Etichette di Bocca Buona

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Taste Red, Blend di Rossi, Bedell Cellars.

branding grafica marketing comunicazionePossiamo facilmente collocare questa particolare etichetta tra quelle "provocative", creando un neologismo italiano, pescato nella lingua inglese (visto che l'azienda è americana). Provoca certo attenzioni e lo fa agendo su livelli diversi. L'impatto dell'immagine, cioè la sua grandezza. Il fatto che si tratta di un volto (al quale tutti noi prestiamo primaria attenzione per abitudine sociale), il fatto che si tratta di una (bella) donna con una espressione di "godimento", sottolineata dall'aver collocato il nome del vino "dentro" alla bocca della modella. Nome in rosso, tutto il resto in bianco e nero: anche questa è una provocazione, cromatica, estatica, attenzionale, ingaggiante. Esce sicuramente bene dalla "prova scaffale", dove spesso regna ancora un certo anonimato generale, per cui i colpi di scena sono destinati a farsi notare. Certo si potrebbe criticare questo uso (o abuso) di immagini "prevaricanti" per veicolare un vino: la tradizione va a gambe per aria in favore di un design avanguardista alla "Andy Warhol". Resta il fatto che la società "emittente" è americana e quindi della cultura europea probabilmente non sa cosa farsene. Per la cronaca, il vino rosso in questione è prodotto con queste percentuali e vitigni: 51% Merlot, 27% Syrah, 17% Petit Verdot, 5% Cabernet Franc. Nella gamma del produttore ci sono anche un bianco e un rosato col medesimo nome e raffigurazione.

Il Nuovo Vino "Uovo" di KK

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Mashed, Pinot Grigio, Kellerei Kaltern.

naming concept design grafica vinoAbbiamo di fronte un progetto "eno-tecnico" particolare che si avvale di un'etichetta particolare. Il senso è compiuto. Ma andiamo con ordine. La nota e grande cantina altoatesina Kellerei Kaltern o Cantina Caldaro che dir si voglia, in tedesco o in italiano, negli ultimi anni ha dimostrato un ammirevole spirito di iniziativa sia per quanto riguarda la ricerca vitivinicola e la conseguente produzione di vini spesso innovativi, sia per quanto riguarda le etichette chiamate a rappresentarli. Tra le altre novità ci focalizziamo su questa nuova linea chiamata Project XXX, che comprende per ora solo due vini: quello raffigurato, un Pinot Grigio che si chiama "Mashed", prodotto in soli 666 esemplari in bottiglia da 0,75l. e un Cabernet Riserva che si chiama "One by One", prodotto in 150 esemplari solo magnum. Perché Project XXX? Il produttore spiega che "Il nome Project XXX deriva da eXplore - eXperiment - eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata". Aggiungendo che si tratta di due vini non filtrati. L'etichetta di "Mashed" qui illustrata presenta una curiosità che è del tutto funzionale alla spiegazione del vino: un "buco" a forma di uovo al centro della cartografia. Il vino infatti, sfruttando una moda del momento, ma di memoria antica, fermenta in un contenitore ovale in ceramica (in pratica una simulazione degli otri in terracotta). A parte la questione enologica, l'etichetta si presenta in modo molto impattante, sia pure nella sua estrema semplicità. Da notare anche che nella parte superiore della bottiglia troviamo il logo della cantina in altorilievo ottenuto direttamente dallo stampo in vetreria.

Follia d'Oltreoceano in Stile Mediterraneo

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grafica marketing comunicazioneIl Folle, Grillo (e altri vitigni), Azienda "Il Folle".

Stiamo parlando delle etichette di una azienda americana "vestita" all'italiana. Nel senso che si tratta di vini che vengono commercializzati in Usa con etichetta italica, prodotti con vitigni tipici del nostro sud. Il progetto è di quelli che punta a fare marketing oltre oceano con assonanze europee e in particolare del bel paese. Il nome e il design non sono male: sono sinergici e quindi collegati visto che si legge "il Folle" e quest'ultimo in effetti appare anche in effige sotto forma di "Jolly" così come è stato trasformato e vissuto nelle regole attuali del gioco delle carte il Matto degli Arcani. Si sa che i Tarocchi nascono in Italia, forse in Spagna. I racconti sono molteplici ma la maggior parte degli studiosi attribuisce le prime raffigurazioni alle corti medievali dello stivale, dove gli aristocratici giocavano le carte in modo ludico ma anche psicologico, con letture che andavano oltre il semplice gioco (ma senza dirlo al Papato). La stilizzazione della carta del Matto (o Folle che dir si voglia) è ben realizzata, tra l'antico e il moderno. Tratti semplici ma coinvolgenti. Colori equilibrati e quindi adeguati ad una etichetta che si presenta con un certo charme nonostante il prodotto non sia di linea alta. Il nome pure attira, sia nella lingua italiana che nella riconoscibile parlata americana che accenna a termini italiani spesso e volentieri. 

Serve un Filo Conduttore anche per le Etichette

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Filo di Arianna, Lugana, Tenuta Roveglia.

Questa etichetta non è nulla di speciale. Cioè è fin troppo uguale a molte, con uno stemma "padronale" in alto, il nome dell'azienda, le altre diciture ordinate e centrate nella parte sottostante e con il nome del vino che si esprime un croma giallo che ne rende difficile la lettura immediata. Però questa etichetta ci fornisce l'occasione di raccontare una storia che tutti conoscono ma pochi ricordano: la vicenda del Filo di Arianna. Il problema è che di questa storia mitologica esistono molte versioni. Quella più accreditata racconta che Arianna si innamorò di Teseo quando egli arrivò a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna fornì a Teseo un gomitolo di lana (il filo d'Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne indenne. In realtà il labirinto è rappresentato, appunto, dal dedalo di varianti di questo racconto. E dalla bizzarra infinità di nomi legati ai suoi protagonisti. Valga da esempio anche solo il fatto che dagli amori di Dioniso (anch'egli giunto via mare al cospetto della bella) e Arianna nacquero Toante, Stafìlo, Enopione e Pepareto. Che ricchezza semantica: nella mitologia greca ci sono nomi sufficienti per tutti i vini del mondo!

Evoluzione e Marketing di Bollicine Venete

Evoluzione, Chardonnay e Pinot Bianco Metodo Classico, Trevisiol.

grafica branding marketing comunicazioneSi tratta innanzitutto di un esperimento enologico che sfocia in una proposta di marketing davvero insolita. Questo vino, spumante, Metodo Classico, che riporta la curiosa dicitura "sboccatura tardiva" (finora abbiamo visto molte volte la vendemmia tardiva, ma qui si tratta piuttosto di una vendemmia "primitiva", che privilegia cioè l'acidità dell'uva non ancora matura), dopo oltre 30 anni dalla sua creazione, viene proposto in una confezione multipla composta da 6 bottiglie di annate che vanno dal 1985 al 1990. Il nome del vino spiega bene e subito il concetto: "Evoluzione". Una metamorfosi che riguarda il possibile percorso organolettico di questo vino, di anno in anno. Questo percorso viene sottolineato in etichetta dalle sagome di ominidi (prima) e di un uomo evoluto (in fine) secondo una "crescita" anche di statura. In ogni annata la sagoma  dell'ominide corrispondente figura colorato di arancione. Etichetta curiosa, al tempo stesso semplice nella grafica, descrittiva, con caratteri di scrittura moderni e ben leggibili. Diciamo che il concetto, cioè le intenzioni di marketing, vengono ben accompagnate dal packaging che è coerente e sinergico. L'azienda nota per la produzione di Prosecco propone così una sperimentazione commerciale oltre che enologica. Il prezzo non è certo da discount ma l'esperienza gustativa, assicurano gli esperti, e di quelle che fanno epoca (e categoria a sé).
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Il Pecorello della Molarella (della Pizzuta).

winedesing concept branding comunicazioneMolarella, Pecorello Bianco (Val di Neto), 
La Pizzuta del Principe. 

Siamo in Calabria dove i vitigni locali sono sconosciuti ai più, ma ben coltivati dei pochi e ispirati viticoltori del piede d'Italia. Il caso di questa etichetta ci presenta diverse considerazioni interessanti. Innanzitutto il vitigno, appunto, che si chiama "Pecorello" e che diverso (ma sembra apparentato) rispetto al più noto "Pecorino" del centro Italia. Questo autoctono calabrese è riconducibile al "greco di Rogliano" dice la competente analisi di Ais. Nomi diversi per il medesimo ceppo: Guardavalle piuttosto che Greco di Bianco o Malvasia delle Lipari. Ma torniamo alla nostra etichetta dove non può sfuggire il simpatico nome del vino: "Molarella". Deriva dal luogo dove ha corpo la vigna, definito dal produttore come "vignale", termine che non si legge facilmente in giro. Particolare anche il nome dell'azienda "La Pizzuta del Principe", derivante anch'esso da topografie locali, infatti la sede di questa azienda agricola si trova a Strongoli in provincia di Crotone, nella contrada "Pizzuta". Certo non è facile memorizzare queste tre menzioni che in etichetta hanno lo stesso "peso", ovvero la medesima grandezza del carattere di scrittura e quindi una equipollente visibilità: Molarella, Pecorello, Pizzuta del Principe. Qualcosa resterà, anche perché il vino, si dice (in rete) sia molto buono.

Linguismi Equivoci in Terra di Confine

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Sepp's alte Rebe, Sylvaner, 
Tenuta Spitalerhof.

Si tratta sostanzialmente di un albergo che produce anche vino. Diciamo pure azienda agricola famigliare, come molte se ne vedono in Alto Adige, quella parte d'Italia che Italia non vorrebbe essere e dove, effettivamente, si beve molto bene (ma non altrettanto bene, si mangia, almeno per le abitudini mediterranee). I vini di questa azienda hanno le etichette praticamente tutte uguali, cambia solo il nome del vitigno in basso. Ma è il nome stesso della proprietà e la grafica con la quale è scritto che ha attirato la nostra attenzione: Spitalerhof è scritto con l'iniziale, "S", in oro, poco visibile e molto arzigogolata, in stile austro-ungarico (o forse solo austro "antico"). Morale: si può facilmente leggere solo "pitalerhof" ad una superficiale occhiata. Questa grande diversità tra la lettera iniziale e le altre lettere che compongono il nome può rappresentare un problema di leggibilità. Al punto che, e lo diciamo da italiani e per la lingua italiana, si potrebbe percepire la parola "pitale" che pur essendo desueta mantiene pur sempre il suo poco simpatico significato, soprattutto per quanto riguarda un liquido di colore giallo... in quanto il pitale è (Treccani): "dal greco πιϑάριον, nome di recipiente. Vaso da notte, orinale". Si tratta di un rischio minimo, ma presente. Facilmente evitabile modificando la "S" iniziale in modo cromatico o grafico e rendendola più uniforme con il resto del nome.

Una Contemporaneità che Scende dai Monti

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Kròz Bianco,
Chardonnay e Müller Thurgau, 
Villa Corniole. 
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Due nette sensazioni pervadono la percezione di questa etichetta trentina. Una riguarda la bella rappresentazione del soggetto principale (una montagna) e l'altra il marchio aziendale. Un elogio va alla prima percezione: la stilizzazione della montagna che dà nome al vino. Infatti "Kròz Bianco" è il nome antico in lingua germanofona che corrisponde all'italiano e attuale Monte Corona. Siamo tra la Val di Cembra e la Piana Rotaliana, dove il Trentino quasi diventa Alto Adige e di fatto in quelle terre più a nord in parte si identifica per quanto riguarda allocuzioni e tradizioni. Anche se un po' duro, il nome "Kròz" è efficace, immediato, primeggiante. Il design che lo descrive, nella parte superiore dell'etichetta, è affilato, artistico, risolutivo. In una parola è bello, reca un'emozione. In generale, grafica pulita, fondo piatto, elementi che spiccano, eleganza. Peccato per la caduta stilistica, non a caso in basso, accusata, a nostro modesto parere, dal logo aziendale. Che denuncia di essere datato e stereotipato. Troppo diverso dal mood contemporaneo dell'etichetta. Troppo "allineato", mentre la ricerca stilistica della parte superiore risulta scattante, distintiva, moderna, dinamica.

Entità Sciamaniche tra Cielo e Terra

grafica branding illustrazione comunicazioneGrenache, S.C. Pannell.

comunicazione illustrazione grafica brandingUfologia o enologia? A volte si compensano. La prima in etichetta, la seconda dentro la bottiglia. Si tratta di un produttore australiano che ha una gamma di vini abbastanza costosi che vanno dallo Chardonnay alla Grenache, dal Tempranillo  al "nostro" Nebbiolo. Attira l'attenzione quello che è stato eletto anche come simbolo/logo aziendale: una specie di omino extraterrestre (in realtà anche molto terrestre e "radicato", soprattutto nell'immagine a destra) che come stile e grafica pesca un po' nella futurologia, un po' in quelle immagini sacre (e anche dissacranti) dei riti dei morti messicani e chissà in quale altro meandro della creatività di chi lo ha creato e disegnato. Certo si fa notare. L'omino in questione viene "giocato" in varie cromìe per tutte le etichette di questo produttore, delle quali noi presentiamo solo un paio, per sintesi. Viticoltore? Dio greco? Predecessore? Ufo in terra? Due grappoli alle estremità, due galline aggrappate alle gambe (che diventano due ricci nell'immagine di destra). Sicuramente qualcuno si è divertito. Ed è riuscito a divertire anche noi.

Il Corsivo Spettrale di Custoza

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Val dei Molini, Custoza Doc, Cantina di Custoza.

Siamo evidentemente di fronte a un caso-limite. Nel senso che a volte ci si chiede se ci siano dei limiti nella competenza di chi la comunicazione la fa, piuttosto che nella capacità di comprensione di chi la comunicazione la riceve. Il nome di questa linea di vini dobbiamo scriverlo noi, qui in chiaro, perchè sull'etichetta difficilmente è intelleggibile: "Val dei Molini". Il carattere di scrittura (se così possiamo definirlo) scelto per questa "comunicazione", infatti, è una specie di corsivo-spettrale che non consente agilmente di essere recepito. Ci chiediamo, perché? Perché un'azienda dovrebbe fare una scelta del genere? Per essere o apparire diversi? Per fare una cosa "strana"? Originale? Particolare? Moderna? Difficile a dirsi. Il fatto è che l'etichetta è quella che vedete, e il nome pure. Notare che questo nome, con questo "carattere" di scrittura, viene ripetuto, con colori diversi, 9 volte per distinguere i vari vitigni/vini della gamma aziendale. Tutto ciò si colloca a pieno diritto nella categoria "inspiegabile".
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Dama Peccaminosa in Estate Californiana

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Summer in Napa (SIN), Pinot Noir, Trefethen.

etichette vino winedesign winelabellingSalta subito all'occhio la gaudente dama inglese sull'altalena (inglese nello stile, il vino è californiano, Napa Valley). Forse è l'insieme di colori, sul rosa ma accesi. Forse è la spensieratezza che questa immagine richiama. Una leggerezza estiva che probabilmente questo rosé è "incaricato" di addurre. Il nome del vino è un gioco di parole: SIN, dove alla base viene specificato "Summer in Napa". Quasi un invito, visto che l'azienda vinicola che produce questo vino è anche organizzata per una ospitalità di tipo enoturistico. Il fatto è che "sin" in inglese significa peccato. Cioè un riferimento al peccare, ad indulgere in comportamenti "baldanzosi". A guardare bene (purtroppo le immagini reperibili in rete non sono di qualità) in basso a sinistra si vede un uomo nell'atto di spingere l'altalenante signorina e/o alternativamente, vista la posizione, di sbirciare tre le sue sottane. Possiamo dire di essere di fronte a un'etichetta gioconda e spiritosa che al tempo stesso però esprime il senso di estate e di spensieratezza. Non è un caso allora che nel testo di accompagnamento alla scheda del vino, nel sito del produttore si legge: "Live on the edge and be SINful!"

Un Moscato Femminile e Saraceno

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Milirosu, Moscato di Saracena, 
Masseria Falvo 1727.

Il prodotto "fiore all'occhiello" di questa azienda calabrese, situata quasi al confine con la Basilicata, nei pressi del Parco Nazionale del Pollino, è un passito davvero particolare, perché ottenuto, in parte, dalla concentrazione tramite bollitura di due dei tre vitigni che lo compongono. Si tratta di una antica tradizione mutuata dai saraceni. Ecco cosa riferisce in proposito il sito aziendale: "Nel 1915 Norman Douglas, nel suo libro Old Calabria, fa risalire il vitigno del Moscato di Saracena "...all'uva portata dai saraceni da Maskat...". Ottenuto seguendo un'antica ricetta che le famiglie "saracenare" si tramandano con piccole personalizzazioni, ma con due note indissolubili e costanti: la concentrazione del mosto tramite bollitura e l'inconfondibile presenza del Moscatello". A questo punto, visto che l'etichetta, graficamente, non offre grandi emozioni, passiamo a osservare il nome del vino: "Milirosu". Originale, sicuramente dialettale. Infatti il produttore ci spiega che "...nel dialetto locale, milirosu era un agrume molto particolare, che cresceva nell'area di Sibari, un'arancia dolcissima e profumata, dalla buccia liscia e sottile, che per queste sue caratteristiche non era reputato un frutto "da uomini", per cui i contadini ne facevano omaggio alle loro donne ed ai loro bambini". Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un nome e uno storytelling "sessista". Di fatto questa è la storia e merita di essere raccontata.

Francesismi in Terra di Puglia

branding grafica comunicazione marketingTrousse, Minutolo, Azienda Agricola Mazzone.

Pochi e chiari elementi in questa etichetta di un produttore pugliese. Abbiamo il nome del vino, il nome del vitigno, una piccola illustrazione e il nome e marchio dell'azienda. Fondo bianco ad evidenziare il tutto. Potremmo definirla un'etichetta "lineare" anche perché è connotata, oltre che dai semplici elementi descritti prima, da una linea che percorre in orizzontale tutto il fronte, dove troviamo seduta una minuta figura di donna con un vestito estivo a pois. E visto che abbiamo citato una parola in francese, passiamo ad analizzare il nome del vino, anch'esso in francese: "Trousse". Si tratta di una parola ben conosciuta anche in Italia, soprattutto da parte delle donne che spesso di questo oggetto fanno uso. Treccani dice che trousse è: "...derivato di trousser, mettere insieme, impacchettare". Inoltre può essere: "Astuccio per contenere oggetti varî destinati a un determinato scopo (i ferri di un chirurgo, l’assortimento di materiali di un fotografo, gli strumenti della manicure, i prodotti per il trucco, le lampadine di ricambio per automezzi, ecc.) oppure borsetta da sera per signora costituita da un astuccio rigido, di tartaruga, oro, argento, avorio, materie plastiche e simili, foderato di velluto o di raso". La gentile signora ritratta in etichetta non è dotata di borsetta ma immaginiamo che possa farne uso. Certo il significato del nome non collima con altre possibili ipotesi: il vino infatti non è un blend, bensì viene prodotto col vitigno "Minutolo" in purezza. Rimane quindi l'impressione che il nome sia "fine a se stesso", o meglio voglia ammiccare ad una certa eleganza francese della quale le donne italiane e i vini italiani non sentono il bisogno.

Le Virtù Eroiche di chi Produce Vino

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Aretè, Grillo, Anabasis.

È giovane il titolare di questa azienda vinicola siciliana. Ma ha già le idee molto chiare, a giudicare dalle etichette e dal vino che produce. Anche se, tutto sommato, avere le idee chiare o scure dipende dalla personalità e non dall'età. Le vigne e la produzione sono a Marsala, terra nota per quel vino ossidato che molti usano per cucinare e che gli inglesi si ostinano a bere. Ma gli inglesi sono altra cosa, si sa. Michelangelo Alagna (attenzione: il cognome corrisponde comunque a quello di una nota marca di vino Marsala, chissà...) coltiva e produce Nero d'Avola, Grillo e Zibibbo (secco) ai quali ha attribuito nomi che attingono nella saggezza greca, ancora molto presente in Sicilia. Riportiamo qui a sinistra l'etichetta di "Areté", parola greca (ἀρετή) che viene così descritta da Treccani: "...in origine significava la capacità di qualsiasi cosa, animale o persona di assolvere bene il proprio compito: così c’è un’aretè dell’arco, un’aretè del cavallo ecc. Di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino 'virtus' (questa infatti non è che l’aretè del vir, la bravura dell’eroe) per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo". L'illustrazione in etichetta, un disegno abbastanza semplice nello stile, diciamo narrativo, quasi fumettistico, rappresenta un percorso, una strada che dalla vigna arriva al tempio votivo. Il percorso è disseminato di clessidre a indicare il tempo necessario a compiere bene il tragitto (il lavoro). Nel sito internet dell'azienda, l'etichetta viene spiegata così: "Dopo un inizio segue sempre un percorso verso una meta. L'obiettivo da raggiungere, più è grande più è lontano. Il percorso, lungo, è scandito da diverse tappe, ognuna delle quali segna una crescita, un'ascesa verso la virtù e il valore. I compagni di questo viaggio non possono che essere volontà, coraggio e passione". Bella anche la descrizione di questa parola da parte del sito di consulenza filosofica che si chiama anch'esso "Areté" (ma con l'accento opposto, chissà chi ha ragione...): "Areté significa virtù. Oggi la parola porta con sé una sfumatura moralistica che non restituisce il suo significato originario. In realtà, sin dagli antichi Greci, parlare di virtù vuol dire parlare di ciò che rende la vita umana degna di essere vissuta, ricca di significato ed esempio per gli altri. Significa anche individuare alcune peculiari abilità, come quella di sapersi decidere e di saper governare se stessi". I nomi degli altri due vini in gamma sono, per il Nero d'Avola, "Katharsis" (la catarsi) e per lo Zibibbo, Hedonysm (edonismo). E infine il nome aziendale: "Anabasis" in riferimento all'Anabasi di Ciro, la più celebre opera di Senofonte. Non resta che aggiungere un commento sulla qualità dei nettari di questa piccola azienda: non sempre è possibile assaggiare tutti i vini che in questo blog analizziamo per quanto riguarda il packaging, ma in questo caso lo abbiamo fatto. E rifatto, perché erano molto buoni.

Romangia che ti Passa

Pensamentu, Cannonau, Cantina Sorres.

Siamo in Sardegna, ed esattamente in Romangia (che assona ma non c'entra con la Romagna) una zona circoscritta a nord dell'isola, tra Porto Torres e Castelsardo per intenderci. Il Cannonau laggiù (anzi, lassù) è di rito (e si chiama localmente Retagliadu Nieddu). Ancora di più per la Cantina Sorres di Sennori, visto che il Cannonau "Pensamentu", questo il nome del vino, è l'unico vino in "gamma". Iniziamo a scoprire il nome dell'azienda, "Sorres", che in dialetto significa sorelle. Sono infatti due giovani sorelle a portare avanti l'attività, dopo aver preso le redini e la conoscenza da nonni e genitori. In etichetta, infatti, il logo è rappresentato da due "R" contrapposte che all'interno dell'occhiello mostrano i profili del viso delle due titolari. Vediamo quindi il packaging: fondo nero, elegante, impreziosito da caratteri e grafiche in oro. In alto, in primo piano, una tipica decorazione da collo che è parte integrante del costume regionale che le ragazze indossano ancora oggi nei giorni di festa. Una trama che impreziosisce l'etichetta e che riporta alla bellezza delle tradizioni, che non sono solo enogastronomiche ma anche artistiche e culturali. Sul retroetichetta una citazione in dialetto, tradotta anche in italiano: "...un vino ...che dà conforto ad ogni dolore". E infine il nome, "Pensamentu", perché questo vino, adatto sì al pasto sia pure con adeguate (saporite) pietanze, con la potenza dei suoi 15% eleva l'anima e la mente verso strati di consapevolezza che rasentano la meditazione pura. Insomma, gli ingredienti giusti per una serata enoica ed eroica ci sono tutti. Anche perché il vino è davvero buono.

Le Etichette col Morbillo, Fatte con Amore

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Chakra, Autoctoni Pugliesi, Giovanni Aiello.

etichette branding graficaI vini si chiamano Chakra Rosso, Chakra Verde, Chakra Blu, Chakra Rosato e sono molto buoni. Lui si chiama Giovanni Aiello e si definisce "Enologo per Amore". Detto questo ci interessa richiamare l'attenzione sulle etichette. Davvero particolari, originali, uniche, nella loro "manifestazione" e ancor più nella loro realizzazione. Succede questo: Giovanni Aiello, titolare, enologo e in questo caso anche designer della propria azienda, ha pensato di creare una specie di "calco", un cliché, fissando su una tavoletta di legno dei chiodi da carpenteria con la testa di dimensioni diverse. Intingendo la sommità dei chiodi in un normale smalto da pittura e quindi imprimendo delicatamente questa matrice su una pellicola trasparente adesiva, ecco creata l'etichetta puntinata che caratterizza la linea vini di questa azienda pugliese. Colori diversi per i diversi prodotti: gli autoctoni utilizzati sono Verdeca, Maruggio, Marchione per i bianchi e il Primitivo per il rosso e il rosato. Si tratta di un lavoro paziente e lungo, totalmente gestito "a mano". Una volta asciugata la tinta, le etichette, sempre a mano, vengono fatte aderire al vetro delle bottiglie e sono pronte per la vendita, ma soprattutto per sorprendere l'occhio dei curiosi clienti. Nel sito del produttore come rational di questa idea si legge: "La linea Chakra, con le sue etichette dipinte a mano, rimanda all’essenzialità dei paesaggi pugliesi, fatti di pietra viva e colorate distese di campi". E ancora: "La qualità richiede tempo, passione ed estro creativo. È una sfida, e l’abbiamo accettata, dipingendo a mano ogni etichetta, con pazienza e perseveranza. Il risultato? Irregolare, insolito, singolare: proprio come piace a noi". Un risultato a tutto campo che riguarda l'estetica delle bottiglie, il branding, il modo di comunicare e naturalmente la qualità elevata dei prodotti. Applausi.

Pecorelle Smarrite in Terre Marchigiane

Saltatempo, Verdicchio, La Marca di San Michele.

Non si tratta di un Pecorino (vitigno) come spesso capita vedendo una pecorella in etichetta. Bensì di un Verdicchio (pur sempre delle Marche, nei pressi di Jesi). Curioso il nome, innanzitutto: dopo gli altri due nomi originali di vini di questa azienda (Capovolto e Passolento), incontriamo il "Saltatempo". E cerchiamo una interpretazione. Forse la si trova nel fatto che il vino è "di pronta beva", ovvero si tratta di un vino di "seconda gamma", o ancora meglio, tecnicamente, di seconda spremitura. Insomma si risparmia tempo perché non è un vino da invecchiare (per chi lo vuole bere) e risparmia tempo il produttore che non deve affrontare cicli produttivi troppo complessi. Non è un "cru", è un vino "spicciolo" senza pretese di essere king-of-the-hill. Veniamo alla curiosa immagine. Una illustrazione quasi fumettistica che raffigura una pecorella, come detto all'inizio di questo post, griffata con una stella rossa in stile russo o anche cubano, che salta un ostacolo. Dietro di lei un piccolo gregge. Forse il riferimento è anche al modo di dire "contare le pecore", per chi fatica ad addormentarsi. Certamente il tutto attira l'attenzione, sia per le scelte cromatiche (nero, bianco, rosso), sia per l'immagine decisamente curiosa. 
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Sprazzi di Semplicità Cromatica

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Il Vei, Ortrugo, Savino Braghieri.

Nella sua semplicità questa etichetta attira l'attenzione. Forse sono i colori, quella foglia di un verde molto vivo, oppure quel puntino rosso che attira l'occhio e che corrisponde a una graziosa coccinella. Per il resto, nulla di eclatante: un carattere di scrittura graziato per la definizione del vitigno che compone questo vino: Ortrugo dei Colli Piacentini. C'è un altro elemento focalizzante in etichetta, "il Vei", facente funzione di nome, ma anche nome aziendale, apprendiamo dal sito della proprietà. Si apprende anche che si tratta di dialetto piacentino: "il Vei" infatti significa semplicemente "il vino". Niente di più facile e coerente, visto che l'azienda si propone come biologica e quindi dai tratti comunicativi, oltre che organolettici, di tipo non edonistico. Tutte le etichette della produzione aziendale presentano in primo piano la verdissima foglia di vite (con coccinella) e il nome "il Vei", cambiando solo il colore della fascia superiore e logicamente la specifica del vitigno utilizzato per i vari vini in gamma. I nomi dialettali spesso portano difficoltà di pronuncia e di memorizzazione per un pubblico non locale, ma in questo caso l'estrema brevità del nome risolve, almeno in parte, la questione.

Niente di Niente ma Almeno l'Uva c'è

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Nà de Nà, Croatina e altre uve locali, Gualdora.

grafica design comunicazione brandingL'etichetta di questo vino piacentino, che negli ultimi anni è cambiata mantenendo una semplicità essenziale, se non elementare, porta il vezzo di un nome in spagnolo: "Nà de Nà". Una scelta che si ritrova anche in un altro vino della gamma aziendale, il Blanca (Malvasia). Nel sito non viene riportata una ragione specifica, forse questa scelta è dovuta all'ipotesi che per l'azienda la Spagna è un canale di vendita privilegiato (nel sito infatti la traduzione dei testi viene operata anche in lingua spagnola). È facile intuire che "Nà de Nà", cioè "nada de nada", significa "niente di niente", e rispecchia la "fisionomia" di questo vino che, come dichiarato nella scheda tecnica, viene prodotto senza solfiti aggiunti, senza additivi o coadiuvanti e non viene sottoposto a processi di stabilizzazione. Negli ultimi anni la moda dei vini "senza niente" sta dilagando, con la relativa esigenza da parte dei produttori di segnalarlo con forza in etichetta, non solo con diciture "tecniche" ma anche con nomi che possano ricondurre direttamente alla questione. La scelta di farlo, in questo caso, in lingua spagnola è curiosa, diciamo simpatica. Fortunatamente la somiglianza tra l'italiano e lo spagnolo facilita la fruizione intuitiva di questo nome. Per quanto riguarda l'impronta grafica di queste etichette, sia per quella precedente (a sinistra) sia per quella attuale (a destra), vediamo che il colore la fa da protagonista: tutti gli altri elementi di attenzionalità, in gran parte assenti, delegano alla cromìa il compito di attirare l'attenzione. 

Piccole Gioie di Oggi in Abito Anni '70

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Piccole Gioie, Moscato (dolce) d'Asti, Ghione.

etichette illustrazione grafica comunicazioneQuesta azienda famigliare di Canelli, Piemonte, oggi è gestita da Anna, l'ultima generazione, ma è attiva dal 1800. L'immagine percepita dal sito e dal logo aziendale è di qualcosa di "datato", uno stile grafico che si potrebbe riferire agli anni '70, forse mai cambiato fino ad ora. In ogni caso l'immagine-chiave che figura su tutte le etichette non è brutta, anzi. Denota creatività e incisività: si vedono due mezzi bicchieri con al centro un grappolo, anch'esso smezzato. I colori dello sfondo confermano la "spaccatura" che rende il tutto molto dinamico e in un certo senso moderno. Una modernità d'altri tempi, ma che a livello di impatto visivo resiste. Il nome del vino che abbiamo scelto come esempio di tutta la gamma è "Piccole Gioie", forse si chiama così perché tra tutti i prestigiosi vini piemontesi, il Moscato (dolce) d'Asti è davvero definibile come una piccola gioia finale che di solito si degusta con qualche dessert. I toni del verde rispecchiano i riflessi del vino e sono coerenti. Come si diceva all'inizio di questo articolo anche le altre etichette della casa riportano il medesimo disegno, con nomi diversi, e logicamente con colori diversi, sempre "coordinati" con il tipo di vino. Rosa e fucsia per il rosé, giusto per menzionarne e visionarne un altro. In generale l'etichetta a nostro parere piace, identifica, distingue, caratterizza. Ha insomma una propria dignità.

Un Frizzantino Canadese al Confine della Realtà

marketing branding grafica comunicazionenaming packaging design etichette vinoOrigin, Vino Frizzante, Between the Lines.

Il vino in questione e raffigurato qui a sinistra si chiama "Origin" ma la sua vera origine "strutturale" non è data a sapersi. Nel senso che non vengono citati vitigni o metodo di lavorazione: il produttore e qualche recensione di e-commerce in rete dicono solamente che si tratta di un vino frizzante e "aromatico". Da bere così o da utilizzare per realizzare cocktail o mix-appeal vari. Si tratta di un vino in lattina, come si può vedere. Una lattina di quelle lunghe e strette, con un packaging che potremmo definire quasi natalizio, in generale con velleità festose: sfondo bianco, scritte e particolari in oro. Oltre al nome, in verticale e in dimensioni assolutamente visibili, ci sono, a quando sembra, delle bolle o bollicine che svolazzano e formano una specie di tema, di texture. Potremmo definirlo un prodotto moderno? Giovane? Spigliato? Probabilmente. Mercato americano, produttore canadese che si trova proprio sul confine tra Usa e Canada, nella zona delle cascate del Niagara e da questo il nome aziendale "Between the Lines" che si concretizza anche con un logo che traccia con una linea il confine. Agli yenkee piacendo.

Matto Anche il Gatto

branding grafica illustrazione comunicazioneSciarmat, Spumante Metodo Martinotti, Cascina Albano.

branding desing storytelling comunicazione"Il Vino Spumante “sCiarMat” è il prodotto più matto di Cascina Albano..." inizia così il testo di commento a questo vino, nel sito del produttore. Una follia, quindi. Che appare subito evidente al primo sguardo: il nome del vino "gigioneggia" con il termine francese "Charmat" (detto anche Metodo Martinotti), prendendo un po' in giro i cugini d'oltralpe ma alludendo anche a un presunto significato dialettale, infatti l'azienda a proposito del nome dice: "Il suo nome racconta la filosofia racchiusa in ogni bottiglia di sCiarMat, tradotto dal piemontese significa “questo chiaro matto”. Infatti è una bollicina chiara ed esplosiva, nata e cresciuta a Barbaresco, per questo capace di distinguersi da tutti gli altri spumanti Metodo Martinotti. Ed è proprio lui, il chiaro matto, dipinto in etichetta, che ci trasporta nel suo mondo surreale, dove le bollicine inebrianti, descritte dalla carta perlata, ed il profumo di fiori, raccontato dalla carta da gioco, ci avvolgono. Il leggero grado zuccherino, tradizionale di uno spumante extra dry, è rimarcato dal soffice gattino sopra il cappello. Il chiaro matto è un seduttore, capace di far innamorare chiunque lo assaggi". Folle il nome, folle la sua descrizione. Folleggiante anche l'immagine del prestigiatore/mago con l'asso di fiori (e il gatto sopra la testa). A proposito l'asso di fiori nei tarocchi simboleggia creatività e sensualità. Un vino spumante è perfetto in tutto questo.

Sfiziosa e Maliziosa, insomma: Besiosa

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Besiosa, Malvasia Aromatica di Candia, 
Azienda Agricola Crocizia.

branding marketing comunicazioneUn vino che si nota subito per il suo colore, quasi aranciato. E per il look della bottiglia. Tappo a corona (il vino è frizzantino), etichetta vistosa e nome... "Besiosa". Siamo in Emilia, vicino alla nota Langhirano (patria del nobile Culatello), dove il dialetto e la parlata locale risultano, subito e sempre, molto simpatici. Ed è in questo senso che va cercato il significato complessivo dell'etichetta in esame. Non a caso il produttore, nel proprio sito internet, dice, a proposito di questa Malvasia: "Pungente e 'besiosa' come solo le donne sanno essere". Nel visual, sia sul fronte che sul retro, l'immagine di una giovane donna con atteggiamento "capriccioso" conferma il concetto da comunicare. Insomma un vino frizzante, forse un po' insolente, sicuramente caratteriale. La scelta di caratterizzare l'etichetta con colori così forti viaggia nella direzione della visibilità a scaffale e della memorabilità. Con l'empatia che contraddistingue gli emiliani. Prova ne sia anche la scelta degli altri nomi dei vini di questa azienda: Otòbbor (Barbera), Znèstra (Malvasia), Sòl & Stèli (Sauvignon), Ciderpunk (sidro di mele).

Volano Farfalle Lunatiche: che Spettacolo!

branding marketing comunicazionebranding marketing comunicazioneLunatico, Monastrell, Casa de la Ermita.

Cosa si può dire di questa etichetta? Che è visionaria? Certamente che è creativa. Fantasiosa, artistica, allegorica, iconica e quant'altro. Insomma è davvero bella laddove un'etichetta ha anche il compito di far sognare. Ecco, sembra un sogno, un miraggio, una poesia. Le componenti sono la luna, richiamata anche dal nome del vino, "Lunatico", un folle ciclista d'un tempo che percorre il suolo lunare sulla sua sommità, e uno sciame di farfalle colorate (realizzate con inchiostri in rilievo) che si distacca, effettivamente nasce, da un fianco dell'astro d'argento. Sembra un film di Fellini, anche se non siamo in Romagna e nemmeno in Italia perché il produttore è spagnolo. Da notare che le farfalle, in un certo senso, proseguono il loro volo verso l'alto, riappaiono sul collarino della bottiglia e poi, immaginiamo, volano via nel cielo. Immaginare: perché è questo che un vino, e ancora prima la sua etichetta, deve far succedere. E quindi complimenti al designer.

Vento di Combattimento in Sardegna

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Riak, Cannonau Rosé, 
Tenute Gebelias.

Le etichette di questo produttore di Lanusei (Sardegna) si distinguono per un look originale che presenta disegni con un tratto molto essenziale e nomi particolari scritti con un carattere insolito. Ma andiamo con ordine. Il packaging è semplice nella sua configurazione, sul fronte etichetta troviamo solo due elementi: l'illustrazione e il nome (anch'esso realizzato in stile "illustrativo"). La serie si chiama "le battaglie" e il produttore la commenta così, nel sito internet aziendale: "Abbiamo scelto l'idea di tre battaglie per esprimere la forza e il valore di questi prodotti... sono battaglie antiche, nuragiche, compiute per mare, per terra e per aria, così come appunto avveniva nell'antichità. Sono simboli della nostra terra, sono i famosi bronzetti con gli scudi (noti anche come guerrieri a 4 braccia e 4 occhi), le note navicelle nuragiche, i valorosi arcieri Shardana con frecce e archi. Sono stati ideati creando volutamente una geometria caotica ma allo stesso tempo fatta di segni semplici, puliti e moderni". Nel caso che raffiguriamo in questo post si vedono infatti degli arcieri contrapposti, di due colori diversi, i neri contro i rossi. Il vino in analisi è il Riak (gli altri due della serie "le battaglie" sono Amistral, un Vermentino, e Karam, un Cannonau in purezza). Il significato del nome "Riak" attinge alla lingua araba e sta per "vento". Ecco cosa dice in proposito il produttore: "I vigneti aziendali impiantanti sull’altopiano di Gebelias sono protetti naturalmente dalle sferzate dei venti di maestrale e di tramontana; sferzate che altrimenti colpirebbero i ceppi come frecce saettanti; solo a quelli di ostro e scirocco, che arrivano direttamente dal mare, è permesso soffiare delicatamente tra i filari per favorire la fioritura; il Cannonau, varietà coltivata da millenni in Sardegna, riesce così a produrre al meglio, regalandoci “Riak”, emblema della Sardegna, che in arabo significa vento e che dal vento sembra quasi prendere l’anima". Da notare infine la modalità di scrittura del nome, non molto leggibile a dire il vero, in favore di una ostentata creatività quasi pittorica, forse non indispensabile.
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