Lettere in Ordine Sparso: il Caos-Design

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The Label, Cabernet Sauvignon, Turley.

grafica marketing comunicazioneL'importante è esagerare, recitava un noto cantautore milanese. E questo produttore della Napa Valley l'ha fatto. Ha esagerato. Stiamo parlando dell'etichetta del suo Cabernet, logicamente, qui ritratto. Una winelabel dark-style che ti sbatte in faccia esercizi di lettering come in una scuola di grafica. Ma partiamo dal nome, esagerato anch'esso (nel minimalismo creativo, diciamo così): il vino si chiama "The Label". Insomma, come se qui in Italia chiamassimo un vino "L'Etichetta". Potrebbe avere anche dei risvolti originali, tutto sommato. Vediamo il design: il nome, e gli altri elementi verbali del packaging sono letteralmente sparsi in tutta la superficie disponibile senza un senso, un verso, un nesso. Le parole vengono addirittura spezzate, invertite, ribaltate. Il caos creativo, direbbe qualcuno. Noi no. Ci viene da dire che è una gran confusione. Forse si farà notare, risulterà curiosa e strana a vedersi, ma questo esercizio di "stranezza" ci sembra fine a se stesso e quindi poco plausibile. Certo le etichette dei cabernet di Bordeaux sono invariate da secoli e quindi un po' noiose, ma qui si è esagerato.

Un Lettering e un Design Rivoluzionari

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Revolution, Brut Pas Operé, Cà del Vént.

grafica advertising marketing comunicazioneSi può proprio dire che con questa etichetta i ragazzi di Cà del Vént hanno mandato a gambe all'aria la leggibilità. Ma tant'è. Anche il vino, uno spumante, è "rivoluzionario" secondo molti intenditori. Tecnicamente è un ribelle del disciplinare del Franciacorta. Ma torniamo all'etichetta e al nome, "Revolution". Il design è pulito, essenziale, minimalista. E il nome... è di fatto scritto due volte ma per leggerlo serve l'elasticità (anche mentale) di un contorsionista. Alla fine il nome "salta fuori". Così nascosto e illeggibile che viene quasi (quasi) da elogiare una tale, azzardata, scelta. Come quanto il kitsch va oltre ogni misura e diventa arte. Discutibile, ma arte. Anche le scelte cromatiche sono insolite per il mercato in cui si colloca il prodotto. Un giallo canarino su toni di grigio che sicuramente non mancherà di attirare l'attenzione. Bisogna considerare che anche le altre etichette dell'azienda sono decisamente insolite (non le riportiamo per questioni di spazio ma sono visibili qui, nel sito del produttore). Onore quindi al coraggio di scelte anarchiche, ma tra rivoluzione e anarchia non vorremmo impantanarci in questioni politico-filosofiche. Il vino, tutto sommato, è materia semplice: è uva fermentata.

Nomi da Marketing d'Assalto

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Rosso da Pesce, Nerello Mascalese e Cappuccio, 
La Gelsomina.

Cosa avrà spinto questo produttore siciliano alla decisione di chiamare questo rosato (c'è scritto "Rosso" come definizione formale ma di fatto è rosato) con l'appellativo "Rosso da Pesce"? Sicuramente uno dei motivi sarà stata la volontà di collocarlo inequivocabilmente, a livello gastronomico, in un menu a base pesce. Ampliare quindi il suo consumo. Insomma una forma di marketing d'assalto con finalità commerciali. Tutto questo a rischio di gettizzarlo affiancandolo a una sogliola. La sua definizione, con questo tipo di precisione, probabilmente è stata adottata nell'intento di essere distintivi nei confronti della concorrenza. Anche perché da sempre i rosati vengono comunque ben considerati come affiancamento a un piatto di pesce. E poi Rosso da Pesce, tutto sommato, non è nemmeno un nome: è una didascalia, un consiglio, un suggerimento. Certamente i due vitigni che compongono questo vino sono "leggeri", anche nelle versioni vinificate in rosso vero non evocano vini spessi e profondi ai quali abbinare brasati e lessi piemontesi. Ma il complesso verbale di questa etichetta rimane in un certo senso incompiuto, con quel suo essere, né rosso, né rosato, nè carne, né pesce. Per il tutto il resto notiamo che il packaging design è così lineare da risultare irrilevante: in pratica ingiudicabile.
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Un Nome Rotondo Come il Bombino (Nero)

etichette brading comunicazioneRondò, Bombino Nero Igt (Rosato), Terra Maiorum.

D'accordo, il "rondò" ai giorni nostri è quella rotonda, a volte fastidiosa, che regola il traffico di molte vie che convergono nel medesimo punto, evitando così di posizionare un ancora più fastidioso semaforo. Noto altresì in Italia fu, molto tempo fa, un gruppo musicale che si chiamava "Rondò Veneziano" e che richiamava gli echi della musica cameristica in versione ritmata e moderna. Invece questo "Rondò", nome di un vino rosato pugliese, tratta probabilmente di un "giro armonioso di palato", nel senso che in primo luogo richiama una certa piacevolezza del vino. Il richiamo alla rotondità viene confermato da una illustrazione, un segno grafico, uno stilema, al centro della spartana etichetta: tre tratti arrotondati, fluenti, sinuosi, quasi a formare un vortice, quello del vino versato nel calice e poi fatto "girare", appunto, nel palato, per gustare e anche per "pulire" la bocca come da manuali enogastronomici. Questa è la versione export dell'etichetta, che appare comunque, e come detto prima, spartana, semplice, con pochi elementi in evidenza, fondo bianco, scritte molto leggibili, riferimenti essenziali. Anche dove, alla base, il nome dell'azienda, Terra Maiorum, bel nome, viene accompagnato dalla definizione "Cooperativa Lavorazione Prodotti Agricoli", completa ma probabilmente superflua. Nel suo complesso un packaging efficace, pulito, memorabile, non sugli scudi ma di ottima progettazione.

Nomi Forti e Tradimenti Vari

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Il Traditore, Sangue di Giuda, 
Azienda Agricola Manuelina.

Non vi è alcun dubbio: il nome "Il Traditore" si riferisce la definizione della tipologia alla quale attiene il vino, il Sangue di Giuda. Si tratta di un vino frizzante tipico dell'Oltrepò composto dai vitigni Croatina, Barbera e Uva Rara. Giuda infatti, nell'epopea cristiana raccontata dai Vangeli è notoriamente un traditore nei riguardi di Cristo. Non è una accezione bella, non è nobile, non è plausibile. Ma potrebbe starci in quanto rafforzativo, vicendevolmente, della tipologia e del vino stesso. Purtroppo tra i modi di dire della lingua italiana, spesso si sente pronunciare "quel vino è traditore", nel senso che dopo averne bevuto qualche bicchiere in più, il tradimento si manifesta con malessere o mal di testa o stato catatonico magari il giorno seguente alla libagione. Per cui il richiamo al tradimento potrebbe essere preso come un dubbio sulla genuinità, purezza, salubrità del vino stesso. Come minimo, questo "difetto semantico" potrebbe indurre a berne di meno, e questo non sarebbe male, in generale, ma di fatto ogni ombra che si proietta sul prodotto, certamente non aiuta una sua valida percezione.

Un Brunello nei Flutti Azzurri

packaging branding comunicazioneVigna Spuntali, Brunello di Montalcino, 
Val di Suga.

La potestà di questo vino è di una grande azienda italiana che opera nel settore farmaceutico. Stiamo parlando di investimenti, non di chimica del vino, naturalmente. Il marchio "Val di Suga" pre-esisteva e indicava una vitivinicola produttrice di Brunello dal 1977. Partiamo quindi dal nome aziendale, che presenta fastidiose assonanze con "sugo", e soprattutto con un volgo popolare, molto attuale (non lo era negli anni '70, a discolpa di chi decise di adottare questo nome, forse topografico) che richiama la parola "suca", non propriamente un'accezione elegante. Andiamo oltre analizzando questa etichetta (l'azienda ne ha altre, che indentificano il Brunello "base", il Riserva e altri due cru da vigne specifiche, Vigna del Lago e Poggio al Granchio). L'illustrazione, piuttosto fumettosa, esce dai canoni "brunelliani" (e questo è positivo, in un certo senso) ma lo fa con una giocosità forse eccessiva. Apprezzabile l'ironia che ha spinto il designer a collocare una bottiglia galleggiante in mezzo al laghetto (insieme a conchiglie, riccioli d'onda e forse pesci) ma con una riserva dovuta, appunto, alla tipologia di vino e di clientela. La presenza del lago (realmente esistente subito sotto all'edificio sede dell'azienda) giustifica la presenza di un croma azzurro, poco affine al vino e in generale alle etichette per il vino rosso. Si poteva probabilmente evitare il cromatismo lasciando tutta l'illustrazione in bianco a nero. Niente da dire sul nome "Vigna Spuntali" se non che foneticamente non è gradevole. Infine è probabilmente un errore dare poco rilievo (dimensionale e cromatico) alla scritta Brunello di Montalcino (collocata nel tassello inferiore dell'etichetta e poco visibile).

A Mantova si Parla Senese (ma si Beve Lambrusco)

packaging design grafica marketing comunicazioneS'i' Fosse Foco, Lambrusco Mantovano Biologico, 
Azienda Agricola Pacchioni.

naming grafica branding comunicazioneL'etichetta pulita, semplice, evocativa, diciamo pure moderna per essere di un Lambrusco, di questo vino (biologico, frizzante, a base Ruberti, Salamino e Ancellotta) attira l'attenzione non solo per il design ma anche per il nome. Nell'illustrazione vediamo un uomo con fattezze da "Passator Cortese", tra il brigante e il contadino che beve un bicchiere di vino. Tutto qui. In alto il nome dell'azienda produttrice. Al centro il nome del vino: "S'i' Fosse Foco", un evidente richiamo al noto sonetto medievale di Cecco Angiolieri, senese, e musicata nel '68 da De André. Vale lo sforzo di rileggerla nella versione originale: "S'i' fosse foco, ardere' il mondo; s'i' fosse vento, lo tempestarei; s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo; s'i' fosse papa, serei allor giocondo, ché tutti cristïani embrigarei; s'i' fosse 'mperator, sa' che farei? A tutti mozzarei lo capo a tondo. S'i' fosse morte, andarei da mio padre; s'i' fosse vita, fuggirei da lui: similemente faria da mi' madre. S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui". Nel sito del produttore non è dichiarata la ragione per cui il vino è stato chiamato così. Certamente è una scelta originale che può incuriosire e "funzionare" come primo elemento di comunicazione del vino.

Un Nome che Fa l'Eco (a Se Stesso)

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RosaMiooO, Rosato Lazio Igt, Tenuta Santa Lucia.

Forse è un miagolìo. Più probabilmente il tentativo di evitare la trappola della registrazione di un nome, che negli ultimi anni, grazie a internet, è diventato un problema intricato. In pratica, la scelta, molto particolare, di questa azienda vinicola del Lazio, è stata quella di aggiungere delle improbabili "ooo" a un nome tutto sommato normale. Una sorta di auto-affermazione, sia letterale (sorprende al primo sguardo), sia fonetica (pronunciando le tre "ooo" in forma estesa), sia formale (brevettabilità). Il risultato? Controverso. Nel senso che sicuramente va controcorrente, si fa notare, incuriosisce. Ma dal punto di vista concettuale risulta molto basico. Da notare, graficamente, che l'ultima "O" è maiuscola (così come l'iniziale "R" e la mediana "M"). Sempre per quanto riguarda la grafica, l'impaginazione, insomma il packaging in generale, la scrittura in verticale non aiuta la leggibilità ma per il resto gli elementi sono collocati in modo misurato e ben equilibrato. Lascia perplessi il nome, lo diciamo una volta di più, anche se il suo risultato l'ha ottenuto: ha attirato la nostra attenzione. E forse, è auspicabile per l'azienda, anche quella degli appassionati di vini rosati.

La Quadratura della Bottiglia

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Milledì, Franciacorta Brut Docg, Ferghettina.
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Questo è un caso molto interessante di commistione tra design e tecnicità. Ovvero il design NON fine a se stesso, come dovrebbe sempre essere. Un design funzionale oltre che concettuale. 5 anni fa, dopo altrettanti anni di studio e progettazione, Ferghettina introduce sul mercato una bottiglia quadrata molto bella. Stesso contenuto di quella classica, tondeggiante. Bella davvero, bella da vedere, da godere, da regalare, da mettere sulla tavola. Ma veniamo al punto: questa bottiglia è stata progettata per donare al vino, durante la fase di stasi, a bottiglia sdraiata, un maggiore sviluppo organolettico, in quando la superficie dei lieviti a contatto con il vino risulta maggiore se distribuiti su un lato piatto, rispetto ad un lato tondo (dove si accumulano e non si espandono). Non è stato semplice, spiegano alla Ferghettina: la bottiglia quadrata è stata progettata (e riprogettata più volte prima di arrivare a quella giusta) per reggere la pressione interna dello spumante (che una bottiglia rotonda regge meglio) e quindi con uno spessore e una forma, soprattutto negli angoli, adatti all'impresa. Vetro chiaro, trasparente, grande eleganza. Un bel progetto, una bella idea. Distintiva e funzionale. Anche il nome di questo vino è distintivo e funzionale: "Milledì". Breve, evocativo, rotondo (lui sì), valoriale, memorabile. Il risultato, nel suo complesso... è un ottimo risultato!

Doppi Sensi in Favore del Gusto

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La Dò minga, Sangue di Giuda, Possessione Sparano Capelli.

C'era una volta il vino della Domenica. E concettualmente c'è ancora, soprattutto in questi anni in cui il consumo del vino pro capite sta calando, privilegiando la qualità alla quantità. Questo vino che ha già una denominazione originale, è ufficiosamente un "Sangue di Giuda" ottenuto da Barbera e Croatina, ci colpisce per il suo nome: "La Dò minga". La Domenica, insomma. Un invito a celebrarlo come vino della festa. Ma sotto sotto c'è di più, perché "la dò minga" in forma gergale può significare anche un'altra cosa. Ed ecco la spiegazione del produttore: si tratta di un vino leggero (cioè corposo, ma a bassa gradazione: 9.5%) frizzantino e amabile (quasi dolce, insomma) che piace molto alle donne, ed essendo veramente molto genuino (basse prosuzione, azienda famigliare) non dà alla testa anche bevendone qualche bicchiere in più. Non dà alla testa sia nel senso del temuto mal di testa (tipico dei vini con molti solfiti), sià nel senso che non fa perdere la testa, insomma non fa perdere il controllo. Ecco perché piace ed è consigliato soprattutto alle donne che in questo caso non avranno alcun timore di perdere consapevolezza, felici di rimanere padrone delle loro gesta. Un gioco di parole scherzoso, una doppia valenza che incuriosisce, strappa un sorriso, si fa ricordare. Bello il marchio e la dicitura "Possessione Sparano Capelli" con la stilizzazione del casale storico sede dell'azienda dal 1857. Elementare l'impostazione grafica dell'etichetta che meriterebbe un restyling.

Un Nome Regionale o Presidenziale?

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Casabianca, Montepulciano d'Abruzzo, San Lorenzo.

Questa etichetta di un produttore teramano offre qualche spunto di riflessione. A partire proprio dal nome del vino che, alla prima impressione, potrebbe sembrare banale. Di case, casali, fattorie bianche, in italia ce ne sono a profusione. A partire dallo storico, indimenticabile, Mulino Bianco nazionale. Il bianco come candore, sincerità, fiducia, genuinità. Oltre che igiene e pulizia. Ma non si può ignorare anche una famosa Casa Bianca negli Stati Uniti. "White House" in inglese, logico, ma conosciuta da noi
con la verbalizzazione in italiano. La menzione "Casa Bianca",
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in quanto residenza del Presidente, è passata addirittura a significare qualcosa di importante a prescindere. Sicuramente in questo caso il vino è stato nominato così in omaggio a qualche residenza storica della famiglia produttrice, e forse facendo l'occhiolino a quella molto più famosa. Fatto sta che questo riferimento, anche se non voluto, genera attenzione e memorabilità. In pratica, agganciandosi a qualcosa di molto famoso si carpisce una porzione della sua aura di notorietà. Da considerare, a nostro parere positivamente, che "Casabianca" è scritto tutto attaccato: fluisce meglio. Per il resto, l'etichetta è molto semplice, bianca come il nome del vino, con un originale taglio a sinistra (che sulla bottiglia risulta come spazio vuoto, a vetro, ottenuto fustellando l'etichetta) che forse richiama il getto di luce delle stelle cadenti, alle quali si riferiscono il logo e il nome aziendale.

Nome "Easy-Going" per un Lambrusco Cromato

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Otellon'ice (ON'I), Lambrusco, Ceci.

Fa una certa impressione la particolarissima bottiglia di questo Lambrusco (Emilia Igt). Ci si specchia dentro. Ma non è solo questo, logicamente. La forma, il materiale, il design dell'etichetta... e poi il nome: "ON'I" che sta per "Otellon'ice" che infatti viene esplicitato lì sotto. Le intenzioni semantiche e di comunicazione sono chiare. Il produttore infatti, nel sito web specifica: "Ottimo come aperitivo, servito col ghiaccio nella coppa, come compagno nelle lunghe serate estive per trascorrere momenti allegri e spensierati". Il Lambrusco col ghiaccio. Fa rabbrividire gli appassionati di vino e forse anche quei simpatici vecchietti che ancora oggi bevono lambrusco in tazza sotto i portici di Busseto. Ma probabilmente vende bene nei bar alla moda della riviera romagnola, chissà. Torniamo al nome del vino, "ON'I", l'iniziale di Otello (nome di una delle linee Ceci) che è anche "on" in inglese, unito da un apostrofo con l'iniziale della parola inglese "Ice". Certo breve, probabilmente memorabile, giovane e moderno (definizione sfuggente, come lo è "vino naturale"). Forse adatto a un pubblico dal consumo "easy", giusto per anglofonizzare un po'. L'impressione generale però è quella di essere di fronte a una "bevanda" e non al nettare degli Dèi.

Scenografie e Serigrafie da Bottiglia

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Perles de Planères, Tourbat de Roussillon Brut, Chateau Planères.

grafica illustrazione comunicazione Ci sono etichette semplici al limite dell'inconsistenza comunicativa ed etichette che sembrano scenografie. Certo si può "raccontare una storia" anche con semplicità, ma se si mettono sul piatto (cioè sull'etichetta) elementi di una certa pregnanza il risultato può risultare alla fine migliore. Quella che mostriamo in questo articolo è un'etichetta di un vino francese, della regione del Roussillon, che si propone all'attenzione del pubblico con delle soluzioni grafiche e tecniche articolate e coreografiche. Si tratta di spumante Metodo Classico che effettivamente si espone con uno stile molto classico, art-decò se vogliamo, con i profili di una donna e di un uomo "ricavati" dalla forma di un tralcio (o viceversa). Del tralcio si percepiscono solo i contorni, la sua forma  è "riempita" con l'illustrazione iper-realistica (o la foto) di un calice che emana bollicine (le perle che il nome del vino, "Perles", richiama). Grappoli e cornice dorata, in inchiostro speciale e in rilievo completano "l'opera". Un design originale, complesso, ma equilbrato nelle forme e nella cromìa. Diciamo pure elegante, intrigante, coinvolgente, a suo modo emozionante. Quello che un'etichetta dovrebbe sempre comunicare.

Sbagliare l'Accento in un Nome (Grave è Grave)

naming branding design etichette vino
Perchè No?!, Primitivo, Cantine San Giorgio.

packaging grafica comunicazioneIl vitigno che in Puglia si chiama Primitivo, in America è noto soprattutto come Zinfandel. Si tratta proprio della medesima uva. Logico che finora in Italia è stato chiamato col suo nome originale (in lingua italiana). Le Cantine San Giorgio oltre a proporre un insolito nome del vino (insolito e scorretto, vedremo poi il perché) decidono di scrivere, sotto, nelle diciture di legge, "Zinfandel" invece di Primitivo. Scelta corretta dal punto di vista legale, evidentemente, e destinata ad attirare l'attenzione dal punto di vista della comunicazione. Una stranezza che, appunto, potrebbe generare attenzione nel pubblico dei possibili acquirenti, così come ha attirato la nostra. Curiosamente, in rete, si trova anche una versione di questa etichetta che invece del nome in italiano "Perchè No?!" riporta il medesimo significato in inglese: "WhyNot?!". E passiamo al nome vero e proprio (quello in italiano, visto che quello in inglese immaginiamo possa essere destinato all'export). In primo luogo, per essere precisi, l'accento sul "Perchè" è sbagliato. Infatti, osservando bene l'etichetta che riportiamo qui in alto a sinistra (scaricabile attualmente, alla data di questo post, dal sito del produttore) leggiamo la parola "Perchè" con l'accento rivolto verso sinistra, mentre quello giusto è quello che "svirgola" verso destra. Una questione di gravità, visto che la grammatica parla di accento grave (quello erroneamente usato) e accento acuto (quello corretto). Riportiamo la sintesi della regola dal sito di Treccani. E quindi, commentando sempre il nome in questione e rispondendo alla domanda "Perchè No?!": perché non è stata prestata attenzione al nome, all'etichetta, e quindi si presume che anche il prodotto non abbia ricevuto grande attenzione nel corso del processo di produzione.

Sintesi Grafica e Semantica: Questione di Gusto?

packaging grafica comunicazione Orobrut, Spumante Metodo Tradizionale, Cantina di Nizza.

branding grafica design comunicazioneSicuramente quando ai "designer" che si sono occupati delle etichette della Cantina di Nizza è venuto in mente di raddoppiare il nome dei vini nel packaging, l'intenzione era quella di amplificare la comunicazione. E invece, molto probabilmente, l'hanno peggiorata. Rendendo meno leggibile il nome stesso. Creando confusione invece che chiarezza. Ma non è solo questo il problema di queste etichette, a nostro modesto e professionale parere. Vediamo il logo aziendale, ad esempio. Il nome "Cantina di Nizza" è stato rastremato, diciamo pure infeltrito, in una sigla: "CdN". Il risultato finale sono quelle tre lettere "sparse" (in verticale, tra l'altro, che non è una buona idea in generale) tra le quali emergono la C e la N, quasi a simboleggiare la sigla di Cuneo nelle targhe automobilistiche (mentre Nizza, il paese dove ha sede l'azienda è in provincia di Asti, sempre Piemonte, comunque). Non  sembra particolarmente azzeccato nemmeno il design della linea rinnovata (qui in alto a sinistra) dove forme sinuose faticano a dare piacere agli occhi (in particolare, il nome dello spumante "Orobrut" non sembra un buon parto semantico, nome che risulta scritto una terza volta in alto a destra nell'etichetta, per chi non l'avesse capito). E infine una velata critica anche per il nome dello spumante "Sammichele" (qui in alto a destra), dove il Santo, oltre a risultare non facilmente leggibile, è stato inglobato in due "emme" molto morbide foneticamente ma discutibili per percezione e memorabilità.

Etichette e Vini che Fanno Girare la Testa

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Kapogiro, Rosato da Sangiovese, Merlot e Sirah, Fattoria Carmignani.

Dobbiamo a una preparatissima degustatrice la scoperta di questa etichetta particolare (anche il vino lo è): Monica Bianciardi, sommelier e grande esperta dei nettari di Toscana (e di Champagne e di molti altri vini). Non c'è dubbio: il packaging di questo rosato attira l'attenzione, se non altro per la figura di donna dai rossi capelli che è protagonista sulla bottiglia. Di fianco alla figura femminile una frase: "Dedicato a Lucrezia" (la figlia del titolare). Il nome è anch'esso particolare: "Kapogiro". Proprio con la "K" iniziale, non sappiamo se per doveri di registrazione o per un vezzo rafforzativo. La definizione di capogiro, secondo Treccani è questa: "Giramento di capo, disturbo costituito da vertigini o da semplice senso di stordimento: far venire il capogiro; dare il capogiro, provocarlo; anche in senso fig., in espressioni come prezzi da capogiro, sbalorditivi". Possiamo ipotizzare che il capogiro sia dato dall'ebbrezza generata dal vino, oppure dalla bellezza della donna ritratta in etichetta, oppure che capogiro sia un riferimento a una particolare potatura della vite. Fatto sta che, sia pure a fronte di un design piuttosto arcaico, dagli stilemi vetusti, il nome e l'etichetta nel suo complesso attirano l'attenzione. E questo è già molto, per un vino, in attesa che possa esprimere il meglio di sé dentro al calice.

Le Bolle Luminose di uno Champagnista Illuminato

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C'est Joli!, Champagne Extra Brut, 
Bulles de Comptoir (Charles Dufour).

naming packaging comunicazioneNon c'è ché dire (anzi, ce ne sarebbe da dire!): questo produttore di Champagne propone delle etichette davvero fuori dal comune. Ma di quella tipologia di "fuori dal comune" interessante, intrigante, intelligente. Qui ve ne mostriamo due particolarmente significative (Charles Dufour, il nome del produttore, si diverte molto: per vederne altre vi rimandiamo al suo account di Instagram, qui). Innanzitutto parliamo di "c'est joli!" (etichetta qui in alto a sinistra), un Extra Brut dall'assemblaggio classico. La sintesi è una dote. Forse si può col tempo imparare. Ma bisogna saperla "fare". Qui siamo di fronte a un estremo esercizio di sintesi: sul fronte-etichetta troviamo unicamente dei "puntini" a simboleggiare le bollicine dello Champagne. Nient'altro. Il nome del vino è sul retro con tutte le altre informazioni. Sul fronte solo puntini neri su carta bianca. Coraggioso e al tempo stesso creativo, nel suo minimalismo. Perché, certo, si può essere creativi anche nel minimalismo. Sulla destra riportiamo anche un'altra etichetta di Charles Dufour (il vino si chiama "Nouveau Souffle"), più artistica, ugualmente "bollicinosa", accattivante, elegante e al tempo stesso un po' ironica. Insomma, da tenere d'occhio questa piccola Maison, per i prodotti (si dice ottimi Champagne) e per l'ironica e scanzonata gestione del packaging.

Sfumature Amorose per Cuori (Non) Virtuosi

Per Sempre Amanti, Cerasuolo d'Abruzzo, Cantina di Ortona.

Ancora un vino rosato dedicato all'amore. Alla relazione tra uomo e donna (o tra uomo e uomo o tra donna e donna, altrimenti andiamo incontro a qualche critica), alla coppia che cena al ristorante mano nella mano e così via. Lo sdoganamento del rosé sta comunque facendo passi in avanti, anche se molte etichette si appoggiano ancora a concetti romanticosi. Il nome del vino è proprio "per sempre amanti", un buon auspicio (o no?), una promessa, una favola, un sogno. Anche se "amanti", a ben vedere, nel linguaggio comune, non riguarda propriamente moglie e marito o i partner di una coppia fissa, bensì i protagonisti di storie d'amore fuggitive e spesso segrete. Forse volevano dire che anche moglie e marito possono essere "per sempre amanti"? E che questa, probabilmente, è la formula giusta per i rapporti duraturi? Chissà. Comunque c'entra l'amore e infatti al centro dell'etichetta (in alto) troviamo lo stilema di un cuore, forse due sagome umane, due profili, un viso, due occhi, una forma... la provocazione potrebbe essere quella di simulare la famosa "macchia di Rorschach" che gli psicologi utilizzano per vedere... cosa ci vede il paziente. Ognuno potrà quindi avere un riferimento secondo il proprio background più o meno romantico. In questo senso sarebbe una ottima trovata di "marketing del packaging". Ma a noi interessa far notare l'originalità del nome e una certa eleganza degli elementi in etichetta. Il colore del vino, poi, è strepitoso!

Rock'nd'Roll alla Veneta

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Garg'n'Go, Garganega Frizzante, la Biancara.

grafica branding comunicazioneL'azienda che produce questo vino fa capo a un nome noto della vinificazione naturale, un mito tra i conoscitori: Angiolino Maule. L'etichetta che proponiamo si colloca, nella gamma dei prodotti aziendali, in una posizione commerciale che, a giudicare dal nome, si rivolge a un pubblico giovane e "spigliato". Un naming che però lascia perplessi dal punto di vista, diciamo così, lessicale. Si tratta infatti di una contrazione anglofona di "Garganega", il nome del vitigno di cui si compone questo vino (un frizzantino rifermentato in bottiglia). Garganega quindi diventa, per derivazione esterofila, "Garg'n'Go". Nell'immagine al centro dell'etichetta ci sembra di scorgere la manopola di una cassaforte e sopra a questa illustrazione una scritta: "Bubbles amplify the perception of life". A dir poco estrose, le scelte creative per questo packaging. Eclettiche, azzardate, coraggiose, in un certo senso. La volontà di rendere il prodotto attraente per un pubblico giovane ha portato a scelte che probabilmente vanno oltre una certa "misura". Insomma non riusciamo a comprendere bene né la manopola graduata, né il nome americanizzato e neppure la scritta aggiuntiva che anche se tradotta non porta a un senso veramente compiuto: "Le bollicine amplificano la percezione della vita". Sarebbe bastato amplificare la percezione del vino proposto, certo con un linguaggio più attinente e meno "modernista".

Nome Malino, Concept Benino.

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Pinot Grigio, Vigne del Malina.

grafica branding comunicazioneQuesta azienda vitivinicola, operante nei pressi di Cividale del Friuli, vanta un'estensione di 150 ettari. Solo in parte vitati. I vini prodotti non sono molti: 3 bianchi, 4 rossi e 3 "macerati". Le etichette sono praticamente tutte uguali, salvo il fatto che per i bianchi la macchia di colore al centro è gialla e per i rossi è rossiccia. La particolarità, diciamo così, delle etichette viene spiegata direttamente sul fronte dove si legge: "Sulle nostre terre, due torrenti hanno disegnato una forma di calice. Abbiamo raccolto la sfida". Bella affermazione. Intrigante. In etichetta vediamo due tracciati neri che in effetti formano la sagoma di un calice. Il nome dell'azienda proviene dal nome di uno dei due fiumi in questione, il Malina. da qui "Vigne del Malina". Non suona bene: Malina richiama "male" e "malessere", forse sarebbe stata idea migliore adottare il nome dell'altro fiume "a disposizione" e cioè "Ellero". Ma vai a sapere quali sono state le dinamiche di scelta. Fatto sta che "Malina" va malino. A parte questo, diciamo che l'idea di legare la grafica dell'etichetta e, in sostanza, il logo aziendale a una conformazione del territorio non è malvagia: c'è un "ancoraggio" concettuale che può fare da guida per le comunicazione aziendale in generale. 

Un Nome Non Sempre Parla Bene di Sé

etichette grafica marketing brandingUmby e Farabuto, Garganega e Blend Rossi, Ca' dei Colli.

Per questa azienda veneta siamo stati indecisi se recensire la loro Garganega che si chiama, a quanto sembra, "Umby" oppure se occuparci del Rosso Veronese che si chiama "Farabuto". E allora li abbiamo analizzati entrambi. In un certo senso ne valeva la pena. Dunque, l'etichetta di "Umby" (sembra proprio questo il nome del vino, visto che nella texture sullo sfondo si legge "Umberto", quindi immaginiamo sia l'omaggio a un fondatore o comunque a un membro della famiglia) presenta una grafica non entusiasmante, dal punto di vista cromatico e anche di quello grafico, pur risultando semplice e ordinata. Il colore verde acqua che dir si voglia, non fa bella mostra di sé, insomma non è molto "palatale". Il nome "Umby" si commenta da solo. Affettivamente funziona, ma dal punto di vista della comunicazione, del marketing, non è una buona idea. Considerato anche che la "y" non si riesce quasi a leggere, probabilmente si è voluto simulare un calice con dentro un grappolo d'uva, ma non si capisce bene perché le immagini che reperite in rete, e anche nel sito del produttore, sono di scarsa qualità. Per quanto riguarda la seconda etichetta qui mostrata, il vino, un blend di rossi del Garda veneto, su chiama "Farabuto" e così viene giustificato in un testo nel sito internet dell'azienda: "Farabuto in forma dialettale è un’espressione forte con il significato di truffatore, imbroglione. Si presenta quindi come un vino dalla doppia personalita". Insomma, non è proprio valorizzante. Forse gaglioffamente  e goffamente simpatico, ma di certo non positivo. L'etichetta del "Farabuto" si presenta meglio, cromaticamente e creativametne, rispetto a quella di "Umby": risulta abbastanza elegante con un buon gusto, sia pure a minimi termini.

Trovare la Via di Uscita per un Nome

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Tixe (o Exit), Pinot Grigio, Palazzone.

Non riusciamo a comprendere quale ragionamento ha guidato i titolari della Residenza Palazzone (nome ufficiale dell'azienda) nel creare questo enigmatico nome, per il Pinot Grigio della casa. Il gioco grafico in etichetta è chiaro: la scritta, ben impressa, "Tixe", crea sullo sfondo un'ombra dove si legge Exit. So what? Forse cercando una "via di uscita" per nominare questo vino hanno creduto di trovare in questo espediente la soluzione giusta. Certamente incuriosisce, impatta, fa soffermare, ma a parte il giochino dell'ombra (forse c'è un riferimento all'ombra de vin? Dato che il Pinot Grigio è tipicamente delle venezie ma qui siamo in Umbria...) l'etichetta è davvero scarna. Possiamo dire "moderna"? Diciamolo. Qualcosa da dire lo abbiamo anche su come è scritto il nome aziendale (il logo in rosso) con quelle due "z" di Palazzone, in parte sovrapposte, che non aiutano la lettura e che sembrano quindi un inutile ve'zz'o. Tornando infine al nome del vino, che ufficialmente è Tixe, possiamo aggiungere che dalla sua ha la brevità e una buona pronunciabilità. Ma le ombre permangono.

Quid Pro Quo Culturali di una Nota Azienda

Lo Sbrancato, Sangiovese Rosato, Il Poggione.

L'azienda produttrice di questo rosè è nota soprattutto per il Brunello di Montalcino, del quale vanta un'ottima e stimata produzione. Il vino rosato in questione, anch'esso prodotto con il vitigno Sangiovese (24 ore sulle bucce, ad ottenere un rosato dalla classica sfumatura cromatica), si chiama "Lo Sbrancato". Al centro dell'etichetta si nota la raffigurazione artistica di un branco di cavalli allo stato brado. Per chiarire subito l'origine di questo nome riportiamo le parole del sito web del produttore: "Il suo nome riprende l'omonimo quadro del 1888 presente nella sala degustazione aziendale". Non viene citato l'autore di questa opera pittorica. Il significato del titolo dell'opera, diventato nome del vino, invece dovrebbe essere noto in quanto intuitivo: un cavallo che non vuole restare nel branco e sceglie una dinamica più individualista. "Sbrancato" nel senso di non appartenenza al branco. Non suona molto bene come parola, anche se letta correttamente. Se poi si cade nel possibile fraintendimento con "sbracato", il riflusso negativo è ancora più presente. La conclusione è che nonostante la presenza di questa opera d'arte in azienda e la volontà di celebrarla, il nome di questo vino poteva essere concettualmente più legato al prodotto, al territorio o al vitigno e soprattutto più elegante.

Vini Eroici o Vini Egoici?

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PaCo "Sensazioni di Paolo",
Rosso Veronese Igt, Paolo Cottini.

Questa versione per l'export di uno dei vini di Paolo Cottini (nome dell'azienda) ha in evidenza qualche elemento interessante. Non segnatamente valorizzante per il vino in questione, ma interessante per la nostra analisi. L'etichetta è spartana, "nero su bianco", si concede solo piccole emozioni generate da un lettering moderno ma nemmeno troppo ricercato. Diciamo che la comunicazione sta tutta nelle parole, dove "PaCo" è il nome del vino direttamente derivato dal nome del produttore (e quindi dell'azienda) che infatti così commenta nel proprio sito internet: "Paolo Cottini è il nome con il quale Paolo e Sara hanno voluto innestare la loro personale identità ai vini da loro prodotti". Giocando con le lettere, diciamo noi, se Sara c'entra qualcosa allora il nome dovrebbe essere "PaSa", ma insomma queste sono cose personali e famigliari. Quindi, dopo questo strano nome sincopato, abbiamo una definizione, un sottonome, un mantra, una "precisazione": "Sensazioni di Paolo". Evidentemente il tentativo di dire che dentro a quel vino sono concentrate le sensazioni del produttore, sensazioni scaturite mentre l'ha fatto, in vigna e in cantina. La nostra sensazione è che il tutto sia molto egoriferito e non cliente-riferito, come i più aggiornati dettami del markerting suggeriscono. La ridondante personalità di Paolo, si direbbe, esubera in etichetta al punto da acquisire un eccessivo protagonismo. Ringraziamo l'account Instagram di RossoBiancoBolle per la bella fotografia.

Un Amarone Anglo-Bresciano Export Oriented

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Amarone della Valpolicella, Onepiò.

Si verifica un connubio davvero insolito in questo nome aziendale (che caratterizza e denomina anche tutti i vini della produzione): "Onepiò". Di primo acchito non siamo riusciti a decifrarlo chiaramente (già questo non gioca in favore della comunicazione del prodotto) e quindi siamo andati a cercare nel sito dell'azienda, trovando questo rational: "Il nome dell’Azienda proviene dal termine “1 piò”, unità di misura usata dai contadini locali nella provincia di Brescia, in Italia settentrionale, per indicare la dimensione “1/3 di ettaro”, dimensione della Cantina stessa. Onepiò Winery è un’Azienda Vitivinicola che unisce le linee architettoniche moderne alla tradizione della vita contadina". Quindi la spiegazione sarebbe che l'utilizzo di 1 (one) in inglese riporta alla modernità e la dizione "piò" (il termine viene dalla denominazione dell'aratro, derivante dal longobardo "plom") riconduce alla tradizione rurale. Il fatto è che, a nostro modesto parere, l'unione, in questo caso, non fa la forza. Non incide quindi come nome facilmente pronunciabile e quindi memorabile. Certo la sintesi è dalla sua parte. Anche una certa "rotondità" grafica e fonetica, ma per il resto non sembra destinato agli allori del naming. Nello specifico, l'etichetta qui mostrata denuncia un problema di leggibilità anche cromatica per ciò che riguarda le scritte in rosso su sfondo amaranto, a fronte di una impaginazione estremamente lineare e ordinata.

La Buona Vita delle Terre Siciliane

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Rosato Terre Siciliane Igt, Bonavita.

Un nome, una promessa: "Bonavita". Si tratta di un cognome per l'esattezza. Che la dice tutta su come si può vivere bene coltivando la vigna e producendo vino in una delle regioni più emozionanti d'Italia. In particolare in quella parte di Sicilia nord-orientale non troppo turistica ma ugualmente bella e florida. L'azienda produce solo due vini, il Faro Doc (dalla località dove sono coltivati 2 ettari e mezzo di vigne, Faro Superiore, che si affaccia sullo stretto di Messina) e un Rosato Terre Siciliane (entrambi composti da Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera). Tornando al nome (al cognome) che caratterizza le etichette: quanto è di buon auspicio ma anche psicologicamente di buon viatico all'acquisto, al consumo, alla convivialità, questo epiteto impresso sulle bottiglie! Confrontato con certi nomi cupi ed evocativi di mondi tramesti, questo "Bonavita" vince alla grande ancora prima di aver assaggiato il vino. C'è anche un nesso storico, riportato nel semplice ma funzionale sito dell'azienda: "...si va per una stradetta mulattiera, la quale conduce verso un bel paesaggio svizzero che con sapiente proprietà i nostri antichi padri hanno voluto battezzare Buonavita. La veduta Buonavita a buon conto può dirsi che sia un riassunto condensato d’un caratteristico paesaggio con fresca e perenne carezza... ma anche rinomatissimo era il vino del Faro nell’antichità... sono venuti i Francesi ad esportarlo... predomina in tutti i vigneti la detta Nocera, che ben signoreggia sulle amene ed apriche alture di Faro Superiore" (Monsignor Francesco Alizio, Messina, 1933). Nel testo citato qui sopra "Buonavita", nel tempo, si è trasformato, per pronuncia, in "Bonavita", mutando da luogo a cognome, poi tramandato di generazione in generazione. Curioso il riferimento a un "paesaggio svizzero" in Sicilia, da parte del Monsignore. Per quanto riguarda il label design, nello specifico del Rosato, va notato un certo rigore classico nel lettering e nell'impaginazione e una vérve artistica nell'immagine centrale (che cambia di anno in anno) nel proporre opere pittoriche. Per l'annata 2016, riportata qui in alto a sinistra, l'immagine, molto coerente con "Bonavita", propone auliche e soleggiate scene di Dolce Vita. E allora prosit!
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La Poesia Sposa il Marketing (o Viceversa)

branding grafica comunicazioneCuvée, Spumante Extra Dry, Bacio della Luna.

C'è poesia nel nome di questa azienda. Nome che viene reiterato in tutte le etichette di vini come se fosse il nome stesso dei vini. Bello anche il logo, in completa sinergia con il nome: una luna all'orizzonte che scende, su uno specchio d'acqua, baciando se stessa. O se vogliamo, baciando tutti coloro che si fanno coinvolgere emozionalmente da questa rappresentazione. La luna, come argomento "da etichetta" è in effetti un po' inflazionata. A ragione, tutto sommato. La luna con i suoi influssi regola e scandisce molte attività agricole. Ma se trattata con stile, come in questo caso, sia con il nome sia con il design, può risultare interessante, coinvolgente, efficace. Qui infatti non si sta parlando genericamente della luna come in molti altri casi di winelabelling, in questo caso è il bacio della luna a fare concettualmente da padrone. Un racconto in tre parole, bacio-della-luna, in grado di provocare vibranti emozioni. In alcune etichette della produzione, che ha sede in Veneto nella zona del Prosecco DOCG, il concetto viene ulteriormente rafforzato con una elegante rappresentazione delle fasi lunari. Nel complesso quindi abbiamo una gestione dell'immagine, logo ed etichette, molto accurata e che parte "a monte" con una chiara visione del progetto di comunicazione. Il tutto, probabilmente, frutto degli influssi e del chiarore di una serata di luna piena, chissà.
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Nel Creare Nomi Serve Precisione


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Perciso, Lambrusco a foglia frastagliata, 
i Dolomitici.

Il vino in questione nasce da una varietà di Lambrusco che l'azienda "i Dolomitici" (nonché "Liberi Viticoltori Trentini", nome molto evocativo per quanto riguarda la percezione della zona di produzione) ha deciso di continuare a coltivare nel territorio di Avio. Un Lambrusco apparentemente fuori sede (anche se di "varietà antica, saldamente legata al territorio trentino") almeno per le conoscenze a disposizione dei comuni mortali (e possibili acquirenti, soprattutto quelli al di fuori della provincia). La dicotomia (ripetiamo, riservata ai potenziali acquirenti non esperti, che sono però la maggioranza) tra Lambrusco e Trentino potrebbe inficiare la credibilità nella resa enogastronomica del vino in oggetto. Il sinonimo "Enantio" avrebbe potuto evitare il querebus. Ma queste sono scelte di marketing nelle quali non entriamo: il mercato dirà se si tratta di una mossa indovinata. Parliamo quindi del nome e dell'etichetta. Il nome di questo vino ha almeno un paio di problemi: uno di fonetica e l'altro di semantica, collegati tra loro. Se si tenta di pronunciare questo nome, "Perciso", la lingua incespica e cerca di dire "Preciso". Anzi, sicuramente molti ci "cascheranno" leggendolo male e pronunciandolo di conseguenza. Il nome in realtà nasce per essere "Per Ciso", ecco la spiegazione del produttore: "Narciso detto “Ciso” è il nome del contadino che ci ha consegnato la vigna di Lambrusco a foglia frastagliata che coltiviamo assieme. Dunque Perciso, un vino dedicato a Ciso". E allora perché non scriverlo con le due parole staccate, o almeno, "PerCiso" con la "C" maiuscola? Per quanto riguarda l'etichetta, estremamente semplice, forse accusa una sommarietà che lascia poco all'immaginazione, ovvero all'emozione. Insomma, forse non è stato svolto un lavoro di "percisione", gusto per giocare con le parole.

Nomi Vietnamiti per Vini Italo-Bordolesi

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Tâm, Bolgheri Superiore, Batzella.

È un bel "pasticcio" questa etichetta. In senso gastronomico, cioè riferito a quando si mettono insieme tanti ingredienti che magari nulla c'entrano uno con l'altro. Vediamo di districare un po' la matassa. L'azienda si chiama Batzella, dal cognome di uno dei due fondatori. E già qui ci sono delle difficoltà di pronuncia e pazienza che in etichetta viene pure scritto in modo spezzato, probabilmente complicando le cose (la lettura diventa "Batz" e poi "ella"). Il nome del vino è “Tâm” e viene giustificato in questo modo dal produttore, nelle proprie schede prodotto: "Il nome “Tâm” vuol dire “passione” in Vietnamita, la passione che muove noi produttori alla ricerca di quell’elusivo equilibrio fra eleganza e potenza nei nostri vini". Il fatto è dovuto, si presume, alla nazione di origine dell'altro fondatore, la compagna del Batzella. La questione vietnamita non si conclude qui, perché riguarda anche il design dell'etichetta, alquanto particolare. Infatti nel sito web si dice che: "Il disegno dell’etichetta è ispirato dal carattere cinese con cui si scrive TÂM, cioè cuore, passione". Il concept è forte, preciso, valido, ma la scelta di esprimerlo in modo così orientaleggiante potrebbe generare qualche perplessità. Prima di fare queste scelte diciamo "affettive", servirebbe valutare che impatto può avere sul pubblico un'etichetta in vietnamita, che riporta, doverosamente, anche l'origine toscana del vino (Bolgheri), generando un corto circuito percettivo. Origine toscana anch'essa discutibile visto che si tratta di un vino costituito dal cosiddetto "taglio bordolese". Insomma un bel mix di culture, diciamo così. Precisiamo una volta di più che i commenti qui riportati riguardano unicamente la grafica delle etichette e non vanno nel merito della qualità del vino che spesso, per le etichette commentate, è ottima così come, anche in questo caso, sono stimati i relativi produttori.

L'Etichetta con Dentro Altre Etichette

grafica branding concept comunicazioneLanghe Favorita, Abrigo Giovanni.

graphic design branding comunicazione marketingQuesta etichetta è un rebus. Come modo di dire (si dice di qualcosa di enigmatico) e anche come raffigurazione (che somiglia a quelle dei rebus della Settimana Enigmistica dove, attraverso le immagini, bisogna arrivare a formulare una frase). In questo caso si tratta evidentemente dell'opera (firmata) dell'artista Daniele Fissore, intitolata "Picnic". Raffigura in effetti la scena di un pic-nic tra un gruppo di persone. Una mano di donna in primo piano sta per prendere una bottiglia. Primo enigma: sullo sfondo si vede il mare. E pur considerando che il vitigno Favorita è fortemente imparentato con il Vermentino e il Pigato liguri, rimane pur sempre una tipicità e una produzione piemontese. L'azienda infatti ha sede e vigne a Diano d'Alba in provincia di Cuneo. Secondo inghippo: le bottiglie raffigurate nella scena del pic-nic in questione sono degli altri vini di produzione della medesima azienda, il "Rosetto", da uve a bacca rossa non meglio precisate, e un Dolcetto, probabilmente il "Garabei", sempre di produzione della medesima azienda che produce questo Langhe Favorita del quale stiamo commentando l'etichetta. Insomma una specie di pubblicità occulta di altri vini, all'interno dell'etichetta di un vino diverso da essi. Bizzarro. Si vede anche una bottiglia più piccola, da bevanda gassata, che sembrerebbe proprio il Chinotto Lurisia, ma non complichiamoci la vita. Il vino non ha un nome (e questo non è bene) e quindi viene rappresentato dal nome del vitigno, dal nome del produttore e in sostanza e prevalenza da questa raffigurazione pittorica, molto estiva (e qui ci siamo, la Favorita è un vino per l'estate) che però lascia decisamente perplessi.

Un Nome che Significa Vergogna

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Lo Scorno, Rosso di Montalcino, 
San Filippo.

Perché chiamare un vino "Lo Scorno"? Non è una domanda retorica, è tecnica. Questo blog spesso filosofeggia ma alla fine riconduce sempre a questioni tecniche. Ed ecco, quindi, che tecnicamente questo nome non è una buona idea. Il perché è abbastanza evidente, ma analizziamolo con l'aiuto di chi si occupa della lingua italiana a livello formale. Poi faremo anche valutazioni filosofico-ludiche. Dunque, di primo acchito, ricerca che può fare chiunque rapidamente, il dizionario on-line di Google alla voce "scorno" dice: "Sostantivo maschile - Cocente umiliazione della propria vanità e presunzione in conseguenza di uno smacco. Origine der. di scornare". Vediamo il parere tecnico di Treccani: "Scòrno s. m. (der. di scornare). Senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri: subire uno s.; con suo grave s. ha perso la causa che mi aveva intentato; è stato un grosso s. per lui vedersi anteposto il suo odiato avversario; "Addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno." (Dante); "Mai non potrebbe il pianto adeguarsi al tuo danno ed allo scorno." (Leopardi)." E per quanto riguarda il dialetto napoletano? L'accezione partenopea "metterse scuorno" a volte coniugata all’imperativo "miéttete scuorno!" sarebbe come dire "vergognarsi". Non parliamo inoltre del possibile accostamento con le corna. A questo punto è facile concludere dicendo che nessun tipo di storytelling o di toponomastica o di storia (cog)nomeica famigliare può giustificare, eventualmente, l'adozione di un nome come questo. Tecnicamente e filosoficamente parlando.

Patronimie e Cultura Greca in Sicilia

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Patrono, Nero d'Avola, Feudo Ramaddini.

Narriamo qui di un vino, un Nero d'Avola della Sicilia sud-orientale, e del suo cambiamento di "casacca". Il nome è rimasto il medesimo, "Patrono", probabilmente a sancire quella sacralità che pervade la cultura siciliana a partire dalle chiassose feste patronali e/o di Santi variegati e Madonne ammantate. Il packaging è cambiato: prima raffigurava effettivamente un santo, un prelato, un patrono, appunto. Ora, al suo posto c'è un faccione che potrebbe essere un Bacco o come si presume dal nome di linea di questo vino, Omero, un eroe greco. Lo stile anche è cambiato: da una format grafico abbastanza classico, con la concessione, discutibile, del nome scritto in verticale e spezzettato, si è passati a stili decisamente rastremati e in questo senso "moderni". Il carattere di scrittura del nome è molto particolare (stiamo parlando della nuova etichetta, quella raffigurata qui alla base), così come la stilizzazione della faccia al centro, caratterizzata da un curioso ciuffo rosso. L'etichetta è diventata ovale e anche il logo aziendale ha usufruito di un sensibile restyling. In generale il miglioramento è visibile, almeno per quanto riguarda la pulizia grafica e l'impaginazione. La nuova etichetta, in buona sostanza, si potrebbe definire come un mix riuscito tra antico e moderno, un passo verso una comunicazione da nuovo millennio, ma con un piede nella storia e nella cultura dei luoghi di produzione, al centro di quel Mediterraneo che ancora oggi fa da culla per l'umanità intera.
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Dialogo Immaginario tra Designer e Azienda

Poggio dell'Otto, Brunello di Montalcino, 
8 Vini.

Abbiamo provato, per gioco, a immaginare il dialogo tra il designer che ha progettato questa etichetta e il titolare dell'azienda. O comunque tra due "addetti ai lavori", responsabili della creazione di questo packaging. "Dunque, come si chiama l'azienda?" - "8 Vini" - "Perché produce o commercializza 8 vini?" - "No, molti di più" - "Ok, non importa, passiamo oltre" - "Direi che comunque l'8 è una questione importante" - "Ok, allora lo mettiamo in etichetta" - "Certo" - "Partiamo dal nome del vino... e se fosse Poggio dell'Otto?" - "Sì, perfetto, il poggio, cioè la collina dove viene coltivato il Brunello di 8 Vini, mi sembra coerente" - "Bene" - "E per la grafica?" - "Ma, direi fondo nero, per il Brunello si usa, è in trend" - "Perfetto" - "E al centro metterei un bell'8, scritto in numero!" - "Uno solo? Mettiamone 8!" - "Otto 8?" - "Sì, come il nome dell'azienda!" - "Great!" - "Come li mettiamo, tutti in fila?" - "Mmmh... mettiamoli a raggera, come un ventaglio" - "Può essere. E il colore?" - "Idea! Li facciamo di tutti i colori dell'arcobaleno!" - "Bello, sta bene, sembra un fiore... attira l'attenzione". Ed ecco qui fatta l'etichetta. Non ci permettiamo di esprimere un giudizio che sarebbe troppo personale. Lo farà il mercato. Il mercato ha sempre ragione.