Uno Sciamàno Sciammannato in Valcamonica

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Sciamàno, Valcamonica IGP, Cantina Flonno.

Una piccola cantina, di recente costituzione, in una delle valli meno conosciute (almeno dal punto di vista vinicolo) del Nord Italia. Provincia di Brescia, Lombardia. Di conosciuto ci sono le iscrizioni rupestri del Parco Nazionale di Capo di Ponte. Graffiti su roccia, un forma di "antico design", che raffigurano persone, scene di vita, arnesi e simboli di antichissima origine. Di questi ritrovamenti grafici, la Cantina Flonno ne ha fatto etichette. Cioè immagini per i propri vini. Davvero curiosa la figura dello "Sciamàno", dedicata al vino bianco Igt (Riesling Renano) dell'azienda in questione. Etichetta ora non più in gamma, sostituita da altre rappresentazioni, ma che ci ha colpito, per la sua allegra spensieratezza e per un particolare che non può sfuggire: l'omino vetusto, oltre a sfoggiare una folta chioma esibisce anche... un attributo, diciamo così, una propaggine, tipicamente maschile. E corre felice con un calice in mano. Tra realtà e finzione, tra arte rupestre e divertente "variazione" sul tema, di fatto questa etichetta si fa notare. L'omino in questione è uno Sciamàno, come conferma il nome del vino. Certo, un accento sulla seconda "à" sarebbe stato d'aiuto. E di sicuro una migliore impaginazione e gestione grafica del resto del packaging sarebbe stata auspicabile. Ma insomma, un sorriso lo ottiene.

L'Arcaico Non Muore Mai

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Taurasi, Aglianico, Borgodangelo.

Il progetto è abbastanza giovane, le etichette sono di vecchio stampo. Certamente è necessario considerare che siamo in una di quelle aree vinicole italiane dove la tradizione si fa ancora sentire in modo preminente. Possiamo anche dire prevaricante. Alla guida delle aziende della pregiata zona del Taurasi Docg i nonni stanno cedendo il passo ai nipoti, ma la classicità del vitigno in auge, l'Aglianico, e la zona, l'Irpinia, ancora oggi abbastanza "isolata" a livello socio-culturale, non contribuiscono ad aperture immediate o quanto meno veloci nei confronti della comunicazione. Forse l'adozione di questo stile "storico" non è del tutto un errore, perché porta avanti un discorso di credibilità strutturato sul passato, certo che se l'estetica non è (solo) un'opinione, non si può dire che questa etichetta sia moderna, concettuale, comunicativa. I canoni classici ci sono tutti: foto di una antica costruzione in alto, compresa in un ovale decorato a frasche, testi stampati con un carattere sì insolito, ma che imita lo stile antico di certe scritture amanuensi, logo aziendale molto semplice e di tipo... tipografico. Il fondo nero, come sempre, attribuisce preziosità, il rosso dei caratteri anche, sia pure togliendo leggibilità. Come dire? La tradizione è salva, diciamo bella matura, la comunicazione invece è ancora un infante (da nutrire con cura se si vuole farla crescere).

Lascia o Raddoppia?

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Doppio Bianco, Pignoletto Frizzante, Tre Monti.

Certamente si può dire che qualcosa che è "doppio" vale di più. Viene naturale. Si dice "vale il doppio" di qualcosa che supera decisamente il paragone, che è di valore superiore. Così un caffè doppio è più forte (e costa anche il doppio, logicamente). Un doppio whisky idem. Insomma a raddoppiare non si fa errore. Meglio di più che di meno. Stiamo "menando il cane per l'aia" perché di fatto non siamo riusciti a trovare una spiegazione riguardo al nome di questi due vini: Doppio Bianco e Doppio Rosso, due frizzanti, del produttore romagnolo Tre Monti. Possiamo fare delle ipotesi: "doppio" perché presenta anche la "seconda dimensione" del frizzante?
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Il bianco è un pignoletto in purezza, il rosso è una barbera, sempre in purezza. La frizzantezza si evince, nella grafica dell'etichetta, da quel brulicare di bolle, per il bianco sulla sinistra in alto, mentre l'etichetta del rosso le ha sulla destra. Etichetta pulita, essenziale. Il marchio del produttore in alto, il nome del vino al centro, la bolle come unico segno grafico, e sotto in piccolo la definizione di prodotto. Eppure si distingue. Attira l'occhio. Sarà la parola "Doppio", sarà la semplicità della formulazione, forse i colori forti (il giallo per il bianco, il rosso vivo per il barbera). Etichetta catalogabile tra la schiera di quelle "moderne". Senza concessioni al passato, dritta verso l'obiettivo.

La Forza e la Pacatezza del Sud

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Pacato, Primitivo di Manduria, 
Colle al Vento (Alibrianza).

In un primo momento il nome di questo vino non ci ha convinto. Parola difficile da pronunciare "Pacato", con alcune asperità fonetiche. Il carattere di scrittura, molto graziato e in rosso smaltato su sfondo nero non aiuta, per altro, una comprensione veloce. Vediamo cosa dice Treccani riguardo questa parola ormai desueta: "...dal latino pacatus, part. pass. di pacare, pacificare. Quindi: acquietato, pacificato, dopo un precedente stato di agitazione, di concitazione, di irritazione. Più spesso, di persona che si mostra calma, tranquilla, serena, e anche degli atti, dei modi, dell’aspetto con cui si rivela tale stato d’animo, soprattutto nel parlare. "Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi da la pacata faccia" (D’Annunzio)". In un vino, crediamo di poter interpretare, questo nome riporta alla quiete dopo la fermentazione, tumultuosa per quanto riguarda i vitigni del sud. Si tratta qui infatti di un Primitivo di Manduria. La quiete dopo la tempesta, che porta equilibrio, assaporabilità, pace dei sensi. In effetti il design in generale dice questo... volo di uccelli in alto a sinistra, una piuma leggera proprio sotto al nome, linee sinuose alla base, caratteri arrotondati e percettibilmente "confortevoli". Nel complesso l'immagine regge e non stride.

Un Buco Nero Buono

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Buco Nero, Nero Buono, 
Azienda Agricola Sete.

Il progetto è ancora un "buco nero", proprio come il nome di questo vino. L'azienda si chiama "Sete". Sete di vino, logicamente. Nel sito, per ora un dominio in "parcheggio" a nome progettosete.it, si citano solo i "vini naturali" come inclinazione selettiva e commerciale. Anche se il sito aziendale "non dice", trapelano notizie. Si tratta di tre ragazzi nati nella zona a sud di Frosinone, che per ora annoverano solo 1 ettaro e mezzo di vigna. Hanno deciso di recuperare terreni e vigne abbandonate, con l'appoggio e l'aiuto dei vecchi saggi della zona. Di certo l'etichetta con cui questa giovanissima azienda presenta il proprio "Nero Buono", vino del Lazio, è sorprendente. Tra ufologia e mistero da racconto "noir", veniamo attirati dall'immagine, molto fumettistica, stile Alan Ford, quasi Diabolik, e finiamo, in un certo senso, in un buco nero della percezione. Effetto desiderato, crediamo, da parte del produttore: attirare l'attenzione. Forse il buco nero è un tino di fermentazione. Forse un acino che tutto ingloba. Minaccioso però. Dove rimaniamo a riflettere se lasciarci tentare, bere il vino e "finire nel tino", oppure farne argomento di curiosa conversazione a tavola. Certo gli amanti dei fumetti dark ne faranno incetta. Stile giocoso, quindi, anche per la scelta dei caratteri che descrivono le caratteristiche, libere e di legge, del prodotto. Non poteva essere altrimenti, un'azienda che in primo luogo decide di chiamarsi "Sete" e produce e vende vino, la mette subito sul sorriso. E un sorriso piace sempre.

Antico in Chiave Moderna (ma la Chiave non Funziona)

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Rosso, Syrah, Tenimenti d'Alessandro.

Molti dubbi, soggettivi, per carità, su questa nuova etichetta di Tenimenti d'Alessandro, e in generale su tutta la linea, rinnovata graficamente. L'azienda, oggi rilevata dalla famiglia Calabresi, si ispira ai vitigni del Rodano, e principalmente al Syrah e al Viognier. Così la nuova etichetta prende in "prestito" ideogrammi rivelati dal blasone di antichi fondatori (in terra di Manzano, Cortona, Arezzo), dove elmo e corona la facevano da padrone. Anche il carattere di scrittura è gotico per scelta. Ma non si possono premettere i rational di un design prima di averlo "visto". Semmai si fa il contrario. Ed ecco quindi una disamina volutamente non "acculturata" di questa etichetta. Un scudo, o meglio una figura geometrico-strutturale che lo ricorda, alcuni pallini colorati, la scritta "Rosso" (il nome del vino, sia pure molto generico), scritte di legge e altri piccoli particolari su sfondo bianco. La sensazione è quella di essere di fronte qualcosa di molto sterile. Una sorta di antichità sterilizzata più che stilizzata, rastremata ma anche rattrappita. Come spesso abbiamo portato ad esempio (per altre etichette esaminate) in questo blog, gli elementi presi singolarmente possono non essere deleteri, ma è lo stare bene insieme che dovrebbe riuscire a completare l'opera. E questi di elementi non sembrano andare molto d'accordo. Lo stacco più evidente è tra la modernità delle figure "geometriche" e la scritta del nome in gotico. Operazione tra le più difficili, il trasformare l'antico in qualcosa di attuale, sempre che si riesca a definire "l'attuale", essendo in se stesso un concetto che sfugge: quello che è oggi, sarà già "vecchio" domani. E così via in una rincorsa nel tempo, senza punti di riferimento, se non quelli che, eventualmente, sanciscono le disomogeneità.

Lo Champagne di Churchill

Cuvée Sir Wiston Churchill, Champagne, Pol Roger.

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Tutti ne parlano, soprattutto dell'annata 2008, e quindi proponiamo anche noi una lettura di questo vino prestigioso, dal punto di vista dell'immagine e della comunicazione. Innanzitutto è uno Champagne, bollicine, come si dice qui da noi. Composto per l'80% da uve Pinot Noir e per il restante 20% da uve Chardonnay. Ed è come piaceva a lui. A Churchill, che già in giovane età, prima di diventare grande e famoso, era cliente di Pol Roger. Naturale e opportuna l'idea della Maison di celebrare il personaggione dedicandogli questa Cuvée speciale, prodotta solo nelle annate vendemmiali ritenute migliori. Famosa la frase “My tastes are simple, I am easily satisfied with the best.“ attribuita al celebre Primo Ministro inglese. Ed ecco quindi dedicata a lui, la migliore bottiglia di casa Pol Roger, una azienda che ancora oggi si distingue per la qualità elevata dei suoi prodotti, a partire dalla gestione del remouage totalmente gestito a mano. Quindi questo vino si "veste" di un nome prestigioso, che richiama la storia e la gloria di un personaggio famoso, conosciuto da tutti, e si appropria così, di riflesso, della sua grandezza. Non senza ragione: Churchill è stato cliente e gaudente fruitore degli Champagne Pol Roger praticamente per tutta la vita. Oggi il ricordo di quell'apprezzamento diventa leggenda e, appunto, nome di prodotto. L'etichetta: il blu e il rosso, dove si evidenzia la nota e, in passato, molto sfruttata, fascia diagonale rossa che è un po' l'emblema degli Champagne di una volta, di una tradizione ludica e fastosa. Il tutto molto classico, ben equilibrato, caratteri di scrittura graziati (graziosi) e preziosi. Gli elementi di design (e quelli qualitativi, certamente) fanno di questo vino un'icona che ognuno, al di là del costo, vorrebbe avere in cantina. E soprattutto che ognuno vorrebbe stappare, brindando alla memoria dell'indimenticabile Churchill.

Una Barbera Sotto Mentite Spoglie

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Camaiola, Barbera del Sannio, 
Simone Giacomo.

Ben tre possibili equivoci nella comunicazione di questa piccola azienda di Castelvenere (bel nome di località sita nel Sannio, tra Caserta e Benevento): il nome di questo vino, Camaiola, da non confondere con il noto marchio (bresciano) Ca' Maiol; il vitigno di questo vino, un Barbera che non c'entra nulla col noto Barbera del Nord Italia; infine il nome dell'azienda, Simone Giacomo, entrambi nomi di persona, forse uno dei due è un cognome, poi nel sito vedendo il marchio che evidenzia due volte la "e" di Simone fa pensare a due fratelli. Nulla si dice del nome del vino, Camaiola, nel sito del produttore: si presume nome di cascina o di vigna o di zona. Curiosa la storia della Barbera (o del Barbera del Sannio, a questo punto, per non confonderlo con la Barbera del nord): sembra che in origine, quando fu ufficializzata la tipologia, venne deciso di chiamare questo vitigno "Barbera", proprio per avere una "attenzione di riflesso", sulla scia della fama del Barbera più conosciuto. Ora si sta pensando invece di cambiargli nome, perché fin troppi equivoci si sono verificati in questi anni, da parte dei consumatori. A parte queste dicotomie le etichette di Simone Giacomo sono belle. Moderne e ben riuscite. Sicuramente realizzate da designer di esperienza. Vediamo quella relativa a questo Barbera (del Sannio): una lama in oro su sfondo nero, espone qualcosa che potrebbe essere interpretato come arte contemporanea, sotto, ordinatamente e centrati, il nome del vino, il vitigno e il nome/marchio del produttore. Elegante e ottica (a parte la non interpretabilità della figura centrale). Estrema sintesi e preziosità fornite da inchiostri speciali (oro laminato) e sobrietà grafica da manuale.

Il Vino Racconta, a Chi Ama Leggere

marketing comunicazioneLibrottiglia, Arneis Brachetto Nebbiolo, Matteo Correggia.

Tra le stranezze, chiamiamole nuove idee, legate al packaging del vino si fa notare questo progetto che si chiama "Librottiglia". In pratica, nella modalità del fix-a-form, già nota con i vini parlanti (che non hanno avuto molto successo), l'etichetta si apre e rivela alcune pagine di racconto, da sfogliare e godersi mentre si degusta il vino prescelto. Nell'attuale mondo del cambiamento, dove sulle etichette si vedono sempre più QR-Code che rimandano a link digitali, questa modalità, ancora di carta, si rivela più consona alla cultura del vino.
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Soprattutto per prodotti di spessore qualitativo. Si tratta quindi di una possibilità in più per valorizzare il vino stesso. Una curiosità in grado di attirare l'attenzione, e soprattutto una proposta che può diventare seriale, proponendo di volta in volta nuovi racconti. I tre vini che portiamo ad esempio, prendono il nome del titolo del racconto e anche l'illustrazione è inerente a quello. Alla base il logo e i dati del noto produttore piemontese responsabile del contenuto delle bottiglie. Certamente questa soluzione può essere solo un "di cui" nella gamma del produttore, lasciando inalterata la proposta, cioè le etichette aziendali consuete. Una buona idea per farsi notare e per offrire qualcosa i più agli acquirenti, con una modalità e finalità culturale elevata.

Divertimento e Discernimento (in Dialetto)

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Andeira, Barbera, Rocco di Carpeneto.

Rocco ne ha fatta un'altra delle sue. Anzi, due. Si tratta delle etichette della Barbera (che si chiama "Andeira") e dell'Albarossa (vitigno) che si chiama "Admura". In precedenza abbiamo censito altri vini della medesima azienda, con nomi dialettali bizzarri. Questa volta partiamo dal nome "Andeira", che nasconde un significato divertente. Scrive il produttore nel proprio sito internet: "Andeira è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “ritmo, bell'andatura”. Si parla del dialetto "carpenetese" in riferimento al luogo, Carpeneto, in provincia di Alessandria (basso Piemonte o se vogliamo, Alto Monferrato). Il nome "Admura" si spiega così: "Admura è voce del dialetto carpenetese della seconda metà dell'ottocento, e significa “balocco”.
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Difficile da interpretare se non viene spiegato. Nomi per lo più incomprensibili fuori dai confini regionali, ma che fanno simpatia. Complici anche le etichette, davvero insolite, colorate, molto grafiche, allegoriche, quasi carnevalesche. E infine, per quanto riguarda il nome dell'azienda, "Rocco", ecco la spiegazione storico-culturale: "Rocch è nome di regione a Carpeneto d'Acqui, che era chiamata così fin dal 1458, ed anche prima, quando il culto di S. Rocco non esisteva, e non potevasi darne il nome alla regione. In rucchis et spissis communis Carpeneti, nemo audeat incidere aut incidi facere dice una rubrica. Horri in basco vale spina, ed orrok spineto. La località ora piantata a vigne, fu in tempi antichi uno spineto, che si lasciava crescere verso il confine alessandrino. Ecco una parola forse dell'antica lingua ligure". Nell'insieme soluzioni originali, in grado di attirare l'attenzione, e comunque radicate nel territorio e con dei rational quanto meno condivisibili.

Ufo Robot è Atterrato sui Colli di Luni

Vignebasse, Vermentino Colli di Luni, Terenzuola.

Qualche considerazione su questa particolare etichetta. Non sfugge l'immagine molto colorata al centro. Opera d'arte contemporanea, firmata dall'artista. Spesso i produttori di vino cedono alla tentazione di affiancare arte al nettare divino. Certamente il nesso c'è, il connubio può sussistere, ma in questo caso bisogna dire che c'è arte e arte. Cioè l'arte evocata dovrebbe essere funzionale all'immagine generale dell'azienda e del prodotto nello specifico. Questo elaborato artistico ci ha ricordato "Ufo Robot", cioè quelle grafiche a fumetti di stampo giapponese di qualche anno fa. Molto colore, spezzati di forme una sull'altra, a comporre un "quadro" che sì, lascia intuire la forma di un pesce (giusto consiglio di abbinamento), forse più di uno, una stella marina, ma lo fa in modo davvero etereo e, appunto, forse fin troppo artistico. Questi colori forti, lo stile fumettistico, la difficoltà di intelleggibilità non aiutano, a nostro modesto parere, la veicolazione del prodotto, un vino bianco leggero, seppur "marinaro". Il nome del vino, "Vignebasse", non ha segreti, riferendosi sicuramente al luogo di coltivazione (alla posizione del terreno della vigna in oggetto). A parte questo, troviamo, nei testi proposti dall'etichetta, due blocchetti, entrambi insoliti e non chiarissimi. Il primo in alto a sinistra recita: "Imbottigliato all'origine da Terenzuola (nome dell'azienda) da Ivan Giuliani (nome del titolare) e C. (spazio) S.S. (immaginiamo "società semplice") viticoltore in Fosdinovo". Le lettere punteggiate, per un pubblico non tecnico, non aiutano la lettura e l'interpretazione. Nel secondo blocchetto: "Da terreni di lignite (chi non se ne intende di geologia rimane al buio), ora in parte A. M. Zuccarino (cosa sarà? Monte Zuccarino?) già vitati dal 1724" (informazione interessante, ma un po' dispersiva, messa lì). Bello il carattere di scrittura scelto, che connota il tutto in una dimensione moderna e fuori dagli schemi. Nel complesso qualche dubbio c'è. Quanto meno un'area di migliorabilità.

Anticonformisti come Bohemiens

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Bohemi, Barbera-Croatina-PinotNero, 
Le Fracce.

Questa deformazione, diciamo interpretazione di "boemo" o "bohémien" non lascia comunque dubbi sulle sue intenzioni comunicative. I Boemi sono gli abitanti della Boemia (oggi Repubblica Ceca). La parola viene dal latino usato per indicare la tribù celtica che risiedeva in quella zona nel Medioevo: i Boii, cioè i Boiahemum. Più tardi il termine bohémien in francese diede il nome a un movimento artistico. Voleva descrivere gli stili di vita anticonformisti di artisti, attori, scrittori e musicisti di alcune città europee, a iniziare da Parigi. In alto, nell'etichetta in esame, la sagoma di un cavallo. Il nome del vino, al centro, sottolinea la lettera "h" con un colore diverso dal resto, il rosso. Così come rossa è la semplice cornice che delimita i pochi elementi di questo design. Alla base il logo e il nome dell'azienda. Si tratta di un tentativo di eleganza sommaria, che in parte è riuscito, ma in qualche modo è come se mancasse di qualcosa. Forse proprio di omogeneità tra i pochi elementi presenti. La raffigurazione (il cavallo), il nome del vino e il logo dell'azienda sembrano slegati, ognuno elegante, certo, ma per sé e non nell'insieme. Questo per dire che nel packaging non basta collocare elementi sia pure ben riusciti: è necessario che questi elementi tra loro risultino organici e amalgamati.

Una Madonna Nera, in Rosso, Bianco e Moderno

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Brunello di Montalcino, Madonna Nera.

Il nome dell'azienda e il nome del vino corrispondono. Nome forte, evocativo, provocatorio. Non di invenzione pura, in quanto si riferisce al nome storico di una zona collinare dove vengono coltivate le uve di questo Brunello (Sangiovese). A dire il vero il nome storico è "la Madonna". Il suffisso "nera", aggiunto dal produttore, forse si riferisce al colore del vino. Certo aggiunge mistero, ma anche una qual "oscurità" di tipo psicologico.
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In effetti il nome si colloca in quella terra misteriosa, tra il sacro e il profano, che in un paese cattolico come l'Italia fa sempre presa del punto di vista attenzionale e percettivo. Per di più, di madonne nere non ce ne sono molte in giro per il mondo, celebre quella di Cracovia: di solito sono dipinte con pelle candida, al massimo rosea. Certo le "madonne", in Toscana soprattutto, vengono citate spesso... A parte gli scherzi siamo di fronte a una etichetta ben studiata, anche se la "presa" grafica si avvantaggia più che altro di un lettering invadente (lettere grandi e graziate). Piccoli particolari denotano uno studio accurato del packaging: la "o" di "Madonna", girata in senso orizzontale, e la parola "nera" scritta in rosso. Per il resto si percepisce molta eleganza (con il fondo nero è scontata) e ordine nell'impaginazione. Anche gli altri due vini dell'azienda si avvalgono di questo stile, presentando la scritta grande, differenziata da diverse cromìe. Ne consegue una sensazione di modernità, dinamicità, stile, con buona pace di certe etichette classiche del Brunello con cornici e stemmi di antica memoria.

Un Classico che Non Conquista

Soloìo, Merlot, Casa Emma.

Qualche notazione costruttiva (almeno così nelle nostre intenzioni) su questa etichetta toscana, zona Chianti (ma in questo caso si tratta di Merlot in purezza). Premettiamo che siamo di fronte a un vino importante, dal costo non esiguo. Partendo dall'alto: il nome del vino, "Soloìo", carattere di scrittura poco leggibile, la "S" iniziale può essere equivocata, le "o", molto ingombranti, possono confondere. "ìo" può diventare "bio" (tra l'altro l'azienda in questione fa del biologico una bandiera qualitativa delle proprie produzioni). Insomma nome poco leggibile e poco interpretabile. E quando lo si legge correttamente si intuisce un fastidioso "assolutismo", quell'essere "solo lui", che di fatto non è (perché ci sono altri vini così, in sostanza). Sotto al nome del vino ecco il marchio dell'azienda: Casa Emma. Lo stile grafico è decisamente datato, sia per la forma, sia per il carattere di scrittura, sia per le cromìe. Si dirà che viene mantenuto così da tempo immemore (il nome dell'azienda si riferisce alla precedente proprietà, a titolo della nobildonna fiorentina Emma Bizzarri), ma si potrebbe considerare la realizzazione di un restyling "conservativo". A seguire un bel disegno (forse un po' piccolo) che stilizza la sede aziendale e il tipico paesaggio del Chianti. Minuto ma bello. A seguire ancora, centrate, le scritte legali e quant'altro serve a identificare la tipologia di vino e la sua provenienza. In sintesi, etichetta "piatta", senza svolazzi e sollazzi, si potrebbe dire anche timida, nel senso negativo di troppo riservata. Diciamo quindi che è classica. Ma almeno il nome del vino andrebbe scritto in modo più chiaro.

Il Vino di Milano dalla Valle delle Bisce

San Colombano Doc Riserva, blend di rossi, il Bisserino.

branding marketing comunicazioneIn quel lembo di terra collinare che si trova a sud est di Milano, risiede l'unica Doc della grande città lombarda, cioè appartenente alla sua provincia. Il fatto (cartografico) curioso è che questa porzione della Provincia di Milano è distaccata dalla zona più ampia, il vero e proprio territorio provinciale, che in sostanza circonda Milano. Bizzarrie economico-topografiche. Sta di fatto che a San Colombano (paese, diciamo così, capoluogo della microzona in esame) qualche virtuoso produttore si sta cimentando in vini di livello, a cavallo tra le tradizioni locali (il vicino Oltrepò) e i modelli internazionali. Un esempio è proprio questo San Colombano Doc Riserva dell'azienda "il Bisserino", vino che usufruisce del "sostegno" di barriques di secondo passaggio e che contiene anche Merlot. Riguardo al nome "il Bisserino", ecco cosa scrive il titolare nel proprio sito internet: "Il marchio dell'azienda, prende il nome dalla Valbissera (anticamente valle delle bisce) che è posizionata al centro del versante sud dei Colli (di San Colombano)". Il logo dell'azienda è una foglia di vite (firmata in basso dal titolare, Claudio Pozzi), che non rappresenta una grande novità e quindi manca di distintività (viene ripetuta due volte, in alto, contornata da un cerchio puntinato e in basso, più grande, "a nudo" e rovesciata, chissà perché). L'etichetta però, in generale, è abbastanza elegante, grazie al fondo nero e ai particolari in oro. Bello il carattere di scrittura (in senso di originale) del nome (che anche in questo caso, come in molti altre etichette italiane, fa da nome del vino e anche da nome aziendale). Criticabile la scelta di scriverlo in verticale. Certo è molto grande e questo agevola una rapida identificazione.

Conventi e Convenzioni Così Conservate

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La Malena, Syrah Toscana (e Ciliegiolo), Pàcina.

Il nome di questa azienda toscana va pronunciato con l'accetto sulla "a", secondo i dettami fonetici della regione: Pàcina. Si tratta di un vecchio convento nei dintorni di Siena. Ci tengono molto, i titolari, a raccontare la storia del luogo, tanto che nei retro-etichette dei loro vini, e nel sito aziendale, si legge: "Pàcina è un convento del 900 (inteso come precedente all'anno 1000) con una lunga storia alle spalle. Intorno vigneti, oliveti, campi e boschi ed ancora più in là le Crete Senesi. Un piccolo luogo intenso che ha rispettato per caso, per necessità, per vicende storiche la ricchezza della tradizione ricavandone ancora informazioni. Un piccolo luogo in cui le differenze in qualche modo sono state rispettate e mantenute, differenze dell’habitat variato, sia nella presenza del bosco e di vari tipi di coltivazioni, sia nell’alternarsi del lavoro e del riposo della terra, così che gli ecosistemi vegetali ed animali hanno potuto mantenere la loro ricchezza e le loro interrelazioni". Nell'etichetta, a conferma dell'importanza data al luogo storico dove sorge l'azienda, il nome del produttore è più grande del nome del vino. Succede. Anche abbastanza spesso, nel panorama vinicolo italiano. L'etichetta è semplice, ordinata, con una illustrazione acquerellata al centro, che ritrae l'edificio padronale che funge anche da agriturismo per ospiti assetati di buona vita, oltre che di buoni vini. I colori sono "freschi", stimolanti, e al tempo stesso naturali, rilassanti. Nessuna forzatura: il design non è di quelli "studiati" ma trasmette bene i concetti fondanti della gestione. Non abbiamo notizia del nome del vino, La Malena, ma si può intuire che si tratta del luogo dove cresce la vigna dedicata a questo Igt.

Partire da Zero per Quotare Alto

N°Zero, Negroamaro, Menhir Salento.

Siamo in Puglia, nel Salento, terra di vini in chiara e veloce espansione commerciale e qualitativa. E siamo di fronte a una etichetta molto essenziale. Non di meno elegante, sia pure composta di pochi e semplici elementi, impaginati in modo quasi elementare. Il nome del vino, in questo specifico caso, fa da "traino" per tutto il resto. Infatti l'accezione e il concetto di "numero zero" caratterizza la parte dominante del packaging che propone un grande numero "0". Un numero che per come si presenta potrebbe essere anche un cerchio (figura geometrica non priva di significati complementari) oppure una lettera "o" (che comunque è presente sia in "numero" che in "zero"). Subito sotto a questo elemento visivo predominante, leggiamo "N°Zero", il nome vero e proprio, che fuga ogni dubbio sul significato generale della grafica in esame. L'aspetto è quello di un'etichetta importante, di un vino prezioso, di una valenza storica o produttiva che anticipa un grande incipit. Essere il Numero Zero di qualcosa ha una significato pregnante, ancestrale, potenziale, anche numerologico. In realtà, e in contrasto con questo, il vino in questione costa solo 5 Euro. Si colloca cioè nella fascia economica e commerciale bassa. Poco male: quanto l'etichetta valorizza, il risultato e il lavoro sulla percezione finale è comunque valido. Non allo stesso modo sarebbe per un vino molto costoso che si presenta con un'etichetta scarna e scarsa dal punto di vista del design. La preziosità vuole la sua parte, come l'occhio del potenziale cliente, del resto. E non è detto che pochi elementi semplici e ben collocati non possano dare ottimi risultati. Come in questo caso.

Una Bonarda Carioca in Monferrato

branding marketing comunicazioneBonarda Vivace, Bianco Pasquale.

Vivace il vino, molto vivace l'etichetta. Siamo nel Monferrato (esattamente a Montegrosso d'Asti) dove la tradizione ancora travolge senza mezzi termini ogni nuovo tentativo di evoluzione, sia tecnica che comunicativa. Ma questo piccolo produttore che per il proprio marchio aziendale adotta, come una volta, la modalità "cognome/nome" (Bianco Pasquale), su questa etichetta ha deciso di sperimentare, di azzardare, di osare, l'uso di arte moderna. Un dipinto, un quadro, un'opera che si propone con una gragnuola di colori che quasi stordisce. Vaso di fiori? Grappoli d'uva? Fuochi d'artificio?Carnevale di Rio? Potere alla fantasia: ognuno può vederci quello che vuole, anche considerato che nel sito del produttore non si fa riferimento alcuno all'origine e all'autore del pezzo artistico utilizzato per l'etichetta di questa Bonarda Vivace. Ci scusiamo per l'immagine non molto luminosa, ma è l'unica reperibile in rete. Continuando nell'analisi dell'etichetta, del suo design, del packaging in generale, vediamo che sotto all'opera cromatica vengono collocate le scritte di legge (vitigno e tipologia) e di seguito il nome dell'azienda: "Bianco Pasquale & Figli". Tutto molto ordinato, sequenziale, ma se non fosse per il cromatismo forse la bottiglia passerebbe inosservata. L'esperimento comunque merita di essere notato, quanto meno esce dagli schemi classici che nella zona sono ancora molto in auge. Attira l'attenzione, conquista l'iride, anche se un chiaro costrutto concettuale non si manifesta. 

La Cultura è un Lusso e Non è in Vendita

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Lusso, Cabernet Sauvignon, 
Allora Vineyards.

Tre giovani donne, in modalità "Desperate Housewives", stanno bevendo vino rosso al cospetto di una panoramica vallata vitata. Sono un po' tristi, diciamo meditative, chissà cosa stanno pensando, di cosa stanno parlando. L'azienda vinicola che produce e propone questa etichetta ha sede in Napa Valley e si chiama "Allora": fa ampio uso di terminologie in lingua italiana per denominare i vini  della propria gamma. Oltre al Cabernet Sauvignon preso qui in esame, che si chiama "Lusso", nell'offerta del produttore troviamo anche "Lieta", vino bianco indefinito, "Cielo", blend di rossi, "Tresca", un altro Cabernet Sauvignon, "Sussurro", un porto-wine e altri ancora. L'uso di parole italiane rivela la scelta di un certo stile di comunicazione e a monte anche di marketing. In generale si trovano spesso cognomi o termini italici in California. Diciamo che è una moda-modalità. Tornando alla nostra etichetta: a proposito del marchio "Allora", il produttore afferma "The word Allora in Italian loosely translates to ‘so what’. It is a word that is often used in Italy as ‘whatever’, and we felt this best described our style as well...". Mentre sul nome "Lusso" viene fornito questo rational: "Lusso means “luxury” in Italian. This luxurious Cabernet Sauvignon contains fruit from the St. Helena Appellation of Napa Valley and is 100% Estate Grown. Lusso comes from the best grapes we grow". La grafica dell'etichetta è elegante, ad esclusione dell'illustrazione con le tre donne, con fondo nero, profili in oro, caratteri di scrittura tra il prezioso e il classico. Certo non bastano le parole in italiano per dare prestigio: quello bisogna guadagnarlo con un'immagine, dentro e fuori dall'etichetta, fatta di estro creativo, gusto per la tradizione, storia e cultura pregnanti.

Quei Birichini degli Americani

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Malvasia Bianca, Birichino.

Le etichette di questo produttore californiano (con esperienze in tutto il mondo, ora stabilitosi a Santa Cruz, a sud di San Francisco) sono molto particolari. Denotano la volontà, specie ludica, di caratterizzare molto le varie produzioni. Dalla gamma proposta nella rete virtuale e commerciale abbiamo estratto la Malvasia Bianca che graficamente è semplice e "floreale" e il Vermentino, con una antica illustrazione, altro omaggio al noto vino italiano, del quale nel sito del produttore americano si dice: "It is often said that Vermentino recalls the mix of sweet and savory herbs (prebuggiun) that grow wild in the narrow terraces and fields of its native Liguria on the Italian Riviera". Al di là delle etichette, variegate e fantasiose, la questione ruota principalmente attorno al nome dell'azienda, "Birichino", nome che ha attirato la nostra attenzione, sia per la sua fonetica italica, sia per l'originalità di tale scelta.
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Vediamo prima cosa scrive il produttore a questo proposito: "About the name Birichino, like locksmiths in the United States that add additional AAAs onto their names to be the first listed in the telephone directory, and drawing on deep reserves of innate marketing genius, we went in search of something unpronounceable to English speakers, yet also difficult to remember that began with A or B. Alluce was an early favorite, seeming to evoke lightness and air in English, but in fact translating as big toe. Seeking something with that playfulness, though about some things we profess to be deadly serious, and inspired by the surprising, slighty racy character of our first wine, the Malvasia Bianca that leads one on to thinking sweet, and delivers something else entirely, we hit on Birichino, meaning naughty in Italian. And who doesn't consider themselves just a little bit naughty, after all?". Descrizione simpatica e accattivante. Da parte nostra possiamo dire che "Birichino", secondo Treccani sarebbe "...voce emiliana, affine a briccone. Bambino vivace e impertinente, soprattutto in quanto manifesta tale suo carattere nelle parole o negli atti". E anche: "Nella prima metà del sec. 18° erano così chiamati a Bologna gruppi di malviventi, designati dal nome delle contrade, tra i quali vigeva una stretta omertà; consegnavano quanto riuscivano a rapinare a un capo, il quale ne disponeva a comune profitto". Insomma un nome davvero particolare, considerato che l'azienda è americana. 

Il Packaging a Volte è un Gioco

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Mamma Mia, Malvasia Aromatica e Trebbiano , Cantina San Biagio Vecchio.

Semplice e diretta questa etichetta. A parte la rima, diciamo che regna la sintesi degli elementi: un piccolo logo e nome d'azienda in alto, una illustrazione al centro, il nome del vino in basso. Possiamo definirla anche un po' infantile. L'illustrazione mostra il faccino sorridente di un fantasmino, o meglio di un bambino, o insomma si tratta comunque di un viso ammiccante. Anche il tratto con il quale è stato tracciato il disegno sembra quello di un bambino piccolo.
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Il nome del vino riconduce ad una affermazione molto in uso nel gergo italico: "MammaMia!" (diventato anche marchio di prodotti alimentari pronti, da banco frigo). Probabilmente (non si trovano spiegazioni riguardo questo aspetto, nel sito del produttore) questo nome è interpretabile come "mamma mia che vino!" oppure è l'affermazione di una mamma al cospetto delle marachelle di un fanciullo. Resta il fatto che l'etichetta è decisamente fuori dagli schemi. Non molto compiuta nel senso del packaging professionale, ma certamente dotata di originalità e di conseguenza di un'ottima visibilità. Sono quelle che amiamo definire come "etichette-gioco". Certo il design delle bottiglie di vino non dovrebbe essere mai un gioco, ma spesso, soprattutto i piccoli produttori lo prendono come tale e in questo caso sono parzialmente scusati. Soprattutto se non hanno problemi di sorta a vendere le poche bottiglie/anno che producono. 

Una Volpe Sfuggente nel Tavoliere delle Puglie

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Sogno di Volpe, Bombino Bianco, Cantina Ariano.

Ci risiamo con la volpe. La favola che narra della sua nota frustrazione è spesso protagonista concettuale di etichette e nomi di vini. In questo caso si tratta di un nome di linea della Cantina Ariano di San Severo, provincia di Foggia. Una linea di vini biologici che comprende un bianco (da Bombino Bianco), un rosato (da Montepulciano d'Abruzzo) e un rosso (idem). Da notare che recentemente l'etichetta è stata aggiornata togliendo una sagoma intagliata sulla destra (visibile nell'immagine della bottiglia intera, qui a destra in basso) che francamente risultava indecifrabile (una volpe, sempre lei, molto probabilmente).
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È interessante e opportuna la citazione, tornando brevemente alla mitologia, che il produttore pubblica nel proprio sito web: “Nondum matura est, nolo acerbam sumere”. Aggiungendo: "...dalla celebre favola di Fedro ad un sogno diventa realtà; quel grappolo troppo bello ed inarrivabile per la volpe è diventato il simbolo della nostra linea biologica." (c'è un impiccio nella frase ma noi la riportiamo così come l'abbiamo trovata nel sito). Utile spiegazione che giustifica l'adozione del nome e valorizza la linea dei vini. Passando ad una veloce analisi del design dell'etichetta possiamo dire che a nostro modesto parere la grafica non sembra "risolta" in modo armonico pur riportando almeno uno spunto concettuale interessante: il movimento ondulato del taglio superiore dell'etichetta, che riconduce alle colline (o forse al mare, siamo nel Gargano) e che riprende il medesimo "andamento" riscontrabile nella piccola illustrazione al centro che a sua volta può ricordare, anch'essa in modo forse troppo sintetico, colline, vigne e (sembra) un rudere storico della zona (o di nuovo la volpe?). Diciamo che il tutto è "a libera interpretazione". Il marchio aziendale, in alto, rimarca semplicemente le lettere "C" e "A" di Cantina Ariano.

Adamo ed Eva sulle Sponde del Lago Maggiore

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Mott Carè, Passito (Malvasia Aromatica), 
Cascina Piano.

Un'etichetta molto particolare, sotto diversi punti di vista. Salta all'occhio innanzitutto l'illustrazione di un Adamo ed Eva nell'Eden con regolamentare serpente accompagnatore. Poi il nome, pseudo-dialettale. Infine quello strano logo rotondo (dovrebbe essere un acino d'uva stilizzato). Ma vediamo cosa dice il produttore nella scheda relativa a questo suo vino (e dice molto, cosa che non avviene spesso, purtroppo, nel panorama vinicolo italico).  Riguardo al nome: "Mott Carè" è denominata una delle colline degradanti verso la località Uponne nel comune di Ranco posta alla periferia nord-est di Angera (Lago Maggiore). Su questo motto (che sta per "collina") è ubicato il vigneto dove nacque e venne sperimentato l’omonimo vino. Detto anche “il boeuc”, il piccolo vigneto che ha dato origine alla sperimentazione ha visto nascere il fiore all’occhiello di Cascina Piano quasi per una casualità trasformatasi in un’ottima intuizione creativa". Non tutto chiarissimo ma certamente descrittivo, è già molto. Poi si prosegue riguardo il disegno: "L’etichetta ritrae un affresco della chiesa parrocchiale di Angera che raffigura la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. La tentazione è l’elemento che lega questo particolare vino dolce con il fatto biblico ritratto nell’affresco". Il produttore chiude la scheda con un simpatico proverbio in dialetto: "La mama e la fiola a bevan al vin bùn e la poeura neura ga fan vusma al biscùn". Peccato che non c'è l'esatta traduzione, in particolare della parola "biscùn" che in rete viene definita sia come "cespuglio", sia come "biscione". Stiamo indagando. A presto gli aggiornamenti del caso.



Nome Conservativo, Design Evolutivo.

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Rovej, Vino Rosso, Enrico Druetto.

Della lettera "j", utilizzata ancora oggi nelle forme dialettali piemontesi, abbiamo già parlato. Unitamente a sottolineare la presenza della medesima in alcuni cognomi storici della regione. Ecco un altro esempio, enfatizzato dal fatto che questa azienda ha dato ai propri vini tutti nomi che contengono questa lettera. Una modalità che nel resto d'Italia porta a percezioni "esterofile". Innanzitutto serve chiarire che la pronuncia è quella di una "i" normale. E non come nelle lingue anglosassoni, a generare una specie di "g". Certo, la presenza della "j" potrebbe indurre, in chi non è piemontese di origine, qualche dubbio sulla modalità di pronuncia. Questo è un rischio reale. Ma vediamo i nomi in questione. Rovej, come spiega il produttore nel proprio sito internet, "...in piemontese, significa “rovi”. Da vigne abbandonate, avvolte dai rovi, sono state prelevate le gemme per per realizzare le attuali vigne". Nella gamma di questa azienda troviamo anche il "Morej" che in piemontese significa moro o scuro, poi abbiamo "Preja" che "...in piemontese, significa pietra. Proprio su una pietra affiorante è stata ritrovata l’ultima vite di Baratuciat da cui ho prelevato le gemme per realizzare le attuali vigne", afferma il produttore. Qualche parola anche sul design delle etichette, molto, ma molto, lineari, semplici, dirette, diciamo "senza fronzoli", quindi piuttosto spartane. Fondi colorati piatti, il nome del vino e quello del produttore sul fronte e poche righe sul retro. Estremismo di sintesi o sintesi estrema che dir si voglia. Nota di merito per quanto riguarda il carattere di scrittura. Originale, molto leggibile, moderno, gradevole.

Evidenti Esortazioni Esclamative

branding marketing comunicazioneMonferrato Rosso, Gianni Doglia.

Cosa ci può essere di più attenzionale di un punto esclamativo rosso a tutta grandezza? Eppure questa etichetta non ci convince fino in fondo. Si tratta del Monferrato Rosso di un produttore astigiano, da vitigno Merlot al 100%. Sembra perfino troppo facile. Ma vediamo cosa può trasmettere un'etichetta di questo genere. Certo si fa notare, grazie anche al colore rosso su fondo scuro (praticamente nero). È aggressiva, si impone, così come un verbo affermato all'imperativo. Con tanto di punto esclamativo. Quindi abbiamo una attenzionalità che si trasforma rapidamente in aggressività. Vuole primeggiare. Essere importante. Ma di fatto cerca di acquisire importanza con tracotanza. Come farebbe una persona che vuole farsi notare a tutti i costi, magari con un abbigliamento sfarzoso o dissacrante e per di più si presenta parlando a gran voce e affermando ai quattro venti di essere migliore di altre. O come certe pubblicità che sfruttano elementi "ancestrali" o provocanti per attirare attenzione a tutti i costi, nel bene e nel male. Si tratta di una strategia che può pagare in termini di distintività ottica, ma non fondandosi su qualcosa di concettualmente strutturato rischia di lasciare il tempo che trova. Cioè di non costruire sul futuro con i "fondamentali".