Un Cin Cin per Nonno Cein

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Nonno Cein, Barbera d'Asti, Az. Agr. Valle Erro (Malfatti).

Ci sono almeno un paio di osservazioni da fare su questa etichetta dallo stile arcaico, diciamo tradizionale, diciamo pure classico. La prima riguarda l'uso del marchio ove non si capisce bene se si tratta di Azienda Agricola Valle Erro (come risulta dal dominio internet e da varie intestazioni) oppure Malfatti, cognome della famiglia titolare. Questo "bisticcio" in termini di comunicazione è presente in molte aziende italiane che perdono di vista uno degli elementi più importanti della comunicazione verbale e visiva: l'univocità del logo/marchio. Viene da pensare che esistano due società, invece è una sola che si manifesta con due entità diverse. La seconda considerazione riguarda il design dell'etichetta in generale, a metà tra il tentativo di collocarsi nella schiera della modernità e la tentazione di rimanere nell'arcaico mondo vinicolo piemontese. Risulta di fatto un gioco grafico effettuato con il nome del vino, "Nonno Cein", dove le lettere sono incrociate a cruciverba e la "i" centrale viene evidenziata cromaticamente in bianco. Il resto dell'etichetta, soprattutto il blasone in alto e la cornice che circonda il tutto, propone uno stile pacato che rientra appunto in schemi molto classici. Il fondo nero e le note cromatiche rosse fanno comunque spiccare un'etichetta che potrebbe considerare un restyling organico degli elementi proposti. Per quanto riguarda il nome "Cein", in modo specifico vale citare quanto scrive l'azienda nel proprio sito: "Questo vino è dedicato al ricordo del bisnonno Montaldi Lorenzo soprannominato da tutti “Cein”, nato a Fontanile (AT) nel 1883. “Nonno Cein” ha vissuto 86 anni, conducendo una vita onesta e laboriosa, dedita al bene della sua famiglia e al prossimo. Era un grande appassionato di vini, riteneva la cantina il luogo ideale per incontrare amici e parenti, sempre in compagnia di un sano e genuino bicchiere di vino rosso". E questo è molto bello. Cin a Nonno Cein!

Profumo di Rosato in Primo Piano

illustrazione grafica etichette vino
Content, Chiaretto (Freisa), Stefano Rossotto.

Gli ultimi anni e i nuovi media ci hanno insegnato che "content" sta per contenuto. È anche una parola di moda, tanto da incoraggiare l'uso di accezioni come "content manager", "content marketing" e via così. Ma in dialetto piemontese (e anche in inglese, a ben guardare) significa "contento". Un vino che rende certamente allegri, questo chiaretto da Freisa al 100%, leggiadro e truffaldino, anche perché il suo profumo attira... ed è proprio dell'olfatto di cui si parla, attraverso una illustrazione, in etichetta. Un volto sembra odorare e gradire un aroma che, sotto forma di tracciato stilizzato, entra nel naso e arriva ai recettori del cervello (il ricciolo olfattivo è formato dalla C iniziale del nome). L'etichetta è comunque insolita e moderna per le terre piemontesi. Stile rastremato, sintesi visiva, tratti cromatici a stacco, originalità. Il fondo scuro stacca bene con il colore rosato scuro del vino, ed il gioco è fatto.

Più che un Rosato un Rossetto.

grafica illustrazione marketing pubblicitàBarùss, Rosato (Nebbiolo e Barbera), 
Elisa Pozzo.

L'ultimo nato dell'azienda agricola Pozzo non disdegna l'utilizzo del dialetto, come spesso accade soprattutto in Piemonte, per rappresentare se stesso. Il nome del vino è "Barùss", come dire "strano", "diverso", "balosso" direbbero in provincia di Como, tanto variegata è l'Italia dei dialetti locali. Strano forse perché si tratta di un rosato molto colorito che nasce da vitigni molto corposi e perché in effetti è abbastanza insolito, come tipologia, nel panorama enologico italiano. Visto il nome, consideriamo un attimo il design dell'etichetta. Moderna, diversa dal classico, impattante, "colorita" come il vino che rappresenta. Qualche miglioria potrebbe essere valutata: il nome dell'azienda, Pozzo, in alto, è grande come il nome del vino e porta via attenzione a quest'ultimo. Meglio bilanciare i "pesi" ottici. Inoltre, così formulato, potrebbe sembrare un nome consequenziale: "Pozzo Barùss", quasi che pozzo possa rivelare una caratteristica del luogo (denotando la presenza di un pozzo, appunto). I segni rossi sotto al nome sembrano tracciati da un rossetto. Li interpretiamo come arte moderna. Attirano l'attenzione ma non sono autonomi in senso di concept, percezione e storytelling. Infine, notiamo la scritta "Imbottigliato da Pozzo Elisa", dove l'inversione cognome/nome non sarebbe accettabile. L'etichetta presenta comunque elementi di spicco e si fa notare. E questo, per ora, può bastare.

Chioma Floreale, Astratta ma non Troppo

branding marketing grafica illustrazioneBadalei, Vermentino, Castello Banfi.

Attrae subito cromaticamente questa etichetta del noto produttore toscano Banfi (con attività primaria in Montalcino). Si tratta di una azienda ben strutturata che studia accuratamente il packaging della proprie linee vini. Nel caso di questo Vermentino, si nota immediatamente un profilo di donna costituito da una "macchia" floreale molto colorata, a prevalenza di verde. Il verde infatti è un cromatismo che si sta affermando nel winedesign italiano (e anche mondiale, come tendenza) per indicare vini biologici (diciamo anche naturali) ma non solo: ugualmente per la categoria vini bianchi leggeri, per vini quindi tendenzialmente estivi. La grafica in questo caso è molto semplice, domina la sagoma del busto di una donna, come già detto, in uno spazio bianco occupato solo dalla scritte legali ben ordinate e centrate, logo aziendale in oro alla base e nome del vino in verde brillante come la capsula e il tono generale dell'illustrazione. "Badalei", interpretiamo noi, dal toscano "bada" cioè guarda. E quindi un invito a guardare "lei", la donna, ad apprezzare la sua leggiadria, la sua bellezza, la sua eleganza. I fiori "scappano" dalla chioma della donna come se un colpo di vento d'estate avesse circondato il suo viso. Questa soluzione incuriosisce, introduce una nota artistica e creativa, e al tempo stesso genera dinamismo nell'immagine proposta e nella percezione attesa.

Riesling Renano (Veneto) per Davvero

grafica wine marketing brandingDavvero, Riesling Renano, Calalta.

etichette vino winelabels wine packagingI vini di questa piccola azienda vicentina con sede e vigneti ai piedi del Monte Grappa hanno nomi davvero particolari. A partire dal riesling che si chiama "Davvero". Parliamo di questo nome in quanto è di più facile interpretazione e offre anche spunti semantici. Degli altri nomi non abbiamo purtroppo notizie riguardo alla loro origine concettuale, possiamo solo riportarli come sono scritti sulle etichette: Rivatonda (Cabernet Franc), Grijer (Syrah e Grenache), Mentelibera (bel nome, evocativo, Bronner, Incrocio Manzoni e Riesling) e Monsaulente (Merlot e Cabernet Franc). Tornando all'etichetta del "Davvero", qui a sinistra (mentre a destra vediamo il logo aziendale, costituito da quelle 4 tracce nere a pennello), si tratta di un design artistico, contemporaneo, piuttosto indecifrabile, ma attenzionale grazie al fondo giallo pieno. Non sempre queste scelte di packaging legate ad atmosfere artistiche riescono a fare breccia nell'attenzione del consumatore. Certo hanno il loro particolare valore estetico, ma forse niente più. Per quanto riguarda il nome del vino, "Davvero", incuriosisce ma non solo: può immediatamente trasmettere credibilità. Tanto è "vero" che questa affermazione rafforza una percezione di onestà e genuinità. Se qualcosa è "per davvero", automaticamente si è portati ad avere più fiducia. Fiducia che deve essere logicamente confermata dalle argomentazioni del produttore e soprattutto dalla qualità del vino.

Fantasia in Libertà ai Confini del Mondo

B.Yanco, Pinot Bianco, The Hatch Wines.

winelabels winelovers winemakers grafica illustrazionebranding marketing illustrazione graficaCome possiamo definire lo stile di queste etichette? Iconografico? Onirico? Artistico? Degenere? C'è un po' di tutto. A rappresentare la linea di vini di questo produttore canadese (con sede vicino a Vancouver) abbiamo scelto "l'uomo con la testa di nido", o con la testa d'uovo, se vogliamo. Il nome del vino è altrettanto "strano": B.Yanco. Allude chiaramente alla parola "bianco", in italiano, tra l'altro. Probabilmente perché questo vino è a base di Pinot Bianco, con una lacrima di Viognier. Il produttore narra: "B. Yanco is a quiet storm. B, as we like to call him, is that friend who is always there for you when you need him most and never asks for anything in return...". Poesia e un pizzico di follia. Possiamo quindi dire che si tratta di etichette che privilegiano le immagini, ad opera di un illustratore tecnicamente molto bravo, con stile pittorico, relegando tutti i testi nel retro. L'impatto è notevole: incuriosisce, ancor di più, stranisce. La fantasia vola in alto, forse anche troppo per un target basso, non abituato, non evoluto. Ma questo è lo stile scelto dall'azienda: vedere anche, a conferma di tutto ciò, l'etichetta del Pinot Noir qui a destra, dove un trittico di maiali aviatori viene trasportato in cielo da un stormo di gabbiani.

Cani Verdi che Vanno a Farfalle

El Perro Verde, Verdejo (Rueda), Angel Lorenzo Cachazo.

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branding concept marketing illustrazioneTra le etichette strane di questa nostra raccolta possiamo certamente inserire questa "eccellenza" creativa che viene dalla Spagna. Si tratta di una grafica molto semplice dove l'assoluto protagonista è un cane ("perro" in spagnolo) verde. Forse un bracco, forse uno schnauzer, fatto sta che il pelo del quadrupede è verde. Si nota meglio nella foto della bottiglia intera, qui a destra. II simpatico cane in oggetto sta inseguendo... se stesso. L'illustrazione è stampata in modo che risulti una sorta di continuità giocosa, tipo giostra. In realtà il cane verde sta inseguendo una farfalla rosa, giusto per aggiungere colore a tutta la simpatica questione. Non abbiamo trovato motivazioni concettuali, in rete, per questa scelta bizzarra. Resta il fatto che il vitigno di questo vino bianco (con riflessi verdognoli?) è il verdejo, nome che comprende in sé anche la parola "verde". Sarà stato questo, forse, e probabilmente la presenza in azienda di un cane/mascotte a delineare la realizzazione di questa etichetta. Resta la simpatia. E una oggettiva attenzionalità.

Tra Mostri e Creature Marine

Hydra, Vernaccia di San Gimignano, Il Palagione.

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branding packaging simboloL'unico prodotto di questa azienda agrituristica posta sulle colline di fronte a San Gimignano, si chiama "Hydra" e logicamente è una Vernaccia. L'etichetta è pulita, essenziale, ordinata negli elementi che espone. Oltre al nome del vino, al centro, salta subito all'occhio anche un elemento grafico verde acceso che potrebbe somigliare a un'onda "vegetale". Non è facilmente interpretabile se non provando a scavare nei vari significati del nome in questione. Ebbene Hydra, secondo la mitologia greca è un "Mostruoso serpente mitologico con molte teste (da tre a nove e più), che rinascevano se tagliate. Generata da Tifone ed Echidna, viveva nella palude di Lerna in Argolide; la sua uccisione costituì la seconda delle fatiche di Ercole." (da Enciclopedia Treccani). Ma anche "Nome comune dei rappresentanti degli Idridi, famiglia di Cnidari Idrozoi dell’ordine Antomeduse o, secondo classificazioni alternative, ordine Antoatecati, sottordine Capitati. Le idre sono polipi solitari, per lo più ermafroditi... il colore verde è dovuto ad alghe unicellulari endosimbionti". La questione della raffigurazione in etichetta non è comunque risolta. Rimangono degli interrogativi su cosa possa rappresentare l'illustrazione pittorica in verde. Tornando al nome del vino forse il riferimento acquatico è dovuto alla particolare geologia del terreno dove le uve di questa Vernaccia crescono e maturano: riportiamo dal sito web del produttore "...terreno di origine marina, composto da sabbie gialle, argille forti e scure con conglomerati ghiaiosi e conchigliari". E il vino? "Bono", come si dice in Toscana.

Pinocchio e False Bugie in Terra di Dolcetto.

branding marketing comunicazione grafica illustrazioneBusiord, Dolcetto (del Monferrato), Scagliola Vini.

Siamo nella provincia di Asti al confine con quella di Alba, dove si intrecciano denominazioni di Doc e Docg di grande pregio. Siamo quindi nel Piemonte centrale, tradizionale, testardo e tutto sommato ancora contadino. Sorprende quindi l'estrema sintesi grafica di questa etichetta: molto pulita, lineare, diretta, comunicativa nonostante il nome del vino sia in dialetto, come spesso capita da queste parti. Certo che a uno straniero andrebbe spiegato tutto dall'inizio, compreso l'equivoco del Dolcetto che dolce non è, ma per il pubblico italiano è possibile intuire che "Busiord" può ricondurre alla parola bugiardo, complice anche il lungo naso del Pinocchio rosa stilizzato che taglia in due questa etichetta e che colpisce l'immaginazione. Bella, aneddotica e simpatica la descrizione di questo nome che il produttore pubblica nel proprio sito web: "La parola "Busiord" in dialetto piemontese significa bugiardo, colui che mente. Il nome Dolcetto potrebbe far pensare ad un vino dolce ed invece trattasi di un vino secco. L'idea di questo nome è stata fornita da un cliente, forse non un vero intenditore di vini, il quale dopo aver assaggiato il dolcetto, ci ha ritenuto bugiardi in quanto credeva di assaggiare un vino dolce… ed è da questo aneddoto che è nato il Busiord". Per concludere, il logo aziendale che si vede alla base dell'etichetta, ha uno stile un po' datato, si potrebbe dire "ornamentale". Ma sarebbe tutta un'altra storia da analizzare. 

In Nome dell'Indolenza

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grafica branding marketing comunicazioneA Sunday in August, Pinot Noir.

Il nome è poetico. Certamente estivo. Romantico anche. Le etichette sono seriali, illustrate, sempre diverse, create da artisti vari, parlano di relax, di prati, di giardini, di piscine, di estate insomma. Si tratta di un esempio di etichetta che "si mangia" il prodotto, tanto è protagonista. Certo il nome fa molto "A Sunday in August", che è anche il nome ufficiale dell'azienda vinicola che si trova a Similkaamen Valley in British Columbia (Canada). Si tratta di un inno a una certa indolenza domenicale, probabilmente pomeridiana, dove il vino ha un ruolo non marginale nel generare l'atmosfera giusta. Ovvero nel facilitare la presa di coscienza che tutto sommato per qualche ora, per qualche giorno (o per qualche anno) si può anche considerare di non fare proprio nulla. È possibile cioè rinunciare al vortice di impegni segnati sull'agenda o indotti dal "sistema" nel quale siamo abituati a vivere. Nel sito del produttore, molto spartano, semplice e diretto, ogni scheda relativa ai vini è preceduta da una frase creativa: ad esempio per il Cabernet Merlot (qui a destra) "Late summer garden party at sunset: raspberry daiquiris, latin music, laughter and a lot of desire". Nient'altro da aggiungere!

Il Vino della Generazione Beat

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Beatnik, Trebbiano Toscano Macerato, Agricola La Svolta.

Davvero particolare la storia di questa parola che diventa nome del Trebbiano Macerato dell'azienda La Svolta (siamo in provincia di Firenze). Facendo un passo indietro possiamo dire che l'etichetta è impattante, intensa, di sintesi grafica gradevole e attenzionale, ha una propria originalità, si stacca dal mucchio. Così come il processo di produzione di questo vino, naturale e non forzato, macerato e non filtrato. Tornando al nome, non c'è nulla di più esaustivo della spiegazione che abbiamo trovato su Wikipedia, per cui ve la proponiamo nella versione integrale: "La parola "beatnik" è stata inventata dal giornalista Herb Caen, del San Francisco Chronicle, in un suo articolo del 2 aprile 1958, come termine denigratorio per riferirsi ai beats, ovvero ai membri della Beat Generation, come unione di parole con il satellite sovietico Sputnik per sottolineare sia la distanza dei beat dalla società statunitense corrente, sia il fatto che erano vicini alle idee comuniste, in un'epoca in cui gli Usa vivevano un profondo sentimento di anticomunismo e una paranoica paura rossa durante il periodo maccartista della guerra fredda. Gli appartenenti a questo gruppo beatnik hanno messo in discussione i canoni tradizionali di "rispettabilità", ribellandosi al conformismo alienante della società dei consumi al segregazionismo e alla disperazione del proletariato bianco agricolo, cercando alternative di vita nelle droghe, che avrebbero dovuto dare un approfondimento della consapevolezza interiore e nell'attività sessuale che avrebbe avuto una forza catartica di liberazione, la rivoluzione sessuale, secondo la teoria della funzione dell'orgasmo di Wilhelm Reich". Cosa aggiungere? Una bottiglia di vino rivoluzionaria o forse semplicemente refrattaria.

Ironia e Serietà in Oltradige.

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Platt & Riegl, Pinot Bianco, Cantina Girlan.

branding winelabels comunicazione mktgLe belle, semplici, etichette della Kellerei Girlan (Cantina Sociale di Cornaiano) sono da tempo caratterizzate dai disegni, molto originali e anche ironici, dell'artista Paul Flora. In suo omaggio, essendo scomparso nel 2009, la linea alta dei vini di Girlan, le Selezioni, si chiama proprio "Flora" (e quindi niente a che vedere con la sia pure rigogliosa fioritura dei prati altoatesini). L'impaginazione delle etichette, la grafica, è chiara, pulita, di facile lettura. La uniche note di colore sono nelle illustrazioni nella parte bassa, che richiamano la vita a il lavoro dei vignaioli e tutto ciò che ruota attorno a questa nobile e contadina attività. Bizzarra e un po' fuori dal suo stesso schema, il pierrot che annusa un calice di vino, nell'etichetta dello Chardonnay. Ma è del nuovo nato in gamma che vogliamo brevemente parlare, un Pinot Bianco dal nome quasi impronunciabile per chi è di lingua italiana: "Platt & Riegl". Anzi, a questo riguardo, facciamo "parlare" la spiegazione che si trova nel sito aziendale: "I vigneti del Platt & Riegl fondano le loro radici su una “placca” porfirica che interessa tutto l`Oltradige (in dialetto altoatesino “Platt”) e, basandosi su una profonda convinzione simile a quella adottata per la linea selezione Flora, comprende “vigneti” attentamente selezionati (in dialetto altoatesino “Riegl”)". Si tratta quindi, per questo nome, di una scelta giustificata da elementi "locali" che caratterizzano ulteriormente l'azienda come appartenente a un mondo germanofono. Forse un nome più internazionale avrebbe giovato. In ogni caso l'etichetta mantiene una propria dignità "semplice" che, come detto all'inizio di questo articolo, è sicuramente apprezzabile.

Etichette di Bocca Buona

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Taste Red, Blend di Rossi, Bedell Cellars.

branding grafica marketing comunicazionePossiamo facilmente collocare questa particolare etichetta tra quelle "provocative", creando un neologismo italiano, pescato nella lingua inglese (visto che l'azienda è americana). Provoca certo attenzioni e lo fa agendo su livelli diversi. L'impatto dell'immagine, cioè la sua grandezza. Il fatto che si tratta di un volto (al quale tutti noi prestiamo primaria attenzione per abitudine sociale), il fatto che si tratta di una (bella) donna con una espressione di "godimento", sottolineata dall'aver collocato il nome del vino "dentro" alla bocca della modella. Nome in rosso, tutto il resto in bianco e nero: anche questa è una provocazione, cromatica, estatica, attenzionale, ingaggiante. Esce sicuramente bene dalla "prova scaffale", dove spesso regna ancora un certo anonimato generale, per cui i colpi di scena sono destinati a farsi notare. Certo si potrebbe criticare questo uso (o abuso) di immagini "prevaricanti" per veicolare un vino: la tradizione va a gambe per aria in favore di un design avanguardista alla "Andy Warhol". Resta il fatto che la società "emittente" è americana e quindi della cultura europea probabilmente non sa cosa farsene. Per la cronaca, il vino rosso in questione è prodotto con queste percentuali e vitigni: 51% Merlot, 27% Syrah, 17% Petit Verdot, 5% Cabernet Franc. Nella gamma del produttore ci sono anche un bianco e un rosato col medesimo nome e raffigurazione.

Il Nuovo Vino "Uovo" di KK

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Mashed, Pinot Grigio, Kellerei Kaltern.

naming concept design grafica vinoAbbiamo di fronte un progetto "eno-tecnico" particolare che si avvale di un'etichetta particolare. Il senso è compiuto. Ma andiamo con ordine. La nota e grande cantina altoatesina Kellerei Kaltern o Cantina Caldaro che dir si voglia, in tedesco o in italiano, negli ultimi anni ha dimostrato un ammirevole spirito di iniziativa sia per quanto riguarda la ricerca vitivinicola e la conseguente produzione di vini spesso innovativi, sia per quanto riguarda le etichette chiamate a rappresentarli. Tra le altre novità ci focalizziamo su questa nuova linea chiamata Project XXX, che comprende per ora solo due vini: quello raffigurato, un Pinot Grigio che si chiama "Mashed", prodotto in soli 666 esemplari in bottiglia da 0,75l. e un Cabernet Riserva che si chiama "One by One", prodotto in 150 esemplari solo magnum. Perché Project XXX? Il produttore spiega che "Il nome Project XXX deriva da eXplore - eXperiment - eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata". Aggiungendo che si tratta di due vini non filtrati. L'etichetta di "Mashed" qui illustrata presenta una curiosità che è del tutto funzionale alla spiegazione del vino: un "buco" a forma di uovo al centro della cartografia. Il vino infatti, sfruttando una moda del momento, ma di memoria antica, fermenta in un contenitore ovale in ceramica (in pratica una simulazione degli otri in terracotta). A parte la questione enologica, l'etichetta si presenta in modo molto impattante, sia pure nella sua estrema semplicità. Da notare anche che nella parte superiore della bottiglia troviamo il logo della cantina in altorilievo ottenuto direttamente dallo stampo in vetreria.

Follia d'Oltreoceano in Stile Mediterraneo

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grafica marketing comunicazioneIl Folle, Grillo (e altri vitigni), Azienda "Il Folle".

Stiamo parlando delle etichette di una azienda americana "vestita" all'italiana. Nel senso che si tratta di vini che vengono commercializzati in Usa con etichetta italica, prodotti con vitigni tipici del nostro sud. Il progetto è di quelli che punta a fare marketing oltre oceano con assonanze europee e in particolare del bel paese. Il nome e il design non sono male: sono sinergici e quindi collegati visto che si legge "il Folle" e quest'ultimo in effetti appare anche in effige sotto forma di "Jolly" così come è stato trasformato e vissuto nelle regole attuali del gioco delle carte il Matto degli Arcani. Si sa che i Tarocchi nascono in Italia, forse in Spagna. I racconti sono molteplici ma la maggior parte degli studiosi attribuisce le prime raffigurazioni alle corti medievali dello stivale, dove gli aristocratici giocavano le carte in modo ludico ma anche psicologico, con letture che andavano oltre il semplice gioco (ma senza dirlo al Papato). La stilizzazione della carta del Matto (o Folle che dir si voglia) è ben realizzata, tra l'antico e il moderno. Tratti semplici ma coinvolgenti. Colori equilibrati e quindi adeguati ad una etichetta che si presenta con un certo charme nonostante il prodotto non sia di linea alta. Il nome pure attira, sia nella lingua italiana che nella riconoscibile parlata americana che accenna a termini italiani spesso e volentieri. 

Serve un Filo Conduttore anche per le Etichette

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Filo di Arianna, Lugana, Tenuta Roveglia.

Questa etichetta non è nulla di speciale. Cioè è fin troppo uguale a molte, con uno stemma "padronale" in alto, il nome dell'azienda, le altre diciture ordinate e centrate nella parte sottostante e con il nome del vino che si esprime purtroppo con un croma giallo che ne rende difficile la lettura immediata. Però questa etichetta ci fornisce l'occasione di raccontare una storia che tutti conoscono ma pochi ricordano: la vicenda del Filo di Arianna. Il problema è che di questa storia mitologica esistono molte versioni. Quella più accreditata racconta che Arianna si innamorò di Teseo quando egli arrivò a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna fornì a Teseo un gomitolo di lana (il filo d'Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne indenne. In realtà il labirinto è rappresentato, appunto, dal dedalo di varianti di questo racconto. E dalla bizzarra infinità di nomi legati ai suoi protagonisti. Valga da esempio anche solo il fatto che dagli amori di Dioniso (anch'egli giunto via mare al cospetto della bella) e Arianna nacquero Toante, Stafìlo, Enopione e Pepareto. Che ricchezza semantica: nella mitologia greca ci sono nomi sufficienti per tutti i vini del mondo!

Evoluzione e Marketing di Bollicine Venete

Evoluzione, Chardonnay e Pinot Bianco Metodo Classico, Trevisiol.

grafica branding marketing comunicazioneSi tratta innanzitutto di un esperimento enologico che sfocia in una proposta di marketing davvero insolita. Questo vino, spumante, Metodo Classico, che riporta la curiosa dicitura "sboccatura tardiva" (finora abbiamo visto molte volte la vendemmia tardiva, ma qui si tratta piuttosto di una vendemmia "primitiva", che privilegia cioè l'acidità dell'uva non ancora matura), dopo oltre 30 anni dalla sua creazione, viene proposto in una confezione multipla composta da 6 bottiglie di annate che vanno dal 1985 al 1990. Il nome del vino spiega bene e subito il concetto: "Evoluzione". Una metamorfosi che riguarda il possibile percorso organolettico di questo vino, di anno in anno. Questo percorso viene sottolineato in etichetta dalle sagome di ominidi (prima) e di un uomo evoluto (in fine) secondo una "crescita" anche di statura. In ogni annata la sagoma  dell'ominide corrispondente figura colorato di arancione. Etichetta curiosa, al tempo stesso semplice nella grafica, descrittiva, con caratteri di scrittura moderni e ben leggibili. Diciamo che il concetto, cioè le intenzioni di marketing, vengono ben accompagnate dal packaging che è coerente e sinergico. L'azienda nota per la produzione di Prosecco propone così una sperimentazione commerciale oltre che enologica. Il prezzo non è certo da discount ma l'esperienza gustativa, assicurano gli esperti, e di quelle che fanno epoca (e categoria a sé).
naming packaging design etichette vino

Il Pecorello della Molarella (della Pizzuta).

winedesing concept branding comunicazioneMolarella, Pecorello Bianco (Val di Neto), 
La Pizzuta del Principe. 

Siamo in Calabria dove i vitigni locali sono sconosciuti ai più, ma ben coltivati dai pochi e ispirati viticoltori del bel piede d'Italia. Il caso di questa etichetta ci presenta diverse considerazioni interessanti. Innanzitutto il vitigno che si chiama "Pecorello" e che risulta diverso (ma sembra apparentato) rispetto al più noto "Pecorino" del centro Italia. Questo autoctono calabrese è riconducibile al "greco di Rogliano" dice la competente analisi di Ais. Nomi diversi per il medesimo ceppo: Guardavalle piuttosto che Greco di Bianco o Malvasia delle Lipari. Ma torniamo alla nostra etichetta dove non può sfuggire il simpatico nome del vino: "Molarella" (sembra un morbido vezzeggiativo). Deriva dal luogo dove ha corpo la vigna, definito dal produttore come "vignale", termine che non si trova facilmente in giro, infatti è la prima volta che lo incontriamo su un’etichetta. Particolare anche il nome dell'azienda "La Pizzuta del Principe", derivante anch'esso da topografie locali: la sede di questa azienda agricola si trova a Strongoli in provincia di Crotone, nella contrada "Pizzuta". Certo non è facile memorizzare queste tre menzioni che in etichetta hanno lo stesso "peso", ovvero la medesima grandezza del carattere di scrittura e quindi una equipollente visibilità: Molarella, Pecorello, Pizzuta del Principe. Qualcosa resterà, anche perché il vino, si dice (in rete) sia molto buono.

Linguismi Equivoci in Terra di Confine

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Sepp's alte Rebe, Sylvaner, 
Tenuta Spitalerhof.

Si tratta sostanzialmente di un albergo che produce anche vino. Diciamo pure azienda agricola famigliare, come molte se ne vedono in Alto Adige, quella parte d'Italia che Italia non vorrebbe essere e dove, effettivamente, si beve molto bene (ma non altrettanto bene, si mangia, almeno per le abitudini mediterranee). I vini di questa azienda hanno le etichette praticamente tutte uguali, cambia solo il nome del vitigno in basso. Ma è il nome stesso della proprietà e la grafica con la quale è scritto che ha attirato la nostra attenzione: Spitalerhof è scritto con l'iniziale, "S", in oro, poco visibile e molto arzigogolata, in stile austro-ungarico (o forse solo austro "antico"). Morale: si può facilmente leggere solo "pitalerhof" ad una superficiale occhiata. Questa grande diversità tra la lettera iniziale e le altre lettere che compongono il nome può rappresentare un problema di leggibilità. Al punto che, e lo diciamo da italiani e per la lingua italiana, si potrebbe percepire la parola "pitale" che pur essendo desueta mantiene pur sempre il suo poco simpatico significato, soprattutto per quanto riguarda un liquido di colore giallo... in quanto il pitale è (Treccani): "dal greco πιϑάριον, nome di recipiente. Vaso da notte, orinale". Si tratta di un rischio minimo, ma presente. Facilmente evitabile modificando la "S" iniziale in modo cromatico o grafico e rendendola più uniforme con il resto del nome.

Una Contemporaneità che Scende dai Monti

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Kròz Bianco,
Chardonnay e Müller Thurgau, 
Villa Corniole. 
grafica branding comunicazione marketing winelabelling
Due nette sensazioni pervadono la percezione di questa etichetta trentina. Una riguarda la bella rappresentazione del soggetto principale (una montagna) e l'altra il marchio aziendale. Un elogio va alla prima percezione: la stilizzazione della montagna che dà nome al vino. Infatti "Kròz Bianco" è il nome antico in lingua germanofona che corrisponde all'italiano e attuale Monte Corona. Siamo tra la Val di Cembra e la Piana Rotaliana, dove il Trentino quasi diventa Alto Adige e di fatto in quelle terre più a nord in parte si identifica per quanto riguarda allocuzioni e tradizioni. Anche se un po' duro, il nome "Kròz" è efficace, immediato, primeggiante. Il design che lo descrive, nella parte superiore dell'etichetta, è affilato, artistico, risolutivo. In una parola è bello, reca un'emozione. In generale, grafica pulita, fondo piatto, elementi che spiccano, eleganza. Peccato per la caduta stilistica, non a caso in basso, accusata, a nostro modesto parere, dal logo aziendale. Che denuncia di essere datato e stereotipato. Troppo diverso dal mood contemporaneo dell'etichetta. Troppo "allineato", mentre la ricerca stilistica della parte superiore risulta scattante, distintiva, moderna, dinamica.

Entità Sciamaniche tra Cielo e Terra

grafica branding illustrazione comunicazioneGrenache, S.C. Pannell.

comunicazione illustrazione grafica brandingUfologia o enologia? A volte si compensano. La prima in etichetta, la seconda dentro la bottiglia. Si tratta di un produttore australiano che ha una gamma di vini abbastanza costosi che vanno dallo Chardonnay alla Grenache, dal Tempranillo  al "nostro" Nebbiolo. Attira l'attenzione quello che è stato eletto anche come simbolo/logo aziendale: una specie di omino extraterrestre (in realtà anche molto terrestre e "radicato", soprattutto nell'immagine a destra) che come stile e grafica pesca un po' nella futurologia, un po' in quelle immagini sacre (e anche dissacranti) dei riti dei morti messicani e chissà in quale altro meandro della creatività di chi lo ha creato e disegnato. Certo si fa notare. L'omino in questione viene "giocato" in varie cromìe per tutte le etichette di questo produttore, delle quali noi presentiamo solo un paio, per sintesi. Viticoltore? Dio greco? Predecessore? Ufo in terra? Due grappoli alle estremità, due galline aggrappate alle gambe (che diventano due ricci nell'immagine di destra). Sicuramente qualcuno si è divertito. Ed è riuscito a divertire anche noi.

Il Corsivo Spettrale di Custoza

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Val dei Molini, Custoza Doc, Cantina di Custoza.

Siamo evidentemente di fronte a un caso-limite. Nel senso che a volte ci si chiede se ci siano dei limiti nella competenza di chi la comunicazione la fa, piuttosto che nella capacità di comprensione di chi la comunicazione la riceve. Il nome di questa linea di vini dobbiamo scriverlo noi, qui in chiaro, perchè sull'etichetta difficilmente è intelleggibile: "Val dei Molini". Il carattere di scrittura (se così possiamo definirlo) scelto per questa "comunicazione", infatti, è una specie di corsivo-spettrale che non consente agilmente di essere recepito. Ci chiediamo, perché? Perché un'azienda dovrebbe fare una scelta del genere? Per essere o apparire diversi? Per fare una cosa "strana"? Originale? Particolare? Moderna? Difficile a dirsi. Il fatto è che l'etichetta è quella che vedete, e il nome pure. Notare che questo nome, con questo "carattere" di scrittura, viene ripetuto, con colori diversi, 9 volte per distinguere i vari vitigni/vini della gamma aziendale. Tutto ciò si colloca a pieno diritto nella categoria "inspiegabile".
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Dama Peccaminosa in Estate Californiana

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Summer in Napa (SIN), Pinot Noir, Trefethen.

etichette vino winedesign winelabellingSalta subito all'occhio la gaudente dama inglese sull'altalena (inglese nello stile, il vino è californiano, Napa Valley). Forse è l'insieme di colori, sul rosa ma accesi. Forse è la spensieratezza che questa immagine richiama. Una leggerezza estiva che probabilmente questo rosé è "incaricato" di addurre. Il nome del vino è un gioco di parole: SIN, dove alla base viene specificato "Summer in Napa". Quasi un invito, visto che l'azienda vinicola che produce questo vino è anche organizzata per una ospitalità di tipo enoturistico. Il fatto è che "sin" in inglese significa peccato. Cioè un riferimento al peccare, ad indulgere in comportamenti "baldanzosi". A guardare bene (purtroppo le immagini reperibili in rete non sono di qualità) in basso a sinistra si vede un uomo nell'atto di spingere l'altalenante signorina e/o alternativamente, vista la posizione, di sbirciare tre le sue sottane. Possiamo dire di essere di fronte a un'etichetta gioconda e spiritosa che al tempo stesso però esprime il senso di estate e di spensieratezza. Non è un caso allora che nel testo di accompagnamento alla scheda del vino, nel sito del produttore si legge: "Live on the edge and be SINful!"

Un Moscato Femminile e Saraceno

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Milirosu, Moscato di Saracena, 
Masseria Falvo 1727.

Il prodotto "fiore all'occhiello" di questa azienda calabrese, situata quasi al confine con la Basilicata, nei pressi del Parco Nazionale del Pollino, è un passito davvero particolare, perché ottenuto, in parte, dalla concentrazione tramite bollitura di due dei tre vitigni che lo compongono. Si tratta di una antica tradizione mutuata dai saraceni. Ecco cosa riferisce in proposito il sito aziendale: "Nel 1915 Norman Douglas, nel suo libro Old Calabria, fa risalire il vitigno del Moscato di Saracena "...all'uva portata dai saraceni da Maskat...". Ottenuto seguendo un'antica ricetta che le famiglie "saracenare" si tramandano con piccole personalizzazioni, ma con due note indissolubili e costanti: la concentrazione del mosto tramite bollitura e l'inconfondibile presenza del Moscatello". A questo punto, visto che l'etichetta, graficamente, non offre grandi emozioni, passiamo a osservare il nome del vino: "Milirosu". Originale, sicuramente dialettale. Infatti il produttore ci spiega che "...nel dialetto locale, milirosu era un agrume molto particolare, che cresceva nell'area di Sibari, un'arancia dolcissima e profumata, dalla buccia liscia e sottile, che per queste sue caratteristiche non era reputato un frutto "da uomini", per cui i contadini ne facevano omaggio alle loro donne ed ai loro bambini". Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un nome e uno storytelling "sessista". Di fatto questa è la storia e merita di essere raccontata.

Francesismi in Terra di Puglia

branding grafica comunicazione marketingTrousse, Minutolo, Azienda Agricola Mazzone.

Pochi e chiari elementi in questa etichetta di un produttore pugliese. Abbiamo il nome del vino, il nome del vitigno, una piccola illustrazione e il nome e marchio dell'azienda. Fondo bianco ad evidenziare il tutto. Potremmo definirla un'etichetta "lineare" anche perché è connotata, oltre che dai semplici elementi descritti prima, da una linea che percorre in orizzontale tutto il fronte, dove troviamo seduta una minuta figura di donna con un vestito estivo a pois. E visto che abbiamo citato una parola in francese, passiamo ad analizzare il nome del vino, anch'esso in francese: "Trousse". Si tratta di una parola ben conosciuta anche in Italia, soprattutto da parte delle donne che spesso di questo oggetto fanno uso. Treccani dice che trousse è: "...derivato di trousser, mettere insieme, impacchettare". Inoltre può essere: "Astuccio per contenere oggetti varî destinati a un determinato scopo (i ferri di un chirurgo, l’assortimento di materiali di un fotografo, gli strumenti della manicure, i prodotti per il trucco, le lampadine di ricambio per automezzi, ecc.) oppure borsetta da sera per signora costituita da un astuccio rigido, di tartaruga, oro, argento, avorio, materie plastiche e simili, foderato di velluto o di raso". La gentile signora ritratta in etichetta non è dotata di borsetta ma immaginiamo che possa farne uso. Certo il significato del nome non collima con altre possibili ipotesi: il vino infatti non è un blend, bensì viene prodotto col vitigno "Minutolo" in purezza. Rimane quindi l'impressione che il nome sia "fine a se stesso", o meglio voglia ammiccare ad una certa eleganza francese della quale le donne italiane e i vini italiani non sentono il bisogno.