Il Gallo Greco del Muschiato Rosa
Nel Solco (Dorato) della Tradizione
Langhe Nebbiolo, Rinaldi.
Può un grande classico durare nel tempo? La risposta è sicuramente sì. Ma si possono fare distinzioni. Ecco un’etichetta di un famoso produttore di Barolo (in questo caso propone un Nebbiolo delle Langhe) che mette in evidenza dei canoni e degli stilemi che più classici non si può. E’ un’etichetta figlia di una nomea prestigiosa ma anche della paura del cambiamento. Il ragionamento è questo: se cambiamo qualcosa della nostra etichetta storica, i nostri clienti ci “riconosceranno” ancora? Meglio non cambiare, teniamo tutto com’era prima e come è sempre stato. Giusto? Sbagliato? Nel caso delle Langhe potremmo dire più giusto che sbagliato. E piuttosto che commettere errori meglio continuare nel solco della tradizione e di una viticoltura ottocentesca. Ma come appare questo packaging agli occhi di consu-amatori attuali? (il gioco di parole è voluto) Una grande scritta in oro, in alto, nel nome del Signore (inteso come il padre fondatore). Una cornice, sempre d’oro, che racchiude il resto degli elementi. Tra i quali, una cetra, grappoli d’uva, menzioni del vitigno e della Doc, tutto stereotipato. Se non fosse per quella interessante scritta, proprio sotto alla cetra, che recita “Tenute Proprie”. A sancire, giustamente, un processo produttivo completo e pienamente controllato dal viticoltore. E’ un’etichetta “vecchia”, polverosa, ma che tranquillizza. Insomma, si va sul sicuro. Anche se qualche ammodernamento non nuocerebbe,
Farfalle nei Vigneti da Due Milioni di Euro
Domani, Barolo, Campàro.
Può una farfalla essere rappresentativa di un Barolo? Se la farfalla in questione è simbolo di leggerezza, allora no. Se si tratta di un discorso di naturalità, rispetto per l’ambiente, regime biologico, allora forse sì. Rimane il fatto che un’etichetta è madre e vittima del primo impatto che trasmette. E l’immagine di una leggiadra e coloratissima farfalla si sposa poco con la tradizione e la sobrietà (d’intenti) delle Langhe. Ma questo è solo un nostro personalissimo parere. Veniamo alle parole. Cioè ai vari nomi che entrano a far parte di questo packaging. Abbiamo il nome vero e proprio del vino, “Domani” (così semplice che non necessita di commenti se non che è poco leggibile), abbiamo il nome della cantina, “Campàro” (mentre il nome del produttore è Mauro Drocco) e abbiamo anche il nome della zona vinicola specifica, la località “Boiolo” (proprio sotto al belvedere di La Morra) e infine, logicamente, la DOCG “Barolo”. Troppa carne al fuoco? Se si tratta di una bella costata alla brace, con questo vino va benissimo, ma se parliamo di marketing tutti questi centri di attenzione potrebbero essere fuorvianti o come minimo confondere (sopratutto gli avventori stranieri che già se capiscono dove si trovano le Langhe e forse anche il Piemonte è già un successo e parliamo in particolare degli americani che collocano la Silicon Valley al centro del loro universo mentre il resto del mondo sono frattaglie). A volte per questi vini di pregio basta anche solo scrivere “Barolo”, certo, ma anche il vestito della bottiglia può avere la sua bella importanza (la farfalla è bella, eh! Non si discute su questo).
La Filigrana di un’Etichetta in Crescendo
Palás, Barbera d’Asti, Michele Chiarlo.
Madamine Giullaresche nel Solco della Tradizione
E’ un Cipresso e Anche un Gran Varietà
Bolgheri Rosso, le Macchiole.
Il gioco forse vale la candela. Anche perché da quelle parti il vino, anche quello “base di gamma”, costa molto. La Costa Toscana infatti ha guadagnato fama e commercio negli ultimi anni. Sulla scia di iconografiche cantine che hanno fatto da apripista, come Tenuta San Guido del celebre Sassicaia. Il gioco in questo caso è tra la cultura (scrittura) orientale, in particolare quella giapponese, è la sintesi grafica di qualche designer italico. Nasce quindi volontariamente il qui-pro-quo di una illustrazione (al centro di questa etichetta) che somiglia proprio a una lettera dell’alfabeto nipponico ma che dichiaratamente rappresenta un cipresso. Il panorama pre-collinare di quelle zone, infatti, è caratterizzato da questo tipo di vegetazione, distintiva in generale della Toscana. Il produttore, le Macchiole, gioca su questo equivoco, al punto da farne una campagna di comunicazione che qui riportiamo. L’etichetta è estrema in semplicità e questo molte volte è apprezzabile. Forse qui fin troppo sobria, ma la sua forza di attrazione la esercita molto bene, se non altro stimolando la curiosità. Il vino, per la cronaca “tecnica”, si compone di ben 5 vitigni: Merlot, Cabernet Franc e Sauvignon, Syrah e Sangiovese. Un bel “varietà” che nasce in 4 vigne diverse. La bravura evidentemente sta nel mettere insieme il tutto. E nel rispettare l’estetica dei cipressi.
Nomi di Calciatori per Santi Bevitori
Amauri, Cabernet e Sangiovese, Fabio Cordella Contine.
Un Rosso su Bianco, come la Neve Olimpica
Rosso di Valtellina, Marco Ferrari.
Il territorio è quello posizionato più a nord della Lombardia. Provincia di Sondrio. A ridosso del confine svizzero dove il vino è sempre stato commercio allo stato puro (ma non sempre puro il vino). Zona resa celebre attualmente anche per lo svolgimento della Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, nelle località di Bormio e Livigno. Zona di vigneti e frutteti (mele). Dove il Nebbiolo regna sovrano. Nebbiolo delle Alpi, lo chiamano, visto che alligna in altitudine e senza timore di basse temperature. Il vino più pregiato è il Valtellina Superiore (nelle sottostimate sottozone di Sassella, Grumello e Inferno soprattutto). Qui celebriamo l’etichetta di un Rosso di Valtellina, fratello minore, ma non meno qualitativo se prodotto con carisma e rispetto delle procedure antiche. Quella di Marco Ferrari è una delle più recenti cantine, nata nel 2021, poche bottiglie, produzione quasi famigliare. L’etichetta è di quelle semplici, lineari, nero su bianco, pochi tratti che descrivono il panorama di quelle zone con sintesi attuativa. I picchi in alto e le tracce di vigneti a mezza valle, dove la vite cresce meglio, al riparo da umidità e ristagni. L’inchiostro nero in rilievo come unica concessione all’estetica. In alto il nome della DOC, alla base il nome del produttore con una semplice specifica: “Viticoltore in Valtellina”. Detto e fatto. Con il piacere della beva nel bicchiere.







