Dama Peccaminosa in Estate Californiana

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Summer in Napa (SIN), Pinot Noir, Trefethen.

etichette vino winedesign winelabellingSalta subito all'occhio la gaudente dama inglese sull'altalena (inglese nello stile, il vino è californiano, Napa Valley). Forse è l'insieme di colori, sul rosa ma accesi. Forse è la spensieratezza che questa immagine richiama. Una leggerezza estiva che probabilmente questo rosé è "incaricato" di addurre. Il nome del vino è un gioco di parole: SIN, dove alla base viene specificato "Summer in Napa". Quasi un invito, visto che l'azienda vinicola che produce questo vino è anche organizzata per una ospitalità di tipo enoturistico. Il fatto è che "sin" in inglese significa peccato. Cioè un riferimento al peccare, ad indulgere in comportamenti "baldanzosi". A guardare bene (purtroppo le immagini reperibili in rete non sono di qualità) in basso a sinistra si vede un uomo nell'atto di spingere l'altalenante signorina e/o alternativamente, vista la posizione, di sbirciare tre le sue sottane. Possiamo dire di essere di fronte a un'etichetta gioconda e spiritosa che al tempo stesso però esprime il senso di estate e di spensieratezza. Non è un caso allora che nel testo di accompagnamento alla scheda del vino, nel sito del produttore si legge: "Live on the edge and be SINful!"

Un Moscato Femminile e Saraceno

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Milirosu, Moscato di Saracena, 
Masseria Falvo 1727.

Il prodotto "fiore all'occhiello" di questa azienda calabrese, situata quasi al confine con la Basilicata, nei pressi del Parco Nazionale del Pollino, è un passito davvero particolare, perché ottenuto, in parte, dalla concentrazione tramite bollitura di due dei tre vitigni che lo compongono. Si tratta di una antica tradizione mutuata dai saraceni. Ecco cosa riferisce in proposito il sito aziendale: "Nel 1915 Norman Douglas, nel suo libro Old Calabria, fa risalire il vitigno del Moscato di Saracena "...all'uva portata dai saraceni da Maskat...". Ottenuto seguendo un'antica ricetta che le famiglie "saracenare" si tramandano con piccole personalizzazioni, ma con due note indissolubili e costanti: la concentrazione del mosto tramite bollitura e l'inconfondibile presenza del Moscatello". A questo punto, visto che l'etichetta, graficamente, non offre grandi emozioni, passiamo a osservare il nome del vino: "Milirosu". Originale, sicuramente dialettale. Infatti il produttore ci spiega che "...nel dialetto locale, milirosu era un agrume molto particolare, che cresceva nell'area di Sibari, un'arancia dolcissima e profumata, dalla buccia liscia e sottile, che per queste sue caratteristiche non era reputato un frutto "da uomini", per cui i contadini ne facevano omaggio alle loro donne ed ai loro bambini". Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un nome e uno storytelling "sessista". Di fatto questa è la storia e merita di essere raccontata.

Francesismi in Terra di Puglia

branding grafica comunicazione marketingTrousse, Minutolo, Azienda Agricola Mazzone.

Pochi e chiari elementi in questa etichetta di un produttore pugliese. Abbiamo il nome del vino, il nome del vitigno, una piccola illustrazione e il nome e marchio dell'azienda. Fondo bianco ad evidenziare il tutto. Potremmo definirla un'etichetta "lineare" anche perché è connotata, oltre che dai semplici elementi descritti prima, da una linea che percorre in orizzontale tutto il fronte, dove troviamo seduta una minuta figura di donna con un vestito estivo a pois. E visto che abbiamo citato una parola in francese, passiamo ad analizzare il nome del vino, anch'esso in francese: "Trousse". Si tratta di una parola ben conosciuta anche in Italia, soprattutto da parte delle donne che spesso di questo oggetto fanno uso. Treccani dice che trousse è: "...derivato di trousser, mettere insieme, impacchettare". Inoltre può essere: "Astuccio per contenere oggetti varî destinati a un determinato scopo (i ferri di un chirurgo, l’assortimento di materiali di un fotografo, gli strumenti della manicure, i prodotti per il trucco, le lampadine di ricambio per automezzi, ecc.) oppure borsetta da sera per signora costituita da un astuccio rigido, di tartaruga, oro, argento, avorio, materie plastiche e simili, foderato di velluto o di raso". La gentile signora ritratta in etichetta non è dotata di borsetta ma immaginiamo che possa farne uso. Certo il significato del nome non collima con altre possibili ipotesi: il vino infatti non è un blend, bensì viene prodotto col vitigno "Minutolo" in purezza. Rimane quindi l'impressione che il nome sia "fine a se stesso", o meglio voglia ammiccare ad una certa eleganza francese della quale le donne italiane e i vini italiani non sentono il bisogno.

Le Virtù Eroiche di chi Produce Vino

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Aretè, Grillo, Anabasis.

È giovane il titolare di questa azienda vinicola siciliana. Ma ha già le idee molto chiare, a giudicare dalle etichette e dal vino che produce. Anche se, tutto sommato, avere le idee chiare o scure dipende dalla personalità e non dall'età. Le vigne e la produzione sono a Marsala, terra nota per quel vino ossidato che molti usano per cucinare e che gli inglesi si ostinano a bere. Ma gli inglesi sono altra cosa, si sa. Michelangelo Alagna (attenzione: il cognome corrisponde comunque a quello di una nota marca di vino Marsala, chissà...) coltiva e produce Nero d'Avola, Grillo e Zibibbo (secco) ai quali ha attribuito nomi che attingono nella saggezza greca, ancora molto presente in Sicilia. Riportiamo qui a sinistra l'etichetta di "Areté", parola greca (ἀρετή) che viene così descritta da Treccani: "...in origine significava la capacità di qualsiasi cosa, animale o persona di assolvere bene il proprio compito: così c’è un’aretè dell’arco, un’aretè del cavallo ecc. Di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino 'virtus' (questa infatti non è che l’aretè del vir, la bravura dell’eroe) per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo". L'illustrazione in etichetta, un disegno abbastanza semplice nello stile, diciamo narrativo, quasi fumettistico, rappresenta un percorso, una strada che dalla vigna arriva al tempio votivo. Il percorso è disseminato di clessidre a indicare il tempo necessario a compiere bene il tragitto (il lavoro). Nel sito internet dell'azienda, l'etichetta viene spiegata così: "Dopo un inizio segue sempre un percorso verso una meta. L'obiettivo da raggiungere, più è grande più è lontano. Il percorso, lungo, è scandito da diverse tappe, ognuna delle quali segna una crescita, un'ascesa verso la virtù e il valore. I compagni di questo viaggio non possono che essere volontà, coraggio e passione". Bella anche la descrizione di questa parola da parte del sito di consulenza filosofica che si chiama anch'esso "Areté" (ma con l'accento opposto, chissà chi ha ragione...): "Areté significa virtù. Oggi la parola porta con sé una sfumatura moralistica che non restituisce il suo significato originario. In realtà, sin dagli antichi Greci, parlare di virtù vuol dire parlare di ciò che rende la vita umana degna di essere vissuta, ricca di significato ed esempio per gli altri. Significa anche individuare alcune peculiari abilità, come quella di sapersi decidere e di saper governare se stessi". I nomi degli altri due vini in gamma sono, per il Nero d'Avola, "Katharsis" (la catarsi) e per lo Zibibbo, Hedonysm (edonismo). E infine il nome aziendale: "Anabasis" in riferimento all'Anabasi di Ciro, la più celebre opera di Senofonte. Non resta che aggiungere un commento sulla qualità dei nettari di questa piccola azienda: non sempre è possibile assaggiare tutti i vini che in questo blog analizziamo per quanto riguarda il packaging, ma in questo caso lo abbiamo fatto. E rifatto, perché erano molto buoni.

Romangia che ti Passa

Pensamentu, Cannonau, Cantina Sorres.

Siamo in Sardegna, ed esattamente in Romangia (che assona ma non c'entra con la Romagna) una zona circoscritta a nord dell'isola, tra Porto Torres e Castelsardo per intenderci. Il Cannonau laggiù (anzi, lassù) è di rito (e si chiama localmente Retagliadu Nieddu). Ancora di più per la Cantina Sorres di Sennori, visto che il Cannonau "Pensamentu", questo il nome del vino, è l'unico vino in "gamma". Iniziamo a scoprire il nome dell'azienda, "Sorres", che in dialetto significa sorelle. Sono infatti due giovani sorelle a portare avanti l'attività, dopo aver preso le redini e la conoscenza da nonni e genitori. In etichetta, infatti, il logo è rappresentato da due "R" contrapposte che all'interno dell'occhiello mostrano i profili del viso delle due titolari. Vediamo quindi il packaging: fondo nero, elegante, impreziosito da caratteri e grafiche in oro. In alto, in primo piano, una tipica decorazione da collo che è parte integrante del costume regionale che le ragazze indossano ancora oggi nei giorni di festa. Una trama che impreziosisce l'etichetta e che riporta alla bellezza delle tradizioni, che non sono solo enogastronomiche ma anche artistiche e culturali. Sul retroetichetta una citazione in dialetto, tradotta anche in italiano: "...un vino ...che dà conforto ad ogni dolore". E infine il nome, "Pensamentu", perché questo vino, adatto sì al pasto sia pure con adeguate (saporite) pietanze, con la potenza dei suoi 15% eleva l'anima e la mente verso strati di consapevolezza che rasentano la meditazione pura. Insomma, gli ingredienti giusti per una serata enoica ed eroica ci sono tutti. Anche perché il vino è davvero buono.

Le Etichette col Morbillo, Fatte con Amore

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Chakra, Autoctoni Pugliesi, Giovanni Aiello.

etichette branding graficaI vini si chiamano Chakra Rosso, Chakra Verde, Chakra Blu, Chakra Rosato e sono molto buoni. Lui si chiama Giovanni Aiello e si definisce "Enologo per Amore". Detto questo ci interessa richiamare l'attenzione sulle etichette. Davvero particolari, originali, uniche, nella loro "manifestazione" e ancor più nella loro realizzazione. Succede questo: Giovanni Aiello, titolare, enologo e in questo caso anche designer della propria azienda, ha pensato di creare una specie di "calco", un cliché, fissando su una tavoletta di legno dei chiodi da carpenteria con la testa di dimensioni diverse. Intingendo la sommità dei chiodi in un normale smalto da pittura e quindi imprimendo delicatamente questa matrice su una pellicola trasparente adesiva, ecco creata l'etichetta puntinata che caratterizza la linea vini di questa azienda pugliese. Colori diversi per i diversi prodotti: gli autoctoni utilizzati sono Verdeca, Maruggio, Marchione per i bianchi e il Primitivo per il rosso e il rosato. Si tratta di un lavoro paziente e lungo, totalmente gestito "a mano". Una volta asciugata la tinta, le etichette, sempre a mano, vengono fatte aderire al vetro delle bottiglie e sono pronte per la vendita, ma soprattutto per sorprendere l'occhio dei curiosi clienti. Nel sito del produttore come rational di questa idea si legge: "La linea Chakra, con le sue etichette dipinte a mano, rimanda all’essenzialità dei paesaggi pugliesi, fatti di pietra viva e colorate distese di campi". E ancora: "La qualità richiede tempo, passione ed estro creativo. È una sfida, e l’abbiamo accettata, dipingendo a mano ogni etichetta, con pazienza e perseveranza. Il risultato? Irregolare, insolito, singolare: proprio come piace a noi". Un risultato a tutto campo che riguarda l'estetica delle bottiglie, il branding, il modo di comunicare e naturalmente la qualità elevata dei prodotti. Applausi.

Pecorelle Smarrite in Terre Marchigiane

Saltatempo, Verdicchio, La Marca di San Michele.

Non si tratta di un Pecorino (vitigno) come spesso capita vedendo una pecorella in etichetta. Bensì di un Verdicchio (pur sempre delle Marche, nei pressi di Jesi). Curioso il nome, innanzitutto: dopo gli altri due nomi originali di vini di questa azienda (Capovolto e Passolento), incontriamo il "Saltatempo". E cerchiamo una interpretazione. Forse la si trova nel fatto che il vino è "di pronta beva", ovvero si tratta di un vino di "seconda gamma", o ancora meglio, tecnicamente, di seconda spremitura. Insomma si risparmia tempo perché non è un vino da invecchiare (per chi lo vuole bere) e risparmia tempo il produttore che non deve affrontare cicli produttivi troppo complessi. Non è un "cru", è un vino "spicciolo" senza pretese di essere king-of-the-hill. Veniamo alla curiosa immagine. Una illustrazione quasi fumettistica che raffigura una pecorella, come detto all'inizio di questo post, griffata con una stella rossa in stile russo o anche cubano, che salta un ostacolo. Dietro di lei un piccolo gregge. Forse il riferimento è anche al modo di dire "contare le pecore", per chi fatica ad addormentarsi. Certamente il tutto attira l'attenzione, sia per le scelte cromatiche (nero, bianco, rosso), sia per l'immagine decisamente curiosa. 
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Sprazzi di Semplicità Cromatica

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Il Vei, Ortrugo, Savino Braghieri.

Nella sua semplicità questa etichetta attira l'attenzione. Forse sono i colori, quella foglia di un verde molto vivo, oppure quel puntino rosso che attira l'occhio e che corrisponde a una graziosa coccinella. Per il resto, nulla di eclatante: un carattere di scrittura graziato per la definizione del vitigno che compone questo vino: Ortrugo dei Colli Piacentini. C'è un altro elemento focalizzante in etichetta, "il Vei", facente funzione di nome, ma anche nome aziendale, apprendiamo dal sito della proprietà. Si apprende anche che si tratta di dialetto piacentino: "il Vei" infatti significa semplicemente "il vino". Niente di più facile e coerente, visto che l'azienda si propone come biologica e quindi dai tratti comunicativi, oltre che organolettici, di tipo non edonistico. Tutte le etichette della produzione aziendale presentano in primo piano la verdissima foglia di vite (con coccinella) e il nome "il Vei", cambiando solo il colore della fascia superiore e logicamente la specifica del vitigno utilizzato per i vari vini in gamma. I nomi dialettali spesso portano difficoltà di pronuncia e di memorizzazione per un pubblico non locale, ma in questo caso l'estrema brevità del nome risolve, almeno in parte, la questione.

Niente di Niente ma Almeno l'Uva c'è

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Nà de Nà, Croatina e altre uve locali, Gualdora.

grafica design comunicazione brandingL'etichetta di questo vino piacentino, che negli ultimi anni è cambiata mantenendo una semplicità essenziale, se non elementare, porta il vezzo di un nome in spagnolo: "Nà de Nà". Una scelta che si ritrova anche in un altro vino della gamma aziendale, il Blanca (Malvasia). Nel sito non viene riportata una ragione specifica, forse questa scelta è dovuta all'ipotesi che per l'azienda la Spagna è un canale di vendita privilegiato (nel sito infatti la traduzione dei testi viene operata anche in lingua spagnola). È facile intuire che "Nà de Nà", cioè "nada de nada", significa "niente di niente", e rispecchia la "fisionomia" di questo vino che, come dichiarato nella scheda tecnica, viene prodotto senza solfiti aggiunti, senza additivi o coadiuvanti e non viene sottoposto a processi di stabilizzazione. Negli ultimi anni la moda dei vini "senza niente" sta dilagando, con la relativa esigenza da parte dei produttori di segnalarlo con forza in etichetta, non solo con diciture "tecniche" ma anche con nomi che possano ricondurre direttamente alla questione. La scelta di farlo, in questo caso, in lingua spagnola è curiosa, diciamo simpatica. Fortunatamente la somiglianza tra l'italiano e lo spagnolo facilita la fruizione intuitiva di questo nome. Per quanto riguarda l'impronta grafica di queste etichette, sia per quella precedente (a sinistra) sia per quella attuale (a destra), vediamo che il colore la fa da protagonista: tutti gli altri elementi di attenzionalità, in gran parte assenti, delegano alla cromìa il compito di attirare l'attenzione. 

Piccole Gioie di Oggi in Abito Anni '70

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Piccole Gioie, Moscato (dolce) d'Asti, Ghione.

etichette illustrazione grafica comunicazioneQuesta azienda famigliare di Canelli, Piemonte, oggi è gestita da Anna, l'ultima generazione, ma è attiva dal 1800. L'immagine percepita dal sito e dal logo aziendale è di qualcosa di "datato", uno stile grafico che si potrebbe riferire agli anni '70, forse mai cambiato fino ad ora. In ogni caso l'immagine-chiave che figura su tutte le etichette non è brutta, anzi. Denota creatività e incisività: si vedono due mezzi bicchieri con al centro un grappolo, anch'esso smezzato. I colori dello sfondo confermano la "spaccatura" che rende il tutto molto dinamico e in un certo senso moderno. Una modernità d'altri tempi, ma che a livello di impatto visivo resiste. Il nome del vino che abbiamo scelto come esempio di tutta la gamma è "Piccole Gioie", forse si chiama così perché tra tutti i prestigiosi vini piemontesi, il Moscato (dolce) d'Asti è davvero definibile come una piccola gioia finale che di solito si degusta con qualche dessert. I toni del verde rispecchiano i riflessi del vino e sono coerenti. Come si diceva all'inizio di questo articolo anche le altre etichette della casa riportano il medesimo disegno, con nomi diversi, e logicamente con colori diversi, sempre "coordinati" con il tipo di vino. Rosa e fucsia per il rosé, giusto per menzionarne e visionarne un altro. In generale l'etichetta a nostro parere piace, identifica, distingue, caratterizza. Ha insomma una propria dignità.

Un Frizzantino Canadese al Confine della Realtà

marketing branding grafica comunicazionenaming packaging design etichette vinoOrigin, Vino Frizzante, Between the Lines.

Il vino in questione e raffigurato qui a sinistra si chiama "Origin" ma la sua vera origine "strutturale" non è data a sapersi. Nel senso che non vengono citati vitigni o metodo di lavorazione: il produttore e qualche recensione di e-commerce in rete dicono solamente che si tratta di un vino frizzante e "aromatico". Da bere così o da utilizzare per realizzare cocktail o mix-appeal vari. Si tratta di un vino in lattina, come si può vedere. Una lattina di quelle lunghe e strette, con un packaging che potremmo definire quasi natalizio, in generale con velleità festose: sfondo bianco, scritte e particolari in oro. Oltre al nome, in verticale e in dimensioni assolutamente visibili, ci sono, a quando sembra, delle bolle o bollicine che svolazzano e formano una specie di tema, di texture. Potremmo definirlo un prodotto moderno? Giovane? Spigliato? Probabilmente. Mercato americano, produttore canadese che si trova proprio sul confine tra Usa e Canada, nella zona delle cascate del Niagara e da questo il nome aziendale "Between the Lines" che si concretizza anche con un logo che traccia con una linea il confine. Agli yenkee piacendo.

Matto Anche il Gatto

branding grafica illustrazione comunicazioneSciarmat, Spumante Metodo Martinotti, Cascina Albano.

branding desing storytelling comunicazione"Il Vino Spumante “sCiarMat” è il prodotto più matto di Cascina Albano..." inizia così il testo di commento a questo vino, nel sito del produttore. Una follia, quindi. Che appare subito evidente al primo sguardo: il nome del vino "gigioneggia" con il termine francese "Charmat" (detto anche Metodo Martinotti), prendendo un po' in giro i cugini d'oltralpe ma alludendo anche a un presunto significato dialettale, infatti l'azienda a proposito del nome dice: "Il suo nome racconta la filosofia racchiusa in ogni bottiglia di sCiarMat, tradotto dal piemontese significa “questo chiaro matto”. Infatti è una bollicina chiara ed esplosiva, nata e cresciuta a Barbaresco, per questo capace di distinguersi da tutti gli altri spumanti Metodo Martinotti. Ed è proprio lui, il chiaro matto, dipinto in etichetta, che ci trasporta nel suo mondo surreale, dove le bollicine inebrianti, descritte dalla carta perlata, ed il profumo di fiori, raccontato dalla carta da gioco, ci avvolgono. Il leggero grado zuccherino, tradizionale di uno spumante extra dry, è rimarcato dal soffice gattino sopra il cappello. Il chiaro matto è un seduttore, capace di far innamorare chiunque lo assaggi". Folle il nome, folle la sua descrizione. Folleggiante anche l'immagine del prestigiatore/mago con l'asso di fiori (e il gatto sopra la testa). A proposito l'asso di fiori nei tarocchi simboleggia creatività e sensualità. Un vino spumante è perfetto in tutto questo.

Sfiziosa e Maliziosa, insomma: Besiosa

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Besiosa, Malvasia Aromatica di Candia, 
Azienda Agricola Crocizia.

branding marketing comunicazioneUn vino che si nota subito per il suo colore, quasi aranciato. E per il look della bottiglia. Tappo a corona (il vino è frizzantino), etichetta vistosa e nome... "Besiosa". Siamo in Emilia, vicino alla nota Langhirano (patria del nobile Culatello), dove il dialetto e la parlata locale risultano, subito e sempre, molto simpatici. Ed è in questo senso che va cercato il significato complessivo dell'etichetta in esame. Non a caso il produttore, nel proprio sito internet, dice, a proposito di questa Malvasia: "Pungente e 'besiosa' come solo le donne sanno essere". Nel visual, sia sul fronte che sul retro, l'immagine di una giovane donna con atteggiamento "capriccioso" conferma il concetto da comunicare. Insomma un vino frizzante, forse un po' insolente, sicuramente caratteriale. La scelta di caratterizzare l'etichetta con colori così forti viaggia nella direzione della visibilità a scaffale e della memorabilità. Con l'empatia che contraddistingue gli emiliani. Prova ne sia anche la scelta degli altri nomi dei vini di questa azienda: Otòbbor (Barbera), Znèstra (Malvasia), Sòl & Stèli (Sauvignon), Ciderpunk (sidro di mele).

Volano Farfalle Lunatiche: che Spettacolo!

branding marketing comunicazionebranding marketing comunicazioneLunatico, Monastrell, Casa de la Ermita.

Cosa si può dire di questa etichetta? Che è visionaria? Certamente che è creativa. Fantasiosa, artistica, allegorica, iconica e quant'altro. Insomma è davvero bella laddove un'etichetta ha anche il compito di far sognare. Ecco, sembra un sogno, un miraggio, una poesia. Le componenti sono la luna, richiamata anche dal nome del vino, "Lunatico", un folle ciclista d'un tempo che percorre il suolo lunare sulla sua sommità, e uno sciame di farfalle colorate (realizzate con inchiostri in rilievo) che si distacca, effettivamente nasce, da un fianco dell'astro d'argento. Sembra un film di Fellini, anche se non siamo in Romagna e nemmeno in Italia perché il produttore è spagnolo. Da notare che le farfalle, in un certo senso, proseguono il loro volo verso l'alto, riappaiono sul collarino della bottiglia e poi, immaginiamo, volano via nel cielo. Immaginare: perché è questo che un vino, e ancora prima la sua etichetta, deve far succedere. E quindi complimenti al designer.

Vento di Combattimento in Sardegna

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Riak, Cannonau Rosé, 
Tenute Gebelias.

Le etichette di questo produttore di Lanusei (Sardegna) si distinguono per un look originale che presenta disegni con un tratto molto essenziale e nomi particolari scritti con un carattere insolito. Ma andiamo con ordine. Il packaging è semplice nella sua configurazione, sul fronte etichetta troviamo solo due elementi: l'illustrazione e il nome (anch'esso realizzato in stile "illustrativo"). La serie si chiama "le battaglie" e il produttore la commenta così, nel sito internet aziendale: "Abbiamo scelto l'idea di tre battaglie per esprimere la forza e il valore di questi prodotti... sono battaglie antiche, nuragiche, compiute per mare, per terra e per aria, così come appunto avveniva nell'antichità. Sono simboli della nostra terra, sono i famosi bronzetti con gli scudi (noti anche come guerrieri a 4 braccia e 4 occhi), le note navicelle nuragiche, i valorosi arcieri Shardana con frecce e archi. Sono stati ideati creando volutamente una geometria caotica ma allo stesso tempo fatta di segni semplici, puliti e moderni". Nel caso che raffiguriamo in questo post si vedono infatti degli arcieri contrapposti, di due colori diversi, i neri contro i rossi. Il vino in analisi è il Riak (gli altri due della serie "le battaglie" sono Amistral, un Vermentino, e Karam, un Cannonau in purezza). Il significato del nome "Riak" attinge alla lingua araba e sta per "vento". Ecco cosa dice in proposito il produttore: "I vigneti aziendali impiantanti sull’altopiano di Gebelias sono protetti naturalmente dalle sferzate dei venti di maestrale e di tramontana; sferzate che altrimenti colpirebbero i ceppi come frecce saettanti; solo a quelli di ostro e scirocco, che arrivano direttamente dal mare, è permesso soffiare delicatamente tra i filari per favorire la fioritura; il Cannonau, varietà coltivata da millenni in Sardegna, riesce così a produrre al meglio, regalandoci “Riak”, emblema della Sardegna, che in arabo significa vento e che dal vento sembra quasi prendere l’anima". Da notare infine la modalità di scrittura del nome, non molto leggibile a dire il vero, in favore di una ostentata creatività quasi pittorica, forse non indispensabile.
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La Teoria della Scimmia Ubriaca

illustrazione grafica disegno scimmia
Major Kong, Syrah, Payten & Jones.

Le etichette di questo produttore australiano hanno attirato la nostra attenzione come, ne siamo certi, attireranno l'occhio di innumerevoli avventori da scaffale o da enoteca. Potremmo definirle "visionarie", anche perché probabilmente sono il frutto artistico di qualche "stato di coscienza alterato", come il buon Marco Margnelli andava studiando ed erudendo. E non stiamo parlando solo di stupefacenti, logicamente. Certo che lo scimpanzè evidentemente ubriaco e fumante (non si sa cosa) porta la dimensione concettuale verso lidi allegorici ed "evasivi". Complice anche quella pioggia di botti paracadutate che attorniano il primate. Ma le osservazioni non finiscono qui. Il tratto dell'illustrazione è fumettistico, ben realizzato da mano esperta e ludica, il carattere di scrittura dei testi a lato del disegno è modernista, dinamico, concettuale anch'esso (da macchina da scrivere, per intenderci). Nel testo scorgiamo alcune "stranezze" creative: "Planet of the Grapes" e ancora "Wild Bunches & Drunken Monkeys" a conferma del clima generale della proposta comunicativa. E infine anche nelle note tecniche non ci si accontenta di essere normali: "Contains approx 7.7 standard drinks" ad indicare il numero di calici mescibili dalla bottiglia. Non c'è che dire: un packaging devvero insolito e bizzarro, ma concepito con intelligenza. Prova ne sia la filosofia, molto particolare, che nasce "dalla teoria della scimmia ubriaca" che il produttore descrive qui, con molta ironia. Chapeau! P.S.: anche altre etichette del medesimo produttore sono interessanti, come quella del Sangiovese (australiano, biensüre) che si chiama Leuconoe. Ma questa è tutta un'altra storia...

Semplicità Aristocratica in Mosella

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Der Graf, Riesling Renano (Mosella), Philip Lardot.

A volte basta poco (ma nel meno c'è il più, come molte volte affermato in queste pagine). Sembra proprio essere il caso di questo Riesling della Mosella (che dagli esperti viene definito Naturale, Organico, Biodinamico, insomma quella tipologia di vini). Il nome del vino è "der Graf" che in tedesco significa il Conte. E infatti l'unica immagine che si staglia nero su bianco in etichetta è quella di un viso aristocratico, senza percepibili contorni facciali ma con un cilindro imponente sulla testa. Lo stile, sia pure proponendo un disegno classico, è insolito. E anche giocoso, nonostante il Conte ci osservi così serioso attraverso il suo monocolo. I baffoni d'epoca, in questo caso aiutano. Quindi un fronte-etichetta che propone solo due elementi: il nome del vino e un piccolo disegno al tratto. Concettualmente sinergici e di forte impatto. Ma forse c'è dell'altro. Sembra infatti che le vigne dalle quali proviene l'uva che serve a produrre questo vino siano (in inglese) "ungrafted", cioè a Piede Franco, non innestate su Piede Americano, insomma. Cioè viti prefilossera (Phillossera Vastatrix, un esserino malevolo e ingordo che si mangiava le radici della vite e la vita dei viticoltori, il secolo scorso). Da "ungrafted" a "der Graf" il passo non è breve ma foneticamente comprensibilie, sia pure con un salto linguistico tra inglese e tedesco. Il gioco potrebbe essere plausibile. Ma è solo un affascinante esercizio di ginnastica semantica.

Testi Simpatici, Grafica Rivedibile

grafica marketing branding comunicazioneMalandrino, Montepulciano d'Abruzzo, 
Cataldi Madonna.

grafica marketing comunicazione brandingQuesta azienda abruzzese che non spicca in modo particolare per il packaging dei propri vini, risolve invece con simpatia e creatività i testi del fronte etichetta. Si tratta di un caso molto raro, ad esempio, quello del "Malandrino", che riporta sotto al nome del vino una accurata spiegazione dell'etimo e della semantica di questo naming. Molto bene: il nome viene rafforzato dalla spiegazione che serve anche come memorizzazione e "fase empatica" con il potenziale o abituale cliente. Il Malandrino è un vino icona dell'azienda, prodotto con uve Montepulciano d'Abruzzo così come il "Piè delle Vigne", cerasuolo, quindi con una modalità produttiva diversa che punta ad ottenere un vino più "fresco e nervoso" e quindi dotato di maggiore bevibilità. Curioso anche in questo caso l'utilizzo del fronte etichetta dove troviamo una descrizione della modalità produttiva del vino, descrizione divisa in fasi (lettere). L'etichetta che abbiamo trovato in rete non si legge completamente ma tra le frasi presenti ci piace segnalare alla lettera f.: bevuta: sensazione trans. (ognuno interpreti come vuole o riesce) e quindi g.: come le sue origini (idem come sopra) e infine alla lettera h. una citazione di Aristotele: "la virtù è sempre nel mezzo". Insomma, filosofia (e ironia) a piene mani.

Brad Pitt e i Suoi Fratelli

comunicazione mktg grafica
Pitti, Blend di Rossi, Weingut Pittnauer.

comunicazione marketign graficaNon si tratta di un omaggio al celeberrimo Palazzo Pitti di Firenze, oggi scrigno di opere d'arte, all'epoca palazzo fatto edificare da Luca Pitti, in competizione con altre famiglie nobili fiorentine e successivamente ceduto ai Medici. Si tratta qui del cognome del titolare di una azienda vinicola austriaca del Burgerland. Ma non si può certo escludere che qualcuno, nel mondo, digitando "Pitti" in Google, e cercando il famoso palazzo, possa capitare nell'elenco di immagini che comprendono l'etichetta di questo rosso a base di Zweigelt, Baufränkisch e Merlot. L'azienda Pittnauer ama giocare con le etichette, siaper le immagini sia, e soprattutto, col proprio cognome. Nella gamma troviamo, come altro esempio, anche un RedPitt che naturalmente non ha nulla da spartire con il la RedBull o con il PittBull razza di cani mordaci o ancora col noto attore Brad Pitt (che all'anagrafe fa William Bradley Pitt) anche se il collegamento fonetico è tutt'altro che improbabile. Insomma, volute o non volute le allusioni ci sono. E anche se per gioco, qualche elemento di curiosità e di ricerca in più, lo potrebbero portare.

Etichetta con Fiori (Italiani, Tedeschi e Inglesi)

arte grafica illustrazione comunicazioneFlowers, Pinot Bianco, Von Blumen.

Chiariamo innanzitutto che "dietro" a questo marchio altoatesino (l'azienda si chiama Von Blumen e sotto a questo nome si legge anche "Kellerei in Südtirol" in tedesco) c'è una azienda agricola italianissima, che si chiama Roeno, di proprietà della famiglia Fugatti con sede a Brentino Belluno (Verona). Quindi una cantina italiana che per differenziare ls propria offerta crea un marchio altoatesino e naturalmente coltiva le uve e produce proprio in Alto Adige i vini di questa linea "di montagna". Passando all'etichetta vera e propria qui in visione e analisi scopriamo non senza qualche esitazione (dovuta ai soliti problemi di leggibilità del carattere di scrittura) che il nome del vino è "Flowers", fiori in inglese (mentre Von Blumen sarebbe "di fiori" ma in tedesco). Un fiore (sembrerebbe una stella alpina) è stato collocato anche nel logo aziendale (visibile alla base dell'etichetta). Fiori molto stilizzati, diciamo artistici, a tutto campo anche nella parte centrale dell'etichetta. Sembrano delle macchie di inchiostro da vicino, ma da lontano potrebbero ricordare dei fiori, in effetti. Il colpo d'occhio è forte, grazie soprattutto allo sfondo giallo che crea uno stacco molto attenzionale. Cosa racconta di sé l'azienda? Ecco una breve descrizione che riguarda proprio il nome di linea "Flowers": "...è il nome scelto per rappresentare le massime selezioni del progetto Von Blumen. Sotto il nome di Flowers si troveranno dunque le tipologie che in un determinato millesimo ci hanno permesso di isolare, nei nostri vigneti, alcune piccole parcelle straordinarie che hanno poi seguito un affinamento differente e prolungato. Altrettanto diverse si presenteranno l’etichetta e la bottiglia, al fine di creare un preciso tratto distintivo e altresì complementare con i vini della linea Von Blumen classica". In sintesi l'etichetta convince nella parte superiore, dove uno stile da arte contemporanea propone una estemporanea fioritura, convince meno nella parte inferiore, a sfondo bianco dove la grafica appare approssimativa.

Oche, Monache, Galli e Fantasia.

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L'oca guardiana che dorme beata, Pallagrello Bianco, Aia delle monache.

marketing branding naming comunicazioneCosa dire? A parte il fatto che il concetto di "oca guardiana" è molto bello (Oche del Campidoglio, annessi e connessi). Ma qui siamo di fronte a un cambio di marcia totale. Forse si tratta di un cambio automatico rivoluzionario. Evolutivi i nomi, stravolgenti i colori, intelligente il concept che tratta di vedere attraverso una rete (ritratta graficamente sulle etichette) le scene di vita campestri nei pressi dell'azienda vitivinicola in questione. Abbiamo preso come esempio il nome di questo Pallagrello Bianco che si chiama proprio così: "L'oca guardiana che dorme beata". Un racconto, una poesia, una storia in 5 parole. Certo non è un nome propriamente detto, si tratta di una frase, ma tanto basta, e avanza, per generare attenzione e simpatia. Ci piace anche citare il rational dell'agenzia di packaging che ha creato le etichette: "Aia delle Monache è un’azienda vitivinicola della provincia di Caserta. Nell’aia, aldilà della rete, si intravedono scene di vita quotidiana, brevi racconti che disegnano momenti e solleticano l’immaginazione. C’è l’oca, il gallo, c’è la cura e la soddisfazione con cui Radegonda porta avanti il lavoro della terra e ne raccoglie i frutti. Questo progetto di identità visiva ha la pretesa di rompere i classici schemi di comunicazione del prodotto vino, di attirare curiosità e attenzione verso una realtà che muove così i suoi primi passi". Non resta molto da dire se non segnalare gli altri nomi della gamma: "Il gallo di fretta canta all'alba lontana" (vitigno autoctono Casavecchia) e "L'ombra calma della quercia" (Pallagrello Nero). E cosa dire del nome del'azienda? Aia delle Monache, c'è tutto un mondo anche in queste tre parole.

Geografia di un Nome, Mappe alla Mano

marketing branding comunicazione marketingL'Ottava Isola, Etna Rosso, 
Tenuta di Castellaro.

È dotato di indubbia fantasia geografica questo nome scelto dal produttore per il proprio Etna Rosso (Nerello Mascalese e Cappuccio). Ebbene la storia va spiegata: la Tenuta di Castellaro ha sede a Lipari, nell'arcipelago delle Eolie a Nord-Est della Sicilia, costituito da 7 isole principali (più qualche altro scoglio sparso qua e là). Va da sé che "l'Ottava Isola" è la Sicilia stessa, oppure, in modo ancora più poetico e dettagliato, si tratta di quel "world apart" che sono le pendici dell'Etna, con il loro clima e terreni particolari. L'etichetta è molto grafica: presenta un grande 8 tipografico colorato ad aree con toni forti e quindi impattanti. Etichetta moderna per l'uso comune che viene adottto in questo periodo nella zona dell'Etna dalla gran parte delle realtà vinicole operati. Certamente di rottura, sia per quanto riguarda il nome sia per quanto riguarda il packaging. Da notare anche la caratterizzazione della bottiglia, che in prossimità del collo presenta un altorilievo in vetro che rappresenta "i Vigneri", marchio che nel sito dedicato viene spiegato così: "A Catania nel 1435 viene costituita la "Maestranza dei Vigneri". Questa importante associazione di viticoltori, operante sull'Etna, creò la basi per una professionalità vitivinicola di cui protagonisti erano gli stessi produttori-viticoltori. Dopo 500 anni, "i Vigneri" è una realtà operante sull'Etna ed in Sicilia orientale. I Vigneri è oggi il nome dell'azienda vitivinicola di Salvo Foti e di un gruppo di viticoltori autoctoni etnei, veri professionisti della vigna".

Bere Sotto la Pergola: Poesia di un Nome

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Bersò, Barbera Colli Tortonesi, 
La Corte Solidale.

Questa etichetta dallo stile misto, dove è identificabile almeno un pizzico di art-decò, si fa certo notare per una propria originalità. Sarà quel modo di scrivere il nome, sarà l'illustrazione in alto che raffigura una vite in modo allegorico, tra l'arabescante e l'arte contemporanea. Di fatto si distingue. Altra scelta particolare, che fa parte della grafica, quella di spiegare il nome del vino direttamente sul fronte dell'etichetta. Riportiamo quelle parole qui nel testo perché forse sono poco leggibili (abbiamo reperito in rete una immagine poco dettagliata, ma non ce ne sono altre): "Bersò... dal francese 'berceau', ovvero pergola, corrisponde a un antico metodo di coltivazione della vite; con ogni probabilità il termine ha dato origine al toponimo Berzano (Berzano di Tortona è dove ha sede l'azienda). Però 'berceau' vuol dire anche 'culla'; ci piace immaginare il nostro vino collegato a un'idea di culla di una nuova civiltà fondata sulle relazioni". Ed ecco quindi servita comodamente la spiegazione del nome, laddove non accade spesso: di solito il rational di un nome di un vino va cercato nei meandri dei siti internet dei produttori, molto spesso non si trova spiegazione alcuna o ci si deve accontentare di carpirla a voce nel corso di qualche incontro-degustazione. "Bersò" tra l'altro suona bene, è breve e memorabile grazie anche al fatto che può ricordare il "bere", come a dire: "so bere". Complimenti ai creatori (facendo finta di non aver visto quella foglia-logo con dentro l'immagine del cascinale).

Nonno Barolo e Bimba Pulcino.

branding marketing grafica comunicazione winelabelsRiserva Ravera "Vigna Elena", Barolo, Elvio Cogno.

Ecco un altro caso di etichetta "infantile", nel senso più puro e innocente del termine, cioè elaborata a partire da un disegno di una bambina molto piccola. La storia è semplice: Nadia Cogno e Valter Fissore nel 1991 decidono di piantare una nuova vigna, in concomitanza con la nascita della loro figlia Elena. La vigna e il vino che ne deriva vengono chiamati con il nome della piccola. "È il vigneto della rinascita, simbolo di un nuovo inizio" dice il produttore nel sito internet aziendale, dove si legge anche che: "L’eccellenza del Barolo Vigna Elena è testimoniata dalla scelta dell’etichetta: la figlia Elena ne è stata la piccola autrice, disegnando a tre anni per mamma Nadia e papà Valter un pulcino, divenuto da quel momento il simbolo del vino". Ed è questo il punto: siamo di fronte a un Barolo di grande levatura, tra l'altro prodotto solo nelle migliori annate, "un vino per i puristi del Barolo" precisa l'azienda. Tornando all'etichetta, è chiaro che la prosopopea del Barolo viene decisamente sminuita dal disegno del pulcino, dai tratti, appunto, fanciulleschi. Sono scelte, abbastanza estreme, dettate certo dall'amore filiale e non dal marketing o dai manuali di packaging design. Anche per quanto riguarda il nome, "Vigna Elena", nessun riferimento storico, culturale, tradizionale, toponomastico, bensì il nome di una bimba, certo nome celebre e risonante. Un omaggio famigliare che disdegna la sontuosità di certi Cru che evocano i "bric" più "altolocati" delle Langhe. Soggettivamente non siamo molto convinti da queste scelte, ma è il titolare del vino che decide e il mercato che eventualmente deve confermare.

Fantasia e Semplicità per Etichette "Ideali"

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Casa e Chiesa, Merlot, Tenuta Lenzini.

packaging illustrazione grafica comunicazioneQuesta azienda che ha sede sulle colline lucchesi ha generato un approccio semplice ma attenzionale per le proprie etichette. Un tratto concettuale gentile e artistico crea immagini, sulla bottiglia e nella mente di chi le osserva, oniriche e rilassanti. Colori tenui, temi bucolici. Per quanto riguarda i nomi dei vini abbiamo notato questo "Casa e Chiesa" che ripropone un modo di dire noto nelle italiche regioni: essere "tutta casa e chiesa", di solito riferito a una donna, significa manifestare una purezza d'animo e di comportamento apprezzabili, quanto meno dai benpensanti. Retaggi del passato se vogliamo, riferiti a un modus vivendi che relega la vita personale all'ambiente di casa e, quando fuori da essa, a quello della chiesa. In questo caso la casa e la chiesa sono presenti sul luogo, sono rappresentazione di circostanze non solo comportamentali ma anche topografiche. "Casa e Chiesa" comunque lo si "legga" è un nome che attira l'attenzione, genera discussione, aiuta la fruizione (del vino), della chiacchiera e della beva. Belle le illustrazioni che raccontano scene campestri quasi sempre con un lui e una lei, in questo caso fuggente (non va in chiesa, forse torna a casa). Proponiamo anche, qui a destra, l'etichetta di "la Sirah", ugualmente curiosa e piacevole.