Gorgo Più, Gorgo Meno


Kheirè, Grillo, Gorghi Tondi.

Kheirè è un vino bianco prodotto con il vitigno Grillo in purezza coltivato in regime di agricoltura biologica su terreni calcarei e sabbiosi a brevissima distanza dal mare. E’ uno dei vini bianchi più rappresentativi della Tenuta Gorghi Tondi, cantina situata ad Agro di Mazara del Vallo (Trapani), all'interno della Riserva Naturale Integrale Lago Preola e Gorghi Tondi. Il nome dell’azienda deriva proprio dalla conformazione della Riserva Naturale (istituita nel 1998 e gestita direttamente dal WWF Italia): i “gorghi” sono tre piccoli specchi d'acqua tondeggianti alimentati dalla falda acquifera. Il nome del vino, “Kheirè", deriva dal greco antico e significa "Benvenuto" o "Rallegrati", un omaggio alla storia magnogreca della Sicilia e all'ospitalità della terra. I gorghi tondi riportati in etichetta sono invece 4 (che a quanto sembra citano le 4 generazioni della famiglia fondatrice) rappresentati da dei dischi colorati attorniati da onde liquide generate dallo spessore della carta. Etichetta elegante, ordinata, stilosa, firmata dai titolari. Tutto bene (tranne l’enigma su quanti devono/dovrebbero essere i gorghi).

Un Lugana che Vuol Fare il Prezioso


40, Lugana Brut, Bulgarini.

Il Lugana Brut (Metodo Classico) della cantina Bulgarini (con sede a Pozzolengo in provincia di Brescia) è un vino spumante che valorizza la spiccata acidità e la sapidità tipiche dell'uva Turbiana (nome “tecnico” del Lugana). In evidenza, in etichetta, il numero 40, a significare i lunghi mesi durante i quali queste bollicine vengono lasciate sui propri lieviti, a maturare fini sentori organolettici. Ma parliamo in modo più approfondito del packaging: si tratta di una scelta grafica che vuole imitare il mondo degli Champagne o comunque di quei Metodo Classico che vogliono fregiarsi di una nobiltà produttiva da grande spumante. Lo stratagemma riesce bene: lo stemma in alto con la data di fondazione (1930), i caratteri di scrittura, il tipo di carta scelto per l’etichetta (la sua forma rettangolare e sfrangiata), il grande riferimento ai mesi di lavorazione, tutto converge verso una comunicazione di spessore e di valore. Certo che il vitigno in questione non è tra i più noti e blasonati, ma a livello di qualità e quindi di gusto si difende molto bene alla prova dell’assaggio. Con costi molto inferiori a uno Champagne o a un Franciacorta.

Un Sassella “Esotico” sulle Sponde Retiche


Vigna Mossino, Sassella Superiore (Chiavennasca), Alfio Mozzi.

Il vino rosso “Vigna Mossino” è una delle espressioni più autentiche e territoriali della viticoltura eroica della Valtellina. Alfio Mozzi, vignaiolo artigiano con base a Castione Andevenno, lavora appezzamenti di piccole dimensioni caratterizzati da pendenze estreme con una conduzione quasi interamente manuale. In questo caso specifico stiamo parlando di uno degli ancora rari casi di “zonazione” della Valtellina: il nome di questo Sassella infatti fa riferimento a un vigneto “cru” situato sui versanti solatii della sponda retica. La vigna sorge su pendenze accentuate, tra i 350 e i 550 metri s.l.m., beneficiando di un'esposizione ottimale a sud/sud-est che garantisce un'eccellente insolazione durante tutto l'arco della giornata. L'estensione di Vigna Mossino è meno di 1 ettaro (circa 0,5/0,8 ettari), il che rende una produzione estremamente limitata e di stampo squisitamente artigianale. Per le sue etichette Alfio Mozzi ha scelto di rappresentare il fico d’india come simbolo dell’opulente vegetazione che, anche in inverno, domina i terrazzamenti valtellinesi esposti a sud. Per questo vino l’etichetta vede come protagonista il fiore del fico d’india (opuntia ficus-indica) che generalmente è giallo brillante o giallo-arancio (in alcune varietà può essere bianco, aranciato o rosso-porpora). Compare in primavera o all’inizio dell’estate, sul margine delle pale adulte. Bello il colpo d’occhio cromatico e lo stacco tra il blu-notte del fondo dell’etichetta e il giallo del fiore che sbuca da sinistra. Da notare anche la sintesi visiva del piccolo logo posto poco sopra al nome del produttore: in un cerchio bianco viene iscritto, con austera efficacia, un grappolo d’uva stilizzato.

La Traccia Gialla di uno Champagne in Bianco


L’Extravertie, Blanc de Blancs, Pertois-Lebrun.

La cuvée "L’Extravertie" è uno Champagne Blanc de Blancs Extra Brut prodotto dalla maison Pertois-Lebrun situata a Cramant, nel cuore della prestigiosa Côte des Blancs. Le uve che partecipano alla produzione di questo Champagne provengono da 7 comuni (è un mosaico enologico di 5 Grand Cru tra cui Cramant, Chouilly, Oger, Le Mesnil-sur-Oger, Oiry e 2 Premier Cru come Cuis e Villeneuve). Il nome “L’Extravertie” (l'estroversa) nasce dalla personalità stessa di questa cuvée. I fratelli Antoine e Clément Bouret, alla guida dell’azienda, l’hanno battezzato così perché è una cuvée espressiva, aperta, vivace e subito comunicativa. Non è un vino timido né chiuso: fin dal primo sorso si concede con generosità, esaltando la freschezza e la mineralità tipiche del territorio. Cosa dire della grafica in etichetta? Sicuramente estrema, con quella traccia gialla, di sintesi, al centro: una pennellata fulminea, che vorrebbe rappresentare il vitigno bianco, il solco della vigna, la traccia del vignaiolo e chissà cos’altro. Poco leggibile, anche se espresso con un carattere di scrittura originale, il nome del vino.

Una Coccinella Toscana che Parla Inglese


Chill Ya Jolo, Ciliegiolo, Badia a Coltibuono.

Chill Ya Jolo è un vino rosso prodotto dalla celebre cantina toscana Badia a Coltibuono (storica realtà posizionata nel Chianti Classico). Il nome è un gioco di parole ironico, in inglese, tra il vitigno Ciliegiolo e l'invito a essere “chill" (raffreddare il vino e rilassarsi, richiamando la filosofia "YOLO: You Only Live Once"). Si tratta di un'interpretazione moderna e pop di una varietà autoctona toscana tradizionalmente usata in assemblaggio col Sangiovese. La particolarità di questo vino sta nel consumo: nasce per essere servito fresco di frigorifero o da secchiello del ghiaccio, a una temperatura di 10-12°. Nome del vino davvero coraggioso, oltre che molto creativo. Così come originale risulta la grafica dell’etichetta: una coccinella molto presente, al centro del packaging, apre le sue ali mostrando il nome del vino. Con lo sguardo un po’ allucinato siamo convinti che possa portare fortuna e anche un senso di quella purezza e genuinità molto di moda in questi tempi: la presenza di coccinelle in vigna viene interpretata come un segno benefico che allude all’assenza di trattamenti chimici per i tralci e le uve.

Le Sabbie Dorate di una Gallura Preziosa


Renadoro, Vermentino di Gallura, Vigneti Zanatta.

La preziosità di questo Vermentino sardo risiede certo nelle sue volte aromatiche, nel suo colore carico, nel prestigio della zona vinicola premiata con la DOCG, nel prodotto in sé, insomma. Ma anche nella veste che il produttore ha deciso di adottare. L’etichetta, dunque. Uso equilibrato dell’inchiostro dorato, innanzitutto, che incornicia, nella parte centrale, la riproduzione di un’opera pittorica. E in basso, fornendo preziosità al nome dell’azienda, insieme a un carattere graziato. Un packaging che dà la precedenza alla trasparenza, lasciando ampio spazio al solo vetro chiaro, a tutto vantaggio della naturalezza del colore del vino, dorato anch’esso. L’opera d’arte viene subito in evidenza, riquadrata al centro. Non di meno, con eleganza, alla base troviamo un tassello nero che evidenzia anche la denominazione, come detto sopra, di prestigio. E il nome del vino? Rapido, validante, creativo, laddove un neologismo pone insieme l’antica (e un anche un poco dialettale) forma verbale di sabbia, ovvero arena, con la sinergica citazione dell’oro, qui intesa come colorazione magica di un calar del sole non così immaginario. L’operazione di comunicazione riesce, quindi, nell’intento di fornire collocazione, tradizione, valori, sensazioni e sentori che si rispecchieranno poi nella fruizione del prodotto. Nel calice, a tavola, magari proprio al tramonto, sul mare, su bocche conviviali davanti alle Bocche di Bonifacio.

Venti di Mare, per un Soffio Spettacolare


Tre Venti, Syrah, Cantine Birgi.

Vino rosso siciliano da vitigno 100 Syrah delle Cantine Birgi: giovane, immediato ed espressivo (dicono in rete). Si chiama “Tre Venti”. La cantina infatti, che si trova nel territorio di Marsala (Trapani), coltiva le proprie vigne in un'area baciata dal mare e caratterizzata da venti costieri che danno il nome a questa linea di vini. I tre venti sono: il Maestrale, vento predominante della zona, specialmente nella bella stagione. Soffia da nord-ovest ed è spesso rinforzato da un regime estivo di brezza termica, rendendo l'area una meta rinomata per il kitesurf. Lo Scirocco (da Sud-Est), proveniente dal deserto africano, spira con forza soprattutto in primavera e autunno. Porta aria molto calda, secca e polveri desertiche, generando mareggiate sulle coste più esposte. E il Libeccio, vento di mare soffiato da sud-ovest, tipico delle perturbazioni atlantiche e invernali, che porta mare molto mosso e precipitazioni lungo tutta la costa marsalese. L’etichetta, elementi grafici: fondo grigio “canna di fucile” che dà eleganza, un “soffione” che fa sognare con i suoi semi portati dal vento, nome del vino in corsivo (poco leggibile) in giallo oro. Enigmatico, in alto, il logo che accompagna il nome del produttore. Molto probabilmente si tratta del perimetro della Sicilia, molto di sintesi. Forse troppo.

Nerello il Vitigno, Nera la Terra. Ma l’Etna è Rosso


Vulcanera, Nerello Mascalese e Cappuccio, Camporè.

Prodotto dalla cantina Camporè, questo vino punta a valorizzare i singoli micro-terroir etnei, dove l'escursione termica tra il giorno e la notte permette una maturazione lenta e aromatica delle uve. Il Vulcanera Etna DOC Rosso è un'espressione affascinante e territoriale dell'enologia siciliana, legata a doppio filo con la viticoltura eroica che caratterizza le pendici del vulcano attivo più alto d'Europa. Nasce sul versante sud-est dell'Etna, un'area fortemente influenzata dalle sciare vulcaniche e dalle brezze marine. L'assemblaggio vede protagonista assoluto il Nerello Mascalese (in larga maggioranza) affiancato da una piccola percentuale di Nerello Cappuccio, che dona colore e morbidezza. Il suolo è composto da sabbie vulcaniche, lapilli e rocce basaltiche disgregate. Questo terreno unico regala al vino una mineralità spiccata, quasi salina, e un finale sapido inconfondibile. Bello foneticamete il nome del vino. Ed è anche evocativo: c’è il vulcano, più volte rappresentato anche graficamente in etichetta, è c’è il nero di quelle terre, la parte magmatica, così caratterizzante sia per lo scenario vitigeno che per quello organolettico. Bello ed evocativo anche il nome del produttore: “Camporè”. Fa un po’ camporella, ma anche e soprattutto “il campo del Re”.