Un Vino Arancione, ma è un’Illusione

Ende Oktober Gold, Albarossa, 
Az. Agr. Gaggino (Roberto Urscheler).

Il cognome del produttore di questo vino (arancione fuori, ma decisamente rosso dentro) tradisce origini teutoniche delle quali non si trova traccia nei racconti della storia di famiglia, ma che si rispecchiano nel nome di questo vino: “Ende Oktober Gold”. L’anamnesi della famiglia racconta di origini antiche nel territorio di Mombaruzzo, Piemonte. In effetti il ramo piemontese è quello materno di Roberto, il bisnonno si chiamava Paolo Gaggino, ecco perché cognome tedesco ma radici italiane. Certo la volontà di dare un nome in tedesco a un vino molto italiano non si comprende fino in fondo. Potrebbe giustificarlo un’alta percentuale di vendite in Europa. Questo sì. Il vino è il risultato della coltivazione del vitigno Albarossa, un incrocio tra Barbera e Nebbiolo di Dronero ad opera del celebre professor Dalmasso (un Nebbiolo particolare, che alligna sui terrazzamenti alle pendici delle Alpi Marittime, poco oltre Cuneo, non distante da Francia e Liguria). Vino italico quindi, derivato da due vitigni emblematici dei territori del Nord. Veniamo all’etichetta: molto arancione, insolito colore per un vino rosso, certamente attira l’occhio. In alto lo stemma di famiglia, in grande evidenza, con la scritta “il Blasone e l’Arme” e a lato le iniziali dell’attuale titolare “R” a sinistra per Roberto e “U” a destra per Urscheler (quindi dal nome al cognome, corretto). Al centro il nome del vino (difficile da pronunciare e da digerire… per chi non è avvezzo al tedesco sarebbe “l’Oro di fine Ottobre”, che potrebbe deviare la percezione verso un passito che non è). Poi la menzione del vitigno e in basso la firma del vignaiolo (mmmh… qui cognome e nome) con la dicitura, poco leggibile, “vinificato con uve di proprietà”, affermazione importante meritevole di una migliore esposizione. Nel complesso alcune scelte di comunicazione non sono totalmente condivisibili, ma l’orgoglio di chi produce questo nettare è alto e fiero. E il vino, dicono, molto buono. Salute!

In Nome della Barbera

Nizza, Barbera, Azienda Agricola Serra Domenico.

Si tratta di una delle più recenti attribuzioni di una Docg, quella del “Nizza”. Praticamente una Barbera geolocalizzata. Una specie di Chianti Classico dell’astigiano. Una “superBarbera”, nelle intenzioni del Comitato Promotore e del conseguente Consorzio. Discutibile aver scelto come parola leader della comunicazione la prima parte del nome di questa cittadina (Nizza Monferrato, appunto) che corrisponde alla ben più nota e frequentata città della Costa Azzurra, in Francia. Nizza a dire il vero in francese si dice Nice (che a sua volta fa corto-circuito con la parola in inglese), ma storicamente, quando quel territorio era ancora italiano, la dizione era proprio quella con la due zeta. “Nizza” è anche il nome protagonista (molto protagonista) di questa etichetta del produttore “Serra Domenico” (sarebbe il caso di invertire il cognome-nome trasformandolo in un nome-cognome più consono), con sede e vigneti ad Agliano Terme. Nel packaging, a tutto campo e a lettere cubitali, viene affermato, nobilitato, urlato il nome “Nizza”. Peccato che sia spezzettato. Solita osservazione, non vogliamo risultare noiosi ma quando si tranciano le parole si commette un piccolo reato nella comunicazione. Belli quei nastri, quei festoni, rosso e oro che aleggiano attorno al nome del vino, ma il nome stesso in quel modo non si può leggere. L’impatto c’è: cromatico e calligrafico, ma infine le soluzioni grafiche messe in atto risultano grossolane.

Come Non Farsi Capire Bene

Andrä, Lagrein, Schmid Oberrautner.


La cantina in esame, dicono gli attuali proprietari, vanta 21 generazioni di attività (ventuno!) e infatti nello stemma di famiglia si legge la data 1363. Non abbiamo motivo di dubitarne: la viticoltura in Alto Adige risale agli Antichi Romani, avanti Cristo, per intenderci. Sappiamo anche che da quelle parti sono piuttosto contrari a lasciarsi coinvolgere dalla lingua italiana, per cui utilizzano in gran parte e su ogni supporto di comunicazione il tedesco o il dialetto locale (sempre germanico). Ma la leggibilità è un’altra cosa. Cioè è quella cosa che fa sì che un nome, un vino, un prodotto, venga dapprima identificato, poi memorizzato, insomma riconosciuto. Il nome del vino in questione, un Lagrein (Gries), sarebbe “Andrä”, poco importa il suo significato (forse il nome della vigna) perché praticamente è illeggibile. Anche conoscendo il tedesco, anche sapendo da dove viene, anche sforzandosi un po’, niente. Illeggibile. Colpa del carattere di scrittura utilizzato, certo, ma possibile che a nessuno in famiglia sia venuto in mente che forse si stavano tirando una zappa sui piedi? D’altro canto l’azienda è anche agrituristica. Superando il problema della leggibilità del nome, vediamo che la grafica dell’etichetta è molto semplice. Nero su fondo bianco. Stemma in alto, nome dell’azienda al centro, nome del vitigno in piccolo e infine nome del vino in basso, in modalità scarabocchio. Minimalismo teutonico? Tutte le strade portavano a Roma, anche quella che partiva da Bolzano.

Una Sabbia che Diventa Bollicine: Tutto Torna

Sablà. Ribolla Gialla, i Clivi.

Il nome di questo vino, che potrebbe sembrare un riferimento al “sabrage”, termine francese che indica la pratica di stappamento violento a mezzo di una sciabola di un vino spumante (da “sabre”), si riferisce invece e molto probabilmente al tipo di terreno dove radicano le viti di Ribolla Gialla che lo compongono: si tratta di roccia arenaria formata da granuli assimilabili a una sabbia. Ed ecco qua il nome: come dire “dalla sabbia, oplà”, sintetizzando, “Sablà”. Il nome risulta compatto, simpatico, memorabile, attinente. Ma anche la grafica dell’etichetta ha uno svolgimento interessante. Su fondo nero molto charmant, spiccano delle grosse bolle, forse acini, forse entrambi. Guardando bene il packaging si notano delle sinuosità stampate con inchiostro lucido. Sono le colline friulane dove matura l’uva che serve a produrre questo Brut. Il risultato è molto impattante: abbiamo la nota cromatica, arancione, che attira molto l’attenzione (anche il tassello alla base spicca, e il nome si legge in modo chiarissimo), abbiamo pochi elementi ma molto distintivi (le bolle, il nome, il nero dello sfondo), abbiamo infine la “finezza” di quelle colline appena accennate, che letteralmente sbucano, discrete ma a loro modo protagoniste, fornendo all’elaborato un equilibrio invidiabile, tra impatto ed eleganza. Il vino, come promesso dal produttore, è morbido, l’esperienza cognitiva (che di fatto inizia quando l’occhio incontra l’etichetta) è completa.

Un Orange Tagliente dalla Sicilia Nord-Occidentale

Katamacerato, Catarratto, Elios.

Il nome di questo vino è di facile interpretazione, essendo il vitigno che lo compone il nobile, sia pure molto diffuso, Catarratto di Sicilia. “Kata” dalla prima parte del nome del vitigno, e quindi “macerato” per via della modalità di produzione che prevede 1 settimana di macerazione sulle bucce. Ma kata, dal giapponese (significa forma, modello, esempio), sta a indicare anche una serie di movimenti che servono per le varie tecniche di combattimento. In effetti nell’etichetta, con uno stile molto dinamico, si vede una figura vagamente orientale che con una katana (con la “n”, poi ci arriviamo) divide in due parti un acino d’uva. E qui giungiamo ad un ulteriore significato, forse il più importante visto che nella grafica il nome del vino viene proprio suddiviso così: “katama” poi “cerato”. La katana (ribadiamo, con la “n”) è una spada giapponese curva, a taglio singolo, utilizzata anticamente dai Samurai e oggi oggetto ornamentale (si spera). Certo che raccontare questa etichetta è un’operazione molto articolata. Catarratto + macerato + katana = Katama-cerato. Qualche perplessità, ma procediamo con i cromatismi che nel packaging sono molto aggressivi (come lo stile del disegno) grazie a un arancione molto pronunciato, su trame nere e bianche. Si tratta di un vino atipico, un “orange”, e anche l’etichetta si esprime in modo spregiudicato. Grazie alla giornalista del vino Sara Missaglia per la tagliente segnalazione!

Il Bianco e lo Spino a Montalcino

Biancospino, Blend di Bianchi, Fonterenza.

Siamo nelle famose e promettenti terre attorno a Montalcino, dove i vini rossi vendono cara la pelle, per così dire. Cioè rendono molto e sono, per questo, preferiti ad altre tipologie di raccolto. Qualche produttore, in questo caso due sorelle che da Milano si sono trasferite in Toscana, non disdegna la produzione anche di vini bianchi, seguendo trame antiche e vitigni quasi dimenticati. È il caso di questo “Biancospino” che nasce da una commistione di Trebbiano, Procanico, Malvasia e anche il raro Ravanese. Il nome del vino richiama quello di un alberello dai fiori eleganti e dai rami spinosi. Contiene non a caso la parola “bianco”, ad indicare la tipologia di vino. Nella gamma della stessa azienda infatti troviamo il “Pettirosso” (Sangiovese) che segue il medesimo schema comunicativo. Interessante l’impaginazione di questo packaging, in stile disegno amanuense, anche se la leggibilità viene compromessa dallo “spezzatino” verbale. Interessante anche il logo dell’azienda che a prima vista potrebbe sembrare un albero dalle alte fronde, invece, a guardar meglio si scorgono i profili di due donne, Francesca e Margherita Padovani, titolari dell’impresa, con la rispettive “chiome”. Nel complesso si tratta di una etichetta che sa farsi notare, con originalità, sia pure con semplicità e un approccio naturale.

Tralci Come Frecce per Comunicare il Vino

Saittole, Malvasia-Trebbiano-Bombino, Cantina Ribelà.

Diciamo innanzitutto che il nome di questa cantina laziale, “Ribelà”, deriva da una forma dialettale di Monte Porzio Catone (dove ha sede l’azienda) che significa ricoprire, “ribelare”, rincalzare la terra sulle viti appena piantate. Il simbolo e in un certo senso il logo di questi giovani produttori è una sognante mongolfiera che aleggia anche nella home del loro sito internet. Nella grafica in etichetta è comunque protagonista, come dimensioni, il nome del vino, molto particolare, insomma da decifrare: “Saittole”. Riportando le parole del produttore: “Saittole viene dal latino "sagitte", le frecce, come a Frascati venivano chiamate "le marze", i tralci di vite che si tagliavano per piantarli o innestarli. Nasce per essere un vino Frascati della tradizione, cioè un vino con diverse qualità di uve. Proprio per questo ci piaceva l'idea delle saittole... ossia dei tralci di vite che nella storia ci siamo sempre scambiati dando vita a molti biotipi e vini, in contesti diversi”. Nome non facile da leggere e da pronunciare ma aderente al territorio per via del suo antico significato. Etichetta semplice che trasmette sensazioni di genuinità che l’azienda professa soprattutto con una viticoltura biodinamica e biologica. Grazie a Sara Missaglia, giornalista del vino e attenta comunicatrice, per la segnalazione di questo naming e packaging. In alto i calici! (Anche in mongolfiera, volendo)

Un “Roggio” di Sole (e di Design)

Roggio del Filare, Rosso Piceno Superiore, Velenosi.


Sulla scelta di chiamarsi “Velenosi”, cioè di far diventare il cognome di famiglia un marchio, abbiamo già discettato in altri articoli. In un settore che, soprattutto negli ultimi anni, privilegia naturalità e dintorni, un nome così potrebbe portare, almeno inconsciamente, verso altre aree di significato. Ma andiamo oltre: in questo caso il nostro commento è su un packaging scultoreo, dove la forma della bottiglia si fa emblema. Partiamo dal nome del vino, “Roggio del Filare”, che nasce dalla poesia di Giovanni Pascoli, “Arano”. Eccola in versione integrale: “Al campo, dove roggio nel filare qualche pampano brilla, e dalle fratte sembra la nebbia mattinal fumare, arano: a lente grida, uno le lente vacche spinge; altri semina; un ribatti le porche con sua marra paziente; ché il passero saputo in cor già gode, e il tutto spia dai rami irti del moro; e il pettirosso: nelle siepi s’ode il suo sottil tintinno come d’oro”. Ci teniamo a precisare che le “porche” sono strisce di terra tra due solchi. “Roggio” invece, sarebbe il colore “rosso” di qualche “pampino”, cioè di quelle foglie di vite rimaste sulla pianta (i campi si arano tra ottobre e novembre). Passando alla forma della bottiglia, quel taglio verticale così originale fa riferimento alla luce diagonale del sole che attraversa la vegetazione e che, in questo caso, indica la vera e propria etichetta in carta, nella parte bassa. Un esercizio di design che spicca tra molte altre “forme” di comunicazione di prodotto. Ci vuole coraggio (e qualche costo in più) ma il risultato è evidente.

Tutta la Pazienza che Serve

Santa Pazienza, Croatina, Filarole.

Il nome di questo vino, segnalatoci dall’instancabile winesurfer Sara Missaglia, ha almeno tre ragion d’essere. Infatti “Santa Pazienza”, secondo il racconto del produttore, può essere riferito al fatto che le uve di Croatina che compongono il vino vengono “attese” fino a maturazione inoltrata. Aggiungiamo che la fermentazione dura almeno 40 giorni (altra attesa lunga) e infine viene consigliato di invecchiare il vino anche fino a 15 anni. Ma da dove viene questo modo di dire? Premettendo che Santa Pazienza è una santa vera e propria (una delle più sconosciute e quindi non presente nei calendari), Treccani dice che si tratta di una “espressione d’ira mal contenuta”. In questo caso dà origine a un nome che sintetizza tutta la meticolosa opera di chi produce vino, dal germoglio all’acino, dalla vendemmia alla fermentazione. L’etichetta che mostriamo è del produttore piacentino “Filarole”, nome che deriva dal dialetto filaröl, cioè i filari di una vigna, italianizzato in Filarole. Viticoltura biologica sulle colline della Val Tidone con tralci che contano fino a 100 vendemmie. La grafica è spartana: il nome del vino al centro, in alto il logo aziendale, molto visibile in quanto rosso vivo, alla base le diciture di legge. Niente più. Il nome in questo caso la fa da padrone e tutto sommato è bene così.

Tutto Perfettamente in Bolla

In bolla, Ansonica, Arrighi.

C’è ancora qualcuno che ha voglia di divertirsi. Fortunatamente. E che realizza etichette insolite e ironiche. L’efficacia, certo, è un altro aspetto che andrebbe esaminato a parte. Ma in ogni caso ci piace far notare questo packaging, per le sue caratteristiche un po’ folli. Il vino, un frizzante a base Ansonica che nasce all’Isola d’Elba, si presenta col nome “In bolla”. Notoriamente nello slang interregionale italico, forse di più al nord, si dice “bolla” per indicare un vino spumante, frizzante, sparkling. “Stasera ci beviamo una bella bolla…”. “Che ne dici di una bolla?”. Sono frasi ricorrenti. Dalle parole alle immagini: al centro dell’etichetta vediamo, con stile illustrativo-fumettoso, una bimba vestita di rosso, sdraiata e sognante dentro… una bolla! La forma è quella di una bolla di sapone, ma in questa situazione iconografica vale tutto, l’immaginazione viaggia. Nient’altro se non il logo aziendale in alto. Da notare che “in bolla” significa anche, in un linguaggio tecnico da carpentieri, essere in perfetto equilibrio orizzontale (la bolla è uno strumento che serve per attestare la perfetta linearità delle superfici). Ma “essere in bolla” significa anche essere un po’ ebbri. Insomma largo alle interpretazioni, fermo restando che la giocosa innocenza della bambina vestita di rosso ci porta un un mondo di simpatica convivialità.

Tanti Nomi, Vecchi e Nuovi

Enantio, La Prebenda.

Questa azienda veneta ci fornisce l’occasione per prendere in esame diversi nomi. In primo luogo non inganni il nome del paese dove ha sede la produzione, Brentino Belluno (il paese si chiama proprio così): in realtà siamo in provincia di Verona, sulle sponde dell’Adige (poco più a sud del Trentino). La zona, enologicamente parlando, si chiama “Terra dei Forti”, nome davvero bello, possente, immediato, significativo (originato dal fatto che in quella zona si trovano le vestigia di numerosi forti di guerra, italiani e austriaci). Procediamo: l’azienda in questione è “La Prebenda”, nome non proprio e non sempre positivo, vediamo perché leggendo le definizioni di Treccani per “prebenda”: “porzione di beni di un capitolo o di una collegiata, assegnata come dote a un ufficio canonicale; comunemente il termine indica i beni costituenti il patrimonio dei benefici ecclesiastici minori, destinato a fornire un reddito a un ecclesiastico (o a un laico) che ne sia beneficiario”. O anche: “Guadagno lauto, compenso conseguito, più o meno lecitamente e in genere con poca fatica, grazie a incarichi straordinarî, attività clientelari e simili”. E infine il nome del vino (che è anche il nome del vitigno): “Enantio” (in greco significa “opposto”) cioè un tipo di uva autoctona, originaria della Vallagarina, molto affine alle uve selvatiche e per questo resistente al freddo e alle malattie, chiamata ancora oggi “lambrusca” in quanto piuttosto “rustica”. Per quanto riguarda la grafica in etichetta preferiamo soprassedere, diciamo così, per motivi di spazio. E ci scusiamo per la scadente qualità dell’immagine ma nel sito del produttore e in generale in internet non si trova, ad oggi, una risoluzione migliore.

Numeri e Nomi, Parcelle e Procellae.

195, Merlot e Cabernet, Villa Bogdano 1880.

Villa Bogdano 1880 è una strutturata realtà vitivinicola con sede a Lison di Portogruaro (Venezia). Partiamo dal logo (nella parte bassa dell’etichetta): si tratta della Dea della Caccia Diana e prende spunto da un gruppo bronzeo risalente al III secolo d.C. ritrovato nel 1926 durante degli scavi nel territorio “Romano Concordiese” lungo la Via Annia che collegava Padova con Aquileia. La Dea è nell’atto di scagliare una freccia. Ai suo piedi un cane e una cerva. Veniamo al particolare nome di questo vino (un Merlot con un piccolo contributo di Cabernet Sauvignon): “195”. Proprio così, quella che può sembrare una “i”, per il produttore è un “1” e forma il numero “complessivo” 195. La gamma di vini biologici di questa azienda dà anche altri numeri… il 185, Tocai Friulano, il 186, Refosco dal Penduncolo Rosso e il 187, Chardonnay. I numeri fanno riferimento alle parcelle agricole riportate in antiche mappe. Ma come si può vedere qui in basso con le altre etichette va anche peggio rispetto alla 195: in prima battuta non si riesce letteralmente a “decifrare” il nome o numero che dir si voglia. Non sappiamo cosa possa spingere un produttore a realizzare delle etichette poco interpretabili. Possiamo solo mostrarle come esempio non troppo virtuoso. A onor del vero sopra a ogni numero “arabo” si trova in piccolo la stessa cifra in numeri romani. Invece alla base del numero in questione troviamo una scritta in latino, ugualmente poco interpretabile. Un alone di mistero a volte fa bene, ma quando si tratta di consentire l’identificazione di un vino attraverso il suo nome, meglio essere chiari, diretti, eloquenti, senza lasciare dubbi.


Andiamo in Paucis

Paucis, Ribona, Sant’Isidoro.

Due nomi che meritano di essere analizzati: il nome del vino, “Paucis”, che in latino significa “poco” o al massimo “alcuni” (insomma qualcosa di scarsamente disponibile) e il nome del vitigno che compone questo vino, “Ribona”. Probabilmente il nome del vino viene riferito proprio al vitigno, molto particolare, molto raro, del quale si possono contare davvero pochi ettari, oggi tutti concentrati sulle colline maceratesi. Un tempo chiamata anche Greco Maceratese, Greco Castellano, Verdicchio Marino, Montecchiese, quindi catalogato nel Registro Nazionale della Varietà d’Uva come “Maceratino” (che può far pensare alla modalità di vinificazione, ma così non è), l’uva Ribona prende il proprio nome forse dal dialettale “Ri-Bona” cioè due volte buona o anche dall’antica abitudine di far rifermentare i grappoli per ottenere vini più longevi. L’etichetta si presenta con elementi un po’ scoordinati, con il logo aziendale in alto a sinistra, il nome del vino centrato, con un carattere poco leggibile e un colore discutibile, poi seguono uno scudo in tutti i sensi grigio, quindi la denominazione su una trama di linee oblique. Nel complesso il packaging si fa vedere ma non sa farsi piacere. Ultima nota di cronaca (relativa al Covid), la parola “paucis” è diventata improvvisamente nota con il termine “paucisintomatici”, che indica appunto quelle persone che manifestano pochi, scarsissimi, irrilevanti, sintomi relativi alla malattia.

Quando il Nome del Vino è una Battaglia

Freccia degli Scacchi, Torgiano Rosso Riserva, Terre Margaritelli.

Iniziamo comprensibilmente dal nome di questo vino che appare davvero strano. “Freccia degli Scacchi” potrebbe condurre il pensiero al celebre gioco cervellotico che muove torri e alfieri (e in effetti un certo collegamento poi lo si trova). La freccia, che appare anche in etichetta, porta a ulteriori percezioni di sfida (ma anche di velocità). Nulla di tutto ciò, visto che l’origine del nome di questo vino umbro a base Sangiovese è da attribuirsi al nome del “capitano dei generali della battaglia di Miralduolo” (sede dell’azienda in questione). Questo almeno si trova in rete come informazione generalmente riconosciuta. Non riusciamo a capire come possa esistere un “capitano dei generali” nella gerarchia di un esercito, ma soprassediamo. La battaglia in questione, quella di Miralduolo, dovrebbe essere avvenuta nel 1367 tra la città di Perugia (sconfitta) e la Compagnia Bianca (papale). Il nome Miralduolo, strano anch’esso, potrebbe essere ricondotto alla terribile e truculenta scena del dopo battaglia, tale da far affermare “mira ‘l duolo” nel senso di “guarda che strage!“. Detto questo passiamo al packaging vero e proprio che risulta molto spartano: su una carta con trame verticali in rilievo, il nome del vino è scritto a sinistra mentre sulla destra in basso vediamo una freccia (riferimento ad armi da combattimento?) e il logo e nome dell’azienda. Semplice e lineare. A volte funziona.

I Vigneti a Nord, Escono dalla Clandestinità

Champagne Clandestin (Borèal),
Les Semblables.

Lo Champagne, per definizione, non può essere clandestino. Infatti si tratta di una delle denominazioni più protette del mondo. Eppure questo produttore ha trovato il modo di proporre il proprio Champagne come qualcosa di diverso, nascosto, trasgressivo. In pratica i conduttori dell’azienda “Les Semblables” hanno scoperto alcuni vigneti abbandonati (in quanto esposti a nord invece che a sud) in Côte de Bar. L’idea è stata quella di valorizzarli, forti del fatto che il cambiamento climatico potesse diventare un buon alleato. L’obiettivo produttivo riguarda il raggiungimento di una completa maturazione delle uve (Pinot Noir in purezza) mantenendo una tensione gustativa (maggiore acidità) in grado di conquistare palati raffinati. Da tutto questo, che nasce da una  segnalazione della giornalista e degustatrice Sara Missaglia, ecco il nome del vino: “Champagne Clandestin” (Borèal). Cioè frutto di vigneti che fino a qualche anno si potevano considerare come una scelta sbagliata. I vigneti “clandestini” oggi diventano motivo di vanto e fattore di qualità. Nell’etichetta, molto spartana, regna in realtà un po’ di confusione riguardo al nome, perché come definizione di questo sparkling viene proposta anche la parola Borèal, dal latino borealis, borea, cioè “appartenente o proveniente da nord”. Alla base dell’etichetta si vede una rosa dei venti che indica come punto cardinale principale il nord. Uan frase poco sopra la “bussola” spiega la scelta di coltivare vigneti totalmente esposti a nord, chiudendo il cerchio comunicativo e informativo. Al di là delle analisi semantiche a noi l’idea di uno Champagne clandestino piace, e come concetto in effetti riesce a distinguersi con originalità e coraggio.

Vino Elegante, Nome Petulante

Scrapona, Moscato d’Asti, Marenco.

Un vino così “gentile” come il Moscato d’Asti (quello dolce e aromatico) si meriterebbe un nome diverso da questo. Infatti questo Moscato Bianco Docg dell’azienda Marenco di Strevi, si chiama “Scrapona”. Ora, pur considerando che questo nome nasce da una toponomastica storica (la vigna dove viene coltivata l’uva), non si può certo parlare di eleganza. “Scrapona” è così poco aggraziato nella pronuncia (e anche in lettura) che rischia di compromettere l’eleganza del vino stesso e dell’etichetta, che a ben guardare è opera fine e graficamente molto gradevole. Tralasciando quindi il nome e concentrandoci sul design vediamo in alto due oche in volo sotto le quali si legge il nome dell’azienda (il tutto con un prezioso inchiostro in oro e in rilievo). Segue il nome del vino e ancora più in basso il vitigno, sempre in oro su una bella carta color crema che tiene insieme il tutto con classicità ma anche con una semplicità impreziosita con gusto. Anche altri nomi dei vini aziendali non convincono del tutto, come quello del Moscato Secco “Ma Mù” (proprio così) come sintesi di Marenco Muscaté, oppure “Carialoso” (Monferrato Bianco) e ancora “Valtignosa” (Cortese Frizzante). 

Gigiò, Gigino, Gigetto e un’Allegra Brigata

Paonazzo, Sangiovese e Colorino, Poggio la Noce.

Le etichette di questo produttore toscano di Fiesole sono tutte molto particolari, accomunate da un “family feeling” che le rende riconoscibili in mezzo a molte altre, sugli scaffali (e già questo potrebbe bastare). Tra tutte abbiamo scelto l’ultima arrivata, anche perché il nome del vino è divertente: “Paonazzo”. Certo, il colore del vino è “rosso rubino molto intenso”, da qui l’effettivo significato della parola: accusare un colorito del volto piuttosto acceso. L’immagine al centro dell’etichetta ci guida però alla vera origine della parola, infatti paonazzo o pavonazzo o pagonazzo come antiche accezioni, riportano al pavone e a una delle sfumature di colore della sua coda, cioè un violaceo piuttosto scuro. Ed ecco che il “Paonazzo” insieme al noto e vanesio pennuto stabilisce un contatto visivo e un cortocircuito mentale che fissano nella memoria il prodotto. Ed è proprio questo il compito del packaging-design e della comunicazione in generale. L’azienda è stata fondata ed è attualmente di proprietà di Claire Beliard ed Enzo Schiano che coltivano 16 ettari di vigne sulle colline nei dintorni di Firenze. Ma vediamo i nomi anche degli altri vini della produzione: Gigiò (blend di Sangiovese e Colorino), Gigino e Gigetto (Sangiovese) e Pinko Pallino (nome che ci è particolarmente simpatico), rosato di Sangiovese. Nel complesso un’operazione di design semplice, dotata di ottima originalità, con il sorriso sulle labbra.



Cacofonie Laziali in Terre a Denominazione Garantita

Cifione, Cesanese del Piglio, Petrucca e Vela.

In primo luogo, di questa etichetta, ci hanno sorpreso i nomi: Petrucca e Vela sono i cognomi dei due titolari, cioè Tiziana Vela e il marito Fabrizio Petrucca, che coltivano le  loro vigne a Piglio, in provincia di Frosinone, cittadina che dà il nome alla denominazione  (costituita al 90% dal Cesanese di Affile) che nel 2008 ha segnato la nascita della prima Docg del Lazio. Naturalmente abbiamo notato anche il nome del vino, “Cifione”, e ci siamo dati da fare per trovare una spiegazione. Il sito dell’azienda, ad oggi è in ristrutturazione per cui non si possono leggere specifiche sui singoli vini. E anche girovagando per la rete non si trovano spiegazioni, storiche o dialettali, di questo cacofonico nome. Giacché “Cifione” suona proprio male. Sarà per la somiglianza con “cifone” che, di origine dialettale, starebbe a indicare una persona con un andamento incurvato, ingobbito; ma anche solo per la fonetica, goffa e “ingombrante”, che trasmette sensazioni di pesantezza e gergalità. Gli altri nomi dei vini di questo produttore sono: “Tellures” (un altro Cesanese, top di gamma), “Agape” e “Nerva” (altri due Cesanese) e “Vela” (Passerina del Frusinate). Tutti abbastanza strani, tranne “Vela” riconducibile al cognome della titolare. Graficamente le etichette sono pulite, ordinate, originali. In quella che mostriamo qui a fianco si vede un grappolo stilizzato, forse troppo tecnologico, ma particolare e quindi che sa farsi notare. In alto i cognomi dei titolari e il marchio, uno stilema formato da una P e una V fuse insieme. Tutto sommato un packaging valido e funzionale, ma “Cifione” proprio non ci piace (il vitigno invece sì!).

Romanticismi Famigliari in Riva al Lago

Chiar’otto, Bardolino Chiaretto,
Villa Calicantus.

E dopo il chiaretto venne il chiarotto o, come scritto sull’etichetta, il “Chiar’otto”. Il nome di questo vino si presenta come un gioco di parole ma in realtà c’è dietro una costruzione più complessa. A raccontarla è proprio il produttore nelle pagine del proprio sito internet: “Un’interpretazione unica del Bardolino Chiaretto che coniuga sapidità, mineralità, complessità e bevibilità in un rosé d’altri tempi. Il primo rosé del Bardolino ad essere stato fermentato ed affinato in legno, il Chiar’Otto ha cambiato i paradigmi del vino rosa a Bardolino. L’uva proviene da sei parcelle del 1966 in pergola veronese che si trovano riunite in un unico corpo sul fianco di una collina appena sopra il paese di Bardolino. Il nome Chiar’otto deriva dal nome Chiara che con Daniele è anima e corpo di Villa Calicantus e otto (8) il giorno del mese di giugno in cui è nata Anna, figlia di Chiara e Daniele”. Ragioni affettive dunque, che non c’entrano col vino, col suo colore, o con la sua dimensione di chiaretto affinato in legno. Il nome, sia pure romantico nella spiegazione, visto così non qualifica, anzi rende il chiaretto più grottesco, più greve e “pesante”. Insomma probabilmente non porta un vantaggio di immagine al prodotto. L’etichetta graficamente è molto ordinata e pulita, sotto al nome aziendale leggiamo il nome della famiglia proprietaria, una precisazione quasi di garanzia, o forse un orgoglio personale come quello della data di nascita della figlioletta. Sempre interessante la precisazione del numero di bottiglie prodotte, sul fronte dell’etichetta.

L’Estro Creativo di Positano, in Napa Valley

Farella Vineyard, Cabernet Sauvignon,
Di Costanzo.

L’azienda si trova in Napa Valley, California. Ma il nome del vignaiolo nonché imprenditore è inequivocabile: Massimo Di Costanzo. Radici italiane in quelle vigne. In particolare a Positano, sembra, dalle riscostruzioni storiche di famiglia. Massimo, dopo varie e importanti esperienze enologiche in Toscana, Stellenbosch, Mendoza e non ultimo per la nota marca americana Screaming Eagle, decide di mettersi in proprio e creare un’azienda vitivinicola indipendente. Le etichette sono molto particolari. Quasi dei quadri di arte contemporanea, come questa, relativa al Cabernet. A parte il cognome del produttore, in basso ma ben visibile e leggibile, il centro dell’etichetta è occupato da un vortice di pesci. Proprio così, un banco di pesci rilucenti a formare una nuvola cromatica che trasmette profondità e mistero. Molto realisticamente uno dei misteri è che il vino in questione è rosso, per cui, almeno da noi, qui in Europa, male si adatta a una cucina ittica. Soprassedendo possiamo dire che l’illustrazione con i pesci, ripetiamo, praticamente un’opera pittorica, è molto bella, originale, coinvolgente. Denota stile e cultura dell’immagine e anche una certa abilità realizzativa. Sarà il frutto dei geni italiani che i nonni di questo produttore americano gli hanno fornito nell’avvicendarsi delle generazioni? 

Per il Corpo e per lo Spirito

Perlagioia, Albana, Ancarani.

Questa azienda con sede nei dintorni di Forlì si sta distinguendo per la produzione di vini schietti e fedeli al territorio. Le etichette vanno di pari passo. Originali, dirette, pulite, insomma spesso insolite e coraggiose. Come questa, che veste un bianco secco, da vitigno Albana (anche se non si può dire in etichetta per questioni normative), che si presenta con un messaggio chiaro: forchetta e coltello. Insomma un vino da portare in tavola e da accompagnare con qualcosa di masticabile, possibilmente gastronomico, come insegnano le tradizioni di quei luoghi. Le posate elette a simbolo di un buon vivere che non può escludere un buon vino. Per quanto riguarda il nome del vino ci sono alcune osservazioni da fare: “Perlagioia” viene scritto tutto di seguito, creando così una specie di neologismo, una parola nuova che però nasce chiaramente dalla ricomposizione di “per la gioia”. Da notare che si potrebbe anche suddividere in “perla gioia” dove la perla trasmette sensazioni di preziosità. Il primo intento è assolutamente la gioia, come dichiarato dal produttore anche nel proprio sito: la condivisione, la convivialità, l’allegria di una buona tavola, con tutto quello che ne consegue.

Il Caso del Casino Incasinato

Casino Murri 14,
Montepulciano d’Abruzzo,
Cantina San Giacomo.

Nome composito per questo vino abruzzese: parole e numeri. Fin troppo. In etichetta risulta subito evidente il numero, il l4. Si pensa subito alla gradazione e infatti si pensa bene. Ci si chiede come sia possibile tenere fede ogni anno al nome prescelto, con la corrispondente gradazione (le annate cambiano: più caldo, più freddo, etc). Sotto al numero leggiamo Casino Murri. Viene da dire che in italiano “casino” è sì una piccola casa, ma anche tutto il resto. Insomma, si potrebbe dire un casotto. Per il resto l’etichetta è molto classica, con una base di colore chiaro, una illustrazione sullo sfondo che raffigura filari di vite, logo aziendale in alto, nome del vitigno in basso. Niente di veramente emozionante se non quel grande numero al centro del packaging che potrebbe colpire i fanatici della smorfia napoletana (a proposito, il 14 è l’ubriaco, e forse non è del tutto casuale). Per concludere un’occhiata al marchio aziendale, sintetizzato con due lettere, S e G, affiancate dentro a un rettangolo che sta un po’ stretto. Il nome della cantina è San Giacomo, il paese dove ha sede è Rocca San Giovanni… speriamo che non litighino!

Tra il “Losco” e il Brusco, ma con Linearità

Losco, Timorasso, Cantina Mezzacane.

A Rivanazzano in provincia di Pavia, c’è un’azienda vinicola che si chiama “Mezzacane”. Si tratta del cognome del primo proprietario e fondatore. Storicamente è difficilmente evitabile, nonostante non risulti bellissimo per semantica e fonetica. Ma con ironia e gusto l’azienda lo rende simpatico creando un marchio dove si vede la sagoma di un cane tagliato a metà. Fa sorridere e al tempo stesso attira l’attenzione e fissa l’immagine. Le etichette delle gamma dei vini di Cantina Mezzacane sono molto spartane: fondo monocromatico con il logo in alto e il nome del vino al centro, molto chiaro, tutto ben leggibile. Semplice ma efficace. Certo non siamo di fronte a un’opera d’arte del packaging, ma nel design una equilibrata e rigorosa linearità può giocare bene le proprie carte. Per quanto riguarda questo vino, si tratta di un Timorasso ottenuto con fermentazione, macerazione e affinamento in anfora di tipo georgiano. Anfora interrata. Forse per questo è stato scelto questo nome, “Losco”. Terminologia desueta, che significa (Treccani): “…dal latino lŭscus, cieco da un occhio, guercio. Di persona che, per miopia o per debolezza di vista, guarda stringendo gli occhi e aggrottando le sopracciglia; quindi guardare losco, di chi guarda storto per animo corrucciato, per invidia, per dispetto, o per indole cattiva e malevola”. L’allusione del nome ad un affinamento nascosto, intimo, sostanzialmente cieco è una nostra ipotesi. Nota di cronaca: il “mezzo cane” è raffigurato nell’atto di abbaiare, per cui nonostante la separazione delle membra, è vivo.

La Gentilezza del Calice (e della Produttrice)

Il Gentile, Verdicchio, Di Giulia.

E’ gentile come chi lo produce questo Verdicchio che viene dalle colline di Cupramontana. La giovane titolare dell’azienda si chiama Giulia Fiorentini e come è facilmente intuibile il marchio e nome del produttore attiene proprio al suo nome di battesimo (con una interessante formulazione “Di Giulia”, una appartenenza che trasmette unicità e passione). Ma torniamo al vino, alla bottiglia, vestita di un’etichetta solare, luminosa, gioiosa, dove leggiamo naturalmente il nome del vino “IlGentile” (tutto attaccato) ma scorgiamo anche i lineamenti di alcune colline (forse onde del mare tra le colline, infatti le vigne, a 450 metri di altitudine, vedono comunque l’orizzonte del mare) e il marchio, alla base, costituito da un cespuglio artistico molto aggraziato dove stelle, olive, foglie e altre forme solleticano la fantasia. Questi pochi elementi che fanno parte del packaging sono armonici, ben presentati e impaginati. Le cromìe sono gradevoli, ben armonizzate, tutto l’insieme è coerente con il nome del vino e con lo spirito che chi produce questo vino vuole trasmettere. A prova di ciò valgano alcune belle parole della titolare, prese dalle schermate del sito internet: “Terra marchigiana. Sconfinato riprodursi di colle in colle della perfetta sinergia fra uomo e terra, nel prodigio sempre rinnovato dell’agricoltura. L’infinito mite del grano, la precisione accanita e dolce dei vigneti, la nobiltà scoscesa degli olivi. Spazi marchigiani. Madre seconda, in me splendore di nuova nascita, in me primo profumo di casa”. L’azienda produce anche “Scompiglio”, Verdicchio frizzante rifermentato in bottiglia, quindi “Gioia Mia”, Verdicchio spumante Metodo Classico, e “Rebecca”, rosato da Montepulciano d’Abruzzo.

Prima, Durante e Dopo i Pasti

Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano d’Abruzzo, Rabottini.

Capita raramente di incontrare vini “tutto nome”. In pubblicità si parlerebbe di “copy-ad”. In pratica l’etichetta è costituita dal solo nome del vino. Con l’aggiunta, necessaria, del nome del produttore (e del claim, che vediamo dopo). In questo caso l’azienda Rabottini gioca la propria comunicazione in etichetta su informazioni molto basiche: “per iniziare”, “a salire” e infine… “ed in fine”. Si tratta proprio dei nomi dei vini: in pratica sono degli evidenti consigli per il momento di consumo. Per iniziare c’è un Trebbiano d’Abruzzo, a salire un Cerasuolo ed in fine il Montepulciano, in una logica progressione bianco-rosato-rosso. Il nome (consiglio d’uso) è preponderante, non si può non notare. Ma, sia pure con un carattere molto più piccolo, sotto al nome del produttore, si nota anche un claim particolare: “prodotti di campagna”. Si allude anche all’olio d’oliva, parte importante delle attività aziendali. Insomma la gamma delle produzioni non si limita al vino che comunque si è guadagnato il favore degli intenditori, facendosi notare per la qualità nel bicchiere e ancora prima, alla vista, per questa curiosa e a nostro parere efficace (in quanto molto originale) modalità di nominare/identificare le bottiglie.