Dal Reno, un Vino Puritano

Eins Zwei Zero, Linea Vini in Lattina, Leitz.

Sull’opportunità filosofica di creare vini senza alcol si potrebbe discutere a lungo. Sull’opportunità commerciale anche. Qui lo faremo in breve, come sempre, per non annoiare la platea. Produrre vini senza alcol è un po’ come fare dolci senza burro e uova. O se vogliamo anche come mangiare la pasta “in bianco”. Certamente c’è un pubblico, insomma una platea di acquirenti, anche per questi anfratti (punitivi) della vita. L’azienda “Leitz” (il logo è una grande “L” stilizzata) è tedesca e opera nella zona vinicola del Reno con un’ampia gamma di vini, compresa una linea in lattina che porta il nome “Eins Zwei Zero”. Traducendo dal tedesco “Uno Due Zero”. Una specie di gioco di parole dove pur aspettandoci il numero tre (dopo uno e due) ci troviamo invece uno zero a rappresentare la totale assenza di alcol della bevanda. Sotto alla scritta del nome, realizzata con un carattere che simula la scrittura a mano, vediamo l’ovale di un grande “0” (zero) in colore bianco. Alla base dell’etichetta il nome del vitigno e la precisazione sulla tipologia di prodotto, a scanso di equivoci (“alcohol free”). Il packaging si presenta bene, con originalità e gusto, fatto salvo per i colori pastello (in questi due esempi, azzurrino e rosellino) che possono far pensare a un pubblico prevalentemente femminile (uomini disposti ad ammettere il proprio consumo di vino senza alcol crediamo ce ne possano essere pochi in giro). Prodotto di successo? Lo dirà il mercato.

Il Lambrusco Giusto per Raggiungere il Settimo Cielo

Settimocielo, Rosé Metodo Classico, 
Cantina Settecani.

Abbiamo qui un valido esempio di come i nomi possano fornire “risultati” diversi. Nel bene e nel male. Partiamo dal nome della cantina che si chiama “Settecani”. Già non parte bene, non suona in modo positivo, non è suadente. Scopriamo quindi l’origine e il significato di questo nome direttamente dal sito del produttore: “Il nome della nostra cantina deriva dalla località Settecani, frazione di Castelvetro di Modena, cuore del territorio di produzione del Lambrusco Grasparossa. Il toponimo risale addirittura al XII secolo e una leggenda ne racconta le origini. Si narra che un giorno sette uomini intenti al lavoro si siano lasciati andare a esclamazioni blasfeme di fronte al passaggio di una processione religiosa. La punizione divina per questo comportamento fu quella di essere trasformati in cani. A ricordare questa leggenda, sull’antica facciata della cantina sono scolpiti i musi di sette cagnolini”. Che a simbolo (marchio) dell’azienda venga eletto un episodio certamente non virtuoso, tutto sommato volgare, da violenza verbale, lascia un po’ perplessi. In compensazione troviamo su questa bottiglia uno dei nomi (del vino) più belli tra quelli pubblicati in questa raccolta: “Settimocielo”, scritto così, in parola unica, ma inerente all’affermazione “essere al settimo cielo”, cioè essere allegri, contenti, gioiosi. L’origine di questa espressione viene ricondotta alla visione dantesca: secondo il sistema cosmologico aristotelico-tolemaico la Terra, al centro dell’universo, è circondata da 9 cieli cioè dai primi sette, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e quindi dall’ottavo (il resto di tutte le stelle), dal nono (cielo cristallino senza stelle) e infine dal decimo dove alberga Dio. Di questi 10 cieli solo i primi 7 risultavano accessibili all’uomo, ecco perché il settimo rappresenta il più alto livello di raggiungimento della gioia celeste. Bella anche la grafica dell’etichetta, molto semplice ma elegante, con il nome del vino sovrastato da un firmamento planetario e null’altro se non le diciture relative alla tipologia di prodotto.

Le Nano-Bottiglie che Fanno Bere Meno (Forse)

Quanto Basta, Chardonnay e Sangiovese, Cantine Riunite.

Siamo in ambito mass-market, cioè sugli scaffali della Gdo dove si fanno i volumi di vendita più alti. Favoriti anche dal prezzo molto basso. Pur sempre vino, come recitano le etichette. Il packaging potrebbe essere definito “spartano”. Colori di base, forme non particolarmente studiate, testi di grandi dimensioni a partire dal nome del vino “Quanto Basta”. Il nome logicamente allude al formato: piccole bottiglie da 250ml. Si vuole quindi comunicare al consumatore che la quantità del prodotto è quella giusta per un aperitivo, ma anche per il consumo personale di una cena. Probabilmente senza incorrere in rischi da alcol-test (se si mangia anche qualcosa di solido, naturalmente). Il nome contiene il consiglio d’uso: si tratta di un “gancio” commerciale che può fare presa. E’ come se il produttore si preoccupasse della salute dell’acquirente. Viene consigliata e fornita una quantità moderata (salvo berne due, di bottigliette, a propria scelta). Non siamo di fronte a soluzioni grafiche strepitose, ma il nome, di suo, può svolgere bene il proprio compito e in generale la funzione di aumentare il potenziale di vendita. Idea furba? Sì, perché si muove nella doppia direzione semantica di rassicurazione e di facilità di fruizione che possono fare di questa linea di vini un buon successo commerciale.

Semplice non Significa che sia Facile

Cirò Rosato, Librandi.

Questa storica azienda vitivinicola calabrese ha lanciato nel settore della Gdo (supermercati) una nuova etichetta per il Rosato da uve Gaglioppo, una delle bandiere della propria gamma. Nell’estetica generale, governata da cromatismi azzeccati, fa da protagonista innanzitutto il colore del vino. Tutt’altro che rosato, potremmo definirlo in vari modi: aragosta, arancio, creta senese, cipolla dorata, e perché no, color tramonto. L’abbinamento con i tre colori che caratterizzano l’etichetta è perfetto. Laddove troviamo dei toni pastello, dell’azzurro, del giallo e del verde. I tasselli colorati rappresentano certamente gli appezzamenti di terreno, le vigne insomma. A conferma di ciò, sul colore, vediamo delle strisce regolari, realizzate con inchiostri in rilievo, che danno proprio l’impressione, ottica e tattile, di qualcosa di materico, vivo, presente. Regna altresì la semplicità. Perché questo è uno dei segreti del packaging ben realizzato: la convivenza tra vari elementi anche complessi, che raccontano qualcosa, con una semplicità di esposizione di tali elementi che “tranquillizza” l’occhio. Comunicare senza gridare. Far percepire senza forzare. Con eleganza e gusto. Operazione per niente facile, credete a noi.

Un Vino che Resuscita i Morti

Vino Vivo, Blend di Bianchi, Isola Augusta.

Si tratta del vino “orange”, non filtrato, di un produttore friulano di Palazzolo dello Stello (Udine) che per tutte le altre etichette in gamma sceglie un design sobrio e molto classico (che non vi mostriamo, tanto in quella categoria sono tutte uguali). Per questo vino invece, l’azienda si spinge oltre i confini della tradizione (sia per la modalità di produzione, sia per il packaging). Nasce un’etichetta gioviale, colorata, ben illustrata con un tratto piacevole che raffigura un uomo (d’altri tempi, questo sì, con baffetti, papillon e con un cappello in testa) intento a degustare un calice dell’Orange Wine in questione. In alto troviamo il nome/logo aziendale e in basso il nome del vino: “Vino Vivo”. Forse che tutti gli altri vini siano morti? No. Si tratta di una sottolineatura per un prodotto che è più vivo degli altri, trattenendo in sé i lieviti, probabilmente mai domi. L’etichetta è di quelle che si portano volentieri alla tavola di amici e parenti con scanzonate aspettative. Il vino sicuramente saprà confermare passione e gioia di produttore e consumatore.

Il Grillo delle Onde Tonde (dette Anche Gorghi)

Coste a Preola, Grillo, 
Tenuta Gorghi Tondi.

Questa etichetta impatta molto a scaffale, non ci sono dubbi. Sono i colori, certamente, ma anche la grafica moderna e i tratti decisi (insomma, molto vistosi). Prima della nostra analisi vediamo cosa dice il produttore al riguardo, nella pagina dedicata a questo vino nel sito internet: “Coste a Preola è il nome scelto per rendere omaggio alla Sicilia e alla sua biodiversità: così si chiamano i vigneti che ricadono in questo lembo occidentale dell’isola, a ridosso del mare Mediterraneo, in una zona limitrofa alla Riserva Naturale del WWF Lago Preola e Gorghi Tondi. Coste a Preola Grillo è il vino-simbolo del forte legame tra la nostra azienda e l’oasi naturalistica”. Un nome, quindi, geolocalizzante (siamo nell’agro di Mazara del Vallo) curioso sì, non facilmente memorizzabile ma sufficientemente ricollegabile a qualcosa di locale, ad una narrazione del luogo. Torniamo ai colori e alle forme: un sole (un perfetto cerchio arancione in alto a sinistra), delle onde (che si alternano e si intersecano tra l’azzurro, l’arancio e l’argento. E come una quinta teatrale, un tassello bianco che si staglia tra i flutti con in alto il logo del produttore e in basso il nome del vino, il vitigno e la Doc. Il risultato complessivo è valido, originale, attenzionale, dinamico e quindi plausibile.

Il Pinot Nero alla Conquista dell’Etruria

Ermius, Pinot Nero, Panizzi.

La stimata azienda Panizzi di San Gimignano (nota soprattutto per la locale Vernaccia) ha da qualche anno iniziato a sperimentare la coltivazione del Pinot Nero, certamente non un autoctono toscano, vitigno che in linea generale gode maggiormente di latitudini più nordiche. Negli ultimi mesi la sfida si è materializzata in un nuovo vino nella gamma aziendale: “Ermius”. L’etichetta graficamente si distingue per i noti quadrati bianchi e neri (come se fosse il particolare di una scacchiera), simbolo e logo dell’azienda. In alto, in oro, leggiamo il nome del produttore. Al centro il nome del vitigno, in basso il nome del vino. Apprendiamo che il significato di “Ermius” è da ricondurre alla traduzione di “agosto” in etrusco. San Gimignano infatti rientra in quell’area di influenza di quel popolo che tanto ha fatto per diffondere il consumo e il mito del vino, prima ancora degli Antichi Romani. Il nome “Ermius” viene a confermare che il mese di raccolta è proprio agosto, a volte a inizio mese, soprattutto in annate calde come questo torrido 2022. Ermius suona bene, è breve, trasmette cultura e antichità, e di riflesso conoscenza dell’ enologia.

Per le Etichette Serve una Certa Inclinazione

Poggiogirato, Sangiovese di Romagna, Poggio della Dogana.

Dal sito del produttore: “Poggiogirato, Romagna Sangiovese Superiore Riserva DOC, è un vino biologico prodotto a Castrocaro Terme in località “le Volture” da vigneti di Sangiovese (vari cloni) di 15 anni di età con 5000 piante per ettaro, allevate a cordone speronato e dislocati a quota 200 metri slm. La resa per ettaro è di 5.000 kg/ettaro, ossia 1 kg per pianta”. Detto questo passiamo al nome, composto ma interessante: “Poggiogirato prende il nome dalla disposizione dei vigneti con i filari allineati a girapoggio, ossia ortogonalmente alla linea di massima pendenza”. Fin qui tutto bene. Passando però ad una analisi della grafica dell’etichetta sovvengono alcune considerazioni non del tutto positive. L’inclinazione degli elementi: forse il produttore voleva alludere al “giramento” delle vigne. Graficamente non risulta molto piacevole. Inoltre l’estrema semplicità (che in questo caso è semplificazione non valorizzante) del packaging non consente di attribuire una valore percettivo al prodotto che di per sé è di rilievo, essendo un Sangiovese Superiore Riserva. Il nome dell’azienda è: Poggio della Dogana, ribadito in etichetta in alto in corsivo e in basso a sinistra in forma di logo. Rivedibile.

Piuttosto che Niente

Piuttosto, Trebbiano di Romagna, 
Tre Monti.

Questa etichetta e questa bottiglia attivano subito l’attenzione. La bottiglia per la sua forma, simile a quella dei vini Porto, detta anche “Clavelin”. L’etichetta per questa tonalità verde smeraldo che risulta abbastanza insolita per un vino. Ma naturalmente c’è di più (e ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del vino, per la segnalazione): il nome “Piuttosto”. Verrebbe da pensare a un “più tosto” come caratteristica del prodotto (e di certo vale anche questa sfumatura semantica visto che la seconda “t” del nome viene enfatizzata cromaticamente), ma possiamo comunque contare sulla spiegazione del nome da parte del produttore, tratta dalla scheda del vino, nel sito internet: “Alla vigilia della vendemmia 2019 eravamo sul punto di estirpare l’ultimo ettaro del nostro splendido vigneto di trebbiano “della fiamma” a Petrignone: il riscontro commerciale ed il “mood” del mercato erano troppo tiepidi (eufemismo) nei confronti di questo vitigno. Ma, “piuttosto” che estirparlo, abbiamo voluto fare un estremo tentativo, e mettere a frutto le esperienze di macerazione acquistate con il Vitalba e fare una cosa nuova: 25 giorni di macerazione in cemento, un po’ di buona sorte, e, voilà”. Un nome nato da una discussione, da un progetto, dalla lingua parlata, a generare un prodotto originale anche nella sua formulazione. L’operazione è riuscita.

Ne Resterà Solo Uno (Forse Nemmeno Quello)

Forabuja, Trebbiano e Malvasia, Val di Buri.

Il naming di questo vino che viene dalle colline pistoiesi si può definire un esempio di unicità. E come si manifesta la singoarità, nel nostro nuovo mondo digitale? Semplice: se inizio una ricerca su Google con una parola (in questo caso il nome “Forabuja”) e i risultati (tutti i risultati) riguardano esattamente il prodotto che ha quel nome… ho fatto bingo! Nel senso che non ci sono problemi nell’essere in cima all’elenco o nella prima pagina della ricerca perché tutte le risultanze portano all’obiettivo. “Forabuja” non è un nome facile da leggere, da pronunciare e da ricordare, ma ha il vantaggio di essere unico e quindi originale. Nella ricerca di un nome (in questo caso si tratta di un toponimo di una vigna) sarebbe auspicabile trovare una soluzione particolare, non replicabile, ma anche foneticamente e concettualmente valida. Non si può avere sempre tutto ma almeno ci si può provare. Il vino in questione è un “orange” molto genuino (solo 300 bottiglie ogni anno) prodotto da una coppia di giovani viticoltori, Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi che vivono e lavorano a Baggio, appena fuori Pistoia, in zona Valle delle Bure, infatti l’azienda si chiama Val di Buri (le “Bure” sono le tracce scavate dai torrentelli che confluiscono nel fiume Ombrone). Vitigni autoctoni, agronomia supernatural, passione oltre misura, tante buone qualità in bottiglia. 

Unicità che Valorizzano

Muntrivè, Barbera, Alfiero Boffa.

Alfiero Boffa (nome di battesimo davvero raro e intrigante) colloca sotto al proprio marchio la dicitura “vigne uniche”. Non è una affermazione a caso, come spesso capita in queste situazioni, dove si sente la necessità di affermare qualcosa, ma senza un vero costrutto. In questo caso le vigne uniche di Alfiero sono un “marchio di fabbrica”, infatti l’idea imprenditoriale, fin dall’inizio dell’attività, è quella di separare le uve e quindi le produzioni, di vigna in vigna, insomma come direbbero i francesi, di “cru in cru”. Ecco che i lotti di produzione, ben distinti da numeri di partita e di serie riportati anche in etichetta, fanno riferimento a specifiche vigne storiche. La produzione è incentrata sulla Barbera, siamo in Piemonte, a San Marzano Oliveto, e il vino che abbiamo preso come esempio è il “Muntrivè”, nome antico del vigneto. Certo l’etichetta appare molto classica, al punto da risultare in un certo senso stereotipata. Ma le descrizioni che vi troviamo riescono comunque a distinguerla. Ad esempio la precisazione sul lotto con una numerazione da edizione speciale. Gli ettari di questo vigneto, il Muntrivè, sono solo 2 e quindi il numero di bottiglie prodotte annualmente è davvero limitato. Anche la precisazione “vino fiore”, mai sentita finora, è interessante: a definire la differente qualità di un vino ottenuto da mosto fiore e quella di un vino di seconda e terza spremitura (e non andiamo oltre, per carità). La numerazione della bottiglia fa il resto nell’incoraggiare una percezione di unicità e quindi qualità del prodotto. In alto a destra un bollo/timbro celebra il fondatore Nello Boffa e la sua genealogia. Si tratta quindi di un’etichetta spartana ma con alcune particolarità che la rendono interessante.

Rosso Pernice da Intenditori

Alectoris Rufa, Gamba di Pernice (Calosso Doc), Cagnotto Marcello.

L’azienda agricola Cagnotto Marcello (testuale, cognome e nome) di Cagnotto Emilia, come recita l’intestazione su Facebook, si trova a Calosso in provincia di Asti e in questo caso vinifica un vitigno davvero raro che si chiama “Gamba di Pernice” per il colore rosso che il graspo acquisisce in fase di maturazione del grappolo. E’ un vitigno che in Piemonte si trova solo in tre comuni, a Castagnole Lanze e Costigliole d’Asti, oltre che a Calosso, denominazione della Doc. L’etichetta è estremamente decorativa: quasi tutto lo spazio “cartaceo” disponibile è occupato da una maestosa illustrazione di una vegetazione lussureggiante dove un paio di pernici si aggirano felici. Il nome del vino in questione, infatti, è l’allocuzione scientifica in latino della Pernice Rossa, “Alectoris Rufa”. Ed ecco spiegato il tutto. In modo molto semplice così come è graficamente semplice l’etichetta. La bella illustrazione attira l’attenzione e si fa notare con eleganza. Forse risulta un po’ datata, classica, antica, ma la forza dei colori e la stranezza del nome possono giocare le loro carte sullo scaffale. Per quanto riguarda il vino, rimane solo da provarlo (se riuscite a trovarlo).

Tra Francia e Spagna c’è di Mezzo il Latino

Tesselae, Carignan, Domaine Lafage.

L’uso del latino è noto e sfruttato in tutto il mondo. E’ una specie di lingua internazionale, almeno per il Vecchio Continente dove gli Antichi Romani lo hanno distribuito (insieme a molte barbatelle) da sud a nord. Questo vino francese, della costa catalana (ai confini, infatti, con la Catalogna) si chiama “Tesselae” che in latino significa “piastrelle”, “tessere”, “mosaico”. L’illustrazione in etichetta conferma: vediamo una serie di tasselli colorati, concentrici, realizzati con inchiostri colorati e lucidi, che attirano l’attenzione. Richiamano l’occhio in un vortice cromatico, graficamente molto gradevole e attenzionale. La ragione di questi rettangolini colorati non è nota. Si potrebbe ipotizzare la rappresentazione di appezzamenti viticoli su una collina tondeggiante. Sarebbe la quadratura del cerchio. Ci accontentiamo di poter godere di una etichetta ben realizzata, elegante e “sprintosa”, tutt’altro che classica e noiosa. Di ottimo impatto visivo pur conservando una propria dignità formale. In alto troviamo una importante precisazione (sotto al nome del vitigno): “vieilles vignes” a indicare agli astanti la nobiltà dei ceppi dai quali scaturisce questo nettare. Infatti una delle caratteristiche di questa azienda sono le bassissime rese che consentono di ottenere solo una bottiglia per ceppo. Poco ma buono e molto parcellizzato.

I Contorsionismi del Marketing Internazionale

Kamasutra, Sauvignon Blanc.

Si tratta di un chiaro esempio dove il nome è la parte preminente di tutto il business. Prendiamo un’azienda che coltiva uva e produce vino in India. Come la chiamiamo? Con una parola nota in tutto il mondo che risulta anche molto curiosa per il suo significato. Il gioco è fatto. Se aggiungiamo che c’è una corrispondenza storica e culturale con il paese di origine, la formulazione è ancora più plausibile. Fortunatamente il produttore (un grande gruppo che si occupa di “beverages” a tutto tondo) non scade in illustrazioni equivoche, proponendo invece un disegno della tradizione indiana a decoro dell’etichetta. Il risultato “ottico” è valido. Il packaging risulta elegante, ordinato, memorabile, cromaticamente equilibrato (intendiamo il colori scelti per le varie etichette, per la gamma, che raffiguriamo qui alla base del testo e che annovera anche un vino che si chiama “sette” in italiano, confermato da numeri rimani sullo sfondo). Certo che qualcuno potrebbe definire questo nome come “una furbata”. Di fatto lo è, però ben applicata, con evidenti obiettivi commerciali che non devono mai mancare in una logica di marketing che punta a un successo imprenditoriale fatto anche di immagine e non solo di contenuti.

Fratelli di Barbera in Terra Australiana

Barbera (Granite Belt), 
Golden Grove Estate.

C’è sicuramente un po’ di nostalgia di “casa” nella produzione e nei nomi dei vini di Golden Grove Estate, azienda vitivinicola del Queensland (Australia). I fondatori, infatti sono Mario e Nita Costanzo che nel 1946 iniziarono a coltivare uva e altra frutta. Oggi figli e nipoti (dai nomi non più italiani: Sam, Grace, Ray…) portano avanti la produzione con Barbera, Sangiovese, Nero d’Avola, Vermentino e anche due blend che si chiamano “Tranquillo Rosso” e “Tranquillo Bianco”. Nel nostro caso abbiamo preso come esempio l’etichetta della Barbera dove il nome del vitigno viene letteralmente “gridato” a caratteri molto grandi. A dire il vero di fianco a “Barbera” leggiamo anche in piccolo “Granite Belt”, a sancire il tipo di terreno. La scelta di evidenziare (per di più in rosso) il nome dell’italico vitigno risiede certamente nel tentativo di trasmettere in Australia la buona fama delle tradizioni del nostro paese. E c’è da pensare che questo possa rappresentare un vantaggio anche commerciale. Per quanto riguarda la grafica dell’etichetta, molto disimpegnata da canoni classici, vediamo delle pennellate di colore che danno agio alla bottiglia di farsi notare con spiccata modernità, oltre che cromaticità. 

Filosofie Germaniche nel Profondo Veneto

Sehnsucht, Syrah, Calalta.

Il nome di questo vino è fuorviante. Si pensa a un produttore germanico o comunque estero. Poi si legge il nome dell’azienda alla base dell’etichetta, Calalta, e si comprende che siamo comunque in Italia (e per la precisione in provincia di Vicenza). E quindi cosa significa quel nome? La traduzione non è facile e nemmeno immediata: la letteratura dice che “…è uno dei concetti chiave del Romanticismo tedesco ed è un termine difficilmente traducibile in Italiano con una sola parola. La parola indica lo struggimento e il desiderio ardente, ma anche la nostalgia, per una cosa o una persona ed è strettamente collegato al dolore derivante dal fatto di non poter raggiungere l’oggetto di tale desiderio”. Siamo in campo filosofico. La definizione richiede almeno una o due riletture. Ci accontentiamo della stranezza e passiamo a commentare la grafica del packaging. Siamo nelle sabbie mobili anche in questo caso: in alto a sinistra un reticolo cromatico nebuloso ci porta verso l’arte astratta. Forse una riproduzione delle superficie di Marte. Ma lo diciamo più come battuta. Certezze non ce ne sono. Sappiamo invece che il rosato in questione è frutto della lavorazione del vitigno Syrah. Non propriamente un autoctono veneto, come ammesso dal produttore stesso. Per il resto l’etichetta è pulita, lineare, ordinata, moderna. Strana, sì, anche questo. Grazie a Sara Missaglia per le ricerca e la segnalazione: etichetta impegnativa!

Frammenti di Vigne Colorate nel Roero Piemontese

Valfaccenda, Roero Arneis, 
Az. Agr. Valroggero.

La “faccenda” potrebbe sembrare complessa. E forse di fatto lo è, guardando questa etichetta. Ma procediamo con ordine. L’azienda si chiama “Valfaccenda” (che funge in questo caso anche da nome del vino), ipotesi confermata anche dal fatto che il dominio internet è proprio questo. Sul lato destro dell’etichetta si legge invece che si tratta della “Azienda Agricola Valroggero” di Carolina Roggero. Carolina e Luca sono la giovane coppia che coltiva e produce vini sostanzialmente a base Nebbiolo e Arneis. La località dove ha sede l’azienda si chiama Val Faccenda e prende il nome dei precedenti proprietari che la gestirono dal 1928 ad opera del patriarca Leone Faccenda. Quindi, in un certo modo, la faccenda è questa. Per quanto riguarda la complessità grafica e cromatica dell’etichetta possiamo solo enunciare delle supposizioni: i tasselli colorati che fanno impazzire gli occhi sono degli appezzamenti di terreno, oppure i frattali di una serie di riflessi e forse anche di riflessioni di chi l’ha pensata e creata (in questo caso la titolare). Il risultato è qualcosa di attenzionale, questo sì, con una percezione da arte contemporanea non risolta ovvero autoriferita che non riesce a comunicare granché, e se lo fa, propone una visione molto spezzettata, spigolosa, astratta e personalistica. Ad ognuno la propria etichetta, direbbe un saggio!

Saggezza Antica e Moderna in Moldavia (o Moldova)

Uneori, Merlot, Asconi Winery.

Questo produttore della Moldavia, con annessi GuestHouse e Ristorante, ha generato una serie di etichette che nella loro pur semplice esecuzione, attirano e incuriosiscono. Prendiamo ad esempio questo Merlot che si chiama “Uneori Sometimes” dove Uneori sarebbe Sometimes in moldavo: si tratta in entrambi i casi della parola iniziale di una frase che continua sotto, più in piccolo e con inchiostro nero: “you have to be your own hero”. Una frase tra il filosofico e l’aforistico. L’etichetta, come si diceva all’inizio, è davvero semplice: oltre al nome del vino e alla frase centrale, notiamo in alto il nome della cantina e in basso vitigno e annata. Le altre etichette relative a Glera (eh sì, coltivano pure la Glera), Cabernet Sauvignon, Riesling, Moscato, riportano altre frasi, sempre precedute da “Sometimes” in rosso: “we need a little magic” o anche “we’ve got the whole world in our hands”, e così via. Le frasi sorprendono e fanno riflettere. Qualche calice di vino farà il resto. Si tratta di una soluzione molto originale che non toglie eleganza all’etichetta che risulta al tempo stesso moderna ma anche dotata di una saggezza antica. Come da quelle parti, del resto, è giusto riconoscere. N.B.: il sito internet dell’azienda è sorprendente per dinamica, grafica e contenuti: www.asconiwinery.com

Giramenti di “P”

Pianacce, Vermentino, Giacomelli.

L’etichetta di questo Vermentino che nasce sui Colli di Luni, a Castelnuovo Magra, sul confine tra la Liguria e la Toscana, punta tutto sul nome del vino. In grande evidenza (dimensionale) nella parte centrale del packaging. Il nome del vino è “Pianacce”. Si nota subito che la lettera iniziale “P” è girata, specularmente, a sancire una stranezza che attira l’occhio ma rende difficile la lettura. Certo, si intuisce subito che la parola è quella, ma la distorsione non aiuta la memorizzazione. Pianacce è una definizione geomorfologica, sarebbe come dire “pianure”, o a anche “zona pianeggiante” in generale. La “forma” e la fonetica della parola portano in grembo una sorta di tono “peggiorativo”, come se “Pianacce” venisse tradotto con “pianuracce”, cioè della pianure non belle, di aspetto o di consistenza geologica. Invece qui cresce, a quanto parte, un ottimo Vermentino, che sfrutta i frammenti delle cave di marmo, alle spalle dei Colli di Luni, che da anni si depositano nelle porzioni di terreno che portano al mare. Per il resto, l’etichetta appare abbastanza elegante, grazie al fondo nero, ai caratteri di scrittura graziati e a una impaginazione ordinata e lineare. Il logo aziendale, in alto al sinistra, espone (in modo troppo minuto) un panorama notturno con luna, che evidenzia delle torri padronali, probabilmente presenti nel comune di appartenenza.

In Nome delle Donne Frizzanti

Lucìe, Inzolia, Scirocco.

Davvero singolare questo vino, così come il suo nome e il suo packaging. Viene prodotto da Samantha Di Laura. Nata al nord ma di origini siciliane, torna nella sua terra prima come Direttore Commerciale di una grande cantina, ora come produttrice di vino a Menfi. Il nome di questo “frizzante” sui lieviti è “Lucìe”, un femminile plurale che diventa “femminile singolare” nel claim di prodotto. “Lucìe”, dice la produttrice, in omaggio alle donne, alle tante “Lucia”, nome molto diffuso in Sicilia e nell’Italia intera. L’azienda infatti si vanta di essere tutta al femminile: tutti gli incarichi sono coperti da donne, caratteristica evidenziata attraverso una narrazione cinematografica nelle pagine del sito aziendale (www.lucie.wine). Il materiale grafico è davvero ben realizzato, dall’etichetta (che sulla bottiglia viene integrata con un pendaglio) al sacchetto in carta, fino a proporre una deliziosa scatola in metallo in stile retrò. Anni ‘50 è anche la foto di una donna con foulard svolazzante che occupa gran parte dell’etichetta. Immagine sognante, fluida, felliniana. Particolare anche il nome dell’azienda, “Scirocco”, come un noto vento del sud, ma anche epiteto che la madre di Samantha le attribuiva per il suo carattere, diciamo così, burrascoso. E infine il vitigno, l’Inzolia (o Insolia che dir si voglia), di solito utilizzato per vini fermi, qui dà origine a un frizzante senza zuccheri, senza solfiti, biologico, volutamente di bassa gradazione per una bevibilità sana e gradevole. 

Il Nome dei Non-Nomi

Dysnomia, Pergolone e Moscatello Selvatico, Pistis Sophia.

Se partiamo dai nomi dei vitigni troviamo già qualcosa di insolito: il Pergolone e il Moscatello Selvatico. Un approccio creativo, nella scelta di autoctoni davvero sconosciuti da parte di questo piccolo produttore di Ortona in provincia di Chieti. Il vino in questione si chiama “Dysnomia” e secondo Wiktionary (versione in inglese): “Anomic aphasia (also known as dysnomia, nominal aphasia, and amnesic aphasia) is a mild, fluent type of aphasia where individuals have word retrieval failures and cannot express the words they want to say (particularly nouns and verbs)”. Insomma si tratta di una anomalia mnemonica che impedisce ai soggetti che ne sono affetti di ricordarsi, di ritrovare nei meandri della mente, quindi di menzionare le cose con il loro nome. Diciamo allora che chiamare un vino con un nome che riguarda l’incapacità di nominare le cose è un corto-circuito semantico non da poco. E non da tutti. Procedendo nell’analisi dell’etichetta è necessario fare riferimento al nome dell’azienda (in alto, sotto a un marchio che propone una crasi grafica tra una “P” e una “S”): “Pistis Sophia”. Ecco la spiegazione del produttore: “Pistis Sophia è un libro, per la precisione un vangelo, che ha influenze mistico-filosofiche, scritto in lingua copta, evoluzione dell’ egiziano antico. Abbiamo scelto questo nome per due motivazioni principali, la prima è il significato delle parole greche Pistis e Sophia ovvero Fede e Conoscenza, due concetti alla base del nostro modo di lavorare; la seconda deriva dalla parte finale di questo vangelo in cui Gesù incontra Pistis Sophia. A livello intellettuale, Pistis Sophia è una figura che rappresenta la fase della creazione, all’interno della quale l’anima umana, caduta nel caos della materia, trova l’opportunità per risalire e tornare al Dio ineffabile. Il contenuto del Pistis Sophia altro non è che la rappresentazione della vicenda umana: dalla creazione alla salvezza, passando per la caduta”. Criptico? Salvifico? Concettuale? Filosofico, certo. E ora concludiamo con l’analisi del logo (la “P” e la “S”): “Il nostro logo prende forma dalla cosiddetta “sezione aurea”, rappresentata dalla lettera greca Phi (Φ); conosciuta anche come “divina proporzione”, è la sintesi matematica dei concetti di bellezza ed armonia. Così intendiamo i nostri vini, un equilibrio di gusto tra gli elementi della nostra amata terra e la meraviglia che sprigionano ad ogni sorso”. I nomi degli altri vini di questa azienda “pescano” nel greco antico, tipo: Parthéna, Didymoi, Karkinos, Pàgos, Ichthyes, sempre più difficile… (c’è un vino che si chiama C9H9No3-B (non è uno scherzo, esiste davvero). Grazie a Sara Missaglia per questa straordinaria scoperta! Ci scusiamo per la scarsa qualità delle immagini, ma sono le uniche che siamo riusciti a reperire: evidentemente le teorie “naturali” dell’azienda comprendono anche la divulgazione di materiale grezzo anche per quanto riguarda la comunicazione.

La Sorprendente Impronta del Somarello

Imprint, Susumaniello, A Mano Wine.

Questa azienda, condotta da Mark Shannon ed Elvezia Sbalchiero in Puglia (lui americano, lei friulana), si chiama “A Mano Wine” ed è facile capirne il senso: viticoltura artigianale e volontà di generare percezioni di autenticità. Mark ed Elvezia approfondiscono soprattutto il Primitivo, come ricerca personale e come fenomeno ampelografico che nella lontana California diventa famoso col nome di Zinfandel. Nella produzione si dedicano con passione ad altri autoctoni della regione come ad esempio il qui raffigurato rosato da vitigno Susumaniello. Si tratta di una edizione speciale che rende l’asinello (somarello in dialetto) assoluto protagonista, con un’etichetta fustellata che lascia libera al centro (bucata) la sagoma dell’equino scalciante. Nell’etichetta usuale il riferimento al somarello rimane solo alla base, come anche in questo caso, dove l’asino scalcia la “m” della parola “susumaniello”: una simpatica nota di colore grafico e folklore ironico. Il nome di questo rosato è invece “Imprint (di Mark Shannon)” laddove il nome del produttore poteva anche essere tralasciato o isolato in altre sezioni del packaging, e dove, sempre ironicamente ipotizziamo che l’imprint (l’impronta) sia quella lasciata dallo zoccolo dell’ asinello sul deretano di qualche incauto visitatore delle vigne. Nota a margine: bello il richiamo cromatico tra il blu della scritta in basso e la chiusura del tappo laccata in alto. 

Tutti al Mare… Freschezza Solare

Doccia Fredda, 
Trebbiano d’Abruzzo 
e Passerina, Controvento.

Il territorio che ci “dona” questo vino è l’entroterra abruzzese, a Rocca San Giovanni, in provincia di Chieti, dove Vincenzo Di Meo lavora 5 ettari di vigne nel comprensorio del “Fosso delle Farfalle” (che già così, fa storytelling) una riserva naturale protetta. Le etichette di questo eclettico produttore sono molto particolari, caratterizzate da disegni, in pratica delle vignette umoristiche. Prendiamo ad esempio quella di questo vino bianco ottenuto con fermentazione spontanea in acciaio. Il nome del vino è “Doccia Fredda”, giustificato dal fatto che si tratta di una beva molto “scorrevole” e “fresca”, “che va giù tutto d’un fiato”. Insomma una sferzata di gradevole frescura, una sensazione forte come una doccia fredda. A sancire il concept, l’illustrazione in etichetta ci mostra una figura femminile, in situazione spiaggia (con abbigliamento anni ‘60) che si accinge a cogliere l’attimo di una doccia generata da una botte, con il chiaro sospetto che si tratti di vino e non di acqua. Da notare che la beach-girl calza delle scarpe col tacco che sulla sabbia potrebbero rivelarsi estetiche ma anche scomode. La finzione regna sovrana, siamo nel campo del sogno, dell’illusione, del racconto sopra le righe. Certo che il suo “mestiere” lo fa, questa etichetta, attirando l’attenzione almeno per quell’attimo necessario a condizionare la decisione di acquisto o una battuta tra amici.

Capre Sudafricane di Razza Buongustaia

Goats do Roam, Blend di Rossi, Fairview.

Questa azienda vinicola sudafricana ha chiamato una linea di vini “Goats do Roam” che testualmente sarebbe “le capre vanno in giro (vagano)”. L’ironica affermazione deriva da un fatto, che si presume vero, accaduto in azienda e che viene raccontato così nel sito internet del produttore: “La leggenda narra che alcuni capi erranti della mandria di capre di Fairview un giorno fuggirono dal loro recinto dileguandosi nei vigneti dopo che il giovane figlio di Charles Back, Jason, aveva accidentalmente lasciato il cancello aperto. Il piccolo gregge vagò felicemente tra le viti: mostrando raro discernimento fece bottino di alcuni dei grappoli più maturi. Ispirati da questa storia, ora usiamo gli acini migliori nella produzione del nostro vino Goats Do Roam. Molto beverina e di qualità superiore, la gamma Goats Do Roam è composta da vini in stile francese e italiano, ricchi di complessità a prezzi convenienti”. Simpatica la storia delle capre che vanno a scegliersi i grappoli migliori direttamente in vigna. Narrazione in grado di risultare sinergica con la modalità di produzione e la qualità dei vini, in modo poco altezzoso, anzi, raccontato con sincera allegria. Tutto il sito tratta proposte, prodotti e marchio con ironia e sostanzialmente senza prendersi troppo sul serio. Pur mantenendo un livello di credibilità elevato. Etichetta graficamente molto impattante, bella l’antica riproduzione della capra, colori e particolari stilosi. Complimenti.

Con le Bolle sulla Luna

Zuzù, Trebbiano di Spagna e Modenese, Franchina e Giarone.

Chiariamo subito che il nome dell’azienda potrebbe ingannare: Franchina non è una persona bensì un vigneto, così come Giarone non è un cognome ma il nome di un altro vigneto del produttore. Vedendo le etichette di questa giovane azienda vitivinicola possiamo dire che Luca Pizzetti, il titolare, è un sognatore. Portiamo ad esempio l’etichetta del vino che si chiama “Zuzù”, un rifermentato in bottiglia che viene prodotto con l’aggiunta di mosto congelato della medesima annata della pressatura e di zucchero d’uva. Da qui il nome, “zu + zu”, una doppia “zuccheratura” che caratterizza il prodotto. Cosa vediamo in etichetta? In alto una specie di “e” che funge da logo aziendale. In basso il nome del vino con un carattere molto tipografico, di vecchio stampo. Al centro e a tutto spazio una illustrazione molto ben curata ci mostra un uomo sulle colline emiliane, intento a trattenere con un filo una luna/acino/pallone che risplende nel cielo. La grafica è sicuramente di impatto, grazie a una elevata dose di originalità. Forse una stile così narrativo si presterebbe di più alla copertina di un libro, ma il suo lavoro di comunicazione lo fa bene anche su una bottiglia. Grazie a Sara Missaglia per aver scoperto questa interessante etichetta e il suo fantasioso creatore.