Ninive Vola, Sopra Tetti di Case Valdostane


Ninive, Prié Blanc, Ermes Pavese.

Il vino da uve stramature "Ninive" di Ermes Pavese si chiama così in onore di sua figlia. Oggi Ninive Pavese lavora attivamente nell'azienda di famiglia a Morgex (in Valle d'Aosta) a fianco del padre, portando avanti la tradizione della viticoltura eroica del Prié Blanc. Per celebrare questo legame e la nascita di questo passito così speciale (un vino da uve stramature lasciate appassire sulla pianta e poi vendemmiate a fine autunno), Ermes ha voluto dedicarle l'etichetta. Niente a che vedere, quindi, con l'antica città mesopotamica: Ninive fu una delle metropoli più grandi e importanti dell'antichità, situata nell'alta Mesopotamia lungo il fiume Tigri, di fronte all'odierna Mosul in Iraq. Capitale dell'Impero Assiro durante il suo periodo di massimo splendore, è celebre per le sue imponenti fortificazioni, i palazzi reali e la leggendaria biblioteca di Assurbanipal. Tornando all’etichetta, davvero particolare, vediamo che l’intero spazio disponibile è occupato da una illustrazione dai tratti originali, dove Ninive (o chi per essa) vola sulla case del paese con un grappolo in mano. Una specie di Mary Poppins agricola che sovrintende alla vendemmia. Nel complesso il packaging si staglia sopra i soliti schemi, soprattutto in una Valle d’Aosta conservatrice e ancora un po’ transalpina.

Un Colpo di Vento, il Vescovo e gli Ufo


Selva del Vescovo, Lugana, Villa della Torre.

Lasciando agli esperti le valutazioni “di fino” sul tipo di vino (vitigno Lugana, comunque, a nostro parere, uno dei bianchi con maggior potenziale in Italia), ci dedichiamo interamente all’etichetta, densa di elementi da commentare. E’ necessario premettere che questa cantina fa parte dell’universo enoico di Marilisa Allegrini, una celebrità, ormai, oltre che un’azienda molto strutturata. Partiamo dell’alto: un profilo montano in oro è sottolineato dalle parole Peaks & Valleys, quasi fosse un sottomarchio (forse, avendolo proposto in alto nel packaging, possiamo parlare di “sopramarchio”). A seguire: nome del vino, “Selva del Vescovo”, poi il nome del vitigno e l’anno di vendemmia. Quindi è il turno dell’illustrazione centrale: un tratto che propone una estensione agricola, con vigneti e colline, e al centro la Torre che dà il nome anche all’azienda (alla “sottoazienda”, per la precisione). L’elemento più evidente è quel disco volante rosso Ferrari che in realtà dovrebbe essere il cappello del Vescovo, Proposto così, svolazzante sulla campagna, non ha molto senso: sorprende, attira l’attenzione, ma resta qualche dubbio. Alla base dell’etichetta troviamo tre elementi importanti (e quindi non ultimi): il nome della cantina “Villa della Torre”, la firma di Marilisa Allegrini (assunzione di resposabilità, blasone, garanzia, etc.) e poco sopra qualcosa che di rado si trova nei packaging del vino, cioè le coordinate geografiche del luogo (di coltivazione, o proprio della Torre), i metri s.l.m. (124), il tipo di vigneto (spalliera) e la geologia del terreno (morenico). Tanti pregi, qualche stranezza. E comunque, giù il cappello.

Gli Scherzi dei Nomi (e dei Vignaioli Creativi)


P?not!, Pinot Nero Frizzante, Tenuta Santa Croce.

Parliamo prima del vino: si tratta di un esperimento e di una scommessa personale e territoriale. Sui Colli Bolognesi il Pinot Nero non è esattamente il vitigno più comune (prevalgono Pignoletto e Cabernet), ma la Tenuta Santa Croce possiede alcune vecchie vigne di circa 30 anni esposte a levante. All’inizio dell’attività queste uve venivano utilizzate in uvaggio con il Cabernet Sauvignon per produrre la riserva aziendale che si chiama “Sermedo”. Nel 2018, grazie alla collaborazione con un noto ristoratore della zona, la cantina ha deciso di vinificarlo e imbottigliarlo in purezza, dando vita al “P?not!”. E veniamo al nome del vino: gioca ironicamente sul fatto che molti non si aspetterebbero un Pinot Nero proprio lì ("un Pinot? No!" = Pinot!"). La produzione è molto limitata: di questo vino, essendo ottenuto con pochissimi filari storici, nascono poche bottiglie ogni anno. Spesso i vini prodotti in micro-quantità o in edizioni quasi "sperimentali" non vengono inseriti stabilmente nei cataloghi standard per cui non lo troverete nel sito e nemmeno… in commercio! (Almeno non tanto facilmente). E’ un vino "da ristorazione" o destinato a una cerchia ristretta di appassionati e clienti diretti in cantina. Insolito il vino, insolita l’etichetta. E’ tutto quello che possiamo aggiungere.

Un Pignoletto Gentile Anche nella Grafica


L’Ora Mossa, Pignoletto Frizzante, Tenuta Santa Croce.

Il vitigno Pignoletto, registrato ufficialmente con il nome di Grechetto Gentile, è l'uva a bacca bianca simbolo dei Colli Bolognesi e dell'Emilia-Romagna. Il nome storico "Pignoletto" deriva probabilmente da "pigna", per la forma tipica del suo grappolo compatto. Questa versione, numerata progressivamente, è prodotta dall’azienda vinicola Tenuta Santa Croce che si trova a Monteveglio (nella Valsamoggia), nel cuore della zona di produzione dei Colli Bolognesi, in provincia di Bologna. Ma veniamo alla interessante etichetta… perché “interessante”? Per quanto spoglia si presenta al pubblico. Raramente abbiamo visto dei packaging così “puliti” dal punto di vista grafico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una soluzione fin troppo spartana. Ma vediamo qualche dettaglio. La carta è leggermente spessorata, quasi impercettibile ma sensibile al tatto e anche alla vista, con condizioni di luce favorevoli. La cornice e un tassello centrale si presentano con un colore marino, un verde-blu insolito per le etichette dei vini. Al centro dell’elaborato ma spostato sulla destra ecco il nome del vino, “L’ora mossa”, che presenta una caratteristiche del vino, cioè l’essere frizzantino, tipica versione del Pignoletto. Diciamo che contiene anche un consiglio d’uso, magari al tramonto, nell’ora dorata dell’aperitivo. E infine, in basso a destra la numerazione della bottiglia, a voler valorizzare il prodotto alludendo ad una produzione a numero limitato.

Eleganza Informale in una Piccola Tenuta della Champagne


Les Fontaines, Champagne Rosé, Domaine de Bichery.

“Les Fontaines" è uno Champagne Rosé molto ricercato (ottenuto per “salasso”), prodotto dal Domaine de Bichery, una micro-tenuta situata nella regione della Côte des Bar (precisamente a Neuville-sur-Seine), nel dipartimento dell'Aube. Gestito dalla giovane coppia Hannah e Raphaël Piconnet dal 2015, il domaine ha rapidamente raggiunto lo status di cult tra gli amanti degli Champagne di piccoli produttori e dei vini naturali. A differenza del metodo più comune per fare lo Champagne Rosé (ovvero l'assemblaggio, in cui si unisce una piccola percentuale di vino rosso a un vino bianco), il Rosé de Saignée si ottiene esclusivamente da uve a bacca nera (come Pinot Noir e Meunier) attraverso una breve macerazione. Dopo un periodo di tempo relativamente breve (in genere da poche ore fino a 24-48 ore) una parte del succo viene "salassata", ovvero spillata dal fondo del tino per gravità. Quello che rimane è un delicato rosato color buccia di cipolla. Ma vediamo le particolarità di questa etichetta che risulta al tempo stesso elegante e rurale: il carattere di scrittura è particolare, probabilmente creato ad-hoc, con delle rastremature nella parte sinistra delle singole lettere (anche a destra per la “A”). L’effetto è molto “moderanizzante”, dinamico, giovane (l’inchiostro dorato fa la sua parte). In contrappunto vediamo, in basso, una illustrazione molto di sintesi, con dei tratti solo accennati ma che riescono a definire un versante collinare vitato. L’insieme, su un fondo di carta ocra, attribuisce molta personalità all’etichetta, proprio quello che deve essere uno Champagne: charmant ma senza tradire le origini contadine della zona.

Il Liquore Greco per Eccellenza (la Nostra Sambuca, Insomma)


Ouzo Nektar, Pilavas.

Ci sono diverse teorie sull'origine della parola "Ouzo". La più accreditata e storicamente documentata ha a che fare con il commercio internazionale del XIX secolo. All'epoca, la Tessaglia esportava bozzoli di seta di altissima qualità verso Marsiglia, in Francia. Per indicare la qualità superiore di questo carico, sulle casse veniva scritto in italiano/francese commerciale: "Uso Massalia" (ovvero "Da utilizzare a Marsiglia"). La storia racconta che, intorno alla fine dell'Ottocento, un medico militare turco o un commerciante di passaggio a Tirnavos assaggiò il liquore locale aromatizzato all'anice. Trovandolo di una qualità eccezionale e superiore a qualsiasi altra cosa, esclamò: "Ma questo è 'Uso Massalia'!", intendendo dire che era un prodotto di prima scelta. Da quel momento, la parola venne ellenizzata in "Ouzo" per indicare il liquore stesso. Per il resto gli Ouzo sono un po’ tutti uguali, anche nelle etichette. Il nome dell’azienda che lo produce in alto, spesso in un tassello nero molto visibile, quindi la definizione del prodotto con qualche ghirigoro e la gradazione alcolica (molto alta) in basso. In questo caso abbiamo anche un scritta in corsivo “anticato” che parla di un uso da aperitivo. A chi piacendo.

Un Vino che Porta Fortuna e Anche Cultura


Mezanotte, Greco, Fam. Varchetta.

Un vino (più di uno, in gamma, naturalmente) che rivela un progetto più esteso che riguarda turismo, gastronomia e storia. Il fulcro è Napoli con le vigne tutte intorno. Ma partiamo dal nome che per affinità dialettali sacrifica una “z”: “Mezanotte”. Cosa ci dice chi ha generato l’idea? “Al centro del progetto si colloca il vino “Mezanotte”, un prodotto che incarna non solo l’eccellenza vinicola campana, ma anche il mistero e il fascino della notte napoletana, intesa come momento di rivelazione di antiche storie e tradizioni. La scelta del nome “Mezanotte” non è casuale: evoca un’atmosfera sospesa tra il sacro ed il profano, tra la storia e la leggenda, perfettamente in linea con le sfumature culturali che il progetto intende esplorare. Ogni sorso di “Mezanotte” sarà un invito a scoprire un pezzo della storia di Napoli, dalla sua viticoltura millenaria alle sue superstizioni più radicate”. L’etichetta è particolare: fondo giallo stellato, un cornetto rosso spicca nell’illustrazione. Una luna, un sole, un pampino di vite, le sagome di una coppia di persone. Alla base il mare. E nel caso specifico di questa bottiglia il nome del vitigno, il Greco. Uno degli autoctoni di questa zona del Sud Italia. L’etichetta si fa notare, questo è certo. Anche per quella svista assolutamente voluta della mancanza di una “z” (quella che c’è viene sottolineata con un inchiostro dorato). Napoli 1891, sotto al nome del vino e del progetto, conferma tradizioni, cuore, passione e creatività. Il vino in tavola farà il resto.

A Est di un’Italia Ricca di Valori Veri


Costa Est, Pecorino, Orlandi Contucci Ponno.

Le sorprese nell’Italia del vino non finiscono mai. Anche in zone meno blasonate si trovano prodotti e vestizioni di qualità elevata. E’ il caso di questo Pecorino abruzzese (Doc Pecorino Abruzzo) dell’azienda sopra menzionata che fa parte del gruppo “Agricole Gussalli Beretta” con sede in Roseto degli Abruzzi e vigneti sparsi in quella zona tra il mare e il massiccio del Gran Sasso. Il Pecorino, si sa, non è un formaggio (anche se in quelle zone si trova, molto buono, anche quello) bensì un vitigno autoctono molto localizzato. Il nome del vino è “Costa Est”, evidenziando una caratteristica del vigneto (di ottima esposizione). Ecco cosa ci racconta il produttore nel proprio sito internet: “Il nostro Pecorino nasce dal vigneto di Santa Petronilla, localizzato in una piccola valle di circa 10 ettari nel cui centro scorre una fonte sotterranea che mantiene il terreno sempre umido anche durante le stagioni più secche. I suoli ghiaiosi, calcarei e il microclima fresco di Santa Petronilla donano bianchi freschi ed equilibrati, profondi e minerali”. Mentre il packaging, elegante ed equilibrato, ci parla di solarità e ampiezza, con particolari grafici interessanti come quel profilo di un paese antico all’orizzonte, realizzato con un inchiostro dorato, quasi fosse illuminato da un tramonto emozionale. In alto il logo e il nome del produttore, in basso il nome del vino e la menzione della Doc. Si tratta di un’etichetta tutto sommato semplice. Il suo valore risiede nella capacità, con pochi elementi, di trasmettere sensazioni di qualità, tradizione e competenza.