Nel Creare Nomi Serve Precisione


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Perciso, Lambrusco a foglia frastagliata, 
i Dolomitici.

Il vino in questione nasce da una varietà di Lambrusco che l'azienda "i Dolomitici" (nonché "Liberi Viticoltori Trentini", nome molto evocativo per quanto riguarda la percezione della zona di produzione) ha deciso di continuare a coltivare nel territorio di Avio. Un Lambrusco apparentemente fuori sede (anche se di "varietà antica, saldamente legata al territorio trentino") almeno per le conoscenze a disposizione dei comuni mortali (e possibili acquirenti, soprattutto quelli al di fuori della provincia). La dicotomia (ripetiamo, riservata ai potenziali acquirenti non esperti, che sono però la maggioranza) tra Lambrusco e Trentino potrebbe inficiare la credibilità nella resa enogastronomica del vino in oggetto. Il sinonimo "Enantio" avrebbe potuto evitare il querebus. Ma queste sono scelte di marketing nelle quali non entriamo: il mercato dirà se si tratta di una mossa indovinata. Parliamo quindi del nome e dell'etichetta. Il nome di questo vino ha almeno un paio di problemi: uno di fonetica e l'altro di semantica, collegati tra loro. Se si tenta di pronunciare questo nome, "Perciso", la lingua incespica e cerca di dire "Preciso". Anzi, sicuramente molti ci "cascheranno" leggendolo male e pronunciandolo di conseguenza. Il nome in realtà nasce per essere "Per Ciso", ecco la spiegazione del produttore: "Narciso detto “Ciso” è il nome del contadino che ci ha consegnato la vigna di Lambrusco a foglia frastagliata che coltiviamo assieme. Dunque Perciso, un vino dedicato a Ciso". E allora perché non scriverlo con le due parole staccate, o almeno, "PerCiso" con la "C" maiuscola? Per quanto riguarda l'etichetta, estremamente semplice, forse accusa una sommarietà che lascia poco all'immaginazione, ovvero all'emozione. Insomma, forse non è stato svolto un lavoro di "percisione", gusto per giocare con le parole.

Nomi Vietnamiti per Vini Italo-Bordolesi

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Tâm, Bolgheri Superiore, Batzella.

È un bel "pasticcio" questa etichetta. In senso gastronomico, cioè riferito a quando si mettono insieme tanti ingredienti che magari nulla c'entrano uno con l'altro. Vediamo di districare un po' la matassa. L'azienda si chiama Batzella, dal cognome di uno dei due fondatori. E già qui ci sono delle difficoltà di pronuncia e pazienza che in etichetta viene pure scritto in modo spezzato, probabilmente complicando le cose (la lettura diventa "Batz" e poi "ella"). Il nome del vino è “Tâm” e viene giustificato in questo modo dal produttore, nelle proprie schede prodotto: "Il nome “Tâm” vuol dire “passione” in Vietnamita, la passione che muove noi produttori alla ricerca di quell’elusivo equilibrio fra eleganza e potenza nei nostri vini". Il fatto è dovuto, si presume, alla nazione di origine dell'altro fondatore, la compagna del Batzella. La questione vietnamita non si conclude qui, perché riguarda anche il design dell'etichetta, alquanto particolare. Infatti nel sito web si dice che: "Il disegno dell’etichetta è ispirato dal carattere cinese con cui si scrive TÂM, cioè cuore, passione". Il concept è forte, preciso, valido, ma la scelta di esprimerlo in modo così orientaleggiante potrebbe generare qualche perplessità. Prima di fare queste scelte diciamo "affettive", servirebbe valutare che impatto può avere sul pubblico un'etichetta in vietnamita, che riporta, doverosamente, anche l'origine toscana del vino (Bolgheri), generando un corto circuito percettivo. Origine toscana anch'essa discutibile visto che si tratta di un vino costituito dal cosiddetto "taglio bordolese". Insomma un bel mix di culture, diciamo così. Precisiamo una volta di più che i commenti qui riportati riguardano unicamente la grafica delle etichette e non vanno nel merito della qualità del vino che spesso, per le etichette commentate, è ottima così come, anche in questo caso, sono stimati i relativi produttori.

L'Etichetta con Dentro Altre Etichette

grafica branding concept comunicazioneLanghe Favorita, Abrigo Giovanni.

graphic design branding comunicazione marketingQuesta etichetta è un rebus. Come modo di dire (si dice di qualcosa di enigmatico) e anche come raffigurazione (che somiglia a quelle dei rebus della Settimana Enigmistica dove, attraverso le immagini, bisogna arrivare a formulare una frase). In questo caso si tratta evidentemente dell'opera (firmata) dell'artista Daniele Fissore, intitolata "Picnic". Raffigura in effetti la scena di un pic-nic tra un gruppo di persone. Una mano di donna in primo piano sta per prendere una bottiglia. Primo enigma: sullo sfondo si vede il mare. E pur considerando che il vitigno Favorita è fortemente imparentato con il Vermentino e il Pigato liguri, rimane pur sempre una tipicità e una produzione piemontese. L'azienda infatti ha sede e vigne a Diano d'Alba in provincia di Cuneo. Secondo inghippo: le bottiglie raffigurate nella scena del pic-nic in questione sono degli altri vini di produzione della medesima azienda, il "Rosetto", da uve a bacca rossa non meglio precisate, e un Dolcetto, probabilmente il "Garabei", sempre di produzione della medesima azienda che produce questo Langhe Favorita del quale stiamo commentando l'etichetta. Insomma una specie di pubblicità occulta di altri vini, all'interno dell'etichetta di un vino diverso da essi. Bizzarro. Si vede anche una bottiglia più piccola, da bevanda gassata, che sembrerebbe proprio il Chinotto Lurisia, ma non complichiamoci la vita. Il vino non ha un nome (e questo non è bene) e quindi viene rappresentato dal nome del vitigno, dal nome del produttore e in sostanza e prevalenza da questa raffigurazione pittorica, molto estiva (e qui ci siamo, la Favorita è un vino per l'estate) che però lascia decisamente perplessi.

Un Nome che Significa Vergogna

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Lo Scorno, Rosso di Montalcino, 
San Filippo.

Perché chiamare un vino "Lo Scorno"? Non è una domanda retorica, è tecnica. Questo blog spesso filosofeggia ma alla fine riconduce sempre a questioni tecniche. Ed ecco, quindi, che tecnicamente questo nome non è una buona idea. Il perché è abbastanza evidente, ma analizziamolo con l'aiuto di chi si occupa della lingua italiana a livello formale. Poi faremo anche valutazioni filosofico-ludiche. Dunque, di primo acchito, ricerca che può fare chiunque rapidamente, il dizionario on-line di Google alla voce "scorno" dice: "Sostantivo maschile - Cocente umiliazione della propria vanità e presunzione in conseguenza di uno smacco. Origine der. di scornare". Vediamo il parere tecnico di Treccani: "Scòrno s. m. (der. di scornare). Senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri: subire uno s.; con suo grave s. ha perso la causa che mi aveva intentato; è stato un grosso s. per lui vedersi anteposto il suo odiato avversario; "Addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno." (Dante); "Mai non potrebbe il pianto adeguarsi al tuo danno ed allo scorno." (Leopardi)." E per quanto riguarda il dialetto napoletano? L'accezione partenopea "metterse scuorno" a volte coniugata all’imperativo "miéttete scuorno!" sarebbe come dire "vergognarsi". Non parliamo inoltre del possibile accostamento con le corna. A questo punto è facile concludere dicendo che nessun tipo di storytelling o di toponomastica o di storia (cog)nomeica famigliare può giustificare, eventualmente, l'adozione di un nome come questo. Tecnicamente e filosoficamente parlando.

Patronimie e Cultura Greca in Sicilia

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Patrono, Nero d'Avola, Feudo Ramaddini.

Narriamo qui di un vino, un Nero d'Avola della Sicilia sud-orientale, e del suo cambiamento di "casacca". Il nome è rimasto il medesimo, "Patrono", probabilmente a sancire quella sacralità che pervade la cultura siciliana a partire dalle chiassose feste patronali e/o di Santi variegati e Madonne ammantate. Il packaging è cambiato: prima raffigurava effettivamente un santo, un prelato, un patrono, appunto. Ora, al suo posto c'è un faccione che potrebbe essere un Bacco o come si presume dal nome di linea di questo vino, Omero, un eroe greco. Lo stile anche è cambiato: da una format grafico abbastanza classico, con la concessione, discutibile, del nome scritto in verticale e spezzettato, si è passati a stili decisamente rastremati e in questo senso "moderni". Il carattere di scrittura del nome è molto particolare (stiamo parlando della nuova etichetta, quella raffigurata qui alla base), così come la stilizzazione della faccia al centro, caratterizzata da un curioso ciuffo rosso. L'etichetta è diventata ovale e anche il logo aziendale ha usufruito di un sensibile restyling. In generale il miglioramento è visibile, almeno per quanto riguarda la pulizia grafica e l'impaginazione. La nuova etichetta, in buona sostanza, si potrebbe definire come un mix riuscito tra antico e moderno, un passo verso una comunicazione da nuovo millennio, ma con un piede nella storia e nella cultura dei luoghi di produzione, al centro di quel Mediterraneo che ancora oggi fa da culla per l'umanità intera.
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Dialogo Immaginario tra Designer e Azienda

Poggio dell'Otto, Brunello di Montalcino, 
8 Vini.

Abbiamo provato, per gioco, a immaginare il dialogo tra il designer che ha progettato questa etichetta e il titolare dell'azienda. O comunque tra due "addetti ai lavori", responsabili della creazione di questo packaging. "Dunque, come si chiama l'azienda?" - "8 Vini" - "Perché produce o commercializza 8 vini?" - "No, molti di più" - "Ok, non importa, passiamo oltre" - "Direi che comunque l'8 è una questione importante" - "Ok, allora lo mettiamo in etichetta" - "Certo" - "Partiamo dal nome del vino... e se fosse Poggio dell'Otto?" - "Sì, perfetto, il poggio, cioè la collina dove viene coltivato il Brunello di 8 Vini, mi sembra coerente" - "Bene" - "E per la grafica?" - "Ma, direi fondo nero, per il Brunello si usa, è in trend" - "Perfetto" - "E al centro metterei un bell'8, scritto in numero!" - "Uno solo? Mettiamone 8!" - "Otto 8?" - "Sì, come il nome dell'azienda!" - "Great!" - "Come li mettiamo, tutti in fila?" - "Mmmh... mettiamoli a raggera, come un ventaglio" - "Può essere. E il colore?" - "Idea! Li facciamo di tutti i colori dell'arcobaleno!" - "Bello, sta bene, sembra un fiore... attira l'attenzione". Ed ecco qui fatta l'etichetta. Non ci permettiamo di esprimere un giudizio che sarebbe troppo personale. Lo farà il mercato. Il mercato ha sempre ragione.

Design Enigmatico di Luna e di Luni

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Caligrè, Grenache, Terre della Luna.

marketing branding grafica labelsAbbiamo provato a rifletterci, guardando e riguardando l'etichetta in questione ma non siamo riusciti a risolvere l'enigma. Il packaging dei vini di questo piccolo produttore dei Colli di Luni (Ortonovo) non si riesce a tradurre in qualcosa di significativo. Praticamente: in alto c'è il logo aziendale che probabilmente fa riferimento alla luna, al suo sorgere, al suo essere. Sotto a quella specie di emisfero che sembra la testa di un gatto (o di un Ufo) ci sono altri segni, lettere, tratti, tagli, a simboleggiare chissà cosa. Complice anche il fatto che non si trovano foto di grandi dimensioni e di buona risoluzione, in rete, il mistero è ancora irrisolto (grazie a "La Venere di Bacco" per la foto dell'etichetta gialla). Anche i nomi non scherzano, almeno i due che citiamo qui: Caligré, non ancora decrittato (probabilmente "gre" da Grenache e forse "cali" da calice), e Scì, evidentemente riferito al vitigno che è Shiraz in purezza. Gli altri nomi della squadra sono: Plinio il Giovane, Lun'Antica e Vignali di Luna, già meglio. Pur volendo soprassedere al possibile significato della grafica l'effetto è straniante e in generale il format dell'etichetta risulta piuttosto approssimativo, anche a causa del font (tipo di carattere) adottato per le scritte. 

I Potere (e il Podere) dei Fiori

Flower Power, Rosato da Sangiovese, 
Podere 414.

Etichetta davvero particolare per questo Sangiovese rosato che viene dalla Maremma. Come potremmo definirlo? Giovane? Moderno? Allegorico? Artistico? Certo rompe certi codici di comunicazione del vino, proponendo un design molto colorato e uno stile quasi "carnevalesco". Qualche problema di leggibilità per le lettere iniziali colorate, comprese quelle del nome, dove si nota anche una "o" realizzata con un fiore. Il naming ha una spiegazione, nel sito del produttore, eccola: "Il nome "Flower Power" è mutuato da una espressione del poeta Allen Ginsberg che coniò questo termine nel 1965 in riferimento alla "controcultura hippy" degli anni sessanta e settanta. Le caratteristiche di questo vino sono quindi la semplicità e la vivacità e la natura." Una citazione storica, socio-culturale, di un certo spessore, nonostante la giocosità dell'etichetta. Da sottolineare che nel packaging più che il nome del vino si nota subito il nome dell'azienda: Podere 414, particolare anch'esso e con le sue ragioni e descrizioni: "414 è il numero attribuito al podere dall'Ente di "riforma fondiaria" negli anni 60 durante il frazionamento del latifondo e la redistribuzione dei terreni da esso derivanti a famiglie "assegnatarie". Tutto circostanziato, quindi. Da parte di chi ha ideato marchio ed etichetta. In definitiva forse si tratta di una soluzione fin troppo ludica ma anche in questo caso, a sua parziale discolpa, citiamo le parole della proprietà: "Podere 414 “Flower Power” trova il suo habitat naturale come “vino da piscina” o in accompagnamento di una grigliata fra amici, rappresenta una possibile alternativa ad altre bevande per qualsiasi occasione quotidiana o semplicemente informale."

Attizzamenti Spumeggianti tra Allure e Allusioni

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M'attizz, Trebbiano-Malvasia-Moscato, 
Vigne Sannite.

Il blogger Alessandro Marra di Stralci di Vite (bello il cappello: "tralci e stralci, viti e vite, storie di uomini e tradizioni, identità forti, passioni dietro un'etichetta") ci segnala questa straordinaria etichetta (e gentilmente ci fornisce anche la foto) che non riusciamo ad ignorare, sia pure nella sua estrema semplicità (in questo caso una semplicità semplicistica, come dire, molto popolare, nell'accezione comunque positiva del termine). Il vino, un "frizzantino" quindi categorizzabile come "di facile consumo", si chiama "M'attizz". Dialetto, è chiaro, per dire "mi attizza" (il produttore è del Sanni0: Benevento). Potrebbe trattarsi di un "attizzamento" emozionale di qualsiasi tipo, oppure il riferimento ad un focolare domestico, se non fosse che la "i" di questo naming è formata da una silhouette di donna (sarebbe "sagoma" ma in francese ha più charme) elegantemente vestita (gonna corta, gambe luuunghe), "incastonata" in un flûte (parola che significa "flauto", ovvero calice per vini spumanti). Sullo sfondo bollicine vaganti ad alludere ad un certo mondo spumeggiante di party, di festa, di champagne (con la "C" minuscola, quindi qui intesto nel suo significato originale, quello di "campagna"). Da notare anche che la "M" del nome "M'attizz" è rossa (il rosso attizza), mentre le altre lettere sono verdi (il verde è speranza). Per il resto il design dell'etichetta è lineare, pulito, gestito con gli equilibri giusti. Non è infine da escludersi che un nome del genere possa generare vendite e consenso, logicamente muovendosi commercialmente presso un target adeguato.

Amarone o "Amaione"? Dipende dalla Regione

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Amaione (e Aione), Sangiovese, Podere Casina.

Plagio o buona fede? I confini del naming sono a volte labili e contaminanti. Certo che se un vino si chiama "Amaione" viene subito da pensare all'Amarone. Si tratta di una produzione speciale (solo 300 bottiglie) del 2006 (l'annata di cui noi abbiamo trovato traccia) e si riferisce effettivamente a una specie di "copiatura", anche produttiva, dell'Amarone, in quanto questo vino è stato prodotto utilizzando uve Sangiovese 100%, da vendemmia tardiva, lasciate appassire 6 mesi in fruttaio, per ottenere un nettare molto concentrato, da 16%. Non sappiamo se il produttore ha dato seguito ad altre produzioni (annate) con questo nome. Nel sito dell'azienda attualmente si trova un vino con un nome simile, Aione, prodotto sempre con vitigno Sangiovese, ma in modo più normale, da vino rosso classico. Non c'è più traccia dell'Amaione, forse a fronte di qualche procedimento legale da parte del Consorzio dell'Amarone o di qualche produttore di quel vino, certamente più noto e quindi più imitabile piuttosto che viceversa. L'idea di utilizzare il procedimento dell'Amarone (che comunque si avvale di tre o più vitigni mescolati insieme) non è malvagia, ma la protezione del suo nome è chiaramente un diritto ormai acquisito e da difendere, all'estero come in Italia.
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Il "Cuoro" della Comunicazione (del Vino)

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I Heart (+ vitigno), Zinfadel Rosé, I Heart Wines.

Il caso rappresentato ed evidenziato da queste etichette di vino è soprattutto un caso di marketing. Oltre che di immagine vera e propria. Una operazione imprenditoriale ben studiata così come è stato ben studiato il packaging. Dietro all'idea di proporre una selezione dei più noti vitigni internazionali (senza realmente produrli, ma prendendoli già fatti), come dichiarato dall'azienda in questione, c'è un intento di semplicità. Una proposta chiara e comprensibile a tutti, nella sua dinamica commerciale e, prima ancora, nella comunicazione. Il cuore come elemento chiave del visual, questo si evince subito ad una prima osservazione. Un cuore, al centro, la cui forma viene forgiata dal testo esplicativo della proposta al cliente, la parola cuore ripetuta (heart), un cuoricino alla base dell'etichetta e uno anche sul collarino della bottiglia. Il nome del vino? "I Heart Chardonnay" piuttosto che "I Heart Prosecco" e così via. Dove il noto "I Love" viene sostituito con una parola più tecnica, più dura nella fonetica, ma che fa diretto riferimento la cuore come forma, senza perdere il significato di "amore". Si potrebbe comunque tradurre in "io amo" o nell'orribile ma diffuso modo di dire, sviluppatosi nei social, "io cuoro". Nome sinergico, quindi, con tutto il "sistema di comunicazione" che è stato creato attorno al progetto. E design dell'etichetta ben studiato, nei minimi particolari, sia pure lasciando letteramente spazio alla pulizia grafica, al bianco, ad una modernità che non ripudia certo le emozioni basilari dei luoghi comuni. Ma con intelligenza.
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Un Vino Nuovo con un Volto Vecchio

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Volto Nuovo, Rosato, Azienda Agricola Ghiga.
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In prima battuta non riusciamo a capire cosa ci sia di nuovo nel volto (l'etichetta) di questo vino. Eppure il suo nome è "Volto Nuovo". Ma proviamo ad analizzare più in dettaglio gli elementi costituenti del design. Si notano subito delle rose, stile illustrativo classico, da erbario. L'esecuzione comunque non sembra delle migliori. Manca profondità. Forse è voluto. Il nome del vino e il nome aziendale sono scritti con il medesimo carattere (font di scrittura) nella tipologia "molto graziato". Leggibilità non scorrevolissima, soprattutto per il nome in verticale. Oltre a questo ci sono solo due definizioni "tecniche": Vino Rosato e Azienda Agricola. Una cornice dagli angoli arrotondati racchiude gli elementi che si stagliano su fondo bianco carta. No, decisamente il volto di questa etichetta non è nuovo. Anzi, risulta piuttosto datato. Dove "datato" non è un complimento. Il concetto di volto nuovo sarà probabilmente riferito al vino. E infatti nel sito del produttore troviamo, tra le altre, queste considerazioni: "Vino rosato di moderata gradazione alcolica e buona struttura in bocca, dotato di un ottimo colore rosa intenso. Questo vino deriva da un uvaggio composto da uve Barbera (circa il 70 %) e Freisa (circa il 30 %), vinificato in rosato. La Barbera conferisce un ottimo colore, una buona struttura ed acidità, mentre la Freisa dona un profumo fruttato molto piacevole ed una morbidezza allettante. Il nome “Volto Nuovo” vuole significare l’intenzione di dare una nuova identità al Barbera, del quale abbiamo l’ immagine di un vino rosso mediamente strutturato o di medio invecchiamento. Il rosato di Barbera è infatti un prodotto “innovativo” e molto interessante, assolutamente da provare". 

Etichette Evolute in Terre Sperdute

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grafica marketing comunicazioneNoelia Bebelia, Albarino, 
(Simon & Noelia).

Sono tre gli aspetti interessanti reperibili in questa bottiglia, tra il fronte e il retro etichetta. In primo luogo l'estrema pulizia del "messaggio principale", cioè in questo caso il nome dell'azienda che diventa anche nome del vino (Noelia è il nome della produttrice e vignaiola e Bebelia in vezzeggiativo da Beber, bere in spagnolo). Nome del vino e nome del vitigno (Albarino), ed è tutto. Su sfondo bianco avorio. Certo il carattere di scrittura fa molto: non è il massimo della leggibiltà ma guadagna in eleganza con i suoi tratti smussati e suadenti. A simulare una scrittura a mano, tra l'adolescenziale e il vanitoso, certo molto femminile. Inchiosto a rilievo, che è sempre un bel vedere (e sentire, al tatto). Secondo aspetto interessante: la storia aziendale scritta in sintesi, ma per intero, nel retro etichetta (non un vero e proprio retro etichetta, in quanto in questo caso fa
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quasi il giro completo della bottiglia). Una bella storia appassionata, di attenzione e dedizione. Terzo aspetto, tecnico ma importante, che in buona parte manca ancora in Italia: l'ologramma di garanzia (in basso a destra) ad opera del Consorzio Galiziano "Rias Baixas", che prova l'effettiva originalità del prodotto. Siamo qui di fronte a un piccolo produttore (il loro vino è una vera chicca qualitativa) di una piccola e semi sconosciuta zona vitivinicola in un angolo (atlantico) della Spagna, ma con soluzioni tecnico-burocratiche molto evolute. Da prendere esempio. 

Il Concetto di Naturale, Ridondante

marketing branding grafica comunicazioneAgricolo, Primitivo, Cantine Paolo Leo.

È il marketing, dirà qualcuno. Che spinge in questa fase (poi le cose cambiano) a sottolineare gli aspetti bio, e naturali, e genuini, e biodinamici, e chi più ne ha più ne metta. Infatti in questa etichetta ne hanno messe molte di parole attinenti al concetto attualmente "di moda": bio e natural product (nel bollo in alto, poi "Agricolo" (il nome), vino biologico e come se non bastasse "da agricoltura biologia". Alcune di queste diciture sono necessarie, ed è anche vero che "repetita juvant", ma insomma, forse si poteva rastremare un po'. Da notare che, oltre all'Agricolo, nella gamma proposta dalle Cantine Paolo Leo, ci sono anche il "Rurale" (rosato da Negramaro), il "Terreno" (Negramaro) e "Ecosistema" (Chardonnay). Nomi che quanto meno non ridondano con i concetti precedentemente sottolieati, laddove "Agricolo", letteralmente lo fa. Il Bio per ora vende, viene apprezzato (da un certo gruppo di consumatori) anche a fronte di un costo maggiore. Vedremo quando durerà. Ma abbiamo il sospetto che il Bio sia come le marmitte catalitiche qualche anno fa: presentate come caro accessorio sono diventate la norma, integrate nella struttura e nel costo generale del prodotto.

Un Restyling in Rosa, Quasi Impercettibile

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Il Diamante di Silvia, Barbera frizzante, Podere Gaiaschi.

Andiamo con ordine. In primo luogo le etichette di vini che presentano una cromìa rosa sono davvero molto rare. Si trovano colori stani sulle bottiglie, come l'azzurro cielo, il verde, il giallo, diciamo "strani" in quanto poco adatti alla tipologia vino, ma a volte si trovano. Il rosa è un colore che davvero raramente viene adottato dai produttori di vino. È un colore, un "codice", femminile per eccellenza, forse in questo caso è stato scelto in onore di Silvia, alla quale è dedicato il barbera frizzante in questione. Si cita anche un diamante, che viene mostrato in illustrazione. Diciamo subito che l'etichetta è a dir poco "rivedibile", a livello grafico, di design. Per quanto riguarda il nome, troppo lungo e composto per essere un vero nome, potrebbe anche attirare l'attenzione, soprattutto delle donne, con quello che il diamante può evocare. Ma anche per quanto riguarda il naming non siamo di fronte a una scelta tecnicamente condivisibile. Perché abbiamo raffigurato due etichette? Perché una è del 2015 e una del 2016 (quella a destra). Se osserviamo bene vediamo che sono leggermente diverse. È stato operato un restyling, quasi impercettibile. Il nome "Il Diamante di Silvia" è stato portato al centro dell'etichetta, probabilmente peggiorando la situazione (leggibilità discutibile, anche con quell'ombra bianca di sfondo). Sotto alla scritta "Barbera Frizzante" c'è una parola in più rispetto a prima: "aggiunti" (senza solfiti aggiunti). Probabilmente una esigenza burocratica. Di fatto la leggibilità di questa frase è ancora problematica, come lo era prima. Infine, sotto al nome aziendale viene aggiunto "Azienda Agricola", anche in questo caso peggiorando le cose e creando confusione: il nome aziendale è "Podere Gaiaschi" oppure "Gaiaschi Azienda Agricola"? L'unico miglioramento è nell'industrial design della bottiglia, ora borgognotta invece che classica. Quindi ora più adatta a un barbera frizzante. Ma se un cambiamento generale andava fatto, si potevano giocare carte migliori.

Anche i Vitigni hanno i Loro Insoliti Nomi

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Maturano, Spumante Charmat, Cominium.
Questo è un vino che attira l'attenzione per diversi motivi (ma non per l'etichetta, che risulta, lo diciamo in partenza, abbastanza sul classico-anonimo): in primo luogo il nome del vino che è anche nome di un vitigno autoctono praticamente sconosciuto; poi la lavorazione del medesimo, con metodo Charmat (e anche per il fatto che ci troviamo nel Lazio, regione che di certo non viene annoverata storicamente tra quelle produttrici di vini spumanti). Il vitigno si chiama quindi "Maturano", immaginiamo con l'accento sulla seconda "a", anche per non generare corto circuito con il verbo "maturare", strettamente legato all'uva e al momento della vendemmia. Certo che le uve nel Lazio maturano bene: siamo nel centro Italia, dove il sole si fa sentire già molto più che a nord. Il curioso "bisticcio" linguistico che porterebbe qualcuno ad accentare "Maturano" sulla "u", potrebbe invero generare notorietà per il prodotto, nel rispetto del principio per il quale l'importante è che se ne parli. Certo siamo di fronte a una nominazione curiosa.


Buonissimi Vini dalla Semantica Velenosa

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Veneroso, Sangiovese e Cabernet, Tenuta di Ghizzano.

Questo molto ben quotato vino toscano, riconducibile alla Doc Terre di Pisa, si chiama "Veneroso". Oltre ad una difficoltosa pronunciabilità, va da sé che per chi non conosce la storia dell'azienda (e la famiglia che la dirige) il salto semantico, fonetico, concettuale, alla parola "velenoso" è questione di un attimo. Questione di una svista, di una distrazione, di un gioco di parole, certo, ma pur sempre facile da accadere. Approfondendo, il potenziale cliente scoprirà che la proprietaria della tenuta si chiama Ginevra Venerosi Pesciolini (proprio così) e quindi il nome "Veneroso" deriva da uno dei due nobiliari cognomi. Ricorda, questa vicenda nomeica, un'altra famosa azienda vinicola di Ascoli Piceno: Velenosi Vini. Anche in quel caso una questione di cognome famigliare che per l'utilizzo come marchio avrebbe potuto essere considerato in modo diverso, ma tant'è. Tornando all'etichetta del "Veneroso", che qui vediamo nella versione vecchia (a sx) e in quella rinnovata e migliorativa (a dx), possiamo dire che si tratta, graficamente, di un grande classico: ben equilibrata, ordinata, lineare, senza "frizzi e lazzi", dove l'attenzione è appunto concentrata sul nome del vino, in tono granata, che opportunamente spicca rispetto alle altre diciture. Per concludere: "Veneroso" può ricordare anche aspetti positivi, da "Venere", icona di bellezza, a "venerabile", indice di saggezza, sia pure può accusare altre assonanze negative (pensiamo anche solo alle malattie veneree) che non stiamo ad elencare e che si sommano al rischio principale descritto all'inizio di questo articolo. A parziale conferma che probabilmente lo studio di una alternativa sarebbe auspicabile.

In un Vino il Bouquet è Importante, anche Esteticamente

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La Regina, Nascetta, Serra dei Fiori (Braida).

packaging design packagingdesignIl nome di questo vino non rappresenta qualcosa di speciale. Va certamente annotato che fa parte di una serie che comprende anche "Il Fiore" (Chardonnay 70% e Nascetta 30%), "Asso di Fiori" (Chardonnay in purezza, raccolta tardiva) e "Re di Fiori" (Riesling Renano). A questo riguardo ecco il commento del produttore tratto dai testi del sito internet: "Il marchio della tenuta Serra dei Fiori gioca sulla sintonia degli sguardi dei proprietari, sguardi positivi che si uniscono in fiore, sul gioco, attraverso il seme e valore delle carte" (non chiarissimo, il commento). Comunque la nostra attenzione è stata attirata dal colore, questo giallo pieno che caratterizza l'etichetta de "La Regina", e dalla pulizia grafica del packaging. Siamo in Piemonte, dove le tradizioni, fortunamente, perdurano sia nella lavorazione del vino sia nella creazione delle etichette, ma qui siamo di fronte a una etichetta innovativa, contemporanea, dinamica, moderna, dai tratti filanti ed ergonomici (dal punto di vista dell'occhio che la guarda). Un'etichetta caratterizza sempre, a suo modo, il vino che sta "vestendo". Una grafica così di impatto esce bene anche a scaffale, naturalmente. La bottiglia si fa notare. Il vino è pronto per essere acquistato e degustato.

Scomodando Giulietta, Romeo, Lichtenstein e Van Gogh.

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One Last Kiss, Pinot Grigio Veronese, Storywine Import.

winelabels packaging illustrazione artUn giovane designer tedesco ha creato 5 etichette molto particolari per un importatore americano. Sono insolite sia nella grafica sia per il concetto artistico che vogliono esprimere (la storia di Romeo e Giulietta invece, bisogna dire, che è ormai inflazionata). Le etichette appaiono come dei fumetti. Lo stile ricorda quello di Roy Lichtenstein. Le colorazioni sono forti, impattanti. Il brief del cliente parlava chiaro: "Label must stand out from other wines, focuses on target group and should hold an high recognition value (in the style)”. I nomi (The Feud, Capulet's Balcony, One Last Kiss, etc.) richiamano la storia alla quale le grafiche si vogliono ispirare. Il risultato, da arrubricare tra le soluzioni "moderne" per un vino, è certamente impattante, originale. Forse non sarebbero molto adatte al mercato europeo, ma per un utilizzo commerciale world-wide-wine, possono funzionare. Si tratta, tecnicamente, di digital-art di ultima generazione, a conferma che le emozioni possono essere evocate anche da "strumenti" ed elementi attuali così come, certamente, da immagini classiche e "tradizionali". 
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Diamo la Parola al Vino

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packaging branding grafica comunicazioneBivi!, Cesanese del Piglio, Az. Agr. Elena Sinibaldi.

Far parlare il vino, normalmente significa versarlo nel bicchiere e assaggiarlo per "sentire" quello che ha da raccontare. Le papille gustative come tante orecchie. Prima di versare il vino, però, ci sono altri passaggi obbligati: lo scaffale, i consigli, la decisione di acquisto, il momento di consumo, la scelta degli abbinamenti e infine lo stappo. Per questo esistono le etichette. Che aiutano il vino a raccontarsi, prima di poterlo effettivamente bere. Insomma l'etichetta lo fa parlare. Gli dà parola. Mai come in questo caso, dove sia nel fronte-etichette, sia nel retro, vengono spese belle parole per accompagnare il nobile nettare fino alla bocca dei fortunati bevitori. Si tratta qui del vino di una piccola azienda (solo 3 ettari di vigne) che si localizza a sud-est di Roma, nella provincia di Frosinone, in quella terra che tutti conoscono come Ciociaria (la questione geografica è più complessa ma non staremo a soffermarci). Un territorio che comunque non figura tra quelli più noti, turisticamente e storicamente. Tanto per intenderci la cittadina più conosciuta di quella zona è la famosa Fiuggi, patria di una certa tipologia di acque minerali. Ancora meno noto è il vitigno in questione, il Cesanese del Piglio, ove Piglio è il nome del piccolo paese dove queste uve trovano le proprie radici, culturali e materiali. Ma veniamo all'etichetta in questione che sul fronte riporta in grande il nome del vino, "Bivi!", un eloquente invito alla mescita, diretto e simpatico, breve e immediato. Una frase, sottostante, cita niente meno che il Creatore, che avrebbe infine affermato (in forma dialettale) "Aecchi, se beve!". Piuttosto rustica l'esposizione e anche la raffigurazione di una mano con un grappolone d'uva. Ma il tutto risulta accattivante, credibile, gioviale e "generoso". Sul retro una poesia che vi invitiamo a leggere e che parla di sole, di zolle, di vento, d'amore. Non può considerarsi un esempio virtuoso di design, ma l'uso della comunicazione verbale risulta efficace e credibile. E il vino? Schietto ma elegante. Bevibilissimo. In una parola, buono.

Il Bandito Francese di Lessona

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'l Franc Bandit, Cabernet Franc, Proprietà Sperino.

Ne abbiamo viste di etichette in questo blog (superati i 700 post con questo articolo). Ma questa è davvero tra le più folli. Dove "folle" è un complimento, naturalmente. Come nel famoso spot Apple di qualche anno fa. Si tratta di un vino speciale (anche nel prezzo, costa più o meno 100 Euro a bottiglia), un Cabernet Franc in purezza ottenuto dalla meticolosa coltivazione di soli 10 filari per una produzione totale di 1000 bottiglie, nella zona di Lessona, dedicata di solito al Nebbiolo (l'azienda logicamente produce anche altri vini a base Spanna, nome locale del Nebbiolo, ed è conosciuta e stimata anche per questi). Certo siamo di fronte a una personalità (quella del produttore e ideatore dell'etichetta in questione, nonché del vino) molto eclettica. Insomma, se non sono un po' matti non producono buon vino, si direbbe una regola aurea. Passando ad una analisi pratica: l'etichetta è atipica, tutta scritta, praticamente. Le parole, a partire dal bislacco nome "'l franc bandit", la fanno da protagonista: soprattutto quelle del testo, che tentano di spiegare come stanno le cose. Lo riportiamo anche qui di seguito: "attraversando le Alpi, elegante Cavallo Bianco, di qua e di là, eccetera... nobili radici, silenzioso, solitario bandito, e un sacco di altre cose, se solo mi venissero in mente. E va bè, forse basta, anzi no: lui ci ha preso gusto su queste antiche sabbie che nobilita, e loro lui, e bla bla... solo per arrivare a fondo etichetta. Vigoroso, intenso, sanguigno, franco bandito! Ecco”. Si riconoscono, tra le righe, allusioni plausibili: al fatto che il vitigno è francese e quindi ha varcato le Alpi, che il terreno nella zona di Lessona è sabbioso (color giallastro) ed esattamente "sabbie marine plioceniche sovrapposte a sedimenti fluvioglaciali del quaternario" e che si tratta di un "bandito": la trasgressione fa sempre bene alla comunicazione.

Adone il Bellone, Detto Anche "Tammuz"

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Adone, Rosso Toscano (Sangiovese e Merlot), Collemattoni.

arte cultura viticolturaEtichetta abbastanza classica, dalle cromìe eleganti che propongono il rosso Ferrari su fondo nero, sia pure nei canoni grafici dell'ambito in cui opera (Montalcino e dintorni). Anche il nome non è un soprassalto, merita comunque qualche approfondimento. Innanzitutto, come recita il sito internet del produttore "La scelta del nome di questo vino è un chiaro omaggio ad Adon Bucci, il padre di Marcello, colui che ha dato inizio all’avventura contemporanea di Collemattoni". Inoltre, sempre prelevando il testo dal sito: "Nella mitologia greca Adone rappresenta la bellezza e per Collemattoni questo vino è un ulteriore omaggio proprio alla bellezza del territorio e alla gente di Montalcino". È infatti noto che "Adone" richiama a storie mitologiche della Grecia Antica. Storie che sono diventate "modo di dire". Infatti se di un uomo si arriva a dire che "è un Adone" questo sottende una serie di conseguenze percettive. Ma vediamo da cosa origina questo modo di dire (Wikipedia): "Simboleggia la giovanile bellezza maschile... oggetto di importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici. È relativamente assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Tammuz e Baal Hadad, all'etrusco Atunnis, all'anatolico Sandan, di Tarso e anche al frigio Attis, tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione". Molto bene. Ed ecco una curiosità semantica: "Il vero nome della divinità era Tammuz: Adone è semplicemente il nome semitico Adon, “signore”, un titolo onorifico con il quale i fedeli si indirizzavano a lui". A noi non rimane che tentare un'ultima interpretazione, da profani: un buon vino dovrebbe essere anche bello. Dove spesso, nella dialettica, bello e buono vengono mescolati ed esprimono comunque eccellenza.

Salamandre, Cervi Volanti e altri Generi Benèfici

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"Salamander", Chardonnay, Andreas Tscheppe Weingut.

branding wine marketing comunicazioneLa nostra amica Claudia, instancabile winescout, ci segnala le etichette di un produttore austriaco che ha deciso di varcare la soglia della celebre riservatezza e classicità di quel paese adottando delle raffigurazioni di un certo impatto. Immagini tipo "bestiario" d'epoca ma assolutamente reali, si direbbe anche fotografiche, che ritraggono libellule (e ci potrebbe stare), farfalle (piacevoli) ma anche una salamandra e un cervo volante, due "animalini" in grado di suscitare qualche repulsione in persone sensibili. Stupisce soprattutto la salamandra (etichetta dello Chardonnay aziendale) che appartenendo al genere degli anfibi, di essi porta le sembianze tipiche. Salamandra pezzata per l'esattezza, con delle belle (?!) macule giallastre sul corpo. Comprendiamo la ragione di fondo: in etichetta infatti, "Glantz als Nützling", si fa riferimento alla utilità di questa "bestiolina" nel tenere in equilibrio la microfauna in vigna, nutrendosi di una serie di esserini sottoposti. Questo non toglie che una salamandra in versione reale sull'etichetta potrebbe creare, a qualcuno, anche solo il rifiuto di "toccarla" per versare il vino. Stiamo volutamente estremizzando ma la sostanza è questa. Anche il cervo volante (classificato in inglese come appartenente ai "beetle") fa la sua impattante figura (e il suo sporco lavoro in vigna, immaginiamo). Certo che queste etichette si fanno notare, nel bene e nel male. Possiamo quindi concludere comunque con un complimento dicendo che si tratta di scelte coraggiose.

La Congiura della Semantica

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Codazzo, Aleatico rosato, Terracruda.

È una bella etichetta quella del "Codazzo". Soprattutto la versione su sfondo nero (ne esiste anche una su sfondo bianco, un rosato "no barrique", mentre questo che vediamo raffigurato è la versione "Oro", barricata). Una bella illustrazione di una vite, in oro, fa da protagonista con eleganza, trasmettendo un senso di tradizione, storia, cultura, accuratezza. Ecco, non ci piace molto il nome del vino, "Codazzo" e nemmeno quello dell'azienda, "Terracruda", due accezioni che a prima vista possono trasmettere negatività. Il codazzo, si sa, allude a una situazione in cui una folla rumorosa crea disturbo, e la terra cruda può significare terra non fertile, aspra, non ospitale. Ma anche, riflettendoci un attimo, può alludere a una terra "originaria", intatta. Curioso osservare l'andamento degli altri nomi collegati a questo vino: Fratterosa (o Fratte Rosa), la località dove ha sede l'azienda e Soverchia il cognome del titolare. Insomma, a volte la semantica ce la mette tutta a generare dizioni impegnative, sia dal punto di vista fonetico che da quello del significato. Ripetiamo: graficamente le etichette sono molto valide, e il design scelto dal produttore viene portato avanti in modo chiaro e impattante per tutta la linea di produzione. Migliorabili probabilmente alcuni nomi (gli altri vini dell'azienda si chiamano: "Boccalino", "Garofanata", "Vettina", "Lubaco", "Ortina", "Olcio", "Orpe", "Ara Murata"... sembra una congiura letteraria).

Due Nomi Giusti, Forse Sbagliati

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Cantagrì, Canavese Rosso e Dry Ice, Erbaluce di Caruso, Silva.

packaging branding marketing comunicazioneEcco il caso di due nomi, della medesima cantina piemontese, Silva Vini di Agliè, provincia di Torino, che si possono considerare "giusti" (nulla che non va nelle due nominazioni, a livello letterale) e al tempo stesso sbagliati (se si approfondiscono un attimo i concetti che si muovono attorno a questi due prodotti vinicoli). "Cantagrì", definizione accompagnata da un grillo in etichetta, è abbastanza chiaro nella sua esposizione. Si tratta però di un vino rosso (un blend di vitigni non meglio precisati dal produttore) ed è proprio il "però" che ci porta alla critica: i grilli ricordano ampiamente l'estate, la campagna assolata e quindi il consumo di vini bianchi, o al massimo rosé, freschi e beverini. Il grillo insomma (oltre a definire anche un vitigno siciliano, tutto un altro discorso), è una iconografica chiaramente estiva che applicata a un vino rosso, stride (frinisce, potremmo a buona ragione dire). Il secondo nome qui in esame, porta i segni di problematiche diverse che conducono a una critica finale di tipo tecnico e non iconografico. "Dry Ice" infatti (oltre a significare "ghiaccio secco" in inglese, CO2 allo stato solido) è un nome che evoca i "vini di ghiaccio", cioè qui vini prodotti (in Canada ma anche qui da noi in Trentino, ad esempio) lasciando le uve sui tralci fino a dicembre, aspettando che congelino per poterne concentrare maggiormente il nettare. Qui invece si tratta di un vino bianco piemontese, l'Erbaluce di Caluso, che viene raccolto in modo normale, forse con qualche surmaturazione ma niente più. Il nome, si intuisce, riguarda la tecnica di vinificazione, per criomacerazione, che se evocata in questo modo, utilizzando la parola "Ice", può essere interpretata non nel modo giusto. E infine nulla da dire sul design delle etichette, nel senso che è meglio non dire nulla!