Giocando con la Serietà dello Champagne


Champagne Extra Brut, Emmanuel Brochet.

Questo Champagne, prodotto in soli 12000 esemplari, è il frutto di un unico vigneto certificato Premier Cru di circa 2,5 ettari a Villers-aux-Nœuds, nella Montagne de Reims. Piccole produzioni, sapiente gestione dei tre principali vitigni dello Champagne. Ma non è questo che ci interessa, cioè, chiariamo, la qualità del vino è importante, e qui ce n’è molta. Ma quello che ci colpisce e che vogliamo commentare è l’etichetta. Spartana, sì, nella descrizione del prodotto, ma con una illustrazione che fa sognare e divertire. Vediamo un viticoltore-giocoliere che si destreggia facendo roteare in aria 4 bottiglie. Se avete provato a maneggiare una bottiglia di Champagne vi ricorderete che pesano molto. E quindi questo esercizio, sia pure simbolico, acquisisce ancora più rilevanza. Certo, è un gioco, ma che volendo può essere denso di significato. Significa che in questa cantina risiede una maestria particolare. Ad esempio. Oppure che la destrezza con le bottiglie è di fatto una abilità nel più tranquillo “remuage”. Insomma, con molta simpatia, si attira l’attenzione sul prodotto e su chi lo “costruisce”. E poi c’è anche un po’ di coraggio nello sdrammatizzare, quasi sconsacrare, lo Champagne. Fin troppo vestito di sacralità in Francia e nel resto del mondo. Giochiamo anche noi, quindi e prendiamo le bollicine con allegra spensieratezza.

Il Pesce Giusto con lo Champagne (No, non è Questo)


Les Herengs, Champagne, Bonnaire.

Il sito di questo produttore di Champagne con sede a Cramant si chiama “HomoBulla”. Nella prima pagina (entry page per gli addetti ai lavori) infatti campeggia una specie di motto: “L’homme est une bulle”. Se traduciamo alla lettera troviamo “L’uomo è una bolla”, o forse un bullo, chissà. A parte questa curiosità… ce n’è un’altra e riguarda l’etichetta del Blanc de Blanc di questa maison: “Les Herengs”. Proprio così, le aringhe. A quanto pare si tratta del “lieu dit”, il luogo dove si trovano le vigne che allevano i grappoli di Chardonnay che danno vita a questo vino. Aringhe che vengono rese protagoniste, anche come contenuto grafico, sull’etichetta. Ma come ci sono arrivati lì questi due pesci? Forse una reminiscenza del passato, quando, si dice, nella regione dello Champagne c’era il mare. Forse si tratta di un suggerimento di consumo, più in generale con il pesce o altri animaletti marini, certo che le aringhe, uno dei pesci più economici del mercato, poco si legano a uno dei vini, invece, più costosi. Ma insomma, invece che ostriche e Champagne, per una volta si potrebbero provare le aringhe. Affumicate? Sotto sale? In guazzetto? Mai sentito un accostamento simile ma di sicuro qualche chef moderno e alternativo potrebbe tentare qualcosa di interessante. Nel frattempo ci gustiamo questa etichetta che a parte le aringhe è ben realizzata, su carta preziosa e con particolari di stampa valorizzanti.

Un Whisky Forte e Gentile, ma Anche Malandrino


Liquid Treasures, Single Malt Scotch Whisky. Bruichladdich Distillery.

L’etichetta di questa bottiglia di whisky è molto particolare. Si tratta di una edizione speciale che la distilleria Bruichladdich ha prodotto in soli 168 esemplari. La distilleria si trova nella celebre isola di Islay, a nord dell’Irlanda e a Ovest di Glasgow, dove si concentra la produzione del miglior whisky scozzese. Vediamo cosa racconta, in sintesi, l’azienda produttrice: “A differenza delle altre distillerie dell'isola di Islay, la nostra gamma Bruichladdich viene prodotta senza torba. Senza l'influenza del fumo, solo con la preziosità del nostro ingrediente grezzo: l'orzo. Cambiando unicamente le varietà di orzo e i metodi di coltivazione. La qualità del nostro whisky nasce senza coloranti, utilizzando solo acqua di sorgente di Islay. Crediamo che il whisky e l'agricoltura siano intrinsecamente legati…”. Solitamente sono sobrie, le etichette di whisky: affermano spesso storicità, tradizione, genuinità. In questo caso si è deciso, evidentemente, di andare sopra le righe. Cosa vediamo? Una giovane donna, sostanzialmente nuda, che regge una bolla, un pallone, forse la rappresentazione di una goccia di whisky o di un chicco di orzo, chissà. Il tono cromatico è vistoso, aggressivo, su caldi arancioni. Il sorriso maliardo della donna, stempera. Certo che 54 gradi alcolici sono comunque tanta roba.

Parole in Evidenza per un Vitigno Francese “delle Venezie”


Chardonnay, Pizzolato.

Bottiglia (ed etichetta) molto particolare per questo Chardonnay “delle Venezie” ad opera di un grosso produttore veneto. Partiamo dal vetro, tutt’altro che comune. La bottiglia, come forma, ricorda una “borgognotta”, ma nella sua interezza è “butterata”. Cioè presenta una trama puntinata in rilievo. Questo significa, logicamente, costi in più e un incarico particolare per la vetreria che la produce. Siamo nell’ambito della personalizzazione accurata. Sempre parlando del vetro della bottiglia, da notare, alla base, la scritta in (basso)rilievo “organic”. Una specifica opportuna visto che questa azienda produce in regime biologico. Passiamo alla carta dell’etichetta, anch’essa ruvida al tatto, con un taglio lineare in basso e uno irregolare in alto. Marchio e nome dall’azienda sul lato destro e una texture molto particolare al centro, fatta di molte parole, alcune di esse evidenziate con inchiostro nero. Sono: biologico, equilibrio, impegno, responsabilità, cambiamento. Le parole non sono gettate lì a caso, bensì sono parte integrante di un racconto che si dipana per tutta l’ampiezza del packaging. Gran lavoro creativo e tecnico. Per sorprendere, certo, ma anche per trasmettere valori pregnanti che riguardano la storia e la produzione dell’azienda. 

Un Chiaretto in Rosa e Arancione


Chiaretto di Bardolino, Giulio Pasotti.


Questo vino veneto, rosato, tipico della zona lacustre del Garda è letteralmente firmato da un tale Giulio Pasotti. Poco visibile, in oro, sulla base arancione dell’alberello di vite, si legge il nome e cognome in questione. Non sappiamo se veramente esiste un signor Giulio Pasotti o se si tratta di una operazione di “branding nomeico”. Poco importa per la nostra analisi di questa etichetta. Certo importerebbe per la fiducia da riporre nel produttore. Ma andiamo con ordine. Cosa dice il disciplinare a proposito di questo chiaretto DOC? Ci viene in aiuto la AI che scova in rete questa definizione: “Il disciplinare del Bardolino Chiaretto DOC definisce le uve (principalmente Corvina, Corvinone, Rondinella), la tecnica di vinificazione "in rosa" (breve macerazione delle bucce), le caratteristiche organolettiche (colore rosato, profumi di frutti rossi, gusto fresco) e le specifiche di produzione, con un'entrata in vigore recente (2021)… È un vino leggero, fresco, versatile negli abbinamenti, con un grado alcolico minimo e un affinamento in acciaio, ideale da bere giovane”. Bene, Appreso il contenuto della bottiglia, vediamo in che modo comunica la sua etichetta. Grande importanza, in alto e in grande, alla DOC con una definizione insolita: infatti dire “Chiaretto di Bardolino” è una modalità più descrittiva, e anche originale, per dire “Bardolino Chiaretto” (la dizione legale). Segue una scritta “DOC” fin troppo vistosa. E poi il pezzo forte al centro: un disegno molto bello, in arancione con particolari in oro, di una vite, per l’esattezza di un tralcio “alberato” con molti grappoli maturi pendenti. Alla base, come già detto, un tassello compatto a rappresentare il terreno. Si tratta di un esempio di etichetta valorizzante, sia pure per un vino mass market. E questo funziona.

Mediamente Soddisfacente, Come un Sangiovese Qualunque


Corteoro, Toscana Rosso (Sangiovese), Guidacciolo.

Partiamo dal fatto che “Guidacciolo” non è un cognome di origine toscana, bensì del Sud Italia.  Per il resto, la prima impressione è quella di un’etichetta molto classica, molto toscaneggiante, molto arcaica, anzi… araldica. Molta finzione, ma ben organizzata. A partire dal grande stemma centrale ricco di riferimenti storici e iconografici. Una corona, due leoni, delle teste di moro tipicamente sarde, un’aquila al centro che sembrerebbe sabauda. Insomma, tutta l’Italia. La carta dell’etichetta è di quelle preziose, ruvide, ma in senso buono, ciòè tattili. La stampa è nero su bianco, con due scritte in rosso: Guidacciolo e Prodotto in Italia. Si tratta infatti di un vino dedicato commercialmente soprattutto all’estero. Un vino ecoomico, da mass market, ma che “osa” presentarsi con una veste nobilitante. Nulla di sorprendente, intendiamoci: gli elementi che compongono l’insieme sono tutti piuttosto stereotipati. Ma la modalità grafica con la quale vengono proposti conferisce un certa preziosità. Una titolarità insomma, che fa la sua bella figura. Sia pure con semplicità ed economicità per quanto riguarda la scelta creativa e la stampa. Promosso? Bocciato? In medio stat virtus. E noi ci accontentiamo di concludere così. 

Un Po di Follia (Senza Accento)


Spostato, Metodo Classico, Stefano Milanesi.

Cosa si può dire di questa etichetta? Che è coraggiosa? Sì. Che è un po’ scura. Sì. Che un PO’ spara (con il giallo), anche. Che questo vino ha un nome originale. Vero. Dunque, siamo in provincia di Pavia, dove le colline vitate non hanno mai guadagnato valore storico ed enologico. Ancora oggi il vino di quelle parti non viene nobilitato (se non da pochi produttori, mosche bianche). Spesso quei grappoli finiscono in altre zone, in altre produzioni. Ma questo è un altro discorso. Ed ecco che Stefano Milanesi si fa largo tra le proposte enologiche della zona con una produzione e un marketing particolari. Qualità bio, fantasia al comando. Estro in cantina e anche in vetrina. Il produttore si definisce, anche direttamente in etichetta, “eno artigiano”. Bene. Originale anche questa precisazione. E il nome di questo Metodo Classico? “sPO’stato”, con un gioco di parole che racconta uno spirito innovativo, ribelle e anticonformista, sulle colline, appunto, attraversate dal fiume Po (nel nome del vino viene accentato, forse in riferimento all’Oltrepò). Fondo grigio canna di fucile, sobrietà e follia al tempo stesso. Sarà efficace?

Capostazione Tuttofare, Abruzzo Ancora Tutto da Scoprire


Capostazione, Cerasuolo d’Abruzzo, Tocco.

Una bella storia (che ha dato il nome a questo vino) ben raccontata del produttore di Alanno (tra Pescara e Sulmona) nel propio sito internet. Che qui riportiamo: “Ecco una vicenda che sa piacevolmente d'Abruzzo: il Capostazione di Alanno non era solo un capostazione, era anche una sorta di gestore dell'impianto ferroviario, che si occupava di tutte le mansioni necessarie come ad esempio la vendita dei biglietti, la manovra dei treni, il controllo dell'apertura e della chiusura dei passaggi a livello, la cura e manutenzione della bella aiuola che era annessa alla stazione. Da tutta questa serie di piccole e continue prestazioni, è nato il detto, noto in tutta la nostra regione ed oltre, ‘Mi sembri il capostazione di Alanno’, che si rivolge a quelle persone che si interessano di cose diverse e amano fare tutto da sole. Dicono che ci si rivolgesse al ‘capostazione’ anche per spedire e scrivere lettere, o per chiedere qualche consiglio. La stazione di Alanno era diventata così un riferimento per la comunità, un luogo di incontro e vivace dialogo, dove all'attività corrispondeva sempre un sincero affetto per la comunità. Parte dei nostri vigneti sono situati su una collina antistante la stazione ferroviaria, dove venivano trasportate le uve per venderle fuori regione. I nostri contadini avranno sicuramente scambiato due chiacchiere con questo factotum sui generis. Lo zelante capostazione è la fotografia di quello che la nostra azienda fa da più di 50 anni: darsi da fare per la propria terra e per la proprio comunità. Come non dedicargli un'intera linea di vini?”. L’azienda ha un fondatore con un nome davvero originale: Enisio (il padre di Lorenzo e Danilo che stanno subentrando nella gestione dal 2014). In origine la nascita dell’azienda risale al 1981, in un territorio ancora oggi sottostimato. Per fortuna nuove generazioni lo stanno rivalutando anche attraverso etichette come questa, che ispirano simpatia e fiducia. Ringraziamo Daria, la nostra scout in terra d’Abruzzo, che ci ha segnalato il vino e fotografato l’etichetta.

Prendere una Scimmia in Romagna


Ronco della Simia, Sangiovese, Ronchi di Castelluccio.

Con sole 2500 bottiglie prodotte in un anno, questo Sangiovese di Romagna si colloca nell’alta gamma di questa azienda con sede a Modigliana, in provincia di Forlì-Cesena. Colpisce subito il nome del vino, “Ronco della Simia”, una intuitiva traduzione per “scimmia” (in Lombardia, “prendere una scimmia” significa anche prendersi una sbornia). Colpisce la scimmia stessa in alto, nell’etichetta, probabilmente un babbuino, con il tipico deretano rosso e una prominenza anteriore, sempre rossa, che non si identifica al meglio. Nel testo, nella parte centrale si celebra “l’avventuroso primate che abitò i boschi di Modigliana”. Chissà in quale periodo storico. Crediamo non più nell’epoca attuale. In basso una riproduzione a disegno di una torre, forse parte dell’edificio storico aziendale. Ma vediamo cosa riferisce il sito internet del produttore: “Ronco della Simia è un Sangiovese noto per la sua carnositá e la buccia spessa che conferisce al vino caratteristiche uniche, combinando la naturale finezza ed eleganza con una potenza insolita che richiede una lunga maturazione in bottiglia per equilibrarsi. Questo vino si distingue anche per la sua etichetta originale, ispirata alle illustrazioni cinquecentesche del naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi”. Dalle colline romagnole per ora è tutto. Se per caso prendete una scimmia evitate di mettervi alla guida. Oppure consegnatela alla protezione animali.

Un Barolo Molto Privato, Stimato e Stemmato


Monprivato, Barolo, Mascarello.

Uno dei vini più famosi e costosi del mondo viene dalle Langhe, piccola “microregione” del Piemonte. L’etichetta di questo Barolo è molto classica. Insomma non si discosta (e mai oserà farlo) da quei canoni che fanno della storia una tradizione. Ma qualcosa da dire c’è. Innanzitutto siamo di fronte a un packaging molto ricco di parole. In alto leggiamo “Monprivato in Castiglione Falletto”, la località del vigneto. Poi, stranamente, troviamo la gradazione, l’annata e la capienza delle bottiglia in alto (e non alla base come di solito si usa). Ancora più in basso ecco dei numeri relativi alle bottiglie prodotte, nelle varie tipologie e il numero seriale della bottiglia stessa. Quindi un grande stemma araldico (unica illustrazione colorata dell’etichetta) con il motto in latino “solum habet qui dat” che sarebbe “ha veramente solo chi dà” ed esprime in modo controverso il concetto che si possiede davvero solo ciò che si dona e, se vogliamo, anche che solo la generosità è ciò che dà valore la possesso. Certo che scritto su una bottiglia di vino che costa centinaia di Euro fa un po’ pensare. A seguire, sotto allo stemma, la dicitura Docg Barolo e il cognome (e nome) del produttore. E ancora la puntualizzazione della località della cantina (Monchiero) e la data ancestrale dell’inizio dell’attività (1881). Nel complesso si è deciso di fornire tutte le informazioni sul fronte della bottiglia generando un certo affollamento. Per il resto il vino parla da sé. E questo i gentili (e facoltosi) acquirenti lo reputano ampiamente sufficiente.

Divinità Italiche Vestite alla Francese


Mater Matuta, Syrah e Petit Verdot, Casale del Giglio.


Un nome curioso che potrebbe ricordare certe parole africane come… Hakuna Matata, celebre canzone del film Disney con il Re Leone. Ma qui siamo in Italia, in centro Italia, in una regione, il Lazio, più consona storicamente agli Etruschi e a seguire ai Latini. Infatti, Casale del Giglio, premiata azienda vinicola, ci dice che: “Il nome Mater Matuta deriva dall’antica divinità italica, Dea dell’Aurora, protettrice della vita nascente e della fertilità. Il culto di questa divinità era assai diffuso nell’Italia Centrale e le fu dedicato il famoso tempio dell’antica città di Satricum presso Le Ferriere (Latina)”. Si tratta di un Rosso Igt Lazio che segue una propria strada caratteriale miscelando due vitigni tipicamente francesi. L’etichetta è super classica ma con una modalità stilistica che ha reso distintiva l’appartenenza a questa cantina che non rinuncia a produrre vini di ottima qualità anche con vitigni internazionali (ma anche con vitigni tipicamente italiani come Bellone, Trebbiano, Biancolella, Cesanese…). Carta gialla, anticata, cornice dorata, un disegno del Casale al centro, scritte di legge e nomi ben ordinati al centro. Un packaging che si fa rispettare, proprio come il vino che vuole rappresentare.

Omaggio a Ligabue e alla Sua Fiera Mente


1958, Lambrusco, Cantina Gualtieri.

Il nome di questo vino è una data: l’anno di nascita della cantina che lo produce. La cantina si chiama Gualtieri come la località dove ha sede (in provincia di Reggio Emilia, tra Mantova e Parma, per una migliore collocazione geografica). Il vino è molto particolare perché si tratta di una vinificazione in bianco di uve a bacca nera. Come è noto, infatti, il Lambrusco è un rosso (più o meno scuro, secondo il clone del vitigno, la zona e il terreno. L’etichetta è di quelle importanti, con particolari in oro e una grafica moderna caratterizzata dai grandi numeri della data di cui sopra. Ma veniamo alla descrizione fornita dal produttore nel proprio sito internet, che ci porta a conoscenza anche dell’immagine che vediamo nel packaging: “1958 è un mix di vivacità, morbidezza e freschezza. Il perfetto equilibrio tra olfatto e gusto. Lambrusco Maestri e Marani vinificati in bianco si fondono in uno Charmat lungo, in versione secca, dal naso delicato e floreale. Un “Blanc de Noir” brillante e piacevole, espressione di un vitigno straordinario che nuovamente dimostra una grande versatilità per un prodotto che si adatta a fini aperitivi, a piatti di pesce e crostacei. Una piccola rivoluzione nel modo di vedere e trattare il lambrusco… Sull'etichetta l'immancabile omaggio al noto pittore Ligabue, con uno dei suoi bozzetti a matita”. In basso a destra vediamo infatti l’immagine stilizzata di una tigre, animale tra i preferiti del noto pittore emiliano che visse dal 1919 al 1965 propio a Gualtieri (tranne qualche periodo trascorso all’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia). Bella etichetta quindi, e bello anche l’omaggio al folle artista che immaginava e dipingeva la savana dai suoi rifugi in Bassa Padana. Forse con l’ausilio di qualche bottiglia di Lambrusco, quello tradizionale che da quelle parti si beve ancora oggi in tazza.

Moderatamente Alcolico, Allegoricamente Natalizio


Sidro Melchiori Trentino, Lucia Maria Melchiori.

A ridosso di ogni Natale fioccano le edizioni speciali dei vari prodotti enogastronomici e di conseguenza dei loro packaging. A dire il vero questo sidro di mele non rientra nell’enogastronomia perché… gli manca “l’eno”. Anche se alcolico non è un vino. Vediamo comunque per i non addetti di cosa si tratta, nella descrizione che viene data da questa azienda nel loro sito Internet: “Il sidro è un fermentato di frutta, ad esclusione dell’uva, opportunamente preparato per il consumo. Il sidro più consumato e prodotto è sicuramente quello derivante dalla fermentazione delle mele: è un prodotto vivace, fresco, pieno di storia, simpatico e felice, da gustare in ogni momento della giornata. Bevanda di colore giallo, leggermente alcolica, acidula o dolce, caratterizzata da aromi particolari e diversi che derivano dalla frutta utilizzata e dal metodo di produzione impiegato che può essere Charmat, dove il prodotto fermenta in autoclave, o Metodo Classico, quando il prodotto fermenta in bottiglia”. Ebbene sì, il sidro di mele può essere finalizzato anche in versione “Metodo Classico”. Ma veniamo a questa confezione particolare: carta rossa natalizia con fiocco verde sul collo della bottiglia, illustrazione da favola con montagne rocciose (le nostre, non quelle americane) sullo sfondo e slitta di Babbo Natale alla base. Tutto molto aulico. Da portare in tavola con festosa appartenenza. Per il resto il sidro è un prodotto moderatamente alcolico, in grado quindi di fornire allegria, senza eccessi. E la mela fa pure bene.

Spumante da Aperitivo con Spessore


Bianca Vigna, Spumante, Bianca Vigna Società Agricola.

Anonimo? No. Poco conosciuto? Sì. Ma con tutte le sue belle cosine a posto. Vediamole in ordine: bottiglia da bollicine preziose, pesante e sinuosa, etichetta scura con particolari dorati e argentati, logo in rilievo con edizione personalizzata del vetro della bottiglia (sul collo, in alto). E poi le parole giuste: “Cuveé 1903” (francesità) e “Spumante italiano” (contrappunto). Quest’ultima precisazione accessoria ma che coadiuva una percezione di qualità patriottica, che non fa mai male (e poi siamo in Veneto, dove ci tengono a queste cose). Il nome del vino è anche quello della società che lo produce e lo commercializza: “BiancaVigna”, tutto attaccato. Sopra al nome del vino troviamo, stilizzate, le curve di una montagna. Infatti il vino viene prodotto ai piedi delle Prealpi Venete. Lo stile del nome del vino (nome anche dell’azienda, che è anche logo) è ben studiato: la “B” iniziale di “Bianca” e la “V” iniziale di “Vigna” sono create ex-novo e sono perfettamente coordinate con il tratto in alto che definisce il profilo delle montagne. L’alto rilievo in vetro sul collo della bottiglia riprende la B e la V di suddetto logo. Graficamente missione compiuta!

Il Faccione di Quel Piacione di Platone


Platone, Primitivo e Negroamaro, Tenute Al Bano.

Scomodare Platone per dare un nome a un vino? Fatto. E allora scomodiamolo del tutto raccontando che il suo nome, probabilmente, potrebbe derivare dalla larghezza delle sue spalle, laddove “platýs” in greco antico significa “largo”". Infatti, da giovane, il noto filosofo praticava il pancrazio, uno sport simile al pugilato. Nel caso specifico di questo vino, prodotto dal celebre cantante Al Bano Carrisi, si tratta di un omaggio al saggio padre che invogliò Al Bano a coltivare la vigna. Un omaggio che avviene valorizzando la saggezza di Platone. Nel sito del produttore infatti si legge: “Quando ero bambino, Don Carmelo, mio padre, mi portò alla vigne e mi insegnò a liberarla dalle erbacce. “Se dai alla terra, la terra ti dà”, mi diceva, cosi ho capito che prima ancora del vino, dalla vigne ti veniva un sorso di saggezza. Ho dedicato al “Mio Vecchio Saggio” questo vino che mi aiuta a riscoprire il calore degli affetti ed il colore degli anni”. Un faccione di Platone troneggia nel packaging sulla sinistra. Per il resto (dell’etichetta) abbiamo una impaginazione ordinata, in generale un po’ statuaria come il busto riprodotto graficamente, con evidenze in rosso rilucente. Non c’è bisogno d’altro, o almeno così si è ritenuto alla creazione di questa etichetta.

Stranezze Astratte di una Romagna Romantica


Lo Stralisco, Sangiovese, Chiara Condello.


Secondo Wikipedia (che ancora resiste all’attacco della AI): “Lo Stralisco è una pianta immaginaria, una sorta di erba luminescente con spighe simili al grano, creata dallo scrittore Roberto Piumini per il suo romanzo per ragazzi del 1987 intitolato proprio così. Nel libro, questa pianta viene descritta come una specie di "erba-lucciola" che splende nelle notti serene, ed è parte integrante della narrazione fantastica che affronta temi come la malattia, la morte e la forza dell'arte…”. Nome davvero strano per un vino, anche accettando la valenza, sicuramente elevata, di una citazione letteraria. Nome inventato, quindi. Qui sta eventualmente la sua forza. Incuriosisce. Di pari passo va l’illustrazione che vediamo in questa etichetta del Sangiovese top di gamma di Chiara Condello (prodotto solo nelle annate migliori e in numero davvero limitato). Libri volanti, cappelli e grappoli in ordine sparso. In basso a destra una cascina. Disegni molto approssimati così come il carattere di scrittura del nome del vino. Solo il nome della produttrice, in testa al packaging, risulta bello chiaro. L’azienda è piccola. L’originalità tanta. La fantasia abbonda. La voglia di stupire, anche con il prodotto stesso, è il traino principale di tutta la storia. 

Bollicine Concrete sulle Colline Pavesi


Zuffada, Pinot Nero (Spumante), Casa Zuffada.

Si tratta in sostanza di un agriturismo a circa 70 chilometri da Milano. Si trova a Ruino in provincia di Pavia (dove ha sede e produzione anche il celebre caseificio “il Boscasso”). La specialità di Casa Zuffada sono gli spumanti. Su quelle colline, a trattarlo bene, il Pinot Nero (o Noir, secondo le origini francesi) rende bene, soprattutto sotto forma di bollicine. Ed ecco quindi un Metodo Classico sfidante, anche per quanto riguarda il packaging. Cosa vediamo in etichetta? Tanta semplicità. Su un fondo di carta tattile la grande scritta che è nome del vino e della cantina stessa: “Zuffada”. Sotto al nome un simbolo. Moderno, ottico, ipnotizzante, anche un po’ tribale. Alla base la scritta in rosso “Pas Dosé”, in evidenza. Più in piccolo, Pinot Nero e Metodo Classico. Nient’altro. Poche parole, grandi certezze. Uno schema da leader di mercato se non fosse che questa piccola realtà produce questo vino con una vigna di solo 1 ettaro. Eppure la semplicità paga, in termini di credibilità e sostanza. Nessuno fronzolo, solo concretezza. Cosa ci vuole a creare un’etichetta così, direbbero in molti. Creatività poca, ma tanto coraggio e amor proprio.

La Catarsi Filosofica dello Champagne


Blanc de Noirs, Champagne, Domaine Rousseaux-Batteux.

L’eterna battaglia tra il bianco e il nero è una questione filosofica. Forse anche tra il bene e il male, tra il giorno e la notte, tra il sole e la luna. Si tratta di un combattimento che si svolge da secoli anche nelle campagne dello Champagne (l’assonanza è voluta: ormai si dimentica che “Champagne” significa proprio quello e non cene sfarzose in castelli fiabeschi, significa proprio “campagna”, campagnolo, rurale, genuino). Il dilemma è sempre tra il vitigno Pinot Noir e lo Chardonnay. Caratteri diversi che di solito vengono amalgamati (insieme al Meunier nella formula classica), ma che per gli esperti valgono molto anche come vitigni solisti. E qui si apre lo spartiacque tra gli austeri e i gaudenti, tra gli amaricanti e i fruttanti (giusto per la rima). Alcuni dicono tra il maschile e il femminile. Ma non vorremmo cadere nella trappola del geneticamente scorretto. Ironia della sorte vinicola (storica) lo Champagne più acquistato e quindi, a monte, conosciuto è il Blanc de Noirs, bene in evidenza in questa etichetta, che gioca a confondere le idee ai meno avvezzi. Si tratta di un “bianco” creato con un vitigno “nero”. Intrigante quanto basta già in partenza. Cosa desiderare di più? Un tocco di mistero, tra bollicine fini e aromi ben marcati, è quello che ci vuole per un incontro romantico o un brindisi festoso. 

Pane, Olio e Vino, la Formula della Semplice Felicità


EVO, Tenuta Sigillo.

Si sa che olio e vino vanno a braccetto, soprattutto in Italia, da molti secoli. E gli Antichi Romani ci sono sempre in mezzo. Certo l’Abruzzo non è una delle regioni di riferimento per il vino, ma lo è per l’olio extravergine di oliva, ancora oggi sottostimato. Ed ecco quindi un post che parla di un’etichetta di olio, in onore della buona tavola italiana. Si dice che pane e vino possa essere un cibo completo e nutriente, ma pane e olio lo è ancora di più. Soprattutto quando la qualità della materia prima è elevata. In questo caso elevatissima. Ma veniamo all’etichetta di questo EVO prodotto a Penne, uno dei Borghi più Belli d’Italia, da Emanuela Sigillo, discendente di una famiglia che da generazioni ha abitato e coltivato quelle colline in provincia di Pescara, a metà strada tra il Mare Adriatico e il Gran Sasso d’Italia. Etichetta verde-oliva, biologica al primo sguardo, lo stemma dei Baroni Sigillo in alto, la scritta al centro con evidenza, in bianco, alla parola “bio”, un ramo con frutti e foglie in basso. Nient’altro. Semplicità. Alla base, meno visibile in questa foto, la doverosa precisazione “100% italiano”, laddove ormai l’olio d’oliva che si trova in commercio non si sa più da dove venga. Ed è già un miracolo se proviene solo da terre che si affacciano sul Mediterraneo. Non solo italiano, questo olio, ma regionale e ancora di più (o ancora meno, dipende dai punti di vista): locale. Ed è questo essere circostanziato da storia, cultura, territorio, tradizioni, che lo rende perfetto. O semplicemente molto buono, senza esondazioni in materia di marketing. E allora la formula della felicità è: pane, olio e vino. Con un pizzico di sale, anche sotto forma di saggezza, che non guasta mai.

Gutturnio e Fasulìn in Edizione Speciale


Gutturnio, Cantina di Vicobarone.

A volte succede (molto spesso in Italia) che vengano commissionati dei vini in edizione speciale (in particolare delle etichette redatte apposta per situazioni estemporanee) da parte di Ristoranti, Eventi, Celebrazioni, Fiere e Sagre. E’ proprio quest’ultimo il caso in cui la storica Festa del Fasulìn de l’Oc con le Cudeghe, che si tiene ogni anno a Pizzighettone, vicino a Cremona, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ha ordinato numerose bottiglie di Gutturnio alla poco distante Cantina di Vicobarone. La decisione in merito a come organizzare graficamente l’etichetta in questione varia da un’impronta simpatica a quella magari più storica e celebrativa. In questo caso si è approfittato dell’occasione per fornire una mappa del luogo dove si tiene la fiera: si tratta della Gerra di Pizzighettone, come riportato in etichetta. Innanzitutto vediamo cosa significa questa parola, “Gerra”. Andiamo da “giaciglio, stuoia, graticcio” a “guerra” vera e propria, fino a “sciocchezza”, sempre dal latino. Siamo più propensi a tradurre come “guarnigione” visto che il comprensorio in oggetto è fortificato con alte mura e casematte (a proposito, cos’è una casamatta? Trattasi di opera difensiva fissa in muratura, insomma un bunker). Cos’altro su questa etichetta speciale? Il nome del vitigno in grande (che diventa anche nome del vino) e il logo della cantina produttrice in alto. Qualcuno le colleziona queste edizioni speciali. Oppure se le beve, che è anche meglio.

Baffetto Perfetto e Occhiale Modello per un Tempranillo Brillo


El Figura, Tempranillo, Siete Pasos.

Un’etichetta davvero curiosa, che ci diverte analizzare. Innanzitutto dobbiamo dire che in rete non si trovano sufficienti informazioni sull’azienda e su questo vino in particolare. Si sa che siamo nella regione vinicola più importante della Spagna, La Rioja, dove dominano i vini rossi. Si sa anche che questo vino è composto al 100% da Tempranillo, uno dei vitigni più diffusi in Spagna. Cosa possiamo notare nel packaging? Un colore di fondo rosa che contrasta nettamente (nella percezione stereotipata) con il viso dell’uomo “macho” in primo piano. Baffi da avventuriero, occhiali da maranza. Il nome del vino è “El Figura”, forse un epiteto indirizzato proprio al soggetto ritratto in primo piano. Figura in spagnolo si traduce con… figura. Ma a parte queste considerazioni grafiche dobbiamo passare ad una valutazione semantica, laddove in alto leggiamo questa frase: “Preciosa! I dònde tiene el botòn de “Me gusta”? Più o meno traducibile con “Carissima, dov’è il pulsante “Mi piace”? Variamente interpretabile, certo. Sicuramente sorprende e incuriosisce. Questo packaging, quindi, si colloca nella serie di etichette simpatiche, anacronistiche, curiose e creative. Non ci sono dubbi, se non sul modello di occhiali da sole indossati dal famigerato individuo brillantinato.

Cognomi Storici che Cambiano ma non Mentono


DeSilva, Sauvignon Blanc, Peter Sölva.

Questo storico produttore altoatesino porta con orgoglio in primo piano, alla nostra attenzione, il cognome di famiglia. Quello che è stato e che ha dato origine al cognome attuale: Sölva. Nel sito internet, nell’ scheda dedicata alla storia di famiglia (e di conseguenza dell’azienda), si racconta che… “Questo nome di famiglia è un'eredità dei nostri antenati, a cui dedichiamo tutto il nostro rispetto. DeSilva è sinonimo di selezione dell'uva e cura dei vigneti più vecchi secondo una lunga tradizione. La provenienza e il carattere dei nostri vigneti fanno la differenza. DeSilva è stato il nome originario della nostra famiglia fino al 1880 circa, quando è stato cambiato in Sölva nella monarchia austro-ungarica. I nostri antenati si stabilirono come viticoltori nel nord Italia, in Alto Adige, intorno al 1200. In quanto cantina storica, fondata ufficialmente nel 1731, è naturalmente molto importante rispettare questa storia e riportarla ai giorni nostri. DeSilva è quindi oggi sinonimo di selezione dell´uva e cura dei vigneti piú vecchi con radici profonde che esaltano il nostro terroir”. Particolare anche lo stemma di famiglia che trionfa nella parte centrale dell’etichetta. Due uomini, che sembrerebbero indossare un turbante, brandiscono come una chitarra (potrebbe essere un Sitar indiano) quella che invece si manifesta come una scimitarra, una lancia insomma, con fare guerresco (o musicale, per come si potrebbe percepire). Lo stemma è adagiato su un fondale in bianco e nero che raffigura una vigna (e che stempera un po’ l’aggressività dei due gendarmi).

Essere Amato Come un Magliocco Rosato


Amaris, Magliocco, Biofattoria Sociale Marinello.


Un vino rosato vestito di azzurro-cielo. Anomalia di un packaging azzardato o nozze prelibate tra cromie d’estate? Non è necessario rispondere, ma di certo questo azzurro intenso si fa notare. Veniamo al nome del vino, innanzitutto: “Amaris” che dovrebbe essere stato “estratto” dal latino. L’Intelligenza Artificiale (ormai i vocabolari non si usano più) ci dice che: “Il significato più comune e grammaticalmente regolare di “amāris” è “tu sei amato” (forma passiva di amāre)”. Bello. Essere amati. E questo vino probabilmente, nella sua metamorfosi da germoglio a nettare, è stato molto amato dal suo produttore (e lo sarà, piacendo, a chi lo verserà nei lieti calici). Nell’etichetta, in alto la stilizzazione di un casale. E subito sotto la definizione dell’impresa, originale: Biofattoria Sociale. Il tutto si colloca quindi in un’area di percezione rurale, sincera, austera, di campagna. Amaris viene definito come “vino biologico” a conferma delle attività “naturali” dell’azienda. Peccato che il nome del vino e la sua definizione vengano scritte con un inchiostro fucsia che sul fondo azzurrone vibra a un punto tale da impedire quasi una immediata lettura. In basso la regione di provenienza (e di coltivazione e produzione) con l’orgogliosa precisazione: “Magliocco in purezza”. Vitigno tipico della Calabria subito connotabile. Etichetta semplice, lineare, che fa venire qualche dubbio sulle scelte cromatiche ma che si vende bene nel contesto in cui opera.

Le Trame Biologiche di una Antica Diramazione


Refosco (dal Peduncolo Rosso), Villa Bogdano 1880.

Il logo di questa azienda veneta attinge a dei ritrovamenti romani nella zona di Portogruaro dove l’Antica Via Annia collegava Padova ad Aquileia. La Dea raffigurata in sintesi nel marchio è Diana: “Il ritrovamento di epoca romana più importante emerso durante gli scavi del 1926 è il gruppo bronzeo raffigurante Diana Cacciatrice, con occhi e diadema in argento, nell’atto di togliere una freccia dalla faretra e lanciarla con l’arco stretto nella mano sinistra. Ai suoi piedi un cane e una cerva; sulla base l’iscrizione votiva del soldato siriaco Titus Aurelius Seleucus a Giove Ottimo Massimo Dolicheno. Il prezioso reperto, risalente al III secolo d.C., è conservato al Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro. Dalla figura della dea Diana nasce l’ispirazione per il logo figurativo, che caratterizza la linea vini di Villa Bogdano 1880”. Solide basi storiche, quindi, per un marketing attuale e ben articolato. Ma l’etichetta di questa bottiglia di Refosco non si ferma qui: un’altra particolarità è l’uso dell’inchiostro dorato per rappresentare, sulla destra, quella che sembra una macchia, una sporcatura; in realtà si tratta della trama fogliare di un albero, il Carpino Bianco, il cui nome in latino, “Carpinus Betulus”, viene citato in etichetta in basso, sempre con inchiostro dorato. I vigneti dell’azienda infatti sono attigui ad una riserva naturale particolarmente nota per la sua biodiversità. Coerenza ed eleganza.

Rapimenti Tattili e Organolettici nell’Isola più Greca d’Italia


Nuhar, Pinot Nero e Nero d’Avola, Tenuta Rapitalà.

Due “neri” per questo vino siciliano che ambisce ad essere internazionale. Il Nero d’Avola, tipico della Trinacria e il Pinot Nero che regna sovrano in Francia. Insieme per un’idea di vino completo e complesso. Partiamo dal nome dell’azienda, “Rapitalà”, laddove il rapimento non è criminale ma romantico. Narra di una donna rapita da un tramonto stellare e forse anche dall’amore per un cavaliere (anch’esso nero, viste le dominazioni che la Sicilia ha dovuto subire nei secoli). Ed ecco il nome del vino, “Nuhar”, nel racconto del produttore che troviamo nel sito internet nella scheda del prodotto: “Nel cuore del monte che domina la Tenuta, sono coltivati i vigneti dove selezioniamo le uve per la produzione del Nuhar, “fiore” in arabo. Questo vino nasce dall’unione di due grandi vitigni neri, il Pinot Nero, re di Borgogna, che al caldo di Sicilia risponde con colore, dolcezza e spessore improbabili altrove, e il Nero d‘Avola che in queste condizioni si arricchisce di tannino e corposità”. Molto bello il design dell’etichetta con un elemento figurativo in alto, articolato, prezioso, artistico, evocativo e storico; il nome del vino in chiaro al centro, scritte in colore violaceo in basso, che emergono bene dal contesto. Carta di tipo “tattile”. Preziosità percepita: alta. Ottimo lavoro.