Omini Bizzarri per il Re del Classico

grafica marketing immagine comunicazione
Barolo, Diego Conterno.

Le etichette di questo produttore piemontese sono caratterizzate da alcuni "personaggi" estremamente stilizzati, degli "omini" filiformi, che compiono diverse "scenette". Sicuramente si tratta di una modalità nuova per le Langhe, dove regna la classicità non solo nella produzione, ma anche nella comunicazione del vino. Una scelta coraggiosa quindi, distintiva, originale, fuori dagli schemi. E in quanto tale premiante. Certo che per quanto riguarda in particolare il Barolo, qui ritratto a sinistra nella versione "vecchia" e nell'etichetta recentemente rinnovata (col nome del produttore più grande), la fumettistica gag potrebbe sembrare poco seria, troppo giocosa. Nell'etichetta del Barolo di Diego Conterno si vede un omino maschio che dall'alto di una bottiglia (dalle proporzioni sfalsate), avendola forata con un martello, fa defluire il prezioso nettare direttamente dentro a tre bicchieri (curiosamente si tratta di un flut, di un calice a tulipano e di un bicchiere da acqua). Lì di fronte una "omina" donna in attesa, sembrerebbe applaudire. Non c'è che dire, si tratta di qualcosa di bizzarro. Lo stile, diciamo così, fumettistico, è molto sommario, essenziale, fanciullesco. Non ce la sentiamo di esprimere un parere personale positivo, sia pure essendo sempre a favore di soluzioni di packaging innovative e che escono dal "seminato". Sarebbe bello stare a sentire in qualche trattoria della zona i commenti di clienti e colleghi. Per sondare quanto in là può spingersi la voglia di innovare.

Nomi Arrotondati per Vini Austeri

branding marketing concept storutelling
Rotondo, Aglianico del Vulture, Paternoster.

Questo vino, di una nota azienda di Barile in provincia di Potenza, nella zona vulcanica del Vulture, si chiama "Rotondo". Parola in italiano che lascia pochi dubbi per quanto riguarda il suo significato. Rotondo è il cerchio. Rotondo è il pallone. E parlando di gusto quando si usa questa parola si allude a qualcosa di gradevole al palato. Nel vino in particolare con questa accezione si vuole rappresentare una sensazione vellutata, di confortevole morbidezza. E invece no. Anche perché il vitigno in questione, l'Aglianico è tutt'altro che "rotondo", almeno in origine. Il significato di questo nome va cercato nella toponomastica, come spesso accade per i vini italiani. Infatti il produttore, nel sito internet aziendale, spiega che: "Contrada Rotondo, in agro di Barile, è storicamente uno dei luoghi più suggestivi ed ambiti per la coltivazione del vitigno Aglianico. In loco è ubicata la tenuta “Villa Rotondo”, di proprietà della famiglia". Si tratta quindi del nome di un luogo e non di una caratteristica organolettica. Certo che questo nome potrebbe trarre in inganno il potenziale cliente che vorrebbe trovare corrispondenza tra l'aggettivo e il "gustativo". Può essere che l'azienda abbia volutamente generato questo equivoco per sfruttare la piacevolezza del nome, la sua indubbia rotondità. In ogni caso una riflessione più approfondita sarebbe stata auspicabile.

Metterci la Faccia (Illustrata)

Roero Arneis Docg, Cantina Tibaldi.

Da qualche anno si assiste alla "presa di posizione" di molte giovani donne nelle aziende vitivinicole di proprietà famigliare. Il caso delle sorelle Tibaldi attiene a questo nuovo corso davvero interessante perché inietta nuove energie (ed una più ampia sensibilità, non solo olfattiva e gustativa) in un mondo che fino a poco tempo fa è stato prettamente maschile. Ecco il racconto delle dirette interessate che si trova nella Home Page del sito aziendale: "Circa un anno fa, abbiamo pensato di rinfrescare, dare un tocco più colorato alla nostra etichetta, ideando un'immagine che rappresentasse una giovane cantina nata dal legame tra due giovani sorelle che con allegria e forza trasformano in lavoro la propria passione: il vino. L'immagine che avevamo in mente era un'immagine fresca, allegra, colorata ma soprattutto elegante e femminile. Chi meglio di due artiste donne a trasformare con carta e pennello quest'idea in realtà? Ci siamo rivolte a Carla e Giulia che hanno saputo cogliere i nostri caratteri distintivi e ne hanno creato un'immagine che interpreta appieno le due sorelle, spiritose e vivaci". In pratica il logo che occupa tutte le etichette dell'azienda è stato creato da due donne (illustratrici) per due donne (produttrici). Il risultato? Simpatico, senza dubbio. I due visi ammiccanti di Monica e Daniela creano empatia, allegria, fiducia. Forse il design complessivo delle etichette è migliorabile: adesso è molto essenziale, lineare e "semplice". Nulla di sbagliato, ma qualche elemento grafico valorizzante protrebbe giovare ad una percezione più strutturata dei prodotti.
camunicazione vino etichette

La Storia Infinita dei Nomi Autoctoni

etichette vino grafica marketing storytelling
Grecomusc', Irpinia Bianco Igt, 
Cantine Lonardo.

La strana storia di questo vino e del suo vitigno inizia dal nome. Un nome attribuito all'uva in questione dagli avi di quelle terre. Una via di mezzo tra il sentito dire e l'adattamento dialettale di caratteristiche morfologiche. Bella ed esaustiva la spiegazione del produttore nel proprio sito internet. Ecco un sunto: "Uva bianca autoctona nota in passato in Irpinia con il nome di “Grecomusc’” ma iscritta dal 2009 nell’elenco dei vitigni autoctoni italiani con il nome di “Rovello” o “Rovello Bianco”. Il nome coniato dai vignaioli locali è legato al più famoso vitigno “Greco”, anche se con esso non ha alcun legame di parentela. È stato semplicemente usato a lungo come uva da taglio per il Greco. Il Rovello Bianco ha il grappolo grande ma spargolo e il chicco possiede la singolare caratteristica che la buccia cresce a dismisura rispetto alla polpa interna e genera così l'inconfondibile aspetto di uva moscia, "Grecomusc’" appunto. Ciò genera un rapporto solido/liquido a sfavore di quest’ultimo, e genera condizioni di vinificazioni con una scarsa resa in liquido". Insomma una storia di nome e di fatto. Una delle curiosità davvero interessanti che sgorgano da quella fonte infinita di tipologie autoctone di uve italiche. Che patrimonio di conoscenza e che variabilità produttiva!

Cartotecnica, Poetica e Latino per Distinguersi

grafica illustrazione comunicazione stampa
Ad Libitvm, Barbera d'Asti, 
Carlin de Paolo.

L'etichetta che qui esponiamo al pubblico giudizio ha una caratteristica "cartacea" (cartotecnica direbbero gli esperti) che la rende abbastanza distintiva (quanto meno attira l'attenzione): una figura d'uomo, illustrata, che praticamente "esce" dal rettangolo dell'etichetta tracciando la propria sagoma direttamente sul vetro della bottiglia.  E' il passo veloce di un contadino di un tempo, forse a rappresentare un mondo che oggi non c'è più ma che attraverso vini tipici ritorna alla mente. E' il simbolo dell'azienda produttrice che si trova a San Damiano d'Asti, in Piemonte, un luogo ancora oggi carico di tradizioni e ricco di testimonianze del passato, architettoniche come culturali. La figura di questo uomo-emblema viene accompagnata, commentata, nel sito web dell'azienda, con queste belle parole: "...con pugno chiuso in segno di fermezza, dal passo lungo e deciso... i pantaloni rattoppati, il cuore largo". Per il resto la grafica dell'etichetta è ordinata ma nei canoni usuali. Il nome del vino, in latino, è stimolante: infatti "Ad Libitvm" si traduce con "a piacere" o "a volontà". Un chiaro invito al consumo del vino in quantità "gioiosa". In particolare per quanto riguarda questa espressione Wikipedia aggiunge: "In particolare, si utilizza spesso negli spartiti musicali, quasi sempre nella forma abbreviata ad-lib, dove indica una serie di battute, in genere un ritornello alla conclusione del pezzo o una coda, che può essere ripetuta un numero indeterminato di volte, a scelta dell'esecutore, e che trae la sua origine quasi sempre da un'improvvisazione effettuata nella fase finale della composizione (da cui l'assenza di scrittura)".

Piccole Aziende Semplici Etichette

grafica illustrazione comumicazione winelabels
Bianchetta Genovese, Azienda Agricola PinoGino.

branding logo illustrazione comunicazioneColpiscono due cose di questa etichetta ligure: la colorata illustrazione della chiesetta al centro del packaging e il nome dell'azienda, "PinoGino". Il nome del vino non c'è, ma basta citare in etichetta il Golfo del Tigullio e Portofino per fare già centro nell'evocare attenzione verbale. Il primo elemento, dicevamo, la chiesa molto colorata, allegra, insolita, semplice ma iconica, artistica ma senza esagerare. Diciamo pure che la semplicità è la chiave di comunicazione e quindi di lettura di questa etichetta. Non pretende nulla, si dichiara per quello che è e probabilmente per il vino che promette è perfetta. L'azienda produce infatti vini da vitigni autoctoni che fanno della genuinità e della spontaneità la loro forza. Per quanto riguarda il nome dell'azienda, "PinoGino" non ci si deve ingannare pensando a due nomi di uomo, tipo due fratelli, in quanto nel sito si scopre che la titolare è una donna che si chiama Antonella Pino. Null'altro trapela. Forse Gino è il marito o il fidanzato! Nel sito si legge anche che i vigneti sono posizionati attorno all'Abbazia del Conio (o Connio) che sarebbe proprio quella ben raffigurata in etichetta (nella sua struttura reale, ora in stato di abbandono), posizionata nei pressi del paese sede dell'azienda: Castiglione Chiavarese, nell'entroterra ligure alle spalle di Sestri Levante. 

Pop Art e Top Wine tra Azzardo e Sobrietà

grafica illustrazione marketing export comunicazione
"Quarter Century", 
Lacrima di Morro d'Alba, Lucchetti.

winedesign grafica illustrazione comunicazioneD'accordo, si tratta di una etichetta in "edizione speciale", probabilmente solo per l'export, tra l'altro. Non abbiamo trovato notizie in merito ma la dicitura "Quarter Century" sul retro-etichetta fa pensare a un evento celebrativo che riguarda la storia dell'azienda (o dei vigneti). Certo la grafica di questa winelabel sorprende, a dir poco. Si potrebbe dire che "stordisce", con i colori e le forme accuminate che aggrediscono l'occhio e l'attenzione. Il tema è quello del fumetto, o della pop-art americana di qualche tempo fa, oppure direttamente un omaggio a Roy Lichtenstein, chissà. Fortunatamente l'edizione normale dell'etichetta di questo produttore marchigiano è quella molto più sobria con lo scudo in bianco e nero che abbiamo riportato a destra. Dotata anch'essa, nonostante l'assenza di clamore-colore, di una propria attenzionalità e personalità. Amore per l'arte o voglia di stupire? La strada delle etichette in edizione speciale è comunque rischiosa e va percorsa con cognizione di causa: il "vale tutto" va lasciato sempre come ultima ratio. Se non altro per rispetto verso il prodotto (il vino contenuto nella bottiglia) e dei clienti, siano essi affermati o prospect, dell'azienda.

Tentare è un'Arte, Resistere è Debolezza

grafica marketing comunicazione winelabelsTentaciòn, Tempranillo, 
Bodegas Martinez Corta.

grafica marketing storybranding comunicazioneQuesta cantina spagnola che ha sede e produzione nella celebre zona di La Rioja ha dedicato una intera linea di vini alle... caviglie delle donne. Girando l'argomento in modo più romantico e sensuale diciamo che queste originali etichette sono dedicate all'eleganza e all'attrazione che ancestralmente la femmina esercita sul maschio. Notiamo subito che nell'etichetta è intagliata al vivo la sagoma di una gamba di una donna che indossa una scarpa col tacco molto alto. La connotazione è subito quella della festa, del party, della celebrazione, della serata. E visto che siamo vicinissimi a Capodanno ci possiamo facilmente immaginare una situazione del genere con molti vini in "scaletta" e una convivialità di uomini e donne che hanno voglia di notare e farsi notare, con un pizzico di provocazione in più. Il nome del vino conferma: "Tentaciòn". Facilmente traducibile dallo spagnolo. La tentazione di un vino attinente (alla cena che si sta performando) e di persone attraenti (con l'usilio di qualche calice che, si sa, abbatte qualche ostacolo di troppo). Tornando prettamente alla tecnica visiva, l'etichetta risulta particolare, eloquente, intrigante, coinvolgente. Insomma si fa notare proprio come una bella donna che in più ha indovinato il giusto paio di scarpe. Astenersi feticisti.


Uno Zingaro Siciliano Metà Arabo Metà Francese

branding marketing comunicazione
Nawàri, Pinot Nero, Duca di Salaparuta.

storybranding storytelling marketing comunicazioneGli esperti e anche i meno avvezzi sanno che il Pinot Nero, Noir, secondo i nostri cugini d'oltralpe, trova la propria espressione di vera eccellenza solo in Borgogna, regione centrale e collinare della Francia. Ma in realtà ci sono altre aree nel mondo e quindi anche in Italia dove questo vitigno riesce ad esprimersi ugualmente bene. In Sicilia, sulle pendici dell'Etna, la nota casa vinicola Duca di Salaparuta coltiva, nella vigna Vajasindi (nome locale), uve di Pinot Nero per produrre due vini: uno di questi si chiama Nawàri. Nome che attira subito l'attenzione per la sua stranezza: non sembra dialetto, non sembra italiano. E allora come succede spesso in Sicilia bisogna cercare nel mondo arabo, e infatti questo nome risulta essere la traduzione dall'arabo di "Zingaro". Il senso è che il Pinot Nero, come uno zingaro girovago, ha trovato casa anche in Sicilia, trovandosi decisamente bene, su un terreno, come quello che circonda il cratere dell'Etna, quasi interamente vulcanico. Serve aggiungere che tra le caratteristiche del Pinot Nero vi è quella di non adattarsi a tutti i terreni e a tutte le condizioni pedoclimantiche. Si trova bene sono in alcune zone. E lì stabilisce legami con l'uomo e logicamente con la natura. L'etichetta di questo vino, graficamente, è molto pulita, semplice, ma offre particolari di spicco, come il logo relativo alla Tenuta di Vajasindi (quasi una co-marca, rispetto a Duca di Salaparuta) che viene espresso da una "V" in rilievo impressa con inchiostro dorato. Così come una attenta cura e scelta dei caratteri di scrittura di tutti gli elementi verbali del fronte-etichetta. Chiarezza ed eleganza che presentano il prodotto in modo eclatante ed efficace,

Nomi di Vigneti che Diventano Nomi Internazionali

branding marketing immagine comunicazione
Shiarà, Catarratto, Castellucci Miano.

marketing storytelling comunicazione graficaSi tratta di un caso abbastanza comune di trasformazione di nome di luogo in nome di vino. E mentre l'annosa questione di come si scrive il nome del vitigno Shiraz (Syrah, Sirà, etc.), in questo caso Shiarà nulla c'entra anche perché il vitigno in questione è bianco ed è esattamente il Catarratto. Il nome di questo vino che nasce a quote alte (da 800 a 1000 mt s.l.m.) sulle Madonie, alle spalle di Palermo, in Sicilia, deriva dal nome della zona, della collina vinicola locale che si chiama "Sciarazzi". Ne deriva una specie di forma dialettale troncata, che somiglia molto a certe accezioni arabe che in Sicilia ancora albergano nelle locuzioni enogastronomiche anche di uso quotidiano. Ed ecco che, grazie anche all'ottima fonetica, alla brevità, al "fascino" del suffisso "sh" che rende il tutto un po' magico e fiabesco, oltre che vagamente internazionale, nasce un nome che è in grado di essere tale a tutti gli effetti, come memorabilità e carisma. Della grafica in etichetta si può dire che: sullo sfondo scuro, antracite, risalta molto bene il nome in carminio. E che in generale questa etichetta si può definire elegante. Migliorabile la leggibilità (ora in inchiostro argento fin troppo specchiante) del logo in alto, che risulta comunque di ottima realizzazione e sintesi (CM, iniziali del nome aziendale e grappolo stilizzato sotto al nome stesso). Aggiungiamo che il vino, commercializzato in soli 13 mila esemplari, viene ritenuto, dalla comunità di esperti assaggiatori, una delle eccellenze siciliane.

Gli Scherzi della Toponomastica

branding storytelling comunicazione marketingGuerra Ranch, Barbera, Topa Mountain.

comunicazione etichette vinoL'azienda vinicola californiana (a nord di Santa Barbara) che produce questo vino (e molti altri in gamma) si chiama "Topa Mountain" ed è stata fondata da un imprenditore di origini italiane, Lauro Guerra. Sarebbe facile fare della (facilissima) ironia e allora, visto che siamo alla fine dell'anno, ce lo permettiamo. In pratica: non sarebbe necessario scomodare qualche toscano per sapere a cosa fa riferimento, gergalmente in Italia, la parola "Topa". Chi la utilizza in California, sostanzialmente per il mercato Usa, è perdonato. Se non fosse che la famiglia che produce questi vini è di origini italiane: qualche parente in patria poteva avvertirli. Ma abbiamo anche un'altra ipotesi: forse, scoperto che le montagne vicino all'azienda e alle vigne si chiamano Topa Topa Mountains (proprio così: Topa è ripetuto due volte, risulta su Wikipedia e sulle mappe di Google) il produttore ha deciso di "giocarci sopra" e ha quindi chiamato così la propria impresa (con una "Topa" sola). Non sarà come la nostra Barbera, questa di coltivazione e produzione californiana, ma certo potrebbe avere un seguito, come dire, emozionale, anche commercializzata qui da noi. E potrebbe essere concorrenziale, se non altro per quel nome che campeggia sull'etichetta in bella evidenza. Scherzi della toponomastica. E voglia di scherzare anche per noi, non se la prendano le gentili signore e signorine che seguono questo blog. Di fatto è un esempio di come gli incroci linguistici possono produrre effetti inaspettati o anche volutamente provocatori. 

Insoliti Rosati Fra Leggende e Belle Realtà Lucane

brading storybranding marketing comunicazione
Frà, Aglianico del Vulture Rosato, Grifalco.

grafica branding comunicazione mktgCi sono almeno due elementi  da esaminare in questa etichetta (forse tre). Uno è "nascosto" nella sua versione letterale (si legge dietro nel retro-etichetta), cioè il nome del produttore: "Grifalco" rappresentato sul fronte solo dall'illustrazione come vedremo dopo. Sovviene anche ai meno fantasiosi che "Grifalco" è un neologismo che forma una parola unica attraverso la fusione di altre due. In pratica la leggenda del Grifone si unisce alla realtà del Falco. Dove il Grifone risiede nei racconti e nelle leggende del luogo, mentre il Falco il luogo lo presidia, in buon numero, come rapace e guardiano delle vigne. Siamo nella Lucania, piccola microregione della Basilicata, dove l'Aglianico (vitigno) è il Re e il Vulture (il vulcano) il suo mentore. La seconda analisi che si può fare deriva dal nome del vino vero e proprio, cioè "Frà". Ebbene si tratta del solito omaggio a una persona (in questo caso Francesca, la figlia del produttore) che però questa volta ha anche un significato interessante e coinvolgente: il vino è un rosato, quindi, nelle intenzioni divulgative dell'azienda, si tratta di un vino che non è né rosso, né bianco. Quindi si colloca "Frà" il rosso e il bianco, in una terra di mezzo in grado però di dare molte soddifazioni. Volendo c'è una terza e ultima considerazione: per il design e per le scelte cromatiche dell'etichetta. Certo il colore del vino è particolare e tutto sommato non stona con quell'azzurro cielo che di alimentare ha davvero poco. Si nota certamente il gradevole, emblematico e ben realizzato rapace iconografico che "domina" l'etichetta.

La Dirompente Energia di un Vino Orange (Viola e Giallo)

branding grafica marketing storytelling
Slatnik, Chardonnay e Friulano, Radikon.

design branding comunicazione etichetteQuello che attira subito l'attenzione in questa etichetta è la vera e propria aggressione cromatica messa in atto dal viola e dal giallo. Un agguato per gli occhi, aggravato dalla sinuose, quasi taglienti, serpentine che fanno zig-zag in mezzo alle lettere del nome del produttore. Siamo in Friuli, in un lembo di terra che si insinua in territorio Sloveno. Terra di vini bianchi, anzi, arancioni, come dicono gli esperti. È il caso di questo blend di Chardonnay e Friulano in proporzioni 80-20, che si chiama Slatnik. A proposito, il nome richiama una zona, un toponimo, che i vecchi del paese traducono in "terra d'oro". Ma torniamo all'etichetta che sul fronte presenta unicamente un quadrato, con il colori sopra menzionati, non proprio adatti al prodotto vino, se vogliamo guardare la casistica, e con il solo nome del produttore, Radikon, in evidenza. Sul retro tutto il resto: nome del vino, definizioni di legge, etc, etc. Il colpo d'occhio a scaffale c'è, ma è un colpo che rischia di offendere l'iride, di irritare la cornea, di insidiare la retina. Farsi notare è importante, ma c'è modo e modo. Bizzarra, certo, questa modalità di presentazione. Inconsueta, rompe le regole. Ma le idee "di rottura" rischiano di risultare fin troppo dirompenti se sono fini a se stesse.

E se Viene il Magone, il Vino Stesso se lo Porta Via

branding storytelling grafica marketing comunicazione
Magone, Pinot Nero, Sergio Mottura.

Apprendiamo leggendo la scheda di questo vino nel sito del produttore che "Magone" è il nome del vigneto ("il più vecchio dell'azienda") dove maturano le uve del Pinot Nero laziale in esame. Ragioni storico-affettive-topografiche, quindi, hanno influito nella decisione di attribuire questo nome a questo vino. Ma vediamo cosa si trova, letteralmente, di fronte un potenziale (nuovo) acquirente: la parola magone, se non immediatamente concepita come toponimo può portare a interpretazione come "un grande mago" o piuttosto alla definizione di uno stato d'animo che comunemente viene descritto come "avere il magone". Infatti Treccani alla voce corrispondente afferma: "(dal germ. mago), region. - 1. parte dello stomaco del pollo, nella quale viene triturato il cibo, ventriglio. 2. (fig.) condizione di sofferenza psichica, che si manifesta come un peso sullo stomaco, spec. nell'espressione avere il magone." Il sito specializzato in etimo e semantica che si chiama "Una Parola al Giorno" dice: "Stomaco, specie del pollo; peso, accoramento (dal longobardo: mago gozzo.)" e aggiunge "una scena triste e stupenda di un film, o l'acme di una tragedia a teatro, o una musica sublime ci fanno venire il magone". Insomma la parola trasmette in primo luogo sensazioni legate a uno stato di malessere. Una condizione negativa che certamente il vino riuscirà, almeno in parte, ad annullare. Ma questo è un altro discorso. Graficamente l'etichetta è abbastanza anonima tranne che per la simpatica istrice, simbolo aziendale che si trova anche su tutte le altre etichette della gamma.

Nel Design Vale Tutto o Forse No

marketing branding grafica comunicazioneVal, Valpolicella Classico Superiore, Zýmē

naming packaging design etichette vinoL'azienda in analisi è partita (abbastanza) bene con il proprio logo, almeno a livello concettuale (come elaborato grafico un po' meno), ecco infatti il rational che si legge nel sito del produttore: "Il nome Zýmē proviene dal greco e significa “lievito”, elemento fondamentale nel mondo dell’enologia, ma anche elemento simbolico che richiama la naturalità, valore basilare nel percorso lavorativo ed esistenziale di Celestino Gaspari e il fermento, inteso come attitudine continua alla trasformazione. In sintonia con questa filosofia, il logo dell’azienda rappresenta una foglia di vite in cui è inscritto un pentagono, simbolo dei cinque elementi principali per la produzione del vino: uomo-vite-terra-sole-acqua". Ottimo. Uomo, Vite, Terra, Sole. C'è tutto. Ma graficamente, visualmente quindi, il logo stenta nell'essere "emblematico". In compenso la descrizione è coinvolgente. Per quanto riguarda le etichette di questa azienda vinicola veneta meglio dire che sono... migliorabili. Prendiamo come esempio quella di uno dei vini rappresentativi della gamma, e anche più commercializzati, il Valpolicella Classico Superiore. Macchia di colore uniforme, color vino praticamente, dove vengono applicate grafiche abbastanza incomprensibili. In alto a sinistra una "V" sembra includere un grappolo mentre un pennello, più in basso, sembra tracciare altre due lettere, a comporre quello che dovrebbe/potrebbe essere un nome: "Val". Sotto a questo "disegno" troviamo la definizione della tipologia di vino, corredata abbondantemente da puntini di sospensione. Alla base il logo aziendale con la foglia e il pentagono di cui abbiamo parlato all'inizio di questo post, e la firma del titolare piuttosto illeggibile. In generale una certa perplessità è d'obbligo.

Cupi e Dirupi sulle Montagne Altoatesine

grafica marketing branding etichette
Lamarein, Lagrein, Mayr-Unterganzner.

Si tratta di un caso in cui l'etichetta rispecchia fortemente il contenuto della bottiglia. La percezione che immediatamente si riceve da questo disegno, del quale nulla sappiamo, ma il gioco questa volta è proprio questo, è di cupo rimuginamento (da "rimuginare", sempre che il Devoto Oli lo consenta). Si ha la sensazione di un vorticare di oscuri pensieri o come minimo di una meditazione profonda e solitaria. Un uomo di sicuramente di montagna, forse paleolitico, dai tratti certo non aggraziati, viene raffigurato con tecnica al tratto o al carboncino, intento ad osservare picchi rocciosi e meteorologia avversa. Stiamo parlando di una etichetta di un produttore altoatesino, e di un vino dal carattere piuttosto arcigno, dal colore impenetrabile, di concentrazione quasi indecifrabile. Si tratta, tecnicamente, di un Lagrein (vitigno) molto selezionato in vigna e quindi lasciato appassire da
ottobre a Natale in soffitta. Non contenti di ciò viene "internato" in botti di rovere (barriques e tonneaux nuove) per almeno 16 mesi. Il risultato, dice chi ha assaggiato questa rarità prodotta in pochi esemplari, è sorprendente per intensità e coinvolgimento papillare. Certo il coinvolgimento attenzionale, dell'etichetta, tratta le sfere emozionali noir e introspettive. Può essere una chiave di "apertura" anche questa. Del nome (che si legge solo sul retro) nulla si sa, "Lamarein", se non che pur essendo dolce nella fonetica, assona con "amaro". E anche con "Lagrein", logicamente. Forse è questa la chiave di lettura. Le indagini sono in corso.

Eternità del Vino, Dentro e Fuori

branding storybranding marketing comunicazione
L'Eterno, Pinot Nero, Feudi del Pisciotto.

packaging grafica cultura arte illustrazioneGrazie alla competenza e alla passione dell'enoteca Sorso di Vino di Milano, abbiamo potuto scoprire e apprezzare questa etichetta di un noto e qualificato produttore siciliano. Si tratta di un packaging che appartiene senza dubbio alla categoria "etichette d'arte". Etichette che oltre a parlare del vino che rappresentano, riescono ad offrire anche una prospettiva culturale. In questo caso il nome e l'immagine riportate sul fronte della bottiglia fanno riferimento a un'opera scultorea dell'artista Giacomo Serpotta (1656-1732) il cui restauro è stato co-finanziato dall'azienda vinicola in questione. Il titolo dell'opera è "L'Eterno", parola in grado di evocare spazi infiniti, mnemonici, temporali, forse quantistici, ma rimanendo con i piedi ben piantati in vigna, questo nome e quel gesto ritratto nell'indicare, o se vogliamo nel cogliere, possono calzare per sostenere l'espressione gustativa di un vino che dentro di sé ha una sorta di eternità ancestrale. Terra, tradizioni, cultura, civiltà, storia, un susseguirsi ed inseguirsi di eventi, soprattutto in Sicilia, dove la vite è sempre stata sollievo e testimonianza di natura e umanità. Resta da aggiungere che questo Pinot Nero, secondo gli esperti, fa il pelo e contropelo a certi costosissimi vini di Borgogna, con buona pace dei francesi che la Sicilia, in un antico passato, l'hanno conosciuta e anche un po' bistrattata.

Un Goccio di Stile Dialettale

branding wine marketing comunicazione
È got, Merlot e Sangiovese, Cevico Group.

storybranding branding brandawarenessQuesta linea di vini, che comprende, oltre al blend Merlot e Sangiovese (qui ritratto nella versione screw-cap per l'export e in quella classica col sughero), anche un Trebbiano e Chardonnay e un Rosé, presenta un design molto spartano, pulito, quasi etereo, se non fosse per il nome del vino (della linea in questo caso) e il carattere con il quale è scritto. Citiamo subito il produttore, al riguardo: "E' Got è il tipico bicchiere di vino in dialetto romagnolo; racchiude l'unità di misura per eccellenza per degustare un buon vino, ampio, che lasci passare i profumi ma non troppo capace, che lasci il desiderio all'ultimo sorso". Traducibile in "un goccio", aggiungiamo noi. Il carattere di scrittura ha uno stile "a mano" e si espone con un inchiostro speciale dorato (che sembrerebbe anche specchiato). Si incontrano qui (o si scontrano) lo stile campagnolo, dialettale del nome, con un design modernista, da arte contemporanea. L'impatto a scaffale c'è, in quanto la bottiglia si fa certamente notare anche a distanza. Il nome lascia un attimo di perplessità: poco intelleggibile, soprattutto dal punto di vista semantico. Problema, come spesso abbiamo detto, comune a tutte le  accezioni dialettali utilizzate come nomi.

Duri e Puri, in Favore Della Vernaccia Tradizionale

storybranding branding comunicazione wine
'ppiccato, Marche Rosso Passito 
(Vernaccia di Serrapetrona), Fattoria Duri.

marketing immagine comunicazione arcaniIn quel crogiuolo di vitigni, usi, costumi e tradizioni del nostro bel paese, l'Italia intera, è possibile scoprire una delizia al giorno per anni e anni. Basta girare di regione in regione, di provincia in provincia, di paese in paese. Il piccolo borgo in questione è, questa volta, Serrapetrona, in provincia di Macerata, nelle Marche. Le sottovalutate e bellissime Marche. Qui cresce e viene lavorato un vitigno poco noto fuori dai confini regionali che si chiama Vernaccia Nera. In pratica, la Vernaccia di Serrapetrona, vinificata in maggior parte come Docg in versione spumantizzata e anche come Doc Serrapetrona nella tipologia vino rosso fermo. La Vernaccia di Serrapetrona si presta inoltre ad essere vinificata come passito da fine pasto o da "meditazione" come negli ultimi anni è di moda definire. Ci sono molti modi di ottenere un passito, cioè di fare appassire l'uva così che si possa verificare una concentrazione naturale di sapori e zuccheri. Parleremo in particolare del passito fiore all'occhiello della Fattoria Duri ottenuto secondo una modalità tra le più... dure. E anche più costose in termini di tempo e fatica. Le uve infatti vengono appese su canne naturali per evitare che possano entrare in contatto né tra un grappolo e l'altro, né tra gli acini e altre superfici. Da qui nasce il nome di questo vino, "'ppiccato", nome che ricorda foneticamente (e figuratamente) l'Impiccato degli Arcani Maggiori che per i Tarocchi di Marsiglia, in francese, sarebbe "Le Pendu", il numero XII. Niente di drammatico, nemmeno in quel caso, perché il significato, il senso da cogliere è: "attaccato su", "appeso", più che impiccato. La forma dialettale fa il resto, connotando tale modalità di appassimento con forza semantica e iconografica. Riassumendo, la modalità di produzione prevede la raccolta manuale dei grappoli migliori in vigna, quelli intatti, maturi, perfetti. Il trasporto in cassette separate fino al locale apposito adibito all'appassimento (che alla Fattoria Duri hanno ribattezzato "Galleria del Vento", perché dotato di ventilatori sempre in funzione). Infine la pazienza per appendere uno ad uno i grappoli e poi l'attesa: da 5 a 6 mesi prima di torchiare l'uva. Nell'etichetta del passito di Fattoria Duri, dove appare il nome del vino in verticale a grandi lettere, viene anche rappresentato un grappolo ancora fornito del proprio tralcetto superiore (lasciato affinché possa essere appeso stabilmente). Si tratta di un'etichetta semplice, schietta, come il carattere degli abitanti di quelle zone, che nasconde però un vino complesso e ricco di personalità, con sfumature organolettiche da estasi enogastronomica. Alla salute delle Marche e delle splendide tradizioni d'Italia.

Nome Sferzante in Etichetta Elegante

branding storybranding comunicazione
Ferzo, Abruzzo Pecorino Superiore, Citra.

branding grafica marketing storytellingLa nota e strutturata azienda Citra Vini ha dato vita a una linea di vini autoctoni che si chiama "Ferzo". Il nome, spigoloso, sferzante, tagliente, trova subito riscontro nella cartotecnica dell'etichetta, davvero particolare, ed esattamente definibile come irregolare. Angoli sporgenti rappresentano vele di barche d'alto mare e infatti tutto il concept del design si basa sul nome di una particella di una vela, che insieme ad altre compone poi una forma adatta alla fruizione dei venti e quindi alla navigazione. Pezzi di vela come appezzamenti di vigna, a comporre il frastagliato panorama vitivinicolo abruzzese, fatto di piccole parti come accade storicamente e ancora oggi in molte altre zone d'Italia. La linea "Ferzo" comprende, oltre al Pecorino, anche la Cococciola, la Passerina, il Montepulciano e il Cerasuolo d'Abruzzo. I tagli delle etichette sono tutti diversi così come sono diversi gli autoctoni abruzzesi protagonisti di questa linea. Questo ha rappresentato sicuramente voci di costo maggiori per l'azienda (rispetto al produrre un solo "taglio" di etichetta) ma il valore aggiunto a livello di immagine è significativo. Unica immagine nella grafica dell'etichetta è un tratto in bianco e nero di un veliero. Eleganza, semplicità, storybranding: tre elementi che possono ampliare in modo più che proporzionale la percezione semantica e quindi il successo estetico, oltre che qualitativo, di questi vini.

Lettere che Tracciano Segni nella Mente

winemakers winelbels winedesignK, Merlot, Edi Keber.

marketing comunicazioneQuesto produttore che ha sede in un angolo d'Italia all'estremo Est del paese, nel così detto Collio, ha puntato tutto su una lettera: l'iniziale del proprio cognome. Il cognome, Keber, come è facilmente intuibile, viene dall'altra parte del confine, dalla Slovenia e scavando nelle dinastie probabilmente anche più in là, verso gli estesi confini che segnarono le conquiste dell'Impero Austro-Ungarico. A noi qui importa che una lettera, la "K", è diventata marchio. Molto distintivo, tra l'altro. La lettera in questione non è stata scritta con caratteri tipografici bensì tratteggiata con i rapidi segni di un pennello. Campeggia su tutte le bottiglie dell'azienda e giustamente viene utilizzata ovunque: non solo nel pac(K)aging ma anche per la comunicazione e il mar(K)eting in generale. Anche nel sito aziendale, piuttosto originale, la K di Keber ha un ruolo da protagonista e si fa vedere in mille modi e colori dominando la scena. Se vogliamo, le etichette dei vini sono abbastanza spoglie: fondo a tinta piatta, la grande K al centro, il cognome del produttore per esteso, il suo nome "Edi" in modalità firma autografa e il nome del vitigno alla base del fronte etichetta (sul retro vengono raggruppate tutti gli altri dati e le menzioni di legge). Ma la semplicità dell'etichetta non preclude, anzi enfatizza, l'efficacia di questo segno preminente. Un mossa da esperti comunicatori, pensata e realizzata da un uomo (illuminato) che si definisce orgogliosamente "un contadino". Insomma la K non scappa.

Geologismi che Diventano Nome

branding concept grafica comunicazione
Ciuèt, Coste della Sesia Nebbiolo, Pietro Cassina.

C'è una zona nell'Alto Piemonte (anzi, più di una) dove il Nebbiolo cresce bene e si fa valere (a livello commerciale non così tanto come il Barolo e il Barbaresco) e conoscere per la qualità dei vini che ivi si producono. A Lessona infatti pochi validi produttori (sono pochi in generale) immettono sul mercato vini di spessore. In tutti i sensi. È la terra che fa la differenza, oltre alla "nobiltà" del vitigno, il Nebbiolo, ritenuto da molti il "Re d'Italia". E dalla terra infatti prende il nome questo vino, ufficialmente della tipologia Coste della Sesia, che si chiama "Ciuèt". Ecco cosa significa questo nome, spiegato da un sito di vendita on-line di vini italiani: "the Nebbiolo grapes used for this wine are grown in an area of the vineyard that has a greater concentration of sandy-clay, also known as Ciuèt, hence the name of this wine". Si tratta di dialetto, è chiaro. Come molte volte accade, soprattutto in un Piemonte ancora molto tradizionalista, i nomi vengono "presi" dal volgo locale, da idiomi dialettali, modi di dire, proverbi e via dicendo. In questo caso il nome compensa la propria incomprensibilità al di fuori dalla zona di origine, con una brevità e una fonetica che aiutano la comunicazione. Almeno questo. Cosa dire infine del resto? L'etichetta è piuttosto elementare: parole centrate su fondo chiaro, nome ben leggibile in rosso (bene), unica concessione a un briciolo di emozione è quell'onda sotto al nome del titolare che simula, crediamo, delle colline vitate e l'opportuna citazione del "lieu-dit": Lessona. Il vino nel calice farà certo di meglio.

Storicità Modernista e Packaging Auto-Ironico

Pandolfo, Sangiovese di Romagna, La Pandolfa.

grafica branding comunicazione

L'azienda vitivinicola che ha creato queste etichette è stata doppiamente coraggiosa: ha adottato un design insolito e "ingaggiante", fuori dagli schemi, e lo ha fatto prendendosi un po' in giro. Infatti i personaggi che vengono rappresentati e citati nelle etichette dei vini della gamma proposta al pubblico, sono dei nobili che hanno avuto trascorsi significativi in quella zona. In particolare Sigismondo Pandolfo Malatesta, detto "il Lupo di Rimini" noto per aver assaltato nel 1400 il Castello di Fiumana. La tenuta, che appartiente ai Marchesi Albicini per un lungo periodo (1626-1941), viene in seguito acquisita dalla Famiglia Ricci che ancora oggi (quarta generazione) la gestisce. I tre nobili raffigurati con colori molto forti sono quindi Pandolfo (che si ripete nella versione Riserva), un tale Battista (che a dire il vero sembra essere una donna) e Federico. Nomi altisonanti che in questa elaborazione hanno ricevuto "in dono" nasi da pupazzi di neve, occhi strabuzzati e zigomi pomellati da clown. Una modalità grafica decisamente dissacrante o, come minimo, molto ironica. Certo siamo in Romagna, provincia di Forlì-Cesena, e si sa che il carattere di quelle genti è decisamente ridanciano. Scappa un sorriso e anche di più. Dal canto loro le etichette, come scritto nelle prime righe di questo articolo, sono molto originali e cromaticamente attenzionali. Le nostre preferenze vanno a Pandolfo e in particolare al suo taglio di capelli. 

Un Pinot Nero Molto Ben Quotato

branding marketing comunicazione
Q500, Pinot Nero, 
Azienda Agricola Baldessari.

Paolo Conte recita "...e i francesi ci rispettano che le balle ancora gli girano" cantando allegramente di ciclismo eroico nel brano dedicato a Bartali. Perché è vero che i francesi ci guardano con ammirazione (spesso malcelata) anche nel mondo del vino. Lo sanno che sui rossi (come nel ciclismo) siamo competitivi, forse i migliori al mondo, noi italiani. E allora come e dove produrre un Pinot "Noir" che possa competere con quelli di Borgogna? La risposta è: in quota, sia essa latitudine o altezza sul livello del mare. Il Pinot Nero, a quanto pare, ha bisogno, più di altri vitigni, delle escursioni termiche che solo un clima fresco può assicurare (in ogni caso tra giorno e notte). Ed ecco quindi l'etichetta di un Pinot Nero trentino, ottenuto da vigneti posizionati, come è facilmente intuibile, a 500 mt di altezza (a Est della città di Trento, frazione Povo). Il nome del vino infatti, "Q500", allude chiaramente a questa condizione pedemontana. Girano quindi tutti attorno al nome gli elementi di questa etichetta molto semplice: il concept, il design stesso, i colori, la grafica. Vengono utilizzati in modo forse un po' "sfacciato" i colori rosso e nero su sfondo bianco: da manuale di comunicazione, sono le combinazioni cromatiche più attenzionali, lo dicono le ricerche scientifiche. E allora parole grandi, colori forti, intenzioni chiare, messaggio efficace. Certo non viene lasciato molto agire all'eleganza e all'emozione raffinata, ma è il risultato quello che conta. O no? P.S.: dicono che il vino sia molto buono. Piace e dispiace molto anche ai francesi. Photo credits: @vaniagram

Francia, Egitto, Geroglifici e Comunicazione

winedesign grafica branding comunicazione12 Cloud, Chardonnay, Domaine Prieure Roch.

marketing packaging grafica illustrazioneGrazie alla nostra amica Claudia, ottima esploratrice di etichette e di bellezza della vita in generale, scopriamo questo produttore davvero "iconografico". Le etichette non sono belle bisogna dirlo subito: ripetitive (sono tutte uguali nel simbolo in basso, cambia solo la scritta sopra di esso che spesso non è un nome ma semplicemente la definizione del vigneto/zona), sterili, enigmatiche, poco emozionanti, se non si conosce dettagliatamente la storia che le ha generate. Dunque, il produttore è francese, e opera in quella zona prestigiosa (Borgogna) dove ogni piccola parcella di vigna ha un nome, spesso altisonante (o quanto meno intrigante, come sanno fare bene i francesi del vino). Ettari spezzettati con rese molto basse che generano vini costosi. Così è, se vi piace, in quella parte di mondo enologico. Il titolare prima dell'attuale attività (iniziata attorno al 1990) ha vissuto in Egitto nella Valle del Nilo dove ha scoperto l'iconografia criptica che ha deciso di raffigurare sulla proprie etichette in Francia. È interessante leggere il "rational" che si trova nel sito del produttore, insieme ad una coinvolgente filosofia aziendale, e che riguarda i simboli dell'iconografia egizia in questione: "The symbol or “crest” of the domain of Prieuré Roch, presented on its wine labels, borrows from the wine-making hieroglyph of ancient Egypt. Before the creation of the domain in 1988, Henry Frédéric Roch had previously lived and worked in the Nile Valley, had found in the composition of this hieroglyph a true expression of the values which he intended to carry high whilst developing culture and vinification according to entirely ‘natural” methods, which were at that time “avant-garde” in Burgundy. The glyph of the two yellow “mouths” at the top, the upper representing the divine eye corresponding to the powers which are beyond us: the powers of nature, the region, the weather, all shaping the vintage, below, the human eye, the power which knows itself as being limited, which receives, acknowledges, respects and protects that which comes from the other. Below that, the three egg shapes symbolizing grapes, all different, unique, this primary material of vinification where the Burgundy vigneron selects the distinguished “millerandés”, the smallest, most concentrated berries from which the finest wines are produced. To the side, the papyrus leaf symbolizes both vegetation and the work of the scribe which records and rules human actions, which decant the movement of time. The "Roch" name adorns the base, more than just a signature, it designates those, who up to now, are responsible for these values: the team of the domain, and further, the friends who share and cherish them". Cosa dire? Chapeau per la filosofia. Perplessità per il design. Rispetto per gli antichi egizi e il loro modo di comunicare, molto di sintesi, con i geroglifici.