale Aldo Dallavalle. Ma torniamo alla variopinta etichetta. L’articolato reticolo di macchie di colore attira l’occhio, sia pure non avendo riferimenti grafici di concetto. Diciamo che sono i colori, come spesso accade anche in natura, che sollecitano retina e curiosità. Questa trama però va a discapito della leggibilità delle parole in essa inserite. Il nome del vino si salva, nel senso che solo “il”, l’articolo che precede “Chinaldo”, si perde un po’. Mentre per il nome dell’azienda, in alto, “Finigeto” e la sua F stilizzata, i problemi di percezione sono evidenti. Forse tutti quei tasselli colorati rappresentano le innumerevoli spezie-ingredienti di questo vino aromatizzato, ma ciò non basta a giustificare un equilibrio grafico non studiato ad arte. Ci scusiamo per la scarsa qualità dell’immagine, ma in rete non si trova di meglio. E nell’epoca delle fotocamere, anche negli smartphone,  da 12 megapixel, risulta quasi incredibile (cioè: non ci vorrebbe molto per le aziende, nel loro interesse, scattare foto di migliore qualità).


Idee Nuove in Terre Lariane

Lupone, Merlot e Cabernet,
Azienda Agricola Runch.

L’etichetta del “Lupone” non è male. Anzi, possiamo dire che si fa notare per originalità e anche coraggio, visto che ci troviamo nell’entroterra brianzolo, a Montevecchia, e che l’azienda che l’ha creata è una piccola realtà poco conosciuta. Ma vediamo dove sono i pregi di questo packaging. In primo luogo pochi, ma impattanti, elementi: la stilizzazione, essenziale, artistica, contemporanea di un pastore tedesco (molto probabilmente la mascotte dell’azienda vitivinicola in questione), il colpo d’occhio del cuore rosso del cane (potrebbe disturbare, risulta “violento”, ma certamente colpisce), quindi il nome del vino scritto in corsivo, in rosso, non immediatamente leggibile ma anch’esso dotato di uno stile particolare, infine il nome del produttore alla base e subito sotto la località. Tre elementi in sostanza: l’illustrazione, il nome del vino, l’azienda. Da notare che il nome del vino è stato stampato con un inchiostro speciale, smaltato e in leggero rilievo. Per il resto... bianco a stacco. Certo si fa fatica a trovare un concept, se non, come già detto, un omaggio al cane di famiglia. Un’altra particolarità: nel sito internet il nome dell’azienda diventa “Runch”, creando un gioco di parole italiano-inglese, tratto dal cognome del titolare (Ronchi), e dalla località (Ronco Alto).

Vino d’Oliva, Strano ma Vero

Di Oliva, Riesling Renano, Defilippi.

Sono molte le particolarità di cui parlare, osservando questa etichetta. Cercheremo di essere brevi. Si tratta innanzitutto del vino di una cantina dell’Oltrepò, con sede a Oliva Gessi (poi torniamo su questo nome), tra Casteggio e Montalto Pavese. L’azienda produce vino dal 1907, di generazione in generazione. Oggi uno dei vini più rappresentativi di questo produttore è un insolito Riesling Renano (di solito su quelle colline vige il Riesling Italico). Veniamo all’etichetta vera e propria. In alto leggiamo, ben evidente, il nome del produttore (il cognome per l’esattezza): Defilippi (tutto attaccato e non De Filippi). Dalla parte opposta, in piccolo, alla base dell’etichetta, scopriamo che il titolare risulta essere Defilippi Fabbio (proprio così: con due “b”, mai visto prima). Sotto al cognome grande, Defilippi, ecco la scritta “i Gessi” a sua volta seguita da un motto latino: “Labor custos Pacis (dal 1907)”. Il significato più o meno è: “il lavoro è custode della pace”. Al centro dell’etichetta la foto di una brocca molto antica. Alla sua sinistra la spiegazione: “Brocca bronzea di epoca romana utilizzata per il vino e ritrovata a Oliva Gessi”. E veniamo quindi alla località dove ha sede l’azienda: Oliva (nome del “ligustro”, un arbusto ligure) e Gessi per i depositi gessosi sfruttati anticamente in quelle zone. Ultimo ma certo non meno importante, quello che dovrebbe apparire come nome del vino (anche se si trova defilato): “di Oliva”. Quasi come se ci trovassimo davanti a un Extravergine (i colori dell’etichetta confermerebbero). Troppi elementi tutti insieme? Eppure l’etichetta si fa notare e non dispiace. E per quanto riguarda il vino siamo di fronte a un prodotto di tutto rispetto.

Uno Storico e Stoico Bianco e Nero

Lolly, Chardonnay,
Podere Ruggeri Corsini.

Perché mettere la foto (storica) di famiglia su una etichetta di vino? Vediamo di ragionarci sopra. Questa scelta potrebbe rivelare la volontà di esprimere l’avvicendarsi delle generazioni alla guida di una cantina. Come valore, naturalmente. Cioè il fatto che tramandando il “buon fare” di padre in figlio (o figlia) la qualità e l’affidabilità di una azienda ricevono giovamento. Oppure si tratta di imprimere all’etichetta uno stile retrò per garantire una percezione classica, seria, tradizionale del prodotto e di chi lo fa. Non è da escludere un guizzo d’orgoglio da parte di un membro della famiglia, per la composizione della stessa o per mostrare al mondo le creature. Certo che utilizzando il format bianco e nero come in questo caso, la memoria va subito alla Famiglia Addams del noto telefilm (in prima fila vediamo anche una inquietante bambola che avrebbe fatto la felicità di Stanley Kubrick). L’etichetta qui in analisi, oltre alla foto in bianco e nero per la quale abbiamo cercato di trovare ragioni, presenta un design semplice, dai toni cimiteriali (scritte in argento su nero), senza elementi di spicco se non il nome del vino (più che “di spicco” si tratta di un nome insolito e quindi curioso) “Lolly”. Probabilmente il diminutivo di Lorenzo, pargolo della famiglia, forse nemmeno molto contento di farsi chiamare così.