Un Bouquet di Fiori Primaverili

Fiorile, Rosato da Sangiovese, Tìaso.


La primavera è una profusione di colori, soprattutto grazie ai fiori di campo, così semplici e così “esplosivi”. Come dei fuochi d’artificio. E dev’essere stata questa l’idea alla base di questa etichetta: far esplodere la voglia di freschezza, di allegria, di natura, di conviviale giovialità. Giove c’entra, eccome: questo rosato è prodotto con uve sangiovese coltivate a 300 mt. sul livello del mare, nei pressi di Scansano dai “bioviticoltori” (così si definiscono) dell’azienda Tìaso. I vini prodotti sono solo 4, per ora. E l’etichetta più bella a nostro parere è questa. Il vino si chiama “Fiorile” in perfetto connubio con l’illustrazione (acquerello) che si fa notare proprio “a tutto campo”, ad opera dell’artista salentino Egidio Marullo. Il logo dell’azienda è un po’ enigmatico ma si confonde, quasi non si vede, in mezzo a tutti quei fiori e colori. Non la mettiamo nella hit-parade delle etichette, ma un buon voto lo prende, se non altro perché anche l’occhio vuole la sua parte.

Cose Strane ma Belle in Gallura

Strano, Vermentino di Gallura, Azienda Agricola Strano.


Sarebbe troppo semplice citare una famosa battuta della cinematografia popolare italiana: “o fàmo strano” e chiuderla lì. Invece qui siamo di fronte a un po’ di sana creatività (in parte goliardica, che non stona). Innanzitutto il sito del produttore è molto semplice, ma anche chiaro e funzionale. Senza tanti fronzoli parla dell’unico vino per ora in produzione in azienda e dei suoi artèfici (madre, padre e figlio). Il nome del vino è il frutto di una facile ma anche simpatica intuizione: la famiglia si chiama Strano. Abbiamo Gianluca Strano (il figlio che ha preso le redini dell’impresa), papà Salvatore e mamma Elisa (che ha il proprio cognome ma logicamente è stata annoverata tra gli Strano). Oltre allo “Strano” nome dobbiamo tessere le lodi anche della elaborazione grafica che lo rappresenta: la “A” è rivoltata e insieme alla “N” si presenta con un colore diverso, in bronzo dorato. Design moderno, elegante, centrato. Sopra al nome un decoro tipicamente sardo, anzi, gallurese, vista la zona di elezione dove crescono le uve di questo Docg. Il logo aziendale e il relativo pay-off lo vediamo qui sotto: “diverso, unico è strano!”. Avremmo messo una maiuscola e una virgola in più ma si capisce lo stesso. La simpatia supera la grammatica e la batte di slancio. A questo proposito citiamo solo una frase di presentazione del produttore: “Dopo una notte di alcool senza donne, decide di investire nella sua vigna i soldi risparmiati dal barbiere” (con propria foto e testa pelata). Insomma, una bella scoperta in termini di comunicazione. E siamo sicuri che anche il vino gioca la sua parte.

Arte Vinicola Irpina

Fiano di Avellino, Fonzone.


Non c’è molto da dire su questa etichetta, perché in effetti c’è poco “da vedere”. Fondo bianco, nome dell’azienda alla base, due righe di separazione, nome del vitigno poco sopra, e un enigmatico tratto arancione al centro. Certo, almeno il colore vivace attira l’occhio, ma resta un dubbio sull’interpretazione di quel disegno. Andiamo con ordine: si tratta di un Fiano di Avellino di una azienda ben strutturata e con un sito internet moderno e funzionale. Molto bella la cantina, realizzata con una architettura di design. E le etichette? Mistero. Tutta la gamma è caratterizzata da tratti appena accennati, molto rastremati, diciamo “immaginativi”, come questo “scarabocchio” che vediamo sulla bottiglia del Fiano. Cosa potrebbe rappresentare (andiamo per tentativi)? Un muro, i tralci di una vite, arte moderna, un geroglifico, una scritta in qualche idioma orientale, i contorni di un paesaggio, un quadro astratto, il cielo in una stanza, chissà. Non potendo dire di più, a questo punto, di curioso, segnaliamo il nome della frazione dove ha sede l’azienda: Scorzagalline, che è diventato anche il buffo nome del Taurasi Riserva, per altro l’unico vino in gamma dotato di un vero e proprio nome.

Tra Nuvole e Buon Vino

Nuvole e Pane, 
Montepulciano d’Abruzzo, 
Fonte Riccione.

Diciamo subito che il nome di questa azienda agrituristica che produce anche vino, nulla c’entra con la nota località balneare romagnola. Infatti siamo in Abruzzo (Rosciano, entroterra pescarese) dove nei pressi della sede si trova una sorgente che porta questo nome. In secondo luogo, per parlare di questa etichetta, in particolare del nome del vino, citiamo una strofa di una famosa canzone dei Negramaro (il gruppo musicale, non il vitigno): “Ore che lente e inesorabili attraversano il silenzio del mio cielo per poi nascondersi ad un tratto dietro a nuvole che straziano il sereno... stringimi ancora, tra nuvole e lenzuola”. Nel caso di questo vino è probabile che l’appetito abbia preso il sopravvento e quindi: “Nuvole e Pane”. Immaginiamo ci possa essere anche una buona pietanza. Ma diciamo che con vino, pane e nuvole lo spettro delle necessità primarie è già completo ed esaustivo (sia pure in compagnia). Per quanto riguarda la parte visiva dell’etichetta non riusciamo a interpretare il ghirigoro che la pervade: forse i rivoli del vino versati in un calice, forse una folata di vento che scompiglia le nuvole. Vederci del pane è sinceramente difficile. Ma in fondo tifiamo per una interpretazione di tipo non didascalico e soprattutto anticonformista. Per sommi capi avanzano perplessità.

Figlio di un Vitigno Minore (o Superiore?)

Il Buon Bastardo, Cabernet Sauvignon, Cantina Gaffino.


Può esistere un “buon bastardo”? Oppure siamo di fronte ad una contraddizione in termini, ad un conflitto semantico? Sicuramente si tratta di un corto circuito percettivo, probabilmente voluto, in grado di innescare la miccia della curiosità. Il vino, dunque, si chiama “il Buon Bastardo” e si tratta di un Cabernet Sauvignon del Lazio. Sarà questa la “bastardaggine”? Un vitigno che, sia pure universale, con quella zona nulla c’entra. Vediamo di approfondire. Innanzitutto apprendiamo attraverso l’elegante sito del produttore una curiosità riguardo il Cabernet: “La prima menzione ufficiale appare con il nome “Petit Cabernet” nel Libro delle uve di Antoine Feuilhade, scritto tra il 1763 e il 1777. Nel 1784 Dupré de Saint-Maur ne scriveva in un catalogo chiamandolo “Grande cavernet (sic) sauvignon”. Il nome “Cabernet sauvignon” appare per la prima volta solo dopo il 1840”. Buono a sapersi. Del resto, il “bastardo” in questione si presenta smargiasso in ogni continente. Il mondo è casa sua. Passando ad una breve analisi dell’etichetta negli aspetti di design, possiamo dire che il fondo monocolore attizza, le parole piccole attirano, il packaging in generale attrae. Da notare in alto, sotto al nome della cantina, la dicitura “Post Vinum Eloquentes”, vale a dire che il vino fa parlare, o ancora meglio cantare. Bastardo ma verace.

44 Gatti che si Mordono la Coda

Curiosità 69, Chardonnay, 
Vini De Marco.

La paura fa 90, dicono a Napoli. Ed è infatti nelle pieghe della smorfia napoletana che abbiamo provato a dare un significato al numero 69 che troviamo su questa etichetta. La prima “traduzione”, rigorosamente in dialetto, è “sott’e ‘ncoppa”, riferito a una nota posizione ginnica da materasso, da professarsi in due. Poi ci sono altri significati, come il vestito da sposa non utilizzato, oppure un bambino intento a fare le capriole. Insomma c’è di tutto ma non la “Curiosità”, il nome di questo vino, che viene anteposto al numero in questione. Che dire del design dell’etichetta in generale? Quasi nulla. Si tratta di uno di quei packaging che praticamente propone una serie di parole, ordinate, centrate, su fondo chiaro, senza altre emozioni se non il tipo di carattere di scrittura (qui in parte arzigogolato, ma ci vuole altro) e il nome del vino. Incuriosiscono il nome (va da sé che “curiosità” incuriosisce, anche se è come un gatto che si morde la coda) e il fatidico e poliedrico numero. Beh, a dirla tutta incuriosisce anche uno Chardonnay in Salento. Ma questa è un’altra storia. Per la cronaca l’azienda propone anche un “San Carmelo 39”, un “Armonico 3”, un “Gocciarossa 5” e un “Lu Rafaeli 66” (per chi volesse giocarli al lotto).

Charmat Demoniaci alle Pendici dell’Etna

Valdemone, Nerello Mascalese Spumante, Az. Agr. Tornatore.


Questo vino spumante viene prodotto col metodo Charmat, utilizzando solo uve di Nerello Mascalese (vinificate in bianco). A livello di prodotto si tratta certamente di una orginalità: il valore è rappresentato dal vitigno (tipico della zona), il minus emerge con le bollicine (e col metodo utilizzato per produrle), piuttosto insolite (tradizionalmente) in Sicilia. Ma andiamo oltre. Ci interessa il nome del vino. L’azienda è molto legata ai toponimi, altri vini in gamma infatti prendono nome dalle contrade della zona di origine. Anche in questo caso dovrebbe trattarsi di una dizione toponomastica. Una scelta meno oculata di altre, visto che il nome “Valdemone”, sia pure senza accenti che possano influenzarne la pronuncia, potrebbe ricondurre al “dèmone”. Far pensare, insomma, a una specie di “valle del diavolo”. E visto che stiamo parlando di vigne sull’Etna, ci starebbe tutta. La lava, il magma, il fuoco, il cratere incandescente, potrebbero far pensare a qualcosa di infernale. Ma la parola dèmone, in particolare, non si porta dietro un significato neutro e pacificante. Anzi, nel vissuto e nel parlato italiano una (e forse più) sfumatura semantica negativa è proprio dietro l’angolo. Per il resto apprezziamo l’ordine e la pulizia grafica dell’etichetta e i suoi cromatismi: niente di eccezionale, chiariamo, ma comunque qualcosa di presentabile.

Iniziali che Atterriscono

Cà Viti, Orvieto Classico Superiore, Cantine Neri.


Una volta c’era la “Z” di Zorro. Questa invece è la “N” di Neri. Cantine Neri da Orvieto. Il tratto è inquietante, assomiglia a certe parole tracciate dall’assassino nei film di terrore (tipo “R-E-D-R-U-M”, da leggere al contrario, del celebre Shining, e chi non se lo ricorda?). Nelle etichette della gamma aziendale la “N” in questione viene resa un po’ in tutti i colori. Il risultato è il medesimo: si nota da lontano, questo sì; caratterizza, questo anche; si può anche definire originale... ma inquieta. Simpatici alcuni nomi dei vini, come “Bianco dei Neri” e anche “Rosso dei Neri”. Tornando alla grafica, al packaging come lo chiamano gli americani, potremmo dire che è essenziale, forse troppo. Con pensiero positivo diciamo che è senza fronzoli: sotto alla famigerata “N” troviamo il nome del produttore e il “Made in Italy”. Nient’altro. In favore delle etichette: fondi scuri, sempre eleganti. Almeno a priori. Mentre a intenditori... dipende molto da cosa ci si mette sopra (al fondo scuro).

Tini, Casini e Buoni Vini

I Casini, Terrazze Retiche di Sondrio, Assoviuno.

A pensar male si fa sempre bene, dicono. Ma noi vogliamo iniziare col pensar bene (poi passiamo anche al maligno, la nostra analisi prenderà una strada “obbligata”). Il nome di questo vino, di una piccola cooperativa valtellinese, è “I Casini”. In ordine di benevolenza: i casini sono delle piccole casette, dei casolari, delle minuscole cascine. Oppure, nel gergo popolare, i “casini” sono dei tramesti, dei guai, delle difficoltà. Passando ad analizzare il visual di questa etichetta cosa vediamo in primo piano? Un baccanale con un uomo e due donne (tutti nudi) che sembrano divertirsi molto. E allora sovviene il terzo significato di casini: un casotto, in senso di lupanare, postribolo, di bordello insomma (che deriva, quest’ultimo, dal francese antico “bordel” o “borda” che stanno per “casetta” o “capanna di assi”). E dunque si torna all’inizio, ai “Casini”. Da notare anche la scritta in latino subito sotto i festanti ignudi: “Vinum his qui amaro sunt animo”, significa in pratica “date del vino agli afflitti” (così si divertiranno un po’ anche loro, si presume). Per la cronaca la bottiglia in questione, a quanto pare, varia il proprio contenuto ogni anno. Ad esempio nel millesimo 2019 il vino pare sia stato prodotto con Incrocio Manzoni (40%), Cortese (40%), Rossola (10%) e Chiavennaschina Bianca (10%). Insomma, è un bel casino (magari anche buono).

Sperando che Non Siano Cavoli Amari

Cavolo, 
Amarone della Valpolicella, 
Brigaldara.

L’Amarone è un vino che ha voluto e saputo presentarsi ai mercati internazionali con un’aura di prestigio e di raffinatezza, a dispetto della sua origine campagnola (e dei vitigni “fruttoni” che lo compongono). Importante quindi, non solo il metodo di produzione, ma anche la veste, l’immagine, la comunicazione. Oggi l’Amarone si posiziona, a livello di prezzo, molto in alto. Le etichette dei vari produttori di spicco sono molto simili tra loro. Molto classicheggianti. Compresa questa che mostriamo qui a sinistra, dell’Azienda Brigaldara. Quello che ci ha stupito è il nome del vino: “Cavolo”. Certamente un vegetale molto salutare, il cavolo, ma anche molto “grezzo”, nei suoi sapori e odori. Un cibo spartano, da trattoria. Cosa cavolo c’entra tutto questo con un Amarone? Dunque, l’origine è toponomastica: a Grezzana, in Valpantena, sottozona della Valpolicella, c’è una via, una zona, una collina, un vigneto che storicamente si chiama Cavolo. E quindi l’azienda in questione non ha resistito alla tentazione di chiamare così, storicamente, il proprio Amarone. Ma, “cavolo!” diciamo noi, un nome così invece che nobilitare, svilisce. Soprattutto per un Amarone Docg che, come si diceva all’inizio, vuole rappresentare la punta di diamante delle produzioni venete. Infatti, leggendo il nome del vino direttamente in etichetta, il cervello non può che andare a pescare in ricordi gastronomici, probabilmente non totalmente felici, legati all’ingrediente chiamato cavolo e a tutti i suoi derivati. Certo una minestra di cavoli non si nega a nessuno, ma di certo non si presta ad essere degustata con un vino rosso di grandi velleità. E col cavolo che l’Amarone riesce a coprire gli afrori di questa varietà Brassica delle Crucifere!

Il Mio Nome è Nethun

Nethun, Vermentino, Muscari Tomajoli.

Questa azienda del viterbese riesce a generare un nome così originale che digitandolo nelle ricerche risulta al terzo posto. Nethun(s) è il nome in etrusco (antecedente) del Dio Romano delle acque e del mare, Nettuno. Ma è così poco utilizzato, nella versione etrusca, da risultare molto “ricercato”. Anche il vitigno è di quelli poco frequenti: si tratta di un clone di Vermentino di origini còrse. E per concludere l’opera anche il design dell’etichetta presenta qualcosa di originale: una illustrazione di un piccolo banco di pesci dalle velleità artistiche (a cura di Guido Sileoni). I cromatismi suggeriscono il concept: la lettera iniziale del nome del vino è in rosso, e anche uno dei quattro pesci raffigurati è del medesimo colore. A suggerire una unicità di stile, nonché ampelografica. Del resto l’etichetta è molto semplice, alla base vediamo un evidente tassello colorato che racchiude il (doppio) cognome del produttore. Non possiamo catalogarla come una delle migliori etichette in assoluto ma lo stile attira: è un packaging che colpisce e che con la sua paciosa semplicità è in grado si suscitare la giusta attenzione e simpatia.

Sangiovese, Sangioveto, Sergioveto


Sergioveto, Chianti Classico Riserva, 
Rocca della Macìe.

Questa grande e strutturata azienda fondata da Italo Zingarelli, noto produttore cinematografico, si distingue da molti anni per una gestione accurata delle proprie attività e per la comunicazione ad esse collegata. In particolare parliamo delle etichette ma, altro valido esempio, anche l’accoglienza presso la cantina e quindi l’attenzione verso il pubblico dei consumatori è encomiabile. L’azienda nasce nel Chianti anche se ha diversificato, nel tempo, le produzioni, anche in Trentino, Franciacorta e Campania. L’etichetta che mostriamo qui a sinistra è quella del Chianti Classico Riserva che si chiama “Sergioveto”. La curiosità in questo caso è che questo nome si riferisce ad una antica accezione per Sangiovese, cioè “Sangioveto”, ma anche al padre del fondatore (nonché al figlio che attualmente gestisce l’azienda insieme ai fratelli) Sergio. Ne deriva un “Sergioveto” che tiene insieme tutti gli elementi non senza un pizzico di egoica ironia. L’etichetta graficamente è uno splendore. In primo luogo perché emergono alcuni particolari in oro, ma anche perché gli elementi sono sapientemente articolati sulla superficie disponibile. Vediamo quindi gli appezzamenti vinicoli con una trama ad inchiostro speciale e in rilievo, integrati in una illustrazione di ottima qualità. Il particolare dell’indicazione del Nord geografico (a sinistra dell’illustrazione) e la scritta “Single Vineyard” (sotto al nome) sono delle piacevoli ed utili aggiunte. Per il resto: ottima scelta dei caratteri di scrittura, impaginazione pulita e ordinata, eleganza formale ma senza perdere un carattere anche rurale.

Con la Vite negli Occhi

Lagosud, Bardolino (Corvina e Rondinella), Poggio delle Grazie.

Questo Bardolino che si chiama “Lagosud”, commercializzato in esclusiva da Meteri (e-commerce), ha un aspetto decisamente inquietante. Giocando un po’ con le parole possiamo dire che nonostante le evidenze non è stata operata una scelta oculata. Vediamo perché. Al centro dell’etichetta si impone un occhio umano, color “bardolino”, che nell’iride sembra proprio “iniettato di sangue”. Visione e situazione non proprio rilassante e positiva, al di là delle velleità illustrative. Il colore della realizzazione certamente non aiuta. Ma l’elemento più insolito e poco tranquillizzante sono, appunto, quei tratti serpeggianti che si diramano dalla pupilla. Per colpire colpisce. Ma probabilmente il colpo arriva fin troppo in profondità. Non si intuisce nemmeno un legame sinergico possibile col prodotto o col territorio (non viene spiegato nel sito dell’e-commerce o dal produttore, il noto Poggio delle Grazie di Castelnuovo del Garda). Forse quei tratti al centro dell’occhio simulano delle radici? Non sappiamo. Possiamo dire di sicuro che non sono rilassanti. E per quanto riguarda il nome del vino? “Lagosud”, sinceramente, sembra il nome di una uscita autostradale. Certo “posiziona” il prodotto, ma lo fa con una modalità tra il turistico e il segnaletico.

I Fantastici Danzatori del Pinot

Winedesign branding
Tongue Dancer, Pinot Noir. 

Non può sfuggire a curiosità e attenzione una azienda vinicola californiana che ha deciso di chiamarsi “Tongue Dancer Wines” e che ha fatto di queste parole un logo, applicandolo su alcune delle proprie etichette in gamma. Il tutto viene rafforzato da una immagine che ugualmente colpisce: un cane (forse una volpe), a bocca spalancata, estende la propria lingua, sulla punta della quale danza una aggraziata ballerina. I titolari dell’azienda dichiarano apertamente il loro appassionato amore per il Pinot Nero, vino di punta della produzione. Ed è proprio l’etichetta del Pinot Nero che mostriamo qui a sinistra e quella del rosato sempre da Pinot Nero, a destra. Il curioso nome, più che un nome possiamo definirlo come una vera e propria “filosofia degustativa”, viene spiegato dal produttore nel sito web:
“So, I’m  sure you’re wondering about the name we chose. Why “Tongue Dancer Wines”? Well, what better way to give you an image of our wine’s taste and texture? You know me and my wines, and you know I like them to have a great “mouthfeel”. We wanted to create an image of taste, and as hard as that is sometimes, we think this labels captures what we’re trying to convey. In short, we make wine that dances on your tongue!”. Davvero ispirata, originale, creativa, la comunicazione di questa azienda. Forse risulterà anche un po’ strana, insolita, estrema, ma riesce a suscitare simpatia, oltre che attenzione. Riesce così a “farsi leggere”, a farsi comprendere e amare a prima vista. La vendita del vino avviene in seguito ma anche di conseguenza. E certamente gratificherà.

Confusioni tra Vini e Liquori

 Elfo, Negroamaro, Apollonio 1870.

Etichetta particolare per diversi aspetti. Sul fronte leggiamo innanzitutto il nome del vino in grande evidenza: “Elfo”. Niente di particolare se non il romantico, ecologico, fiabesco richiamo ai piccoli esseri della foresta vestiti di verde (col cappello rosso). Alla voce Elfo, Treccani risponde: “Nella mitologia germanica, piccolo essere semidivino, generalmente benevolo, che vive nelle caverne, nei boschi e in altri luoghi inaccessibili, in allegre e festose comunità“. A parte le origini tedesche del termine che nulla hanno a che fare con un vino autoctono pugliese, forse un riferimento plausibile riguarda le “allegre e festose comunità” che immaginiamo si possano radunare attorno a questo Negroamaro di elevata gradazione. Procedendo nell’analisi del packaging vediamo che il nome del vitigno in alto è scritto in blu (colore discutibile in quanto poco “alimentare”) e con un carattere (font) che ricorda quello dell’Amaro Averna. E vista l’identità delle due accezioni potrebbe verificarsi un problema di cortocircuito percettivo. Quindi leggiamo la poesia dedicata al vino che troviamo al centro dell’etichetta e scopriamo dei termini non proprio lusinghieri: t’insulta, t’uccide, t’agghiaccia, t’atterra. Oltre al fatto che il vino viene definito “liquore”. Diciamo che si tratta di una etichetta impulsiva. Non frutto di meditate riflessioni.

Una Buona Lezione di Comunicazione

Mariuolo, Rasprilli e Rampìno, Camaiola, Davide Campagnano.

Per un vignaiolo partire con il piede giusto non significa solo dotarsi di attrezzature tecniche per la vinificazione (oltre che di un bel vigneto), ma anche partire bene con la comunicazione. Questo giovane enologo ha fatto proprio così. Siamo in provincia di Caserta, dove Davide Campagnano ha iniziato a produrre vino recentemente, puntando su vitigni autoctoni come il Pallagrello Nero e Bianco e la Camaiola (che si chiama anche Barbera ma nulla c’entra con quella del nord). La nostra analisi riguarda la comunicazione e su quella torniamo. Il logo, innanzitutto. Come scrive l’agenzia che ha creato la sua realizzazione: “Un segno grafico ‘tirato a mano’. Solchi, filari, percorsi. Linee sinuose e insieme anche brusche e faticose. Nella loro traccia, la presenza delle iniziali di famiglia: la C di Campagnano, la S di Santoro, la D di Davide. tre segni di terra, nella terra, per la terra“.
E poi le etichette dei primi tre vini dell’azienda. Molto cromatiche, molto semplici in apparenza, ma con un proprio carattere. Eleganza essenziale ma in grado di farsi notare e di essere distintive. I nomi dei vini sono: Mariuolo (Camaiola), Rasprilli (Pallagrello Bianco) e Rampìno (Pallagrello Nero). Il primo si riferisce a una conosciuta terminologia per indicare un piccolo monello, il secondo, un po’ difficile da pronunciare, lo possiamo ricondurre a un mix tra “raspi” e “lapilli” (terra di vulcani), il terzo forse si riferisce a un attrezzo di lavoro. Come texture delle etichette (lo sfondo della parte cromatica) troviamo un richiamo del marchio con i tre “solchi” descritti prima. In generale ci sembra di poter dire che gli aspetti estetici sono stati ben curati.

Etichetta Ottica per il Verdiso Storico

Etichettavini branding naming mktg
Vigneto Esperienza Origine..., Verdiso, Az. Agr. Crodi.

In quel micromondo vicino a Valdobbiadene, per l’esattezza a Combai e dintorni, dove risiede la vera tradizione del Cartizze, non si coltiva solo Glera. Questo vino, ad esempio, è figlio del Verdiso, un vitigno quasi sconosciuto che anticamente serviva da “spalla” per il Prosecco vero e proprio. Proposto da un agriturismo con vigna, quindi con produzione propria di vini, ci ha incuriosito per la sua etichetta, oltre che per il vitigno. Il packaging somiglia a quelle tabelle che si trovano dall’oculista e che siamo invitati a leggere, dalle lettere più grandi a quelle più piccole, per mettere alla prova le nostre diottrie. In questo caso dalla parola “vigneto”, la prima, in grande, si passa a “esperienza”, un poco più piccola e via via fino a “selezione collinare”. In evidenza alcune lettere (in colore verde): esattamente quelle a formare la parola “Verdiso”. La “V” di vigneto, la “E” di esperienza, la “R” di origine e così via. E’ un’etichetta che può attirare l’attenzione dei consumatori; certo lascia abbastanza perplessi gli addetti ai lavori: il risultato finale non manifesta un chiaro progetto concettuale (salvo riportare alla memoria l’ottico e sottolineare, giustamente, il nome del raro e storico vitigno).

Una “Verticale” di Packaging per Assaggiare la Comunicazione

Chiaroro, Trebbiano e Pecorino, Az. Agr. Cameli Irene.
Sono pochissime le aziende vinicole che mettono in mostra (o che possono e vogliono farlo) l’evoluzione nel tempo di una loro etichetta. Certo, durante le verticali, quando si degustano vini pregiati di annate anche molto vecchie, si possono cogliere le differenze tra le etichette “di un tempo” e quelle più attuali. Ma nei siti e nella comunicazione ufficiale delle aziende di solito non vengono esposte le etichette storiche e il loro percorso grafico. Questa azienda marchigiana in regime biodinamico decide invece di farlo, coscientemente, e noi cogliamo l’occasione per poter commentare le scelte estetiche che via via nel tempo si sono succedute. Lo facciamo con questo vino che si chiama “Chiaroro” e che prevede l’utilizzo dei vitigni Trebbiano e Pecorino. Visto che il nome del vino non è variato, commentiamo prima quello: non di facile pronuncia e memorabilità, si compone però di due belle parole che stanno bene insieme, chiaro e oro. Cioè chiaro come l’oro. In riferimento alla colorazione intensa del nettare in questione. Nome quindi dal contenuto semantico interessante, ma perdente per metrica e fonetica. Passiamo oltre: nella foto vediamo da sinistra verso destra l’evoluzione delle etichette del Chiaroro dal 2003 ad oggi. Innanzitutto notiamo che la leggibilità del nome è migliorata nel tempo con l’adozione di caratteri di scrittura che sono partiti dal corsivo, attraversando un graziato, per arrivare a un maiuscolo a blocchi compatti molto chiaro (ma purtroppo scritto in verticale). Il logo aziendale, uno stemma, in alto, si è via via rimpicciolito fino a scomparire nell’ultima versione a destra, almeno per quanto riguarda il fronte dell’etichetta. La grafica è migrata, inoltre, da fondi chiari a fondi cromatici più scuri. Fino al packaging attuale, di un giallo pieno, quasi terra di Siena. Da notare che l’etichetta all’inizio era abbastanza semplice, pochi elementi su sfondo chiaro. Poi si è resa più complessa (più “piena” di elementi) negli anni 2008 e 2009. Tornando ad essere più lineare nelle più recenti versioni. Fino all’ultima che propone un minimalismo forse esagerato: tutto lo spazio disponibile è vuoto, tranne per la dizione Marche Bianco a sinistra  in basso e il nome del vino accantonato a destra, in verticale. Unico vezzo creativo la O finale del nome, in nero, con le altre lettere in bianco (poco leggibili: staccano troppo poco dal fondo giallo). In sostanza le etichette di questa azienda si sono spostate da un design arcaico, diciamo tradizionale, ad uno più giovane e dinamico. Non per questo guadagnando in eleganza. Il packaging è una questione complessa. E le “verticali” di design, come è stato questo esperimento, lo dimostrano.

Un Vino Francese Partenopeo

Branding marketing
Uno scugnizzo a NY,
Alicante Cinsault Carignan, 
Domaine Zélige-Caravent.

Strane storie si incrociano nel mondo del vino e delle varie etichette. Questa racconta di una coppia di francesi, pochi ettari (10) e molta fantasia, che nella Linguadoca, tra Montpellier e Nimes, coltivano varietà a bacca rossa come i sopracitati vitigni che compongono questo vino, oltre a Grenache, Mourvedre e Syrah. Questa etichetta in particolare non figura nell’elenco che si trova nel sito internet dei produttori, per cui dobbiamo andare a tentoni. Il nome del vino è sorprendente (anche perché si tratta di una azienda francese): “Uno scugnizzo a NY”. Possiamo ipotizzare che tra gli antenati dei due attuali produttori (che hanno ereditato le prime vigne da un nonno) ci possa essere un italiano, e non solo: un italiano di origini napoletane che per qualche motivo era emigrato in Usa. Però però però... colpo di scena (cinematografica): “Uno scugnizzo a NY” è anche il titolo di un film del 1984 che vede protagonista il cantante neo-melodico-romantico Nino D’Angelo. Logicamente la colonna sonora del film è tutta una canzone di quel genere. Sui motivi che possono aver spinto questi due vignaioli francesi a chiamare così uno dei loro vini, rimane qualche aura di simpatico mistero. Il design dell’etichetta è molto semplice: campeggia il nome del vino a tutta grandezza, in rosso su fondo scuro, e per il resto sono testi relativi alle dizioni di legge. Certo si fa notare. Soprattutto, pensiamo, in Italia e naturalmente nel quartiere Little Italy della Grande Mela, dove potrebbe diventare una icona.

Nel Design Esiste Anche il Rosso-Noir

Etichette vino winelabelling branding
Due Archi, Montepulciano d’Abruzzo, Valle Martello.

E chi la conosce la Doc Villamagna? Prende il nome dall’omonimo paese in provincia di Chieti, in Abruzzo. Il vino che la compone è il “solito” Montepulciano d’Abruzzo che in centro Italia la fa da padrone insieme al Sangiovese. Montepulciano disciplinato nelle versioni base e riserva. Ma veniamo a questa intensa etichetta (quanto meno per i cromatismi). Il nome del vino è “Due Archi” e il produttore lo giustifica spiegando, nella scheda prodotto, che i due archi si trovano all’ingresso della cittadina medievale (di Villamagna) e che l’aggiunta grafica di tutti quei grappoli che vediamo nella texture (nello sfondo) dell’etichetta sono riferibili alla tradizione vitivinicola di quei luoghi. Tutto molto lineare e plausibile. Certo, senza colpi di scena, se non fosse per quel rosso vivo che colpisce subito chi rivolge lo sguardo a questa etichetta. Un rosso fuoco, forse cardinalizio, rosso Ferrari, rosso rossetto, rosso vivo. A formare un’immagine ovale che giocando con le parole potremmo definire “rosso noir”. Non possiamo collocare questo packaging nella bacheca degli onori, ma nemmeno in quella degli orrori. Il tassello alla base valorizza e comunica la sconosciuta Doc, e questo va molto bene. Peccato per il logo aziendale, in alto, che risulta appartenente a uno stile troppo anonimo. P.S.: il nome della Doc Villamagna deriva dal latino “villa” per residenza o podere, e “magna” per importante, grande.

C’è Anima, Manca Bellezza

Naming marketing
Barbera d’Alba, Diego Morra.

Sono davvero molto rare, le aziende vinicole che decidono di spiegare il significato delle loro scelte in fatto di logo o packaging. E a monte sono ancora troppo poche quelle che si organizzano per avere una comunicazione organica e significativa. Questa azienda vitivinicola di Verduno, in Piemonte, nel proprio sito ci tiene a giustificare l’adozione di quelle tre “M” che sono state collocate al centro di tutte le etichette della gamma (qui vediamo la bottiglia della Barbera). Ed ecco il loro racconto: “Le 3 “M” intrecciate ci rappresentano e raccontano la nostra identità, la nostra storia e il nostro territorio”. Riassumendo, si tratta di Movigliero (un anfiteatro collinare che è diventata una delle Mga del Barolo), Morra (la nota località al centro della zona eletta del Barolo) e Mosca (non la capitale della Russia bensì il nome del casale dell’azienda, come veniva chiamato tradizionalmente: Cascina Mosca). A parte il conflitto mediatico con la nota azienda chimica 3M, le motivazioni sono valide: topografiche, storiche, affettive. Sulla riuscita del logo in questione si potrebbe avanzare qualche riserva. In pratica, attorno a un triangolo centrale sono state “applicate” tre “M” dorate. Salvaguardando il significato intrinseco, come già detto, l’impianto grafico risulta molto geometrico, caleidoscopico , ingegneristico, poco empatico ed emozionale per un prodotto come il vino che dovrebbe trasmettere un frèmito di passione anche nella parte comunicativa.

Un Gatto sulla Torre, Probabilmente Nero

Lajella, Passerina, Cantina dei Colli Ripani.

Impossibile non collegare il nome di questo vino, Lajella, con le infinite allusioni scaramantiche delle quali l’Italia intera è ben fornita. La sagoma di un gatto, sul tetto della torre raffigurata in etichetta conferma maldestri sospetti. Ma non lasciamoci ingannare dal luogo comune e procediamo con ordine. Il termine “iella” è probabilmente romanesco di nascita, da ricondurre a “iellato” e ancora prima a “iettato”. Il verbo è “gettare”, con tutta probabilità “portare” sfortuna. Qualcuno dice invece che l’origine è “ella”, indicando comunque in questo modo la malasorte, con una certo rispetto prudenziale. Fatto sta che chiamare un vino “Lajella” non sembrerebbe, in Italia, una buona idea. Il produttore, una nota cooperativa marchigiana, gioca attorno a questo termine, giustificandolo però in modo diverso dall’immaginabile: si tratterebbe dell’accezione dialettale per Agello, nome di un quartiere, di una torre e di una delle alture raffigurate nello stemma di Ripatransone dove ha sede l’azienda. E il gatto? Una provocazione. A conferma che l’idea di mettere la “iella” in etichetta non preoccupava minimamente i suoi autori. Il gioco può essere anche divertente ma non ce la sentiamo di approvare la scelta di questo nome. Quando si genera il sospetto che il nome di un vino possa compromettere anche in minima parte le vendite, i conti non tornano.

Barba e Capelli per un Guru Iberico

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El Goru, Monastrell-PetitVerdot-Syrah, EgoBodegas.

Ha qualcosa di primordiale questa faccia d’uomo, protagonista di questa bottiglia di blend di rossi che nasce nel sud della Spagna, vicino ad Alicante. L’immagine in etichetta colpisce subito per intensità e originalità, complice anche lo stile dell’illustrazione. Crediamo si sia voluto rappresentare il rapporto, o ancora di più la commistione, tra uomo e natura, raffigurando la profondità di un volto che è anche terminale di rami o radici in forma di barba e capelli. E’ un’immagine forte, che rimane dentro, che si afferma. Forse anche violenta nel suo incedere selvaggio. Il design dell’etichetta, molto semplice nel suo complesso, viene completato da quello che dovrebbe essere il nome della linea dei vini: “El Goru”, che comprende altri vitigni del luogo. Il riferimento è nei confronti di un “guru” come è facilmente intuibile. Un santone, uno sciamano delle vigne che con la complicità della terra, governa e soprassiede alle enologiche emanazioni. Il tutto avvolto in un alone di mistero visto che nel sito del produttore non viene fatto cenno riguardo all’origine di questo personaggio frondo-capelluto. Probabilmente è il frutto di pura creatività. Certo è che l’etichetta risulta molto impattante, anche osservandola da lontano, e quindi molto memorabile. Curioso anche il nome della regione di provenienza e della denominazione: Jumilla (D.O.) nella Murgia, oltre a quello del produttore, EgoBodegas, che inneggia a una sorta di edonismo divino.

Piccoli Mostri Producono Vino

Ried Müehlberg, Grüner Veltliner, 
Gruber Roschitz.

Davvero “spiritoso” questo produttore austriaco che in etichetta ci racconta l’importanza dei “wine spirits”, una sorta di spiritelli buoni che nell’illustrazione in etichetta somigliano molto a quelle raffigurazioni di virus/batteri di ultima generazione. Di fatto i lieviti e gli altri elementi vitali contenuti nel vino, sono sempre determinanti, nel bene e nel male, per il risultato finale. Cioè per la qualità del prodotto che poi viene destinato ad essere portato in tavola ad accompagnare qualcosa di molto importante come un pasto. Siamo quello che mangiamo e che beviamo, batteri compresi. Tornando all’ironica etichetta di questo Grüner Veltliner biologico che viene dall’Austria del nord (molto vicino al confine con la Repubblica Ceca), vediamo subito che il protagonista è uno strano esserino baffuto e coronato. Anche tutte le altre etichette di questo produttore riportano piccoli mostriciattoli. Sul fronte etichetta, in alto a sinistra, viene specificato che l’immagine è il frutto (sia pure immaginario) di una scala di ingrandimento di 1.000.000 : 1.
Nel retro etichetta invece viene raccontato che questi fervidi personaggi sono gli aiutanti prediletti del vitivinicoltore, sia in vigna, sia in cantina, sia... sulla lingua. Infatti viene specificato che si possono vedere solo al microscopio, ma si possono “assaggiare”. Si tratta quindi di uno stile di packaging molto particolare, che richiama l’attenzione, con simpatia e dinamismo, avendo come concetto portante una “vera verità”, cioè il fatto che i lieviti rivestono un ruolo importante nella produzione del vino. A noi non rimane che fidarci della biochimica naturale e goderci il piacere del vino buono.

Viva la Vite che Vive

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Vive, Malbec, Alta Vista Wines.

Siamo di fronte ad un esempio molto efficace di “semplicità del design”. L’etichetta che qui mostriamo è da catalogare tra quelle contraddistinte da pochi e peculiari elementi. Il fondo bianco, il nome del vino in primissimo piano, il nome del vitigno, il nome del produttore. Il tutto collocato con ordine (e fin qui niente di straordinario) e linearità. Dove si manifesta il guizzo creativo? Nella modalità con la quale è scritto il nome del vino e nel nome stesso. Senza sottovalutare il richiamo grafico sulla capsula, sempre espresso in oro, ma questa volta su fondo nero. Il vino si chiama “Vive”, un’espressione motivabile e comprensibile a vari livelli e in vari paesi (e lingue) del mondo. Il paese di origine della bottiglia è l’Argentina, da quella fantastica terra del vino che è la regione di Mendoza, ma la parola è internazionale: “vive” come vita, come vite, come evviva, come vivere... francese? Spagnolo? Inglese? Italiano? Non importa, si fa capire bene. E la sua “verve” si manifesta anche con la modalità di scrittura, spennellata, con delle sporcature di inchiostro fatte ad arte. Stile che si ripropone sulla capsula, col nome del vino scritto questa volta in piccolo e con una texture d’oro sempre in stile pittorico “distratto”. Packaging molto semplice, molto vero, molto vivo. Obiettivo raggiunto: si fa ricordare.