La Vigna è “Maia”

Amai, Blend di Vitigni Rossi e Bianchi, Podere Orto.

Parliamo di un’azienda molto giovane, proprio come la figlia dei proprietari che corre felice tra i vigneti. Potrebbe essere scritta così la sintesi di questa piacevole etichetta. Ma vediamo... cosa si vede. Un disegno, centrale, con un panorama collinare e delle vigne appena accennate, in bianco e nero. Una sagoma di una bambina, colorata di rosa, unico elemento cromatico del packaging insieme al nome del vino, corre in mezzo ai tralci di vite. In basso leggiamo “Amai” anagramma di Maia ma anche voce del verbo amare e se vogliamo un brindisi a qualcosa che “mai” potrà finire. L’amore per il vino, per la famiglia, per il territorio. Sono concetti leggiadri, così come leggera (in senso positivo) è la percezione di quel disegno. Spensieratezza il primo pensiero. In alto, ben evidente, il nome dell’azienda, Podere Orto e una scritta piccola sotto di esso: Trivium. L’azienda si trova infatti in un punto molto particolare del Centro Italia: esattamente al confine fra tre regioni che sono Lazio, Umbria e Toscana. Anche in questo caso, come in altri esempi di etichette virtuose, gli elementi sono pochi, ben evidenti, concettualmente significativi. Del resto nel meno c’è il più. E chi non lo vede peggio per lui. N.B.: la bambina che corre si chiama proprio Maia che in oriente è simbolo di rivelazione, risveglio, purezza, origine, creazione e un sacco di altre cose belle.

Madre Terra Danza con Mozart

Gea, Rosso di Montalcino,
Il Paradiso di Frassina.

L’etichetta di cui parliamo in questo post è di una azienda vinicola fondata “dall’uomo che sussurra alle vigne” (titolo di un suo recente libro). Ovvero Carlo Cignozzi, avvocato a Milano per 40 anni, dal 2000 trasferitosi a Montalcino con la passione per il vino. L’avvocato è noto per aver installato nelle sue vigne un impianto musicale che diffonde 24 ore su 24 musica di Mozart. Il concetto trainante è che la vite, ascoltando musica, cresce più allegramente (producendo migliore qualità). Il vino più modesto della gamma (che comprende naturalmente anche un Brunello) ha attirato la nostra attenzione con un packaging semplice ma interessante. Si tratta del Rosso di Montalcino che si chiama “Gea”. Come tutti sanno e come il produttore specifica nel proprio sito internet “...è il nome della Divinità della Terra” (e anche della figlia). Bel nome, corto, evocativo, forse fin troppo inflazionato, ma suona bene, trasmette genuinità, semplicità, primarietà, solidità. In basso, nell’etichetta, vediamo il nome dell’azienda, “il Paradiso di Frassina” con una nota dorata inserita tra le parole. Ma è la parte superiore quella interessante: la parola “Gea” fa da terreno, forse da radici, per una collina stilizzata, sormontata da un’altra collina e da alberelli. Il tutto con uno stile rastremato, sintetico, gentile, armonico, suadente, piacevole.

Coerenza con Gusto: il Vino è un’Arte

Materico, Nerello Mascalese, Cantine Pellegrino.

“Materico”, il nome di questo vino, è una parola che di solito viene utilizzata negli ambienti artistici, dai pittori o creatori di opere d’arte, per indicare qualcosa di strutturato e solido. L’origine è “materia” o “materiale”, con un precisa connotazione fisica. Un vino si può dire materico quando “si mastica” (questa invece è terminologia da sommelier), cioè quando la sua consistenza diventa quasi densa. Tecnicamente quando si ha un estratto secco elevato. Ma torniamo alle cose di packaging. Questa etichetta creata dal gruppo vinicolo Pellegrino (più noto per il Marsala) risulta molto attenzionale. Sono i colori, certo, ma anche lo stile, pulito ed essenziale, che comunica precisione e quindi competenza. Nella grafica, il tracciato cartografico di una vigna viene evidenziato, in particolare, con un strato di colore fucsia. La dicitura “vino biologico”, del medesimo colore vivace, viene giustamente enfatizzata, laddove il marketing dell’azienda ha deciso di puntare (anche) su questa categoria di prodotti. I caratteri di scrittura sono squadrati, compatti, solidi (proprio come il concept utilizzato per il nome del vino). L’etichetta risulta organica, bilanciata, in una parola credibile. Coerenza e gusto prendono un abbrivio vincente.

Nomi Scomposti su Etichetta Sterile

Caraconessa, Greco Bianco e Malvasia, Fezzigna.

L’etichetta di questo “Melissa Doc” (la pianta aromatica non c’entra, si tratta di un paese in Calabria, in provincia di Crotone) non è commentabile, nel senso che è così semplice (dimessa, informale e senza forma) da “non sussìstere”. Quello che ha attratto la nostra attenzione sono i nomi (tre) che appaiono nel packaging sia pure in modo disorganico. In alto in verde leggiamo “Caraconessa” (verrebbe da leggere Cara Contessa, ma non è, quindi non si tratta di un errore): è il nome del luogo dove ha origine e sede l’azienda vitivinicola in questione. Poi al centro leggiamo “Melissa” con un carattere molto graziato: verrebbe da capire che quello potrebbe essere il nome del vino, facendo riferimento, oltre che a un luogo (poco conosciuto) anche a una pianta e a un nome di donna. La Doc Melissa infatti è davvero sconosciuta, ecco perché, presentato così, si potrebbe generare un malinteso. Infine in basso vediamo il cognome (nonché il marchio) della famiglia titolare: Fezzigna. Le molte consonanti non producono una fonetica agile, ma tant’é che il cognome è questo. Come logo vediamo una “F” con incastonata una rosa. Il tutto risulta poco incisivo. Per riassumere: abbiamo due nomi strani (che non suonano bene, quindi poco memorabili) Caraconessa e Fezzigna e un nome suadente, Melissa, che però è il nome della Doc e non quello del vino. Insomma l’etichette rischia di “scivolare via” senza tanti complimenti.

Convivialità Porta Qualità (e Viceversa)

Barbaresco (Rabaja), Bera Vini.

L’etichetta non è delle migliori. Piuttosto datata come stile e anche come impaginazione grafica non se la cava benissimo (i testi sono centrati, meglio dire ammassati, e sono troppi). Ma quell’immagine nella parte superiore, che raffigura tre uomini, merita comunque un approfondimento. Tre uomini che parlano, discutono, probabilmente davanti a qualche buon bicchiere di vino. I colori e l’abbigliamento richiamano il periodo medievale, l’atteggiamento evoca un appuntamento conviviale, sereno, allegro. La parte rassicurante del vino, non quella molesta di un consumo eccessivo, emerge con evidenza. Il vino è “stare insieme”, confrontarsi e dialogare. Questo atteggiamento trasmette sensazioni di benessere, e automaticamente di affidabilità, di qualità, di cose fatte per bene. C’entra la tradizione, certo. Che in Piemonte è più radicata, o semplicemente più considerata, rispetto ad altre regioni d’Italia. E la tradizione, quando non esasperata, bensì accompagnata anche da risvolti evolutivi, ha un gran peso nella percezione e nella fruizione del vino in Italia. Un uso equilibrato di tradizione e innovazione sarebbe auspicabile per ogni azienda vinicola.

Una Corteccia Carioca per una Ricetta Piemontese (in Oltrepò)

Il Chinaldo, Pinot Nero aromatizzato, Finigeto.

Questa bottiglia “arlecchino” contiene un vino aromatizzato. Un “chinato” per la precisione, ricetta piemontese che varia di famiglia di famiglia e di storia in storia (anche se qui di Piemonte non se ne vede, perché siamo a Montalto Pavese). Il vino comunque si compone di spezie e vino rosso. In questo caso Pinot Nero. La corteccia di china è da sempre un elemento primario dei vini “chinati”. Da qui anche il nome di questo vino: “il Chinaldo”, generato da un gioco di parole col nome del titolare dell’azienda, tale Aldo Dallavalle. Ma torniamo alla variopinta etichetta. L’articolato reticolo di macchie di colore attira l’occhio, sia pure non avendo riferimenti grafici di concetto. Diciamo che sono i colori, come spesso accade anche in natura, che sollecitano retina e curiosità. Questa trama però va a discapito della leggibilità delle parole in essa inserite. Il nome del vino si salva, nel senso che solo “il”, l’articolo che precede “Chinaldo”, si perde un po’. Mentre per il nome dell’azienda, in alto, “Finigeto” e la sua F stilizzata, i problemi di percezione sono evidenti. Forse tutti quei tasselli colorati rappresentano le innumerevoli spezie-ingredienti di questo vino aromatizzato, ma ciò non basta a giustificare un equilibrio grafico non studiato ad arte. Ci scusiamo per la scarsa qualità dell’immagine, ma in rete non si trova di meglio. E nell’epoca delle fotocamere, anche negli smartphone,  da 12 megapixel, risulta quasi incredibile (cioè: non ci vorrebbe molto per le aziende, nel loro interesse, scattare foto di migliore qualità).


Idee Nuove in Terre Lariane

Lupone, Merlot e Cabernet,
Azienda Agricola Runch.

L’etichetta del “Lupone” non è male. Anzi, possiamo dire che si fa notare per originalità e anche coraggio, visto che ci troviamo nell’entroterra brianzolo, a Montevecchia, e che l’azienda che l’ha creata è una piccola realtà poco conosciuta. Ma vediamo dove sono i pregi di questo packaging. In primo luogo pochi, ma impattanti, elementi: la stilizzazione, essenziale, artistica, contemporanea di un pastore tedesco (molto probabilmente la mascotte dell’azienda vitivinicola in questione), il colpo d’occhio del cuore rosso del cane (potrebbe disturbare, risulta “violento”, ma certamente colpisce), quindi il nome del vino scritto in corsivo, in rosso, non immediatamente leggibile ma anch’esso dotato di uno stile particolare, infine il nome del produttore alla base e subito sotto la località. Tre elementi in sostanza: l’illustrazione, il nome del vino, l’azienda. Da notare che il nome del vino è stato stampato con un inchiostro speciale, smaltato e in leggero rilievo. Per il resto... bianco a stacco. Certo si fa fatica a trovare un concept, se non, come già detto, un omaggio al cane di famiglia. Un’altra particolarità: nel sito internet il nome dell’azienda diventa “Runch”, creando un gioco di parole italiano-inglese, tratto dal cognome del titolare (Ronchi), e dalla località (Ronco Alto).

Vino d’Oliva, Strano ma Vero

Di Oliva, Riesling Renano, Defilippi.

Sono molte le particolarità di cui parlare, osservando questa etichetta. Cercheremo di essere brevi. Si tratta innanzitutto del vino di una cantina dell’Oltrepò, con sede a Oliva Gessi (poi torniamo su questo nome), tra Casteggio e Montalto Pavese. L’azienda produce vino dal 1907, di generazione in generazione. Oggi uno dei vini più rappresentativi di questo produttore è un insolito Riesling Renano (di solito su quelle colline vige il Riesling Italico). Veniamo all’etichetta vera e propria. In alto leggiamo, ben evidente, il nome del produttore (il cognome per l’esattezza): Defilippi (tutto attaccato e non De Filippi). Dalla parte opposta, in piccolo, alla base dell’etichetta, scopriamo che il titolare risulta essere Defilippi Fabbio (proprio così: con due “b”, mai visto prima). Sotto al cognome grande, Defilippi, ecco la scritta “i Gessi” a sua volta seguita da un motto latino: “Labor custos Pacis (dal 1907)”. Il significato più o meno è: “il lavoro è custode della pace”. Al centro dell’etichetta la foto di una brocca molto antica. Alla sua sinistra la spiegazione: “Brocca bronzea di epoca romana utilizzata per il vino e ritrovata a Oliva Gessi”. E veniamo quindi alla località dove ha sede l’azienda: Oliva (nome del “ligustro”, un arbusto ligure) e Gessi per i depositi gessosi sfruttati anticamente in quelle zone. Ultimo ma certo non meno importante, quello che dovrebbe apparire come nome del vino (anche se si trova defilato): “di Oliva”. Quasi come se ci trovassimo davanti a un Extravergine (i colori dell’etichetta confermerebbero). Troppi elementi tutti insieme? Eppure l’etichetta si fa notare e non dispiace. E per quanto riguarda il vino siamo di fronte a un prodotto di tutto rispetto.

Uno Storico e Stoico Bianco e Nero

Lolly, Chardonnay,
Podere Ruggeri Corsini.

Perché mettere la foto (storica) di famiglia su una etichetta di vino? Vediamo di ragionarci sopra. Questa scelta potrebbe rivelare la volontà di esprimere l’avvicendarsi delle generazioni alla guida di una cantina. Come valore, naturalmente. Cioè il fatto che tramandando il “buon fare” di padre in figlio (o figlia) la qualità e l’affidabilità di una azienda ricevono giovamento. Oppure si tratta di imprimere all’etichetta uno stile retrò per garantire una percezione classica, seria, tradizionale del prodotto e di chi lo fa. Non è da escludere un guizzo d’orgoglio da parte di un membro della famiglia, per la composizione della stessa o per mostrare al mondo le creature. Certo che utilizzando il format bianco e nero come in questo caso, la memoria va subito alla Famiglia Addams del noto telefilm (in prima fila vediamo anche una inquietante bambola che avrebbe fatto la felicità di Stanley Kubrick). L’etichetta qui in analisi, oltre alla foto in bianco e nero per la quale abbiamo cercato di trovare ragioni, presenta un design semplice, dai toni cimiteriali (scritte in argento su nero), senza elementi di spicco se non il nome del vino (più che “di spicco” si tratta di un nome insolito e quindi curioso) “Lolly”. Probabilmente il diminutivo di Lorenzo, pargolo della famiglia, forse nemmeno molto contento di farsi chiamare così.

Frutti e Animali Lontani

18.5k, Pinot Nero, Giacomo Baraldo.

Davvero curioso il percorso mentale che ha portato Giacomo Baraldo, giovane viticoltore in Toscana, a generare questa etichetta. Partiamo dal fatto che oltre a produrre vino in Italia, Sangiovese e altro, Giacomo si dedica anche a una chicca neozelandese, il pinot noir che produce laggiù (crediamo per interposte persone). Questa etichetta si riferisce proprio a quel vino. Viene raffigurato l’animale simbolo della Nuova Zelanda, il Kiwi, che in questo caso non è il noto frutto peloso ma un gallinaceo piumato. Kiwi deriva dal greco e significa “privo di ali”, infatti l’animalino in questione non vola ma riesce a nuotare molto bene. Insomma ce n’è abbastanza per far parlare di sé. In aggiunta a questo, l’illustrazione ci mostra la sezione dell’uccello acquatico, costituita non dalle sue vere interiora, bensì a sua volta dalla sezione di un chicco d’uva. Le stranezze non finiscono qui: il nome del vino, ufficialmente 18.5k, sarebbe la distanza (18.500 km) dall’Italia alla Nuova Zelanda. Possiamo anche aggiungere, per concludere con le originalità di questo packaging, che la “O” del nome Giacomo Baraldo, in alto nell’etichetta, è una impronta digitale. E subito sotto la scritta, in francese, “vigneron”. Di questa etichetta si potrebbe scrivere un romanzo.

Troppo TOP, Troppo POP

T.O.P. Zero, Spumante MC Pinot Nero, Giorgi.

Questo prestigioso (per il fatto che sta 80 mesi sui lieviti) spumante Metodo Classico si presenta con un misterioso nome. Molto semplice se si osserva in modo superficiale: si legge “Top Zero” e si intuisce che si deve trattare di un dosaggio zero. Ma analizzando meglio l’etichetta (non ci vuole molto: si tratta di un packaging che comunica in modo elementare) si scopre che la prima parola del nome del vino è punteggiata, T.O.P., inoltre quel cerchietto rosso tra le due parole potrebbe anche indurre a leggere “topo zero”, una specie di Topo Gigio matematico. Ma pur tentando di ignorare il grosso punto rosso, ci siamo subito chiesti cosa potrebbe significare l’acronimo T.O.P. e le possibilità sono infinite: Tiraggio Oltre Pressione? Troppo Ossigeno Presente? Tipico Ordito Pleonastico? A parte gli scherzi, non abbiamo trovato una plausibile spiegazione nemmeno nel sito del produttore. E comunque vale sempre l’immediatezza, nella comunicazione via etichetta. Chi si trova davanti a questa bottiglia, cosa potrebbe pensare? Come potrebbe leggerla? Come potrebbe reagire? Queste sono le domande di base che sempre bisognerebbe porsi prima di definire il design estetico di un vino.

Bellissimo, “Brutissimo”, Rosatissimo

Brutissimo, Spumante Rosato, Cà  Salina.

E’ concepibile chiamare un vino “Brutissimo”? A Valdobbiadene l’hanno fatto. Accade nella patria universale del Prosecco (Glera) dove ci si diletta anche nel produrre altre tipologie di vino, giusto per arricchire la gamma e rispondere in modo più completo alla “domanda” di bollicine. Certo, si capisce bene che il nome di questo vino, un rosato da Incrocio Manzoni 13.0.25, deriva dalla terminologia “Brut” (in questo caso ottenuto con Metodo Charmat), ma quello che si percepisce non è “un brut ancora più brut” in senso organolettico, bensì un “bruttissimo”, in senso estetico, come se il nome avesse una doppia “t”. In realtà la bottiglia non è brutta nel suo insieme, grazie anche al bellissimo colore del vino. L’etichetta non si distingue per particolare eleganza ma diciamo che ottiene la sufficienza. In particolare nel design emerge il nome dell’azienda, Ca’ Salina e, più in piccolo, il motto annesso e connesso: “gaudium hospitis”, che sarebbe “la gioia dell’ospite”. L’azienda infatti fa vanto di uno stile e una modalità di accoglienza che privilegia gioviali degustazioni accompagnate da prodotti agroalimentari locali. Il “Brutissimo” e i suoi fratelli (varie versioni di Prosecco) potrebbero, in convivialità, generare bellissime emozioni. Ma rimane la perplessità sul nome del vino. N.B.: il vitigno Incrocio Manzoni 13.0.25 nasce da Raboso Piave e Moscato d’Amburgo.

Con l’Accento sulla Bellezza

Kalòs kai Agathòs, 
Vernaccia di San Gimignano, Campochiarenti.

Ci sono alcune osservazioni da fare su questa etichetta tutto sommato da definirsi “normale”, diciamo pure molto classica, per quanto riguarda il design. Le notazioni necessarie riguardano il nome del vino, in greco antico. La traduzione/spiegazione di “Kalòs kai Agathòs” che viene comunicata nel retro-etichetta non è esatta. O meglio, non tutti i tomi sacri delle traduzioni sono concordi. In modo spicciolo potrebbe essere “il bello e il buono” ma approfondendo si scopre un concetto più denso, più pregnante: la bellezza fisica rispecchia la bellezza interiore. Si può essere d’accordo o no, ma questo è quanto. Insomma in Grecia, nell’antichità, si sosteneva che se uno (o una) è bello “fuori”, significa che è anche bello dentro, cioè “in possesso di tutte le virtù”. Si allude alla bellezza di una vigna, in questo caso e alla qualità, conseguente, del vino tratto da essa. Si potrebbe applicare il medesimo concetto al rapporto tra bellezza/gradevolezza dell’etichetta e qualità/genuinità dal vino. Ma non sempre è così. L’abito non fa il monaco. Certo che se un vino si presenta con un bel vestito ha maggiori probabilità di essere scelto e acquistato, compresi gli annessi e connessi come le spiegazioni che si trovano sul retro dell’etichetta. La seconda osservazione riguarda gli accenti: sull’etichetta qui riportata sembrerebbe sbagliato quello sulla terza parola (sulla seconda “ò” accentata). Anche se sull’argomento ci sono molte discontinuità, la versione che va per la maggiore è quella con le due “ò” accentate allo stesso modo (accento grave). Inoltre, anche la “A” maiuscola di “Agathòs” non trova giustificazioni accademiche. Sicuramente prima di andare in stampa sarebbe meglio verificare bene: in giro qualche purista del greco antico ancora c’è, e magari si intende anche di vino.

Toccaterra Pocaroba Stile Estremo

Tokaterra, Passito, Vinicola Cherchi.

Solo una parola, un nome: “Tokaterra”. Non ha molte spiegazioni (di fatto non ne ha, da parte del produttore) se non il significato lineare, tolta la “k”, assimilabile a “tocca terra”. Forse l’uva di quel vigneto matura su rami bassi, vicino a terra (ma sarebbe troppo rischioso per la salubrità dei grappoli), forse si tratta di un vino che, bevuto, ti riporta con i piedi per terra piuttosto che farti volare in alto. Sappiamo che si tratta di innominabili “uve autoctone a bacca bianca” (no, il tokaj non c’entra) e che siamo a Usini, in provincia di Sassari, Sardegna. E che il vino è dolce, una specie di passito. Per il resto l’etichetta non dice molto, presentando, oltre al nome del vino, in verticale a tutto campo, il logo aziendale in basso, formato da una sagoma di un paesello e dalla scritta “Vinicola Cherchi”. Packaging effimero, ristretto, forse timido. Nome insolito, che skappa via senza arte né parte (la “k” è voluta). Genera dubbi, avrebbe potuto generare maggior pensiero strategico nella fase realizzativa.

Il Troppo Stroppia, Anzi, Stroppola

Stroppolatini, Schioppettino.

Ci sono due elementi che hanno attirato la nostra attenzione su questa etichetta: il cognome del produttore “Stroppolatini” e il colore di fondo del packaging. Due elementi insoliti, e per questo in grado di generare attenzione e curiosità. Uno non voluto, il cognome del produttore, che si poteva certo evitare mettendo al suo posto un nome aziendale di fantasia. L’altro elemento è voluto, il colore, così come tutti gli altri elementi che compongono il design. “Stroppolatini” incuriosisce ma è molto difficile da leggere e da memorizzare. Il colore rosa, invece, è molto raro nel packaging del vino e quindi porta una connotazione orginale. E poi c’è anche un terzo elemento interessante: il sole “buffante” al centro dell’etichetta. Una scultura antica ripresa fotograficamente e riproposta nel design. Simpatica, evocativa, concettualmente valida (il sole, il vento, gli elementi della natura). Peccato per la resa tipografica e cromatica: una migliore soluzione sarebbe quella di scontornare l’immagine e renderla più vivida. Per il resto l’etichetta presenta elementi centrati, ordinati, con caratteri di scrittura eleganti e misurati. Realizzato male il logo (un classico stemma) sopra al cognome aziendale: troppo piccolo e poco dettagliato, cioè troppo complesso per essere intercettato visivamente in modo efficace.

Dove l’Essenza è l’Assenza

Venum2, Aglianico di Taurasi, 
Marianna Venuti.

Il logo dell’azienda di Marianna Venuti, giovane viticultrice irpina, si legge a fatica. L’occhio deve abituarsi all’estrema sintesi dei caratteri di scrittura. Quindi, osservando bene, appaiono una M e una V. La sintesi è ben presente (ma possiamo parlare perlopiù di una assenza) in tutta la comunicazione aziendale, nell’etichetta prima di tutto. Ma per terminare il discorso sul logo ecco cosa ci dice la titolare dell’azienda attraverso il proprio sito web: “Il logo si ispira agli ideogrammi giapponesi ed in particolare a quello che esprime il concetto del “ma”: una porta con all’interno il sole. Ma (間) è un concetto estetico, filosofico e artistico che può essere tradotto come “intervallo”, “pausa” o spazio vuoto tra due elementi: una stanza immaginaria che si trova in una posizione indefinita tra il cielo e la terra. Il vuoto è la condizione a priori perché il pieno (i fenomeni, le cose) possa esistere ed operare. ”Tutto” e “vuoto” coincidono”. Davvero interessante. Coraggioso e intrigante tutto il discorso. Forse non per tutti, ma lo spessore c’è e chi lo vede è saggio. Passando al design dell’etichetta cosa vediamo? Molto spazio. Abitato da una semplicissima foglia dorata (semplice nel disegno, particolare per l’inchiostro che la conforma). Sotto alla foglia il nome del vino, scritto in piccolo: “Venum2”, vitigno Aglianico in purezza (in gamma c’è anche il “Venum1”, sempre Aglianico e il “Venum3”, Fiano di Avellino). La parola “Venum” (in latino significa “in vendita” e qui torniamo con i piedi per terra), in questo delirio di sintesi risulta davvero compressa, al punto da essere poco leggibile (si legge “verum”). Come già detto parlando del marchio aziendale MV all’inizio di questo articolo, l’occhio si deve abituare, deve cercare tra i caratteri, deve “imparare a capire”. P.S.: forse “Venum” è semplicemente preso da “VENUti Marianna”, chissachilosà.

La Zappa Come Simbolo (Verbale) di Artigianalità Contadina

FirriFirri, Catarratto e Pignatello, Tanca Nica.

Il nome di questo vino, un rosato siciliano che viene da Pantelleria, è ricollegabile a un tipo di zappa a 4 denti utilizzata in quelle campagne. Naturalmente le particolarità di questo naming e di questo packaging non finiscono qui. Anzi, iniziano proprio da lì. Il nome del vino, infatti, “FirriFirri” non può sfuggire: soprattutto perché viene scritto “a tutto campo” sulla bottiglia. Cioè per tutta l’estensione di vetro disponibile. Il risultato è una scritta molto grande, otticamente davvero attenzionale, come se fosse scritta a mano con un grosso pennello o pennarello. Sul fronte della bottiglia non appare altro. Andando nel dettaglio tecnico, come diciamo sempre in questi casi, la spezzatura della parola non aiuta la lettura. Inoltre il colore bianco dà ancora di più una sensazione di provvisorietà, come se il nome fosse scritto in gesso. Certamente si tratta di un design anomalo e per questo destinato a farsi notare. In generale una soluzione così trasmette anche sensazioni di genuinità campagnola, di artigianalità, di sostanza invece che di frivolezza. E queste ultime caratteristiche sono senza dubbio positive.

Etichetta Votiva, ma non Volitiva

Linea Vini, 
Bricco della Cappelletta, 
Carlin de Paolo.

C’è qualcosa di normale e di speciale al tempo stesso nell’immagine protagonista di questa linea di vini (una gamma che va dal Nebbiolo al Roero Arneis) che si chiama “Bricco della Cappelletta”. In teoria non è il massimo dei nomi vista la sua lunghezza e complessità (tre parole). L’immagine però aiuta. Sulla sommità di una collina interamente vitata vediamo una piccola cappella votiva sorvolata da rondini. Dall’alto protegge i vigneti e già questa immagine, reale e concettuale, genera un’emozione. Le vigne di tutta Italia sono cosparse di Crocefissi, Madonnine, Altari e Tabernacoli vari: le coltivazioni hanno bisogno di una sorta di protezione celeste, si sa. O quanto meno ci piace crederlo. Di fronte a una religiosità contadina da prendere seriamente ancora oggi, l’illustrazione di queste etichette si presenta in modo giocoso, con uno stile vagamente fumettato. E questa dicotomia genera ulteriore simpatia, ancora di più: empatia, vicinanza. Siamo solidali con il produttore. Capiamo la sua “lingua” e la riconosciamo come anche nostra. L’azienda in questione è condotta da 4 fratelli della famiglia Carlin de Paolo, opera nella zona delle Terre Alfieri (nome consortile in memoria del poeta e drammaturgo astigiano Vittorio Amedeo Alfieri) con 15 ettari di proprietà. 

Il Vezzo e la Poesia, il Vino e la Fantasia

Tatone, Montepulciano d’Abruzzo, Terre d’Aligi.

Ad Atessa, Chieti, l’azienda Terre d’Aligi (di questo nome ne parliamo in fondo) produce un Montepulciano d’Abruzzo che si chiama “Tatone”. Ebbene, di Tato, Tata, Tatini e Tatine se ne sentono nominare tanti, soprattutto nelle famiglie del nord Italia. Ma dobbiamo dire che il Tatone ci giunge nuovo. La spiegazione di questo nome si trova direttamente sul fronte-etichetta che testualmente recita: “Tatone: è il nonno. La figura più prestigiosa della famiglia patriarcale secondo l’antica tradizione contadina d’Abruzzo”. E pace sia con femminismi e matriarcati vari. In Abruzzo comandano (ancor oggi?) gli uomini. Potremmo anche dire che alle tradizioni non si comanda, ma di certo si tratta di una affermazione che ad un pubblico emancipato può dare fastidio. Per il resto l’etichetta fa bella mostra di sé con una centratura dei testi ordinata, una presenza lineare e “pulita”, forse fin troppo sobria. Ci concede qualcosa di emozionale con il logo aziendale, in basso nell’etichetta, proprio sopra al nome “Terre d’Aligi”, con un trama dorata di piccole parcelle che potrebbero rappresentare una costruzione rurale. Il pastore Aligi invece era il protagonista di “La Figlia di Iorio”, celebre dramma scritto da Gabriele d’Annunzio, di origini abruzzesi. Un omaggio al Vate d’Italia nato a Pescara.

Un Grande (e Lungo) Silenzio

Mio Silenzio (Grande Edizione), Cabernet Sauvignon, Ponte Lungo.

Etichetta ricca di particolari di stampa che possiamo definire anche di un certo pregio. Inchiostri dorati e in rilievo, cura dei particolari, design di impatto. Affiorano ulteriori considerazioni. Il nome del vino che risulta essere “mio silenzio”, viene ripetuto due volte in modo ravvicinato, creando un “eco” percettivo che non giova. Un nome davvero particolare: molto bello e discutibile al tempo stesso (a nostro parere più discutibile che efficace). Da un lato evoca la pace, il relax, la tranquillità di (poniamo) una sera d’estate in terrazza in un casale isolato dal mondo (o in uno chalet invernale con camino, scegliete voi). D’altro canto il significato rimane celato, un po’ criptico, intimista. Il silenzio che viene enunciato è gioia o malinconia? E’ reticenza o saggezza? E’ di protesta o di epifania? Il silenzio è terapeutico, ma la convivialità non lo prevede: una bottiglia di vino è chiassosa in partenza. Anche se, lo ammettiamo, siamo in un campo molto soggettivo. Non comprendiamo fino in fondo anche la definizione di questo vino (che appare in etichetta in modo molto più evidente del nome): Grande Edizione. Nel linguaggio parlato una “edizione” può essere Nuova, piuttosto che Esclusiva, o anche Speciale. In questo caso è “Grande”. Sarà il numero di bottiglie prodotte? Ma in questo caso non sarebbe positivo e per nulla esclusivo. Infine il design dell’etichetta: come detto all’inizio di questo articolo si tratta di un packaging impattante. Il cerchio rosso al centro attira l’occhio e non lo molla più. Nero elegante di sfondo. Oro luccicante. Pochi elementi di sintesi che cromaticamente funzionano. Senza infamia e senza lode il nome e il logo aziendale: Ponte Lungo.

Catarratto Prematrimoniale e Sponsale

Imené, Catarratto, Ricalkata.

Andando a caccia di nomi si apprendono nozioni interessati, magari dimenticate dai tempi della scuola. Questo catarratto dell’azienda Ricalkata (è il reale nome del produttore) si chiama “Imené”. Le definizioni per questa parola sono due (da Treccani): “In anatomia, la membrana mucosa che limita l’accesso all’ostio vaginale, tesa come un setto incompleto fra vulva e vagina; viene lacerata o interrotta nel primo rapporto sessuale”. Non pensiamo sia stato questo il riferimento al quale ha pensato chi ha creato il nome di questo vino. Piuttosto ecco il secondo significato: “Propriamente, nome del Dio greco degli sponsali, usato in senso figurato, nel linguaggio poetico, per indicare le nozze”. Ecco, qui forse ci siamo. Anche perché il produttore nel proprio sito internet narra che Imeneo “...è il Dio che camminava alla testa di ogni corteo nuziale e proteggeva il rito del matrimonio; gli ateniesi, in alcune feste solenni, lo invocavano con un canto di gioia: "Imené, Imené!". Tutto torna. Certo che, proposto così, questo nome potrebbe anche portarsi appresso qualche perplessità. Design dell’etichetta molto solare e ordinato, pulito e “fresco”.

Un Agguato alla Comunicazione

Il Pugnalone, Sangiovese Cabernet Merlot Syrah, 
Torre Bisanzio.

Sull’opportunità di chiamare un vino “il Pugnalone” si potrebbe discutere. E infatti, volentieri, qui commentiamo. Innanzitutto apprendiamo dal sito dei Musei della Provincia di Terni che “Il termine "pugnalone" si fa derivare dal "pungolo", bastone munito ad una estremità di un puntale di ferro e all'altra di un raschietto usato dai contadini per sollecitare i buoi a muoversi e per pulire l'aratro dalle zolle”. Termine contadino quindi e per questo assolutamente accettabile dal punto di vista concettuale. Ma se vogliamo analizzare il nome per la fonetica e la semantica “parlata”, sono maggiori le sensazioni spiacevoli. Il pugnale, ancor più un pugnalone, è arnese che risulta aggressivo, evoca agguati sanguinari, trame sommesse, tradimenti concitati. Nel linguaggio volgare si possono trovare anche altri riferimenti che qui preferiamo non citare. Ecco perché nella scelta di un nome devono essere considerati tutti gli elementi in atto, possibili e remoti. Dal punto di vista del design l’etichetta di questo importante produttore umbro (noto anche per l’allevamento di bestiame di Razza Chianina) si presenta in modo elegante, total black, con pochi elementi, offrendo un’immagine sobria anche se un po’ sopita (tranne, come già detto, l’aggressività del nome).

Panata Panacea di Tutti i Mali

Panata, Orvieto Classico Superiore, Argillae.

La panata, che nel Nord Italia è il nome di un piatto povero, il pancotto, e in altre zone potrebbe ricordare la ricetta dellla cotoletta impanata, nella zona di Orvieto invece, come racconta questo produttore nel proprio sito web, “è il nome all’antico boccale dalla forma panciuta caratterizzato da un beccuccio molto sporgente e tradizionalmente decorato con motivi floreali o animali. Usato in epoca medievale per mescere acqua e vino, ebbe ampia diffusione nella bassa Umbria, ed in particolar modo ad Orvieto. L'etichetta del vino (che appunto, si chiama “Panata”) riprende da tali brocche un uccello e vuol essere un omaggio alle tradizioni e all'arte del territorio”. Si tratta a nostro parere di un nome popolare, non molto elegante e prezioso, ma in grado di recuperare crediti raccontando in sostanza la storia relativa alla grande quantità di coppe, tazze e boccali in ceramica prodotti nel medioevo in tutta l’Umbria. Coppe, tazze e boccali, naturalmente atti a contenere vino e a donare ebbrezza agli astanti di taverne e conventicole varie. L’etichetta, graficamente suddivisa in due blocchi rettangolari, presenta altre grafìe storiche nella texture che campeggia sotto al nome del produttore “Argillae”. Tutto sommato si tratta di un genere di design studiato apposta per raccontare la storia del territorio e per questo credibile e gradevole.

Un Design “Disegno” che Racconta

Pecorino, Pasetti.

Il Pecorino è una varietà autoctona abruzzese. L’azienda in questione, Pasetti, ne fa una bandiera che rappresenta ben un terzo di tutta la produzione. Simpatica l’etichetta: vediamo due grandi scritte, “Pecorino” e “Pasetti”, il nome del vino e il cognome del produttore. Fin qui nulla di nuovo. L’immagine centrale dell’etichetta, invece, ha qualcosa da raccontare: una bambina felice, cammina con due fiori in mano, inseguita da una pecorella. Notiamo diversi particolari: la bambina ha i capelli rossi e indossa degli scarponcini da contadinella. Sopra di lei splende un sole giallo stilizzato (che figura anche nel marchio aziendale). L’immagine trasmette immediatamente sensazioni campestri, di idillio, di spensieratezza, di genuinità, di innocenza, di serenità. Mica poco per un’etichetta. Concettualmente si gioca con il nome del vitigno “Pecorino” proponendo l’immagine di una pecora. Ma è marginale. Il gioco, se mai individuato, si perde nella poesia del racconto visivo. Diciamo che si tratta di un packaging semplice, che non vuole stupire con la preziosità, bensì con un’immagine simpatica, condivisibile, empatica.

Un’Etichetta che Ferisce

Il Pugnale, Rosso di Toscana IGT, Podere Gualandi.

L’etichetta recita testualmente così: “Il Pugnale“ (nome del prodotto), “un vino penetrante”. Una certa logica c’è: le caratteristiche dell’oggetto raffigurato e chiamato a rappresentare il prodotto si uniscono a quelle del vino stesso e comunicano all’unisono. Si tratta di un Cabernet (per l’80%, il resto Foglia Tonda). Quindi il vino penetra tra le viscere dell’uomo ma anche, crediamo, nell’immaginario del produttore, nella mente e quindi nel ricordo della mescita. A parte tutte queste considerazioni, lo ammettiamo, un po’ ironiche, quello che vediamo è un packaging molto obliquo su sfondo giallo ocra impattante, così come è biecamente pregnante (potremmo dire anche “pugnante”) l’immagine del coltellaccio. Nel senso che risulta pure aggressivo se non fosse che l’arnese mostra forme archeologiche. Il nome del vino e la frase penetrante vengono tradotti immediatamente in inglese appesantendo ulteriormente il corredo di scritte che già affollano l’etichetta. Sotto al pugnale si vede qualcosa di simile a uno spiedino, ma non ne siamo sicuri. Diciamo che si può apprezzare l’ardimento, un po’ meno il risultato in generale. Certo che, in qualche modo, la bottiglia si fa ricordare.