Non Tutto è Perduto

CruPerdu, Franciacorta Brut, Castello Bonomi.

Questo Franciacorta prodotto con il 70% di Chardonnay e il 30% di Pinot Nero della medesima annata, si chiama "CruPerdu". Potrebbe sembrare lingua francese, o un francesismo, ma in realtà può essere ricondotto anche a un modo dialettale di significare... il suo significato. Ecco infatti la spiegazione del produttore che si può leggere nella pagina dedicata del sito web: "È l’estate del 1986 quando Luigi Bersini, Chef de Cave alla Bonomi, lasciando le vigne per dirigersi verso il bosco, scorse tra edere ed arbusti selvatici alcune piante di vite. Scoprì che il bosco, negli anni, si era impossessato di una porzione di terreno nascondendo un vecchio vigneto. La passione e l’amore per la terra hanno convinto il bosco a ritirarsi per consentire una seconda vita a quei preziosi filari. Il vigneto perso, il CruPedru, dona il nome a questa splendida cuvée". La storia, sia pure semplice, suscita interesse per due ragioni: in primis perché recuperare un vecchio vigneto è sempre, storicamente e qualitativamente, interessante. Secondo perché l'opera dell'uomo che riporta in vita la vite diventa encomiabile agli occhi di appassionati e degustatori. Certo che il vino avrebbe potuto chiamarsi anche "CruRecu", scherziamo giusto per dire che il senso di vigneto "recuperato" sarebbe stato ugualmente nobilitante. Ma insomma, una storia c'è ed è stata giustamente evidenziata, proprio a partire dal naming. Per quanto riguarda il resto dell'etichetta, la grafica, il packaging, l'impaginazione degli altri elementi presenti, possiamo notare la classica forma a scudo (molto presente nelle etichette della Franciacorta) che racchiude il nome e il logo del produttore (un castello ben stilizzato), mentre un tassello in basso isola il nome del vino. Etichetta molto classica, ben eseguita, ma che concede poco alla creatività e quindi all'emozione.

Un Tempranillo "di Nicchia" in Toscana

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Vigna alle Nicchie, Tempranillo, 
Pietro Beconcini.

Le etichette di questo stimato produttore di San Miniato (Pisa) si fanno notare per alcuni particolari di cartotecnica, per alcune scelte grafiche e per alcuni nomi attribuiti ai vini in gamma (oltre a quello qui presentato abbiamo anche: Ixe, Fresco di Nero, Reciso, Maurleo, Caratello, Aria, etc.). Ma non sono etichette eccezionali. Spiccano delle soluzioni originali e coraggiose ma anche degli errori di comunicazione legati al modo di presentare gli elementi del packaging. Diciamo che c'è un sostanziale pareggio tra le positività e le negatività. Abbiamo preso come esempio l'etichetta di uno dei vini di punta dell'azienda, prodotto con il Tempranillo, vitigno di origine spagnola riscoperto, tra l'altro ancora su piede franco (pre-filossera), anche nelle campagne toscane dove ha sede questo produttore. L'esperimento ha condotto alla produzione di un vino d'eccellenza che si chiama "Vigna alle Nicchie". Il nome, va detto subito, non riporta a "nicchie" nel senso di anfratti, bensì: "La vigna delle nicchie è chiamata così perché questo piccolo appezzamento di collina è un giacimento di conchiglie fossili di mare (“nicchie” in dialetto toscano) su una base di argilla bianca e arenaria. Proprio su questa collina si trova l’unico vigneto secolare di piante Tempranillo, da cui vengono prodotte in numero limitatissimo le bottiglie di questo vino". Così riferisce il produttore nel proprio sito internet. Bello, anche se va spiegato, il riferimento alle conchiglie fossili, evidentemente un componente importante nella struttura organolettica del vino. L'etichetta, graficamente, presenta in alto il nome, scritto con un carattere che non ne facilita la lettura, la firma del produttore al centro (in corsivo ma in fin dei conti leggibile), tre definizioni tecniche in basso (vitigno, regione, alcool), uno sfondo scuro con una "riserva di stampa" dove a fatica emerge l'elmo di un alfiere e infine un taglio, fisico, nella carta, che "squarcia" l'etichetta come una sciabolata (o forse rappresenta un tralcio, chissà). Una sottile cornice racchiude il tutto. Pregi: la cartotecnica con il taglio (meglio sarebbe stato sottolinearlo anche cromaticamente), la "filigrana" con la texture dell'alfiere, il fondo nero che fa emergere gli elementi. A sfavore: come già detto il carattere di scrittura del nome, l'eccessiva sobrietà dell'impaginazione che non valorizza il design in generale, la cornice poco visibile e quindi poco efficace del punto di vista contenitivo, la "gratuità" del taglio trasversale (cioè la sua posizione, non l'idea in se stessa che è valida) che va a "colpire", a interrompere, l'immagine sottostante.

Post-Moderno Cartoon in Terra di Confine

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Schioppettino di Prepotto, Pizzulin.

grafica labelling winelabels etichette vinoSi può dire tutto e il contrario di tutto riguardo a questa etichetta ma certo non si può negare che sia simpatica a prima vista. Grazie ad un gioco di cerchi (di bolle colorate se vogliamo) ci si accorge subito di un accattivante muso di cane, un bracco probabilmente, che ci guarda con grandi occhi. Un design che "si diverte" con le forme e con i contrasti, creando con pochi tratti e tre colori (solo due, il rosso e il nero, se consideriamo il bianco come una assenza di colore), un'immagine forte e "proprietaria". Certamente originale, soprattutto nella regione e nell'ambito in cui si muove, il Friuli, dove il tradizionale ancora la fa da padrone. C'è da dire che l'azienda si trova a Prepotto, sul confine con la Slovenia, dove negli ultimi anni si assiste a scelte di design, per le etichette dei vini, di maggior intraprendenza. Probabilmente oltre ad esserci una contaminazione tra usi e costumi (e vitigni) si verifica uno "scambio di idee" anche per quanto riguarda il packaging. Non abbiamo un nome per questo vino (e nemmeno per gli altri della gamma dei rossi aziendali): il nome è "Pizzulin", in pratica il cognome del titolare che curiosamente è simpatico anch'esso ed evoca assonanze ludiche e fanciullesche. Degna di nota per la modernità dei tratti anche l'etichetta, del medesimo produttore, del bianco "rarisolchi" (in questo caso un nome c'è) da Pinot Bianco e Sauvignon. Etichetta che riportiamo sulla destra.

La Disuguaglianza Come Valore

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Anisos, Blend di Bianchi, Eugenio Rosi.

Al contadino non far sapere... narra una vecchia filastrocca. Ma questo è il caso in cui il contadino, coltivatore, agricoltore, viticoltore "fa sapere" qualcosa di interessante a noi. Cioè utilizza parole colte per nominare il proprio vino. Come prodotto si tratta di un blend di vitigni a bacca bianca che nasce in Vallagarina, in Trentino. Terra di vino senza ombra di dubbio. Anzi, da quelle parti l'ombra diventa tipicamente proprio un calice di bianco, a tutte le ore, come una allegra merenda. Il blend di "Anisos", questo il nome, si compone in massima parte di Nosiola, con la partecipazione di Chardonnay e Pinot Bianco, tutti coltivati a quote alte, da 400 a 750 metri di altitudine. Tornando alla bottiglia di vino, nel fronte etichetta, le prime parole che si leggono (quelle in piccolo sotto all'illustrazione) sono "Anisos, vino disuguale." E infatti, andando ad esplorare la letteratura scopriamo che Hoepli dice: "Aniso-, primo elemento di parole composte di terminologie scientifiche che indica disuguaglianza: anisocoria, anisotropo". E Treccani conferma: "...dal gr. ἄνισος 'disuguale', comp. di ἀν- priv. e ἴσος 'uguale', primo elemento di parole composte della terminologia scientifica latina e italiana (come anisogamete, anisosillabico, ecc.) nelle quali indica disuguaglianza o dissomiglianza". Insomma un vino che non assomiglia a nessuno. Ambiziosa affermazione che può permettersi solo un vino "artigianale". E a quanto si evince dai racconti del produttore stesso e di chi ha assaggiato questo nettare di montagna, è proprio così. P.S: soprassediamo, per ora, sulle tre inquietanti figure fantasmiche in rosa che "abitano" l'etichetta: diciamo che si tratta di una scelta artistica e quindi, anch'essa, culturale.

L'Agnello Perde il Pelo e Diventa Lupo

packaging grafica branding comunicazioneCarmenero, Carmenére, Ca' del Bosco.

Si tratta proprio di "quella" Ca' del Bosco, nota soprattutto per l'omaggio ad Anna Maria Clementi, fondatrice dell'azienda e oggi nome e icona del vino di punta, un Franciacorta dal lunghissimo affinamento. L'azienda produce anche dei rossi. Tra questi spicca questa etichetta (e anche l'originalità del vino che veste) che si manifesta come molto diversa "dal solito". Proponiamo subito la bella descrizione che il produttore riporta nella pagina web dedicata a questa bottiglia: "Provocazione. Ma anche rivelazione. La storia viene ironicamente ben raffigurata sull'etichetta da un lupo con la pelle di agnello. Il Carmenére è un vitigno originario del bordolese, confuso per lungo tempo con il Cabernet Franc. Pur avendo dei tratti organolettici in comune, è un vitigno assai diverso: molto più intenso e speziato. Ca' del Bosco ha conferito nel 1996 l'incarico alla Facoltà di Agraria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza di svelarne l'esistenza, l'origine e l'identità. Il Carmenero si contraddistingue per il colore molto intenso e cupo, per quel suo aroma potente e speziato, per il gusto pieno, ricco ed originale". L'illustrazione in etichetta, che non rinuncia a turbare gli animi degli estimatori che si avvicinano a questo vino magari per la prima volta, è forte, evocativa, fiabesca ma con contenuti "adulti". È per così dire un azzardo semantico, ma il concetto arriva dritto e preciso, raccontando la sua storia con sagacia e scientificità. Una scelta, compresa quella di proporre un vitigno "strano" (per l'Italia), che denota carattere sia nel vino-lupo, sia in chi ha deciso di proporlo al pubblico.

Acronimie Croniche e Critiche

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MAb, Montepulciano d'Abruzzo, Abbazia di Propezzano.

grafica etichette branding comunicazioneLa battaglia dei semiologi contro le sigle sembra essere già e da sempre una causa persa in partenza, soprattutto in casi come questi. Non parliamo dei nomi degli Studi Legali che sono davvero un caso limite con le indecifrabili iniziali dei soci in modalità elenco alfabetico o "diritto di anzianità" (per cui nascono dei nomi tipo GNMF, piuttosto che A&GN o TRPS che dir si voglia, ma non si riesca). Abbiamo anche esempi di maggior peso per quanto riguarda il marketing mondiale dove UPS, piuttosto che SDA (corrieri) sono stati imitati dalla storica e italiana "Bartolini", riconvertita a BRT. No comment. Ed ecco che anche nel mondo del vino si presentano casi (Clinici? Cinici? Cronici?) in cui i nomi vengono rastremati e ridotti a sigle che lasciano la sincope in bocca. La cantina "Abbazia di Propezzano" ne ha fatta una linea intera di vini, simboleggiando i vitigni con le iniziali dei loro nomi. E così abbiamo un MAb che sta per Montepulciano d'Abruzzo, un PEC che sta per Pecorino, e un FAL (che a dispetto di quello che potrebbe venire in mente) è riconducibile a Falanghina. Essenziali anche le grafiche, in modalità "visual ottico", con un rosone, una croce, un diadema, che differisce solo nel colore per le varie tipologie di vino. Modalità ottica, questa della parte visual, che ci sentiamo di sostenere per la sua indubbia capacità di attirare l'occhio a scaffale e di essere quanto meno abbastanza originale. Per quanto riguarda i nomi dei vini invece, la perplessità permane a livelli elevati. P.S.: nella linea aziendale c'è anche il CAB e la PAS (a voi la facile intuizione).

Omini Bizzarri per il Re del Classico

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Barolo, Diego Conterno.

Le etichette di questo produttore piemontese sono caratterizzate da alcuni "personaggi" estremamente stilizzati, degli "omini" filiformi, che compiono diverse "scenette". Sicuramente si tratta di una modalità nuova per le Langhe, dove regna la classicità non solo nella produzione, ma anche nella comunicazione del vino. Una scelta coraggiosa quindi, distintiva, originale, fuori dagli schemi. E in quanto tale premiante. Certo che per quanto riguarda in particolare il Barolo, qui ritratto a sinistra nella versione "vecchia" e nell'etichetta recentemente rinnovata (col nome del produttore più grande), la fumettistica gag potrebbe sembrare poco seria, troppo giocosa. Nell'etichetta del Barolo di Diego Conterno si vede un omino maschio che dall'alto di una bottiglia (dalle proporzioni sfalsate), avendola forata con un martello, fa defluire il prezioso nettare direttamente dentro a tre bicchieri (curiosamente si tratta di un flut, di un calice a tulipano e di un bicchiere da acqua). Lì di fronte una "omina" donna in attesa, sembrerebbe applaudire. Non c'è che dire, si tratta di qualcosa di bizzarro. Lo stile, diciamo così, fumettistico, è molto sommario, essenziale, fanciullesco. Non ce la sentiamo di esprimere un parere personale positivo, sia pure essendo sempre a favore di soluzioni di packaging innovative e che escono dal "seminato". Sarebbe bello stare a sentire in qualche trattoria della zona i commenti di clienti e colleghi. Per sondare quanto in là può spingersi la voglia di innovare.

Nomi Arrotondati per Vini Austeri

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Rotondo, Aglianico del Vulture, Paternoster.

Questo vino, di una nota azienda di Barile in provincia di Potenza, nella zona vulcanica del Vulture, si chiama "Rotondo". Parola in italiano che lascia pochi dubbi per quanto riguarda il suo significato. Rotondo è il cerchio. Rotondo è il pallone. E parlando di gusto quando si usa questa parola si allude a qualcosa di gradevole al palato. Nel vino in particolare con questa accezione si vuole rappresentare una sensazione vellutata, di confortevole morbidezza. E invece no. Anche perché il vitigno in questione, l'Aglianico è tutt'altro che "rotondo", almeno in origine. Il significato di questo nome va cercato nella toponomastica, come spesso accade per i vini italiani. Infatti il produttore, nel sito internet aziendale, spiega che: "Contrada Rotondo, in agro di Barile, è storicamente uno dei luoghi più suggestivi ed ambiti per la coltivazione del vitigno Aglianico. In loco è ubicata la tenuta “Villa Rotondo”, di proprietà della famiglia". Si tratta quindi del nome di un luogo e non di una caratteristica organolettica. Certo che questo nome potrebbe trarre in inganno il potenziale cliente che vorrebbe trovare corrispondenza tra l'aggettivo e il "gustativo". Può essere che l'azienda abbia volutamente generato questo equivoco per sfruttare la piacevolezza del nome, la sua indubbia rotondità. In ogni caso una riflessione più approfondita sarebbe stata auspicabile.

Metterci la Faccia (Illustrata)

Roero Arneis Docg, Cantina Tibaldi.

Da qualche anno si assiste alla "presa di posizione" di molte giovani donne nelle aziende vitivinicole di proprietà famigliare. Il caso delle sorelle Tibaldi attiene a questo nuovo corso davvero interessante perché inietta nuove energie (ed una più ampia sensibilità, non solo olfattiva e gustativa) in un mondo che fino a poco tempo fa è stato prettamente maschile. Ecco il racconto delle dirette interessate che si trova nella Home Page del sito aziendale: "Circa un anno fa, abbiamo pensato di rinfrescare, dare un tocco più colorato alla nostra etichetta, ideando un'immagine che rappresentasse una giovane cantina nata dal legame tra due giovani sorelle che con allegria e forza trasformano in lavoro la propria passione: il vino. L'immagine che avevamo in mente era un'immagine fresca, allegra, colorata ma soprattutto elegante e femminile. Chi meglio di due artiste donne a trasformare con carta e pennello quest'idea in realtà? Ci siamo rivolte a Carla e Giulia che hanno saputo cogliere i nostri caratteri distintivi e ne hanno creato un'immagine che interpreta appieno le due sorelle, spiritose e vivaci". In pratica il logo che occupa tutte le etichette dell'azienda è stato creato da due donne (illustratrici) per due donne (produttrici). Il risultato? Simpatico, senza dubbio. I due visi ammiccanti di Monica e Daniela creano empatia, allegria, fiducia. Forse il design complessivo delle etichette è migliorabile: adesso è molto essenziale, lineare e "semplice". Nulla di sbagliato, ma qualche elemento grafico valorizzante protrebbe giovare ad una percezione più strutturata dei prodotti.
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La Storia Infinita dei Nomi Autoctoni

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Grecomusc', Irpinia Bianco Igt, 
Cantine Lonardo.

La strana storia di questo vino e del suo vitigno inizia dal nome. Un nome attribuito all'uva in questione dagli avi di quelle terre. Una via di mezzo tra il sentito dire e l'adattamento dialettale di caratteristiche morfologiche. Bella ed esaustiva la spiegazione del produttore nel proprio sito internet. Ecco un sunto: "Uva bianca autoctona nota in passato in Irpinia con il nome di “Grecomusc’” ma iscritta dal 2009 nell’elenco dei vitigni autoctoni italiani con il nome di “Rovello” o “Rovello Bianco”. Il nome coniato dai vignaioli locali è legato al più famoso vitigno “Greco”, anche se con esso non ha alcun legame di parentela. È stato semplicemente usato a lungo come uva da taglio per il Greco. Il Rovello Bianco ha il grappolo grande ma spargolo e il chicco possiede la singolare caratteristica che la buccia cresce a dismisura rispetto alla polpa interna e genera così l'inconfondibile aspetto di uva moscia, "Grecomusc’" appunto. Ciò genera un rapporto solido/liquido a sfavore di quest’ultimo, e genera condizioni di vinificazioni con una scarsa resa in liquido". Insomma una storia di nome e di fatto. Una delle curiosità davvero interessanti che sgorgano da quella fonte infinita di tipologie autoctone di uve italiche. Che patrimonio di conoscenza e che variabilità produttiva!

Cartotecnica, Poetica e Latino per Distinguersi

grafica illustrazione comunicazione stampa
Ad Libitvm, Barbera d'Asti, 
Carlin de Paolo.

L'etichetta che qui esponiamo al pubblico giudizio ha una caratteristica "cartacea" (cartotecnica direbbero gli esperti) che la rende abbastanza distintiva (quanto meno attira l'attenzione): una figura d'uomo, illustrata, che praticamente "esce" dal rettangolo dell'etichetta tracciando la propria sagoma direttamente sul vetro della bottiglia.  E' il passo veloce di un contadino di un tempo, forse a rappresentare un mondo che oggi non c'è più ma che attraverso vini tipici ritorna alla mente. E' il simbolo dell'azienda produttrice che si trova a San Damiano d'Asti, in Piemonte, un luogo ancora oggi carico di tradizioni e ricco di testimonianze del passato, architettoniche come culturali. La figura di questo uomo-emblema viene accompagnata, commentata, nel sito web dell'azienda, con queste belle parole: "...con pugno chiuso in segno di fermezza, dal passo lungo e deciso... i pantaloni rattoppati, il cuore largo". Per il resto la grafica dell'etichetta è ordinata ma nei canoni usuali. Il nome del vino, in latino, è stimolante: infatti "Ad Libitvm" si traduce con "a piacere" o "a volontà". Un chiaro invito al consumo del vino in quantità "gioiosa". In particolare per quanto riguarda questa espressione Wikipedia aggiunge: "In particolare, si utilizza spesso negli spartiti musicali, quasi sempre nella forma abbreviata ad-lib, dove indica una serie di battute, in genere un ritornello alla conclusione del pezzo o una coda, che può essere ripetuta un numero indeterminato di volte, a scelta dell'esecutore, e che trae la sua origine quasi sempre da un'improvvisazione effettuata nella fase finale della composizione (da cui l'assenza di scrittura)".

Piccole Aziende Semplici Etichette

grafica illustrazione comumicazione winelabels
Bianchetta Genovese, Azienda Agricola PinoGino.

branding logo illustrazione comunicazioneColpiscono due cose di questa etichetta ligure: la colorata illustrazione della chiesetta al centro del packaging e il nome dell'azienda, "PinoGino". Il nome del vino non c'è, ma basta citare in etichetta il Golfo del Tigullio e Portofino per fare già centro nell'evocare attenzione verbale. Il primo elemento, dicevamo, la chiesa molto colorata, allegra, insolita, semplice ma iconica, artistica ma senza esagerare. Diciamo pure che la semplicità è la chiave di comunicazione e quindi di lettura di questa etichetta. Non pretende nulla, si dichiara per quello che è e probabilmente per il vino che promette è perfetta. L'azienda produce infatti vini da vitigni autoctoni che fanno della genuinità e della spontaneità la loro forza. Per quanto riguarda il nome dell'azienda, "PinoGino" non ci si deve ingannare pensando a due nomi di uomo, tipo due fratelli, in quanto nel sito si scopre che la titolare è una donna che si chiama Antonella Pino. Null'altro trapela. Forse Gino è il marito o il fidanzato! Nel sito si legge anche che i vigneti sono posizionati attorno all'Abbazia del Conio (o Connio) che sarebbe proprio quella ben raffigurata in etichetta (nella sua struttura reale, ora in stato di abbandono), posizionata nei pressi del paese sede dell'azienda: Castiglione Chiavarese, nell'entroterra ligure alle spalle di Sestri Levante. 

Pop Art e Top Wine tra Azzardo e Sobrietà

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"Quarter Century", 
Lacrima di Morro d'Alba, Lucchetti.

winedesign grafica illustrazione comunicazioneD'accordo, si tratta di una etichetta in "edizione speciale", probabilmente solo per l'export, tra l'altro. Non abbiamo trovato notizie in merito ma la dicitura "Quarter Century" sul retro-etichetta fa pensare a un evento celebrativo che riguarda la storia dell'azienda (o dei vigneti). Certo la grafica di questa winelabel sorprende, a dir poco. Si potrebbe dire che "stordisce", con i colori e le forme accuminate che aggrediscono l'occhio e l'attenzione. Il tema è quello del fumetto, o della pop-art americana di qualche tempo fa, oppure direttamente un omaggio a Roy Lichtenstein, chissà. Fortunatamente l'edizione normale dell'etichetta di questo produttore marchigiano è quella molto più sobria con lo scudo in bianco e nero che abbiamo riportato a destra. Dotata anch'essa, nonostante l'assenza di clamore-colore, di una propria attenzionalità e personalità. Amore per l'arte o voglia di stupire? La strada delle etichette in edizione speciale è comunque rischiosa e va percorsa con cognizione di causa: il "vale tutto" va lasciato sempre come ultima ratio. Se non altro per rispetto verso il prodotto (il vino contenuto nella bottiglia) e dei clienti, siano essi affermati o prospect, dell'azienda.

Tentare è un'Arte, Resistere è Debolezza

grafica marketing comunicazione winelabelsTentaciòn, Tempranillo, 
Bodegas Martinez Corta.

grafica marketing storybranding comunicazioneQuesta cantina spagnola che ha sede e produzione nella celebre zona di La Rioja ha dedicato una intera linea di vini alle... caviglie delle donne. Girando l'argomento in modo più romantico e sensuale diciamo che queste originali etichette sono dedicate all'eleganza e all'attrazione che ancestralmente la femmina esercita sul maschio. Notiamo subito che nell'etichetta è intagliata al vivo la sagoma di una gamba di una donna che indossa una scarpa col tacco molto alto. La connotazione è subito quella della festa, del party, della celebrazione, della serata. E visto che siamo vicinissimi a Capodanno ci possiamo facilmente immaginare una situazione del genere con molti vini in "scaletta" e una convivialità di uomini e donne che hanno voglia di notare e farsi notare, con un pizzico di provocazione in più. Il nome del vino conferma: "Tentaciòn". Facilmente traducibile dallo spagnolo. La tentazione di un vino attinente (alla cena che si sta performando) e di persone attraenti (con l'usilio di qualche calice che, si sa, abbatte qualche ostacolo di troppo). Tornando prettamente alla tecnica visiva, l'etichetta risulta particolare, eloquente, intrigante, coinvolgente. Insomma si fa notare proprio come una bella donna che in più ha indovinato il giusto paio di scarpe. Astenersi feticisti.


Uno Zingaro Siciliano Metà Arabo Metà Francese

branding marketing comunicazione
Nawàri, Pinot Nero, Duca di Salaparuta.

storybranding storytelling marketing comunicazioneGli esperti e anche i meno avvezzi sanno che il Pinot Nero, Noir, secondo i nostri cugini d'oltralpe, trova la propria espressione di vera eccellenza solo in Borgogna, regione centrale e collinare della Francia. Ma in realtà ci sono altre aree nel mondo e quindi anche in Italia dove questo vitigno riesce ad esprimersi ugualmente bene. In Sicilia, sulle pendici dell'Etna, la nota casa vinicola Duca di Salaparuta coltiva, nella vigna Vajasindi (nome locale), uve di Pinot Nero per produrre due vini: uno di questi si chiama Nawàri. Nome che attira subito l'attenzione per la sua stranezza: non sembra dialetto, non sembra italiano. E allora come succede spesso in Sicilia bisogna cercare nel mondo arabo, e infatti questo nome risulta essere la traduzione dall'arabo di "Zingaro". Il senso è che il Pinot Nero, come uno zingaro girovago, ha trovato casa anche in Sicilia, trovandosi decisamente bene, su un terreno, come quello che circonda il cratere dell'Etna, quasi interamente vulcanico. Serve aggiungere che tra le caratteristiche del Pinot Nero vi è quella di non adattarsi a tutti i terreni e a tutte le condizioni pedoclimantiche. Si trova bene sono in alcune zone. E lì stabilisce legami con l'uomo e logicamente con la natura. L'etichetta di questo vino, graficamente, è molto pulita, semplice, ma offre particolari di spicco, come il logo relativo alla Tenuta di Vajasindi (quasi una co-marca, rispetto a Duca di Salaparuta) che viene espresso da una "V" in rilievo impressa con inchiostro dorato. Così come una attenta cura e scelta dei caratteri di scrittura di tutti gli elementi verbali del fronte-etichetta. Chiarezza ed eleganza che presentano il prodotto in modo eclatante ed efficace,

Nomi di Vigneti che Diventano Nomi Internazionali

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Shiarà, Catarratto, Castellucci Miano.

marketing storytelling comunicazione graficaSi tratta di un caso abbastanza comune di trasformazione di nome di luogo in nome di vino. E mentre l'annosa questione di come si scrive il nome del vitigno Shiraz (Syrah, Sirà, etc.), in questo caso Shiarà nulla c'entra anche perché il vitigno in questione è bianco ed è esattamente il Catarratto. Il nome di questo vino che nasce a quote alte (da 800 a 1000 mt s.l.m.) sulle Madonie, alle spalle di Palermo, in Sicilia, deriva dal nome della zona, della collina vinicola locale che si chiama "Sciarazzi". Ne deriva una specie di forma dialettale troncata, che somiglia molto a certe accezioni arabe che in Sicilia ancora albergano nelle locuzioni enogastronomiche anche di uso quotidiano. Ed ecco che, grazie anche all'ottima fonetica, alla brevità, al "fascino" del suffisso "sh" che rende il tutto un po' magico e fiabesco, oltre che vagamente internazionale, nasce un nome che è in grado di essere tale a tutti gli effetti, come memorabilità e carisma. Della grafica in etichetta si può dire che: sullo sfondo scuro, antracite, risalta molto bene il nome in carminio. E che in generale questa etichetta si può definire elegante. Migliorabile la leggibilità (ora in inchiostro argento fin troppo specchiante) del logo in alto, che risulta comunque di ottima realizzazione e sintesi (CM, iniziali del nome aziendale e grappolo stilizzato sotto al nome stesso). Aggiungiamo che il vino, commercializzato in soli 13 mila esemplari, viene ritenuto, dalla comunità di esperti assaggiatori, una delle eccellenze siciliane.

Gli Scherzi della Toponomastica

branding storytelling comunicazione marketingGuerra Ranch, Barbera, Topa Mountain.

comunicazione etichette vinoL'azienda vinicola californiana (a nord di Santa Barbara) che produce questo vino (e molti altri in gamma) si chiama "Topa Mountain" ed è stata fondata da un imprenditore di origini italiane, Lauro Guerra. Sarebbe facile fare della (facilissima) ironia e allora, quasi quasi ce lo permettiamo. In pratica: non sarebbe necessario scomodare qualche toscano per sapere a cosa fa riferimento, gergalmente in Italia, la parola "topa". Chi la utilizza in California, sostanzialmente per il mercato Usa, è perdonato. Se non fosse che la famiglia che produce questi vini è di origini italiane: qualche parente in patria poteva avvertirli. Ma abbiamo anche un'altra ipotesi: forse, scoperto che le montagne vicino all'azienda e alle vigne si chiamano Topa Topa Mountains (proprio così: Topa è ripetuto due volte, risulta su Wikipedia e sulle mappe di Google) il produttore ha deciso di "giocarci sopra" e ha quindi chiamato così la propria impresa (con una "Topa" sola). Non sarà come la nostra Barbera, questa di coltivazione e produzione californiana, ma certo potrebbe avere un seguito, come dire, emozionale, anche commercializzata qui da noi. E potrebbe essere concorrenziale, se non altro per quel nome che campeggia sull'etichetta in bella evidenza. Scherzi della toponomastica. E voglia di scherzare anche per noi, non se la prendano le gentili signore e signorine che seguono questo blog. Di fatto è un esempio di come gli incroci linguistici possono produrre effetti inaspettati o anche volutamente provocatori. 

Insoliti Rosati Fra Leggende e Belle Realtà Lucane

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Frà, Aglianico del Vulture Rosato, Grifalco.

grafica branding comunicazione mktgCi sono almeno due elementi  da esaminare in questa etichetta (forse tre). Uno è "nascosto" nella sua versione letterale (si legge dietro nel retro-etichetta), cioè il nome del produttore: "Grifalco" rappresentato sul fronte solo dall'illustrazione come vedremo dopo. Sovviene anche ai meno fantasiosi che "Grifalco" è un neologismo che forma una parola unica attraverso la fusione di altre due. In pratica la leggenda del Grifone si unisce alla realtà del Falco. Dove il Grifone risiede nei racconti e nelle leggende del luogo, mentre il Falco il luogo lo presidia, in buon numero, come rapace e guardiano delle vigne. Siamo nella Lucania, piccola microregione della Basilicata, dove l'Aglianico (vitigno) è il Re e il Vulture (il vulcano) il suo mentore. La seconda analisi che si può fare deriva dal nome del vino vero e proprio, cioè "Frà". Ebbene si tratta del solito omaggio a una persona (in questo caso Francesca, la figlia del produttore) che però questa volta ha anche un significato interessante e coinvolgente: il vino è un rosato, quindi, nelle intenzioni divulgative dell'azienda, si tratta di un vino che non è né rosso, né bianco. Quindi si colloca "Frà" il rosso e il bianco, in una terra di mezzo in grado però di dare molte soddifazioni. Volendo c'è una terza e ultima considerazione: per il design e per le scelte cromatiche dell'etichetta. Certo il colore del vino è particolare e tutto sommato non stona con quell'azzurro cielo che di alimentare ha davvero poco. Si nota certamente il gradevole, emblematico e ben realizzato rapace iconografico che "domina" l'etichetta.

La Dirompente Energia di un Vino Orange (Viola e Giallo)

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Slatnik, Chardonnay e Friulano, Radikon.

design branding comunicazione etichetteQuello che attira subito l'attenzione in questa etichetta è la vera e propria aggressione cromatica messa in atto dal viola e dal giallo. Un agguato per gli occhi, aggravato dalla sinuose, quasi taglienti, serpentine che fanno zig-zag in mezzo alle lettere del nome del produttore. Siamo in Friuli, in un lembo di terra che si insinua in territorio Sloveno. Terra di vini bianchi, anzi, arancioni, come dicono gli esperti. È il caso di questo blend di Chardonnay e Friulano in proporzioni 80-20, che si chiama Slatnik. A proposito, il nome richiama una zona, un toponimo, che i vecchi del paese traducono in "terra d'oro". Ma torniamo all'etichetta che sul fronte presenta unicamente un quadrato, con il colori sopra menzionati, non proprio adatti al prodotto vino, se vogliamo guardare la casistica, e con il solo nome del produttore, Radikon, in evidenza. Sul retro tutto il resto: nome del vino, definizioni di legge, etc, etc. Il colpo d'occhio a scaffale c'è, ma è un colpo che rischia di offendere l'iride, di irritare la cornea, di insidiare la retina. Farsi notare è importante, ma c'è modo e modo. Bizzarra, certo, questa modalità di presentazione. Inconsueta, rompe le regole. Ma le idee "di rottura" rischiano di risultare fin troppo dirompenti se sono fini a se stesse.

E se Viene il Magone, il Vino Stesso se lo Porta Via

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Magone, Pinot Nero, Sergio Mottura.

Apprendiamo leggendo la scheda di questo vino nel sito del produttore che "Magone" è il nome del vigneto ("il più vecchio dell'azienda") dove maturano le uve del Pinot Nero laziale in esame. Ragioni storico-affettive-topografiche, quindi, hanno influito nella decisione di attribuire questo nome a questo vino. Ma vediamo cosa si trova, letteralmente, di fronte un potenziale (nuovo) acquirente: la parola magone, se non immediatamente concepita come toponimo può portare a interpretazione come "un grande mago" o piuttosto alla definizione di uno stato d'animo che comunemente viene descritto come "avere il magone". Infatti Treccani alla voce corrispondente afferma: "(dal germ. mago), region. - 1. parte dello stomaco del pollo, nella quale viene triturato il cibo, ventriglio. 2. (fig.) condizione di sofferenza psichica, che si manifesta come un peso sullo stomaco, spec. nell'espressione avere il magone." Il sito specializzato in etimo e semantica che si chiama "Una Parola al Giorno" dice: "Stomaco, specie del pollo; peso, accoramento (dal longobardo: mago gozzo.)" e aggiunge "una scena triste e stupenda di un film, o l'acme di una tragedia a teatro, o una musica sublime ci fanno venire il magone". Insomma la parola trasmette in primo luogo sensazioni legate a uno stato di malessere. Una condizione negativa che certamente il vino riuscirà, almeno in parte, ad annullare. Ma questo è un altro discorso. Graficamente l'etichetta è abbastanza anonima tranne che per la simpatica istrice, simbolo aziendale che si trova anche su tutte le altre etichette della gamma.

Nel Design Vale Tutto o Forse No

marketing branding grafica comunicazioneVal, Valpolicella Classico Superiore, Zýmē

naming packaging design etichette vinoL'azienda in analisi è partita (abbastanza) bene con il proprio logo, almeno a livello concettuale (come elaborato grafico un po' meno), ecco infatti il rational che si legge nel sito del produttore: "Il nome Zýmē proviene dal greco e significa “lievito”, elemento fondamentale nel mondo dell’enologia, ma anche elemento simbolico che richiama la naturalità, valore basilare nel percorso lavorativo ed esistenziale di Celestino Gaspari e il fermento, inteso come attitudine continua alla trasformazione. In sintonia con questa filosofia, il logo dell’azienda rappresenta una foglia di vite in cui è inscritto un pentagono, simbolo dei cinque elementi principali per la produzione del vino: uomo-vite-terra-sole-acqua". Ottimo. Uomo, Vite, Terra, Sole. C'è tutto. Ma graficamente, visualmente quindi, il logo stenta nell'essere "emblematico". In compenso la descrizione è coinvolgente. Per quanto riguarda le etichette di questa azienda vinicola veneta meglio dire che sono... migliorabili. Prendiamo come esempio quella di uno dei vini rappresentativi della gamma, e anche più commercializzati, il Valpolicella Classico Superiore. Macchia di colore uniforme, color vino praticamente, dove vengono applicate grafiche abbastanza incomprensibili. In alto a sinistra una "V" sembra includere un grappolo mentre un pennello, più in basso, sembra tracciare altre due lettere, a comporre quello che dovrebbe/potrebbe essere un nome: "Val". Sotto a questo "disegno" troviamo la definizione della tipologia di vino, corredata abbondantemente da puntini di sospensione. Alla base il logo aziendale con la foglia e il pentagono di cui abbiamo parlato all'inizio di questo post, e la firma del titolare piuttosto illeggibile. In generale una certa perplessità è d'obbligo.

Cupi e Dirupi sulle Montagne Altoatesine

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Lamarein, Lagrein, Mayr-Unterganzner.

Si tratta di un caso in cui l'etichetta rispecchia fortemente il contenuto della bottiglia. La percezione che immediatamente si riceve da questo disegno, del quale nulla sappiamo, ma il gioco questa volta è proprio questo, è di cupo rimuginamento (da "rimuginare", sempre che il Devoto Oli lo consenta). Si ha la sensazione di un vorticare di oscuri pensieri o come minimo di una meditazione profonda e solitaria. Un uomo di sicuramente di montagna, forse paleolitico, dai tratti certo non aggraziati, viene raffigurato con tecnica al tratto o al carboncino, intento ad osservare picchi rocciosi e meteorologia avversa. Stiamo parlando di una etichetta di un produttore altoatesino, e di un vino dal carattere piuttosto arcigno, dal colore impenetrabile, di concentrazione quasi indecifrabile. Si tratta, tecnicamente, di un Lagrein (vitigno) molto selezionato in vigna e quindi lasciato appassire da
ottobre a Natale in soffitta. Non contenti di ciò viene "internato" in botti di rovere (barriques e tonneaux nuove) per almeno 16 mesi. Il risultato, dice chi ha assaggiato questa rarità prodotta in pochi esemplari, è sorprendente per intensità e coinvolgimento papillare. Certo il coinvolgimento attenzionale, dell'etichetta, tratta le sfere emozionali noir e introspettive. Può essere una chiave di "apertura" anche questa. Del nome (che si legge solo sul retro) nulla si sa, "Lamarein", se non che pur essendo dolce nella fonetica, assona con "amaro". E anche con "Lagrein", logicamente. Forse è questa la chiave di lettura. Le indagini sono in corso.

Eternità del Vino, Dentro e Fuori

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L'Eterno, Pinot Nero, Feudi del Pisciotto.

packaging grafica cultura arte illustrazioneGrazie alla competenza e alla passione dell'enoteca Sorso di Vino di Milano, abbiamo potuto scoprire e apprezzare questa etichetta di un noto e qualificato produttore siciliano. Si tratta di un packaging che appartiene senza dubbio alla categoria "etichette d'arte". Etichette che oltre a parlare del vino che rappresentano, riescono ad offrire anche una prospettiva culturale. In questo caso il nome e l'immagine riportate sul fronte della bottiglia fanno riferimento a un'opera scultorea dell'artista Giacomo Serpotta (1656-1732) il cui restauro è stato co-finanziato dall'azienda vinicola in questione. Il titolo dell'opera è "L'Eterno", parola in grado di evocare spazi infiniti, mnemonici, temporali, forse quantistici, ma rimanendo con i piedi ben piantati in vigna, questo nome e quel gesto ritratto nell'indicare, o se vogliamo nel cogliere, possono calzare per sostenere l'espressione gustativa di un vino che dentro di sé ha una sorta di eternità ancestrale. Terra, tradizioni, cultura, civiltà, storia, un susseguirsi ed inseguirsi di eventi, soprattutto in Sicilia, dove la vite è sempre stata sollievo e testimonianza di natura e umanità. Resta da aggiungere che questo Pinot Nero, secondo gli esperti, fa il pelo e contropelo a certi costosissimi vini di Borgogna, con buona pace dei francesi che la Sicilia, in un antico passato, l'hanno conosciuta e anche un po' bistrattata.

Un Goccio di Stile Dialettale

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È got, Merlot e Sangiovese, Cevico Group.

storybranding branding brandawarenessQuesta linea di vini, che comprende, oltre al blend Merlot e Sangiovese (qui ritratto nella versione screw-cap per l'export e in quella classica col sughero), anche un Trebbiano e Chardonnay e un Rosé, presenta un design molto spartano, pulito, quasi etereo, se non fosse per il nome del vino (della linea in questo caso) e il carattere con il quale è scritto. Citiamo subito il produttore, al riguardo: "E' Got è il tipico bicchiere di vino in dialetto romagnolo; racchiude l'unità di misura per eccellenza per degustare un buon vino, ampio, che lasci passare i profumi ma non troppo capace, che lasci il desiderio all'ultimo sorso". Traducibile in "un goccio", aggiungiamo noi. Il carattere di scrittura ha uno stile "a mano" e si espone con un inchiostro speciale dorato (che sembrerebbe anche specchiato). Si incontrano qui (o si scontrano) lo stile campagnolo, dialettale del nome, con un design modernista, da arte contemporanea. L'impatto a scaffale c'è, in quanto la bottiglia si fa certamente notare anche a distanza. Il nome lascia un attimo di perplessità: poco intelleggibile, soprattutto dal punto di vista semantico. Problema, come spesso abbiamo detto, comune a tutte le  accezioni dialettali utilizzate come nomi.

Duri e Puri, in Favore Della Vernaccia Tradizionale

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'ppiccato, Marche Rosso Passito 
(Vernaccia di Serrapetrona), Fattoria Duri.

marketing immagine comunicazione arcaniIn quel crogiuolo di vitigni, usi, costumi e tradizioni del nostro bel paese, l'Italia intera, è possibile scoprire una delizia al giorno per anni e anni. Basta girare di regione in regione, di provincia in provincia, di paese in paese. Il piccolo borgo in questione è, questa volta, Serrapetrona, in provincia di Macerata, nelle Marche. Le sottovalutate e bellissime Marche. Qui cresce e viene lavorato un vitigno poco noto fuori dai confini regionali che si chiama Vernaccia Nera. In pratica, la Vernaccia di Serrapetrona, vinificata in maggior parte come Docg in versione spumantizzata e anche come Doc Serrapetrona nella tipologia vino rosso fermo. La Vernaccia di Serrapetrona si presta inoltre ad essere vinificata come passito da fine pasto o da "meditazione" come negli ultimi anni è di moda definire. Ci sono molti modi di ottenere un passito, cioè di fare appassire l'uva così che si possa verificare una concentrazione naturale di sapori e zuccheri. Parleremo in particolare del passito fiore all'occhiello della Fattoria Duri ottenuto secondo una modalità tra le più... dure. E anche più costose in termini di tempo e fatica. Le uve infatti vengono appese su canne naturali per evitare che possano entrare in contatto né tra un grappolo e l'altro, né tra gli acini e altre superfici. Da qui nasce il nome di questo vino, "'ppiccato", nome che ricorda foneticamente (e figuratamente) l'Impiccato degli Arcani Maggiori che per i Tarocchi di Marsiglia, in francese, sarebbe "Le Pendu", il numero XII. Niente di drammatico, nemmeno in quel caso, perché il significato, il senso da cogliere è: "attaccato su", "appeso", più che impiccato. La forma dialettale fa il resto, connotando tale modalità di appassimento con forza semantica e iconografica. Riassumendo, la modalità di produzione prevede la raccolta manuale dei grappoli migliori in vigna, quelli intatti, maturi, perfetti. Il trasporto in cassette separate fino al locale apposito adibito all'appassimento (che alla Fattoria Duri hanno ribattezzato "Galleria del Vento", perché dotato di ventilatori sempre in funzione). Infine la pazienza per appendere uno ad uno i grappoli e poi l'attesa: da 5 a 6 mesi prima di torchiare l'uva. Nell'etichetta del passito di Fattoria Duri, dove appare il nome del vino in verticale a grandi lettere, viene anche rappresentato un grappolo ancora fornito del proprio tralcetto superiore (lasciato affinché possa essere appeso stabilmente). Si tratta di un'etichetta semplice, schietta, come il carattere degli abitanti di quelle zone, che nasconde però un vino complesso e ricco di personalità, con sfumature organolettiche da estasi enogastronomica. Alla salute delle Marche e delle splendide tradizioni d'Italia.