I Potere (e il Podere) dei Fiori

Flower Power, Rosato da Sangiovese, 
Podere 414.

Etichetta davvero particolare per questo Sangiovese rosato che viene dalla Maremma. Come potremmo definirlo? Giovane? Moderno? Allegorico? Artistico? Certo rompe certi codici di comunicazione del vino, proponendo un design molto colorato e uno stile quasi "carnevalesco". Qualche problema di leggibilità per le lettere iniziali colorate, comprese quelle del nome, dove si nota anche una "o" realizzata con un fiore. Il naming ha una spiegazione, nel sito del produttore, eccola: "Il nome "Flower Power" è mutuato da una espressione del poeta Allen Ginsberg che coniò questo termine nel 1965 in riferimento alla "controcultura hippy" degli anni sessanta e settanta. Le caratteristiche di questo vino sono quindi la semplicità e la vivacità e la natura." Una citazione storica, socio-culturale, di un certo spessore, nonostante la giocosità dell'etichetta. Da sottolineare che nel packaging più che il nome del vino si nota subito il nome dell'azienda: Podere 414, particolare anch'esso e con le sue ragioni e descrizioni: "414 è il numero attribuito al podere dall'Ente di "riforma fondiaria" negli anni 60 durante il frazionamento del latifondo e la redistribuzione dei terreni da esso derivanti a famiglie "assegnatarie". Tutto circostanziato, quindi. Da parte di chi ha ideato marchio ed etichetta. In definitiva forse si tratta di una soluzione fin troppo ludica ma anche in questo caso, a sua parziale discolpa, citiamo le parole della proprietà: "Podere 414 “Flower Power” trova il suo habitat naturale come “vino da piscina” o in accompagnamento di una grigliata fra amici, rappresenta una possibile alternativa ad altre bevande per qualsiasi occasione quotidiana o semplicemente informale."

Attizzamenti Spumeggianti tra Allure e Allusioni

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M'attizz, Trebbiano-Malvasia-Moscato, 
Vigne Sannite.

Il blogger Alessandro Marra di Stralci di Vite (bello il cappello: "tralci e stralci, viti e vite, storie di uomini e tradizioni, identità forti, passioni dietro un'etichetta") ci segnala questa straordinaria etichetta (e gentilmente ci fornisce anche la foto) che non riusciamo ad ignorare, sia pure nella sua estrema semplicità (in questo caso una semplicità semplicistica, come dire, molto popolare, nell'accezione comunque positiva del termine). Il vino, un "frizzantino" quindi categorizzabile come "di facile consumo", si chiama "M'attizz". Dialetto, è chiaro, per dire "mi attizza" (il produttore è del Sanni0: Benevento). Potrebbe trattarsi di un "attizzamento" emozionale di qualsiasi tipo, oppure il riferimento ad un focolare domestico, se non fosse che la "i" di questo naming è formata da una silhouette di donna (sarebbe "sagoma" ma in francese ha più charme) elegantemente vestita (gonna corta, gambe luuunghe), "incastonata" in un flûte (parola che significa "flauto", ovvero calice per vini spumanti). Sullo sfondo bollicine vaganti ad alludere ad un certo mondo spumeggiante di party, di festa, di champagne (con la "C" minuscola, quindi qui intesto nel suo significato originale, quello di "campagna"). Da notare anche che la "M" del nome "M'attizz" è rossa (il rosso attizza), mentre le altre lettere sono verdi (il verde è speranza). Per il resto il design dell'etichetta è lineare, pulito, gestito con gli equilibri giusti. Non è infine da escludersi che un nome del genere possa generare vendite e consenso, logicamente muovendosi commercialmente presso un target adeguato.

Amarone o "Amaione"? Dipende dalla Regione

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Amaione (e Aione), Sangiovese, Podere Casina.

Plagio o buona fede? I confini del naming sono a volte labili e contaminanti. Certo che se un vino si chiama "Amaione" viene subito da pensare all'Amarone. Si tratta di una produzione speciale (solo 300 bottiglie) del 2006 (l'annata di cui noi abbiamo trovato traccia) e si riferisce effettivamente a una specie di "copiatura", anche produttiva, dell'Amarone, in quanto questo vino è stato prodotto utilizzando uve Sangiovese 100%, da vendemmia tardiva, lasciate appassire 6 mesi in fruttaio, per ottenere un nettare molto concentrato, da 16%. Non sappiamo se il produttore ha dato seguito ad altre produzioni (annate) con questo nome. Nel sito dell'azienda attualmente si trova un vino con un nome simile, Aione, prodotto sempre con vitigno Sangiovese, ma in modo più normale, da vino rosso classico. Non c'è più traccia dell'Amaione, forse a fronte di qualche procedimento legale da parte del Consorzio dell'Amarone o di qualche produttore di quel vino, certamente più noto e quindi più imitabile piuttosto che viceversa. L'idea di utilizzare il procedimento dell'Amarone (che comunque si avvale di tre o più vitigni mescolati insieme) non è malvagia, ma la protezione del suo nome è chiaramente un diritto ormai acquisito e da difendere, all'estero come in Italia.
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Il "Cuoro" della Comunicazione (del Vino)

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I Heart (+ vitigno), Zinfadel Rosé, I Heart Wines.

Il caso rappresentato ed evidenziato da queste etichette di vino è soprattutto un caso di marketing. Oltre che di immagine vera e propria. Una operazione imprenditoriale ben studiata così come è stato ben studiato il packaging. Dietro all'idea di proporre una selezione dei più noti vitigni internazionali (senza realmente produrli, ma prendendoli già fatti), come dichiarato dall'azienda in questione, c'è un intento di semplicità. Una proposta chiara e comprensibile a tutti, nella sua dinamica commerciale e, prima ancora, nella comunicazione. Il cuore come elemento chiave del visual, questo si evince subito ad una prima osservazione. Un cuore, al centro, la cui forma viene forgiata dal testo esplicativo della proposta al cliente, la parola cuore ripetuta (heart), un cuoricino alla base dell'etichetta e uno anche sul collarino della bottiglia. Il nome del vino? "I Heart Chardonnay" piuttosto che "I Heart Prosecco" e così via. Dove il noto "I Love" viene sostituito con una parola più tecnica, più dura nella fonetica, ma che fa diretto riferimento la cuore come forma, senza perdere il significato di "amore". Si potrebbe comunque tradurre in "io amo" o nell'orribile ma diffuso modo di dire, sviluppatosi nei social, "io cuoro". Nome sinergico, quindi, con tutto il "sistema di comunicazione" che è stato creato attorno al progetto. E design dell'etichetta ben studiato, nei minimi particolari, sia pure lasciando letteramente spazio alla pulizia grafica, al bianco, ad una modernità che non ripudia certo le emozioni basilari dei luoghi comuni. Ma con intelligenza.
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Un Vino Nuovo con un Volto Vecchio

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Volto Nuovo, Rosato, Azienda Agricola Ghiga.
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In prima battuta non riusciamo a capire cosa ci sia di nuovo nel volto (l'etichetta) di questo vino. Eppure il suo nome è "Volto Nuovo". Ma proviamo ad analizzare più in dettaglio gli elementi costituenti del design. Si notano subito delle rose, stile illustrativo classico, da erbario. L'esecuzione comunque non sembra delle migliori. Manca profondità. Forse è voluto. Il nome del vino e il nome aziendale sono scritti con il medesimo carattere (font di scrittura) nella tipologia "molto graziato". Leggibilità non scorrevolissima, soprattutto per il nome in verticale. Oltre a questo ci sono solo due definizioni "tecniche": Vino Rosato e Azienda Agricola. Una cornice dagli angoli arrotondati racchiude gli elementi che si stagliano su fondo bianco carta. No, decisamente il volto di questa etichetta non è nuovo. Anzi, risulta piuttosto datato. Dove "datato" non è un complimento. Il concetto di volto nuovo sarà probabilmente riferito al vino. E infatti nel sito del produttore troviamo, tra le altre, queste considerazioni: "Vino rosato di moderata gradazione alcolica e buona struttura in bocca, dotato di un ottimo colore rosa intenso. Questo vino deriva da un uvaggio composto da uve Barbera (circa il 70 %) e Freisa (circa il 30 %), vinificato in rosato. La Barbera conferisce un ottimo colore, una buona struttura ed acidità, mentre la Freisa dona un profumo fruttato molto piacevole ed una morbidezza allettante. Il nome “Volto Nuovo” vuole significare l’intenzione di dare una nuova identità al Barbera, del quale abbiamo l’ immagine di un vino rosso mediamente strutturato o di medio invecchiamento. Il rosato di Barbera è infatti un prodotto “innovativo” e molto interessante, assolutamente da provare". 

Etichette Evolute in Terre Sperdute

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grafica marketing comunicazioneNoelia Bebelia, Albarino, 
(Simon & Noelia).

Sono tre gli aspetti interessanti reperibili in questa bottiglia, tra il fronte e il retro etichetta. In primo luogo l'estrema pulizia del "messaggio principale", cioè in questo caso il nome dell'azienda che diventa anche nome del vino (Noelia è il nome della produttrice e vignaiola e Bebelia in vezzeggiativo da Beber, bere in spagnolo). Nome del vino e nome del vitigno (Albarino), ed è tutto. Su sfondo bianco avorio. Certo il carattere di scrittura fa molto: non è il massimo della leggibiltà ma guadagna in eleganza con i suoi tratti smussati e suadenti. A simulare una scrittura a mano, tra l'adolescenziale e il vanitoso, certo molto femminile. Inchiosto a rilievo, che è sempre un bel vedere (e sentire, al tatto). Secondo aspetto interessante: la storia aziendale scritta in sintesi, ma per intero, nel retro etichetta (non un vero e proprio retro etichetta, in quanto in questo caso fa
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quasi il giro completo della bottiglia). Una bella storia appassionata, di attenzione e dedizione. Terzo aspetto, tecnico ma importante, che in buona parte manca ancora in Italia: l'ologramma di garanzia (in basso a destra) ad opera del Consorzio Galiziano "Rias Baixas", che prova l'effettiva originalità del prodotto. Siamo qui di fronte a un piccolo produttore (il loro vino è una vera chicca qualitativa) di una piccola e semi sconosciuta zona vitivinicola in un angolo (atlantico) della Spagna, ma con soluzioni tecnico-burocratiche molto evolute. Da prendere esempio. 

Il Concetto di Naturale, Ridondante

marketing branding grafica comunicazioneAgricolo, Primitivo, Cantine Paolo Leo.

È il marketing, dirà qualcuno. Che spinge in questa fase (poi le cose cambiano) a sottolineare gli aspetti bio, e naturali, e genuini, e biodinamici, e chi più ne ha più ne metta. Infatti in questa etichetta ne hanno messe molte di parole attinenti al concetto attualmente "di moda": bio e natural product (nel bollo in alto, poi "Agricolo" (il nome), vino biologico e come se non bastasse "da agricoltura biologia". Alcune di queste diciture sono necessarie, ed è anche vero che "repetita juvant", ma insomma, forse si poteva rastremare un po'. Da notare che, oltre all'Agricolo, nella gamma proposta dalle Cantine Paolo Leo, ci sono anche il "Rurale" (rosato da Negramaro), il "Terreno" (Negramaro) e "Ecosistema" (Chardonnay). Nomi che quanto meno non ridondano con i concetti precedentemente sottolieati, laddove "Agricolo", letteralmente lo fa. Il Bio per ora vende, viene apprezzato (da un certo gruppo di consumatori) anche a fronte di un costo maggiore. Vedremo quando durerà. Ma abbiamo il sospetto che il Bio sia come le marmitte catalitiche qualche anno fa: presentate come caro accessorio sono diventate la norma, integrate nella struttura e nel costo generale del prodotto.

Un Restyling in Rosa, Quasi Impercettibile

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Il Diamante di Silvia, Barbera frizzante, Podere Gaiaschi.

Andiamo con ordine. In primo luogo le etichette di vini che presentano una cromìa rosa sono davvero molto rare. Si trovano colori stani sulle bottiglie, come l'azzurro cielo, il verde, il giallo, diciamo "strani" in quanto poco adatti alla tipologia vino, ma a volte si trovano. Il rosa è un colore che davvero raramente viene adottato dai produttori di vino. È un colore, un "codice", femminile per eccellenza, forse in questo caso è stato scelto in onore di Silvia, alla quale è dedicato il barbera frizzante in questione. Si cita anche un diamante, che viene mostrato in illustrazione. Diciamo subito che l'etichetta è a dir poco "rivedibile", a livello grafico, di design. Per quanto riguarda il nome, troppo lungo e composto per essere un vero nome, potrebbe anche attirare l'attenzione, soprattutto delle donne, con quello che il diamante può evocare. Ma anche per quanto riguarda il naming non siamo di fronte a una scelta tecnicamente condivisibile. Perché abbiamo raffigurato due etichette? Perché una è del 2015 e una del 2016 (quella a destra). Se osserviamo bene vediamo che sono leggermente diverse. È stato operato un restyling, quasi impercettibile. Il nome "Il Diamante di Silvia" è stato portato al centro dell'etichetta, probabilmente peggiorando la situazione (leggibilità discutibile, anche con quell'ombra bianca di sfondo). Sotto alla scritta "Barbera Frizzante" c'è una parola in più rispetto a prima: "aggiunti" (senza solfiti aggiunti). Probabilmente una esigenza burocratica. Di fatto la leggibilità di questa frase è ancora problematica, come lo era prima. Infine, sotto al nome aziendale viene aggiunto "Azienda Agricola", anche in questo caso peggiorando le cose e creando confusione: il nome aziendale è "Podere Gaiaschi" oppure "Gaiaschi Azienda Agricola"? L'unico miglioramento è nell'industrial design della bottiglia, ora borgognotta invece che classica. Quindi ora più adatta a un barbera frizzante. Ma se un cambiamento generale andava fatto, si potevano giocare carte migliori.

Anche i Vitigni hanno i Loro Insoliti Nomi

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Maturano, Spumante Charmat, Cominium.
Questo è un vino che attira l'attenzione per diversi motivi (ma non per l'etichetta, che risulta, lo diciamo in partenza, abbastanza sul classico-anonimo): in primo luogo il nome del vino che è anche nome di un vitigno autoctono praticamente sconosciuto; poi la lavorazione del medesimo, con metodo Charmat (e anche per il fatto che ci troviamo nel Lazio, regione che di certo non viene annoverata storicamente tra quelle produttrici di vini spumanti). Il vitigno si chiama quindi "Maturano", immaginiamo con l'accento sulla seconda "a", anche per non generare corto circuito con il verbo "maturare", strettamente legato all'uva e al momento della vendemmia. Certo che le uve nel Lazio maturano bene: siamo nel centro Italia, dove il sole si fa sentire già molto più che a nord. Il curioso "bisticcio" linguistico che porterebbe qualcuno ad accentare "Maturano" sulla "u", potrebbe invero generare notorietà per il prodotto, nel rispetto del principio per il quale l'importante è che se ne parli. Certo siamo di fronte a una nominazione curiosa.


Buonissimi Vini dalla Semantica Velenosa

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Veneroso, Sangiovese e Cabernet, Tenuta di Ghizzano.

Questo molto ben quotato vino toscano, riconducibile alla Doc Terre di Pisa, si chiama "Veneroso". Oltre ad una difficoltosa pronunciabilità, va da sé che per chi non conosce la storia dell'azienda (e la famiglia che la dirige) il salto semantico, fonetico, concettuale, alla parola "velenoso" è questione di un attimo. Questione di una svista, di una distrazione, di un gioco di parole, certo, ma pur sempre facile da accadere. Approfondendo, il potenziale cliente scoprirà che la proprietaria della tenuta si chiama Ginevra Venerosi Pesciolini (proprio così) e quindi il nome "Veneroso" deriva da uno dei due nobiliari cognomi. Ricorda, questa vicenda nomeica, un'altra famosa azienda vinicola di Ascoli Piceno: Velenosi Vini. Anche in quel caso una questione di cognome famigliare che per l'utilizzo come marchio avrebbe potuto essere considerato in modo diverso, ma tant'è. Tornando all'etichetta del "Veneroso", che qui vediamo nella versione vecchia (a sx) e in quella rinnovata e migliorativa (a dx), possiamo dire che si tratta, graficamente, di un grande classico: ben equilibrata, ordinata, lineare, senza "frizzi e lazzi", dove l'attenzione è appunto concentrata sul nome del vino, in tono granata, che opportunamente spicca rispetto alle altre diciture. Per concludere: "Veneroso" può ricordare anche aspetti positivi, da "Venere", icona di bellezza, a "venerabile", indice di saggezza, sia pure può accusare altre assonanze negative (pensiamo anche solo alle malattie veneree) che non stiamo ad elencare e che si sommano al rischio principale descritto all'inizio di questo articolo. A parziale conferma che probabilmente lo studio di una alternativa sarebbe auspicabile.

In un Vino il Bouquet è Importante, anche Esteticamente

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La Regina, Nascetta, Serra dei Fiori (Braida).

packaging design packagingdesignIl nome di questo vino non rappresenta qualcosa di speciale. Va certamente annotato che fa parte di una serie che comprende anche "Il Fiore" (Chardonnay 70% e Nascetta 30%), "Asso di Fiori" (Chardonnay in purezza, raccolta tardiva) e "Re di Fiori" (Riesling Renano). A questo riguardo ecco il commento del produttore tratto dai testi del sito internet: "Il marchio della tenuta Serra dei Fiori gioca sulla sintonia degli sguardi dei proprietari, sguardi positivi che si uniscono in fiore, sul gioco, attraverso il seme e valore delle carte" (non chiarissimo, il commento). Comunque la nostra attenzione è stata attirata dal colore, questo giallo pieno che caratterizza l'etichetta de "La Regina", e dalla pulizia grafica del packaging. Siamo in Piemonte, dove le tradizioni, fortunamente, perdurano sia nella lavorazione del vino sia nella creazione delle etichette, ma qui siamo di fronte a una etichetta innovativa, contemporanea, dinamica, moderna, dai tratti filanti ed ergonomici (dal punto di vista dell'occhio che la guarda). Un'etichetta caratterizza sempre, a suo modo, il vino che sta "vestendo". Una grafica così di impatto esce bene anche a scaffale, naturalmente. La bottiglia si fa notare. Il vino è pronto per essere acquistato e degustato.

Scomodando Giulietta, Romeo, Lichtenstein e Van Gogh.

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One Last Kiss, Pinot Grigio Veronese, Storywine Import.

winelabels packaging illustrazione artUn giovane designer tedesco ha creato 5 etichette molto particolari per un importatore americano. Sono insolite sia nella grafica sia per il concetto artistico che vogliono esprimere (la storia di Romeo e Giulietta invece, bisogna dire, che è ormai inflazionata). Le etichette appaiono come dei fumetti. Lo stile ricorda quello di Roy Lichtenstein. Le colorazioni sono forti, impattanti. Il brief del cliente parlava chiaro: "Label must stand out from other wines, focuses on target group and should hold an high recognition value (in the style)”. I nomi (The Feud, Capulet's Balcony, One Last Kiss, etc.) richiamano la storia alla quale le grafiche si vogliono ispirare. Il risultato, da arrubricare tra le soluzioni "moderne" per un vino, è certamente impattante, originale. Forse non sarebbero molto adatte al mercato europeo, ma per un utilizzo commerciale world-wide-wine, possono funzionare. Si tratta, tecnicamente, di digital-art di ultima generazione, a conferma che le emozioni possono essere evocate anche da "strumenti" ed elementi attuali così come, certamente, da immagini classiche e "tradizionali". 
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Diamo la Parola al Vino

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packaging branding grafica comunicazioneBivi!, Cesanese del Piglio, Az. Agr. Elena Sinibaldi.

Far parlare il vino, normalmente significa versarlo nel bicchiere e assaggiarlo per "sentire" quello che ha da raccontare. Le papille gustative come tante orecchie. Prima di versare il vino, però, ci sono altri passaggi obbligati: lo scaffale, i consigli, la decisione di acquisto, il momento di consumo, la scelta degli abbinamenti e infine lo stappo. Per questo esistono le etichette. Che aiutano il vino a raccontarsi, prima di poterlo effettivamente bere. Insomma l'etichetta lo fa parlare. Gli dà parola. Mai come in questo caso, dove sia nel fronte-etichette, sia nel retro, vengono spese belle parole per accompagnare il nobile nettare fino alla bocca dei fortunati bevitori. Si tratta qui del vino di una piccola azienda (solo 3 ettari di vigne) che si localizza a sud-est di Roma, nella provincia di Frosinone, in quella terra che tutti conoscono come Ciociaria (la questione geografica è più complessa ma non staremo a soffermarci). Un territorio che comunque non figura tra quelli più noti, turisticamente e storicamente. Tanto per intenderci la cittadina più conosciuta di quella zona è la famosa Fiuggi, patria di una certa tipologia di acque minerali. Ancora meno noto è il vitigno in questione, il Cesanese del Piglio, ove Piglio è il nome del piccolo paese dove queste uve trovano le proprie radici, culturali e materiali. Ma veniamo all'etichetta in questione che sul fronte riporta in grande il nome del vino, "Bivi!", un eloquente invito alla mescita, diretto e simpatico, breve e immediato. Una frase, sottostante, cita niente meno che il Creatore, che avrebbe infine affermato (in forma dialettale) "Aecchi, se beve!". Piuttosto rustica l'esposizione e anche la raffigurazione di una mano con un grappolone d'uva. Ma il tutto risulta accattivante, credibile, gioviale e "generoso". Sul retro una poesia che vi invitiamo a leggere e che parla di sole, di zolle, di vento, d'amore. Non può considerarsi un esempio virtuoso di design, ma l'uso della comunicazione verbale risulta efficace e credibile. E il vino? Schietto ma elegante. Bevibilissimo. In una parola, buono.

Il Bandito Francese di Lessona

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'l Franc Bandit, Cabernet Franc, Proprietà Sperino.

Ne abbiamo viste di etichette in questo blog (superati i 700 post con questo articolo). Ma questa è davvero tra le più folli. Dove "folle" è un complimento, naturalmente. Come nel famoso spot Apple di qualche anno fa. Si tratta di un vino speciale (anche nel prezzo, costa più o meno 100 Euro a bottiglia), un Cabernet Franc in purezza ottenuto dalla meticolosa coltivazione di soli 10 filari per una produzione totale di 1000 bottiglie, nella zona di Lessona, dedicata di solito al Nebbiolo (l'azienda logicamente produce anche altri vini a base Spanna, nome locale del Nebbiolo, ed è conosciuta e stimata anche per questi). Certo siamo di fronte a una personalità (quella del produttore e ideatore dell'etichetta in questione, nonché del vino) molto eclettica. Insomma, se non sono un po' matti non producono buon vino, si direbbe una regola aurea. Passando ad una analisi pratica: l'etichetta è atipica, tutta scritta, praticamente. Le parole, a partire dal bislacco nome "'l franc bandit", la fanno da protagonista: soprattutto quelle del testo, che tentano di spiegare come stanno le cose. Lo riportiamo anche qui di seguito: "attraversando le Alpi, elegante Cavallo Bianco, di qua e di là, eccetera... nobili radici, silenzioso, solitario bandito, e un sacco di altre cose, se solo mi venissero in mente. E va bè, forse basta, anzi no: lui ci ha preso gusto su queste antiche sabbie che nobilita, e loro lui, e bla bla... solo per arrivare a fondo etichetta. Vigoroso, intenso, sanguigno, franco bandito! Ecco”. Si riconoscono, tra le righe, allusioni plausibili: al fatto che il vitigno è francese e quindi ha varcato le Alpi, che il terreno nella zona di Lessona è sabbioso (color giallastro) ed esattamente "sabbie marine plioceniche sovrapposte a sedimenti fluvioglaciali del quaternario" e che si tratta di un "bandito": la trasgressione fa sempre bene alla comunicazione.

Adone il Bellone, Detto Anche "Tammuz"

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Adone, Rosso Toscano (Sangiovese e Merlot), Collemattoni.

arte cultura viticolturaEtichetta abbastanza classica, dalle cromìe eleganti che propongono il rosso Ferrari su fondo nero, sia pure nei canoni grafici dell'ambito in cui opera (Montalcino e dintorni). Anche il nome non è un soprassalto, merita comunque qualche approfondimento. Innanzitutto, come recita il sito internet del produttore "La scelta del nome di questo vino è un chiaro omaggio ad Adon Bucci, il padre di Marcello, colui che ha dato inizio all’avventura contemporanea di Collemattoni". Inoltre, sempre prelevando il testo dal sito: "Nella mitologia greca Adone rappresenta la bellezza e per Collemattoni questo vino è un ulteriore omaggio proprio alla bellezza del territorio e alla gente di Montalcino". È infatti noto che "Adone" richiama a storie mitologiche della Grecia Antica. Storie che sono diventate "modo di dire". Infatti se di un uomo si arriva a dire che "è un Adone" questo sottende una serie di conseguenze percettive. Ma vediamo da cosa origina questo modo di dire (Wikipedia): "Simboleggia la giovanile bellezza maschile... oggetto di importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici. È relativamente assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Tammuz e Baal Hadad, all'etrusco Atunnis, all'anatolico Sandan, di Tarso e anche al frigio Attis, tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione". Molto bene. Ed ecco una curiosità semantica: "Il vero nome della divinità era Tammuz: Adone è semplicemente il nome semitico Adon, “signore”, un titolo onorifico con il quale i fedeli si indirizzavano a lui". A noi non rimane che tentare un'ultima interpretazione, da profani: un buon vino dovrebbe essere anche bello. Dove spesso, nella dialettica, bello e buono vengono mescolati ed esprimono comunque eccellenza.

Salamandre, Cervi Volanti e altri Generi Benèfici

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"Salamander", Chardonnay, Andreas Tscheppe Weingut.

branding wine marketing comunicazioneLa nostra amica Claudia, instancabile winescout, ci segnala le etichette di un produttore austriaco che ha deciso di varcare la soglia della celebre riservatezza e classicità di quel paese adottando delle raffigurazioni di un certo impatto. Immagini tipo "bestiario" d'epoca ma assolutamente reali, si direbbe anche fotografiche, che ritraggono libellule (e ci potrebbe stare), farfalle (piacevoli) ma anche una salamandra e un cervo volante, due "animalini" in grado di suscitare qualche repulsione in persone sensibili. Stupisce soprattutto la salamandra (etichetta dello Chardonnay aziendale) che appartenendo al genere degli anfibi, di essi porta le sembianze tipiche. Salamandra pezzata per l'esattezza, con delle belle (?!) macule giallastre sul corpo. Comprendiamo la ragione di fondo: in etichetta infatti, "Glantz als Nützling", si fa riferimento alla utilità di questa "bestiolina" nel tenere in equilibrio la microfauna in vigna, nutrendosi di una serie di esserini sottoposti. Questo non toglie che una salamandra in versione reale sull'etichetta potrebbe creare, a qualcuno, anche solo il rifiuto di "toccarla" per versare il vino. Stiamo volutamente estremizzando ma la sostanza è questa. Anche il cervo volante (classificato in inglese come appartenente ai "beetle") fa la sua impattante figura (e il suo sporco lavoro in vigna, immaginiamo). Certo che queste etichette si fanno notare, nel bene e nel male. Possiamo quindi concludere comunque con un complimento dicendo che si tratta di scelte coraggiose.

La Congiura della Semantica

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Codazzo, Aleatico rosato, Terracruda.

È una bella etichetta quella del "Codazzo". Soprattutto la versione su sfondo nero (ne esiste anche una su sfondo bianco, un rosato "no barrique", mentre questo che vediamo raffigurato è la versione "Oro", barricata). Una bella illustrazione di una vite, in oro, fa da protagonista con eleganza, trasmettendo un senso di tradizione, storia, cultura, accuratezza. Ecco, non ci piace molto il nome del vino, "Codazzo" e nemmeno quello dell'azienda, "Terracruda", due accezioni che a prima vista possono trasmettere negatività. Il codazzo, si sa, allude a una situazione in cui una folla rumorosa crea disturbo, e la terra cruda può significare terra non fertile, aspra, non ospitale. Ma anche, riflettendoci un attimo, può alludere a una terra "originaria", intatta. Curioso osservare l'andamento degli altri nomi collegati a questo vino: Fratterosa (o Fratte Rosa), la località dove ha sede l'azienda e Soverchia il cognome del titolare. Insomma, a volte la semantica ce la mette tutta a generare dizioni impegnative, sia dal punto di vista fonetico che da quello del significato. Ripetiamo: graficamente le etichette sono molto valide, e il design scelto dal produttore viene portato avanti in modo chiaro e impattante per tutta la linea di produzione. Migliorabili probabilmente alcuni nomi (gli altri vini dell'azienda si chiamano: "Boccalino", "Garofanata", "Vettina", "Lubaco", "Ortina", "Olcio", "Orpe", "Ara Murata"... sembra una congiura letteraria).

Due Nomi Giusti, Forse Sbagliati

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Cantagrì, Canavese Rosso e Dry Ice, Erbaluce di Caruso, Silva.

packaging branding marketing comunicazioneEcco il caso di due nomi, della medesima cantina piemontese, Silva Vini di Agliè, provincia di Torino, che si possono considerare "giusti" (nulla che non va nelle due nominazioni, a livello letterale) e al tempo stesso sbagliati (se si approfondiscono un attimo i concetti che si muovono attorno a questi due prodotti vinicoli). "Cantagrì", definizione accompagnata da un grillo in etichetta, è abbastanza chiaro nella sua esposizione. Si tratta però di un vino rosso (un blend di vitigni non meglio precisati dal produttore) ed è proprio il "però" che ci porta alla critica: i grilli ricordano ampiamente l'estate, la campagna assolata e quindi il consumo di vini bianchi, o al massimo rosé, freschi e beverini. Il grillo insomma (oltre a definire anche un vitigno siciliano, tutto un altro discorso), è una iconografica chiaramente estiva che applicata a un vino rosso, stride (frinisce, potremmo a buona ragione dire). Il secondo nome qui in esame, porta i segni di problematiche diverse che conducono a una critica finale di tipo tecnico e non iconografico. "Dry Ice" infatti (oltre a significare "ghiaccio secco" in inglese, CO2 allo stato solido) è un nome che evoca i "vini di ghiaccio", cioè qui vini prodotti (in Canada ma anche qui da noi in Trentino, ad esempio) lasciando le uve sui tralci fino a dicembre, aspettando che congelino per poterne concentrare maggiormente il nettare. Qui invece si tratta di un vino bianco piemontese, l'Erbaluce di Caluso, che viene raccolto in modo normale, forse con qualche surmaturazione ma niente più. Il nome, si intuisce, riguarda la tecnica di vinificazione, per criomacerazione, che se evocata in questo modo, utilizzando la parola "Ice", può essere interpretata non nel modo giusto. E infine nulla da dire sul design delle etichette, nel senso che è meglio non dire nulla!

Barbera Californiano, Nome Italiano

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etichette marketing comunicazione brandingEnotria, Barbera, Graziano.

Un'azienda californiana che vanta avi piemontesi ha basato il naming delle proprie linee di produzione su nomi e definizioni decisamente italiani. Il nonno dell'attuale proprietario coltivava vigne in Piemonte per cui, perché non sfruttare questo vantaggio, in termini di storia, cultura, credibilità? Certo, le vigne che generano questi vini, oggi si trovano in California, ma l'utilizzo di definizioni in italiano fa sempre il proprio gioco, ovunque e comunque. In particolare nella linea denominata "Enotria", dove troviamo, oltre al Barbera, anche Arneis, Moscato e Dolcetto, vengono sfruttate ben 4 accezioni italiche: "Trattoria Enotria" (non si capisce se è un marchio, un nome, un'azienda o una semplice definizione, ma viene reiterata anche nella cornice che avvolge la grafica dell'etichetta), il nome stesso di linea "Enotria" ben in evidenza al centro, il nome del vitigno ("Barbera") e il cognome italiano nel logo in basso: "Graziano". Lo stile "a francobollo" dell'etichetta, accoglie un design che in generale possiamo definire arcaico-classico, che straborda nel "finto-tipico". Fortunatamente e opportunamente appaiono in etichetta anche le diciture Product of Usa e Mendocino County (se vogliamo, "Mendocino", una zona della California vinicola, è anch'esso un nome italianizzante). In rete si trova anche una foto (qui a dx) di un "Nebbiolo" della stessa linea di vini, che attualmente nel sito del produttore non risulta.

Attenzione ai Nomi, Ma Non a Tutti i Costi

packaging markerting comunicazionepackaging marketing comunicazioneCampo della Paura, Morellino di Scansano, Fattoria Querciarossa.

packaging marketing comunicazionepackaging marketing comunicazioneTra i 5 vini che troviamo nella gamma proposta da questo produttore di Montalcino (il marchio di cui stiamo parlando rientra sotto la società "Tenute Toscane") forse il più normale, diciamo passabile, è "Fulgente", non male, nome dotato di un ottimo assortimento di sfumature semantiche. Peccato che non si legga per niente sull'etichetta. Ma la nostra attenzione è stata attirata più che altro da "Campo della Paura", nome collocato in una etichetta classicheggiante ma... che nome! Degno di un film horror o di un racconto di Stephen King, piuttosto che di un tunnel della morte in un luna park di periferia. Ok, stiamo calcando un po' la mano ma certo il nome in questione non è tranquillizzante. Chissà cosa "c'è dietro", cioè cosa succede di notte nel campo, una vigna immaginiamo, in questione. Forse brancolano lupi. Forse alloggiano gufi e civette. Certo che i grappoli non se la passeranno bene, avranno qualche timore anche loro. Gli altri nomi della gamma dei vini di questa azienda? Fonte delle Serpi (sì, avete letto bene), un Vermentino probabilmente "pungente", e poi Rinaldone dell'Osa (strano anche questo, vero?) e il tutto sommato "normale" Osa. Tra l'altro non c'è uniformità di format (family feeling) tra le varie etichette, sembrano nate una per l'altra, in momenti e "intuizioni" diversi. Capita anche questo nel variegato mondo del packaging del vino. 


C'entra Archimede, ma il Packaging non è una Scienza Esatta.

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etichette branding illustrazione comunicazioneEureka, Chardonnay, Marabino.

Abbiamo più volte fatto notare che se i nomi vengono scritti con caratteri (font di scrittura, in termine tecnico) poco leggibili viene vanificato il loro potenziale comunicativo. L'immediatezza fa il suo gioco, soprattutto in spazi e tempi così limitati come sono l'area di una etichetta e la dinamica della sua fruizione visiva. Questo vino si avvale di un design incisivo, è vero, grazie al fondo nero e alle verbalizzazioni in grande evidenza. Ma il nome del vino in particolare non è immediatamente leggibile. La storia che c'è dietro è comunque interessante: "Eureka" la celebre esclamazione di Archimede, genio matematico di Siracusa, nasce per l'intuizione legata alla misurazione del volume dei materiali per immersione. Sembra che l'aneddoto più accreditato sia quello legato alla richiesta, al noto scienziato, di misurare l'effettivo contenuto di oro di una corona commissionata da Re Gerone II. Il dèspota sospettava che l'orafo avesse inserito rame e argento al posto dell'oro fornito per la manifattura. Archimede ebbe l'intuizione legata al volume degli elementi e provò così la truffa. Nella linea vini del produttore siciliano Marabino, situato tra Noto e Pachino, troviamo anche un Nero d'Avola che con il suo nome omaggia direttamente "Archimede". In questo caso con l'aggiunta di una illustrazione e soprattutto con una modalità di scrittura più leggibile.

Rosati che Osano

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Osè, Rosato (Barbera, Nebbiolo), Scanavino.

pacakging grafica marketing comunicazioneIl gioco verbale tra Rosé e "Osé" è facile da trovare, da gestire e da proporre. Tanto che di vini con questo nome ce ne sono molti. Basta digitare "osé rosato" su Google e ci si può divertire. Ne abbiamo selezionati un paio che hanno voluto sottolineare anche in visual il concetto di "osé", osare, intendendolo come una modalità sensuale per mettere in evidenza un corpo di donna. Anche in questo caso il "gioco" è facile, forse fin troppo. Fatto sta che queste soluzioni di "impatto visivo" che sfruttano attenzionalità ancestrali, possono anche avere un buon riscontro commerciale. Con buona pace di etica, eleganza formale e anche design di un certo livello. A parziale discolpa di chi utilizza il nome Osè e il corpo di una donna per far notare il proprio prodotto va il fatto che i vini rosati tutt'oggi non riscuotono grande attenzione e quindi successo. Sono considerati decisamente poco maschili, sarà il colore, e per questo, forse, poco amati anche dalle donne. Un fenomeno che in molti si sono messi a studiare, a livello di comunicazione e marketing ma che ancora non trova soluzione. Ci scusiamo per la scarsa qualità dell'etichetta a destra ma è l'unica, ad oggi, disponibile in rete per quel particolare vino.

Nomi Dubitativi Generano Curiosità

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naming packaging marketing comunicazioneForse sono fiori, Guardavalle (vitigno), Acinovini.

Grazie all'instancabile opera di ricerca e analisi di Ioannis Argiris che nel suo ottimo blog recensisce con regolarità vini particolari, spesso spettacolari, abbiamo reperito le foto di questo prodotto davvero insolito. Innanzitutto perché il vitigno calabrese che lo compone al 100% è davvero sconosciuto a molti. Poi perché il produttore si diletta, oltre a dare vita a ottimi vini "di nicchia", a comunicare con un piglio allegro e scanzonato. Ne è prova l'etichetta di questo vino che si chiama "forse sono fiori". Colorata, allegorica, allusiva, divertente ma anche impattante e memorabile. Secondo la poetica analisi di Ioannis, il "forse sono fiori" è da intendersi in questo modo (riportiamo le sue parole): "...giallo carico e velato nel bicchiere, si presenta chiuso al naso inizialmente, con il passare dei minuti si distende ed esprime un carattere diretto e particolare con sentori di nocciola e -forse sono fiori- di campo". Lo stile dell'illustrazione in etichetta è molto contemporaneo. Nulla concede a stilemi tradizionali. Al contrario si spinge su un terreno puramente artistico che possiamo definire "per pochi". Ma probabilmente anche questo vino è per pochi, vista anche l'esigua produzione. E se son rose fioriranno, aggiungiamo noi.

Detti Popolari Diventano Nomi (Commerciali)

grafica packaging branding comunicazioneIn Bocca al Lupo (Crepi!), Merlot, Massa Vecchia.

design grafica marketing comunicazioneCapita qualche volta di incorrere in nomi che "pescano" nelle tradizioni semantiche popolari, sfruttando detti, modi di dire, proverbi e altre locuzioni generate da usi e costumi, locali o nazionali. Questo che commentiamo oggi è uno di questi, tra i più lampanti esempi, essendo il detto in questione tra i più conosciuti e ancora utilizzati. "In bocca al lupo", infatti, è modo di dire che si usa per "antitesi", allo scopo di scacciare un guaio, di evitare problemi, di augurare, in sostanza, vicende fortunate e non trameste. L'origine più probabile di questo detto è quella che fu in uso di chi andava a caccia, una volta anche per questioni di alimentazione, e che poteva in effetti incontrare pericoli cagionati da belve feroci. Ecco quindi che l'azienda Massa Vecchia, decide di attribuire due nomi, sfruttando questo modo di dire, a due propri vini, entrambi prodotti con uve Merlot in purezza: il primo, barricato, si chiama dunque "In Bocca al Lupo", e l'altro vino "risponde", logicamente, "Crepi!". Visto che è proprio questa la più spontanea risposta a chi ci augura del bene con la formula del lupo. Il secondo vino, "Crepi!" è affinato in botte grande. Il produttore specifica che: "A seconda dell’annata le uve possono dare vita all’In Bocca al Lupo, con macerazione e affinamento più lunghi, oppure vengono destinate ad una vinificazione più semplice ed affinamento più breve, da cui nasce il Crepi!". Belle e attenzionali le etichette che mostrano un lupo nero (simbolo e logo dell'azienda) su sfondo rosso. Forte simbologia, apotropaica e anche funzionale alla notorietà di marca e tutto sommato, alle vendite. Unica critica: poco visibili il nomi in questione, potrebbero avere maggiore protagonismo.

Crociati Moderni in Terre Antiche

packaging grafica illustrazione comunicazioneMadonna Como, Barbera d'Alba, Fratelli Giacosa.

Bella sorpresa questa etichetta del "profondo Piemonte", nel senso dello spessore storico di quelle terre a ridosso di Alba, che stupisce per la sua grafica modernista, governata da una illustrazione dallo stile insolito, almeno per quella regione ancora molto tradizionalista. Si tratta di un cavaliere, probabilmente un Crociato, visto che porta uno stemma (il medesimo che distingue il logo aziendale) dagli stilemi cristiani. Un cavaliere cubista (in senso artistico, naturalmente), molto colorato, sfaccettato, si direbbe un Re, vista la corona che porta sulla testa. Una raffigurazione creata con uno stile davvero originale, un tipo di comunicazione visiva certo non per tutti che però denota una ricerca particolare nella proposta di packaging di questo Barbera d'Alba. Il nome del vino anche è curioso e da sottolineare. Come abbiamo già spiegato in un altro articolo precedente a questo, la Madonna di Como in questione non si trova sull'omonimo lago a nord di Milano, bensì si tratta di una frazione, di una zona viticola, nei pressi di Alba, storicamente nota per essere particolarmente adatta alla coltivazione di uve Barbera e Dolcetto. Ed ecco qui confezionato il nome "Madonna Como", che potrebbe confondere, ma che è anche dotato di una sua, peculiare, curiosa identità. Una storia da raccontare, insomma, legata al nome del luogo che come sempre male non fa alla caratterizzazione di un vino. E poi il Crociato con la Madonna concettualmente ci sta. P.S.: l'immagine dell'etichetta qui riportata non è di buona qualità ma per ora non siamo riusciti a reperire di meglio, né in rete, né nel sito dell'azienda produttrice.