Il Pecorino è un Vino Equino

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'Ekwo, Pecorino, Tenuta Terraviva.

Questa etichetta si può tranquillamente definire come una "copy-label". Una etichetta, insomma, che è "tutta nome". Nella sua soluzione grafica, nell'ergonomia, molto semplice, del packaging, praticamente emerge solo il nome del vino. Andiamo con ordine: l'azienda è in regime biologico e si trova in provincia di Teramo. Produce molte tipologie di vino principalmente con vitigni autoctoni. Bello il nome della proprietà: Tenuta Terraviva. Nel sito del produttore si allude al "tenere viva la terra" affinché essa restituisca buoni frutti. Un concetto pregnante e valorizzante. Tornando all'etichetta, questa dell'Abruzzo Pecorino Doc, vediamo subito che il nome del vino è protagonista assoluto, 'Ekwo. Il significato? Non facile da trovare: la rete dice che si tratta di "equino" in lingua antica indoeuropea. A questo proposito viene citato anche il termine sanscrito "acvah". In pratica il "cavallo" dei giorni nostri è foneticamente affine, accomunabile al latino "caballus". E si potrebbe proseguire citando il serbo antico "kobyla" e via dicendo. Di fatto l'equino con il percorino (il vino) c'entra solo per la rima. Forse in vigna utilizzano ancora il cavallo da tiro per il lavori agronomici? Forse i titolari dell'azienda hanno passione per i cavalli. Non sappiamo. Fatto sta che si tratta di un cavallo, sia pure semanticamente nascosto. Ultima notazione: non abbiamo capito il perché di quell'accento o apostrofo che precede il nome stesso. Forse questioni di registrabilità.

Colline Erotiche a Ovest di Firenze

marketing immagine comunicazione wineEros, Petit Verdot, Fattoria Castellina.

L'antologia dell'eros è ampia e variegata. Difficile anche inquadrare questo concetto in una definizione. Proviamoci con Treccani: "dal greco ἔρως nome del dio dell’amore (che i Greci impersonarono in Eros, figlio di Afrodite), usato anche come nome comune per indicare sempre il desiderio, l’istinto sessuale, con riferimento alle concezioni che di esso ebbero gli antichi. Eros si contrappone a Thanatos". Si tratta di un'etichetta molto "ottica", con un croma incisivo, quasi invadente (arancione forte). La grafica è semplice, immediata: il nome del vino (Eros) in alto, brevi specifiche in basso (vitigno e agricoltura biodinamica), nome del produttore alla base. Al centro troviamo una sinergia con il nome: linee sinuose che possono ricordare parti del corpo femminile. Sorge spontanea una citazione: "...vorrei sentire i tuoi seni accendersi poi, come due piccoli vulcani, sentirli sotto le mie mani e scivolare poi sul pendio quello dolce che hai..." (Eros Ramazzotti, Fuoco nel Fuoco). Certo le due linee tracciate al centro dell'etichetta possono essere delle colline, quelle toscane attorno alla proprietà che produce questo vino, ma il nome porta con sé allusioni e quindi si tratta solo di riuscire a immaginare di quale parte del corpo si tratta. E quando si stimola la fantasia, il ricordo è sempre più incisivo.

Far Flanella tra Parigi, Napoli e Bordeaux

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Le Flaneur, Bordeaux Rouge.

Un'etichetta semplice, ben curata, ben riuscita. La sagoma di un uomo in chiaro su sfondo scuro. Le scritte di legge, un nome (che è anche nome dell'azienda): Le Flaneur. La magia è data anche dalla... poesia. Infatti per commentare questo nome bisogna tirare in ballo Baudelaire. Scrive Wikipedia: "Il termine francese flâneur (al plurale flâneurs), reso celebre dal poeta Charles Baudelaire, indica il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio. La parola non possiede un'esatta corrispondenza in italiano". E ancora, giusto per precisare: "Baudelaire sosteneva che... un artista si dovesse immergere nella metropoli per diventare un 'botanico del marciapiede', un conoscitore analitico del tessuto urbano. Poiché coniò il termine riferendosi ai parigini, il flâneur (colui che bighellona/passeggia) e la flânerie (il bighellonare/passeggiare/vagare) sono associati sia a Parigi sia a Napoli e con quel tipo di ambiente, che lascia spazio all'esplorazione non affrettata e libera da programmi. Il flâneur è tipicamente molto consapevole del suo comportamento pigro e privo di urgenza: per esemplificare questa sua caratteristica umorale, era descritto come "uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi". Affascinante questa parola, che in realtà un collegamento con l'italiano se l'è ricavato. Infatti Treccani dice: "Flanèlla, dal francese (faire) flanelle, connesso col verbo flâner 'andar bighellonando'. Nella locuzione fare flanella, conforme al significato francese, stare senza fare niente, essere presente in un luogo senza contribuire al lavoro con la propria attività".

La Fine Violenta degli Acini di Uva

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The assassination of Pinot Noir, Lj Brimfield.

Davvero coraggiosa questa etichetta per un Pinot Noir del quale sappiamo davvero poco (e pochissimo si riesce a trovare in rete). Il vino viene prodotto da una piccola azienda con sede in Oregon, stato degli Usa che si sta sempre più distinguendo per la coltivazione di questo capriccioso vitigno. Tornando all'etichetta: il nome del vino è "The assasination of Pinot Noir", proprio così. E l'immagine non dà adito a dubbi: macchie di vino come se fossero sangue dopo una sparatoria o comunque in seguito di un atto violento. Se ci pensiamo bene la pressatura degli acini di uva è sempre un atto violento che ha come obiettivo la fuoriuscita del succo.
inchiostro di stampa
Succo e polpa d'uva che anche nel caso del Pinot Nero sono chiari. Ma dopo, al contatto con le bucce il succo diventa rosso come lo sconosciamo tutti. E tutti sappiamo anche che macchia molto se finisce su cravatte o tovaglie. Le macchie, in questo caso di inchiostro di stampa, che vediamo su questa etichetta sono realizzate tecnicamente davvero bene: sono in rilievo e lucide, per fornire all'occhio dell'osservatore un realismo di forte impatto. Qualcuno potrebbe anche dire che l'associazione vino-sangue disturba l'occhio. Di certo, prima lo attira. Non avendo informazioni in merito non sappiamo, infine, come si è perpetrato questo assassinio: speriamo che il prodotto, comunque si sia salvato!

La Semplicità di Tutti i Giorni

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Tutti i giorni rosso, Ciliegiolo Sangiovese Grenache, Antonio Camillo.

Non si può certo considerare un nome "Tutti i giorni rosso". E' una frase, una esortazione, un mantra. Troppo lungo per essere un vero e proprio nome, troppo schietto per passare inosservato. Ed ecco quindi un vino base, di un piccolo produttore tradizionalista della maremma grossetana. Intenzionalmente un vino di basso costo e di "alto consumo". 
Un rosso da tutti i giorni, di grande bevibilità, semplice e spicciolo, mantiene quel poco che promette ma lo fa in modo sincero. Certamente originale, se non il vino, almeno la formulazione del nome. Ma veniamo all'etichetta vera e propria. E' semplice, moderna ma "di campagna", molto visibile, con qualche particolarità, come la gradualità dei colori che sfuma da più intenso a più tenue, e quella sagoma di vignaiolo con il carretto che proietta la propria ombra nel tassello bianco in basso a destra. E' semplice ma risulta simpatica, si fa amare e rispettare. E infine quella affermazione in basso, vicino al nome del titolare: "vini di territorio", un altro modo di dire terroir, genuinità, naturalità... una precisazione che non fa mai male.

Il Colore Come Elemento Trainante

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Licurti, Primitivo di Manduria, Trullo di Pezza.

Strano nome, questo, aziendale: Trullo di Pezza. Sembra essere il nome di una contrada presso Torricella in provicia di Taranto. Siamo quindi in Puglia (o "nelle Puglie" come dicono alcuni) e infatti il vino è un Primitvo di Manduria. Certo che "Trullo di Pezza" non è molto valorizzante, anzi, per niente. Ove un trullo, tipica costruzione di quei luoghi, se fosse davvero fatto di pezza sarebbe ben poco protettivo e laddove "pezza", in italiano, ha una connotazione di scarso valore: qualcosa fatto di pezza è di scarsa considerazione. Altre accezioni popolari non migliorano le cose, tipo il modo di dire "mi ha attaccato una pezza...". Ma probabilmente si tratta di antica e topografica nomenclatura. Adottata dal produttore come riferimento geolocalizzante. Per quanto riguarda il nome del vino, "Licurti", doverebbe essere di derivazione dialettale. Non abbiamo trovato riscontro certo. Di sicuro è corto (lo dice il nome stesso), immediato, compatto, abbastanza memorabile anche se... poco legato con l'immagine. Al centro dell'etichetta infatti si vede la bella illustrazione di una gallina variopinta. Immagine che per forza cromatica e raffinatezza dell'esecuzione attira certamente l'attenzione. Per il resto vediamo una impaginazione pulita, essenziale, dal design elegante e gradevole.

Passerine Brasiliane d'Abruzzo

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Kukukaya, Passerina, Cascina del Colle.

Vediamo: cosa significa lo strano, esotico, esoterico, esterofilo nome di questo vino? Nulla c'entra con il vitigno o con la regione di provenienza (Abruzzo) o con la storia del produttore... Kukukaya, come dichiarato dall'azienda titolare nel proprio sito web è un "nome ispirato alla fresca allegria dell'omonimo locale brasiliano". E allora andiamo a vedere com'è questo locale carioca. Il posto si trova in Av. Pontes Vieira, 55 a Fortaleza, nella regione di Ceará in Brasile (per chi passasse di là) e propone musica dal vivo di vari gruppi sudamericani. Nelle immagini in etichetta spicca una ballerina da Carnevale di Rio, tutta piume, bargigli e curve (sarà attinente con il nome del vitigno, la Passerina?). Un omaggio alla suadente (e saudade) giovialità dello stile brasileiro, tutto musica, danze e gioia di vivere. Particolare anche il carattere di scrittura del nome del vino che però, come il resto del design, si scontra con il logo del produttore, in alto, molto classico, e con il mondo rurale del vino italiano. Ma tant'è che questa inusitata allegria crea attenzionalità, mettiamola così. Se si cercano ragioni, infatti, non se ne trovano. Non c'è razionalità in questa scelta. C'è voglia di stupire, di sorridere, di vivere un buon calice in compagnia di gente simpatica.

Eleganza Italiana per l'Export

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Terre di Faiano, Primitivo.

Pur nella sua semplicità, questa etichetta offre qualche spunto di analisi. Si tratta di un Primitivo pugliese (Salento) destinato prevalentemente all'export. Nonostante questo (cioè il fatto che basterebbe l'italianità a vendere) l'etichetta ha un proprio stile ricercato, ripetiamo, nella sua estrema semplicità. Il colore innanzitutto, non consueto, in grado di differenziarsi a scaffale. Il nome del vino (e della linea stessa di vini) con "Terre" in evidenza (più in grande), ove la terra, ma anche il luogo geografico, giocano un ruolo importante. Carattere di scrittura moderno ma nei canoni classici adusi al mondo del vino, con inchiostro specchiato (preziosità). La finezza delle illustrazioni (foglie, sembra, ma non di vite) e la particolarità dell'etichetta fustellata (sagomata) nell'angolo in alto a destra e in basso a sinistra. Per quanto riguarda le altre scritte: "primitivo", il nome del vitigno, e "organic wine", che significa tutto e significa niente, ma serve a tranquillizzare un certo tipo di pubblico, soprattutto all'estero. E infine, in basso un "made in Italy" che non nuoce affatto, anzi, sarebbe da utilizzare anche in Italia, non solo per l'export, tanto vale il fatto che il vino viene prodotto proprio in Enotria, la terra del vino, orgoglio e garanzia anche per gli italiani.

Un "Botero" Allegro tra i Filari di Barolo

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Bricco Carlina, Barolo, La Carlina.

Il Barolo è il Barolo. Il re dei vini italiani, riconosciuto tale anche nel resto del mondo. Ha una sua onorabilità, una sua storia, una immagine da difendere ma anche da far evolvere. Senza strappi con la tradizione, ma con il beneficio della modernità. Di etichette di Barolo se ne vedono tante, la maggior parte classiche, storiche, diciamo anche antiche. Qualche nuovo viticoltore, magari nipote di quelli storici di Langa, si lancia in nuove avventure che tengono un piede ben saldo nella terra e nelle vigne dei nonni, mentre con l'altro piede si dirige verso nuove frontiere. Anche della comunicazione. È un bene o un male? Nessuno dei due. Tutto serve per capire e per migliorare. Questa nuova etichetta per il Barolo dell'azienda La Carlina è divertente, colorata, ironica, allegra. Ci scusiamo per la non perfetta definizione ma attualmente non si trovano altre immagini in rete. Si tratta di giovani viticoltori di Grinzane Cavour, con una visione, anche per quanto riguarda le etichette dei loro vini, molto disincantata, giocosa, leggera nel miglior senso della parola. Ed ecco quindi tre donne corpulente sull'altalena: una leggerezza gioconda, che ricorda l'infanzia, ma anche certi artisti illuminati come Botero. Per concludere è bene notare anche quella mano inserita nel marchio: un segno di umanizzazione che trasmette genuinità, verità, manualità antica in veste moderna.

Lo Sponsor si Beve l'Immagine del Produttore

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"Computer Gross", Chianti Montespertoli, Fattorie Parri.

Cosa può spingere un'azienda toscana, seria, rurale, qualitativa, a "giocarsi" l'immagine con delle etichette personalizzate? Sì perché risulta evidente (ma non immediato) che il nome di questo vino (un validissimo Docg del Chianti) non può che essere una sponsorizzazione: perché si chiama "Computer Gross"! Questa bottiglia, probabilmente, è stata progettata per allietare qualche festa aziendale, o come omaggio alla fine delle libagioni, di una impresa che si occupa di Information Technology (software e affini). Di fatto è arrivata per caso sulla tavola di una cena tra amici. E siccome in quell'ambito nulla c'entrava l'azienda "sponsorizzatrice", quella che ne è uscita male è l'immagine del produttore del vino, del Chianti e della genuinità in generale. Certo, il cambio del nome e dell'etichetta del vino, in favore di "Computer Gross", avrà fruttato delle vendite in più, ma quanto è quantificabile il guadagno rispetto al disavanzo di immagine?
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Per ipotesi le bottiglie utilizzate come regalo dall'azienda Computer Gross dovrebbero rimanere tra gli "addetti ai lavori" riceventi l'omaggio. Ma il rischio che questi le portino in giro, a disposizione di altre persone, quindi di un pubblico generalizzato, è elevato. E non fa per niente bene al nome dell'azienda produttrice del vino. Una leggerezza? Un buona idea di marketing? Un'occasione particolare dovuta magari a relazioni amicali? Non lo sappiamo. Ma quella scritta "Computer Gross" su un Chianti ci ha fatto impressione. Non positiva.

Un Asterisco per Attirare l'Attenzione

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Costa del Mulino, Montepulciano d'Abruzzo, Cantina Frentana.

Cosa ci potrebbe essere di meglio di un grande asterisco colorato per far notare l'etichetta di un vino? Ed è proprio quello che ha pensato di fare questa grande cantina della provincia di Chieti, con la rinnovata linea chiamata "Costa del Mulino". Ogni vino della gamma è caratterizzato, in etichetta, da un grande asterisco di colori diversi che difficilmente può passare inosservato alla prova del consumatore. Noi lo chiamiamo asterisco ma questo segno grafico ha anche un rational ben delineato, a fronte di un concept che i designer che hanno realizzato le etichette spiegano in questo modo:
"L’origine del nome Costa del Mulino è da rintracciare nell’esistenza di mulini ad acqua nel tratto della costa dei trabocchi, area dove insistono diversi vigneti della cantina. Per il nuovo corso è stata reinterpretata la grafica della ruota del mulino in combinazione con un gioco di fustelle e lamine metalliche dalle tinte forti. Il risultato garantisce un deciso impatto a scaffale coerentemente con la strategia di riposizionamento". Visibilità e originalità (in senso di qualcosa di originario oltre che originale). Difficile, senza una spiegazione logica, interpretare l'asterisco come le pale di un mulino. Ma in ogni caso, il primo risultato, quello di farsi notare a scaffale, lo ottiene facilmente. 

Un Miracolo Italo-Messicano in Oltrepò

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La Mugnaia, Rosato da Pinot Nero, 
Milagro Veritas.

Si tratta di una azienda italo-messicana in terra d'Oltrepò che ha creato delle etichette molto semplici caratterizzate da personaggi, diciamo, popolari. Portiamo ad esempio quella del Rosato da Pinot Nero, vino che si chiama "La Mugnaia". Una effige vintage conferma la personalità evocata, sotto al nome il marchio aziendale, particolare nel naming e nel logo. Ma andiamo con ordine. Gli altri personaggi rappresentati sulle bottiglie dei vini in gamma sono: il Viandante per il Moscato Dolce, la Dama Catalina per il Moscato Secco, il Gentiluomo per il Pinot Nero (vinificato in rosso), il Pensatore per lo Chardonnay, il Soldato per il Riesling, il Notaio per il Syrah, il Maggiordomo per la Bonarda Ferma, il Contadino per la Bonarda Vivace, il Fuochista per il Blend di Rossi. Si tratta di nomi semplici, di etichette scarne, essenziali.
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Focus sull'immagine e sulla "storia" che questa rappresentazione potrebbe far emergere nell'immaginazione del guardante. Forse troppo semplici, ma di fatto, a loro modo, si fanno notare. Passando a considerare il nome e il logo aziendale, diciamo che il nome è influenzato falla lingua d'origine dei proprietari, Charlotte e Alexander, che attestano avi tra l'Italia e il Sud America. "Milagro Veritas", potremmo tradurlo con "il miracolo della verità", del "vino veritas". Interessante infine il logo "tribale" con al centro un grappolo d'uva.

Tra Calera e Galera il Senso è Breve

Calera, Ortrugo Malvasia Bonarda Gutturnio, Cantina di Vicobarone.
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Nuova linea di vini per la Cantina di Vicobarone, nel piacentino. Si chiama "Calera". Parola che non trova riscontro nei vocabolari italici. Ma che trova una strana e non positiva corrispondenza semantica e fonetica con "galera". Insomma le prigioni. In senso dispregiativo, per di più. Somiglia proprio. E grazie anche al fatto che il nome del vino è scritto con un inchiostro specchiato (e vieppiù per il tipo di carattere utilizzato), leggendo al volo l'etichetta ci può scappare davvero un malinteso tra l'iniziale "C" o "G". Ma andiamo oltre, anche perché nel sito del produttore non si trova altro rational o giustificazione o spiegazione per questo nome. Le etichette, relative a quattro vitigni diversi, sono caratterizzate cromaticamente da tasselli di colori diversi. Sono dei quadri, forse delle rappresentazioni degli appezzamenti, delle vigne, dei terreni, ma le bottiglie non si distinguono, la grafica è la medesima, tranne che per il nome del vitigno e per il collarino di colori diversi. Sarebbe stato interessante utilizzare i quattro tasselli artistici, diversi tra loro, attribuendo uno di essi per ogni bottiglia, per ogni tipo di vino. Ma chissà qual è stato il ragionamento che ha guidato la realizzazione di questi packaging. Rimane anche il mistero delle bottiglie tozze. Ultima moda o valida trovata di marketing?

Uno Sciamàno Sciammannato in Valcamonica

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Sciamàno, Valcamonica IGP, Cantina Flonno.

Una piccola cantina, di recente costituzione, in una delle valli meno conosciute (almeno dal punto di vista vinicolo) del Nord Italia. Provincia di Brescia, Lombardia. Di conosciuto ci sono le iscrizioni rupestri del Parco Nazionale di Capo di Ponte. Graffiti su roccia, un forma di "antico design", che raffigurano persone, scene di vita, arnesi e simboli di antichissima origine. Di questi ritrovamenti grafici, la Cantina Flonno ne ha fatto etichette. Cioè immagini per i propri vini. Davvero curiosa la figura dello "Sciamàno", dedicata al vino bianco Igt (Riesling Renano) dell'azienda in questione. Etichetta ora non più in gamma, sostituita da altre rappresentazioni, ma che ci ha colpito, per la sua allegra spensieratezza e per un particolare che non può sfuggire: l'omino vetusto, oltre a sfoggiare una folta chioma esibisce anche... un attributo, diciamo così, una propaggine, tipicamente maschile. E corre felice con un calice in mano. Tra realtà e finzione, tra arte rupestre e divertente "variazione" sul tema, di fatto questa etichetta si fa notare. L'omino in questione è uno Sciamàno, come conferma il nome del vino. Certo, un accento sulla seconda "à" sarebbe stato d'aiuto. E di sicuro una migliore impaginazione e gestione grafica del resto del packaging sarebbe stata auspicabile. Ma insomma, un sorriso lo ottiene.

L'Arcaico Non Muore Mai

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Taurasi, Aglianico, Borgodangelo.

Il progetto è abbastanza giovane, le etichette sono di vecchio stampo. Certamente è necessario considerare che siamo in una di quelle aree vinicole italiane dove la tradizione si fa ancora sentire in modo preminente. Possiamo anche dire prevaricante. Alla guida delle aziende della pregiata zona del Taurasi Docg i nonni stanno cedendo il passo ai nipoti, ma la classicità del vitigno in auge, l'Aglianico, e la zona, l'Irpinia, ancora oggi abbastanza "isolata" a livello socio-culturale, non contribuiscono ad aperture immediate o quanto meno veloci nei confronti della comunicazione. Forse l'adozione di questo stile "storico" non è del tutto un errore, perché porta avanti un discorso di credibilità strutturato sul passato, certo che se l'estetica non è (solo) un'opinione, non si può dire che questa etichetta sia moderna, concettuale, comunicativa. I canoni classici ci sono tutti: foto di una antica costruzione in alto, compresa in un ovale decorato a frasche, testi stampati con un carattere sì insolito, ma che imita lo stile antico di certe scritture amanuensi, logo aziendale molto semplice e di tipo... tipografico. Il fondo nero, come sempre, attribuisce preziosità, il rosso dei caratteri anche, sia pure togliendo leggibilità. Come dire? La tradizione è salva, diciamo bella matura, la comunicazione invece è ancora un infante (da nutrire con cura se si vuole farla crescere).

Lascia o Raddoppia?

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Doppio Bianco, Pignoletto Frizzante, Tre Monti.

Certamente si può dire che qualcosa che è "doppio" vale di più. Viene naturale. Si dice "vale il doppio" di qualcosa che supera decisamente il paragone, che è di valore superiore. Così un caffè doppio è più forte (e costa anche il doppio, logicamente). Un doppio whisky idem. Insomma a raddoppiare non si fa errore. Meglio di più che di meno. Stiamo "menando il cane per l'aia" perché di fatto non siamo riusciti a trovare una spiegazione riguardo al nome di questi due vini: Doppio Bianco e Doppio Rosso, due frizzanti, del produttore romagnolo Tre Monti. Possiamo fare delle ipotesi: "doppio" perché presenta anche la "seconda dimensione" del frizzante?
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Il bianco è un pignoletto in purezza, il rosso è una barbera, sempre in purezza. La frizzantezza si evince, nella grafica dell'etichetta, da quel brulicare di bolle, per il bianco sulla sinistra in alto, mentre l'etichetta del rosso le ha sulla destra. Etichetta pulita, essenziale. Il marchio del produttore in alto, il nome del vino al centro, la bolle come unico segno grafico, e sotto in piccolo la definizione di prodotto. Eppure si distingue. Attira l'occhio. Sarà la parola "Doppio", sarà la semplicità della formulazione, forse i colori forti (il giallo per il bianco, il rosso vivo per il barbera). Etichetta catalogabile tra la schiera di quelle "moderne". Senza concessioni al passato, dritta verso l'obiettivo.

La Forza e la Pacatezza del Sud

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Pacato, Primitivo di Manduria, 
Colle al Vento (Alibrianza).

In un primo momento il nome di questo vino non ci ha convinto. Parola difficile da pronunciare "Pacato", con alcune asperità fonetiche. Il carattere di scrittura, molto graziato e in rosso smaltato su sfondo nero non aiuta, per altro, una comprensione veloce. Vediamo cosa dice Treccani riguardo questa parola ormai desueta: "...dal latino pacatus, part. pass. di pacare, pacificare. Quindi: acquietato, pacificato, dopo un precedente stato di agitazione, di concitazione, di irritazione. Più spesso, di persona che si mostra calma, tranquilla, serena, e anche degli atti, dei modi, dell’aspetto con cui si rivela tale stato d’animo, soprattutto nel parlare. "Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi da la pacata faccia" (D’Annunzio)". In un vino, crediamo di poter interpretare, questo nome riporta alla quiete dopo la fermentazione, tumultuosa per quanto riguarda i vitigni del sud. Si tratta qui infatti di un Primitivo di Manduria. La quiete dopo la tempesta, che porta equilibrio, assaporabilità, pace dei sensi. In effetti il design in generale dice questo... volo di uccelli in alto a sinistra, una piuma leggera proprio sotto al nome, linee sinuose alla base, caratteri arrotondati e percettibilmente "confortevoli". Nel complesso l'immagine regge e non stride.

Un Buco Nero Buono

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Buco Nero, Nero Buono, 
Azienda Agricola Sete.

Il progetto è ancora un "buco nero", proprio come il nome di questo vino. L'azienda si chiama "Sete". Sete di vino, logicamente. Nel sito, per ora un dominio in "parcheggio" a nome progettosete.it, si citano solo i "vini naturali" come inclinazione selettiva e commerciale. Anche se il sito aziendale "non dice", trapelano notizie. Si tratta di tre ragazzi nati nella zona a sud di Frosinone, che per ora annoverano solo 1 ettaro e mezzo di vigna. Hanno deciso di recuperare terreni e vigne abbandonate, con l'appoggio e l'aiuto dei vecchi saggi della zona. Di certo l'etichetta con cui questa giovanissima azienda presenta il proprio "Nero Buono", vino del Lazio, è sorprendente. Tra ufologia e mistero da racconto "noir", veniamo attirati dall'immagine, molto fumettistica, stile Alan Ford, quasi Diabolik, e finiamo, in un certo senso, in un buco nero della percezione. Effetto desiderato, crediamo, da parte del produttore: attirare l'attenzione. Forse il buco nero è un tino di fermentazione. Forse un acino che tutto ingloba. Minaccioso però. Dove rimaniamo a riflettere se lasciarci tentare, bere il vino e "finire nel tino", oppure farne argomento di curiosa conversazione a tavola. Certo gli amanti dei fumetti dark ne faranno incetta. Stile giocoso, quindi, anche per la scelta dei caratteri che descrivono le caratteristiche, libere e di legge, del prodotto. Non poteva essere altrimenti, un'azienda che in primo luogo decide di chiamarsi "Sete" e produce e vende vino, la mette subito sul sorriso. E un sorriso piace sempre.

Antico in Chiave Moderna (ma la Chiave non Funziona)

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Rosso, Syrah, Tenimenti d'Alessandro.

Molti dubbi, soggettivi, per carità, su questa nuova etichetta di Tenimenti d'Alessandro, e in generale su tutta la linea, rinnovata graficamente. L'azienda, oggi rilevata dalla famiglia Calabresi, si ispira ai vitigni del Rodano, e principalmente al Syrah e al Viognier. Così la nuova etichetta prende in "prestito" ideogrammi rivelati dal blasone di antichi fondatori (in terra di Manzano, Cortona, Arezzo), dove elmo e corona la facevano da padrone. Anche il carattere di scrittura è gotico per scelta. Ma non si possono premettere i rational di un design prima di averlo "visto". Semmai si fa il contrario. Ed ecco quindi una disamina volutamente non "acculturata" di questa etichetta. Un scudo, o meglio una figura geometrico-strutturale che lo ricorda, alcuni pallini colorati, la scritta "Rosso" (il nome del vino, sia pure molto generico), scritte di legge e altri piccoli particolari su sfondo bianco. La sensazione è quella di essere di fronte qualcosa di molto sterile. Una sorta di antichità sterilizzata più che stilizzata, rastremata ma anche rattrappita. Come spesso abbiamo portato ad esempio (per altre etichette esaminate) in questo blog, gli elementi presi singolarmente possono non essere deleteri, ma è lo stare bene insieme che dovrebbe riuscire a completare l'opera. E questi di elementi non sembrano andare molto d'accordo. Lo stacco più evidente è tra la modernità delle figure "geometriche" e la scritta del nome in gotico. Operazione tra le più difficili, il trasformare l'antico in qualcosa di attuale, sempre che si riesca a definire "l'attuale", essendo in se stesso un concetto che sfugge: quello che è oggi, sarà già "vecchio" domani. E così via in una rincorsa nel tempo, senza punti di riferimento, se non quelli che, eventualmente, sanciscono le disomogeneità.

Lo Champagne di Churchill

Cuvée Sir Wiston Churchill, Champagne, Pol Roger.

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Tutti ne parlano, soprattutto dell'annata 2008, e quindi proponiamo anche noi una lettura di questo vino prestigioso, dal punto di vista dell'immagine e della comunicazione. Innanzitutto è uno Champagne, bollicine, come si dice qui da noi. Composto per l'80% da uve Pinot Noir e per il restante 20% da uve Chardonnay. Ed è come piaceva a lui. A Churchill, che già in giovane età, prima di diventare grande e famoso, era cliente di Pol Roger. Naturale e opportuna l'idea della Maison di celebrare il personaggione dedicandogli questa Cuvée speciale, prodotta solo nelle annate vendemmiali ritenute migliori. Famosa la frase “My tastes are simple, I am easily satisfied with the best.“ attribuita al celebre Primo Ministro inglese. Ed ecco quindi dedicata a lui, la migliore bottiglia di casa Pol Roger, una azienda che ancora oggi si distingue per la qualità elevata dei suoi prodotti, a partire dalla gestione del remouage totalmente gestito a mano. Quindi questo vino si "veste" di un nome prestigioso, che richiama la storia e la gloria di un personaggio famoso, conosciuto da tutti, e si appropria così, di riflesso, della sua grandezza. Non senza ragione: Churchill è stato cliente e gaudente fruitore degli Champagne Pol Roger praticamente per tutta la vita. Oggi il ricordo di quell'apprezzamento diventa leggenda e, appunto, nome di prodotto. L'etichetta: il blu e il rosso, dove si evidenzia la nota e, in passato, molto sfruttata, fascia diagonale rossa che è un po' l'emblema degli Champagne di una volta, di una tradizione ludica e fastosa. Il tutto molto classico, ben equilibrato, caratteri di scrittura graziati (graziosi) e preziosi. Gli elementi di design (e quelli qualitativi, certamente) fanno di questo vino un'icona che ognuno, al di là del costo, vorrebbe avere in cantina. E soprattutto che ognuno vorrebbe stappare, brindando alla memoria dell'indimenticabile Churchill.

Una Barbera Sotto Mentite Spoglie

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Camaiola, Barbera del Sannio, 
Simone Giacomo.

Ben tre possibili equivoci nella comunicazione di questa piccola azienda di Castelvenere (bel nome di località sita nel Sannio, tra Caserta e Benevento): il nome di questo vino, Camaiola, da non confondere con il noto marchio (bresciano) Ca' Maiol; il vitigno di questo vino, un Barbera che non c'entra nulla col noto Barbera del Nord Italia; infine il nome dell'azienda, Simone Giacomo, entrambi nomi di persona, forse uno dei due è un cognome, poi nel sito vedendo il marchio che evidenzia due volte la "e" di Simone fa pensare a due fratelli. Nulla si dice del nome del vino, Camaiola, nel sito del produttore: si presume nome di cascina o di vigna o di zona. Curiosa la storia della Barbera (o del Barbera del Sannio, a questo punto, per non confonderlo con la Barbera del nord): sembra che in origine, quando fu ufficializzata la tipologia, venne deciso di chiamare questo vitigno "Barbera", proprio per avere una "attenzione di riflesso", sulla scia della fama del Barbera più conosciuto. Ora si sta pensando invece di cambiargli nome, perché fin troppi equivoci si sono verificati in questi anni, da parte dei consumatori. A parte queste dicotomie le etichette di Simone Giacomo sono belle. Moderne e ben riuscite. Sicuramente realizzate da designer di esperienza. Vediamo quella relativa a questo Barbera (del Sannio): una lama in oro su sfondo nero, espone qualcosa che potrebbe essere interpretato come arte contemporanea, sotto, ordinatamente e centrati, il nome del vino, il vitigno e il nome/marchio del produttore. Elegante e ottica (a parte la non interpretabilità della figura centrale). Estrema sintesi e preziosità fornite da inchiostri speciali (oro laminato) e sobrietà grafica da manuale.

Il Vino Racconta, a Chi Ama Leggere

marketing comunicazioneLibrottiglia, Arneis Brachetto Nebbiolo, Matteo Correggia.

Tra le stranezze, chiamiamole nuove idee, legate al packaging del vino si fa notare questo progetto che si chiama "Librottiglia". In pratica, nella modalità del fix-a-form, già nota con i vini parlanti (che non hanno avuto molto successo), l'etichetta si apre e rivela alcune pagine di racconto, da sfogliare e godersi mentre si degusta il vino prescelto. Nell'attuale mondo del cambiamento, dove sulle etichette si vedono sempre più QR-Code che rimandano a link digitali, questa modalità, ancora di carta, si rivela più consona alla cultura del vino.
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Soprattutto per prodotti di spessore qualitativo. Si tratta quindi di una possibilità in più per valorizzare il vino stesso. Una curiosità in grado di attirare l'attenzione, e soprattutto una proposta che può diventare seriale, proponendo di volta in volta nuovi racconti. I tre vini che portiamo ad esempio, prendono il nome del titolo del racconto e anche l'illustrazione è inerente a quello. Alla base il logo e i dati del noto produttore piemontese responsabile del contenuto delle bottiglie. Certamente questa soluzione può essere solo un "di cui" nella gamma del produttore, lasciando inalterata la proposta, cioè le etichette aziendali consuete. Una buona idea per farsi notare e per offrire qualcosa i più agli acquirenti, con una modalità e finalità culturale elevata.

Divertimento e Discernimento (in Dialetto)

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Andeira, Barbera, Rocco di Carpeneto.

Rocco ne ha fatta un'altra delle sue. Anzi, due. Si tratta delle etichette della Barbera (che si chiama "Andeira") e dell'Albarossa (vitigno) che si chiama "Admura". In precedenza abbiamo censito altri vini della medesima azienda, con nomi dialettali bizzarri. Questa volta partiamo dal nome "Andeira", che nasconde un significato divertente. Scrive il produttore nel proprio sito internet: "Andeira è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “ritmo, bell'andatura”. Si parla del dialetto "carpenetese" in riferimento al luogo, Carpeneto, in provincia di Alessandria (basso Piemonte o se vogliamo, Alto Monferrato). Il nome "Admura" si spiega così: "Admura è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “balocco”.
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Difficile da interpretare se non viene spiegato. Nomi per lo più incomprensibili fuori dai confini regionali, ma che fanno simpatia. Complici anche le etichette, davvero insolite, colorate, molto grafiche, allegoriche, quasi carnevalesche. E infine, per quanto riguarda il nome dell'azienda, "Rocco", ecco la spiegazione storico-culturale: "Rocch è nome di regione a Carpeneto d'Acqui, che era chiamata così fin dal 1458, ed anche prima, quando il culto di S. Rocco non esisteva, e non potevasi darne il nome alla regione. In rucchis et spissis communis Carpeneti, nemo audeat incidere aut incidi facere dice una rubrica. Horri in basco vale spina, ed orrok spineto. La località ora piantata a vigne, fu in tempi antichi uno spineto, che si lasciava crescere verso il confine alessandrino. Ecco una parola forse dell'antica lingua ligure". Nell'insieme soluzioni originali, in grado di attirare l'attenzione, e comunque radicate nel territorio e con dei rational quanto meno condivisibili.

Ufo Robot è Atterrato sui Colli di Luni

Vignebasse, Vermentino Colli di Luni, Terenzuola.

Qualche considerazione su questa particolare etichetta. Non sfugge l'immagine molto colorata al centro. Opera d'arte contemporanea, firmata dall'artista. Spesso i produttori di vino cedono alla tentazione di affiancare arte al nettare divino. Certamente il nesso c'è, il connubio può sussistere, ma in questo caso bisogna dire che c'è arte e arte. Cioè l'arte evocata dovrebbe essere funzionale all'immagine generale dell'azienda e del prodotto nello specifico. Questo elaborato artistico ci ha ricordato "Ufo Robot", cioè quelle grafiche a fumetti di stampo giapponese di qualche anno fa. Molto colore, spezzati di forme una sull'altra, a comporre un "quadro" che sì, lascia intuire la forma di un pesce (giusto consiglio di abbinamento), forse più di uno, una stella marina, ma lo fa in modo davvero etereo e, appunto, forse fin troppo artistico. Questi colori forti, lo stile fumettistico, la difficoltà di intelleggibilità non aiutano, a nostro modesto parere, la veicolazione del prodotto, un vino bianco leggero, seppur "marinaro". Il nome del vino, "Vignebasse", non ha segreti, riferendosi sicuramente al luogo di coltivazione (alla posizione del terreno della vigna in oggetto). A parte questo, troviamo, nei testi proposti dall'etichetta, due blocchetti, entrambi insoliti e non chiarissimi. Il primo in alto a sinistra recita: "Imbottigliato all'origine da Terenzuola (nome dell'azienda) da Ivan Giuliani (nome del titolare) e C. (spazio) S.S. (immaginiamo "società semplice") viticoltore in Fosdinovo". Le lettere punteggiate, per un pubblico non tecnico, non aiutano la lettura e l'interpretazione. Nel secondo blocchetto: "Da terreni di lignite (chi non se ne intende di geologia rimane al buio), ora in parte A. M. Zuccarino (cosa sarà? Monte Zuccarino?) già vitati dal 1724" (informazione interessante, ma un po' dispersiva, messa lì). Bello il carattere di scrittura scelto, che connota il tutto in una dimensione moderna e fuori dagli schemi. Nel complesso qualche dubbio c'è. Quanto meno un'area di migliorabilità.

Anticonformisti come Bohemiens

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Bohemi, Barbera-Croatina-PinotNero, 
Le Fracce.

Questa deformazione, diciamo interpretazione di "boemo" o "bohémien" non lascia comunque dubbi sulle sue intenzioni comunicative. I Boemi sono gli abitanti della Boemia (oggi Repubblica Ceca). La parola viene dal latino usato per indicare la tribù celtica che risiedeva in quella zona nel Medioevo: i Boii, cioè i Boiahemum. Più tardi il termine bohémien in francese diede il nome a un movimento artistico. Voleva descrivere gli stili di vita anticonformisti di artisti, attori, scrittori e musicisti di alcune città europee, a iniziare da Parigi. In alto, nell'etichetta in esame, la sagoma di un cavallo. Il nome del vino, al centro, sottolinea la lettera "h" con un colore diverso dal resto, il rosso. Così come rossa è la semplice cornice che delimita i pochi elementi di questo design. Alla base il logo e il nome dell'azienda. Si tratta di un tentativo di eleganza sommaria, che in parte è riuscito, ma in qualche modo è come se mancasse di qualcosa. Forse proprio di omogeneità tra i pochi elementi presenti. La raffigurazione (il cavallo), il nome del vino e il logo dell'azienda sembrano slegati, ognuno elegante, certo, ma per sé e non nell'insieme. Questo per dire che nel packaging non basta collocare elementi sia pure ben riusciti: è necessario che questi elementi tra loro risultino organici e amalgamati.