L'Acqua è Amara il Vino fa Cantare

Acquamara, Falanghina Beneventana - Fiano - Greco, Porto di Mola.

Un vino che si chiama Acquamara? Eccolo qua. Dicono che l'acqua fa male e il vino fa cantare, e questo nome lo conferma. L'acqua è amara e il vino addolcisce gli animi. Ma veniamo al nome di questo vino bianco della Campania, un blend di vitigni tipici della zona. Il produttore afferma che si tratta del nome "dell'antico corso fluviale che attraversa i vigneti". L'azienda si trova a Galluccio in provincia di Caserta. Un nome originale, curioso, particolare per un vino, che prende spunto da un nome geografico e non dalla fantasia. Ma va bene lo stesso, il suo "lavoro" lo fa: distinguere il vino (sia pure parlando d'acqua). Una notazione infine anche per il nome dell'azienda, Porto di Mola, un omaggio, anche in questo caso topografico (ma anche culturale e storico) "per l'antichissimo sito romano Porto di Mola situato nel comune di Rocca D'Evandro (CE). Questo sito, oggetto di campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza Archeologica sia di Napoli che di Caserta nei primi anni 90, risale al I-II secolo d.C. ed è stato identificato come un quartier generale dell'artigianato romano dove venivano prodotte anfore da commercializzare in tutta l'area mediterranea."

Coraggio e Follia in Lucchesia

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Iolai, Merlot, Il Calamaio.

Diciamo pure che questo è probabilmente il caso più sorprendente e a tratti divertente (e dissacrante) di naming incontrato in questo blog e in generale in anni di osservazione, professione, analisi. Il Calamaio (nome dell'azienda) è una piccola realtà vitivinicola sulle colline di Lucca, inventata e gestita da un giovane e appassionato viticoltore. Recentissimo il lancio di un nuovo vino (non nuovo il vitigno, soprattutto per le terre toscane, il merlot) al quale il titolare decide di dare nome "Iolai". Nome che appare subito strano, certamente morbido (foneticamente) ma di difficile intelleggibilità. La spiegazione è semplice (fino a un certo punto): si tratta di una espressione tipica (gergale) della provincia di Lucca. Quindi ancora più "geolocalizzata" rispetto al dialetto e alla cadenza toscana in generale. Potrebbe trattarsi quindi di un problema: lo si comprende fino in fondo solo se si è della zona. Ma la portata dell'esperimento (una volta spiegato, per soddisfare la comprensibile crusiosità di chiunque si trovi ad imbattersi in questo nome) è tale da annullare i dubbi geografici. Veniamo alla semantica, imbarazzante se vogliamo: l'enorme ego dei lucchesi li porta ad accorciare la parola "Dio" in "Io". Insomma si proclamano dèi e per equilibrare le cose aggiungono una sorta di imprecazione che in questo caso sarebbe "laido" o "ladro", cioè "lai". Risultato: Iolai. Lungi dalle meningi di alcuno sospettar la blasfemìa: il lucchese dice "Io" (non "Dio") cioè che egli stesso è un ladro (o un laido). E poi non lo dice nemmeno di se stesso, essendo a tutti gli effetti "Iolai" una allitterazione, un'enfasi, un motto, un sonetto, un inno alla proverbiale affabilità (e affabulità) toscana. Tutto questo per dire infine che ci vuole comunque estro, coraggio, simpatia e anarchia per dare questo nome a un vino. E Samuele Bianchi l'ha fatto.

Sagome e Stili del Basso Casentino

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Ornina, Sangiovese e Malvasia Nera, Azienda Agricola Ornina.

Partendo dal nome del vino e dal nome stesso dell'azienda si scopre ben poco, nel senso che "Ornina" è il grazioso e toscaneggiante nome della località dove la viticoltura in oggetto ha luogo. Siamo nel casentino, provincia di Arezzo, nella Toscana "povera" del vino. Non perché questa zona non possa generare qualità, bensì perché storicamente da quelle parti non viene celebrata l'enologia con trionfi tipici invece del "ChiantiShire". L'azienda Ornina "ci prova", con vini "classici" come il Sangiovese e altri autoctoni, come il Canaiolo, il Ciliegiolo, il Pugnitello. La particolarità di questa etichetta non sta quindi nel nome del vino ma nel design. In pratica, i volti dei due titolari dell'azienda, fratello e sorella, formano, posti di profilo uno di fronte all'altro, la sagoma di un calice. Non è una intuizione originalissima ma fa il suo effetto. Si fa notare anche il logo aziendale, triangolare, etnico, quasi esoterico, ma a quanto pare nato da una elaborazione stilistica dei risvolti naturali dei tralci della vite. Ottimo effetto ottico anche per questa scelta grafica. In generale quindi si può parlare di una etichetta fuori dagli schemi in grado di colpire l'attenzione di chi si avvicina fiducioso allo scaffale.
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San Francesco e l'Etichetta con le Stigmate.

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MCCXXVI (milleduecentoventisei), Assisi Rosso, Migliori.

Ci sono almeno tre fattori da analizzare (e di fatto protagonisti) in questa etichetta attualmente in vendita nella Gdo italiana (fascia bassa): il nome del vino, il nome della Doc e l'immagine "protagonista" del design in etichetta. Questi tre "fattori" sono in linea generale tre elementi-chiave della comunicazione di un packaging per il vino. Partiamo dal nome che è un numero. Numero romano antico, con sottostante precisazione (per chi non ricordasse la numerazione romana, probabilmente 90 persone su 100) in numero "normale" (ma definito in lettere, per di più tutto attaccato). Insomma quel 1226 ce lo fanno soffrire, a livello di comprensibilità. Cerchiamo una spiegazione in modo autonomo e scopriamo che Francesco d'Assisi è morto nel 1226. Forse questa informazione ci servirà in seguito, di certo non è facile fare il collegamento. Passando alla Doc, Assisi Rosso, troviamo aspetti positivi: storicamente e culturalmente il luogo e la parola "Assisi" sono un traino turistico. Certo Assisi non è nota in prima battuta per il vino, ma insomma, con l'onda delle nuove Doc "furbe", tipo Roma Doc, ci sta anche Assisi, con onore. E infine quel drammatico segno rosso che squarcia cromaticamente l'etichetta proprio nel suo centro attenzionale: il sangue di San Francesco? E' probabile il riferimento alle stigmate del Santo che si narra siano apparse sul suo corpo, sanguinanti, negli ultimi periodi della sua vita. Un dramma visivo che negli occhi di un ignaro consumatore potrebbe anche essere fuori luogo e turbativo. Notiamo anche la presenza di una piccola fotografia della Basilica di Assisi che stempera la "tensione" ma che non aggiunge pregio creativo al resto.

La Virilità di Annibale e dei Vini della Val Trebbia

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packaging marketing immagine comunicazioneNavel, Barbera e Bonarda, Vino del Poggio.

Non ha attratto la nostra attenzione il nome del vino, questa volta, che pure è originale, "Navel", dal nome della vigna Navello, e sembra anche riferimento dialettale ad arnesi di lavoro. Abbiamo invece notato quell'elefante che si staglia in etichetta. Si tratta di un packaging semplice, molto lineare nella grafica con caratteri di stampa graziati, un po' vecchio stile. Ma quella sagoma di elefante si fa notare. Elefante che fino a qualche tempo fa (immagine a destra), nelle precedenti versioni, era un elefante "da battaglia" con un soldato in baldacchino sulla sua sommità. Ed ecco la spiegazione storica: nei pressi della cantina di produzione dove Andrea Cervini, il titolare dell'azienda, conduce anche un Agriturismo (a Statto, in località Poggio Superiore), ci fu una grande battaglia tra le truppe dell'Antica Roma e quelle di Cartagine comandate da Annibale, con i famosi elefanti al seguito: sulle sponde del fiume Trebbia nell'anno 218 a.C. (episodio della Seconda Guerra Punica). La battaglia ebbe in sostanza esiti positivi per Annibale, sia pure consentendo ai romani di mantenere il possesso di Piacenza, a pochi chilometri da lì. Il numero delle truppe impiegate fu impressionante, compresi i famosi elefanti che ancora oggi vengono ricordati con una statua presso uno dei ponti che attraversa il fiume Trebbia (in località Canneto). Da qui la decisione di caratterizzare l'etichetta del "Navel" e anche degli altri due vini dell'azienda (una Barbera in purezza e una Malvasia a lunga macerazione), con un elefante. Notiamo che nella nuova versione l'elefante è a sé stante, senza guerriero, e soprattutto ha la proboscide alzata. Tutt'oggi segno di virilità e di buona sorte! L'esempio che abbiamo qui riportato vuole dimostrare che anche di fronte a scelte semplici, per la grafica in etichetta, a volte basta anche solo un particolare originale, legato comunque al territorio, a fornire motivo di interesse e di peculiarità. Annibale ne sarebbe orgoglioso.

Pietra su Pietra, Storia su Storia.

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Mesal, Valpolicella Superiore, Terre di Pietra.

vini etichette marketing comunicazioneLa storia di questi nomi e di queste etichette affonda le proprie radici semantiche e cromatiche nella terra del luogo. Proprio in quella terra dove "lavora" la vite, estraendo minerali e sostanze che poi generano i grappoli e di conseguenza, per mano dell'uomo (di una donna in questo caso), il vino. Etichette semplici, ma di ottimo impatto e con dei "contenuti" di significato davvero preziosi. Prendiamo come esempio quella del "Mesal", Valpolicella "di mezzo", tra l'Amarone (che l'azienda ha chiamato Rosson) e il Valpolicella "base" che si chiama Stelar. È utile però partire dal nome dell'azienda, Terre di Pietra che è di proprietà di una donna, Laura Albertini (nel Veneto tradizionalista e ancora un po' maschilista, questa è comunque un'ottima notizia). La pietra alla quale si riferisce il nome aziendale è la famosa (molto famosa in zona, meno nel resto d'Italia) Pietra di Prun o Pietra della Lessinia (zona geografica situata prevalentemente nel veronese). Ebbene questa pietra è in realtà una formazione geologica di 72 strati, tutti con un proprio nome dialettale (quasi tutti, alcuni si ripetono, ma è interessante vedere l'elenco completo qui). Le pietre in questione vengono ancora oggi utilizzate per i tetti e per le costruzioni locali. Facile quindi immaginare a cosa si riferiscono quelle linee di colore, stratificate, presenti sulle etichette dei vini di Terre di Pietra: sono le varie lastre di pietra, che di fatto anche in natura hanno colorazioni diverse, enfatizzate cromaticamente nella grafica. E i nomi? Sono appunto i nomi dei vari strati di pietra: Stelar, Mesal, Rosson e il prossimo, nuovo, vino in arrivo nel 2016, che l'azienda chiamerà Rabiosa. In particolare "Mesal" non è nella lista dei nomi delle pietre pubblicata da Wikipedia, ma si tratta comunque di una delle inflessioni dialettali, esclusivamente locali, che indica una delle lastre "mezzane". Nomi davvero originali, forse troppo "intimi", territoriali al massimo, che spesso, in altri esempi simili, abbiamo criticato in quanto di difficile interpretazione, ma in questo caso la storia che "nascondono" è così interessante da rendere tali anche i nomi stessi. Certo va raccontata, spiegata, a chi non è del luogo. Ma questo collegamento tra la stratificazione della terra, le tradizioni locali e le qualità del vino è un argomento di quelli che fa la differenza nella splendida Italia dei micro territori e della biodiversità.  

Assonanze che Risuonano (Ridondanti)

branding advertisign immagine comunicazioneGobbio, Botticino Doc, Noventa.

Scrive il produttore nel Pdf di presentazione di questo vino che Gobbio "è il nome di una collina sita nel comune di Botticino (Brescia) a 450 mt slm; il terreno particolare ed unico, ricco di marna, carbonato di calcio, argilla e sabbia, caratterizza questo vino ottenuto da uve Barbera (40%), Sangiovese (30%), Marzemino(20%) e Schiava Gentile(10%)". Si tratta del vino "di punta" dell'azienda, proposto anche come vino da meditazione, in quanto una parte delle uve di Barbera e Marzemino sono trattate dopo appassimenti. Di fronte ad una nominazione geografica, territoriale, ci si trova davanti un dubbio amletico: promuovere le geolocalizzazione, in un certo senso la tradizione del luogo, e farlo anche a discapito del naming e della semantica o trovare un nome più cònsono? Molti procedono per la via pià breve: utilizzare il nome topografico di turno e stop. Ed ecco un "Gobbio" che semanticamente e foneticamente non può, per sua "natura", esimersi dal ricordare Gobba, Gobbo, Sgorbio, Gabbia... etc etc. Niente di male, dirà qualcuno. Ma qui diventiamo, volontariamente, di nuovo "addetti ai lavori" uscendo dai panni del consumatore, sia pure attenzionato. Gobbio non è un nome consigliabile a priori. Anche se, volendo cercare valenze positive, si possono trovare nella nomèa di buon auspicio che la gobba e i gobbi portano con loro. Anche se: "I gobbi portano fortuna e le gobbe (donne) disgrazia." (Proverbio Italiano). La credenza sulla gobba deriva dal Medioevo quando, coloro che avevano quella deformazione venivano ritenuti dei “segnati da Dio”: molti re di quel tempo avevano dei gobbi come consiglieri alla loro corte.

Perché Chiamare un Vino "Pop"?

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Pop - Vino Bianco (Garganega) - Tenuta L'Armonia

Forse perché è frizzante. No, non risulta. Allora perché vuole essere popolare, giusto. O richiamare alla "musica pop", forse. Come consiglio di abbinamento con i Pop-Corn? Certo si tratta di un vino semplice. Con una etichetta "easy", assolutamente coerente con il nome, quindi dal design, appunto, "pop". Sullo sfondo dell'etichetta campeggiano degli "oggetti volanti non identificati". Anche da vicino non si capisce bene: tazze, cerchi, numeri, macchie, orsetti, gessetti... Fantasia all'arrembaggio. Certo si tratta di un'etichetta insolita, con un nome che nel bene o nel male (decideranno i consumatori) si fa notare. Viene però naturale considerare l'onomatopeicità della parola "Pop" che richiama le bollicine. Quindi ci si aspetta un vino spumante, o quanto meno frizzante. Questo forse l'unico reale querebus della questione. Per il resto rimane tutto al degustibus di chi riceve la comunicazione. Per la cronaca: l'azienda ha in gamma (qui sotto) anche un vino frizzante. In quest'altro caso non si può sbagliare, lo dice il nome: Pop Frizzi (sur-lie). In alto i calici (e i gomiti)!
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Una Lezione Leziosa da Lessona

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'Tanzo, Lessona (Spanna), Pietro Cassina.

Diciamo subito che non sappiamo cosa di fatto significhi il nome "'Tanzo". Si ipotizza facilmente che si tratti di dialetto piemontese, ma non ne abbiamo riscontro. L'azienda è piccola. Non ha un sito internet e solo il produttore potrebbe chiarire il significato del nome. Ma facciamo questo gioco: siamo dei consumatori che non hanno voglia di chiamare a telefono il produttore o scrivergli un messaggio diretto su Twitter o su Facebook (sempre che sia presente su questi social-network) per sapere cosa significa Tanzo. E quindi cogliamo quel nome per quello che comunica, anche a chi piemontese non è. Forse deriva da Tango, in ogni caso richiama sensazioni "danzanti". Chissà. La non chiara identificazione fonetica e semantica però non aiuta. Se il nome non riconduce a qualche appiglio, il cervello si perde e di conseguenza si smarrisce anche la memorabilità. Se non altro suona curioso. Tanzo. Veniamo all'etichetta. Al design, al packaging. Si tratta evidentemente di un tentativo di svecchiare lo stile di quella zona (alto Piemonte) finora contraddistinto da etichette piuttosto classiche, diciamo pure vecchie. Perché non fare quindi qualcosa di moderno? Farlo non è facile come dirlo. Ed ecco quindi un'etichetta pulita, ma non priva di sfasature stilistiche. A partire dai caratteri di scrittura del fronte etichetta. Insoliti certo, ma anche destabilizzanti, dal punto di vista della comunicazione "sotto pelle". E quell'onda grafica sotto al nome del produttore? Non fa molto spumante? Insomma, questa è una di quelle etichette che non si possono definire "sbagliate", ma che lasciano molte perplessità. Come se si fosse cercato uno stile, senza riuscire a trovarlo. La volontà di dare personalità e originalità c'era, ma il risultato è strano. Possiamo dire né carne, né pesce? Per l'etichetta sì. Per il vino (in giro si dice che sia molto buono)... certamente carne!

Strane Imitazioni tra Oltrepò e Champagne

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Big Black, Pinot Nero, Buscaglia.

packaging comunicazione brandingSpesso si assiste a operazioni di "imitazione grafica" tra etichette "minori" nei confronti di etichette di marchi noti. L'obiettivo è quello di non imitare troppo, tale da ricevere una citazione in tribunale, ma abbastanza per richiamare nella mente dei consumatori l'allure della marca imitata. Una sorta di pubblicità subliminale che cerca di muovere ragioni di acquisto nemmeno minimamente legate al prodotto contenuto nella bottiglia, questo è palese. Certo che siamo lontani, geograficamente, nel caso indicato, tra Champagne (uno dei top mondiali, Dom Perignon) e Oltrepò Pavese (il Pinot Nero in questione sembrerebbe riconducibile alla Azienda Agricola Buscaglia di Rovescala, ma solo per il mercato estero, Canada e Usa). Nulla da dire, non siamo avvocati, sulla questione legale, ci sovviene solo evidenziare un esempio imitativo come una delle modalità commerciali, non certo qualitative, per vendere vino. Nel grande circo mediatico c'è posto anche per questo. Per quanto riguarda il nome del vino "Big Black" si tratta evidentemente di una ricerca imperniata sul mercato estero al quale il vino in questione si rivolge. Un "Grande Rosso" che probabilmente agli americani piace, in partenza, per la sua "grandeur", anche se italiano.

L'Eleganza del Grillo (Siciliano)

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Mozia, Grillo, Fondazione Whitaker di Tasca d'Almerita.

Questa bella etichetta ci fornisce l'occasione per parlare un po' di design in generale. Ma partiamo dal nome del vino: Grillo (il vitigno) Mozia (l'isoletta vicino a Marsala dove si trova il vigneto). Nome quindi non di fantasia, ma geografico. Caratterizzante attraverso la località, molto particolare, dove vengono coltivate le uve. Una chiara valorizzazione del territorio, circondato dal mare e per questo peculiare. Nome che esprime l'unicità del luogo. Unicità che viene mutuata nel prodotto. Passando alla grafica dell'etichetta si potrebbe dire che si tratta di un elaborato in apparenza semplice, di fatto nella sua proposta comunicativa lo è, ma al tempo stesso articolato, intenso, acuto e intrigante. Il logo in alto è costituito a metà dal Leone Tasca d'Almerita e a metà da un cavallo, per distinguere questa linea di produzione che riporta alla Tenuta Whitaker. Sotto al logo il nome dell'azienda, Tasca d'Almerita, condivide il proprio spazio proprio con la dicitura "Fondazione Whitaker", confermando così l'impostazione duale del logo soprastante. Seguono il nome del vitigno, il millesimo, un "orizzonte" stilizzato dell'isola in questione e sotto il nome storico "Mozia" (in realtà oggi sulle mappe risulta come Isola di Pantaleo). Il tutto con uno stile pulito, asciutto, "al tratto", immediato, elegante, essenziale, su sfondo bianco. Senzazioni di nitore, precisione, qualità, competenza: quanto può "fare" un'etichetta nell'esprimere un vino e nell'invitare a degustarlo!

Un Prosecco Vestito a Festa

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Graziano Merotto, Prosecco Docg, Merotto.

Il rituale avvicinarsi delle Feste Natalizie pone al marketing delle aziende vitivinicole l'annoso "problema" della stagionalità. Cioè il pericolo che i clienti intendano interpretare il consumo di spumanti solo come celebrazione, senza vera continuità. Uno stappo e via. Cadono in questa trappola un po' tutte le bollicine, dagli Champagne al Prosecco. Una etichettatura dal design sfarzoso certo non risolve il problema. Cioè ne risolve uno e ne mantiene un altro. In pratica: il Prosecco, soprattutto, è un vino che ha bisogno di enfasi. Di confezioni e packaging nobilitante, che lo renda prezioso agli occhi prima ancora che al gusto. Ma questo non va nella direzione del consumo quotidiano. Non per quelle aziende che scelgono la strada della valorizzazione estetica (poi ci sono quelle che scelgono invece di dare una connotazione popolare, per ovviare al problema). Il packaging di questo Prosecco Superiore è bello, valorizzante, elegante, prezioso. Oltre ad una impaginazione classica, equilibrata, ben soppesata negli elementi di comunicazione, vediamo anche due fattori materici (che incidono sul costo finale, sicuramente): la personalizzazione a vetro della bottiglia e l'apposizione di una ceralacca in rilievo (verde, invece del solito rosso). Elementi che riproducono il marchio e che collocano la bottiglia sotto una luce impreziosente. Si tratta logicamente del vino top dell'azienda. Per quanto riguarda il nome, si è scelto di citare il fondatore, Graziano Merotto, con una tipica operazione di trasposizione di tradizione e qualità, ricavandole da ragioni storico-famigliari.

Stile è Insistere con Eleganza

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Refosco dal Peduncolo Rosso, 
Borgo Stajnbech.

L'azienda in questione ha deciso di non puntare su nomi di fantasia per i propri vini (salvo nel caso del passito di Verduzzo "Carisma")  bensì su una forte identità di marca. Questa identità viene espressa con un logo, una vite ad alberello "grondante" di grappoli, e con il nome aziendale "Borgo Stajnbech". Questi due elementi vengono "spesi" ovunque: nel sito, sulle etichette, nel materiale di comunicazione in generale. E vengono reiterati spesso, anche se con cromìe diverse, sempre con il medesimo
brand branding marketing comunicazionestilema e carattere di scrittura, naturalmente. Le etichette (qui viene mostrata quella di un classico friulano, il Refosco dal Peduncolo Rosso) sono incisive, eleganti, forti, lineari, carismatiche, anche grazie all'aiuto di un po' di inchiostro dorato ma sempre con gusto e semplicità. L'etichetta dei rossi, di fondo scuro, mette molto bene in evidenza il nome aziendale e il logo: quell'alberello citato prima, ben stilizzato, che al tempo stesso richiama storia, tradizione, arte, cultura, mondo contadino. Forse l'unico appunto che si potrebbe muovere alla creazione in oggetto è quello che sui tralci albergano 6 grappoli di uva. E forse questo è un messaggio che va in direzione della quantità e non delle basse rese. Ma comprendiamo facilmente altre motivazioni di design ed equilibrio grafico.

La Semplicità non è Sempre Semplice

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Le Piane, Boca Doc, Le Piane.

Metti uno svizzero (Christoph Künzli) in un territorio aspro e poco considerato dell'Alto Piemonte e metti anche che questo "straniero" si metta in testa di produrre buon vino. E ci sta pure che ci riesca, a quanto dicono gli esperti in degustazione. La Doc è quella di Boca, piccolo paese a nord di Borgomanero, tra il Monte Rosa e il Lago Maggiore. Il disciplinare parla di 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Ma veniamo all'etichetta. Il naming è semplice, breve, territoriale: "Le Piane". Si intuisce subito che si tratta del nome del luogo dove è posizionata la vigna (storica, con più di 50 anni) nella "toponomastica contadina" del posto. Il nome, emerge molto bene in etichetta: è imporante per affermare un prodotto. Ecco quindi che Le Piane viene scritto in modo chiaro, molto leggibile, sia come carattere (font di scrittura), sia come colore (bianco su fondo scuro). Bene, 10 e Lode. Il resto dell'impaginazione: equilibrio, sobrietà, eleganza. Colore distintivo, un blu petrolio molto fine, e pochi elementi grafici: il tratto di due alberi e una cascina, il nome graziato e dorato della denominazone "Boca", ci deve essere, per valorizzare la zona, ma giustamente risulta in "seconda lettura" per impatto, dopo il nome del vino. La carta dell'etichetta leggermente goffrata. È tutto. È semplicità. La forza di una comunicazione chiara, distintiva ma senza sfarzo, sicura di sé ma senza ego. Proprio come Christoph, il produttore. Un personaggio che È il suo vino, la sua etichetta.

Vulcanici Giri di Parole in Arrivo dall'Etna

Feu d'O Rosso, Nero d'Avola e Nerello Mascalese, Gambino.

Una di quelle aziende "appoggiate" alle pendici dell'Etna e che in questi anni stanno "dicendo la loro" in termini di qualità del vino, ha generato un nome che attira l'attenzione per la sua originalità e per una certa ricercatezza nella formulazione. Che piaccia o no, perché in questi casi si entra molto nel soggettivo, sia pure valutando l'impatto oggettivo. Siamo, come già detto, alle pendici del Vulcano Siciliano che ogni tanto fa sentire la sua prorompente voce e che in passato ha fatto colare il terreno lavico così benefico per le uve di quelle parti. Il nome di questo vino, "Feu d'O", ricorda il francese "fuoco" e in particolare potrebbe alludere al "feu d'orange", insomma a quella colata di lava infuocata che ha proprio una cromaticità che va dal rosso al giallo intenso, passando per l'arancione. Ma ci accorgiamo facilmente che "Feu d'O", a parte l'omaggio alla lingua francese, ricorda anche la parola "Feudo" che soprattutto in Sicilia significa "possedimento agricolo", anche con altre accezioni legate alla storia e alla cultura contadina e latifondista della zona. Si tratta quindi di un "gioco di parole", di una proposta semantica in grado di muoversi su molti livelli, in grado quindi di trasmettere una gamma di significati e di percezioni. Criticabile forse per il riferimento al francese (ma i francesi, in Sicilia ci sono stati, storicamente) ma apprezzabile per la particolarità della formulazione e comunque per la sinergia con il territorio. Una critica più serrata va alla scelta della modalità di scrittura del nome: un corsivo che non facilita la leggibilità. Per il resto l'etichetta è pulita ed equilibrata, con una propria eleganza formale, ma senza eccessi di classicità.

Lupus (Francese) in Fabula (Vicentina)

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La Grenade, Tai Rosso, Colle di Gà.

Il "caso" che presentiamo oggi si riferisce alla scelta linguistica operata da una azienda vinicola vicentina per la propria gamma di vini: nomi in francese. In parte tale scelta viene "giustificata" nel sito della proprietà dicendo che alcuni vini nascono da vitigni tipicamente francesi. Di fatto i vini lavorati in azienda sono sia autoctoni italiani sia internazionali, in parti quasi uguali. E naturalmente anche gli autoctoni italiani hanno acquisito un nome in francese, seguendo la linea adottata per tutta la gamma. Ad esempio "La Grenade" è un Tai Rosso, poi abbiamo Le Cedre da uve Garganega e L'Abricot (Garganega passita). E così via con gli altri nomi (L'Amande, La Myrtille, La Cerise Noir, La Fraise de Bois, con vitigni internazionali/francesi). La scelta è particolare e forse non del tutto condivisibile, dal punto di vista della comunicazione e quindi della percezione del consumatore. Non per le solite ragioni campanilistiche che fanno riferimento alla competizione tra Italia e Francia sui vini, sulla loro qualità e il loro commercio, ma per una questione di lettura, appunto, di comunicazione. Vedendo le etichette in questione, dove il nome in francese è sempre posto (giustamente, dal punto di vista grafico) in evidenza, viene da pensare di essere di fronte a vini francesi. E questo potrebbe deviare, sia pure solo inizialmente, le attenzioni e anche le intenzioni di acquisto del potenziale fruitore. Orgoglio italiano in comunicazione coerente, verrebbe da dire.
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Il Gallo Nero fa Pulizia (di Se Stesso?)

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Spolverino, Sangiovese e Canaiolo, Carpineto.

Il nome sembra uno di quelli "riduttivi", non valorizzanti: "Spolverino". Ma è simpatico, genera complicità nell'immediato. Anche l'illustrazione fumettosa del gallo (indiscutibilmente nero) che "fa le pulizie" risulta simpatica. Cosa sta "spazzando via" il gallo in questione? Dei tappi di sughero (utilizzando, appunto, uno "Spolverino"), sicché questa bottiglia di vino toscano è tappata con lo Screw Cap, tappo a vite che tanto sta alimentando discussioni in Italia tra i puristi della tradizione e del prestigio del sughero e gli innovatori paladini della praticità (e della convenienza produttiva e commerciale, anche). Ma torniamo agli elementi di questa etichetta e a quello che comunicano. "Spolverino" dicevamo all'inizio è un diminutivo che non nobilita il vino. Si tratta comunque di un prodotto non di gamma alta, indirizzato prevalentemente al mercato estero. Quanto al Gallo Nero (come si sa, simbolo storico del Chianti Classico, una specie di istituzione in Toscana) per ammissione dello stesso produttore (scrive nel sito: "Sweeping away centuries old customs we bottled one of our best wines with the modern convenience of screw cap technology") viene chiamato a spazzare via le vecchie "usanze" in favore delle nuove tecnologie. Discutibile tuffo carpiato che nel tentativo di dare spinta innovativa al prodotto, rinnega certi valori che in ogni caso servirebbero a sostenere la qualità. Una specie di simpatica ribellione allo status quo. Le quote di mercato diranno se si è trattato di una operazione ben riuscita.

Chi (R)Osa Vince

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Osato, 
Merlot - Sangiovese - Cabernet Franc, 
La Salceta.

Un vino particolare, che nasce attraverso una lavorazione non esclusiva ma di certo non consueta, con tre vitigni di spessore, uniti insieme da una criomacerazione di alcune ore "sulle bucce". Di fatto si tratta di un rosato toscano, al quale... è stata tolta una "R", diventando così un vino "Osato". Una specie di gioco di parole che però trova riscontro nella lavorazione, nel carattere del vino e quindi diviene accettabile e soprattutto efficace in termini di comunicazione. Non fine a se stesso, insomma, come spesso accade nel naming/packaging. La "R" mancante di "Rosato" in effetti c'è, in etichetta. Fa da sfondo a tutto il resto, quasi a voler suggerire a chi non ha ancora capito di quale tipologia di vino si tratta. E a nostro parere è l'unico errore di un'etichetta attezionale, equilibrata, pulita, moderna e dai tratti semplici ma impattanti. La "R" come texture di fondo poteva anche non esserci. Il nome/gioco sarebbe arrivato lo stesso a destinazione. Forse con qualche attimo di perplessità, ma che non potrebbe servire ad altro che ad enfatizzare ulteriormente la dinamica semantico-ludica di questa idea. Una penalità anche alla leggibilità del carattere di scrittura di "Osato". Si sarebbe potuto scegliere qualcosa di più chiaro. 

Design con i Piedi per Terra

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Crepe, Sangiovese di Romagna, Cà di Sopra.

Non suona bene questo nome, "Crepe". È crudo ma a dire il vero anche creativo, sotto taluni aspetti. Perché parla di terra ed è proprio dalla madre-terra che nasce molta vita. Vi nasce e vi cresce anche questo Sangiovese ravennate che dagli elementi "terreni" trae nutrimento. Questo affermano i produttori, spiegando il nome e l'etichetta nel sito web aziendale: "...crepe di argilla e calcare: le caratteristiche crepe che si formano nei nostri terreni durante il periodo estivo tradiscono la loro natura calcarea e argillosa. Essa conferisce alle uve di Sangiovese quell'insieme di sapore, forza, carattere che ci consente di ottenere il Crepe, un vino di grande personalità e suadente struttura...". Tornando all'etichetta e a ciò che comunica, possiamo dire che la "crudezza" fonetica del nome viene confermata da un "drammatico" taglio verticale che incide non solo nella "E" del nome ma anche nell'anima percettiva di chi osserva la bottiglia. Questa "ferita" però, questa incisività, diventa subito attenzionalità e originalità a scaffale. Uno "sfregio" che ha la sua ragione d'essere in termini di impatto ma anche e soprattutto come prova provante della coerenza del concetto di partenza: la terra, la sua conformazione e composizione, e "l'effetto che fa" sul prodotto finale, nel vino e nelle sue sfumature organolettiche. Spesso la forza di una comunicazione risiede nella sua coerente espressività. Equilibrio, eleganza, forza. Proprio come nel vino. Quello buono.

Fare dell'Etichetta una Lavagna

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The Curator's Collection, 
Pinot Noir e Chenin Blanc, Glen Carlou.

Siamo di fronte a etichette di vini che non hanno nome e che a ben guardare non sono nemmeno delle etichette. Se abbiamo in mente lo stereotipo delle etichette, naturalmente. Sembrerebbero più delle retro-etichette, e invece stanno proprio sul fronte. Si tratta di una iniziativa di una azienda vinicola del Sud Africa, attualmente una delle "più in vista" di quel Nuovo Mondo vinicolo. Non una azienda piccola, bensì una struttura ben preparata anche a livello di marketing e comunicazione oltre che per la coltivazione della vite e la produzione del vino. L'idea (non del tutto nuova a dire il vero, ma certamente ancora da considerarsi originale) è quella di raccontare qualcosa di concreto, che riguarda il contenuto della
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bottiglia, direttamente sul fronte etichetta. In questo caso non si tratta di uno "storytelling" romanzato, ma di informazioni pratiche, tecniche, produttuve. Il testo, scritto con un carattere da vecchia macchina da scrivere, evidenzia prima l'annata e la tipologia di vitigno, quindi nobilita il prodotto affermando la sua "tiratura" estramamente limitata (508 bottiglie per il Pinot Noir e 1464 per il Chenin Blanc), e quindi spiega in un caso le caratteristiche dell'invecchiamento e nell'altro l'origine del frutto da viti vecchie. In pratica, per ognuno dei due vini sono state trovate delle specificità e si è deciso di comunicarle così, in modo semplice e diretto. Una firma "a mano" del titolare sancisce la chiusura e la veridicità delle affermazioni soprastanti. Nel sito web il concetto di "Curator's Collection", che di fatto è il nome di linea, viene ben spiegato con argomenti che spaziano dalla passione maniacale per la vigna alla cura dei particolari in cantina, chiudendo il cerchio per quanto riguarda lo stile che che questi vini devono avere: non solo in bottiglia ma anche per quanto riguarda la loro personalità esteriore. 

Nomi (e Numi) dell'Oscurità

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Sassocupo, Chianti Superiore, 
Buccia Nera.

La buccia è nera, il sasso è cupo, meno male che almeno il vino è rosso rubino. Si tratta di un Chianti Superiore Docg ed evidentemente le uve che lo compongono (Sangiovese per il 90% e Canaiolo per il 10%) crescono in un terreno sassoso e scuro. L'immagine in etichetta lo afferma. Purtroppo tutta questa oscurità nuoce: alla leggibilità del nome, in termini molto pratici, e alla percezione semantica del "sistema" nome azienda-nome prodotto, in termini di comunicazione. Vediamo i nomi nel dettaglio: "Buccia Nera" è il nome del produttore, "Sassocupo" il nome del vino. Certo, i vitigni sono responsabili del colore scuro che caratterizzerà il nettare finale (dipende logicamente dai giorni di "contatto" con le bucce), ed è pure certo che il terreno sassoso conferisce di suo una particolare "mineralità" al vino. Però il rischio, psicologico, di trasmettere una sensazione di cupezza è alto. La vite è terra ma è anche sole, antociani (scuri) ma anche luce nel bicchiere. Una solarità che è bello "sentire" anche prima di gustare il prodotto, quando si legge l'etichetta. Esteticamente l'oro e il nero portano verso codici mentali lapidari. E non solo nel giudizio che riguarda il design e le scelte che riguardano quel piccolo rettangolo di carta che è l'etichetta... che in realtà è un grande mezzo di comunicazione.

Nomi che Asciugano, Vini che Dissetano

Deserto, Verdicchio Classico Superiore, Socci.

Sorprende questo nome per un vino, perché evoca calura e sete. Ma è probabile che non sia del tutto sbagliato: se viene sete si stappa altro vino e si beve ancora. La modalità ricorda quella forma di pubblicità, "subliminale" la chiamavano, utilizzata furtivamente negli anni '60 in America, quando Coca Cola inseriva brevissimi, quasi impercettibili, fotogrammi con immagini del deserto nei suoi spot. Facevano davvero venire sete agli spettatori (programmati soprattutto nei cinema, dove il consumo del prodotto poteva essere diretto e immediato). Forma subdola di pubblicità che poi diventò fuorilegge. Qui invece di un'immagine "subliminale" abbiamo una parola evocativa (niente di illegale o di eticamente scorretto, sia chiaro) che risulta forte come un'immagine perché crea subito, nella mente di chi legge, un'icona molto precisa: sole, afa, caldo... quindi grande sete e magari voglia di bagnarsi la gola proprio con un freschissimo Verdicchio! Il nome, apprendiamo direttamente dal produttore, deriva dal toponimo del luogo dove viene coltivato il vigneto: "Monte Deserto". A questo riguardo c'è anche una particolarità, tramandata dai vecchi del paese e riscontrabile ancora oggi: sulla cima di questa collina, contrassegnata da una croce, in caso di precipitazioni nevose la neve non attacca, come se un magico microclima mantenesse calda la sommità di quel monte. Da questo il nome "Monte Deserto" e quindi il nome del vino "Deserto". Notiamo in etichetta anche una "poetica" (e voluta) dicotomia: sotto al nome del vino appare un fiore che sembra proprio in buona salute. Si tratta di un fiore del deserto capace di manifestarsi in tutta la sua bellezza anche in situazioni geologiche siccitose. "Assolato" il nome, ma rigoglioso il visual, si direbbe. Infine notiamo la particolare modalità di indicazione dell'annata, in parole invece che con una data in numeri. Per riassumere e concludere: il nome "Deserto" sembrerebbe a priori non molto adatto a un vino ma lo storytelling dal quale deriva ne giustifica l'adozione. Anzi, l'aneddoto della collina dove la neve non riesce a formarsi meriterebbe ancora più enfasi, proprio per supportare questo naming.

Santo il Signore Dio dell'Universo (e del Vino)

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Rosé Extra Brut, Santus Vignaioli in Franciacorta.

"L'essenziale è invisibile agli occhi..." scriveva Antoine de Saint Exupèry, e c'è davvero molto di essenziale in questa etichetta. Molto e nulla: una scritta, un fondo colorato, caratteri squadrati. Un nome: Santus. Nell'Italia cattolica che influenza e al tempo stesso attinge nelle tradizioni contadine, "Santus" riporta subito al "Sanctus" delle celebrazioni eucaristiche. "Preghiera di lode, con le parole dell'Inno dei Serafini udito nel tempio di Gerusalemme dal profeta Isaisa (6.3) nella visione inaugurale del suo ministero. La parte iniziale si trova anche nell'Apocalisse (4.8)" ci informa Wikipedia. E invece... invece in questo caso si tratta del cognome dei uno dei soci fondatori della cantina, Maria Luisa Santus che (insieme a Gianfranco Pagano, entrambi agronomi) dal 1995 si è dedicata alla produzione di Franciacorta Docg. Si tratta di un nome "forte", affermativo, liturgico, carismatico, giocato graficamente con semplicità ma anche statuarietà classica. Cioè con quella semplicità che "sa il fatto suo", che è così sicura di sé al punto di non avere bisogno di dimostrarlo. Serve affermarlo, quello sì. Tutta la linea dei vini spumantizzati (Metodo Classico) di Santus "Vignaioli in
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Franciacorta" (questo il nome ufficiale del produttore) si chiamano Santus, con le necessarie specifiche Brut, Satén, Rosé. Ma una piccola critica la vogliamo fare? Soggettiva, certo. La modalità di scrittura del nome: spezzato. Cioè su due righe: SAN e poi TUS. Ma nella grafica "lapidaria" (in senso di sintesi) di questa etichetta può essere plausibile. La leggibilità innanzitutto, ma anche e soprattutto il concetto e la sua percezione, chiara e forte, sono molto spesso determinanti.

Nuove Teorie (messe in Pratica) del Marketing del Vino

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9.99, Ruchè di Castagnole Monferrato, 
Cantine Sant'Agata.

Davvero originale e interessante da analizzare questa etichetta. Il vino è un classico piemontese ma il design che troviamo sulla bottiglia sorprende per modernità e coraggio (ma non è detto che per questo sia encomiabile). Certo il packaging si fa notare, visto che in prima battuta salta all'occhio il nome del vino che di fatto è un numero: 9.99. Abbiamo subito pensato alla gradazione del vino, tanto di moda attualmente, cioè la limitazione "sotto i 10 gradi" per questioni di marketing e funzionalità (salute e controlli anti alcool). Molte altre aziende stanno puntando su vini a bassa gradazione e vogliono subito esplicitarlo in etichetta. Ma qui siamo di fronte a un'idea diversa: in questo caso il 9.99 è il prezzo! Dichiarato, diciamo pure che graficamente è "gridato", direttamente in etichetta. Infatti il produttore, nel proprio sito web dice: "Un nome che si propone come patto di trasparenza con i consumatori: introducendo per la prima volta ed in modo chiaro il prezzo finale di vendita nel marchio stesso..." (più che "nel marchio stesso" diremmo "in etichetta"). Tutto ciò può essere frainteso, come si diceva prima, con il grado alcolico, ma l'idea di mettere in evidenza il prezzo è interessante: un "sotto 10 Euro" che sa di promozione ma anche di garanzia qualità-prezzo, tutto sommato. Si sa che ci sono delle soglie di acquisto, diciamo delle soglie psicologiche di prezzo, per il consumatore, che sono più o meno a 5 Euro, poi a 8, quindi a 10 e così via. Posizionarsi "sotto 10" può essere significativo e dal punto di vista commerciale anche vantaggioso. L'etichetta in questione offre anche altri spunti: sopra ai numeri ci sono delle righe gialle che emulano forse il codice a barre e sotto al nome/numero sempre in grande evidenza, la dizione "100% ruché" a valorizzare un vitigno ancora oggi poco conosciuto fuori dei confini regionali di provenienza. All'apice il marchio aziendale: una semplice scritta in corsivo "Sant'Agata". Nel complesso, come si diceva all'inizio di questo post, si tratta di una etichetta che si fa notare subito. Va detto anche che il design non si distingue per eleganza ed equilibrio, ma è anche dichiaratamente aggressivo nelle sue finalità. Da notare anche la modernità della chiusura, sulla quale il produttore ci informa che la bottiglia è chiusa con "un innovativo tappo in vetro brevettato, che garantisce la perfetta conservazione delle caratteristiche del vino, si apre senza cavatappi e si richiude ermeticamente con un semplice gesto".

Etichette Monferrine Paradisiache

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Paradiso, Syrah (Monferrato Rosso Doc), 
packaging branding marketing comunicazioneTenuta Tenaglia.

Che questo vino abbia intezione di "portare in paradiso" non ci sono dubbi. Ci sono anche un paio di ali d'angelo in evidenza sull'etichetta. Si spera solo che ciò avvenga in modo virtuale, diciamo così, onirico. Ma veniamo ai fatti, cioè a ciò che si vede, a ciò che un "normale" avventore potrebbe percepire. Etichetta nera, particolari in oro e bianco. Siamo o no nei codici-colore da pompe funebri di un tempo? Ma anche oggi che si sono modernizzate, nelle funerarie bardature, il nero e l'oro sono sempre in agguato. A parte questo, il nome "Paradiso", in Italia almeno, più che una condizione estatica potrebbe evocare uno stato post-vitam che allude a una delle note tre dimensioni dantesche: fortunamente si tratta di quella più confortevole. Il "tocco fatale", comunque, a nostro modesto avviso, sono le ali d'angelo. Scattano ricordi di catechismo, e anche del celebre, bellissimo film "Il Cielo Sopra Berlino" di Wenders, e ancora di opere celestiali del medioevo. Magari non farà a tutti questo effetto, gli amanti del "noir" inteso come thriller potrebbero avere qualche brivido di emozione. A noi sono venuti, i brividi, in senso negativo. A questo punto è molto meglio un infuocato Inferno valtellinese che un Paradiso del Monferrato, così prospettato.