Capre Sudafricane di Razza Buongustaia

Goats do Roam, Blend di Rossi, Fairview.

Questa azienda vinicola sudafricana ha chiamato una linea di vini “Goats do Roam” che testualmente sarebbe “le capre vanno in giro (vagano)”. L’ironica affermazione deriva da un fatto, che si presume vero, accaduto in azienda e che viene raccontato così nel sito internet del produttore: “La leggenda narra che alcuni capi erranti della mandria di capre di Fairview un giorno fuggirono dal loro recinto dileguandosi nei vigneti dopo che il giovane figlio di Charles Back, Jason, aveva accidentalmente lasciato il cancello aperto. Il piccolo gregge vagò felicemente tra le viti: mostrando raro discernimento fece bottino di alcuni dei grappoli più maturi. Ispirati da questa storia, ora usiamo gli acini migliori nella produzione del nostro vino Goats Do Roam. Molto beverina e di qualità superiore, la gamma Goats Do Roam è composta da vini in stile francese e italiano, ricchi di complessità a prezzi convenienti”. Simpatica la storia delle capre che vanno a scegliersi i grappoli migliori direttamente in vigna. Narrazione in grado di risultare sinergica con la modalità di produzione e la qualità dei vini, in modo poco altezzoso, anzi, raccontato con sincera allegria. Tutto il sito tratta proposte, prodotti e marchio con ironia e sostanzialmente senza prendersi troppo sul serio. Pur mantenendo un livello di credibilità elevato. Etichetta graficamente molto impattante, bella l’antica riproduzione della capra, colori e particolari stilosi. Complimenti.

Con le Bolle sulla Luna

Zuzù, Trebbiano di Spagna e Modenese, Franchina e Giarone.

Chiariamo subito che il nome dell’azienda potrebbe ingannare: Franchina non è una persona bensì un vigneto, così come Giarone non è un cognome ma il nome di un altro vigneto del produttore. Vedendo le etichette di questa giovane azienda vitivinicola possiamo dire che Luca Pizzetti, il titolare, è un sognatore. Portiamo ad esempio l’etichetta del vino che si chiama “Zuzù”, un rifermentato in bottiglia che viene prodotto con l’aggiunta di mosto congelato della medesima annata della pressatura e di zucchero d’uva. Da qui il nome, “zu + zu”, una doppia “zuccheratura” che caratterizza il prodotto. Cosa vediamo in etichetta? In alto una specie di “e” che funge da logo aziendale. In basso il nome del vino con un carattere molto tipografico, di vecchio stampo. Al centro e a tutto spazio una illustrazione molto ben curata ci mostra un uomo sulle colline emiliane, intento a trattenere con un filo una luna/acino/pallone che risplende nel cielo. La grafica è sicuramente di impatto, grazie a una elevata dose di originalità. Forse una stile così narrativo si presterebbe di più alla copertina di un libro, ma il suo lavoro di comunicazione lo fa bene anche su una bottiglia. Grazie a Sara Missaglia per aver scoperto questa interessante etichetta e il suo fantasioso creatore.

Il Superdotato della Bergamasca

Tribàle, Blend Rifermentato, Tosca.

Il produttore definisce questo vino come “divertente”. Dice che si sono divertiti a realizzarlo e che immaginano il divertimento al consumo, conviviale e spensierato. Da parte nostra ci siamo divertiti ad analizzare il nome del vino. Questo “rifermentato naturale”, prodotto con tre vitigni bianchi, si chiama “Tribàle”. Per chi non conosce il dialetto bergamasco (siamo in zona Valcalepio) la parola porta a qualcosa relativo ad antiche tribù, a religioni agnostiche, e anche a tutta l’area dei tatuaggi. Ma… sopra al nome in questione notiamo tre “palle” (tre sfere che rappresentano tre acini d’uva) e se scopriamo che in dialetto bergamasco “tre palle” si dice “tri bàle”, il gioco è fatto. Proprio così, perchè di gioco di parole si tratta. Forse poco elegante ma efficace nell’accostare il significato alla modalità produttiva (tre diversi vitigni bianchi). Certo che le sfumature legate alle “bàle” possono essere anche altre, soprattutto se le sfere dovessero essere due (ma qui sono tre, quindi stiamo tranquilli). Del resto l’etichetta è pulita, ben impaginata, costituita da pochi elementi d’impatto: una “stracciatura” in alto, originale, i tre acini dorati (in forma illustrativa grezza), il nome del vino (che volutamente, con dimensioni diverse delle lettere, fa notare il gioco di parole) e infine la dicitura “frizzante col fondo” alla base. Stop. Tappino d’ordinanza in metallo e fascetta con logo aziendale sul collo della bottiglia. Naming e packaging giocherelloni ma con un buon senso, considerati la basicità del prodotto e il target di consumo di stampo birraiolo.

Chardonnay “Tonico” Mantovano

Belgingin, Chardonnay, Vigne del Pellagroso.

Tre nomi interessanti da analizzare. Il produttore e fondatore  si chiama Antonio Camazzola, detto “Billy”. Il nome dell’azienda, che emerge insieme a una illustrazione di una specie di Passator Cortese con cappello e grappolo, è “Vigne del Pellagroso”. Il nome proviene dalla testata di un giornale popolare dell’800 che incitava gli operai alla rivolta a causa delle condizioni di povertà dell’epoca (che causavano quindi la pellagra, malattia cutanea dovuta a una alimentazione non equilibrata). Il giornale in questione fu fondato a Castel d’Ario nel mantovano, dove ha sede l’azienda (la stampa avveniva proprio nel cortile dove si trova la cantina). Per la cronaca la pubblicazione ebbe vita breve: dopo l’uscita del tredicesimo numero venne arrestato il direttore con l’accusa di aver fomentato scioperi e disordini. Veniamo al nome del vino: “Belgingin”. Inevitabile che la mente fugga in direzione del noto superalcolico caro agli anglosassoni e oggi tornato di gran moda anche alla nostre latitudini. Forse, un limitato pubblico locale potrebbe avere la giusta percezione (dialettale) del nome, quella di qualcosa di piccolo e grazioso. Ma è troppo poco per poterlo definire un nome “riuscito”. Certo, di vino stiamo trattando, la bottiglia ha una forma riconoscibile, ma nel complesso anche la grafica dell’etichetta non aiuta a dirimere il corto circuito semantico, potendo davvero vestire anche una bottiglia di gin, togliendo i riferimenti a “vino bianco”, logicamente. Il packaging ci è stato indicato da Sara Missaglia che ringraziamo per la preziosa ricerca. P.S.: “Possa la mia anima rifiorire innamorata per tutta l’esistenza” (che si legge sul fronte etichetta) ci piace.

Quando la Creatività fa Autogol

Brina d’Estate, Spergola Spumante, Tenuta di Aljano.

La sorpresa di questo vino è il vitigno: un autoctono raro della provincia di Reggio Emilia, la Spergola. In questo caso spumantizzato con metodo Charmat lungo. In etichetta si nota subito, in grande, l’asta della lettera “j”, eletta a simbolo dato che l’azienda si trova esattamente a Jano di Scandiano (non è per la rima, la frazione si chiama proprio così). Dall’etichetta e dal sito internet emerge infatti che il nome e marchio aziendali scaturiscono da questa intuizione “al Jano”. Il dominio quindi è “Tenuta di Aljano”. Il problema si manifesta quando tentiamo di leggere questo nome: “Aljano” (Aliano? Algiano?) Con una aggravante cromatica in questa etichetta laddove la “j” viene riportata in rosso (poco visibile sullo sfondo antracite) generando una lettura del tipo “alano” (il cane) o peggio ancora “al ano” (anatomia). Peccato perché il design del packaging è pulito e ben impaginato. Anche il nome del vino piace: una “Brina d’Estate” che evoca freschezza e piacevolezza, molto coerenti con il tipo di prodotto. Si tratta quindi di un problema di nome (in origine) e di rappresentazione di esso (cromaticamente). Un autogol che porta via quote di attenzione, di prestigio e di memorabilità che di solito è importante salvaguardare. 

Nuove Idee Balenano in Langa

Hiku, Moscato d’Asti, Roberto Garbarino.

Un giovane spumantista piemontese che ha iniziato la propria avventura enoica nel 2010 (con prima vendemmia nel 2013), propone nella propria gamma attuale anche un Moscato d’Asti di quelli classici da 5,5%, adatti ad un consumo sbarazzino (aperidolce). L’etichetta che è stata delegata a comunicare questa bottiglia è invece tutt’altro che classica, tenendo conto anche degli usi e delle tradizioni di quell’angolo di Piemonte (siamo nelle Langhe, a Neviglie). Gli elementi che saltano all’occhio: toni azzurri (per un vino che ha fatto del giallo la propria bandiera), tema marino con coda di balena emergente dai flutti (per una tipologia di vino che con il pesce c’entra come i cavoli a merenda), nome maori (dedicato ai trascorsi neozelandesi del titolare: “Hiku” significa coda e anche la zona dove allignano i vigneti di moscato si chiama così, in questo caso troviamo un sia pur fantasioso collegamento con la realtà locale). Hiku, ai più, potrebbe ricordare anche quella particolare tipologia di poesia giapponese chiamata “Haiku”.  Saremmo comunque concettualmente “fuori zona”. Alla base del mare inclinato che caratterizza il cromatismo dell’etichetta, vediamo il logo/nome del produttore: Roberto Garbarino, con marchio circolare che probabilmente ricorda una “G” specularmente rovesciata. Tutte le etichette di questo produttore sono acquerellate dall’artista Nicola Magrin: troviamo un salmone nell’Alta Langa Rosé “L’istinto” (il significato proposto del produttore: andare contro corrente come i salmoni), idem per l’Alta Langa Docg “Le rapide” (dicono, relativo alle pendenze dei vigneti), ma almeno in questi due casi l’attinenza dei vini con ricette a base di pesce ci potrebbe essere. Possiamo infine dire che le nuove idee che riguardano il packaging sono meritorie, in senso di rinnovamento, un po’ meno se volessimo cercare ganci concettuali che sostengano la comunicazione di prodotto.

Formule che non Formulano

Òua (al quadrato), Vermentino, La Ricolla.

Ce ne sarebbe da dire su questa etichetta… e noi infatti ci proviamo. Impresa non facile: l’affollato packaging fa naufragare l’occhio e l’attenzione un po’ su e un po’ giù. Partiamo da nome del vino che dovrebbe essere “Òua” (al quadrato) e che tratto dal dialetto genovese “oua ghe semo” (il titolare infatti è ligure e i vigneti sono a San Salvatore di Cogorno, nell’entroterra del Tigullio) sarebbe “ora ci siamo” (a sancire l’esatto momento in cui è necessario svinare, in questo caso dopo ben 5 mesi di macerazione sulle bucce). La formula matematica che vediamo sopra al nome non riusciamo a spiegarla se non comprendendo quanto meno che non ci sono solfiti aggiunti. La sagoma nera che comprende tutte le scritte dovrebbe essere un’anfora (che completa la maturazione di questo vino). Sotto al nome una specie di motto/acronimo che complica ancora di più la percezione: Uomo Vitigno Territorio. Chiariamo subito che i messaggi contenuti nel fronte etichetta sono tutti di significato e di valore intrinseco, ma pubblicati in questo modo rischiamo di risultare come un calderone di informazioni (in parte criptiche) dal quale nulla emerge in modo sostanziale. Tante parole per nulla, verrebbe da dire. Ringraziamo Sara Missaglia per lo scouting!


Gli Sconsiderati della Loira

Anna, Alfred, Auguste, Agathe, 
Saget La Perrier.

Questa dinamica azienda vinicola della Loira a gestione famigliare (situata a Pouilly-sur-Loire), produce un’ampia gamma di vini (con diversi marchi) dotati di etichette davvero interessanti che vanno dal classico al trasgressivo. In questo post ci occuperemo della serie di 4 vini di “Château de la Mulonnière” che si collocano senza dubbio nella categoria “etichette trasgressive”. In pratica: su temi colorati pastellosi (tinte morbide) alcuni personaggi storici che dovrebbero avere un contegno nobiliare vengono rappresentati in pose “Rock ‘N Roll” (che è anche il nome dei vini). I vari soggetti vengono commentati in modo arguto nelle schede di prodotto del sito internet (li riportiamo nella lingua originale, perché la traduzione in italiano fa perdere grinta alle definizioni): “Anna (Chenin Blanc), c’est la joyeuse de la clique. Tender et enjouée au premier ras bord, elle n’est pas de nature à cacher son jeu; Alfred (Cabernet Franca), c’est le dandy de la bande. Elégant et joueur, il n’est pas du genre à se tenir à carreau; Auguste (Chenin Blanc), c’est le leader de la troupe. Ancien Colonel d’artillerie, il aime toujours les bons canons; Agathe (rosato da Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Grolleau e Gamay), c’est la friandise du groupe. Fraiche et délicate, sa douceur subtile en fait la compagne parfaite en toutes circonstances”. Complessivamente, colori, grafica, illustrazioni, nomi e loghi, possiamo dire che l’esperimento è riuscito. Potrebbe non piacere ai soloni delle tradizioni, ma la gamma ha buone ragioni per presentarsi al pubblico con una sana sconsideratezza del vivere (e del bere).

Un Vino all’Acqua Pazza

Acqua Pazza, Blaufränkisch (+miele), Beneduce Vineyards.

Mentre nella cucina napoletana per “all’acqua pazza” si intende un pesce cotto in poca acqua, con olio, aglio e pomodorini, questo produttore del New Jersey (Usa) ha deciso di utilizzare questo particolare nome per un suo (particolare) vino. Si tratta del vitigno Blaufränkisch, autoctono della Stiria (Austria), che viene chiamato anche Franconia o Limberger. In questo vino viene aggiunto miele millefiori ad ottenere una “bevanda” da 8 gradi alcolici, della quale ignoriamo l’esatto utilizzo. Forse come aperitivo dolce, forse con un dessert, forse come un rosolio. Ma veniamo all’etichetta, decisamente vintage, con il nome “Acqua Pazza” in grande evidenza, toni cromatici arancioni, sopra e sotto, uno stile “antenato” che comunque riesce a incuriosire. Certo il merito è soprattutto del nome (sicuramente anche del prodotto una volta assaggiato). Gli americani ci sorprendono sempre (del resto bevono litri di latte a tavola, pranzando), in questo caso potrebbero giustificarsi col fatto storico che anche gli Antichi Romani aggiungevano miele ai loro vini (e del resto, popolo che vai, usanze aliene che trovi: i francesi a tavola bevono il pastis). Infine il nome del produttore “Beneduce” che tradisce assonanze italiane o come minimo mediterranee. Forse non lo acquisteremmo, ma l’etichetta tutto sommato piace ed è invitante.

Più Bianco non si Può

Bianco, Vermentino, Mercer Wines.

Un ottimo esempio per definire cos’è un “contrasto”. Cioè cosa significa comunicare per dissonanze (in senso positivo, in questo caso). Abbiamo un’etichetta molto colorata per un vino che si chiama “Bianco”. Si tratta di una giovane azienda australiana che produce i propri nettari nell’Hunter Valley, più o meno a nord di Sydney. In particolare vengono allevati  Vermentino, Malbec, Montepulciano, Tempranillo, ma anche Nebbiolo e Nero d’Avola, tradendo una particolare attenzione verso i vitigni storici italiani. Ma torniamo a questa particolare etichetta. Colori, tanti, frammentati in una composizione (altro contrasto) che richiama le ricerche cromatiche della casa di moda Missoni. Etichetta rotonda all’interno della quale troviamo uno spezzatino di tasselli rattangonali appuntiti e altre varie forme. L’effetto è caleidoscopico, ipnotico, forse subliminale. Sul fronte dell’etichetta, in basso, in verticale, solo un numero e una scritta: “2021 Bianco”. Annata e nome del vino. La forza di questo packaging è ancora una volta la semplicità (e qui piazziamo l’ultimo contrasto), laddove la complessità della tavolozza cromatica diventa percezione univoca per la retina e per la memoria. Semplicemente bianco, la somma di tutti i colori.

Vini Naturali per Cosmonauti Spaziali

Pino Pinot, Pinot Noir e Gris, 
Les Astronautes.

Non c’è dubbio che Emma, francese, e Fredy, argentino, la coppia che produce questi vini, siano fissati con lo spazio. Le loro originali etichette “trasportano” direttamente nel cosmo con una nota di ironia. Già il nome aziendale “Les Astronautes” attira l’attenzione. Le immagini di razzi spaziali e astronauti confermano e attraggono. Curioso in modo particolare il nome dello spumante “Pino Pinot”. E quell’illustrazione dove uno dei due cosmonauti spruzza vino rosso nell’etere. Da dove proviene il concetto generale? Ecco la spiegazione che il produttore fornisce nel sito internet: “ Perché Les Astronautes? Il nome ci è venuto in mente durante un viaggio in treno, mentre viaggiavamo in Francia, sulla strada per Parigi. Stavamo sognando un cosmonauta che suonava il piano su un pianeta lontano, e da lì siamo partiti con il tema dello spazio. Siamo sognatori. In questo viaggio abbiamo deciso che i nostri vini sarebbero stati biologici, naturali, privi di pesticidi agricoli…”. Un sogno quindi, un’immagine, forse un gioco, che diventa il tema ricorrente della gamma dei vini. A volte le idee nascono così. Lo stile fumettoso e, ripetiamo, ironico dei packaging contribuisce a suscitare simpatia e complicità per il progetto. Con la sensazione che il vino (quello buono, senza alterazioni) possa far viaggiare come minimo la mente.

Cromatismi Autoritari di Sobria Eleganza

Monocromo #1, Passerina del Frusinate, Agricola Macciocca.

Il vitigno è di quelli poco noti e poco longevi, si dice. Mario Macciocca decide invece di creare un vino destinato a un consumo più consapevole e anche “durevole”. Siamo nel Lazio, in Ciociaria, esattamente a Piglio, località nota più che altro per un vino rosso, il “Cesanese”. In questo caso si tratta di un bianco che di “immacolato” ha anche il tema dell’etichetta, decisamente spaziosa, leggermente argentata, di sicuro strana. Potrebbe risultare infatti monotona, con quel senso di monocromia espressa anche nel nome: “Monocromo #1”. Vediamo di capire meglio. La definizione del produttore per questa linea di vini (esistono anche Monocromo #2 e #3, un rosso e un rosato) è questa: “…vini concepiti con la volontà di minimizzare l’intervento dell’uomo”. Forse per questo gli “interventi” di grafica, in etichetta, sono pari a zero. Nulla più che un fondo colorato e il nome del vino, anch’esso minimalista. L’efficacia dell’etichetta, se mai dovesse essere riscontrata, è quella di essere diversa, di esprimersi in silenzio, di non dire niente, di lasciare a chi osserva ogni tipo di “auto-emozione”. Arte minima, toni uniformi, il nulla elevato a comunicazione. A volte funziona. Il vuoto in realtà è pieno di qualcosa, recitano i tomi orientali. A noi sembra un modo di esprimersi piuttosto remissivo, rinunciatario, ma in fondo anche gli abiti di Giorgio Armani sono così, e in fin dei conti risultano molto eleganti e davvero molto richiesti.

Arte Misteriosa e Santi Protettori

Pignocco, Verdicchio dei Castelli di Jesi, 
Santa Barbara.

Arte moderna? Forse sì. Un sogno vagamente rappresentato? Può essere. Certo che questa etichetta è una delle più “strane” mai viste nel panorama vinicolo italiano. Un vortice di colori con al centro un volto. Abbastanza enigmatico, per così dire. Molte perplessità sulla sua efficacia in termini di comunicazione. Ma a volte i produttori di vino creano delle etichette in modo “affettivo”, guidati da emozioni che chi osserva dall’esterno non può o non riesce a comprendere. Il nome del vino è “Pignocco”, la spiegazione la troviamo nel sito aziendale: “Il nome è ripreso dall’antica fantasia popolare degli abitanti di Barbara che avevano soprannominato pignocco un imponente pino dalla chioma rotondeggiante situato in cima a una collina coronata dai nostri vigneti”. Notazione funzionale: nell’etichetta, in alto troviamo il nome del produttore “Stefano Antonucci” e in basso il nome dell’azienda, “Santa Barbara”. Sarebbe meglio utilizzare uno o l’altro, per non generare confusione. La spiegazione che riguarda il nome dell’azienda è legata al nome della località: “Nei secoli Santa Barbara divenne la protettrice del borgo ed è, da sempre, un’immagine cara ai suoi abitanti che fin dall’antichità ne venerano il culto. Ancora oggi siamo molto legati ad un’antica statua, custodita all’interno nell’omonima chiesa barocca ed anche ad una pala sacra risalente al Seicento, attualmente esposta nella sede del Comune di Barbara”. 

Pensieri Senza Tempo, Vini Senza Fine

Saltatempo, Passito, LunaMater.

Il concetto (e in un certo senso, il rispetto) del tempo è da sempre un elemento formante nella vita sulla terra. Filosofie a confronto. Il tempo esiste o non esiste? Questa piccola cantina di Luni (solo 2 ettari di vigne) ha deciso di “saltarlo”, il tempo. Massimo Ricci e Jacopo Neri, i due fondatori, hanno creato un passito (frutto delle varietà autoctone liguri) che travalica il dolce, che supera i preconcetti di stucchevolezza, che segna il territorio enogastronomico con il colore ambrato del sole al tramonto sul mare. “Saltatempo” è un nome che incuriosisce tanto quanto lascia aperte le porte della percezione a interpretazioni personali. Ognuno infatti, ha una propria consapevolezza del tempo. Comunque si tratta di un bel nome per un vino che non vuole avere né un inizio e nemmeno una fine. Sinergico il simbolo che viene chiamato a completare l’etichetta: una specie di spirale infinita, un cerchio che mai ritorna su se stesso, una forma di “molla epocale” che fa rimbalzare i giorni, le ore, i minuti. Il tempo che ci vuole per produrre il vino, il tempo che richiede il degustarlo attentamente e goderne la piacevolezza. La vita richiede tempo. E chi ne è sprovvisto è il più fortunato.

Bibitari Winemakers di Germania

Frauen Power, Dornfelder, Vin de Lagamba.

Cosa stappiamo oggi? Coca-Cola o birra? Il tappino in metallo potrebbe ingannare. Ma anche l’etichetta non scherza, proponendosi con codici di comunicazione tipici di una bibita. Ma andiamo a vedere chi, come e cosa. Si tratta di un produttore tedesco della regione del Rheinheissen (Essen Renano) dove il vitigno (rosso) Dornfelder regna sovrano essendo più adatto a quelle latitudini e temperature. In questo caso l’utilizzo di questa uva da noi sconosciuta ha letteralmente “fruttato” un vino frizzante, beverino, canterino. Il nome del vino, di grande impatto al centro del packaging, denuncia velleità femministe: “Frauen” in tedesco significa “donne, signore”. Quindi “potere alle donne”. La proprietaria dell’azienda si chiama Alanna Lagamba, tradendo forse lontane origini italiane. L’idea è stata quella di produrre una specie di “Lambrusco germanico”, concretizzatasi quando Alanna, a 25 anni, si trasferisce dal Canada a Berlino, incontra in una fiera del vino Martin, tedesco, e si unisce a lui in una impresa romantica e aziendale che sfocia nei lieti calici. Tornando all’etichetta, da notare sopra e sotto il nome in grande, alcune scritte come: “Beautiful, fruity, bold…”. Insomma una specie di etichetta-affissione pubblicitaria che a suo modo non manca di attirare l’attenzione. Grazie a Sara Missaglia per l’attenta ricerca e la puntuale segnalazione!

Piccole Grandi Storie della Nostra Bella Enotria

Almarisa, Gaglioppo (Rosato), Russo & Longo.

Il colore di questo Rosato Igt Calabria attira l’attenzione. Non di meno la sua etichetta che ha una storia da raccontare: la Dea Nike e le monete di Petèlia. Riportiamo integralmente l’interessante spiegazione del produttore, pubblicata nel sito internet aziendale: “Un tributo alla storia di Petèlia, fedele colonia romana che diede i natali all’attuale città di Strongoli, rivisitato in chiave moderna per guardare al futuro senza dimenticare gli antichi fasti di un passato glorioso. È quanto si cela dietro l’etichetta di Almarisa, il nuovo rosato tradizionale della cantina Russo & Longo, che in un sincero omaggio alle radici del territorio petelino e alla sua monetazione antica, avvolta da un azzurro intenso, rappresenta graficamente in primo piano la Dea Nike, divinità della mitologia greca simboleggiante la vittoria, la cui figura venne utilizzata intorno alla fine del IV secolo a.C. proprio in alcune monete battute dalla zecca di Petèlia, concessa durante l’impero romano. La storia racconta, infatti, che i primi contatti tra Roma e Petèlia risalgono al 278 a.C., epoca in cui l’attuale Strongoli cade sotto l’egemonia romana per mano del console Publio Valerio Levino stringendo un forte patto di amicizia con Roma e iniziando al contempo a sperimentare un periodo di autonomia. Col passare del tempo i legami tra le due popolazioni si rafforzano sempre di più e in occasione della seconda guerra punica, che vide la vittoria di Annibale nella battaglia di Canne, Petèlia per ben undici mesi resiste strenuamente all’assedio dei cartaginesi. Una prova di fedeltà che in seguito alla vittoria romana fu ricompensata con la città dichiarata libera e federata ma soprattutto con il diritto a battere moneta. Da quel momento in poi prendono vita una vasta serie di emissioni in bronzo tra cui spicca proprio l’oncia scelta per rappresentare l’etichetta di Almarisa, una moneta raffigurante il volto di Ares sulla parte anteriore e sul retro l’immagine della Dea Nike che tiene con sé la corona della vittoria. Un particolare riferimento archeologico che testimonia con orgoglio la passione con cui la nostra cantina sottolinea l’importanza legata alle origini del proprio territorio, caratterizzato da un invidiabile patrimonio storico che, ancora oggi, si tramanda di generazione in generazione”.

Vedo Nero, Bevo Bianco

Mosquita Muerta, Chardonnay-Semillon-Sauvignon, Jose Millán,

Lo strano nome di un vino argentino, della zona di Mendoza, e della sua etichetta molto visibile. Partiamo dal nome (che funge anche da nome dell’azienda): "Mosquita Muerta". Noi italiani possiamo facilmente tradurre dallo spagnolo e quindi chiederci cosa può esserci dietro a un nome così particolare. Ci viene in aiuto il produttore stesso, spiegando in prima battuta, nel proprio sito internet che “Mosquita Muerta è un'espressione che viene usata per descrivere una persona con apparentemente scarso potenziale di successo che finisce per compiere un'impresa notevole. Jose Millán ha scelto questo nome per il suo progetto per deridere coloro che nella regione dubitavano del suo potenziale come imprenditore del settore vinicolo”. Un nome orgoglioso, dunque, oltre che curioso. Non contento, il fondatore dell’azienda crea un’etichetta dalla grafica molto forte, impattante, quasi prepotente. Una grande “X” occupa interamente la grafica. Discutibile il colore nero, visto che nel nome del vino si accenna alla “morte”. Il nero e la croce (la “X” in sostanza lo è) portano a percezioni cimiteriali se non si è in giornate particolarmente soleggiate dal punto di vista psico-fisico. Resta il coraggio di proporsi così, in un modo che potremmo definire sfacciato, ma anche, positivamente, con grande sicurezza di sè.

Andiamo a Ballare con gli Assiri

Abballé, Biferno Rosso Riserva, A.G.C.

Lo strano caso di questo italico vino rosso, venduto a quanto pare in Portogallo e Brasile, inizia dal non meglio precisato produttore “A.G.C.”. Probabilmente solo un esportatore/distributore. Ma questo non riguarda la nostra analisi sull’etichetta. Il nome del vino innanzitutto: “Abballè”. Si tratta della forma dialettale molisana e pugliese di “andiamo a ballare” che evoca subito immagini festose della nota Taranta (che diventa Tarantella, a Napoli). Bello il concetto che veicola (allegria, convivialità) ma il nome risulta slegato dal packaging dove vediamo dei geroglifici o qualcosa di simile. Incuriosiscono questi strani tratti tra la grafia e l’iconografia, come per molti altri alfabeti orientali del genere (vengono in mente quelli cinesi e giapponesi). La spiegazione arriva con un breve testo posizionato subito sotto l’immagine centrale: “Nel sud Italia ancora oggi si tramanda un antico dialetto la cui scrittura deriva da quella cuneiforme assiro-babilonese”. La chiave dell’enigma sembra quindi essere il riferimento storico agli Assiri. Certamente arrivati via mare ad occupare fisicamente e culturalmente quelle coste mediterranee esposte a sud-est. Completiamo l’informativa dicendo che il Biferno Rosso è un vino prodotto nella provincia di Campobasso (Molise) prevalentemente con uve Montepulciano (d’Abruzzo) e Aglianico.

Molte Originalità in un Solo Vino

Qui e Ora, Trebbiano di Spagna, 
Angol d’Amig.

La dinamica filosofica che sottende a un nome così, “Qui e Ora”, è stata già ampiamente commentata in ogni aspetto e derivazione. Non ci attarderemo quindi anche noi su questo tema, ma giova sottolineare che il nome del vino, breve e incisivo, esprime un concetto molto valido per il prodotto e per il tipo di gestione che questa piccola azienda modenese mette in atto. Si tratta di un sorprendente Metodo Classico ottenuto da un vitigno che normalmente viene utilizzato per fare aceto balsamico. Inoltre, la sfecciatura non viene effettuata: la bottiglia viene venduta con i suoi lieviti nel collo (a testa in giù) e la sboccatura la deve effettuare chi poi vuole stapparla e godere quindi del suo contenuto. Attira la grafica molto elementare ma pulita e “genuina” (come il vino, l’unico in Europa fermentato in vigna, tra i filari). Meno di 1000 bottiglie per sancire una certa originalità del progetto portato avanti dal 2013 da Marco Lanzotti, ex-sommelier in sala, ora vignaiolo convinto. Incuriosisce anche il nome dato all’azienda: “Angol d’Amig”, in dialetto modenese, “angolo dell’amico”. Passione e amicizia, in vigna e a tavola: il vino eleva e allieta gli animi. Grazie a Sara Missaglia per la segnalazione!


Mendoza Chiama Italia (o Viceversa)

Alma Gemela, Teroldego, Onofri Wines.

Questa etichetta originale, di forma triangolare, viene da una nota zona vinicola dell’Argentina, Lavalle, nei pressi di Mendoza. Non stupisce l’utilizzo di vitigni tipicamente italiani, infatti anche i cognomi dei titolari suonano molto familiari: Mariana Onofri e Adàn Giangiulio. L’azienda nasce nel 2014 ad opera di Mariana, sommelier e winemaker con esperienze in Francia e Uruguay. Le etichette dei vini di questa giovane azienda sono molto particolari nella forma, nella cartotecnica quindi. E si fanno notare. La punta di un triangolo imperfetto sale verso il collo della bottiglia. La carta è di quelle speciali ma i ghirigori abbastanza seriali. Il nome di questa linea di vini invece ci piace: Alma Gemela. Tradotto in italiano sarebbe “anima gemella”, un concetto molto pregnante sia in considerazione delle relazioni tra il coltivatore e la sua terra, così come tra esseri umani e natura in generale. Il nome del vino è scritto con la seconda “E” girata, speculare, contraria. Questo attira l’attenzione, cattura gli occhi con il meccanismo della “storpiatura” che il cervello subito registra. Inoltre questo piccolo trucco enfatizza il nome stesso evidenziando la “gemellarità” delle due “E” che “si specchiano”. Sorvoliamo sull’utilizzo di vitigni autoctoni italiani… oltre al Teroldego, nella gamma di Onofri Wines troviamo anche Fiano e Bonarda. Il gemellaggio tra Italia e Argentina non sarà perfettamente geologico, ma storico e culturale quello sì.

Parole, Parole, Parole… Anche Troppe.

Terra di Rosso, Piedirosso, Galardi.

Il “problema” di questa etichetta è quello di essere troppo descrittiva. A volte quando si cerca di “fare di più” in realtà si ottiene di meno. La comunicazione non è come il lavoro a cottimo, dove se faccio di più, produco di più e ottengo di più. Comunicare è dare spazio, con i ritmi grafici giusti (lo spazio non è un vuoto, è parte integrante del tutto). “Quanto basta” direbbero le ricette di Giallo Zafferano (dello zafferano, a proposito, ne basta poco sia pure di buona qualità). Ed ecco che anche gli ingredienti di una etichetta ben riuscita dovrebbero essere “pochi ma buoni”. Ma veniamo a questa bottiglia di un produttore di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Sullo sfondo abbiamo una mappa antica del Golfo di Gaeta con molti riferimenti (parole, nomi) geografici. Questo crea confusione con gli altri testi presenti nel packaging, come il nome del vino, logicamente, quello del vitigno, l’indicazione dell’IGT, il nome del produttore e così via. Fortunatamente il nome del vino, dell’annata, del vitigno e del produttore sono in rosso (color mattone), quindi emergono dalla mescolanza. Purtroppo si evidenziano anche errori di impaginazione, ad esempio dove parte dei tracciati geografici quasi si sovrappongono ad alcune parole, senza respiro, senza “spazi vitali” utili alla fruizione dell’etichetta e delle informazioni che contiene. Si tratta di un curioso caso laddove la parte grafica collide con quella geografica, giusto per giocare ancora un poco con le parole.

La Vite Viva di una Vernaccia d’Oro

Tollena, Vernaccia di San Gimignano, Borgo Tollena.

Tra le tante proposte agrituristiche che fluttuano attorno alla cittadina di San Gimignano questa azienda, diretta da Barbara Bernardi, si distingue anche per le etichette dei vini prodotti in proprio. Nella gamma a disposizione dei frequentatori del borgo e di molti altri winelovers abbiamo scelto questa classica Vernaccia di San Gimignano, contraddistinta da un packaging dalle valenze artistiche ma anche tecniche. Il design è molto semplice. La complessità, se vogliamo, è data dal rilievo dell’inchiostro speciale in oro, che si nota sia in fotografia che, logicamente, al tatto avendo a disposizione la bottiglia. Si nota ormai abbastanza di frequente l’utilizzo di inchiostri in rilievo, ma in questo caso si nota ancora di più in quando lo spessore è rilevante, pastoso, intenso, materico. In alto vediamo il nome del vino (che distingue anche l’azienda agrituristica), al centro l’immagine stilizzata di una donna-vite con due braccia-tralci a sorreggere grappoli d’uva. L’abbinamento iconografico tra essere umano e tralcio di vite è stato nel tempo molto utilizzato. In questo caso notiamo uno stile artistico, quasi scultoreo, con un carattere molto personale nonché coraggioso, nel proporre qualcosa di insolito e forse non per tutti. Elevare la comunicazione è sempre un rischio, parlare il linguaggio delle moltitudini è più facile e sbrigativo.

Etichette di “Clausura” in Alto Adige

Glassier, Sauvignon e Lagrein, Glassierhof.

Queste due etichette che vestono i due vini di punta di questa azienda, cromaticamente attirano l’attenzione. Colori abbastanza insoliti e una grafica sia pure semplice conferiscono una sorta di originalità. Tre elementi: una foglia di vite, a destra, defilata, il nome del vino (e del produttore al tempo stesso) al centro, in corsivo, il nome del vitigno in alto (con l’annata). Il titolare di questa azienda altoatesina, Stefan Vaja, ci fa sapere, scrivendolo nel proprio sito internet che “…la denominazione "Glassier” deriva dal nome latino "clausura" (un “clos” per i francesi) che veniva usato, come anche nel caso del Glassierhof (nome della tenuta) per i terreni rinchiusi (circondati) da una muraglia. Il maso è da 9 generazioni di proprietà della nostra famiglia. Le uve vengono prodotte secondo il disciplinare CEE 2092/91, che regola l' agricoltura bio-organica…”. L’unico vero problema di questa etichetta è la leggibilità del nome in corsivo: in particolare le due “s” centrali possono essere equivocate. Un piccolo vezzo artistico: il puntino della “i” ha lo stesso colore del nome del vitigno. 

Z come Zen come Zizanie come Zenitude

Zizanie, Clairette, Mas Zenitude.

Continuando con l’analisi del simbolo “Z” nella comunicazione del vino (e non solo, visti i recenti accadimenti mediatici e geostrategici) scopriamo un prodotto e un produttore dove la presenza di questa lettera è addirittura maniacale. Ma anche funzionale ad una comunicazione memorabile, sia detto. Si tratta di un produttore biodinamico francese che inizia le propria avventura vinologica nel 2005: Erik Gabrielson produce vini in Linguadoca con una modalità estremamente naturale, in vigna e in particolare in cantina con fermentazioni spontanee da lieviti indigeni. Il risultato, tra la sua gamma, è questo “Zizanie”, un vino che si potrebbe definire “estremo”. Il nome infatti richiama quella che in Italia chiamiamo zizzania. E il famoso detto che attiene al “seminare zizzania”, cioè il cercare di creare astio e contrasto tra persone. Tradotto dal francese, discordia. La zizzania si sa, è un’erba infestante narrata nei Vangeli, dal greco “zizànion”, sarebbe botanicamente il loglio, un simil-frumento dal quale non si possono ottenere farine alimentari, quindi inutile, anzi dannoso per le coltivazioni “buone”. Tornando alla parte superiore di questa etichetta vediamo che il logo del produttore (Mas Zenitude) è una “Z” che simula la sagoma di una persona inginocchiata in un posizione di preghiera (il tutto pervaso dai tipici riferimenti delle culture orientali). La “zenitudine” possiamo trasporla in una specie di “attitudine zen”, necessaria per condurre saggiamente l’esistenza e anche un’azienda.

La “Z” di Zorro e Altre Dicerie

Z, Vermentino e Malvasia, Quartomoro.

La potenza dei simboli è iconografica e a volte iconoclasta. I loghi, i marchi, numeri o parole, lettere o grafìe sono in grado di comunicare e infine di incidere un ricordo nella mente. Un esempio lo possiamo trovare in questo periodo storico nel “problema” generato dall’ultima lettera dell’alfabeto, la “Z”. Laddove l’esercito russo, forse inconsapevolmente, ne ha fatto un simbolo di parte. Molte aziende che utilizzavano questa lettera nei loro loghi hanno deciso di modificarlo, altre lo hanno lasciato intatto. E’ accaduto anche a questa etichetta di un vino che viene dalla Sardegna, un “frizzante sui lieviti” di quelli col tappo a corona. L’azienda, anche per altri prodotti, ha puntato sulle lettere. Probabilmente qui la “Z” sta per “frizzante”, in gamma c’è anche un vino che si chiama “Q” ma in questo caso il richiamo è al nome aziendale “Quartomoro” che si ispira alla bandiera autonomista sarda. Un vezzo aggiuntivo: il nome/marchio del produttore viene scritto in etichetta capovolto, così come altre parole che si trovano nel sito internet aziendale. Di certo questa modalità incuriosisce, ma altrettanto certamente rende difficoltosa la percezione. Ringraziamo Sara Missaglia per la segnalaZione!