Tre Allegre Comari di Campagna

Champagne Blanc de Noirs, Pinot-Chevauchet.

Che il Pinot Meunier, tra i vitigni a disposizione di chi produce Champagne, possa risultare quello più campagnolo ci può stare. Che un produttore di Champagne potesse decidere di mettere in etichetta tre improbabili comari, risulta meno plausibile. Certamente l’etichetta in questione si fa notare. Allegra, colorata, giocosa, dissacrante. Improbabili anche i vestiti delle tre figure femminili protagoniste di questa fantasiosa label di Champagne. Curiosi i loro nomi che troviamo sopra le rispettive teste: Pierrotte, Marie-Mulotte e Neuville. Sulla borsetta di quella col cappello, quella più a destra, vediamo scritto “Extra Brut”. Hanno le gote rosse, probabilmente sono delle ottime degustatrici. Generano simpatia, attenzione, e in un certo senso, affetto. Siamo sicuramente molto lontani dallo stereotipo delle etichette di Champagne, ma non ce la sentiamo di bocciare questa etichetta. C’è dell’ironia. C’è il coraggio di essere diversi. E di non prendersi troppo sul serio. Una particolarità: il produttore si chiama Pinot (come la nota famiglia di vitigni) Chevauchet. Un segno del destino.


Sotto al Cappello c’è di Più

Ribolla Gialla, Klanjscek.

L’originalità di questa etichetta non è in discussione. Innanzitutto la cartotecnica: un taglio decisamente particolare, appuntito nella parte bassa, fustellato sulla destra, intagliato al centro. Un tipo di packaging che potrebbe far arretrare chiunque, anche solo a progetto. E invece, questo piccolo produttore di Oslavia, nel Collio Goriziano (ad oggi solo 15.000 bottiglie/anno) si cimenta nella produzione di una etichetta difficile da realizzare e anche da far capire. Ma guadagna in attenzione e distinguibilità. Il vino non ha nome, per la dichiarata intenzione del titolare di valorizzare il cognome di famiglia e quindi la tradizione storica e produttiva del nonno. L’etichetta è un omaggio all’avo vignaiolo, ecco cosa leggiamo nel sito internet dell’azienda: “Se ora produciamo vino è grazie al lavoro iniziato da nonno Federico, per noi tutti Mirko, contadino solido, uomo tutto d'un pezzo, che non ha mai lasciato la vigna durante la sua vita. Un'eredità la sua non certo solo concreta, ma di valori che vogliamo tramandare, che esprimiamo con il nostro impegno, con i nostri vini ma anche dedicandogli la loro etichetta. Nonno Mirko indossava sempre il suo “slamnik”, forse non l'abbiamo mai visto separarsi da quel cappello di paglia! Le nostre etichette portano il nome di famiglia e il ricordo di nonno Mirko con questa pennellata incisiva, greve, che però è dolce ad un tempo e quasi accarezza il suo volto con il cappello in testa”. Un bel racconto, una bella storia, anche se vicenda di molti, ma che in questo caso acquista simpatia e riconoscibilità grazie alle sottolineature narrative e cromatiche che diventano un tutt’uno in etichetta. Un ottimo esempio di coraggio e determinazione.

Parole Come Riccioli d’Oro

Sofia, Chardonnay, Molino Vini.

Questa donna (e questo vino) si chiama Sofia (nell’etichetta è scritto in minuscolo: “sofia”). Il profilo femminile dorato, nella parte dei capelli, si dipana in una serie di “riccioli di parole” che da lontano vengono percepiti come chioma fluente, ma avvicinandosi alla bottiglia (o ingrandendo l’immagine) si riescono a leggere. Purtroppo la curiosità viene subito ridimensionata: le parole sono ripetitive e di fatto si tratta di solo tre accezioni, Morbido, Vellutato, Armonico che si inseguono all’infinito. Sarebbe stato bello leggere qualcosa di più, fornire cioè a questi capelli d’oro la possibilità di raccontare una storia, o di esprimere più concetti. L’immagine della donna sognante dai capelli parlanti è purtroppo “sporcata” da 4 pallini neri, una specie di costellazione della quale non comprendiamo fino in fondo le finalità. Il marchio del produttore, posto alla base dell’etichetta, si presenta con una grande M (la famiglia si chiama Molino) affiancata dalla stilizzazione di una torre antica e i “soliti” 4 pallini, questa volta allineati in basso. Potrebbe essere che queste presenze puntinate possano fare riferimento ai 3 fratelli (più un nipote che fa 4) che compongono ufficialmente la compagine professionale dell’azienda. La bottiglia è caratterizzata dalla classica scritta “Albeisa”, in rilievo, nella parte alta subito sopra all’etichetta. Ottima idea di comunicazione adottata anni fa dall’associazione dei produttori di Alba (albesi) per distinguersi elegantemente.

American Girl in Italian Label

Hey Girl!, Pinot Nero (rosé), Old Boy.

L’azienda si dichiara apertamente négociant, cioè collabora con i vignaioli ma in sostanza non produce vino, lo commercializza, sia pure assistendo attivamente a tutte le fasi di allevamento delle uve e di lavorazione del vino. Due fratelli, bocconiani, Alberto e Valeria, che usciti dalla dimensione “milanese imbruttito” si sono lanciati in una avventura più bucolica (sia pure con le leve del marketing ben presenti). A conferma di quanto scritto sopra e affermato dai titolari, sotto al marchio “Old Boy” si legge “wine négociant”. Il nome aziendale, secondo quanto affermato dai fondatori “si ispira al film coreano vincitore del Gran Prix della Giuria al festival di Cannes nel 2003. Un film diretto, un po’ torbido, che ti si conficca nell’anima. E questo è lo stile del nostro marchio e dei nostri vini. Le nostre passioni e i nostri modi di esprimerci vengono reinterpretati nel vino che facciamo”. Il nome del vino invece è “Hey Girl!”. Molto americana l’etichetta, nei colori e nella grafica. Sicuramente fuori degli schemi, certamente attenzionale, a suo modo innovatrice e trainatrice di un certo modo di fare comunicazione, soprattutto per quei vini “beverini” che soddisfano bene le moltitudini aperitivanti. Un particolare: “rosé” è scritto in etichetta con l’accento invertito (“rosè”), forse un errore, forse si intendeva riferirsi a “osé”, come indica il cromatismo in rosso della scritta. Sebbene errato anch’esso. Non giudichiamo, ma segnaliamo.

Moscato in Musica per Anime Gaudenti

SiFaSol, Moscato Bianco 
di Canelli, Scagliola.

Stiamo parlando di una tipica azienda vinicola famigliare del Piemonte. Il nonno inizia l’attività e oggi nipoti e pronipoti la portano avanti innovando nel segno della tradizione. In Piemonte, infatti, più che in altre regioni d’Italia, il “come si è sempre fatto” è un aspetto ancora molto rispettato. Qualcuno però prova a cambiare le regole, se non nella produzione del Sacro Nettare, almeno nella comunicazione, a partire dalle etichette. Questo packaging, dedicato al classico Moscato Dolce di quelle zone, si fa notare per anticonformismo, originalità e, giustamente, frizzantezza creativa. Attira il lay-out di sfondo che presenta le bollicine del vino e le colline che le originano con delle artistiche pennellate e macchie di colore. Non è bellissimo e nemmeno ben integrato nell’elaborato, il nome del produttore in alto. Ma soprassediamo. Anche perché il nome del vino, messo in bella evidenza, ha il pregio di fornire un’altra “scappatoia” alla mente: SiFaSol, tre note, si immagina allegre, che concettualmente si collocano su quello spartito artistico e pittorico dello sfondo e che,  in questa successione, dicono anche qualcosa di più: “si fa sole”. Il calore del sole trasforma la linfa in succo zuccherino e l’uva “si fa di nuovo sole”, nel vino, in bottiglia. Un sole che si ritrova nel calice e che fa risplendere i sorrisi di chi lo sa apprezzare con animo gaudente. 

Un Nome Senza Cuore

O.N.S. (One Night Stand), Colle del Bricco.

Si avvicina, come ogni anno, San Valentino. Il fatidico 14 febbraio. E con esso i negozi, i prodotti e anche le etichette, si riempiono di cuori, angioletti e ammiccamenti vari. Non trovando riferimenti in internet riguardo a questa etichetta di Colle del Bricco, immaginiamo possa essere una edizione speciale proprio in occasione del “Santo degli Innamorati”. Tutto sommato il vistosissimo cuore rosso al centro del design parla da solo. Risulta anche simpatico, quell’angioletto pingitore che sta completando la sua opera. Sorretto da una nuvola si allunga verso il cuore (si direbbe) con una specie di pennello telescopico. Fin qui tutto bene, sfondo blu notte, originalità, simpatia. Ma giungendo ad analizzare il nome del vino arrivano i problemi. Perché in inglese? Primo dubbio. E perché presentarlo con un acronimo (O.N.S.)? Si perde la poesia costruita con l’illustrazione. Il nome diventa qualcosa di “tecnico” e il tutto perde armonia. Tra l’altro, graficamente, la scritta del nome in alto sembra disassata (non centrata) rispetto all’illustrazione al centro. Insomma, una maggiore coerenza avrebbe giovato al romanticismo.

Quel Gran Tocco di Rosatello

Mormaj, Colline Pescaresi Igt Rosato, Tocco d’Italy.

L’analisi di questa etichetta non è facile. Non c’è niente da dire e forse ci sarebbe molto da fare. La semplicità, certo, è una delle chiavi di volta del packaging. Ma in questo caso viene espressa con elementi che non incidono e con qualche discrepanza. Quello che vediamo è una collina rosa (il vino è un rosato: ci può stare) che potrebbe rappresentare anche il fluido stesso contenuto nella bottiglia. Il nome del vino, scritto con un carattere poco leggibile, richiama assonanze orientali, nipponiche, fuorviando la comunicazione. Come nasce questo nome? Dall’unione di Monti MORrone e MAJella, dalla toponomastica dove ha sede l’azienda vinicola in questione. Nome di fantasia ma “pescato” un po’ a caso, generando un nome sicuramente fonetico (rotondo) ma poco significativo, quindi poco memorabile, se non viene spiegato. “Mormaj” richiama, “ormai”, oppure un “mormorare” e anche la parola “mai”. Insomma, leggendolo, il cervello cerca appigli e non trova nulla di interessante. Per il resto l’etichetta si presenta in bianco con scritte di legge centrate. Ultima osservazione: il nome del produttore “Tocco d’Italy”. A parte il suo significato esplicito, deriva anche dal fatto che la sede dell’azienda si trova a Tocco da Casauria (nome di località alquanto particolare). Avremmo preferito un più lineare Tocco d’Italia, avrebbe avuto senso e comunque leggibilità anche all’estero, senza imitare per forza i noti Eataly e Vinitaly.

Gli Amici del Nemico sul Lago di Nemi

Nemico, Malvasia di Candia e Trebbiano, Icaro (I ca ro) Vino.

Sotto il cappello concettuale del claim “Vini imprudenti dei Castelli Romani”, presentato nel sito web, si cela questo bianco dall’etichetta quanto meno bizzarra. Ma vediamo prima i nomi che caratterizzano questa proposta. “Nemico” è il nome del vino: deriva dal Lago di Nemi che si trova nei pressi della cantina a Genzano di Roma. Icaro è il nome dell’azienda produttrice. Non abbiamo idea della ragione per cui viene scritto in questo modo (I ca ro), si presume prendendo parte dei nomi dei tre amici fondatori. Veniamo alla grafica dell’etichetta. La modalità con la quale si è deciso di proporre le informazioni può ingannare: il nome Icaro più in grande farebbe pensare al nome del vino, mentre Nemico in piccolo e in basso potrebbe essere il nome della cantina. Invece è l’opposto. In alto vediamo una specie di logo: un grappolo fumettato con gli occhiali da sole. Un grappolo “rock” con le gambette e le braccia. Non bellissimo, piuttosto techno. I caratteri di scrittura dei testi presenti nel packaging sono molto duri, squadrati, tipografici, statuari. Richiamano una certa rigidità grafica. Alla base un tassello colorato, giallo pallido, dello stesso colore del grappolo in alto. Che dire? Non vogliamo utilizzare parole scomposte per esprimere giudizi: l’etichetta è già abbastanza “scomposta” di suo.

Un Viaggio Andata e Ritorno

Portami Via, Ciliegiolo, Podere Sassi.

Tra le etichette coraggiose, innovative, senza remore, annoveriamo sicuramente questa, relativa a un Ciliegiolo in purezza, nato ai confini tra Umbria e Lazio. Piccola azienda biologica che ha scelto la simpatia per caratterizzare le proprie etichette. Valga come esempio questo “Portami Via”, corredato da un razzo extraplanetario (gli altri nomi dei vini in gamma non sono da meno: Coraggio, a Riveder le Stelle, i Sogni, a Piccoli Passi, Evviva). Il packaging è semplice: fondo nero sul quale appaiono il nome del produttore, il nome del vino, un razzo che si allontana dalla terra, la dicitura vino rosso. Al posto del classiamo puntino, sulla “i” di “Portami” c’è una stella, probabilmente quella polare, ad indicare la via. Il senso di tutto ciò cerchiamo di definirlo noi: il vino genuino, quello che non fa male, come veicolo di “viaggi” sensoriali e psicologici che attuano il distacco da una realtà a volte ingombrante. In ogni caso un viaggio tra i colori, i profumi, la storia, la cultura e la tradizione del vino. Certo che questo allontanamento da Madre Terra fa pensare. Diciamo che è previsto anche il ritorno, come nelle moderne navicelle spaziali che hanno esplorato il cosmo negli ultimi anni.

Pino, Pigne e Pinot inTerra Alsaziana

Pino, Blend di Pinot, Geschickt.

Questo vino si chiama “Pino”. La rima non è voluta, anzi è una stranezza perché a fronte di un nome in italiano il produttore è francese. Se francesi si possono considerare gli alsaziani (loro sono più contenti se li definiamo tedeschi: il cognome del produttore è eloquente). Siamo dunque di fronte ad una etichetta particolare, anche nella grafica, come si può vedere. Il modo di scrivere il nome, il suo colore, la disposizione degli elementi: davvero poco classica, davvero molto “antagonista”. Ma perché chiamare un vino “Pino”? La risposta sta nella composizione dell’uvaggio: Pinot Auxerrois, Pinot Blanc, Pinot Noir e Pinot Gris. Più “Pinot” di così non si poteva. Tutti insieme. Si sa che le uve Pinot in genere, prendono questo nome per la conformazione del grappolo, a forma di pigna. Tornando al nome di questo vino e a come viene presentato in etichetta notiamo che la “i” di Pino può essere anche una “t” svelando, in un certo modo, l’arcano. Certo che l’etichetta risulta molto diversa da quelle in uso in quella zona vinicola. E anche il coraggio di chi l’ha pensata e adottata è encomiabile. 

La Perfezione dell’Imperfezione

Imperfetto, Cabernet Sauvignon, Imperiale.

Nulla è perfetto o almeno niente dovrebbe esserlo, a voler guardare a certe filosofie orientali che molto hanno da insegnare in Occidente. Diciamo subito che il vino in questione costa attorno ai 50 Euro (a bottiglia, non a “cartone”) e questo, forse, è il primo segnale di “imperfezione” (del tutto soggettivo, logico). Il nome del vino, “Imperfetto” viene concettualmente confermato da una delle più strane etichette in commercio, in quanto incollata storta. Quindi non tanto per la grafica che si presenta molto normale, classicheggiante, senza guizzi se non, appunto nel nome, a denunciare una imperfezione (negative approach, si chiama, in comunicazione). Quindi abbiamo un’etichetta storta, asimmetrica, diagonale, tangenziale, anomala, sincopata. Anche il rettangolo in alto (unica concessione a una forma illustrativa), contenente il profilo di una donna, molto fashion, è posto in modo disassato. Per il resto, scritte centrate e ordinate. Se vogliamo cercare un’altra imperfezione la troviamo nel fatto che, come spesso accade nelle aziende vinicole, ci sono molti nomi ai quali fare riferimento: il dominio del sito è “Imperiale Bolgheri”, il nome ufficiale dell’azienda sembra essere “Imperiale”, ma si trova spesso, anche sulle etichette, il nome del titolare, Matteo Frollani. Sarebbe molto meglio prendere una direzione unica e definitiva. Della presunta ed eventuale imperfezione del vino (cioè a cosa sia legato il nome in questione, oltre alla “stortatura” della cartotecnica) non vi è traccia nel racconto che troviamo nel web del produttore. Troviamo però una cosa curiosa nello shop on-line: un merchandising a marchio aziendale che propone T-shirt e occhiali da sole: il mondo è bello perché vario (e con idee sempre nuove).

Un Signor Cavallo Umbro

Esimio, Grechetto (e altri bianchi), Eraldo Dentici.

Una bella e alquanto semplice illustrazione contraddistingue questa etichetta umbra. Si tratta di un cavallo acquarellato, soggetto molto utilizzato nell’arte e spesso nel packaging dei vini. Questo in particolare sembra davvero ben realizzato, con un’anima propria, con uno stile che si fa notare, sia pure con estrema semplicità. È la dote straordinaria del genio, la semplicità. Notiamo anche il nome del vino, che incuriosisce: “Esimio”. Si intende dare dell’esimio al cavallo? Forse no. Forse all’artista che l’ha eseguito. In ogni caso esimio, dal latino eximius, secondo Treccani significa “di rare qualità, egregio”. Un “signor vino” insomma, sia pure scomodando una nota catena di enoteche italiane che, per inciso, ha trovato a nostro parere un nome azzeccato. Tornando a questa etichetta, molto equilibrata, quasi classica, notiamo in alto il marchio del produttore, una D incentrata in un cerchio rosso.

100 Anni Dedicati al Vino

100 Kent’Annos, Mandrolisai Doc, 
Cantina del Mandrolisai.

Di primo acchito potrebbe sembrare un vino del Kent (in latino Cantium, regione a nord-est di Londra con capoluogo Canterbury). Niente di più avverso: siamo nel Mandrolisai, regione della Sardegna centrale. Certo quel nome, “Kent” potrebbe ingannare. Subito dopo c’è scritto Annos e quindi si inizia a fare dei collegamenti anche per la presenza del numero 100, logicamente. Il nome del vino completo è quindi “100 Kent’Annos”. Interessante il “rational”: “In Sardegna esiste da sempre un grande principio… il rispetto per le persone anziane! Sono loro che ci hanno lasciato le vere ricchezze e ci hanno insegnato i veri valori di questa terra. Ed è per questo che solo qui, nella serenità delle cose, con aria pura, cibo sano e ottimo vino, possono vivere così a lungo”. Ci sta tutto. E anche con grande ammirazione per questa affermazione. L’azienda aggiunge, ed è importante: “Kent’annos è la prima linea vini che la cantina del Mandrolisai ha dedicato al suo territorio, un territorio oggi conosciuto anche per la straordinaria presenza di un numero elevato di persone centenarie. In base alle tante ricerche volte a capire l’elisir di lunga vita, che avvolge il mistero di queste persone, ossia il segreto, la ricetta, gli elementi che compongono questa straordinaria longevità, si è arrivati a stabilire che elementi fondamentali di questo percorso fortunato di vita siano il territorio, la serenità, il cibo. Ma componente fondamentale accertato dell’alimentazione di questi fortunati centenari, o quasi centenari, è il vino”. Giù il cappello! Anzi su, perché, tornando all’etichetta in questione, il centenario ivi rappresentato ha un cappellino, tipo coppoletta, tipico del luogo. Davvero originale il racconto, ma anche molto radicato. E davvero originale l’elaborato del packaging con il nero a fare da base e i particolari in rosso ad attirare l’attenzione. Molto bene.

Etichetta “da Parati” in Tono Barocco

Il Barocco, Vino Rosso, Perego & Perego.

Un vino in una veste particolare, in quanto composto da Croatina, Moradella, Vespolina e Barbera, e per quella livrea elegante con la quale si presenta al mondo. Il nome è “Il Barocco”, e andiamo subito a scoprire cosa c’è dietro questa accezione storico-culturale: la parola barocco che indica un movimento ideologico nato in Italia verso la fine del XVI secolo, deriva da una parte dal francese “baroque”, simile al portoghese “barroco” e allo spagnolo “barrueco”, nel significato di “perla di forma irregolare” (in italiano “scaramazza”) e d’altro canto viene utilizzata in senso estetico per indicare qualcosa di innovativo in quanto bizzarro. Rimane in ogni caso la sua origine come termine derisorio e quindi negativo. Musica, arte o cultura barocca, fatto sta che ci ritroviamo un’etichetta con una texture, appunto, barocca. Cioè quello sfondo blu carta da zucchero (la carta da zucchero veniva utilizzata per impacchettare lo zucchero venduto al dettaglio in quanto in grado di generare, per contrasto ottico, un effetto di "sbiancamento" quando il prodotto era poco raffinato e quindi di colore giallastro) con quei ricami che fanno un po’ carta da parati. Originale, in alto, l’annata scritta in verticale (ma poco leggibile). Lineari, ordinate e preziose (in oro) le scritte del nome del vino e del nome dell’azienda, alla base. Nel complesso si tratta di un’etichetta elegante, che stimola sensazioni arcaiche, artistiche, religiose e culturali che male non fanno anche a un vino dai vitigni non troppo nobili.

Trutta, la Trota che “Rutta”

Trutta, Shiraz.

È proprio questo il nome del produttore australiano della regione del Central Victorian, del quale parleremo in questo post: Trutta. Viene il sospetto che questo nome aziendale possa aver avuto origine dalla parola italiana “trota”. A parte le illustrazioni delle etichette che riguardano tutte dei pesci, e in particolar modo questa, dello Shiraz, che raffigura proprio una trota di fiume, nelle pagine del sito web troviamo questa affermazione: “Trutta is inspired by our family's love of fly fishing. The connection one feels with nature when fishing a pristine high country stream, is something we hold dear. This connection to nature, and the growing seasons expressed in our vineyards, is what we strive to portray in our wines”. Davvero curiosa questa modalità di riferirsi in modo così specifico al mondo ittico. Anche perché, si sa che, in particolare, il vino rosso con il pesce poco ci azzecca. Forse in quelle lande sperdute e in generale nei paesi di lingua anglosassone non si fanno tutti i problemi che ci facciamo noi europei nell’abbinare cibo e vino. Fatto sta che sull’etichetta di questo Shiraz guizza una bella trota. Altro discorso, se davvero l’ispirazione del nome “Trutta” viene dalla parola “trota”, sarebbe quello di verificare sempre le lingue affini e attigue di un nome, giacché “Trutta” in italiano suona un po’ come “rutta”, risonanza non piacevole, sia foneticamente sia culturalmente. Ci consoliamo dicendo che tutto sommato il moto digestivo alla fine (del pranzo o ancora meglio della cena) fa gioco e fa bene.

La Sofferenza del Merlot, nelle Marche

Pathos, Marche Rosso Igt, Cantina Santa Barbara.

Iniziamo con il nome della cantina, Santa Barbara, che è tutt’altro che di fantasia; si scopre subito, infatti, consultando il sito del produttore, che la sede dell’azienda è a Barbara, anche nome di donna, ma nelle Marche nome di un paese che si trova nell’entroterra di Senigallia. Il nome deriva infatti dai “barbari” Longobardi che lo abitarono nel IV secolo. L’aggiunta di “Santa” non viene quindi da qualche patrona o mistica della zona. Così formulato, però, può far venire in mente un’altra accezione, quella relativa a una polveriera, deposito di esplosivi. Dice la nomenclatura che Santa Barbara è la martire di Nicodemia, uccisa da suo padre, a sua volta deceduto, subito dopo, colpito da un fulmine. Ecco perché, con l’invenzione della polvere da sparo, nei depositi veniva affissa l’immagine della Santa per scongiurare, per intercessione suprema, il pericolo di esplosioni. Ma veniamo al nome del vino, Pathos, piuttosto diffuso in ogni genere di settore merceologico, essendo una parola ormai entrata nell’uso comune (dal verbo “soffrire”, ma anche impeto, calore, intensità emotiva). In questo caso è scritto in greco, e per chi non conosce questa lingua antica, risulta indecifrabile (nel retro etichetta viene scritto in lettere normali, per cui, girando la bottiglia si può leggerlo tranquillamente). Certo che in generale l’etichetta è di quel tipo di elaborazioni grafiche che lascia perplessi, forse volutamente evanescente, un po’ misteriosa, poco esaustiva (sul fronte) se non per la scritta, originale questo sì, alla base del packaging, con il millesimo di vendemmia.

Le Gesta di Egesta a Segesta

Egesta, Grillo, Aldo Viola.

Tra le etichette più semplici sulla faccia della terra, annoveriamo questa, relativa a un vino “orange”, frutto dell’ispirazione e del lavoro del produttore Aldo Viola. Il territorio è quello siciliano, nei pressi di Alcamo, dove regna libero e felice il Grillo (anche quello che canta in estate, ma qui si tratta del vitigno). L’azienda vinicola opera in regime biologico purista naturalista estremo. Ma torniamo all’etichetta. Su fondo chiaro, in alto leggiamo il nome del vino, Egesta. Si tratta di un personaggio femminile della mitologia greca, vi risparmiamo la storia completa, molto intricata, stile telenovelas argentina ma di più. Salvo il fatto che in un certo modo la faccenda riguarda anche la fondazione della città di Segesta (sede ancora oggi del noto tempio greco). Al centro dell’etichetta vediamo in piccolo il nome del già citato vitigno autoctono siciliano. Alla base il logo aziendale formato da due divinità gemellari con le iniziali A e V, che stanno per Aldo Viola, nome ripetuto alla base dell’etichetta, all’esterno della spartana cornice che racchiude il tutto (quel poco che c’è, insomma). I grandi spazi “puliti” nel design non sono negativi, anzi. Lasciano agio e visibilità agli elementi grafici che vengono collocati nell’elaborato. Certo che qui siamo di fronte a un minimalismo forse esagerato. Diciamo che se in questo modo il produttore intende esprimere la naturalità del prodotto, con pochi e semplici elementi anche in etichetta, possiamo comprendere.

Vino Rosso in Bottiglia Lattea

Alternativ (Wein), Zweigelt, Schrammel 2.0.

È davvero “alternativo” questo vino austriaco. Di nome e di fatto. Non sfugge innanzitutto che la bottiglia non è in vetro bensì in ceramica. Total white. Certo un modo davvero originale per staccarsi dalla concorrenza sullo scaffale. A parte il bianco assoluto della bottiglia, non sfugge nemmeno l’estremo minimalismo del design in etichetta: poche indicazioni, centrate, ordinate, che nuotano in un oceano bianco (questo non è assolutamente negativo, anzi). Al centro del packaging vediamo il nome del vino, reso in modo molto particolare, tra la formula matematica e la sintassi ufologica. Insomma, lì al centro c’è scritto “Alternativ”. Nome che viene riportato anche alla base: forse il produttore non è così sicuro che tutti quanti riescano a interpretare l’enigma. Sopra al nome del vino due triangoli intersecati aggiungono mistero. Per quanto riguarda il prodotto vero e proprio, cioé quello che c’è dentro a questa strana bottiglia, è tutto molto normale: vino rosso, fermentazione in acciaio, vitigno tipico della regione Niederösterreich, cioè lo Zweigelt. Se accettiamo la dicotomia che un vino rosso può presentarsi dentro a una bottiglia del latte, allora tutto bene (a parte il prezzo, 25 Euro).

Fare la Scarpetta (col Maiale)


Timido, Pinot Nero Spumante Rosé, Scarpetta Wine.

Proprio così, il nome di questa azienda, “Scarpetta”, fa riferimento a quel gesto cosi familiare che si compie (generalmente non al ristorante, meglio tra le pareti di casa) alla fine di un piatto, per raccogliere col pane anche l’ultima sporcatura di intingolo. Nel sito, rigorosamente in inglese visto che i vini in questione vengono commercializzati solo nelle Americhe, questo “accorgimento” viene spiegato così: “True to Italian traditions, part of everyday meals include drinking good wine, great conversation, and little moments of celebration. Scarpetta was created as an homage to this lifestyle. Scarpetta refers to a small piece of bread used to soak up the last bit of delicious sauce on your plate that you can't possibly leave behind”. In tutte le etichette della gamma Scarpetta campeggia, diciamo pure che trionfa, un grosso suino. Viene probabilmente anch’esso proposto come simbolo di italianità (certo non stilosa) al pari del nome dell’azienda attraverso la già nota e sopra citata “presa di sugo”. Le bollicine rosate qui rappresentate hanno anche un nome: Timido. Forse riferito anch’esso al maiale che se ne sta “sulle sue” nel packaging senza grufolare oltremisura. Sicuramente simpatica. Molto particolare. Genera riflessioni.

Un “Dipinto” Senza Gloria

La Pitturina, Bonarda Ferma, Poggio Rebasti.

Crediamo di essere proprio di fronte a una etichetta senza possibilità di appello. Le motivazioni sono diverse ed evidenti. Ma vediamo di analizzare il tutto in ordine “di apparizione”. In alto vediamo il logo del produttore, “Poggio Rebasti” (cognome di famiglia), un logo ovale, stile anni ‘60, piuttosto anonimo, simile a molti altri, insomma senza gloria né memoria. Al centro dell’etichetta c’è un disegno, accennato, quindi molto approssimativo, che rappresenta un grappolo. Non riusciamo a definirlo artistico, diciamo che non riesce a conquistare l’attenzione, anzi, esteticamente sembra essere deficitario, senza velleità dal punto di vista creativo. Alla base del packaging ecco il nome del vino, “La Pitturina”. Leggiamo la spiegazione offerta dall’azienda nel proprio sito internet: “Col termine Pitturina si identifica un vigneto che da sempre produce uve nere atte a dare vini rossi di qualità caratterizzati da ottima struttura e dall’intensa carica antocianica da cui il nome della vigna. Il colore di questo vino è talmente intenso che i nostri padri dicevano che ” poteva essere utilizzato per pitturare”. Il senso c’è: un vino molto denso, scuro, cromatico, come un inchiostro. Ma la definizione che origina dalla parola “pittura” non è certo elegante. Un diminutivo che sminuisce. Possiamo dire che si fa capire, ma anche che non aggiunge spessore comunicativo all’insieme. Attorno a questi tre elementi una semplice cornice a riquadrare (anzi, a “rettangolare”) il tutto. Non c’è infamia, ma nemmeno possibilità di lode.

Tacchi, Nacchi e Datteri nel Logudorese

Nacchinono, Blend di Rossi, Tenute Rossini.

“Siamo” in Sardegna, ad analizzare l’etichetta di questo vino rosso, targato Isola dei Nuraghi Igt, cioè un blend di Cannonau, Cabernet Sauvignon e Syrah. Lo sfondo è costituito dalla tipica “carta da pacchi”, color nocciola, leggermente goffrata, sulla quale si stagliano alcune forme grafiche a rappresentare dei calici (quelle linee rosse), alcuni cerchi più sfumati (forse richiamano disegni antenati), il marchio del produttore (una R con al centro un calice), scritte di legge alla base e naturalmente il nome del vino, in alto, ben visibile. Nome strano, difficile da pronunciare e da decifrare. Ma in questo caso ci giunge in aiuto un breve testo contenuto nel sito del produttore: “Nacchinono, l’ultimo nato in Tenute Rossini è stato chiamato come una ricorrente esclamazione in (dialetto) Sardo Logudorese: Nacchi nono!!! Sarcasticamente “hai visto? Dici di no?”, si usa per acclamare una scommessa vinta”. Bene, la storia c’è. Diciamo la sponda concettuale. Curiosa, narrabile, territoriale. Rimane il fatto che la memorabilità del nome non è facile. Non è agevolata. Almeno per chi sardo non è. Per il resto, l’etichetta appare molto spartana, tecnicamente corretta, giustamente originale (ma non troppo), sufficientemente avvistabile.

Uccellacci e Uccellini in Chiantishire

The Raven, Sangiovese, Podere Erica.

Il corvo, si sa, non è mai stato molto simpatico. E’ nero. Dicono anche che porti sfortuna. E soprattutto “pilucca” golosamente gli acini d’uva maturi, rovinando il raccolto. Allora meglio il merlo (dal quale, sembra, il nome del vitigno Merlot). Ma torniamo a noi, e a questa variopinta etichetta di un Sangiovese beverino della zona del Chianti. Come si può vedere il nero dell’uccellaccio viene ampiamente sdoganato da una sventagliata di colori arcobalenanti, alle sue spalle. Non che questo riesca a mitigare gli influssi corvacei, ma insomma i colori servono a rallegrare l’attenzione. Veniamo al nome del vino, “The Raven”. Che sarebbe “il corvo” in inglese. La ragione dell’utilizzo della lingua anglosassone, crediamo possa risiedere nella nazionalità dei due proprietari, Neal e Jan Dempsey, americani. Mentre l’enologo è italiano, Marco Giordano.  In alto troviamo il nome dell’azienda, Podere Erica, fortunatamente in italiano. L’illustrazione dell’etichetta è realizzata in modo pittorico, con un tratto di certo non raffinato. Questo non contribuisce a fugare i timori apotropaici che sopravvengono nell’osservare il mefistofelico pennuto nero. In generale si tratta di una etichetta che attira l’attenzione ma che manifesta qualche problema concettuale, a monte.

Enigma Semantico sulle Colline Pisane

Lo Sbiado, Rosso Igt Toscana, la Chientima.

Strano il nome del vino (un blend di Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino e Buonamico), ancora più strano il nome dell’azienda che lo produce. Ma andiamo con ordine, iniziando proprio dal nome del produttore, sito in Toscana, a Terricciola, sulle Colline Pisane: la cantina si chiama “la Chientima”. Da alcune ricerche in rete sembra proprio che questo nome origini da una località detta Chientina (con la “n”) nei pressi del comune dove ha sede l’azienda in questione. Forse la leggera deformazione del nome, utilizzando la “m” invece che la “n”, potrebbe far pensare all’intenzione di differenziare il nome per ragioni burocratico-fiscali (in questo modo però si perde comprensione oltre che pronunciabilità). Per quanto riguarda il nome del vino, “lo Sbiado”, sembra, da una ricerca su vocabolari di parole desuete, che possa significare “sgombero delle biade dal campo“; ma anche sciupìo o scialo. Soprassediamo sui nomi, entrambi molto difficoltosi, per concentrarci sulla gradevole etichetta: unica protagonista della parte visuale una bicicletta “tandem” su fondo chiaro, in alto il nome del vino scritto con un carattere anni ‘40, in giallo ocra. Etichetta collezionabile, in quando proposta in tre versioni: ruota posteriore, parte centrale, ruota anteriore. Un gioco, niente più. Ma la grafica è accattivante, simpatica, coinvolgente.

Cavalli e Colori in Libertà

Wallah Wallah, Syrah, Cayuse Vineyards.

Il gioco è semplice: il luogo dove ha sede questa azienda vitivinicola americana è la nota Walla Walla Valley, tra lo stato di Washington e l’Oregon. Da qui al nome del vino “Wallah Wallah” il passo è breve. E si tratta, tra l’altro, di un passo equestre, vista l’importanza che viene data a quei tre cavallini che appaiono coloratissimi in etichetta. Si tratta sicuramente di un packaging fuori dal comune. Coraggioso, per il modo di porsi, per la fantasia e l’allegria che riesce a stimolare. L’illustrazione è semplice, quasi bambinesca, ma al tempo stesso può vantare un proprio stile artistico. Insomma, si fa notare, ed è quello che conta. Sotto a un sole giallo e ad una “nevicata” di pallini bianchi, tre cavallini che sembrano quelli dei giochi a dondolo, galoppano liberi e felici. Anche il nome del vino, alla base, sembra poter esprimere di più rispetto alla composizione delle sue lettere: risulta onomatopeico, un incitamento alla corsa dei cavalli, un grido nella prateria, un moto liberatorio. Certo i cavalli c’entrano poco col vino, ma in questo caso lo prendiamo come un inno alla natura e al rispetto dei suoi equilibri faunistici.

Una Simpatica Borgogna che fa l’Occhiolino

Clin d’Oeil, Viognier e Gamay, Sextant (Julien Altaber).

Ebbene, grazie a questa etichetta abbiamo saputo come si dice “occhiolino” in francese. Infatti il nome di questo vino, “Clin d’Oeil” significa proprio questo. L’attenzione però non viene attirata tanto dal nome, quanto dall’illustrazione che domina il packaging di questo piccolo produttore francese, sito nella zona di Beaune, in Borgogna. L’azienda si chiama “Sextant” e infatti al centro dell’etichetta di questo Orange Wine si vede un marinaio intento ad utilizzare il sestante, strumento prevalentemente nautico che si usa per misurare l’altezza del sole, o di altri astri, sull’orizzonte ottico (quindi per orientarsi). Il fatto curioso è che il marinaio in questione è praticamente un naufrago, perché non si trova sulla propria nave, bensì seduto su una botte, tipo barrique, che galleggia in mezzo al mare. Probabilmente la nave che ha subìto naufragio trasportava vino. Il collegamento non potrebbe essere che questo, con il contenuto della bottiglia che l’etichetta comunica e rappresenta. La terra comunque non è lontana: si intravede in lontananza un paesello, che ricorda più l’Alsazia (dove non c’è il mare) che la Borgogna (ugualmente senza coste a tiro di schioppo). Si sa che in tempi passati gli inglesi trasportavano botti di vino da Bordeaux fino in Inghilterra, forse la scena riprodotta nel design di questa etichetta intende ricordare quel tipo di fiorenti commerci. L’illustrazione comunque è ben fatta, attira l’attenzione. E l’etichetta manifesta un proprio equilibrio grafico, piacevole e fruibile. Originale senza dubbio. Sarebbe bello conoscere cosa c’è dietro questo racconto visivo ma per ora nulla emerge dalla rete delle reti.