In giro se ne vedono di tutti i colori. Anche se in effetti i gatti rossi sono in grande maggioranza. Di certo non sulle etichette di vino. Animale simpatico e assertivo il gatto. In questo caso hanno voluto esprimere simpatia "a fumetti" i titolari di questa azienda che riporta sulle proprie etichette un gatto rosso innamorato, nell'atto di prendersi un bagno rilassante (e anche un calice di vino rosso) con l'intento di attirare l'attenzione di una gatta bianca. Che dire? Vedendo, a completamento dell'opera, le impronte delle zampe sulla capsula del collo della bottiglia, ci arrendiamo. Perché allora vale tutto!
Comunicare è un'Arte

(Nome non pervenuto), Jumilla Spain.
Non si capisce. Di fatto non si comprendono le intenzioni di questo produttore che su questa etichetta si è divertito a proporre agli astanti una specie di gioco di enigmistica: se riuscite a capire come si chiama questo vino, battete un colpo. Sembra incredibile ma è tutto vero. In nome dell'originalità, forse, oppure dell'estro creativo, della voglia di stupire che però si traformano in incomprensione pura lasciando anche i più volenterosi... senza parole. L'abbiamo già detto: l'eclettismo non deve sfociare nel dubbio inintelleggibile. Altrimenti ogni sforzo di comunicazione viene compromesso.
L'Occhio Batte dove la Mente Vuole
Si può dire tutto (e dopo lo diciamo) ma non si può negare che questa linea di bottiglie si fa notare in mezzo alle altre sugli scaffali. Certo, somigliano a quelle palette di segnalazione per le navi che, guarda caso, sono fatte per essere viste bene a grandi distanze. E allora diciamo che, da vicino, non eccellono in eleganza, sembrano grossolane, ma alla lunga distanza "rendono". Rendono bene. L'occhio, insomma, non può fare a meno di cascarci. Se poi si aggiunge il fatto che sono firmate Angelo Gaja (con tutto l'abile discorso di marketing che c'è dietro, oltre, naturalmente ad un lavoro di ricerca della qualità davvero encomiabile) allora l'operazione-comunicazione è completa. L'ironico e istrionico (a modo suo, di fatto non si fa vedere troppo in giro) Angelo Gaja trova anche (da solo, senza rivolgersi ai professionisti del settore, sembra) nomi interessanti per le proprie produzioni. Ad esempio sembra cha Ca' Marcanda nasca da una affermazione pseudo-dialettale della moglie "quella è proprio una Ca' Marcanda", cioè una "casa del mercato eterno", cioè un'impresa infinita e sfinente, quando l'Angelo cercava terreni senza trovarne di appropriati, nelle campagne vicino a Bolgheri (sicché questi vini sono la "produzione toscana" del Gaja). Naturalmente anche Promis e Magari sono una produzione della mente vulcanica dell'Angelo nazionale (e molto internazionale).Etichette che Spaccano (i Pareri)
Il Bastardo, Sangiovese.
La Bastarda, Bianco di Toscana.
La Bastarda, Bianco di Toscana.
In comunicazione si dice che per farsi notare basta affidarsi ad alcuni semplici ed universali "codici": i cuccioli (di uomo o di animali), corpi maschili e femminili nudi, testimonial famosi, verbalizzazione scurrile, bizzarrie varie. E' un modo. Chi lo sceglie per comodità, chi per mancanza di sostanza, di concetti, di idee. Nel caso di queste etichette c'è da distinguere tra il nome (discutibilmente gergale) che certo attira l'attenzione e il visual ironico, in stile "boteriano", salameccio ma simpatico. Il risultato? Fuori dagli schemi. E speriamo per l'azienda produttrice, anche fuori dagli scaffali.Un Grasso Grazioso Dorato Ippopotamo
Fat Bastard, Merlot, Thierry & Guy.
Non c'è dubbio che questo nome (aziendale e di prodotto) ha portato fortuna e notorietà ai due fantasiosi fondatori. Azienda americana, marchia tutti i vini della gamma con l'inconfondibile ippopotamo e con il nome "Fat Bastard" tipica espressione di stupore ammirato, diventata icona di vini moderni e ruffiani, ma sempre con la qualità al centro delle intenzioni. L'etichetta è "pulita", pone al centro e in evidenza il nome (scritto in parte in maiuscolo e in parte in corsivo: incuriosisce anche se graficamente non favorisce la leggibilità), gioca con il bordo superiore "schiacciato" da un simpatico e grassoccio ippopotamo dorato. Operazione coraggiosa e dignitosa, sicuramente attenzionale e ripagante.
La "Linea Immaginaria" dell'Autorevolezza
L'unico elemento che non ci piace di questa etichetta è il carattere di scrittura del nome "Torre". Per tutto il resto non ci possono essere che apprezzamenti. Possiamo notare innanzitutto la struttura grafica della capsula, in alto, con la sagoma di una torre: un particolare che "attiene" al nome. Il sapiente uso dei bianchi, dei neri e dei grigi continua sul corpo della bottiglia regalando ottima enfasi ai vari elementi. Un altro particolare: Vigna 1922 è scritto in oro, per questo si fa notare, ma con grazia. L'eleganza del design e il rigore nella disposizione di tutti i componenti visivi e verbali è evidente. Infine il testo, che per una volta (ben venga!) è sul fronte, recita: "C'è una linea immaginaria, parallela alla via Emilia, costituita dai primi crinali dell'Appenino Romagnolo che divide la pianura dalle terre alte, vocate alla vigna ed all'olivo. Su questi crinali si ergono le medioevali torri di avvistamento e fra queste Torre San Martino tra gli antichi borghi di Faenza e Modigliana." Storia, tradizione, territorio, sogno. Ottimo lavoro.
Bouquet Moderno, Profumo di Design
Il Packaging-Design è un'arte. In mirabile equilibrio (quando ben riuscito) tra il bello e l'estremo, tra il gusto e il coraggio, tra il nuovo e il vecchio, tra il sacro e il profano. Questa "vestizione" di una bottiglia di Granaccia Nera di un produttore spagnolo, vicino a Barcellona, osa con linee "moderne", cade un po' sul generico di una virgoletta "grafica" da sempre inflazionata, non fa centro con il colore, ma sorprende (in sostanza attira l'attenzione) con un mix di "misura" e stravaganza. Il risultato, nel totale, è ottimo, visto quello che circola sugli scaffali, soprattutto fuori Enotria. Certo non originale la scelta del nome che in sostanza riprende il nome aziendale proponendo in aggiunta il vitigno.
La Presunta Modernità del Prosecco
Sior Carlo, Prosecco Spumante Brut, V8+.
Il "mondo" della spumantistica che in teoria dovrebbe essere più elegante e celebrativo, suadente ed equilibrato di altri, recentemente lascia basiti per la "creatività" espressa in nomi ed etichette. La "scusa", in particolare per il mondo del Prosecco, è quella di dover essere allineati con un pubblico giovane. Come se le nuove generazioni non avessero la capacità e la cognizione per riconoscere la bellezza. Certo, perché modernità e stravaganza non sono necessariamente "bellezza". E per farsi notare non basta fare gli eclettici. Dolce & Gabbana insegnano. E Giorgio Armani anche. Ognuno con il proprio stile. E quindi: nome dell'azienda Vineyards (perché in inglese?) 8+ (l'otto e il "più" vengono circostanziati sul sito del produttore, argomenti validi ma non sufficenti a suffragare la decisione di porre un numero come denominazione aziendale. La grafica dell'etichetta è ordinata e ben "distribuita", ma vogliamo parlare di quel verdino-coleottero? E il nome del prodotto: Sior Carlo, un salto nel passato, con retaggio dialettale che si scontra come un treno in corsa con lo stile generale presunto-moderno. Insomma, l'8+ si prende un bel 4!
Lambrusco e Pop-Corn (cantava Ligabue)
Coca Cola Vintage e Lambrusco Riunite.
Dicono che il Lambrusco è la Coca-Cola dei vini. Frizzante lo è. Dolce pure (diciamo amabile e comunque c'è anche quello secco). Ma è nato prima il Lambrusco o la Coca-Cola? Certamente il vino dell'Emilia-Romagna che quanto a tradizione non deve inchinarsi a nessuno. Oggi c'è comunque chi ama bere Coca-Cola insieme a un panino col salame. Ma il culatello richiede solo e sempre il Lambrusco! Passando alle immagini proposte, ecco una versione vintage del packaging della Coca-Cola che ricorda una bottiglia di spumante. Insomma le hanno provate tutte per convincerci. Cosa dire invece sul packaging del Lambrusco delle Cantine Riunite in versione "famiglia"? Fa il suo onesto lavoro (siamo di fronte, in questo caso, di un prodotto di massa) con rigore, equilibrio, anche una tal eleganza. Tiene alto il profilo del prodotto. Unica critica quel "Riunite" in grande evidenza. Un nome che tra l'altro non è un gran nome, cioè non nobilita l'attività dell'azienda, anzi, "massifica".Quando il Packaging fa Categoria
Chateau Miraval, Provence, Rosè.

Sarà anche il vino di Angelina & Brad, ma ricorda proprio la confezione di un profumo! I due super-divi del cinema, hanno "creato" e logicamente sponsorizzato in giro per il mondo il "loro" vino rosè. Immaginiamo che il packaging lo abbiano fatto realizzare da qualche specialista, sicuramente di budget, dietro a questo progetto, ce n'era. Ebbene questo è il risultato. Miraval, come nome (Chateau Miraval è la tenuta) è una definizione abbastanza comune. Ci sono decine di luoghi e di alberghi e di ristoranti "Miravalle" anche in Italia, figuriamoci in Francia. E poi la forma, il colore, lo stile dell'etichetta, il design in generale, il visual "floreale", insomma tutto porta consciamente o inconsciamente al cosmetico (e non va per niente bene per un vino). Probabilmente utilizzeranno la medesima etichetta anche per un profumo. Per ottimizzare le "risorse".Divinità e Ironia generano Notorietà e Attenzione.
Il nome è glorioso, il produttore è coraggioso: Amaltea è la capra che allattò Zeus (in alternativa viene chiamata così la ninfa che custodì la capra che alimentò Zeus bambino). Diventato Re degli Déi, Zeus, riconoscente, diede un grande potere alle sue corna. Da questo nasce la leggenda del Corno dell'Abbondanza o cornu copiae, detto anche meno notoriamente Corno di Amaltea. Dissacrando ironicamente il tutto (ma guadagnando in attenzionalità), vediamo una capra con in bocca un grappolo d'uva. Il latte diventa vino (cabernet, merlot e tempranillo, in questo caso), perpetuando il nutrimento dei popoli. Questo produttore catalano ci gioca con modernità e leggiadria. Non elegante ma certamente gioviale.La Parola d'Ordine è Valorizzare
Bottiglia di forma originale che crea problemi di stockaggio e di trasporto ma che, in compenso, sullo scaffale si fa notare. A suo modo si fa notare anche l'etichetta, molto "spaziosa" e soprattutto il nome, scritto con uno stile amanuense, nero fitto, proprio come i massi ai quali fa riferimento. Nome non facile da pronunciare ma dotato di un suo carattere e di una fonetica giocosa e anche per questo interessante. Nel compesso una operazione che "sta insieme" bene: valorizza un vitigno non proprio nobile con elementi di caratterizzazione forti e convincenti.
Ritrovare la Poesia nella Comunicazione Visiva
Riconcilia con lo spirito divino del packaging questa bella etichetta che fa della semplicità un dono e che esprime con gentilezza la forza di un concetto ben legato al prodotto. Le "vigne ritrovate" sono evidentemente i tre vitigni che compongono questo vino bianco: il Gros Manseng, il Petit Courbu e l'Arruflac. Sconosciuti e quindi ritrovati. Il nome evoca, racconta. L'immagine accompagna con l'estro "svolazzante" di quelle foglie di vite colorate. Eleganza, coraggio e terroir. Complimenti.
Una Tigre Gialla per Tenebrosi Birromani
Una birra è come un detersivo, difficile da etichettare, ma al tempo stesso molto facile. Dicotomie estetiche e di marketing. Insomma le birre (industriali) sono tutte simili, come i detersivi che fanno tutti la stessa cosa, detergono (la birra forse deterge le budella). Per questo i "canoni" di comunicazione ruotano attorno a ben determinati "codici". In questo caso, l'aggressività della tigre diventa "aspirazionale" e conquista con impeto il pubblico bevaiolo. Davvero ben realizzata, con un carattere (scrittura) creato appositamente "a mano", cioè ricostruito, non preso tra i "font" disponibili e precostituiti. Il risultato è di effetto. Coerenza concettuale e mood di livello.Krug e i suoi Fratelli
Kluge, Brut Rosè.
Effetto Porcellana che fa Guadagnare Rilievo
Porseleinberg, Syrah, Swartland.
Le nuove tecnologie oggi portano etichette in rilievo realizzate con materiali innovativi. Questa etichetta di un Syrah in purezza prodotto sulle pendici della "Montagna di Porcellana", nella zona di Swartland in Sud Africa, è stata pensata e poi realizzata con una vecchia punzionatrice: tutto ritorna, le nuove tecnologie trovano ispirazione nel passato. L'effetto è un "total white" con assenza di inchiostro, certo viene valorizzata da illuminazioni particolari, la luce piatta la rende anonima. L'originalità c'è, il concetto del rilievo "anticante" è in effetti valorizzante. Il packaging ne guadagna. E forse anche le vendite.Che Stile questo Lemon-Vintage!
Sarà che lo scatto fotografico di questa bottiglietta è stato eseguito a regola d'arte con tanto di goccioline di "freschezza", ma di fatto il risultato complessivo è di sicuro effetto. Il limone, ingrediente base, viene valorizzato da una grafica old-style che però mantiene una freschezza spigliata e una gradevolezza immediata. La semplicità degli elementi in etichetta sorprende con raffinata genuinità. Il nome, che apparentemente, nulla c'entra con tutto il resto, risulta perfetto in una logica di "informalità personalizzante". Ottimo lavoro.
La Vedova è fin Troppo Allegra
Veuve Clicquot Ponsardin, Rosè.
Certe etichette sono entrate così tanto nel "vissuto", nella memoria, nell'abitudine, che non si discutono più. Eppure è evidente che il rosa non va d'accordo con la terra di Siena (o arancione che dir si voglia). Quel quadrato al centro è un pugno in un occhio. Se non un pugno, quanto meno un buffetto. Rompe l'armonia, spezza il celebre nome anche in lettura. Eppur si muove (dagli scaffali). Il marketing della nota Maison non perde certo tempo, creando insoliti packaging per i vari portabottiglia che si avvicendano negli anni e nelle celebrazioni. Grande scuola, comunque, di merchandising e di enologia "di consumo". E il gusto?
La Luna nel Pozzo o in un Cielo Stellato?
Che sia nobile non ci sono dubbi. Il Montepulciano. Lo è da secoli. Così come da secoli il vino viene "abbinato" a sole e luna. Al sole, di solito, per etichette di bianchi o di passiti. Alla luna, spesso, per i rossi. Ed è quello che è accaduto anche in questo caso, dove il produttore, un agriturismo con azienda (o viceversa, dipende dai punti di vista), di Pienza, in Toscana, ha voluto dedicare un cielo stellato all'immagine di uno dei vini della propria gamma. Il nome, in basso, poco in evidenza, è "Tradizionale", ostacolato da una T che non ha molto senso. Emerge molto di più il nome dell'azienda "Lunadoro". Oro su blu, notoriamente colore non alimentare, ma che in tonalità scura può anche reggere il discorso. Anche a Canelli bevono Marsala
Marsala all'Uovo, Riccadonna.
Chissà perché ad un certo punto della propria lunga storia aziendale, Riccadonna, indiscusso leader della spumantistica piemontese, decide di commercializzare anche un "vino Marsala all'uovo". Spiegazione di marketing: ampliare l'offerta verso il consumatore a fronte di una richiesta di mercato. Certo, c'era un tempo in cui nei salotti, anche quelli piemontesi, si beveva Marsala all'Uovo, vino liquoroso che niente ha da spartire con la tradizione vinicola del nord. Etichetta in linea con i tempi, visibile, allegorica, con quel mix di uova e uva che stride e arride.
Le Note di un’Etichetta che Poteva Suonare Meglio

Al centro di questa etichetta, di colori diversi per ogni elemento che compone la gamma, vediamo l’immagine di Tersicore, musa della danza e della musica che "accompagna con la sua lira ogni goccia del vino racchiuso nella bottiglia" leggiamo in rete. Tersicore è inserita in una forma a dodici punte che rappresenta il ciclo del tempo, le stagioni, i mesi, le ore, le costellazioni, i punti cardinali "poiché un buon vino è il frutto dell’attesa". Concetti e comunicazioni visive sono coordinati e ben assemblati. Qualche piccola notazione: il nome è bello, corto, originale, esprime un concetto valorizzante (se le Vigne sono Note allora una ragione ci sarà). Il suo secondo significato (note in senso di musica) genera ugualmente sensazioni positive: la musica, la danza, il suono, l’arte della composizione così come è composizione di elementi il vino. Nome bello, compiuto dal punto di vista semantico, non altrettanto da quello fonetico: la pronunciabilità incespica un po’. Passando invece a considerazioni cromatiche i colori di questa linea di etichette sono un po' pastello, come dire, forse troppo “baby”.
Mani da Lavoro in Vigna
Molte persone quando incontrano qualcuno per la prima volta gli guardano le mani. Le mani di un viticoltore sono facilmente identificabili. E sono una garanzia. Perché lo vedi se una persona lavora personalmente la propria vigna. Lo vedi subito, dalle mani. E allora perché non mettere questo "marchio di fabbrica" sull'etichetta? Devono aver pensato questo i designer che hanno elaborato questa etichetta. L'impatto e il messaggio sono molto forti. Non serve altro. Peccato per il carattere dei testi, non proprio adeguato. Ma almeno ci sono un'idea e un concept forti ed evidenti.
Vampirizzare il Prodotto non Va Bene.
Tutta la grafica tenebrosa di questa etichetta spinge verso àmbiti notturni e misteriosi. Una scelta di stile e di comunicazione che può anche attirare attenzione. In questo caso "Vampire" non è il nome specifico del vino bensì il nome dell'azienda, che poi caratterizza (se così si può dire e fare) i vari vini con il nome del vitigno. Ma torniamo alla grafica: il carattere di scrittura è molto da film horror e anche il visual, che vede la V grondante sangue (o vino?), lo conferma. Come minimo discutibile: anche se il richiamo al sangue e al vino è di millenaria e religiosa usanza, per molti il sangue non è un bel vedere. In questo caso siamo di fronte a una vera e propria "americanata".
Un Vino che Sa di Vino, un Miele che Sa di Miele
Ci sono due elementi di spicco in questa etichetta: l'ampia grafica paesaggistica, di sicuro impatto, evocativa, poetica, insolita, attenzionale. E il nome, Honig (chissà perché in tedesco) che con quell'ape al centro della "H" richiama fortemente e senza dubbi il miele. D'accordo, il sauvignon in questione avrà certamente un forte afrore di miele (invece della solita pipì di gatto?), ma stiamo parlando (e vendendo) vino, non il nettare delle api. Mercato americano, forse questa la spiegazione: dove il gusto, i sapori, i richiami alle sensazioni forti sulle papille gustative, sono una mania collettiva. Se gli americani non sentono chiaramente un sapore sono delusi in partenza. E allora perché non farglielo sentire subito con la mente? Il condizionamento forzato non sposerà mai la fine sensibilità e viceversa.
Vigne in Terra, Etichetta in Alto Mare
Non è uno scherzo. Passerina è il nome del vitigno, il fatto che sia Brut è una scelta del produttore, Altamarea è il nome del vino, Ciù Ciù e il nome dell'azienda. Non si sa da dove iniziare. E allora partiamo dalla grafica dell'etichetta: sterile, grigia, a forma di scudo (ma quante ce n'è?). Vediamo 4 parole con dimensioni e caratteri (detti anche "font", tecnicamente il tipo di scrittura) diversi. Una specie di sagra della comunicazione piuttosto disorganizzata. Tornando ai nomi: essere in "alto mare" è accezione negativa, da sempre. E anche l'alta marea non è che in generale sia molto positiva. E per quanto riguarda Ciù Ciù, chi lo sa, forse ci sono ragioni affettive che non abbiamo approfondito, ma non è nome da prendere sul serio senza essere, in compenso, troppo simpatico.
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