Spine di Pesce in Terre Toscane

Lische, Chianti Colli Senesi, Podere Arizzi.

Cosa possono avere in comunce le spine di pesce con le colline toscane? Questo vino si chiama proprio così, “Lische”. E lo storytelling del produttore racconta che questo nome è dovuto alla particolare disposizione delle vigne, a lisca di pesce. Nel sito dell’azienda si vede una foto dall’alto, ripresa in etichetta con un tratto disegnato, sulla destra, che raffigura la geometria, sicuramente originale, del vigneto. Non abbiamo dubbi che tale disposizione possa fare bene alle uve (sole, vento, orientamento, etc.), nonché possa facilitare le operazioni legate alla coltivazione dei grappoli di Sangiovese (con un 10% di Merlot) che compongono questo vino. Ma c’è qualche “ma”. Innanzitutto le lische non sono propriamente simpatiche anche a chi adora il pesce in gastronomia. Vengono tolte, evitate, quasi demonizzate. Perché in effetti potrebbero provocare problemi in bocca o, se ingerite, nell’apparato digerente. Inoltre, come accennato sopra, il pesce col Sangiovese c’entra poco, anche se ultimamente gastro-enologi progressisti stanno sdoganando alcuni vini rossi in abbinamento con piatti di mare. Insomma le lische sono difficili da digerire, anche per quanto riguarda le parole. Il design dell’etichetta è spartano, semplice, diretto: fondo bianco con elementi in nero. Nome del vino in primissimo piano, logo aziendale in alto, note tecniche alla base, illustrazione sulla destra. Niente male. Ma l’etichetta non guizza.

Alpini di Collina nei Dintorni di Siena

Fontalpino, Chianti Classico, 
Fattoria Carpineta Fontalpino.

L’etichetta è di quelle molto semplici. Pochi elementi, ordinati e centrati. Il packaging conduce l’attenzione, in modo naturale, sul nome del vino, molto protagonista, al centro, insieme a una illustrazione “scarabocchiata” in rosso (che potrebbe essere una collina con dei cipressi o carpini). L’illustrazione vorrebbe risultare “artistica”, ma a nostro parere è fin troppo approssimata, quasi “buttata lì” per caso, come uno schizzo preparatorio ad un elaborato vero e proprio. Tornando al nome del vino, vediamo che non è esente da qualche problema semantico e fonetico (o viceversa): ove il significato originario risulta essere “Fonte al Pino” (una antica fonte in loco, circondata da pini, ora sostituiti da carpini), la fusione, in pronuncia e anche in scrittura di queste parole genera “Fontalpino”. Questo neologismo però attira l’attenzione sulla parola “alpino”, il mitizzato milite di montagna. Potrebbe, al limite, portare al significato “la fonte dell’alpino” (intesa come vino, non come acqua: l’acqua gli alpini non la bevono, la usano per distillare le vinacce). E comunque, in generale, l’immagine dell’alpino, così fortemente radicata nel vissuto e nel parlato italiano, cannibalizza tutto il resto. Chiariamo: non c’è nulla di male se il riferimento vola fino agli alpini, tra l’altro grandi estimatori del vino rosso, e se i cipressi (o carpini) si trasformano in piume e la collina in un cappello, ma probabilmente, trattandosi di un Chianti (siamo a Castelnuovo Berardenga, Siena) alpi e alpini non sono sinergici con il territorio. È solo un esempio di come un nome può contenere molteplici significati, non sempre quelli desiderati.

Un Concept-Design Tutt’altro che Arido

Aridus, Malbec. Aridus Wine Company.

Capita raramente di trovare un’etichetta in grado di esprimere pienamente un concetto con pochi e incisivi elementi e in modo immediato. Stiamo parlando della semplicità di una comunicazione diretta, che sfrutta le sinergie tra nome, design e materiali. La dimostrazione che si può fare è qui davanti a noi: si tratta dell’etichetta di un produttore che ha sede in Arizona. Il nome della cantina (che viene riportato anche come nome del vino, in evidenza, nel packaging) è “Aridus”. Parola in latino che significa chiaramente, secco, arido, asciutto, desertico. Il design conferma: una carta porosa e un inchiostro in rilievo trasmettono la sensazione di un territorio inospitale e polveroso. Ma non per le viti, che di questa aridità fanno tesoro, andando a cercare acqua in profondità, ma soprattutto concentrando il sapore dell’uva a tutto vantaggio di una produzione di qualità. È infatti risaputo che le vigne che “lavorano” in emergenza idrica, riescono a dare il meglio nella concentrazione degli aromi. E in questo caso l’azienda ha dato il meglio di sé nell’esprimere il concetto. Nella foto vediamo la bottiglia del Malbec, ma tra la gamma aziendale la medesima idea di etichetta viene riproposta con sfumatura di colore diverse. L’unica aggiunta al pregnante concetto protagonista dell’etichetta, sono delle piccole scritte alla base, dove troviamo il nome del vitigno e la precisazione “Limited Production”. 

Quattro Mori in Val di Cembra

For4Neri, Metodo Classico, Zanotelli.

Non è facilmente spiegabile l’adozione di questo nome, per uno spumante metodo classico a base Chardonnay, sotto l’egida della denominazione Trento Doc. Le spiegazioni possibili sono diverse: For(4)Neri potrebbe alludere all’utilizzo di 4 vitigni o cru diversi, ma non è così. Se fossimo in Sardegna (ma siamo in Val di Cembra, in Trentino) si potrebbe pensare a un omaggio ai 4 Mori che caratterizzano la bandiera indipendentista dell’isola. Oppure possiamo pensare che, in una formulazione mista, tra inglese e italiano, si possa tradurre il tutto con “per neri”, cioè un vino dedicato in particolar modo alle persone di colore. Stiamo logicamente e appositamente esagerando nel trovare possibili soluzioni al rebus. Il numero 4 inserito tra le parole “For” e “Neri” non chiarisce, anzi confonde (perché in inglese 4 è four). Fatto sta che questo vino si chiama proprio così “For(4)Neri”. In tempi come questi dove si parla di inclusione praticamente in ogni dove, un nome come questo potrebbe generare qualche polemica. In generale il design della bottiglia si presenta bene, è accurato, particolareggiato, con soluzioni di inchiostro e cartotecnica interessanti. Per concludere (non in modo positivo) il marchio alla base dell’etichetta indica il cognome della famiglia titolare: “Zanotelli”. Ma la leggibilità è davvero compromessa dalla scelta di uno stile orientaleggiante del quale non comprendiamo fino in fondo l’adozione.

Ulisse Naviga nello Zibibbo

Zhabib, Passito Igt Terre Siciliane,
Azienda Agricola Hibiscus.

Una bella etichetta da una piccola azienda che ha sede nell’isola di Ustica. Vediamo perché. Innanzitutto il prodotto, un vino passito da vitigno Zibibbo come si può facilmente evincere dal nome “Zhabib”, di chiara origine araba. I natante raffigurato al centro dell’etichetta è un omaggio all’Odissea (il viaggio di Ulisse) che identifica Ustica come l’isola della Maga Circe. La piccola imbarcazione è ben illustrata, con uno stile “narrativo”, dinamico ma semplice. Navigava in un mare bianco, sotto a un mantello di stelle con luna crescente. Gli astri, a ben guardare, sono messi in evidenza grazie a un inchiostro dorato, così come il nome del vino. Lo stile semplice, ma al tempo stesso ricco di particolari che denotano cura e attenzione per il packaging, rendono questa etichetta originale e molto gradevole. La sinergia del racconto che valorizza l’isola vulcanica dove vengono coltivate le uve fa sì che il cerchio comunicativo si possa chiudere alla perfezione. Il prodotto prende valore, materiale ed emozionale. Ed è questo che un’etichetta deve poter fare.

Un’Etichetta Parlante, Anzi, Ragliante

Il Raglio dell’Asino, Greco di Bianco, l’Acino.

Tutti sono in grado di riconoscere al primo ascolto il raglio di un asino. Si tratta di un verso animale molto distintivo. Che spesso suscita ilarità, ma anche simpatia. Certo l’asino, come animale, viene associato (anche con l’accezione “somaro”) a qualche studente svogliato o poco brillante. In questa etichetta, invece, l’asino viene eletto a simbolo. Infatti l’azienda, nella scheda di presentazione del vino, scrive: “Ci sono produttori nobili che dedicano un vino a un animale elegante come il cervo. Noi siamo umili produttori di vino e quindi abbiamo scelto di dedicare un vino al grido dell'asino, l'animale che ha sempre accompagnato il lavoro del contadino e con i muretti a secco rappresenta i popoli del Mediterraneo”. Il produttore in questione è calabrese, della provincia di Cosenza, dove in effetti l’utilizzo di animali da traino o da trasporto è ancora una buona, ecologica, conveniente abitudine. Veniamo all’etichetta nello specifico: il simpatico animale, sbuca da sinistra in versione illustrata e accenna al tipico raglio con gli occhi spalancati. Sulla destra in alto vediamo un cerchio giallo, il sole di Calabria, forse, ma più probabilmente un acino d’uva visto che l’azienda si chiama così e che un simile cerchio appare anche nel marchio. Per il resto vediamo il nome del vino in buona evidenza e per il fronte-etichetta è tutto, rimandando le informazioni aggiuntive sul retro. Che dire? Questa bottiglia si fa notare. Tutto sommato, dietro a questo packaging c’è un rational che non fa una piega. E anche graficamente, si fa sentire.

Riti Celtici in Boschi Luminosi

Lusenta, Erbaluce di Caluso, Marco Rossa.

La storia del nome di questo vino è variegata e comunque attinente a certi riti pagani che si svolgevano molti secoli orsono nella zona di Ivrea e più precisamente a Borgomasino, nel basso Canavese. Conducendo alcune ricerche si scopre che “Lusenta” nel dialetto locale vorrebbe dire “bosco di luce” (da “lucus” in latino). Scopriamo anche che il vigneto che produce l’uva per questo vino è “immerso nel bosco”, proprio in quel bosco antico che è una costante, nei racconti legati a Lusenta. Sembra che secondo tradizioni celtiche si possa anche parlare, come traduzione, di Bosco Sacro. Insomma, un po’ di mistero c’è. E non guasta. In questo bosco misterioso, proseguendo con le ricerche, è stata scoperta la Pera Cunca, che non è un frutto, bensì, sempre dal dialetto locale, una pietra concava. Una specie di altare sacrificale scavato in una grossa pietra alluvionale. Ad onta di tutta queste storie antiche siamo di fronte a una etichetta moderna: a parte il carattere in stile celtico del nome del vino, la grafica che lo circonda è molto dinamica, fluida, moderna. Le sfere dorate a sinistra del nome sembrano degli asteroidi. E anche la forma ellittica della cartotecnica (dell’etichetta stessa) è molto “spaziale”, futuribile e anche futurista. In buona sostanza un esperimento ben riuscito.

Una Primavera Nera in Rosa

Prima Nera, Schioppettino Spumante Rosé, Gigante.

I primi tepori di primavera richiamano vini freschi e magari spumeggianti. Ed è proprio la primavera che viene in mente quando si legge il nome di questo vino: Prima Nera. Una primavera nera? Non può essere: la primavera è colore nei prati e nei cieli. E quindi cosa può spingere un produttore a chiamare un proprio vino “Prima Nera”? Le assonanze contano. Chiamasi fonetica. Abbiamo indagato nel sito di Adriano Gigante e abbiamo scoperto l’esistenza anche di un vino che si chiama “Prima Gialla”, una Ribolla Gialla, e qui ci sta, portando la mente verso “primula gialla”, che a proposito di primavera è visivamente cònsona.  Evidentemente Primula Nera è una derivazione, nata dal fatto che il vitigno che compone questa bollicina è da uve nere, o rosse, se preferiamo. Lo Schioppettino, nella regione in larga parte vinificato in rosso qui viene “sperimentato” in rosa, con metodo Charmat. Per il resto l’etichetta è molto lineare, semplice, spartana: cognome/marchio del produttore in alto, con la precisazione “dal 1957” che fornisce una efficace sponda storica, mentre in basso leggiamo le indicazioni di legge. Il nome del vino, al centro, in grande evidenza, viene scritto con un carattere molto graziato che in parte ne compromette la leggibilità ma che tutto sommato valorizza la bottiglia. La Prima Nera è sbocciata. Speriamo che almeno nel calice riesca ad evocare vividi colori.

L’Essenza del Vivere in un Trebbiano

Cantagrillo, Trebbiano Toscano, La Leccia.

Quando le cose sono fatte bene non si sa esattamente da dove partire. Scegliamo di iniziare, in modo istituzionale, dal logo dell’azienda che raffigura un leccio in un equilibrio grafico tra la chioma estesa e le radici interrate. Il tutto, nella parte superiore del packaging, diventa una specie di fuoco d’artificio dorato. Al centro del ciuffo superiore troviamo, non troppo visibile, la scritta La Leccia, nome del produttore che si ispira agli estesi boschi di leccio della proprietà, virato al femminile in omaggio a Madre Terra e alle tre donne che attualmente governano l’azienda: Paola, madre, Sibilla e Angelica, figlie. Il possedimento, in piena zona Chianti, vicino a Montespertoli (in Val di Botte, nomen omen) ha origine da un acquisto-investimento, negli anni Settanta, della famiglia Bagnoli, titolari del marchio Sammontana (sì, i gelati). Oggi l’azienda si distingue, oltre che per il vino, anche per una produzione di olio di oliva di alta qualità. Ma torniamo all’etichetta del vino-simbolo dell’azienda, un Trebbiano Toscano: su un gradevole fondo color “ora blu” leggiamo in bianco il nome del vino, “canta grillo”, ed è impossibile non notare un grillo stilizzato in rosso. Bel nome. Estivo, suadente, poetico, evocativo, dileggiante, sollazzevole. Ma non finisce qui, sotto al nome del vino troviamo dei versi: “D’estate distesi su un prato. A guardar le stelle danzare. Ad ascoltar i grilli cantare”. E forse la vita è tutta lì, in quella bottiglia, in quel cielo, in quelle emozioni.

Una Bollicina Glaciale dalle Dolomiti

Mezza, Vigneti delle Dolomiti Rosé, Mezzacorona.

Questo “sparkling” per lo più destinato ai mercati esteri, è una creazione di una grande cantina del Trentino: Mezzacorona. Azienda che sicuramente ha una cura del marketing di tipo evoluto. O che dovrebbe averla. Il packaging fa parte del marketing, anzi, spesso ne è la scintilla scatenante. Questo vino spumante a base di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero si chiama “Mezza”. Si può facilmente intuire che questa parola sia nata dal nome stesso dell’azienda produttrice. Per semantiche ragioni, però, “mezza” richiama anche altre sensazioni. Ad esempio la “mezza”, nel gergo italico è la “bustarella”, insomma un atto di corruzione. Aver dato, o preso, la “mezza” significa anche quello. Inoltre possiamo aggiungere che “mezza” non è “intera”. Sembra un futile gioco di parole, ma a livello di percezione, avere qualcosa a metà può rappresentare un elemento riduttivo. Infatti la mezza bottiglia è quella piccola, da 0,375. Ma vediamo il design dell’etichetta: la parola “rosé” in alto a destra, quasi non si vede. Troppo defilata cromaticamente. Quasi messa lì per caso. Per portarla in maggiore evidenza si sarebbero dovute scegliere altre modalità e altri colori. La texture dell’etichetta (lo sfondo) è a dir poco “ottica”. Cioè colpisce gli occhi con forme acuminate generando un attimo di stordimento che inficia la fruizione stessa dell’etichetta. Al centro abbiamo un rettangolo dorato con le informazioni e con una precisazione piuttosto sorprendente: “Italian Glacial Bubbly”. Ora, che il vino sia italiano non ci sono dubbi. Che sia “bubbly” anche, sia pure che la parola non è tra le più eleganti per esprimere questa caratteristica. E poi “glacial”, che tradotto sarebbe glaciale. Caratteristica non del vino in sé, bensì apportata da una eventuale refrigerazione.

Arte Estemporanea Franco-Partenopea

Tres Frigidae, Pallagrello Bianco, La Masserìe.

Il vino è italiano, non ci sono dubbi. Da vitigno autoctono campano. Il nome dell’azienda invece è in francese. Chissà perché. La questione viene apertamente “denunciata” anche dal produttore stesso, nel proprio sito internet: “La località in cui è sita, “Masseria Vecchia”, ha ispirato il nome dell’azienda, il quale nonostante sia francese è legato al territorio più di quanto si possa immaginare. Il termine “masserie”, infatti, è molto simile foneticamente all’equivalente napoletano che significa “masseria”. E allora, pensiamo noi, perché non scegliere direttamente l’italiano? Tra l’altro, in Italia “La” Masserìe, scritto così, potrebbe sembrare un errore di stampa. C’è dell’altro: il nome del vino è “Tres Frigidae”. Un po’ francese, un po’ latino. A parte questo, il termine “frigidae” non ha valenze propriamente positive nel vissuto gergale italiano. E il packaging-design? Abbastanza sconcertante per quanto riguarda la ricchezza di cromatismi e di varie forme e figure dell’illustrazione. Questo il commento del produttore: “Convinta che il vino sia simbolo di allegria e gioia, l’azienda ha vestito le proprie bottiglie con dei veri quadri d’autore realizzati dall’artista napoletano Bruno Donzelli”. Arte contemporanea ma anche “estemporanea”. Molto impattante, non c’è che dire. Ma addosso a una bottiglia di vino ci sta forzatamente, a nostro modesto parere. Per concludere possiamo dire che si tratta sicuramente di una etichetta che rompe gli schemi. Forse lo fa in modo troppo violento.

Quote Rosa con Qualche Equivoco

Le Sette, Rosato, Terre del Creario.

La prima originalità di questo vino rosato è il vitigno che lo compone, il Nebbiolo. Non sono infatti molti i vini rosati ottenuti con questa nobile bacca rossa. Ma passiamo alle “originalità” dell’etichetta. Regna il colore rosa: spesso accade per le etichette dei vini rosati. Del tutto plausibile, anche se lo “stacco” di colore, come nella moda, avrebbe ugualmente valide ragioni. L’etichetta è semplice: sulla destra vediamo una sinuosa sagoma femminile. La coda della donna, in modalità sirena, oppure, più realisticamente, lo strascico del suo vestito si trasforma, in basso, nel flutto del vino in un calice. Il concavo che va a formarsi contiene il logo e il nome aziendale. Diciamo che fino a qui troviamo dei codici comunicativi canonici. Rosé uguale donna, donna uguale femminilità, femminilità uguale romanticismo, etc etc. Uno stereotipo al quale siamo abituati. E il nome del vino? Ci arriviamo, anche perché si tratta certamente di un elemento da analizzare come minimo con curiosità, oltre che con cura. Il vino si chiama “Le Sette”. Non avendo trovato spiegazione nel sito internet del produttore e neppure in rete, avanziamo delle ipotesi. Le Sette è l’indicazione di un orario (le sette del mattino o le sette di sera? Forse un rosato e un vestito lungo sono più adatti alla sera). Le Sette potrebbe essere anche il nome di una zona geografica, un appiglio toponomastico. Oppure potrebbe fare riferimento al plurale di “setta”, inteso come congrega pseudoreligiosa. Certo che una lettura veloce, potrebbe scambiare la “S” iniziale con una “T” buttandola in “caciara”. Non ci sbilanciamo, ma probabilmente ci sono troppi significati possibili e/o latenti. Naming da riconsiderare.

Streghe e Strisce nel Mare d’Alghero

Stria, Vermentino di Sardegna, Vigne Rada.

Questa cantina sarda che prende il nome dalla Rada di Alghero, sulla quale si affaccia la proprietà, ha avuto il coraggio di osare una delle etichette più strane (particolari) mai viste finora sul mercato italiano e internazionale. La stranezza riguarda in particolare la cartotecnica, o meglio la fustellatura (la forma) dell’etichetta. Sorprende, sembra quasi un errore, un difetto di produzione. Osservando il suo perimetro, l’etichetta potrebbe sembrare un diamante oppure anche un iceberg. Forse si riferisce all’area di una determinata zona geografica. Fatto sta che questo packaging design sa farsi notare. Viene da sé la considerazione che l’area “cartacea” utilizzabile è davvero ridotta: lo spazio disponibile per scrivere qualcosa è molto limitato e... acuto, quindi poco pratico da questo punto di vista. Vi trovano comunque posto, in ordine di apparizione dall’alto verso il basso, il nome del vino, “Stria”, la denominazione, Vermentino di Sardegna, l’annata e il nome/logo dell’azienda. In piccolo leggiamo anche, in corsivo, il nome della località dove ha sede l’azienda, Alghero. Poco altro da aggiungere (oltre alla già citata strana forma dell’etichetta), se non che il nome del vino potrebbe ricordare, con un’accezione dialettale, la parola “strega”. Ma potrebbe essere anche “striscia”, riferita alle striature cromatiche che il mare regala agli occhi, in lontananza, nelle tipiche giornate di vento della Sardegna. Non ce la sentiamo di collocarla nell’Olimpo delle etichette, ma in definitiva ha carattere e personalità.

Fantasia al Comando

La Granja, Tempranillo, La Granja360.

Fa piacere scoprire che in giro ci sono delle teste matte alle quali la fantasia non manca. Non mancano quindi idee e il coraggio di metterle in pratica. Di comunicarle, anche con un certo orgoglio, fregandosene del parere degli altri. Certo, ci vuole anche efficacia. Ma in questo caso a nostro parere c’è tutto. Un’etichetta con un maiale, davvero particolare, per il disegno e per il fatto che è “sospeso-appeso” per le gambe, a quattro fili. Ancora più folle la spiegazione del produttore nel proprio sito internet: “Once upon a time... in a farm far, far away, there was a piggy that dreamed of flying high, high up to the sun. One night, a warm breeze from the south entered the farm filling every corner with irresistible scents of sweet raspberries. The piggy was so taken by the aroma that it followed the scent to the border of the farm. Suddenly, he felt a warm air lifting him up and a magical voice asking him: are you ready for the wine fun?”. Per il resto c’è solo il nome del vitigno e l’origine del prodotto (Spagna). Ma tanto basta il maialone rosa che il resto passa in secondo piano. Un altro particolare: la spiegazione del nome dell’azienda, “la Granja360”. Sempre tratta dal sito del produttore: “La Granja 360 is the Spanish name for “The Farm 360” and finds its origin in the “Three Sixty” move of skateboarding. A Three Sixty is when a skateboarder and his board turn 360º, when the skater lands he is facing his original direction again”. Insomma ce n’è abbastanza per brindare a questi coraggiosi e fantasiosi imprenditori.

Rosé Vuol Dire Donna Anche in Alsazia

Crémant d’Alsace, Brut Rosé, 
Domaine Zinck.

Questa piccola e affilata (Zinck!) azienda alsaziana con sede a Eguisheim ha deciso di proporre delle etichette fuori dal comune. Nel senso che sono molto diverse da quelle che ancora oggi “regnano” in Alsazia. Colori forti a tinta unita e immagini di grande impatto, che potrebbero anche andare contro il pensiero clericale di quelle terre ancora molto tradizionaliste. In particolare per il Brut Rosé viene proposta un’etichetta rosa shocking che mette al centro del design la sagoma di una donna. L’illustrazione può essere definita sia come molto femminile, sia come molto maschilista, toccando i due estremi. La donna è molto sinuosa, la sua figura perfettamente in linea con i canoni stilistici della moda, gioca con vegetazioni rigogliose, un paio di stelle e la luna. Di forte impatto visivo, così come il nome del produttore in basso. Certamente questa etichetta nasce per farsi notare e per collegare, questo sì, in modo “tradizionalista”, la donna con il colore rosa, e di conseguenza la femminilità con il vino rosato. La scelta cromatica e grafica è coraggiosa. L’attenzione è assicurata. Il packaging però, nel suo complesso, accusa una mancanza di stile e di eleganza, anche se le intenzioni probabilmente volevano ottenere proprio il contrario.

Cinghiali e Tonni Volanti per la Sardegna del Veneto

Passo Sardo, Cannonau e Vermentino, Enoitalia.

Questi due vini di Sardegna fanno capo a una società che ha sede in Veneto, nei pressi di Bardolino. In etichetta viene “spinta” la “sarditudine” con vari, ma disordinati, elementi. Innanzitutto in alto leggiamo “Vecchie Viti” e “Terre Sarde”. Il nome del vino (e anche della linea di vini che per ora si compone di due referenze) è “Passo Sardo”. Nelle illustrazioni vediamo un cinghiale e un tonno. Alla destra di queste immagini vediamo la sagoma della Sardegna. In basso, alla base dell’etichetta un “mamuthones”. Diciamo pure che il messaggio è arrivato. Per cancellare ogni dubbio riguardo la provenienza dei vini, gli elementi collegati all’isola dei quattro mori sono molteplici. Parlavamo di disordine: a parte le due grandi illustrazioni centrali, di ottima fattura, molto dinamiche, eyes catching, lo spazio rimanente viene letteralmente riempito con nomi, scritte, sagome, disegni. La ripetizione tra “Terre Sarde” e “Passo Sardo”, per il Vermentino, crea confusione su quale sia il nome del vino, quello della linea di vini o quello dell’azienda produttrice. Le scritte a mano (o simil mano) che contornano le immagini non sono agevoli. Nel complesso le etichette si fanno notare. Ma un po’ di pulizia grafica avrebbe giovato alla comunicazione e al brand.

Dalla Terra alla Tavola: un Nebbiolo Moderno

L’Erth, Nebbiolo, Emilio Vada.

Diciamo subito che questa bottiglia costa. Insomma “si fa valere” già dal primo approccio sullo scaffale: circa 40 Euro. A nostro parere si fa anche apprezzare per un altro primo approccio, quello visivo, Il contatto oculare con il quale la possiamo scorgere anche da lontano. Come sempre per le etichette riuscite vediamo pochi e chiari elementi. Un albero, postmoderno, illustrato, interpretato graficamente, diremmo pure artisticamente, com una chioma molto colorata. Il tratto è composto da molte pennellate, forme poco geometriche, di vari colori, che vanno a comporre l’immagine. Si nota. E’ un albero fantasioso, primaverile, un po’ pazzo, in definitiva allegro. Non è quindi noioso, non è “vecchio”, soprattutto non è un “già visto”. Manifesta una propria originalità. Subito sotto all’immagine in questione troviamo il nome e cognome del produttore. E sotto a questo, in dimensioni più grandi, molto visibili, il nome del vino: “L’Erth”. Non abbiamo trovato descrizione e origine per questo nome, originale anch’esso. Il sospetto è che si sia voluto richiamarne la parola inglese “earth”, terra, ovviando al problema delle registrazioni da ufficio brevetti (earth sarà sicuramente già ampiamente opzionato, come nome). Tutto qui. Tre elementi: una immagine, il nome del produttore, il nome del vino. Con una grafica moderna e impattante. Il resto, che ci vuole, logicamente, finisce nel retro-etichetta. Nel calice, invece, il vino. Che dicono sia molto buono.

La Gioia del Prosecco (se Così si Può Dire)

Joy, Prosecco Rosé, Forchir.

C’è chi contro il Prosecco Rosé intraprenderebbe una crociata. C’è chi lo sta trasformando in un business di sicuro successo. Certo, il colore del prodotto è ammaliante, ma va vestito comunque con eleganza e accuratezza. In questo caso ancora più che in altri vini, il packaging riveste un’importanza determinante. Vediamo come se la sono cavata in Forchir, grande e noto marchio vitivinicolo friulano. Il nome del vino è “joy”, la gioia. Come dire la festa, l’allegria, la gaiezza, l’euforia, la convivialità. Il nome viene scritto su due piani diversi, come un letto a castello: sopra “jo” e sotto “y”. Ci può stare. Non è bello spezzare i nomi ma in questo caso ci sono solo tre lettere e quindi il tutto risulta quasi come un gioco grafico, che comunque assicura la leggibilità. Sotto al nome del vino leggiamo “Prosecco” in corsivo, come una firma. Il fatto che sia un vino rosato lo si capisce dal colore del vino (posto giustamente in un vetro neutro, non colorato, per intenderci). Stona il marchio del produttore in nero: rompe la magia cromatica di tutto quel rosa. Bottiglia dalla forma inusuale (che, a dire il vero, molti prosecchisti hanno adottato negli ultimi anni). Il design è semplice, pochi elementi ben in vista, abbastanza omogenei, buona memorabilità, eleganza “giovane”, velleità da aperitivo snob ma anche no. Dipende tutto da quanti bicchieri se ne bevono.

C’è un Masi per Tutti

Modello (Masi), Corvina, Masi.

“Modello delle Venezie” è una “sottomarca” del Gruppo Masi che ormai spazia in molte regioni e nazioni con variegate produzioni. Il concept, in questo caso, chiama in causa “l’autentica convivialità” di quelle terre. Il claim in inglese recita: “Enjoying the real italian lifestyle”, parole già sentite ma che risultano sempre “appealing” all’estero. Il vino si chiama “Modello” e per questa bottiglia si tratta del vitigno Corvina (la linea comprende altre tipologie, sempre sotto lo stesso nome). Pur essendo un vino “da scaffale” (proposto a 4,99, ad esempio, da Carrefour) l’etichetta punta su un certa preziosità che lo rende in effetti abbastanza desiderabile. Al centro vediamo il nome (che, completo, sarebbe Modello Masi) incoronato da un cartiglio d’argento colmo di ghirigori. Alla base un tassello con scritto il nome del vitigno in questione (non convince il colore azzurro). Nel complesso si tratta di una etichetta valorizzante realizzata con criterio. Insomma un packaging buono e giusto. Infine, ma non per questo meno importante, vogliamo far notare che le varie marche e sottomarche, linee e derivazioni di prodotto, creano un po’ di confusione. Ricapitolando: il dominio si chiama masi.it, l’azienda si chiama Masi Agricola, esiste un altro marchio che si chiama Masi Cantina Privata Boscaini, poi Masi Tupungato per i vini argentini e il qui descritto Modello Masi. Un po’ come le chewing gum “tuttifrutti”.

Tetris e un Fico per uno Squarcio Creativo

Squarciafico, Montepulciano d’Abruzzo, Vini Venturi.

Questa piccola realtà marchigiana, situata nell’entroterra di Fano, ci stupisce con una etichetta che possiamo sicuramente definire anacronistica. Nel senso che stravolge i canoni della classicità che in ogni caso, soprattutto nelle zone rurali, viene ancora adottata dalla maggioranza dei produttori vinicoli. Una originalità che si manifesta sia graficamente sia attraverso il nome del vino. Nel design, in alto, vediamo dei tasselli che somigliano molto a quelli del gioco Tetris. Rossi e neri su fondo bianco: i colori dell’attenzione per eccellenza. Questa soluzione grafica, senza un apparente senso, si fa comunque notare: è fonte di singolarità. Così come il nome del vino: “Squarciafico”, con il vezzo della “q” in rosso a muovere la percezione cromatica. Possiamo fare delle ipotesi: un fulmine durante un temporale potrebbe aver agito da “squarciafico”, oppure la luce del tramonto che consente all’albero in questione di stagliarsi nel panorama collinare. Certamente ci deve essere un fico da qualche parte nel podere di proprietà o proprio in mezzo alle vigne di Montepulciano d’Abruzzo che compongono questo vino. La somma degli elementi dice quindi che, sia pure con estrema semplicità, che nella parte inferiore dell’etichetta si manifesta in modo forse penalizzante, il packaging riesce a distinguersi e a uscire dall’anonimato delle “solite cose”.

Vini in Anfora: una “Disciplina” Anarchica

Indisciplinato, Verdicchio, Tenuta San Marcello.

Di indisciplinato c’è soprattutto il prezzo. Che per questa bottiglia oscilla tra i 25 e i 30 Euro, secondo gli “umori” dei vari e-commerce. Ma vediamo come si compongono l’immagine e la comunicazione di questo packaging relativo a un Verdicchio, in parte vinificato in anfora. Oltre al nome, nella parte alta, molto evidente, dove leggiamo “Indisciplinato”, notiamo proprio al centro dell’elettorato un’anfora, che connota subito la tipologia di vino, prodotto in parte secondo l’antico metodo che prevede l’utilizzo di “dolium” georgiani. L’immagine è in bianco e nero, il design, nel complesso è molto spartano: i caratteri di scrittura ricordano quelli delle pagine di un quotidiano. È come se non si volessero concedere emozioni di sorta, se non nell’assaggio del vino (almeno così si spera). Potremmo dire che si tratta di una etichetta molto disciplinata, ad onta del nome del vino. Il logo e il nome dell’azienda, Tenuta San Marcello, li troviamo in basso, proprio sotto all’anfora. In generale possiamo dire che si tratta di una etichetta piuttosto “punitiva”, che non concede nulla alla fantasia,  quindi molto lineare nei suoi contenuti, anche per quanto riguarda le descrizioni tecniche incolonnate ai lati dell’anfora. Forse l’unico guizzo emozionale viene fornito dal nome del vino che con un senso di ribellione e di anacronismo fornisce ulteriori ragioni di non convenzionalità agli amanti dei vini orange e affini. 

Un Gesto Malandrino che Attira l’Attenzione

Malandrino, Malvasia-Trebbiano-Greco, 
Casa Mecocci.

Questa giovane azienda si trova a Vignanello (piccolo paese in provincia di Viterbo che nel suo nome ha già un destino vinicolo). Siamo in una zona che in un tempo molto antico ha fatto scrivere e parlare di sé per la viticoltura. Oggi non è tra le zone di spicco ma si fa notare per alcune specialità autoctone. Tra tutte la Malvasia Puntinata del Lazio. Ma veniamo al prodotto, firmato dall’azienda Casa Mecocci: si tratta di un vino bianco che si chiama “Malandrino”. L’etichetta si fa notare subito per il colore: una macchia verde acido che colpisce la retina. Su questo sfondo monocromatico un disegno al tratto ritrae un palloncino che sta per essere fatto scoppiare da un ago brandito da una mano. Il tratto stesso del filo del palloncino diventa il disegno della mano “malandrina”. Come se il palloncino facesse scoppiare se stesso. Lungo il perimetro del palloncino, in alto, leggiamo il nome del vino. Possiamo dire, in assenza di altri dettagli, che il Malandrino fa riferimento al gesto dispettoso, giocoso, ludico, dirompente e/o a chi lo compie. Sicuramente, nella sua semplicità, nella rappresentazione fin troppo frugale dal punto di vista artistico, questa etichetta riesce a farsi notare. Non risulta molto adatta a una bottiglia di vino, ma riesce a emergere.

Caproni e Sirene: Mix-Appeal Problematico

Longana (il Mostro),
Rosato da Montepulciano, 
Poggio Anima.

Questo vino frizzante che nasce sulle colline di Chieti da vitigno Montepulciano d’Abruzzo, si chiama “il Mostro”. Dobbiamo dire che in effetti la raffigurazione in etichetta risulta mostruosa. Si direbbe anche inquietante, se posta al centro della tavola. Forse potrebbe bastare non osservarla troppo e bere un paio di calici e l’angoscia sparirà. A dire il vero il nome del Mostro (e quindi anche del vino) è Longana, come appare scritto in minore evidenza in alto a sinistra. Longana risulterebbe essere una figura mitologica con le zampe da caprone e le sembianze di una sirena che abitava le grotte marine adriatiche, migrante dalle montagne dell’Alto Adige (il caprone si riferisce alle montagne di provenienza, la coda di pesce alla zona dove il Mostro ha preso “casa”). In generale il racconto sembra slegato, senza un nesso logico. E anche l’illustrazione è distonica, sia nello stile con il quale la figura è stata rappresentata, sia per l’impaginazione (la collocazione) degli elementi. Sicuramente il vino contenuto nella bottiglia saprà esorcizzare eventuali perplessità degli acquirenti.

Tre Allegre Comari di Campagna

Champagne Blanc de Noirs, Pinot-Chevauchet.

Che il Pinot Meunier, tra i vitigni a disposizione di chi produce Champagne, possa risultare quello più campagnolo ci può stare. Che un produttore di Champagne potesse decidere di mettere in etichetta tre improbabili comari, risulta meno plausibile. Certamente l’etichetta in questione si fa notare. Allegra, colorata, giocosa, dissacrante. Improbabili anche i vestiti delle tre figure femminili protagoniste di questa fantasiosa label di Champagne. Curiosi i loro nomi che troviamo sopra le rispettive teste: Pierrotte, Marie-Mulotte e Neuville. Sulla borsetta di quella col cappello, quella più a destra, vediamo scritto “Extra Brut”. Hanno le gote rosse, probabilmente sono delle ottime degustatrici. Generano simpatia, attenzione, e in un certo senso, affetto. Siamo sicuramente molto lontani dallo stereotipo delle etichette di Champagne, ma non ce la sentiamo di bocciare questa etichetta. C’è dell’ironia. C’è il coraggio di essere diversi. E di non prendersi troppo sul serio. Una particolarità: il produttore si chiama Pinot (come la nota famiglia di vitigni) Chevauchet. Un segno del destino.


Sotto al Cappello c’è di Più

Ribolla Gialla, Klanjscek.

L’originalità di questa etichetta non è in discussione. Innanzitutto la cartotecnica: un taglio decisamente particolare, appuntito nella parte bassa, fustellato sulla destra, intagliato al centro. Un tipo di packaging che potrebbe far arretrare chiunque, anche solo a progetto. E invece, questo piccolo produttore di Oslavia, nel Collio Goriziano (ad oggi solo 15.000 bottiglie/anno) si cimenta nella produzione di una etichetta difficile da realizzare e anche da far capire. Ma guadagna in attenzione e distinguibilità. Il vino non ha nome, per la dichiarata intenzione del titolare di valorizzare il cognome di famiglia e quindi la tradizione storica e produttiva del nonno. L’etichetta è un omaggio all’avo vignaiolo, ecco cosa leggiamo nel sito internet dell’azienda: “Se ora produciamo vino è grazie al lavoro iniziato da nonno Federico, per noi tutti Mirko, contadino solido, uomo tutto d'un pezzo, che non ha mai lasciato la vigna durante la sua vita. Un'eredità la sua non certo solo concreta, ma di valori che vogliamo tramandare, che esprimiamo con il nostro impegno, con i nostri vini ma anche dedicandogli la loro etichetta. Nonno Mirko indossava sempre il suo “slamnik”, forse non l'abbiamo mai visto separarsi da quel cappello di paglia! Le nostre etichette portano il nome di famiglia e il ricordo di nonno Mirko con questa pennellata incisiva, greve, che però è dolce ad un tempo e quasi accarezza il suo volto con il cappello in testa”. Un bel racconto, una bella storia, anche se vicenda di molti, ma che in questo caso acquista simpatia e riconoscibilità grazie alle sottolineature narrative e cromatiche che diventano un tutt’uno in etichetta. Un ottimo esempio di coraggio e determinazione.