Il Viticoltore al Centro della Terra

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Funsu, Langhe Nebbiolo, Cascina Cà Rossa.

Un’etichetta semplice, lineare, spartana, iconografica in senso riduttivo, che abbraccia la sintesi, forse troppo. Ma vediamo i dettagli. Salta subito all’occhio la sagoma di un contadino che sta zappando. È indubbiamente il protagonista dell’etichetta. E consultando il sito del produttore, Cascina Cà Rossa di Canale d’Alba, Piemonte, scopriamo che quel contadino ha un nome, che è anche il nome del vino: “Funsu”. Ecco la spiegazione dell’azienda: ”Questo vino è dedicato ad Alfonso, in piemontese “Funsu”, padre di Angelo e contadino virtuoso e fedele alla propria terra”. Angelo Ferrio è l’attuale proprietario. Un bellissimo omaggio quindi, al padre fondatore, al suo essere contadino e viticoltore, un omaggio alle sue fatiche, un riconoscimento per i suoi insegnamenti. Come detto prima l’etichetta è semplice: un fondale azzurro cielo è l’unica nota di colore. Oltre alla scritta “Langhe Nebbiolo” in rosso, con un carattere di scrittura ben scelto. Non è efficace invece il logo aziendale, riportato in alto, al vertice dell’etichetta, dispersivo nella sua modalità piuttosto didascalica. La “casa rossa” viene rappresentata da un tratto (un tetto) che non riesce a incidere otticamente.

Una Merenda Piemontese in Dialect Network

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Sapèl, Langhe Nebbiolo, Merenda Sinoira.

Le etichette di questo piccolo produttore piemontese, per ora solo due, sono caratterizzate da un grande “hashtag”, come dire? Il segno # (che è anche logo aziendale). Un segno ormai diventato simbolo di digitalizzazione, di social network, di un linguaggio da nuovo millennio. Eppure i nomi dei due vini, un Langhe Nebbiolo, semplice, che vediamo qui in alto a sinistra, e un Barbera d’Alba Superiore, sono espressione del dialetto locale (l’azienda ha sede ad Alba). I due vini si chiamano “Sapèl” e “Sèj”. Il primo viene raccontato così (con un ottimo rational, ben scritto): “Sapèl è un termine del dialetto piemontese che indica l'ingresso al vigneto, all'appezzamento di terra di proprietà. Abbiamo scelto questo nome per il nostro primo vino, in quanto per noi rappresenta l'ingresso in prima persona nel panorama enologico“.
Mentre il secondo, che vediamo qui in basso a destra viene spiegato così: “Séj”,tradotto letteralmente dal dialetto Piemontese, significa sete. Dietro la scelta di questo nome per la nostra Barbera d'Alba Superiore c'è una prerogativa della nostra filosofia aziendale, della nostra amicizia, delle nostre giornate: essere assetati vuol dire essere vivi, vuol dire essere motivati e non accontentarsi mai, cimentarsi in nuove sfide“. I titolari di questa azienda (Merenda Sinoira significa, in dialetto piemontese, “merenda serale”, insomma “tardo-pomeridiana”) sono giovani ma non vogliono certo perdere il contatto con la tradizione, ma nemmeno rimanere indietro “tecnologicamente”. Ed ecco quindi una commistione di elementi, sintetizzati in etichetta da un nome e un simbolo. L’effetto è sicuramente attenzionale anche se la sensazione è di vivere un’emozionalità “sterilizzata”, o meglio un po’ sintetica.

Azzurro, Questo Amarone è Troppo Azzurro

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Moròpio, Amarone Classico, Antolini.

Se non fosse per quella frase di Thomas Mann riportata sul fronte dell'etichetta, il nostro giudizio sul packaging complessivo di questo Amarone sarebbe totalmente critico. Vediamo perché. Innanzitutto il lato positivo: la frase in questione che purtroppo si ritrova defilata in basso: "Grazie all’arte di coltivare e pigiare l’uva, gli uomini uscirono dallo stato di barbarie e divennero civili". Una grande e bella verità. Come già detto è del celebre scrittore tedesco nato a Lubecca nel 1875. E adesso le negatività (a nostro modesto e soggettivo parere): il marchio dell'azienda in alto a sinistra, Antolini, proposto come se fosse specchiato, cioè raddoppiato graficamente con un effetto che probabilmente confonde più che guadagnare memorabilità. Poi il tono cromatico generale dell'etichetta, l'azzurro, che per un Amarone (e per qualsiasi vino, soprattutto per i rossi) ci sta come i cavoli a merenda (riprendendo un noto detto popolare). Il nome del vino: "Moròpio" che il produttore spiega essere il nome storico del vigneto di coltivazione delle uve. Questo non evita il fatto che non siamo di fronte a un bel nome, foneticamente e semanticamente parlando, cioè per pronuncia e significato (scritto, tra l'altro, con un carattere e un colore poco leggibili). Il design complessivo dell'etichetta: quasi infantile, con dei tracciati stile pastello, che tagliano, diciamo pure rompono, la continuità dello spazio comunicativo. Il tutto non valorizza affatto il prodotto. Anzi.

Un Vino Davvero Datato

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2013, Chianti Classico, Capannelle.

Questa azienda vinicola di Gaiole in Chianti ha recentemente cambiato la propria linea di etichette dopo molti anni durante i quali sono rimaste immutate. I quattro vini di punta dell'azienda hanno acquisito oggi un vestito, un design, molto essenziale dove "trionfa" l'annata relativa la vino. Per il resto abbiamo le logiche e normali scritte di legge su una base molto... basica. Con il nome dell'azienda in basso. Il fatto curioso è che tutta questa semplicità viene spiegata nel sito internet dell'azienda con un lungo testo che argomenta ampiamente questa scelta. A noi ha attirato (come sarà per tutti coloro che vedono queste etichette) subito la data, per la sua dimensione che non si può non vedere.
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Leggiamo cosa dice il produttore riguardo a questa scelta: "Il concetto dell’annata vuole essere esplicitamente espresso in etichetta nell’idea di rivolgersi ai nostri consumatori senza tanti fronzoli. Che si tratta di un 2013, ad esempio, la bottiglia lo afferma in modo inequivocabile e immediato. Ci mettiamo la faccia, un po’ come avviene nelle nuove modalità di comunicazione di oggi”. Più che la faccia ci mettono la data. Su questo non di discute. In pratica l'annata, così grande, diventa nome. Cioè si potrebbe considerare il numero 2013 come il vero e proprio nome del vino. Anche se è spontaneo pensare che come nome non funziona. Perché di fatto non lo è. La nota distintiva di questa etichetta, volendola cercare e trovare, è la data, cioè l'annata. Sotto di essa infatti leggiamo "Chianti Classico", come tanti altri, e "Riserva" come tanti altri. Certo, questo è il Chianti Classico di Capannelle. La nota distintiva la fa (finalmente) il nome del produttore. È la sua garanzia. In questo senso "ci mette la faccia". E per concludere questa breve analisi in estrema sintesi: nutriamo perplessità.

Aria di Sardegna, Vento di Passione

branding marketing comunicazioneFria, Vermentino, Deperu Holler.

Abbiamo trovato tante belle parole nel sito web di questo produttore sardo, di Perfugas (Sassari). Belle parole si leggono anche sulle sue etichette. Iniziamo quindi con un po' di filosofia riportando direttamente dal sito internet di Deperu Holler questa prosa: "Siamo figli della nostra cultura, dei nostri valori. Siamo figli del vento. Per noi uno dei gesti più belli e profondi dell’uomo è coltivare, lavorare con la natura e lasciare che essa ci ripaghi con generosità. Per questo abbiamo scelto di lavorarla con rispetto. Aiutiamo la terra e le piante a dare il meglio senza logorarle". Per quanto riguarda l'etichetta di questa piccola azienda che qui abbiamo preso in considerazione, quella del Vermentino di Sardegna Doc, sono almeno due i punti di attenzione degni di nota: l'iconica, sognante, liberatoria, illustrazione sul fronte, dove si vede una bimba in volo insieme al suo aquilone (con la scritta in dialetto sardo "siamo figli del vento"). Il secondo particolare da notare è una scritta sul retro-etichetta (qui in basso a destra): "Bevete e Amatevi". Che ricorda da vicino il concept del film con Julia Roberts, "Mangia, prega, ama" (dove mancava solo un "bevi").
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C'è della poesia in tutto questo, traspare la passione. Diciamo che lo spirito del produttore è stato trasposto in modo molto emozionale nell'etichetta dei questo Vermentino. Molto bene. Per quanto riguarda il nome del vino, Fria, ecco il "rational" dell'ispirato produttore: "Quando arriva l’estate lavorare in vigna è piuttosto faticoso e le temperature sono alte già dal mattino. Tutti i giorni, verso le undici, succede qualcosa di speciale: dal mare arriva una benedizione, un’aria fresca che rallegra noi e le piante. L’aria tersa di sale si posa sui grappoli dorati del Vermentino. Questa sapidità si ritrova nel vino, ci ricorda il vento e tutte le strade che percorre. Fria è un Vermentino puro e vero. Fa emergere sensazioni ormai rare in un tempo dove tutto può essere rimodellato. Conquista gli amanti della semplicità e della autenticità." Ha proprio ragione Carlo Deperu: il vino è semplicità e autenticità. Con un brivido di emozione.

Un Maceratino Maceratese (non Macerato)

branding comunicazione winedesign winelabelsMarolino, Ribona (Maceratino), 
Vini Montesanto.

È capitato spesso che in questo blog sia stato elogiato il design di etichette estremamente semplici, lineari, spaziose, essenziali. Nel meno c'è il più, si dice, e chi sa armeggiare con la semplicità, vince in attenzionalità e in memorabilità. Certo che ci sono dei limiti. Semplicità non vuol dire "semplicismo". Ed ecco un esempio che getta nell'area del dubbio: questa etichetta sicuramente è molto semplice, ci sono due parole su sfondo scuro, contornate con una cornice arancione. Ora, il nero e l'arancione sono molto "ottici", richiamano l'occhio. Però non ci sentiamo di spendere parole di merito in questo caso. Fin troppo facile la soluzione. Il carattere di scrittura è un graziato, abbastanza "ricercato", possiamo arrivare a dire elegante. Ma questo tipo di semplicità confina molto da vicino con una riduttività che non giova, non valorizza, non emerge. Ma vediamo il nome del vino: "Marolino" (pane e vino?). A parte gli scherzi, forse è derivato da Maceratino, nome del vitigno, raro a sentirsi, che in quelle zone, siamo nelle basse Marche, chiamano anche Ribona (è un Greco, infatti viene detto anche Greco Castellano). Ed ecco spiegata l'altra parola presente in etichetta, quella in arancione, Ribona. Per quanto riguarda il Maceratino, non ci si lasci confondere le idee pensando che possa riferirsi a un vino macerato, in realtà deriva dal nome della città di Macerata, capoluogo di provincia. Per il resto cosa aggiungere? Nulla, se non che il nome dell'azienda (una cooperativa agricola) è Montesanto, e su questo nome qualcosa di interessante c'è. Si scopre infatti che Montesanto è il nome medievale di Potenza Picena (sede dell'azienda vinicola in oggetto), attuale denominazione che risale al 1862. Potenza fa riferimento all'antica colonia romana di Potentia fondata nel 184 a.C. distrutta durante una guerra greco-gotica e ricostruita sotto il nome di Monte Santo, feudo del Vescovo di Fermo dal 947 d.C.

Macchie di Vino Indelebili alla Memoria

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Macchia, Primitivo di Manduria, Cantine Lizzano.

Le macchie circolari che spesso si vedono raffigurate nell'arte si riferiscono a bottiglie o bicchieri appoggiati su tavoli o tovaglie, dove il vino, spesso rosso, lascia traccia. Ma in questo caso la "poetica" è diversa. La ragione di quel cerchio rossastro viene fornita da una poesia scritta sul fronte dell'etichetta. Cosa per altro insolita, ed è per questo che la vogliamo notare. Ecco il testo di questa prosa: "L'uva e il sole si fecero passione. Nei solchi di Settembre si incontrarono come amanti e si fecero fusione. Un bacio, nascosti tra i filari, lasciarono macchie circolari". A conferma di questa particolare danza il vino si chiama "Macchia". La macchia in questione, inoltre, somiglia proprio a un astro, a un pianeta, Tutto sommato il sole e un acino sono entrambi sferici e possono ricordare questa rotondità. Abbiamo quindi una strana e complessa varietà di concetti in questa etichetta. Il sole, l'uva, la macchie di vino, gli astri, gli amanti. Ne consegue un'ottima attenzionalità, fatta di un croma molto visibile (fuxia) su sfondo nero. Poesia della comunicazione, verbale e visuale.

Nome Generico ma Valoriale

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Libertà, Merlot con Syrah e Sangiovese, Tenuta i Collazzi.

Quella che vediamo qui a sinistra è un'etichetta molto classica, nei tratti, nell'impaginazione, nella sua formulazione generale. Vediamo cornici, caratteri graziati, una illustrazione d'antan. Quello che attira, oltre alla pulizia grafica e all'insolito colore turchese di alcuni particolari tra i quali il logo aziendale (dove è riportato in piaccolo il medesimo concetto), è il nome del vino. Una parola che si porta dietro significati profondi e pregnanti: "Libertà". Cercando in rete notizie di questa azienda e dei suoi vini si trova, tra l'altro, questo rational: il nome di questo vino in particolare deriverebbe dal dono offerto da Firenze a 8 famiglie tra cui i proprietari di Villa Collazzi (progetto del XVI secolo, attribuito a Michelangelo) che con grande valore combatterono per la città (l'azienda ha sede a pochi chilometri dalla città gigliata). Al di là del nozionismo storico, l'analisi semantica di questa "valorosa" parola, deve far riflettere in termini filosofici ma anche pratici: provando a googolare la parola "libertà" è difficile atterrare sulla bottiglia in questione, tanto ricca di significati e di riferimenti risulta questa accezione. Vantaggi e svantaggi delle parole di senso compiuto e in particolare di quelle che hanno molto senso. In ogni caso l'etichetta risulta piacevole, valoriale, credibile.

Il Gregge della Biodiversità

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Brasa Coèrta, Blend di Rossi, Pasqua.

Ha suscitato sorpresa e polemiche il lancio di un nuovo vino da parte delle Cantine Pasqua, colosso veneto della produzione di vino (anche a basso costo). La novità è che si tratta di un vino "naturale", al contrario del resto della produzione di Pasqua che è da ritenersi "industriale". Ma lasciando perdere le annose questioni della definizione "naturale" per i vini, ci occupiamo qui di packaging e immagine. Il nome del vino innanzitutto: "Brasa Coèrta", forma dialettale per dire "brace coperta", ovvero qualcosa o meglio qualcuno che sembra stare tranquillo ma invece "cova qualcosa", come la brace che sembra quasi spenta ma un refolo d'aria può velocemente incendiarla di nuovo. Il collegamento con il marketing del nuovo vino sta nel fatto che si tratta di un progetto pilota, una piccola fiammella forse destinata a crescere molto e quindi a "incendiare" il mercato. L'immagine, disegnata da un illustratore che si chiama Biscalchin, ritrae un gregge di pecore al centro del quale si trova, a noi sembra, una pecora nera. Il discorso torna con il significato di "Brasa Coèrta", insomma un'acqua cheta, direbbero in Toscana, che però ha il suo originale e burrascoso modo di fare. Originale il progetto (affidato al guru della biodiversità in vigna, Lorenzo Corino), originale il nome (anche se limitato in quanto dialettale), originale il design. E visto che di pecore si tratta... in bocca al lupo!

Play Boys Frivoli su Etichette Insolite

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Gigolò, Cacc'è Mmitte, Masseria nel Sole.

Le etichette di questo piccolo produttore che ha sede nella provincia di Foggia (4,5 ettari a Lucera) sono molto colorate e fantasiose. Fuori dagli schemi classici per delle Doc che attingono ampiamente nella tradizione locale del vino. Partiamo da questa tipologia: il Cacc'è Mmitte (proprio con due "m"). Nome che se viene letto all'estero certamente genera curiosità sulla lingua di appartenenza. Noi italiani possiamo intuire che si tratta di dialetto, però non tutti sanno che significa "togliere e mettere". Questo perché qualche decennio orsono nella zona c'era l'abitudine di affittare le attrezzature per vinificare (troppo costose per i contadini viticoltori), messe a disposizione da tenutari (con maggiori disponibilità economiche) per un periodo limitato di tempo (per dare accesso rapidamente ad altri viticoltori affittuari).
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Da qui il "togliere e mettere" frenetico: togliere subito il mosto di un viticoltore e mettere nelle cisterne la pressatura di quello che attendeva il proprio turno. Per la cronaca il vino in questione è prodotto con l'unione di Bombino Bianco, Montepulciano e Uva di Troia. Tornando alle etichette abbiamo preso il Gigolò  (in alto a sinistra) come esempio, anche perché il significato del nome è particolare e forse non tutti lo ricordano: dice Treccani che Gigolò "...è propriamente un ballerino, derivato dal francese giguer "saltellare". Un giovane che si fa mantenere da una donna, specialmente più anziana di lui; più genericamente uomo che si prostituisce alle donne. È frequente anche la forma foneticamente e graficamente italianizzata gigolò". Ed ecco fatto lo scalpore: il Gigolò è un "puttano", giusto per utilizzare parole chiare. Nell'immagine dell'etichetta in alto a sinistra vediamo la rappresentazione fumettosa di un Gigolò con i suoi occhiali scuri da play-boy (che dir si voglia). Tra le altre etichette molto artistiche di Masseria nel Sole (nome dell'azienda), facciamo notare che questo Gigolò fa il paio, diciamo che si accoppia bene, con Madame, anche lei molto frivola (rosato da uve Montepulciano). E per concludere, le illustrazioni presenti su queste etichette sono così presenti, attenzionali, colorate, bizzarre che occupano letteralmente tutto lo spazio e l'attenzione disponibili.

Design Acustico in Chiave Cromatica

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Tolovaj, Sauvignon Vert, Reia.

Questa originale etichetta ci offre l'occasione di fare alcune considerazioni interessanti sul mondo del vino. In primo luogo possiamo affermare che non è necessario essere una grande azienda (con grande potere economico) per generare una bella etichetta. Servono le idee. Come per tutte le altre cose della vita. E poi, in questo caso, un bravo designer che sappia usare i programmi di grafica digitale. La semplicità e la voglia di creare qualcosa di diverso fa il resto. Queste etichette (in alto a sinistra quella del vino chiamato "Tolovaj", praticamente il tocai friulano di un tempo, che ora non si può chiamare più così per la nota diatriba con l'Ungheria) sono state create da e per un piccolo produttore sloveno. Vini d'autore, genuinità a tutto campo, coltivazioni naturali, passione vera.
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Ma anche genialità per il packaging, cioè attenzione per il fattore estetico, della comunicazione, oltre a quello organico, per il prodotto-vino. Queste etichette, che attirano subito l'occhio, sono la trasposizione visiva di alcune lettere dell'alfabeto Morse. In pratica, i puntini colorati corrispondono trama acustica tracciata nel codice suddetto. Ci sono tre parole per ogni etichetta: il nome dell'azienda (Reia), il nome dell'area di coltivazione (Brda, cioè Collio) e il nome del vino (di volta in volta: Rebula, Malvazija, Tolovaj, Poanta...). Un bel modo di comunicare a molti livelli, quello cromatico, quello visivo e anche quello uditivo, trasformato in tracciati molto colorati. Anche il logo aziendale viene sintetizzato in questo modo. L'effetto, anche a distanza, immaginiamolo nel banchetto di un fiera o sullo scaffale di una enoteca, è di sicuro impatto. Qualcuno penserà che questa è solamente una "trovata" curiosa, ma di fatto qualcuno l'ha cercata, ci ha creduto e l'ha realizzata. Complimenti.

La Poesia del Vino Anche in Etichetta

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Curva Minore, Cerasuolo di Vittoria, Pianogrillo.

Un'etichetta semplice, quasi un foglio di carta di sole parole, l'unica "concessione creativa" è il colore dei testi, un blu cobalto molto elegante. Per il resto si potrebbe definire come un'etichetta "tipografica". Ma lo spessore c'è. E risiede nel nome del vino. Nel nome di questo Cerasuolo (composto da Nero d'Avola e Frappato) di Vittoria (Sicilia): Curva Minore. No, non si tratta di una citazione topografica relativa a una strada che costeggia le vigne: è il titolo di una poesia di un grande personaggio. Salvatore Quasimodo, nato a Modica nel 1901, Premio Nobel per la letteratura nel 1959. A ben guardare (l'etichetta) si può scorgere questa dedica: "Hommage a Salvatore Quasimodo" che si legge sotto al nome del vino. La poesia non è di quelle allegre, è di quelle che fanno riflettere, insomma per molti ma non per tutti. Comunque bellissima, e tale e quale la riportiamo qui di seguito: "Perdimi, Signore, che non oda gli anni sommersi taciti spogliarmi, si che cangi la pene in moto aperto: curva minore del vivere m'avanza. E fammi vento che naviga felice, o seme d'orzo o lebbra che sé esprima in pieno divenire. E stato facile amarti in erba che accima alla luce, in piaga che buca la carne. Io tento una vita: ognuno si scalza e vacilla in ricerca. Ancora mi lasci: son solo nell'ombra che in sera si spande, né valico s'apre al dolce sfociare del sangue.", Ove "Curva Minore" è la vecchiaia che avanza e la fine dei giorni che si avvicina. In questo, il vino è una sorta di medicina. Tornando all'etichetta rimane un solo dubbio: perché scrivere "hommage" in francese? Sarà un omaggio alla dominazione francofona in Sicilia? Altri due particolari: la scritta "vendemmia a.d. 2015" (anno domini) e la firma di "Lorenzo Piccione di Pianogrillo" (proprio così: "Piccione", ultimo erede della baronia di Grassura).

Un "Lombardo" in Terra Veneta

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Gran Lombardo, Valpolicella Ripasso, Bonfanti Vini.

Il nome di questa linea di vini si scontra con l'origine del produttore. Siamo in Veneto, a riprova del fatto che la Valpolicella è collocata geograficamente a nord di Verona. Non solo Valpolicella superiore per questa linea di Bonfanti: c'è anche l'Amarone, un rosso, un bianco e un rosé. Tutti sotto l'egida del "Gran Lombardo". La Lombardia è vicina, vero, ma la topografia non collima. Dove sta l'arcano? Nente di meno che in una frase della Divina Commedia: "Lo primo tuo rifugio e 'l primo ostello sarà la cortesia del Gran Lombardo" (Dante: Paradiso Canto XVII). La frase completa del Sommo Poeta continua con un ugualmente enigmatico "...che in sulla scala porta il santo uccello". Il tutto merita di essere approfondito. Ebbene, Dante Alighieri, citando il "Gran Lombardo" parla di Alboino della Scala, della famiglia degli scaligeri, signori di Verona per lungo tempo attorno al 1300. Per chi non conosce la storia a "menadito", leggere Gran Lombardo su un vino veneto potrebbe generare qualche perplessità. O forse una curiosità che possa spingere ad informarsi meglio. Il nome è certamente sontuoso, atteggia a una sorta di grandezza, esperienziale se non anche storica. Per cui ci sentiamo di promuoverlo in ogni caso. Per quanto riguarda il design dell'etichetta, si potrebbe dire niente di nuovo: elegante, toni scuri e orli dorati, equilibrata, senza guizzi creativi se non nella semantica culturale del nome.

Granchi in Val di Suga (Strano ma Vero)

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Val di Suga, Brunello di Montalcino, Poggio al Granchio,

Due elementi di curiosità in questa etichetta: la descrizione, quasi una storia, sul fronte etichetta, delle caratteristiche climatiche della zona dove sono coltivate le viti di Sangiovese (stiamo infatti parlando di un Brunello di Montalcino). E poi il nome dell'azienda: Poggio al Granchio. Iniziamo da quest'ultimo riportando la spiegazione che il produttore ha collocato nel proprio sito web: "...il nome deriva da un piccolissimo stagno al centro della proprietà, sotto un imponente leccio, dove si trovano al suo interno dei simpatici e vispi granchi di acqua dolce". Certo non ci si aspetta una specie come il granchio sulle colline ilcinesi. Se non, appunto, precisando che si tratta di quelli di acqua dolce. Si poteva pensare, senza una adeguata spiegazione, a qualche sedimento marino nel terreno. Anche "Val di Suga" che in questo caso si erge a nome del vino (a quanto pare) risulta strana come nomenclatura, eppure " è una valle stretta sulla dorsale sud-est di Montalcino che scende in direzione di Sant’Antimo". Veniamo alla spiegazione "climatica": "Da uve baciate dal sole mattutino...", benissimo. Poi "...che ricevono il fresco soffio benefico e vitale del Monte Amiata". Il cerchio è chiuso (anche graficamente). Caldo e fresco. Beneficio vero per la vite e i suoi frutti. Da notare, oltre alla particolareggiata illustrazione al tratto, al centro dell'etichetta, anche la bussola in alto a sinistra: in evidenza i due punti cardinali Sud ed Est, ad indicare l'esatta esposizione dei colli vitati di questo Brunello.

Il Vino che Non C'è

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San Giusto, Cabernet Franc (questa volta), Vigneti Poggiofoco.

Il nome di questo vino non è nulla di speciale, nel senso che nell'Italia clericale di nomi che inneggiano a santi ce ne sono molti. Tanti quante sono le chiese e le cappelle votive. E' invece la dicitura posta in etichetta proprio sotto al nome, che ci ha incuriosito, cioè "Il vino che non c'è". L'azienda in questione, sita in Toscana ed esattamente in Maremma, lavora a regime biologico e con una propria filosofia tutta imperniata sul naturale, nel rispetto di uomo e ambiente. Il produttore ha deciso per questo vino di utilizzare ogni volta un vitigno diverso: questo è il punto saliente. Ad ogni stagione, ad ogni vendemmia, viene scelto un tipo di uva da utilizzare che sarà quindi ogni anno diverso. Originale come iniziativa, a volte utile, per ovviare a qualche capriccio del meteo.
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Originale sottolinearlo in etichetta con un misto di ironia e mistero. In questo caso, noi abbiamo preso ad esempio l'annata 2010, quando il vino è stato prodotto con il vitigno Cabernet Franc. La grafica dell'etichetta (packaging design per gli americani) è ugualmente originale, a metà tra l'arte contemporanea, la decorazione murale e i fantasiosi costumi del Cirque du Soleil. Nel complesso tra il visual e i testi utilizzati, questa bottiglia, anche se non è definibile come elegante o come "classica", sicuramente guadagna in visibilità e in simpatia. Due fattori universalmente validi: il primo sullo scaffale e il secondo con gli amici a tavola.

Puntini di Vista Colorati

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Rablè, Barbera d'Asti, Vignaquaranti.

Si tratta di una azienda giovane che ha iniziato la proprie attività nel 2007. La scelta, per le etichette, è stata di andare controcorrente, rispetto al classicismo che ancora vige da quelle parti (Monferrato, Piemonte). Il tema ricorrente del packaging design dei vini di Vignaquaranti sono dei puntini colorati. Una trama che si propone subito nel logo (una Q formata da tanti puntini) e si sviluppa poi nella grafica e nella cartotecnica delle etichette. Il risultato reca una buona originalità, anche se questa soluzione "moderna" spiazza un po' anche chi sostiene nuove strade di comunicazione. Risulta cioè molto "asciutta", emozionalmente sterile, computerizzata.
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Veniamo ai nomi, in grado di ammorbidire le percezioni: Quaranti è il paesello (in provincia di Asti) dove ha sede l'azienda. Da qui Vignaquaranti (tutto attaccato). Il nome di questa Barbera scalda ancora di più l'anima dei buongustai della vita: il nome Rablè è stato scelto in omaggio allo scrittore rinascimentale francese Francois Rabelais (per assonanza), noto per i fantastici racconti di Pantagruel e Gargantua (titolo originale del primo racconto "Gli orribili e spaventosi fatti e prodezze del molto rinomato Pantagruel re dei Dipsodi, figlio del gran gigante Gargantua"). Si tratta di una serie di romanzi dove si susseguono, tra altre incredibili avventure, grandi mangiate ed epocali libagioni. Assolutamente da leggere sorseggiando un buon vino, purché italico!

Se Questa è un'Etichetta

Pian del Ciampolo, Sangiovese e Canaiolo, Montevertine.

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Riprendendo il titolo che abbiamo attribuito a questo post: se questa è un'etichetta allora tutti i designer del mondo possono dismettere la loro attività da questo momento. Possono andare in pensione. E' chiaramente una battuta, una provocazione, la nostra, di fronte al packaging di questa bottiglia di vino che viene prodotto da una nota e stimata casa vinicola toscana che opera in Radda in Chianti. Si tratta della medesima azienda che produce anche il pluripremiato "Le Pergole Torte". Il vino che mostriamo qui nelle due foto inserite nell'articolo è un "basso di gamma" (per quanto "basso" si possa definire uno qualsiasi dei vini di Montevertine), composto da Sangiovese e Canaiolo (a quanto sembra, in alcune annate, anche da Colorino).
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Lascia molto perplessi l'etichetta, laddove invece quella del top di gamma Le Pergole Torte ha la propria personalità e distintività sul mercato. L'etichetta di questo "Pian del Ciampolo" è davvero "tipografica". Insomma, con tutto il rispetto per l'artigianale (una volta) arte della tipografia, potrebbe everla composta un bimbo, forse il figlio del tipografo di un piccolo paese. Caratteri normalissimi, impaginazione centrata, nessuna concessione a soluzioni creative o emozionali. Una cornice, un piccolo stemma, il resto sono parole. Certo, qualcuno dirà che a parlare in questo caso non è l'etichetta bensì il vino. D'accordo: grande passione, grande dedizione, grande qualità. Ma un piccolo sforzo per rendere gradevole anche l'etichetta non lo potremmo fare?

Rosé con Ghiaccio (per Brindare a un Amore?)

marketing comunicazione immaginePiscine, Rosé, Vinivalle.

Marketing, marketing e ancora marketing. Probabilmente Google bannerà questo post in sospetto di utilizzare parole ripetitive, ma i fatti sono questi: si tratta di una colossale (e costosa) operazione di marketing. Il vino, un Rosé di quelli che non importa nemmeno molto cosa c'è dentro, si presenta in modo molto originale (e comunque è originale anche il vitigno con il quale è prodotto, a dire il vero, il Négrette). La bottiglia è completamente vestita con una mìse azzurrissima che ricorda molto le cabine della spiaggia (o delle piscine, poi veniamo al nome) e comunque con un mood molto marino. Infatti nasce concettualmente in Costa Azzurra (le uve vengono invece dalla Còtes du Frontonnais). Il nome non induce al dubbio: Piscine, è un vino da bere ai bordi di uno specchio d'acqua e, secondo le precise indicazioni del produttore, servito in un bicchiere largo e basso con abbondante ghiaccio. Cosa dire? I russi bevono lo Champagne con il ghiaccio e i francesi pur di venderglielo non dicono nulla... figuriamoci se ci si può scandalizzare per qualche cubetto di ghiaccio in un rosé! A parte questo (e il tappo a vite) il packaging di questo vino è decisamente "ottico". Insomma si fa notare. Stacca dal gruppo, si distingue, emerge. Sfrontato fronteggia lo scaffale con sbarazzina allegoria. E probabilmente se ne venderanno a secchi (a millenials e dintorni).

Il Pecorino è un Vino Equino

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'Ekwo, Pecorino, Tenuta Terraviva.

Questa etichetta si può tranquillamente definire come una "copy-label". Una etichetta, insomma, che è "tutta nome". Nella sua soluzione grafica, nell'ergonomia, molto semplice, del packaging, praticamente emerge solo il nome del vino. Andiamo con ordine: l'azienda è in regime biologico e si trova in provincia di Teramo. Produce molte tipologie di vino principalmente con vitigni autoctoni. Bello il nome della proprietà: Tenuta Terraviva. Nel sito del produttore si allude al "tenere viva la terra" affinché essa restituisca buoni frutti. Un concetto pregnante e valorizzante. Tornando all'etichetta, questa dell'Abruzzo Pecorino Doc, vediamo subito che il nome del vino è protagonista assoluto, 'Ekwo. Il significato? Non facile da trovare: la rete dice che si tratta di "equino" in lingua antica indoeuropea. A questo proposito viene citato anche il termine sanscrito "acvah". In pratica il "cavallo" dei giorni nostri è foneticamente affine, accomunabile al latino "caballus". E si potrebbe proseguire citando il serbo antico "kobyla" e via dicendo. Di fatto l'equino con il percorino (il vino) c'entra solo per la rima. Forse in vigna utilizzano ancora il cavallo da tiro per il lavori agronomici? Forse i titolari dell'azienda hanno passione per i cavalli. Non sappiamo. Fatto sta che si tratta di un cavallo, sia pure semanticamente nascosto. Ultima notazione: non abbiamo capito il perché di quell'accento o apostrofo che precede il nome stesso. Forse questioni di registrabilità.

Colline Erotiche a Ovest di Firenze

marketing immagine comunicazione wineEros, Petit Verdot, Fattoria Castellina.

L'antologia dell'eros è ampia e variegata. Difficile anche inquadrare questo concetto in una definizione. Proviamoci con Treccani: "dal greco ἔρως nome del dio dell’amore (che i Greci impersonarono in Eros, figlio di Afrodite), usato anche come nome comune per indicare sempre il desiderio, l’istinto sessuale, con riferimento alle concezioni che di esso ebbero gli antichi. Eros si contrappone a Thanatos". Si tratta di un'etichetta molto "ottica", con un croma incisivo, quasi invadente (arancione forte). La grafica è semplice, immediata: il nome del vino (Eros) in alto, brevi specifiche in basso (vitigno e agricoltura biodinamica), nome del produttore alla base. Al centro troviamo una sinergia con il nome: linee sinuose che possono ricordare parti del corpo femminile. Sorge spontanea una citazione: "...vorrei sentire i tuoi seni accendersi poi, come due piccoli vulcani, sentirli sotto le mie mani e scivolare poi sul pendio quello dolce che hai..." (Eros Ramazzotti, Fuoco nel Fuoco). Certo le due linee tracciate al centro dell'etichetta possono essere delle colline, quelle toscane attorno alla proprietà che produce questo vino, ma il nome porta con sé allusioni e quindi si tratta solo di riuscire a immaginare di quale parte del corpo si tratta. E quando si stimola la fantasia, il ricordo è sempre più incisivo.

Far Flanella tra Parigi, Napoli e Bordeaux

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Le Flaneur, Bordeaux Rouge.

Un'etichetta semplice, ben curata, ben riuscita. La sagoma di un uomo in chiaro su sfondo scuro. Le scritte di legge, un nome (che è anche nome dell'azienda): Le Flaneur. La magia è data anche dalla... poesia. Infatti per commentare questo nome bisogna tirare in ballo Baudelaire. Scrive Wikipedia: "Il termine francese flâneur (al plurale flâneurs), reso celebre dal poeta Charles Baudelaire, indica il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio. La parola non possiede un'esatta corrispondenza in italiano". E ancora, giusto per precisare: "Baudelaire sosteneva che... un artista si dovesse immergere nella metropoli per diventare un 'botanico del marciapiede', un conoscitore analitico del tessuto urbano. Poiché coniò il termine riferendosi ai parigini, il flâneur (colui che bighellona/passeggia) e la flânerie (il bighellonare/passeggiare/vagare) sono associati sia a Parigi sia a Napoli e con quel tipo di ambiente, che lascia spazio all'esplorazione non affrettata e libera da programmi. Il flâneur è tipicamente molto consapevole del suo comportamento pigro e privo di urgenza: per esemplificare questa sua caratteristica umorale, era descritto come "uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi". Affascinante questa parola, che in realtà un collegamento con l'italiano se l'è ricavato. Infatti Treccani dice: "Flanèlla, dal francese (faire) flanelle, connesso col verbo flâner 'andar bighellonando'. Nella locuzione fare flanella, conforme al significato francese, stare senza fare niente, essere presente in un luogo senza contribuire al lavoro con la propria attività".

La Fine Violenta degli Acini di Uva

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The assassination of Pinot Noir, Lj Brimfield.

Davvero coraggiosa questa etichetta per un Pinot Noir del quale sappiamo davvero poco (e pochissimo si riesce a trovare in rete). Il vino viene prodotto da una piccola azienda con sede in Oregon, stato degli Usa che si sta sempre più distinguendo per la coltivazione di questo capriccioso vitigno. Tornando all'etichetta: il nome del vino è "The assasination of Pinot Noir", proprio così. E l'immagine non dà adito a dubbi: macchie di vino come se fossero sangue dopo una sparatoria o comunque in seguito di un atto violento. Se ci pensiamo bene la pressatura degli acini di uva è sempre un atto violento che ha come obiettivo la fuoriuscita del succo.
inchiostro di stampa
Succo e polpa d'uva che anche nel caso del Pinot Nero sono chiari. Ma dopo, al contatto con le bucce il succo diventa rosso come lo sconosciamo tutti. E tutti sappiamo anche che macchia molto se finisce su cravatte o tovaglie. Le macchie, in questo caso di inchiostro di stampa, che vediamo su questa etichetta sono realizzate tecnicamente davvero bene: sono in rilievo e lucide, per fornire all'occhio dell'osservatore un realismo di forte impatto. Qualcuno potrebbe anche dire che l'associazione vino-sangue disturba l'occhio. Di certo, prima lo attira. Non avendo informazioni in merito non sappiamo, infine, come si è perpetrato questo assassinio: speriamo che il prodotto, comunque si sia salvato!

La Semplicità di Tutti i Giorni

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Tutti i giorni rosso, Ciliegiolo Sangiovese Grenache, Antonio Camillo.

Non si può certo considerare un nome "Tutti i giorni rosso". E' una frase, una esortazione, un mantra. Troppo lungo per essere un vero e proprio nome, troppo schietto per passare inosservato. Ed ecco quindi un vino base, di un piccolo produttore tradizionalista della maremma grossetana. Intenzionalmente un vino di basso costo e di "alto consumo". 
Un rosso da tutti i giorni, di grande bevibilità, semplice e spicciolo, mantiene quel poco che promette ma lo fa in modo sincero. Certamente originale, se non il vino, almeno la formulazione del nome. Ma veniamo all'etichetta vera e propria. E' semplice, moderna ma "di campagna", molto visibile, con qualche particolarità, come la gradualità dei colori che sfuma da più intenso a più tenue, e quella sagoma di vignaiolo con il carretto che proietta la propria ombra nel tassello bianco in basso a destra. E' semplice ma risulta simpatica, si fa amare e rispettare. E infine quella affermazione in basso, vicino al nome del titolare: "vini di territorio", un altro modo di dire terroir, genuinità, naturalità... una precisazione che non fa mai male.

Il Colore Come Elemento Trainante

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Licurti, Primitivo di Manduria, Trullo di Pezza.

Strano nome, questo, aziendale: Trullo di Pezza. Sembra essere il nome di una contrada presso Torricella in provicia di Taranto. Siamo quindi in Puglia (o "nelle Puglie" come dicono alcuni) e infatti il vino è un Primitvo di Manduria. Certo che "Trullo di Pezza" non è molto valorizzante, anzi, per niente. Ove un trullo, tipica costruzione di quei luoghi, se fosse davvero fatto di pezza sarebbe ben poco protettivo e laddove "pezza", in italiano, ha una connotazione di scarso valore: qualcosa fatto di pezza è di scarsa considerazione. Altre accezioni popolari non migliorano le cose, tipo il modo di dire "mi ha attaccato una pezza...". Ma probabilmente si tratta di antica e topografica nomenclatura. Adottata dal produttore come riferimento geolocalizzante. Per quanto riguarda il nome del vino, "Licurti", doverebbe essere di derivazione dialettale. Non abbiamo trovato riscontro certo. Di sicuro è corto (lo dice il nome stesso), immediato, compatto, abbastanza memorabile anche se... poco legato con l'immagine. Al centro dell'etichetta infatti si vede la bella illustrazione di una gallina variopinta. Immagine che per forza cromatica e raffinatezza dell'esecuzione attira certamente l'attenzione. Per il resto vediamo una impaginazione pulita, essenziale, dal design elegante e gradevole.

Passerine Brasiliane d'Abruzzo

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Kukukaya, Passerina, Cascina del Colle.

Vediamo: cosa significa lo strano, esotico, esoterico, esterofilo nome di questo vino? Nulla c'entra con il vitigno o con la regione di provenienza (Abruzzo) o con la storia del produttore... Kukukaya, come dichiarato dall'azienda titolare nel proprio sito web è un "nome ispirato alla fresca allegria dell'omonimo locale brasiliano". E allora andiamo a vedere com'è questo locale carioca. Il posto si trova in Av. Pontes Vieira, 55 a Fortaleza, nella regione di Ceará in Brasile (per chi passasse di là) e propone musica dal vivo di vari gruppi sudamericani. Nelle immagini in etichetta spicca una ballerina da Carnevale di Rio, tutta piume, bargigli e curve (sarà attinente con il nome del vitigno, la Passerina?). Un omaggio alla suadente (e saudade) giovialità dello stile brasileiro, tutto musica, danze e gioia di vivere. Particolare anche il carattere di scrittura del nome del vino che però, come il resto del design, si scontra con il logo del produttore, in alto, molto classico, e con il mondo rurale del vino italiano. Ma tant'è che questa inusitata allegria crea attenzionalità, mettiamola così. Se si cercano ragioni, infatti, non se ne trovano. Non c'è razionalità in questa scelta. C'è voglia di stupire, di sorridere, di vivere un buon calice in compagnia di gente simpatica.