In un Vino il Bouquet è Importante, anche Esteticamente

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La Regina, Nascetta, Serra dei Fiori (Braida).

packaging design packagingdesignIl nome di questo vino non rappresenta qualcosa di speciale. Va certamente annotato che fa parte di una serie che comprende anche "Il Fiore" (Chardonnay 70% e Nascetta 30%), "Asso di Fiori" (Chardonnay in purezza, raccolta tardiva) e "Re di Fiori" (Riesling Renano). A questo riguardo ecco il commento del produttore tratto dai testi del sito internet: "Il marchio della tenuta Serra dei Fiori gioca sulla sintonia degli sguardi dei proprietari, sguardi positivi che si uniscono in fiore, sul gioco, attraverso il seme e valore delle carte" (non chiarissimo, il commento). Comunque la nostra attenzione è stata attirata dal colore, questo giallo pieno che caratterizza l'etichetta de "La Regina", e dalla pulizia grafica del packaging. Siamo in Piemonte, dove le tradizioni, fortunamente, perdurano sia nella lavorazione del vino sia nella creazione delle etichette, ma qui siamo di fronte a una etichetta innovativa, contemporanea, dinamica, moderna, dai tratti filanti ed ergonomici (dal punto di vista dell'occhio che la guarda). Un'etichetta caratterizza sempre, a suo modo, il vino che sta "vestendo". Una grafica così di impatto esce bene anche a scaffale, naturalmente. La bottiglia si fa notare. Il vino è pronto per essere acquistato e degustato.

Scomodando Giulietta, Romeo, Lichtenstein e Van Gogh.

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One Last Kiss, Pinot Grigio Veronese, Storywine Import.

winelabels packaging illustrazione artUn giovane designer tedesco ha creato 5 etichette molto particolari per un importatore americano. Sono insolite sia nella grafica sia per il concetto artistico che vogliono esprimere (la storia di Romeo e Giulietta invece, bisogna dire, che è ormai inflazionata). Le etichette appaiono come dei fumetti. Lo stile ricorda quello di Roy Lichtenstein. Le colorazioni sono forti, impattanti. Il brief del cliente parlava chiaro: "Label must stand out from other wines, focuses on target group and should hold an high recognition value (in the style)”. I nomi (The Feud, Capulet's Balcony, One Last Kiss, etc.) richiamano la storia alla quale le grafiche si vogliono ispirare. Il risultato, da arrubricare tra le soluzioni "moderne" per un vino, è certamente impattante, originale. Forse non sarebbero molto adatte al mercato europeo, ma per un utilizzo commerciale world-wide-wine, possono funzionare. Si tratta, tecnicamente, di digital-art di ultima generazione, a conferma che le emozioni possono essere evocate anche da "strumenti" ed elementi attuali così come, certamente, da immagini classiche e "tradizionali". 
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Diamo la Parola al Vino

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packaging branding grafica comunicazioneBivi!, Cesanese del Piglio, Az. Agr. Elena Sinibaldi.

Far parlare il vino, normalmente significa versarlo nel bicchiere e assaggiarlo per "sentire" quello che ha da raccontare. Le papille gustative come tante orecchie. Prima di versare il vino, però, ci sono altri passaggi obbligati: lo scaffale, i consigli, la decisione di acquisto, il momento di consumo, la scelta degli abbinamenti e infine lo stappo. Per questo esistono le etichette. Che aiutano il vino a raccontarsi, prima di poterlo effettivamente bere. Insomma l'etichetta lo fa parlare. Gli dà parola. Mai come in questo caso, dove sia nel fronte-etichette, sia nel retro, vengono spese belle parole per accompagnare il nobile nettare fino alla bocca dei fortunati bevitori. Si tratta qui del vino di una piccola azienda (solo 3 ettari di vigne) che si localizza a sud-est di Roma, nella provincia di Frosinone, in quella terra che tutti conoscono come Ciociaria (la questione geografica è più complessa ma non staremo a soffermarci). Un territorio che comunque non figura tra quelli più noti, turisticamente e storicamente. Tanto per intenderci la cittadina più conosciuta di quella zona è la famosa Fiuggi, patria di una certa tipologia di acque minerali. Ancora meno noto è il vitigno in questione, il Cesanese del Piglio, ove Piglio è il nome del piccolo paese dove queste uve trovano le proprie radici, culturali e materiali. Ma veniamo all'etichetta in questione che sul fronte riporta in grande il nome del vino, "Bivi!", un eloquente invito alla mescita, diretto e simpatico, breve e immediato. Una frase, sottostante, cita niente meno che il Creatore, che avrebbe infine affermato (in forma dialettale) "Aecchi, se beve!". Piuttosto rustica l'esposizione e anche la raffigurazione di una mano con un grappolone d'uva. Ma il tutto risulta accattivante, credibile, gioviale e "generoso". Sul retro una poesia che vi invitiamo a leggere e che parla di sole, di zolle, di vento, d'amore. Non può considerarsi un esempio virtuoso di design, ma l'uso della comunicazione verbale risulta efficace e credibile. E il vino? Schietto ma elegante. Bevibilissimo. In una parola, buono.

Il Bandito Francese di Lessona

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'l Franc Bandit, Cabernet Franc, Proprietà Sperino.

Ne abbiamo viste di etichette in questo blog (superati i 700 post con questo articolo). Ma questa è davvero tra le più folli. Dove "folle" è un complimento, naturalmente. Come nel famoso spot Apple di qualche anno fa. Si tratta di un vino speciale (anche nel prezzo, costa più o meno 100 Euro a bottiglia), un Cabernet Franc in purezza ottenuto dalla meticolosa coltivazione di soli 10 filari per una produzione totale di 1000 bottiglie, nella zona di Lessona, dedicata di solito al Nebbiolo (l'azienda logicamente produce anche altri vini a base Spanna, nome locale del Nebbiolo, ed è conosciuta e stimata anche per questi). Certo siamo di fronte a una personalità (quella del produttore e ideatore dell'etichetta in questione, nonché del vino) molto eclettica. Insomma, se non sono un po' matti non producono buon vino, si direbbe una regola aurea. Passando ad una analisi pratica: l'etichetta è atipica, tutta scritta, praticamente. Le parole, a partire dal bislacco nome "'l franc bandit", la fanno da protagonista: soprattutto quelle del testo, che tentano di spiegare come stanno le cose. Lo riportiamo anche qui di seguito: "attraversando le Alpi, elegante Cavallo Bianco, di qua e di là, eccetera... nobili radici, silenzioso, solitario bandito, e un sacco di altre cose, se solo mi venissero in mente. E va bè, forse basta, anzi no: lui ci ha preso gusto su queste antiche sabbie che nobilita, e loro lui, e bla bla... solo per arrivare a fondo etichetta. Vigoroso, intenso, sanguigno, franco bandito! Ecco”. Si riconoscono, tra le righe, allusioni plausibili: al fatto che il vitigno è francese e quindi ha varcato le Alpi, che il terreno nella zona di Lessona è sabbioso (color giallastro) ed esattamente "sabbie marine plioceniche sovrapposte a sedimenti fluvioglaciali del quaternario" e che si tratta di un "bandito": la trasgressione fa sempre bene alla comunicazione.

Adone il Bellone, Detto Anche "Tammuz"

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Adone, Rosso Toscano (Sangiovese e Merlot), Collemattoni.

arte cultura viticolturaEtichetta abbastanza classica, dalle cromìe eleganti che propongono il rosso Ferrari su fondo nero, sia pure nei canoni grafici dell'ambito in cui opera (Montalcino e dintorni). Anche il nome non è un soprassalto, merita comunque qualche approfondimento. Innanzitutto, come recita il sito internet del produttore "La scelta del nome di questo vino è un chiaro omaggio ad Adon Bucci, il padre di Marcello, colui che ha dato inizio all’avventura contemporanea di Collemattoni". Inoltre, sempre prelevando il testo dal sito: "Nella mitologia greca Adone rappresenta la bellezza e per Collemattoni questo vino è un ulteriore omaggio proprio alla bellezza del territorio e alla gente di Montalcino". È infatti noto che "Adone" richiama a storie mitologiche della Grecia Antica. Storie che sono diventate "modo di dire". Infatti se di un uomo si arriva a dire che "è un Adone" questo sottende una serie di conseguenze percettive. Ma vediamo da cosa origina questo modo di dire (Wikipedia): "Simboleggia la giovanile bellezza maschile... oggetto di importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici. È relativamente assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Tammuz e Baal Hadad, all'etrusco Atunnis, all'anatolico Sandan, di Tarso e anche al frigio Attis, tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione". Molto bene. Ed ecco una curiosità semantica: "Il vero nome della divinità era Tammuz: Adone è semplicemente il nome semitico Adon, “signore”, un titolo onorifico con il quale i fedeli si indirizzavano a lui". A noi non rimane che tentare un'ultima interpretazione, da profani: un buon vino dovrebbe essere anche bello. Dove spesso, nella dialettica, bello e buono vengono mescolati ed esprimono comunque eccellenza.

Salamandre, Cervi Volanti e altri Generi Benèfici

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"Salamander", Chardonnay, Andreas Tscheppe Weingut.

branding wine marketing comunicazioneLa nostra amica Claudia, instancabile winescout, ci segnala le etichette di un produttore austriaco che ha deciso di varcare la soglia della celebre riservatezza e classicità di quel paese adottando delle raffigurazioni di un certo impatto. Immagini tipo "bestiario" d'epoca ma assolutamente reali, si direbbe anche fotografiche, che ritraggono libellule (e ci potrebbe stare), farfalle (piacevoli) ma anche una salamandra e un cervo volante, due "animalini" in grado di suscitare qualche repulsione in persone sensibili. Stupisce soprattutto la salamandra (etichetta dello Chardonnay aziendale) che appartenendo al genere degli anfibi, di essi porta le sembianze tipiche. Salamandra pezzata per l'esattezza, con delle belle (?!) macule giallastre sul corpo. Comprendiamo la ragione di fondo: in etichetta infatti, "Glantz als Nützling", si fa riferimento alla utilità di questa "bestiolina" nel tenere in equilibrio la microfauna in vigna, nutrendosi di una serie di esserini sottoposti. Questo non toglie che una salamandra in versione reale sull'etichetta potrebbe creare, a qualcuno, anche solo il rifiuto di "toccarla" per versare il vino. Stiamo volutamente estremizzando ma la sostanza è questa. Anche il cervo volante (classificato in inglese come appartenente ai "beetle") fa la sua impattante figura (e il suo sporco lavoro in vigna, immaginiamo). Certo che queste etichette si fanno notare, nel bene e nel male. Possiamo quindi concludere comunque con un complimento dicendo che si tratta di scelte coraggiose.

La Congiura della Semantica

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Codazzo, Aleatico rosato, Terracruda.

È una bella etichetta quella del "Codazzo". Soprattutto la versione su sfondo nero (ne esiste anche una su sfondo bianco, un rosato "no barrique", mentre questo che vediamo raffigurato è la versione "Oro", barricata). Una bella illustrazione di una vite, in oro, fa da protagonista con eleganza, trasmettendo un senso di tradizione, storia, cultura, accuratezza. Ecco, non ci piace molto il nome del vino, "Codazzo" e nemmeno quello dell'azienda, "Terracruda", due accezioni che a prima vista possono trasmettere negatività. Il codazzo, si sa, allude a una situazione in cui una folla rumorosa crea disturbo, e la terra cruda può significare terra non fertile, aspra, non ospitale. Ma anche, riflettendoci un attimo, può alludere a una terra "originaria", intatta. Curioso osservare l'andamento degli altri nomi collegati a questo vino: Fratterosa (o Fratte Rosa), la località dove ha sede l'azienda e Soverchia il cognome del titolare. Insomma, a volte la semantica ce la mette tutta a generare dizioni impegnative, sia dal punto di vista fonetico che da quello del significato. Ripetiamo: graficamente le etichette sono molto valide, e il design scelto dal produttore viene portato avanti in modo chiaro e impattante per tutta la linea di produzione. Migliorabili probabilmente alcuni nomi (gli altri vini dell'azienda si chiamano: "Boccalino", "Garofanata", "Vettina", "Lubaco", "Ortina", "Olcio", "Orpe", "Ara Murata"... sembra una congiura letteraria).

Due Nomi Giusti, Forse Sbagliati

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Cantagrì, Canavese Rosso e Dry Ice, Erbaluce di Caruso, Silva.

packaging branding marketing comunicazioneEcco il caso di due nomi, della medesima cantina piemontese, Silva Vini di Agliè, provincia di Torino, che si possono considerare "giusti" (nulla che non va nelle due nominazioni, a livello letterale) e al tempo stesso sbagliati (se si approfondiscono un attimo i concetti che si muovono attorno a questi due prodotti vinicoli). "Cantagrì", definizione accompagnata da un grillo in etichetta, è abbastanza chiaro nella sua esposizione. Si tratta però di un vino rosso (un blend di vitigni non meglio precisati dal produttore) ed è proprio il "però" che ci porta alla critica: i grilli ricordano ampiamente l'estate, la campagna assolata e quindi il consumo di vini bianchi, o al massimo rosé, freschi e beverini. Il grillo insomma (oltre a definire anche un vitigno siciliano, tutto un altro discorso), è una iconografica chiaramente estiva che applicata a un vino rosso, stride (frinisce, potremmo a buona ragione dire). Il secondo nome qui in esame, porta i segni di problematiche diverse che conducono a una critica finale di tipo tecnico e non iconografico. "Dry Ice" infatti (oltre a significare "ghiaccio secco" in inglese, CO2 allo stato solido) è un nome che evoca i "vini di ghiaccio", cioè qui vini prodotti (in Canada ma anche qui da noi in Trentino, ad esempio) lasciando le uve sui tralci fino a dicembre, aspettando che congelino per poterne concentrare maggiormente il nettare. Qui invece si tratta di un vino bianco piemontese, l'Erbaluce di Caluso, che viene raccolto in modo normale, forse con qualche surmaturazione ma niente più. Il nome, si intuisce, riguarda la tecnica di vinificazione, per criomacerazione, che se evocata in questo modo, utilizzando la parola "Ice", può essere interpretata non nel modo giusto. E infine nulla da dire sul design delle etichette, nel senso che è meglio non dire nulla!

Barbera Californiano, Nome Italiano

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etichette marketing comunicazione brandingEnotria, Barbera, Graziano.

Un'azienda californiana che vanta avi piemontesi ha basato il naming delle proprie linee di produzione su nomi e definizioni decisamente italiani. Il nonno dell'attuale proprietario coltivava vigne in Piemonte per cui, perché non sfruttare questo vantaggio, in termini di storia, cultura, credibilità? Certo, le vigne che generano questi vini, oggi si trovano in California, ma l'utilizzo di definizioni in italiano fa sempre il proprio gioco, ovunque e comunque. In particolare nella linea denominata "Enotria", dove troviamo, oltre al Barbera, anche Arneis, Moscato e Dolcetto, vengono sfruttate ben 4 accezioni italiche: "Trattoria Enotria" (non si capisce se è un marchio, un nome, un'azienda o una semplice definizione, ma viene reiterata anche nella cornice che avvolge la grafica dell'etichetta), il nome stesso di linea "Enotria" ben in evidenza al centro, il nome del vitigno ("Barbera") e il cognome italiano nel logo in basso: "Graziano". Lo stile "a francobollo" dell'etichetta, accoglie un design che in generale possiamo definire arcaico-classico, che straborda nel "finto-tipico". Fortunatamente e opportunamente appaiono in etichetta anche le diciture Product of Usa e Mendocino County (se vogliamo, "Mendocino", una zona della California vinicola, è anch'esso un nome italianizzante). In rete si trova anche una foto (qui a dx) di un "Nebbiolo" della stessa linea di vini, che attualmente nel sito del produttore non risulta.

Attenzione ai Nomi, Ma Non a Tutti i Costi

packaging markerting comunicazionepackaging marketing comunicazioneCampo della Paura, Morellino di Scansano, Fattoria Querciarossa.

packaging marketing comunicazionepackaging marketing comunicazioneTra i 5 vini che troviamo nella gamma proposta da questo produttore di Montalcino (il marchio di cui stiamo parlando rientra sotto la società "Tenute Toscane") forse il più normale, diciamo passabile, è "Fulgente", non male, nome dotato di un ottimo assortimento di sfumature semantiche. Peccato che non si legga per niente sull'etichetta. Ma la nostra attenzione è stata attirata più che altro da "Campo della Paura", nome collocato in una etichetta classicheggiante ma... che nome! Degno di un film horror o di un racconto di Stephen King, piuttosto che di un tunnel della morte in un luna park di periferia. Ok, stiamo calcando un po' la mano ma certo il nome in questione non è tranquillizzante. Chissà cosa "c'è dietro", cioè cosa succede di notte nel campo, una vigna immaginiamo, in questione. Forse brancolano lupi. Forse alloggiano gufi e civette. Certo che i grappoli non se la passeranno bene, avranno qualche timore anche loro. Gli altri nomi della gamma dei vini di questa azienda? Fonte delle Serpi (sì, avete letto bene), un Vermentino probabilmente "pungente", e poi Rinaldone dell'Osa (strano anche questo, vero?) e il tutto sommato "normale" Osa. Tra l'altro non c'è uniformità di format (family feeling) tra le varie etichette, sembrano nate una per l'altra, in momenti e "intuizioni" diversi. Capita anche questo nel variegato mondo del packaging del vino. 


C'entra Archimede, ma il Packaging non è una Scienza Esatta.

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etichette branding illustrazione comunicazioneEureka, Chardonnay, Marabino.

Abbiamo più volte fatto notare che se i nomi vengono scritti con caratteri (font di scrittura, in termine tecnico) poco leggibili viene vanificato il loro potenziale comunicativo. L'immediatezza fa il suo gioco, soprattutto in spazi e tempi così limitati come sono l'area di una etichetta e la dinamica della sua fruizione visiva. Questo vino si avvale di un design incisivo, è vero, grazie al fondo nero e alle verbalizzazioni in grande evidenza. Ma il nome del vino in particolare non è immediatamente leggibile. La storia che c'è dietro è comunque interessante: "Eureka" la celebre esclamazione di Archimede, genio matematico di Siracusa, nasce per l'intuizione legata alla misurazione del volume dei materiali per immersione. Sembra che l'aneddoto più accreditato sia quello legato alla richiesta, al noto scienziato, di misurare l'effettivo contenuto di oro di una corona commissionata da Re Gerone II. Il dèspota sospettava che l'orafo avesse inserito rame e argento al posto dell'oro fornito per la manifattura. Archimede ebbe l'intuizione legata al volume degli elementi e provò così la truffa. Nella linea vini del produttore siciliano Marabino, situato tra Noto e Pachino, troviamo anche un Nero d'Avola che con il suo nome omaggia direttamente "Archimede". In questo caso con l'aggiunta di una illustrazione e soprattutto con una modalità di scrittura più leggibile.

Rosati che Osano

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Osè, Rosato (Barbera, Nebbiolo), Scanavino.

pacakging grafica marketing comunicazioneIl gioco verbale tra Rosé e "Osé" è facile da trovare, da gestire e da proporre. Tanto che di vini con questo nome ce ne sono molti. Basta digitare "osé rosato" su Google e ci si può divertire. Ne abbiamo selezionati un paio che hanno voluto sottolineare anche in visual il concetto di "osé", osare, intendendolo come una modalità sensuale per mettere in evidenza un corpo di donna. Anche in questo caso il "gioco" è facile, forse fin troppo. Fatto sta che queste soluzioni di "impatto visivo" che sfruttano attenzionalità ancestrali, possono anche avere un buon riscontro commerciale. Con buona pace di etica, eleganza formale e anche design di un certo livello. A parziale discolpa di chi utilizza il nome Osè e il corpo di una donna per far notare il proprio prodotto va il fatto che i vini rosati tutt'oggi non riscuotono grande attenzione e quindi successo. Sono considerati decisamente poco maschili, sarà il colore, e per questo, forse, poco amati anche dalle donne. Un fenomeno che in molti si sono messi a studiare, a livello di comunicazione e marketing ma che ancora non trova soluzione. Ci scusiamo per la scarsa qualità dell'etichetta a destra ma è l'unica, ad oggi, disponibile in rete per quel particolare vino.

Nomi Dubitativi Generano Curiosità

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naming packaging marketing comunicazioneForse sono fiori, Guardavalle (vitigno), Acinovini.

Grazie all'instancabile opera di ricerca e analisi di Ioannis Argiris che nel suo ottimo blog recensisce con regolarità vini particolari, spesso spettacolari, abbiamo reperito le foto di questo prodotto davvero insolito. Innanzitutto perché il vitigno calabrese che lo compone al 100% è davvero sconosciuto a molti. Poi perché il produttore si diletta, oltre a dare vita a ottimi vini "di nicchia", a comunicare con un piglio allegro e scanzonato. Ne è prova l'etichetta di questo vino che si chiama "forse sono fiori". Colorata, allegorica, allusiva, divertente ma anche impattante e memorabile. Secondo la poetica analisi di Ioannis, il "forse sono fiori" è da intendersi in questo modo (riportiamo le sue parole): "...giallo carico e velato nel bicchiere, si presenta chiuso al naso inizialmente, con il passare dei minuti si distende ed esprime un carattere diretto e particolare con sentori di nocciola e -forse sono fiori- di campo". Lo stile dell'illustrazione in etichetta è molto contemporaneo. Nulla concede a stilemi tradizionali. Al contrario si spinge su un terreno puramente artistico che possiamo definire "per pochi". Ma probabilmente anche questo vino è per pochi, vista anche l'esigua produzione. E se son rose fioriranno, aggiungiamo noi.

Detti Popolari Diventano Nomi (Commerciali)

grafica packaging branding comunicazioneIn Bocca al Lupo (Crepi!), Merlot, Massa Vecchia.

design grafica marketing comunicazioneCapita qualche volta di incorrere in nomi che "pescano" nelle tradizioni semantiche popolari, sfruttando detti, modi di dire, proverbi e altre locuzioni generate da usi e costumi, locali o nazionali. Questo che commentiamo oggi è uno di questi, tra i più lampanti esempi, essendo il detto in questione tra i più conosciuti e ancora utilizzati. "In bocca al lupo", infatti, è modo di dire che si usa per "antitesi", allo scopo di scacciare un guaio, di evitare problemi, di augurare, in sostanza, vicende fortunate e non trameste. L'origine più probabile di questo detto è quella che fu in uso di chi andava a caccia, una volta anche per questioni di alimentazione, e che poteva in effetti incontrare pericoli cagionati da belve feroci. Ecco quindi che l'azienda Massa Vecchia, decide di attribuire due nomi, sfruttando questo modo di dire, a due propri vini, entrambi prodotti con uve Merlot in purezza: il primo, barricato, si chiama dunque "In Bocca al Lupo", e l'altro vino "risponde", logicamente, "Crepi!". Visto che è proprio questa la più spontanea risposta a chi ci augura del bene con la formula del lupo. Il secondo vino, "Crepi!" è affinato in botte grande. Il produttore specifica che: "A seconda dell’annata le uve possono dare vita all’In Bocca al Lupo, con macerazione e affinamento più lunghi, oppure vengono destinate ad una vinificazione più semplice ed affinamento più breve, da cui nasce il Crepi!". Belle e attenzionali le etichette che mostrano un lupo nero (simbolo e logo dell'azienda) su sfondo rosso. Forte simbologia, apotropaica e anche funzionale alla notorietà di marca e tutto sommato, alle vendite. Unica critica: poco visibili il nomi in questione, potrebbero avere maggiore protagonismo.

Crociati Moderni in Terre Antiche

packaging grafica illustrazione comunicazioneMadonna Como, Barbera d'Alba, Fratelli Giacosa.

Bella sorpresa questa etichetta del "profondo Piemonte", nel senso dello spessore storico di quelle terre a ridosso di Alba, che stupisce per la sua grafica modernista, governata da una illustrazione dallo stile insolito, almeno per quella regione ancora molto tradizionalista. Si tratta di un cavaliere, probabilmente un Crociato, visto che porta uno stemma (il medesimo che distingue il logo aziendale) dagli stilemi cristiani. Un cavaliere cubista (in senso artistico, naturalmente), molto colorato, sfaccettato, si direbbe un Re, vista la corona che porta sulla testa. Una raffigurazione creata con uno stile davvero originale, un tipo di comunicazione visiva certo non per tutti che però denota una ricerca particolare nella proposta di packaging di questo Barbera d'Alba. Il nome del vino anche è curioso e da sottolineare. Come abbiamo già spiegato in un altro articolo precedente a questo, la Madonna di Como in questione non si trova sull'omonimo lago a nord di Milano, bensì si tratta di una frazione, di una zona viticola, nei pressi di Alba, storicamente nota per essere particolarmente adatta alla coltivazione di uve Barbera e Dolcetto. Ed ecco qui confezionato il nome "Madonna Como", che potrebbe confondere, ma che è anche dotato di una sua, peculiare, curiosa identità. Una storia da raccontare, insomma, legata al nome del luogo che come sempre male non fa alla caratterizzazione di un vino. E poi il Crociato con la Madonna concettualmente ci sta. P.S.: l'immagine dell'etichetta qui riportata non è di buona qualità ma per ora non siamo riusciti a reperire di meglio, né in rete, né nel sito dell'azienda produttrice.

Il Curioso Caso della Pallottola Vagante

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Bala Perdida, Alicante Bouschet, 
Bodegas Arraez.

branding etichette marketing graficaPuò un vino chiamarsi "Pallottola Vagante"? Ne abbiamo l'esempio qui davanti. E può avere una colt in bella evidenza in etichetta? Certamente, perché non c'è dubbio che ognuno ci mette quello che vuole sulle proprie etichette, salvaguardando, come logico, le norme sulle diciture di legge. Ed ecco quindi il curioso caso di un produttore spagnolo, sicuramente estroso, che propone una label a dir poco particolare. Il caso è da analizzare per diverse ragioni. Il nome originale in spagnolo è "Bala Perdida", che tradotto letteralmente sarebbe "Pallottola Vagante", la pistola conferma questa possibile interpretazione. Andando però a leggere nel retro-etichetta e nel sito del produttore troviamo anche un'altra possibile sfumatura del concept. Ecco le parole del produttore nella traduzione in inglese: "With this wine we continue our project of elaborating native varieties in their place of origin, working the grapes with which my grandfather worked but with our authentic and current style. Obtaining a wine nonconformist, rebellious, unique and surprising... in definitive a MAVERICK!". E allora andiamo a prendere la definizione di "Maverick" da Wikipedia: "Questo vocabolo veniva utilizzato dai cowboys delle grandi pianure statunitensi per indicare i giovani capi di bestiame privi di marchio partoriti dalle vacche nei pascoli in cui vivevano in condizione di semi-libertà. Il termine venne, pare, coniato dal noto avvocato Samuel Maverick (1803-1870) e ne viene testimoniato l'utilizzo a partire dal 1867. Nei pascoli prossimi all'area linguistica ispanica, il maverick era chiamato con il termine spagnolo orejano. La parola è passata a significare "anticonformista", "ribelle",  probabilmente perché il non marchiare i propri capi di bestiame veniva visto come assurdo dai vicini di pascolo di Maverick". Bello il concetto di ribelle attribuito a questo vino attraverso queste sfumature di significato. Per il resto, come già detto prima, la grande pistola in etichetta non può che attirare l'attenzione, in modo un po' "violento" anche dal punto di vista del design, ma sicuramente efficace. Un'altra curiosità che non siamo riusciti però a risolvere è che il nome del vitigno in etichetta è scritto "Alicante Bouchet" mentre si tratta, a livello enciclopedico, dell'Alicante Bouschet. Potrebbe trattarsi di una dicitura regionale della zona di Valencia dove ha sede l'azienda. Il caso è (forse) chiuso.

Se è Divertente, è Anche Promettente

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Barbagianna, Albana - Famoso - Trebbiano, Bragagni.

Che simpatica la “Barbagianna”, vino bianco (più arancio che bianco) di un produttore romagnolo, Andrea Bragagni, che evidentemente si diverte con i nomi (un'altra sua creazione è il "BuboBubo", uve Famoso in purezza e un altro ancora il "Rigogolo", uve Albana in purezza). Il produttore cita in etichetta l'origine di questa stranezza (il Barbagianni è il noto uccello rapace notturno, la Barbagianna probabilmente è la sua signora): il testo di una canzone di un gruppo musicale capitanato da tale Alessandro Ducoli, "Il barbagianni si muove preciso nell'aria. La sua evoluzione di essere puro consente accurato comando di volo. Bianco e assoluto, ripete la sua esposizione planare..." (dall'album Brumantica, 2006). Nell'etichetta di Bragagni il tutto è virato al femminile. Forse per gioco, forse per far notare la differenza. Abbiamo anche un'altra ipotesi in merito, ma non possiamo scriverla qui, per decenza. Certo i romagnoli sono simpatici e certo anche che la Barbagianna si fa notare, anche perché il design dell'etichetta è ben riuscito, equilibrato, ben impaginato, forse fin troppo serio per accompagnare un nome giocoso come quello attribuito a questo blend di vitigni romagnoli. E in più, gli intenditori, dicono anche che è molto buono.

Lucciole per Lanterne: il Buon Lambrusco Dialettale Mantovano

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Pjafòc, Lambrusco Ruberti - Lambrusco Salamino - Ancellotta, Cantine Virgili.

Il nome del vino che trattiamo in questo articolo non è stato facile da "intercettare". C'è voluto l'aiuto esterno di qualche linguista padano. Sfidiamo chiunque (che non sia di origini mantovane) a capire che "Pjafòc" (sarebbe con l'ümlaut ma per la "o" non riusciamo a trovarlo sulla tastiera e poi è una roba da tedeschi) significa (in dialetto mantovano) lucciola. E non quelle "lucciole" che stanno in bella mostra sulle provinciali, bensì quella più piccole e timide, che volano nei prati e che significano campagna non inquinata. Gli insetti intermittenti, insomma. Qualche linguista, in proposito, dice anche che "Pjafoc" o "Pjafòc" andrebbe scritto così: "Piafoch" o "Pisafoch". Ma insomma, in ogni caso, che nome romantico "lucciola", se non fosse che scritto così, in forma dialettale, sembra una parola straniera. Ma le logiche regionali non hanno logica e bisogna prenderle così. E allora ci fermiamo qui, aggiungendo solo che il vino in questione, un lambrusco mantovano di uno stimato produttore di quelle sottostimate zone, ha anche una versione "imperiale" (quasi che fosse uno Champagne), versione della quale riportiamo il cartiglio proprio qui sotto. 
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Nel Meno c'è il Più (e non si Tratta di Matematica)

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Brecce di Tufo, Bianchello del Metauro,
il Conventino di Monteciccardo.

branding design comunicazioneA volte basta qualcosa di particolare, purché ben riuscito, a caratterizzare un'etichetta. Diceva l'architetto e designer tedesco Ludwig Mies van der Rohe che "Dio è nei dettagli". Dunque, il protagonista grafico di questa etichetta, non può sfuggire, è quel sole al centro di essa. Non il solito sole perché realizzato in modo "particolare". Un mix di modernità e di arcaicità fusi insieme. Un occhio (di Dio?), un sole, certo, costituito da raggi retti e da raggi curvilinei, arricciati, sinuosi e curiosi. Questo mix di elementi visivi, tutto sommato molto semplice direbbe qualcuno, genera attenzione, ricordo, emozione. E tanto basta, tanto per iniziare, a caratterizzare questa etichetta e chi la produce. Vediamo il resto: sfondo nero, bene, eleganza e visibilità degli elementi applicati su di esso, e molte parole, forse troppe ma ben "distribuite". In alto il nome dell'azienda "il Conventino di Monteciccardo" (in onore al Convento dei Servi di Maria eretto in loco nel 1517) viene scritto con una modalità creativa, graficamente interessante ma con il difetto di essere non immediatamente leggibile. Il problema, difficile da risolvere in questo caso, è quello della lunghezza di questo nome (parliamo sempre del nome aziendale in alto). Subito sotto al sole grafico commentato prima troviamo il vero e proprio nome del vino, cioè "Brecce di Tufo". Evidentemente descrittivo di una caratteristica del terreno e in questo molto valido in quanto rappresenta uno storytelling ristretto in tre parole. Sotto al nome le definizioni "di legge": notare che non è facile reperire il Bianchello del Metauro in purezza, vitigno poco noto, nativo della zona di Fano, nelle Marche, dove scorre appunto il fiume Metauro. Bella etichetta, tutto somato. Aggiungiamo che il produttore utilizza altri "soli" stilizzati per gli altri vini della propria gamma. Tutti molto puliti graficamente e ugualmente attenzionali.

Cornovaglia, Canada o Campania?

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Devon, Greco di Tufo, Cantine Antonio Caggiano.

marketing storytelling comunicazioneQuesto vino da vitigno autoctono del sud Italia si chiama "Devon". Si tratta di un Greco di Tufo che nasce e cresce in provincia di Avellino, in Campania. C'è da dire che Devon, se si effettua qualche ricerca nel web, risulta essere una regione della Gran Bretagna (esattamente: "La contea di Devon è una delle contee più estese dell'Inghilterra. È bagnata a nord dal Mare Celtico, ad est confina con il Somerset ed il Dorset, a sud si affaccia sulla Manica ed a ovest confina con la contea di Cornovaglia, la quale costituisce l'estremità più occidentale della penisola dove si colloca il Devon stesso" wikipedia dixit). Oppure, a scelta, potremmo scoprire che si tratta di una cittadina del Canada, situata nella regione dell'Alberta. Inoltre, curiosamente, la Devon Spa (in inglese Devon Corporation), è una società fittizia presente nel mondo immaginario dei Pokémon. Vediamo invece cosa dice, testualmente, Il produttore di questo vino nel retro etichetta: "Devon. Circolo Polare Artico, ghiaccio, ghiaccio, ovunque ghiaccio che scivola, scricchiola, ringhia, ulula. Devon è il mio Greco di Tufo Docg, ottenuto dalla vinificazione in purezza di uve provenienti dei vigneti di Tufo...". Ognuno libero di trarre le proprie conclusioni. Certo si tratta di un nome strano, in quando con assonanze straniere, per un vino "regionale" italiano. Forse una passione personale, forse un rimando. "Così è se vi pare", citando un grande scrittore siciliano.

Letteratura Tedesca per Lettering Italiano

grafica branding marketing comunicazioneTadzio, Aleatico, Villa Caviciana.

packaging comunicazione brandingQuesto produttore laziale con sede sul Lago di Bolsena, nel proprio sito web enuncia chiaramente le origini dei nomi della propria gamma di vini, tutti legati da un concetto abbastanza omogeneo. Ecco la descrizione dell'azienda: "I nomi dei nostri vini non sono casuali, ma nascondono della storia. Sono nomi legati a personaggi della letteratura tedesca che conoscevano e amavano l’Italia; Johann Wolfgang von Goethe, Heinrich Heine, Rainer Maria Rilke, Thomas Mann. Filippo: Filippo Muller pseudonimo usato da Goethe nel suo viaggio in Italia; Faustina: amante italiana di Goethe; Maddalena: nome di battesimo di Faustina; Letizia: maitresse descritta nell’opera “I bagni di Lucca” di H. Heine; Eleonora: dall’attrice Eleonora Duse di cui si innamorò perdutamente Rainer M. Rilke; Tadzio: il bel fanciullo raccontato nella novella “La morte a Venezia” di Thomas Mann; Lorenzo: lo spumante di Villa Caviciana". Come già detto altre volte non è consueto trovare una spiegazione chiara, sia pur breve, dei nomi dei vini di un'azienda. Si tratta questo di un caso ancora abbastanza raro. Lo riportiamo sperando che possa essere un esempio. In generale le etichette di questo produttore sono attenzionali, pulite, iconografiche, caratterizzate non solo dai nomi sopra descritti, ma anche da cromie differenziate e ben studiate, applicate a una grafica "family feeling", sempre della medesima matrice. Bello il grifone che caratterizza il marchio aziendale e tutta la produzione.

Vini e Volatili: Eno-logiche della Semantica

grafica markerting branding
Fagiano, Barbera, Guerci.

Abbiamo (facilmente) scoperto che ci sono molte etichette di vini che "inneggiano" al fagiano, il nobile e gustoso volatile selvatico che tanti appassionati gourmet accolgono volentieri sulle loro tavole. Niente di strano, tradizioni del nostro bel paese. La stranezza semmai la fa questo produttore pavese, Guerci, che estrae dal cappello un fagiano dal design originale. Curioso notare che le altre etichette di questa azienda sono molto classiche, molto nella normalità. Per il barbera che si chiama appunto "Fagiano", l'azienda ha deciso di proporre un'etichetta dalla grafica moderna, inconsueta, soprattutto per la zona dell'Oltrepò Pavese, ancora ferma su posizioni "storiche" per quanto riguarda il packaging, almeno nella massima parte dei competitor. Colori forti su sfondo nero, carattere di scrittura (del nome) fantasioso e anch'esso non consueto, pulizia grafica, gradevolezza della percezione e quindi efficacia della comunicazione che, a nostro parere, anche nel piccolo spazio di un'etichetta può e deve agire. Aggiungiamo che il fagiano iridescente raffigurato in etichetta è dinamico, sinuoso, elegante, di valenze quasi artistiche. Alla base dell'articolo riportiamo un'altra etichetta interessante, anch'essa fuori dagli schemi classici, dove il soggetto è sempre un fagiano ma è uno di quelli che ha osato meno: insomma un fagiano che non ce l'ha fatta (i vini "fagiani" sono tanti, basta googlare la parolina e sbucano come funghi, che poi anche nel piatto ci stanno bene).
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Etichette Nettamente Sobrie, Anche Troppo

grafica makerketing comunicazioneChardonnay, Meroi.

marketing winelabels concept"Nel meno c'è il più" diceva qualche filosofo. E noi siamo d'accordo. Tanto più che molte volte in queste pagine abbiamo vantato il design minimalista di alcune etichette in stile, diciamo così, "moderno". Ma qui siamo di fronte a un caso limite. Un limite verso il basso, cioè a togliere. Infatti in questa etichetta non c'è praticamente nulla: due tasselli di colore, chiaro e scuro, e due parole, il nome del produttore e il nome del vitigno che compone il vino. Certo il messaggio è chiaro. Ma la sterilità della comunicazione appiattisce l'animo. Per altro tutta la linea dei vini di questo produttore friulano è stata progettata su questa linea grafica. Tranne che per due o tre vini che invece del nome del vitigno hanno un nome proprio, come ad esempio il "Nèstri" e il "Ros di Buri" (e il Blanc di Buri). Anche il sito web è molto minimalista, a conferma della scelta "rastremata" di questa azienda. Molto svizzeri, piuttosto che friulani (anche se i friulani, in effetti, non hanno un carattere molto caldo). Un packaging freddo, quindi, come le montagne più orientali d'Italia, che non lascia nulla all'emozione o a qualche spiraglio di calore creativo. Certo che la pulizia grafica è in grado comunque di farsi notare negli scaffali, in mezzo a una confusione di forme e colori, ma probabilmente qualche elemento aggiuntivo, concettuale oltre che ornamentale, non avrebbe fatto male su tutta la linea.

Quasi Sempre Barolo si Scrive con una Sola "Elle"

grafica comunicazione brandingRiserva Alfredo Barollo, Metodo Classico, Barollo.

etichette winedesign winelabelsQuesta azienda è nota soprattutto per il Prosecco. Ma produce molti altri vini. E come avrete notato la particolarità di cui vogliamo parlare è il nome (cognome) che campeggia in etichetta: Barollo, che la grafica opportunamente fa notare con due "l" in rosso. Proprio perché la somiglianza (diciamo anche l'assonanza) con il noto Barolo è evidente. I punti da considerare sono due: in primis il fatto di chiamarsi Barollo può aiutare per la notorietà, anche solo come risultati di ricerca su Google dove qualcuno, o sbagliando a digitare o in funzione delle formule di correzione automatica del noto motore di ricerca, può "atterrare" in Veneto invece che in Piemonte. In secondo luogo il pericolo di finire in un calderone di confusione, in modo particolare per il pubblico e clientela esteri. Ecco quindi l'idea, immaginiamo, di evidenziare le due "l" di Barollo in rosso, quasi a dire "attenzione, siamo il Barolo con due elle!". Ma a parte gli scherzi il corto circuito semantico, fonetico e di significato è tutt'altro che latente. Per quanto riguarda le etichette di Barollo, molto lineari e moderne, sono state certamente studiate con accortezza e ben si presentano sugli scaffali. Riportiamo qui anche il pay-off di questa azienda (per l'export): "Contemporary Italian Wines". Forse hanno ragione loro: il vino è tradizione ma è anche contemporaneo laddove ogni vendemmia è nuova storia a sé stante.
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Nomi a Vele "Spiegate"

grafica branding comunicazioneGrill, Teroldego, Eredi Aldo Cobelli.

Finalmente si inizia a trovare in rete qualche illuminato produttore di vini che spiega, sia pure brevemente, il significato dei nomi attribuiti ai propri prodotti. Sono ancora delle mosche bianche coloro che spendono qualche minuto del loro tempo (si tratta davvero di poco impegno) per spiegare ai potenziali clienti cosa"c'è dietro" a un nome di un vino. Speriamo che questo esempio sia seguito dai più. Ecco quindi il caso degli Eredi di Aldo Cobelli che nel sito aziendale parlano dei loro quattro vini: Grill, Gèss, Arlevo e Nosiol. Su quattro nomi, a nostro modesto parere, hanno fatto centro con tre di essi. Uno, Grill, suscita qualche perplessità. Vedremo tra breve perché. Partiamo dalla definizioni fornite dall'azienda. "Géss"(Gewürztraminer): "Il nome lega il vino al territorio: Gess non è altro che la traduzione dialettale della parola gesso. La nostra azienda si sviluppa quasi interamente su una vena di gesso che era ben visibile ai tempi in cui l’area era dedita all’attività estrattiva di questo materiale, della cava oggi non è rimasta traccia." Passiamo a "Arlevo" (Chardonnay): "Dal desiderio di produrre un vino territoriale da un’uva non di certo autoctona nasce il nome Arlevo. Parola dialettale che nella nostra zona sta ad indicare il figlio, non solo nel senso stretto del termine ma nella complessità dell’allevare quella creatura nata dall’amore della sua famiglia". Poi abbiamo "Nosiol" (Nosiola): "E’ una varietà autoctona molto coltivata fino a 15-20 anni fa sulle nostre colline ma ora in via di lenta estinzione per motivi esclusivamente economici... in questa determinata zona del Trentino è sempre stata chiamata al maschile “Nosiol”. Era il vino che si beveva sempre in “caneva” prima del pasto, al ritorno dai campi, in compagnia della luce tenue delle candele". E infine "Grill" (Teroldego): "...il nome Grill si lega saldamente al territorio. Grill è la zona di cui fa parte l’appezzamento, ed era il nome di un vecchio maso abbattuto anni or sono in seguito all’ampliamento dell’attività estrattiva delle cave di gesso". Tutto bene quindi, bei racconti. La perplessità riguarda appunto quest'ultimo vino, Grill, per l'identità che questo nome ha con la parola che significa (Treccani) "Tipo di ristorante, generalmente situato lungo le autostrade, in cui si consumano semplici e rapidi pasti sostanzialmente costituiti da piatti di carne alla griglia". Certo potrebbe risultare un "consiglio di abbinamento", visto che Grill è un vino rosso che va d'accordo con le carni rosse, ma probabilmente si sarebbe potuto ovviare alla contaminazione semantica scegliendo un altro nome. Complimenti comunque all'azienda anche per il design delle etichette, elegante e netto, raffiguranti le foglie della vite dei relativi vitigni.