Efeso fu una delle più grandi città ioniche in Anatolia, oggi invece è un vino bianco dell'ottimo produttore calabrese Librandi. Vino davvero degno di nota, da vitigno Mantonico, una delle rarità alle quali la nostra Enotria ci ha ormai abituati. Ebbene il nome, Efeso, è breve, fonetico, culturale, un po' classico ma ci può stare. L'etichetta raffigura la terra arsa, fornendo sensazioni legate al lavoro, alla vigna, al legame con gli elementi. Semplici, forse un po' troppo, la grafica, il lettering, l'impaginazione. Comunque un'etichetta di buon impatto.
Un Merlot da Leccarsi i Baffi?
Non è quello che sembra, a quanto sembra. Cioè questo nome che potrebbe portare a credere in un lavoro creativo, viene invece dal nome della vigna. Nome originale per un vigneto e senz'altro interessante per il vino. Di creativo sicuramente c'è il visual che, rincorrendo la semiotica del nome, va a rappresentare in modo stilisticamente elegante e sobrio, proprio un baffo nero. Efficace come immagine (stacco bianco/nero), discutibile per la percezione dell'inconscio sul baffo in quanto elemento che "sporca". Ma chi non desidererebbe spocarsi i baffi (e poi leccarseli) con un succoso Merlot?
Quando l'Etichetta e di Rigore
Un trittico di grande eleganza, caratterizzato da un segno circolare che cambia colore secondo la tipologia di vino. Domina il nero, l'austero, il rigore, l'eleganza, come il grande Armani insegna nel fashion-design. Ma il packaging, come la moda, è fatto anche di particolari, oltre che di stile. Ed ecco quindi le capsule in tono cromatico, ricercatezza nei caratteri di stampa, grafìe aggraziate in un contesto che privilegia la semplicità migliore, quella che riesce a farsi notare senza essere invadente.
L'Indole Comunicativa non è un Accessorio

Praesidium, Montepulciano d'Abruzzo Riserva.
Un vino corposo e intenso, un'etichetta esile e poco incisiva. Sembra una di quelle che fino a non molto tempo addietro si "ordinavano" dal tipografo amico: caratteri ordinari, impaginazione "a bandiera sinistra", una linea colorata a delimitare, una illustrazione di un castello molto semplice ma, almeno quella, visibile e vagamente caratterizzante. Il nome, che è anche il nome aziendale, è forte, affermativo, evocativo, concettualmente in linea con le origini (nome in latino del paese di produzione). Intervengono, per fortuna, un paio di elementi che finora pochi produttori adottano: il folderino appeso al collo della bottiglia con un cordoncino e fermato da un bollo di ceralacca. Due elementi che aggiungono preziosità, danno carattere e un minimo di emozione.Cesare Pavese: il Vino Buono è Poesia
La Luna e i Falò, Barbera, Terre da Vino.
Questo grande e noto produttore piemontese non spicca per la bellezza delle proprie etichette. Almeno fino a questo momento della sua storia imprenditoriale. Salvo per questo esempio, non a caso il flag-product dell'azienda che innanzitutto ha un nome davvero originale ed evocativo. Dal titolo di un libro di Cesare Pavese, parole poetiche in grado di portare alla mente scenari emozionali. Sia pure che il libro, la storia, è piuttosto triste, il nome, anche se lungo e "composto", si distingue per unicità e memorabilità. Incuriosice e colpisce. Detto, fatto: prodotto valido, nome vincente, vendite consistenti. Anche l'etichetta, in generale non dispiace, con quella "finestra" superiore dove una illustrazione in stile moderno rafforza il concetto e offre una visione artistica ma non troppo classica. Tutto il resto è ordinato e gradevole. Banda scura inferiore con nome dell'azienda: denominazione non molto originale ma di buon impatto e significato.
Un Passito al Giorno toglie il Medico di Torno
Dunque, giusto per non ingannarsi "Formaggini" è il nome del produttore, tanto che il dominio del sito è formagginivini.it che certo non aiuta ad orientarsi. In questo frame analizziamo l'etichetta del Passito di Malvasia Aromatica di Candia. Domina un grande sole stilizzato, colori caldi, come si usa in generale per i passiti. Piacevole, ovale, moderna e attuale. Passando al nome, Passito del Dottore, vediamo un fattore negativo (richiamo al Dottore, quindi alla malattia) e uno positivo, tutte le valenze legate al guarire, anzi meglio, al prevenire. Diciamo quindi nome originale, con percezioni in prevalenza vitali, che si fa ricordare, nel bene e nel male!
Quando il Nome è Protagonista
Dalle parole del produttore: "Il primo è il taglio bordolese classico: Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Petit Verdot. Il nome deriva dal terreno ricco di concrezioni di carbonato di calcio che nella zona viene chiamato cacinello. Il secondo vino è ottenuto da uve Merlot e Cabernet Sauvignon e il nome deriva dalle incisioni riportate sulle anfore del I secolo a.C. rinvenute nel nostro podere. Quelle anfore venivano utilizzate per il trasporto del vino dell’Ager Palmensis." (Regione Marche, Altidona n.d.r.) E per il nome/marchio dell'azienda, le Senate, il produttore racconta: “Fino al XVII secolo, nella nostra regione era consuetudine suddividere le terre intorno ai castelli in “senaite” o “senate”, un termine di origine longobarda che definisce fasce concentriche che si irradiano dalle mura comunali usate per assegnare un valore ai terreni. Ciascuna di queste fasce si specializza dal punto di vista delle coltivazioni e per il loro valore ai fini fiscali. Nella prima senaita sono gli orti, nella seconda e terza prevalgono le vigne e gli ulivi. Il logo della nostra azienda, dove è evidenziata la seconda senaita, rappresenta l’antica consuetudine di marcare il terreno, lo stesso che oggi lavoriamo con amore e rispetto”. Etichette un po' "semplicistiche" è il nostro commento, ma le intenzioni, soprattutto a livello di naming, sono ottime. E si percepisce la passione.
Vino Rosso o Vino Nero?
Sulle pendici dell'Etna, in Sicilia, il terreno è lavico, nero, compatto. E dona ai vitigni, in prevalenza, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, caratteristiche uniche e valorizzanti. L'azienda Cottanera, nome "legato a un antico borgo rurale che limita i vigneti di famiglia lungo la riva del fiume Alcantara", come affermato nel sito, produce questo Etnarosso (nome che nascea da una crasi della definizione della Doc ufficiale). L'etichetta è austera, severa: tutta nera. Con un prezioso fregio in rilievo, caratteri di stampa ricercati ed eleganti, nel suo complesso risulta molto semplice e diretta. Forse manca un po' di emozione ma il design è di quelli di livello.
Il Mistero Arcaico degli Stemmi
Montebastia, Gavi (Cortese), Malgrà.
Un'etichetta che possiamo tranquillamente definire "classica". Dove "tranquillamente" non è accezione positiva. Troppo tranquilla, un po' seduta. Nessun picco emotivo. La struttura "incorniciata" pone al centro il solito stemma antico, ben realizzato, certo, equilibrato, "gentile" e gentilizio ma tremendamente uguale a centinaia di altri. Questa è la classica etichetta che in uno scaffale scompare e diventa "Mistero Arcaico". Non si può definire brutta, non si può definire efficace. Il nome di questo vino attinge al nome del vigneto/zona/collina dove viene coltivata l'uva che lo compone. E anche in questo caso niente di nuovo. Nessuna emozione. Il nome del vigneto funziona solo quando è già di gran nome, come Rabajà, o Montestefano e così via.
Barbera e Nebbiolo, Variazioni sul Tema
La tradizione delle varietà piemontesi viene "rotta" da un vitigno "incrocio". Il nome riportato su questa etichetta si riferisce infatti al vitigno Albarossa, incrocio tra Barbera e Nebbiolo creato da Prof. Dalmasso. Nome poetico ed evocativo, Albarossa, che si presta bene a definire un vino rosso armonico e corposo al tempo stesso. Per il resto notiamo la classica banda superiore con in evidenza il nome/marchio del produttore, modalità molto in uso nelle Langhe, quindi un po' inflazionata. Modalità efficace e diretta, in ogni caso. La grafica generale dell'etichetta denota una semplicità apprezzabile, dominata da un segno, in questo caso una pietra o un macina. Segni diversi per ogni bottiglia della gamma. Ottimo progetto di labelling.
Un Predatore che Porta Fortuna al Vino

Predator, Zinfadel, Rutherford.
Nelle americhe la chiamano Lady Bug, la Coccinella. Ebbene la "piccolina" è un grande predatore di insetti dannosi per la vite. Soprattutto se non si vogliono utilizzare rimedi chimici. Ed ecco che questo noto produttore della "dominazione" Lodi (in California, non in Padania) ha chiamato il suo Zinfadel da vecchie vigne, "Predator". Un nome da videogioco o da film, se non fosse che concettualmente ci sta, cioè mette in evidenza una peculiarità vera del prodotto e sottolinea la sua "genuinità". Il design è "nero-aggressivo" ma elegante e graficamente "pulito". Spicca la rossa Lady Bug e il cerchio si chiude.
L'Eleganza dei Calli

Corte delle Calli, Rosè, Serena.
Iniziando questa breve analisi dal nome non possiamo tralasciare una critica per quella parola: "calli". In Veneto allude chiaramente alla toponomastica ma in italiano può ricordare anche qualcosa di "pedestre" e poco elegante. Perché la percezione è fatta di conscio e di inconscio, di lettura diretta e di sensazioni. Per cui la Corte con vicino i Calli perde splendore. Peccato perché un rosè spumante dovrebbe essere soprattutto elegante. E in altri termini lo è: illustrazione classica, nero antracite per il colletto e lo sfondo, cornici oro, una gradevolezza non esuberante ma che puntando sul classico può andare.
San Giorgio evocato in una Etichetta Mitologica


Epìcus, Agiorgitiko, Lafazanis.
La varietà locale di uva chiamata "Agiorgitiko", il nome greco di San Giorgio, ha ispirato il design di questa etichetta e il nome del vino. Epicus, cioè epico come le gesta di San Giorgio, quindi, e nell’illustrazione un dragone che combina tre differenti “mostri” mitologici: il Grifone, l'Ippocampo e il Leone Alato. La lancia “di luce” che punta al drago entrando da sinistra è un omaggio al dipinto di Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago. Concettualità ineccepibile, ottimo lavoro, di naming e di grafica. Caratteri, colori, carta, impaginazione, tutto torna.
Le Bolle Bulle dei Francesi
Première Bulle Brut, Sieur d'Arques.
Ebbene sì, i francesi le chiamano Bulle. Qui il produttore Sieur d'Arques si aggiudica il primato della prima "bulla" affermando che è nata a Limoux nel lontano 1531 "quando i monaci benedettini dell'Abbazia di Saint-Hilaire hanno prodotto il primo vino spumante al mondo, la Blanquette de Limoux". Insomma, altro che Frate Champagne! Come ben si nota in etichetta, il Numero Uno diventa protagonista. Non senza un po' di quella arroganza alla quale i transalpini ci hanno abituati. L'etichetta è tutta in quel gigantesco 1: quanto al colore viola, ai posteri l'ardua sentenza.
Vino e Poesia ma con Allegria
E. Onegin, Semisweet Red Wine.
Di
questo studio concettuale di etichetta, scrive chi lo ha creato: "visual
concept and design of this wine is devoted to beautiful tragic poem Eugene
Onegin written by great russian poet A.S.Pushkin. Is it nib dipped in blood or
is it glass with red wine? Or is it fatal chalice of poet's life? It depends on
viewpoint..." Possiamo aggiungere che il design, forse perché figlio di un
concept culturalmente denso, è originale e di impatto, coerente con il
prodotto, di forte emozionalità.
Buone Notizie (?) dall'Australia
Hardys, Shiraz Cabernet.
L'Australia spedisce in giro per il mondo i suoi vini e alcuni sono anche buoni. Per essere tranquillo con la spedizione questo grande e strutturato produttore ha fatto stampare una etichetta-francobollo. Originale, attenzionale, distintiva (forse anche costosa) per via della "dentellatura" del suo perimetro. Si tratta di una "limited etidion" che sicuramente fa girare la testa. Stamp of Australia, recita la definizione in alto. Prosit!
Nessuna Etichetta è Oro Colato
D'accordo, si tratta di una etichetta "di studio", cioè non è stata applicata ad alcun prodotto in commercio. E' un esercizio di "immaginazione pratica" che a volte gli studi di design fanno per allenarsi o per fare un po' di auto-promozione. Però l'esercizio è venuto bene. Che pulizia grafica! Che eleganza. E poi quella intuizione del cerchio che si chiude su se stesso e pronuncia "oro" senza proferire parola. In questo caso la leggibilità, non lineare, certo, diventa gioco di design. Che funziona. Il gioco continua nel significato del nome: oro bianco, anche se il vino è di fatto giallo. Insomma un bel corto circuito comunicativo.
Rosa, Rosae, Rosam o Cosa?

Rosato, Vermentino Nero, Lunae Bosoni.
Il buon Paolo Bosoni, patron dell'azienda vinicola Lunae, in Lunigiana, ce la mette tutta con le etichette (e anche con il vino) e i risultati sono ottimi. In questo caso ci sentiamo di esprimere una critica sulla leggibilità del nome: alla vista dell'etichetta di questo originale vino rosè da Vermentino Nero, l'occhio cerca e la mente vaga nel tentativo di comporre il "cruciverba". E non senza esitazione si può infine interpretare Mea Rosa. Per il resto si notano pulizia grafica, carta preziosa con particolari in rilievo, fine design e attenta ricerca dei caratteri di stampa.
Nomi della Tradizione, Troppo Regionali
Spalatrone, Taurasi Docg, Russo.
Un'etichetta essenziale, total-black, elegante, quasi carismatica. Carattere austero ma con una grande dignità, proprio come il vino che rappresenta. In questo caso, dove la grafica è equilibrata e giustamente semplificata, parliamo del nome: Spalatrone. Deriva da un sistema di coltivazione del vigneto detto anche puteolano, tipico dei Campi Flegrei. In primo luogo, il nome scritto in corsivo e in oro diventa poco leggibile, inoltre il suo significato e la difficile pronuncia lo relègano ad un ambito molto locale. L'originalità non sempre è memorabilità.
Il Falerno, Vino Antico e Attuale

Falerno del Massico, Villa Matilde.
La bottiglia è una di quelle "di design", svasata, bella sinuosità, ottima presa, elegante e valorizzante. L'etichetta è un connubio di canoni tradizionali, e ancora di più, storici, uniti ad una grafica attualizzata. Essenziale, sintetica, chiara (leggibilità), cromaticamente semplice ed equilibrata. Nella figura, due portatori di anfora conducono la mente alla storia dell'Impero Romano che per il vino è stato grande (e interessato) magnate e promotore. Manca un nome vero e proprio, ma "Falerno del Massico" esprime già originalità e pregio (oggi da uve Aglianico e Piedirosso).
Nomi e Vitigni nell'Antica Roma
La
semantica dei nomi dei vitigni coltivati dai romani aveva delle origini molto
precise che si rifacevano soprattutto, come era nella tradizione georgica, alla
loro origine geografica e alle loro caratteristiche morfologiche. La maggior
parte erano una traduzione dal greco.
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Nomi derivati da toponimi (nomi di luoghi): Biturica, dalle terre dei Biturici,
nel Bordolese, Falerna dall'Ager Falernus, in Campania, Graecula dalla Grecia,
Libica dall'Africa punica, Murgentina da Murgenta in Sicilia, Raetica dalla
Rezia.
-
Nomi derivati da antroponimi (nomi di persone): Numbiana dal viticoltore che la
introdusse a Terracina, Holconia dal viticoltore Holconius, Calventina dal
viticoltore Calventinus.
-
Nomi derivati dalle caratteristiche morfologiche del vitigno: Pumila, vite dai
tralci poco sviluppati, Sopina, vite dai tralci molto lunghi, Rubelliana per il
colore rosso del rachide, Hirtiola per le foglie ricoperte di tricomi
lanugginosi, Capnios (fumo) dal colore grigio delle bacche, Lagea (lepre) per
il colore rosso scuro come il sangue della lepre, Oleaginea per le bacche
simili a una drupa d'olivo, Duracina per la durezza della polpa.
-
Nomi di origine diversa: Precox per l'epoca di maturazione, Eugenia per la sua
nobile origine da cui Ugni, Trebbiano toscano in francese, Pergulana per la sua
attitudine a essere coltivata a tendone. Molti di questi vitigni non hanno
più un riscontro nelle varietà oggi coltivate.
Quando un Vino ha Bisogno di Immagine
Birbanera, Montecucco, Amantis.E' un vino non molto conosciuto il Montecucco Doc. Ha ancora bisogno di attenzione e quindi di buona comunicazione. Questa etichetta valorizza il vino con simpatia e rigore grafico. Birbanera è un bel nome, suona bene, è originale. A rafforzarlo c'è la sagoma di un gatto nero su fondo bianco. Memorabile. L'etichetta è tagliata bene, asimmetrica ma con una dinamica piacevole. Belli i caratteri di stampa. Riusciti anche il nome e il logo aziendale.
Bevibilità non è Leggibilità

Pinot Bianco, Cantina Colli Euganei.
Non è certo un esempio di leggibilità questa etichetta. Al nome si rinuncia subito, in favore della definizione generica del vitigno: scritto in grande, attira l'attenzione, ma si fa molta fatica a leggere. Anche il nome dell'azienda, posto in verticale a lato, non sovviene immediatamente. Del resto i toni chiari sono coerenti con la tipologia di prodotto, i colori sono innovativi e "giovani", l'illustrazione, una conchiglia, potrebbe avere un senso (residui di fossili marini nel terreno). Ma in generale c'è disordine e non c'è armonia.
Etichetta Classica o Moderna? Dimenticabile o Eterna?
Colle di Giove, Fratelli Pardi.
Ecco un ottimo esempio di modernità classica, cioè di una etichetta che non fa perdere nulla alla tradizionalità un po' "dovuta" del vino italiano e riesce anche a dare un'immagine dinamica ed evoluta. Esprime in immagini e sensazioni quello che dovrebbe avvenire in cantina: tecnologie moderne con un sapere e un sapore antico. Bella la stilizzazione del falco con il grappolo dorato, bello l'abbinamento dei colori. Semplicità ed eleganza. Il nome Colle di Giove evoca l'alta protezione degli Déi ma facendo restare il vino con i piedi, o meglio le radici, per terra.
In Ogni Caso è una Questione di Etichetta
E'
importante l'immagine, certo, ma anche la correttezza dei dati sull'etichetta,
secondo le norme in vigore. Capita spesso che i produttori di vino incontrino
difficoltà e multe per un’etichetta risultata non regolare. I consorzi, che
dovrebbero aiutare in questa "impresa", a volte forniscono
informazioni incomplete o non aggiornate. Serve quindi procurarsi gli strumenti
adeguati. E poi naturalmente creare una etichetta che oltre che corretta sia
anche originale, bella e attenzionale.
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