Isole Ventose e Piccoli Produttori Giocosi

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Nantropò, Ansonica Passito, Fontuccia.

Sull'origine di questo nome non ci sono dubbi: si tratta di una accezione dialettale toscana che chi è italiano può facilmente intercettare: "ancora un po'", proprio quello che si dice quanto si assaggia qualcosa di buono e se ne desidera ancora. Il concetto, per un passito soprattutto, è perfetto: poco ma buono. Un bicchierino tira l'altro, si potrebbe aggiungere. La produzione è davvero piccola come l'azienda che se ne prende carico. Siamo sull'Isola del Giglio, piccoli appezzamenti assolati e battuti dal vento. Una fornitura che probabilmente si esaurisce entro i confini regionali e quindi non ha ambizioni di export, dove il nome dialettale andrebbe spiegato bene. Risulta comunque musicale e simpatico: la fonetica di "Nantropò" è giocosa, la pronunciabilità invece è difficoltosa a causa della prima parte "nantro", difficile anche per un italiano. Guadagna di nuovo favore sul terreno della memorbilità grazie, appunto, alla sua simpatia. Bello (e si conferma giocoso) il carattere di scrittura del nome, caldi i toni dell'etichetta che presenta una raffigurazione stilizzata, probabilmente delle vigne a mare o forse la prora di una barchetta. Il vitigno, abbastanza raro, conferma e consiglia una fruizione parsimoniosa del nettare in questione: "Nantropò", ma senza esagerare!

Fragole, Sambuco, Gelso, Pere, Banane, Viole e... forse Uva!

Merlot, Cabernet, Refosco e altri vini, Visintini.

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L'azienda Visintini di Corno di Rosazzo (Udine) ha creato un'ampia gamma di vini dedicando alle loro etichette dei disegni di frutti, piante, fiori. Un classico degli erbari illustrati di un tempo. Belle esecuzioni che richiamano fortemente alla memoria la varietà ivi mostrata. Questo è solo il primo dei problemi, a nostro modesto avviso, quello che una pera in etichetta o un limone o una banana in possa influenzare mentalmente la percezione del gusto di quel vino, anche se la sua funzione sarebbe proprio quella di richiamare l'aroma di quel vegetale (poi sul fatto che in un vino si possa ritrovare veramente un aroma di banana o di peperone verde o di vattelapesca potrebbe essere materia da lunghe serate). Il fatto è (l'altra questione) che etichette di questo genere richiamano anche altri mondi, altri consumi, altri prodotti come le grappe aromatizzate, i genepì, gli infusi a base di erbe, le marmellate, le conserve, i distillati, etc. etc. Insomma potrebbero rivelarsi poco adatte a vestire un vino che pur sempre di uva e solo di quella è fatto. Prenderà "sentori" di rosa, forse, di pompelmo e di chissà quale altro strano frutto tropicale (che alle nostre latitudini non si vede nemmeno dipinti) a detta di qualche sommelier dal piglio narrativo, ma dentro ci sono acini d'uva (cliccare sulle immagini per ingrandirle).
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L'Accorata Sensualità di una Cartotecnica Originale

concept grafica comunicazioneSensuale, Moscato Basilicata Igp, Vigneti del Vulture 
(Farnese Vini).

marketing immagine comunicazioneLa particolarità di questa etichetta? Che è "bucherellata". Una lavorazione cartotecnica che certamente può incuriosire. Oltre al fatto che protagonista del packaging design è un grande cuore. E cosa dire del nome? "Sensuale". Una chiara dichiarazione di intenti comunicativi, per puntare tutto sulla relazione di coppia, dove il vino in questione, un moscato, gioca le sue carte con l'aromaticità, la soavità, la musicalità delle sue sfumature organolettiche. Concettualmente, nome e design, vanno a braccetto grazie a quel "vedo e non vedo" generato dal bianco cuore traforato che lascia intravvedere il colore del vino. Quasi a simulare, solo per fare un esempio, una biancheria di pizzo dalla trama sibillina e poco coprente. Ma a parte tutto, si tratta di un'etichetta sicuramente originale, destinata a suscitare attenzione e probabilmente anche nuove vendite, in una logica da cupido per chi vuole conquistare l'anima gemella e da innamorati per chi l'ha già trovata. Restano da decidere gli altri particolari da mettere in tavola, ma insomma con un vino "Sensuale" si è già a buon punto per la serata.

Arte Extrema Ratio

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Verdiso, Colli Trevigiani Igt, Zanotto.

Il vino che questa etichetta rappresenta viene ottenuto da un vitigno autoctono abbastanza raro: il Verdiso. Ma questo non giustifica l'utilizzo di tratti insoliti nel packaging design. Insolita (e artistica) è infatti la raffigurazione di un nudo di donna, di colore azzurro, con una traccia grafica volutamente approssimata e dall'effetto finale inquietante. In piccolo si fa riferimento ad una "Zanotto Art Collection". Come in molti altri casi si tratta di "etichette d'artista" che si esprimono con diversi soggetti (questo vino infatti ha altre due etichette "sorelle", una con un volto di un ragazzo e l'altra con un viso di donna). Quella che stiamo analizzando, qui riportata in alto a sinistra, è particolarmente aggressiva nello stile proposto. Poco adatta a un vino, si potrebbe dire, anche nel caso si volesse adottare una trama concettuale trasgressiva. Si salva l'impaginazione, ordinata, dai caratteri di scrittura moderni e fruibili. Incisiva e opportuna la spiegazione del vitigno nel testo. Si registra per altro l'assenza di un nome vero e proprio. Forse a voler valorizzare in nome e quindi l'originalità del vitigno in questione.

La Magia del Magenta e dell'Unità d'Italia

packaging branding comunicazione Magenta, Soave Doc, Noûs Cooperativa Vino Nuovo.

naming branding comunicazioneCi sono due nomi interessanti da "esplorare" in questa etichetta: il nome aziendale "Noûs" e il nome del vino "Magenta". Partiamo dal primo che oltre ad esporre l'evidente significato di “noi” in francese (sembra sia stato adottato in quanto la cooperativa ha diversi soci in Valle d’Aosta, regione bilinguista, trascurando in questo modo i numerosi soci siciliani, aggiungiamo noi); "Noûs" è una parola che proviene dal greco e significa anche "intelligenza divina che governa il mondo". Il concetto di intelligenza divina collima in un certo senso con il mood filosofico della cantina in esame che come viene affermato nel sito "nasce con lo scopo di valorizzare i vigneti gestiti con tecniche naturali all'avanguardia che si ispirano alla fisica quantistica". Passando al nome del vino, "Magenta", uno dei colori primari per la stampa, Wikipedia dice che "Il colorante magenta fu messo a punto nel 1859 da Francois-Emmanuel Verguin ossidando l'anilina grezza con cloruro stannico. Il nome venne dedicato alla battaglia di Magenta, sfruttando il nome della città che all'epoca era diventata famosa per le vicende legate alla seconda guerra d'indipendenza". Sulla città di Magenta, a parte il fatto, molto importante, che da lì, dopo la famosa battaglia, iniziò la costruzione dell'unità d'Italia, Wikipedia aggiunge: "Il toponimo Magenta è attestato fin dal XIII secolo nella forma Mazenta. Il Salvini lo associò a Maggenga in riferimento alla produzione di fieno. L'Olivieri la mise invece in relazione al toscano Magento (nei dintorni di Montemurlo), da un nome di persona Maggente o Magentus (latino Magius), oppure al piemontese mazènt, da masentè, "fare il massaio di casa", derivato dal latino mānsum, "dimora" o anche "luogo di sosta" prima di attraversare il confine naturale del Ticino". Tutto questo per testimoniare anche quanto è complesso l'etimo, cioè l'origine di certi nomi. Di fatto possiamo constatare che l'etichetta di questo Soave Doc, è effettivamente di color magenta, con temi grafici molto ottici, di buona fattura, attenzionalità e originalità, anche se non spicca per creatività.

Scarabocchi Informali all'Opera

Opera Prima, Barbaresco, Roagna.

Certo si fa notare questa etichetta, se non altro per la diversa indole rispetto a quanto si può vedere, di solito, nelle Langhe. Ma anche per i suoi cromatismi acrobatici. Per non parlare dell'elaborato grafico. Ma prima di esprimere un parere compiuto, per cercare eventuali "ganci concettuali", vediamo cosa dice il produttore su questo vino: "Opera Prima è nato alla fine degli anni settanta da Alfredo Roagna, con l’idea di assemblare ottime e diverse annate di Nebbiolo da Barbaresco, in modo da ottenere un vino che si possa fregiare delle eccellenze ottenute dai diversi millesimi". Un assemblaggio, dunque. Un miscuglio, una trama, un incrocio di uve (del medesimo vitigno, il Nebbiolo, e della medesima zonazione, Barbaresco). Desta curiosità, inoltre, anche il numero romano che si posiziona sopra al nome, in questo caso XVIII. Su questo particolare, il produttore, in modo non completamente esplicativo, si esprime così: "Nel corso degli anni gli assemblaggi variano da un minimo di due ad un massimo di quattro diverse vendemmie di viti vecchie di Nebbiolo dei diversi vigneti. Opera Prima porta un numero romano di riconoscimento a partire dalla Opera Prima III". L'idea di prodotto è ottima e originale: i migliori millesimi di Barbaresco, affratellati in un unico vino. E, come detto all'inizio, anche l'etichetta colpisce per un certo eclettismo. Ma qualcosa non convince. Saranno quegli scarabocchi di colori diversi, probabilmente a rappresentare la commistione dei vini, sarà l'estrema essenzialità, chiamiamola pure semplicità irrisolta, dell'impaginazione. Fin troppa informalità. Se questa è stata l'intenzione iniziale.

Una Nobiltà di (Discutibili) Intenti

packaging branding comunicazioneN - Pinot Grigio - Nobiltron

Non ne siamo sicuri ma sembra che questo vino si appelli semplicemente "N". Almeno questo lascia intuire l'etichetta dove una grande lettera, divisa in quattro settori, domina la scena. Sulla grafica torniamo più avanti perché c'è il nome aziendale da analizzare: "Nobiltron". A primo suono sembra uno di quei personaggi di qualche impero spaziale stile Guerre Stellari. Pensandoci bene probabilmente le intenzioni del produttore sono state quelle di esprimere (o almeno di tentare di farlo) il concetto di "nobile" e di "trono". Uniti insieme in un discutibilissimo "Nobiltron". Da notare anche che nel sito, sotto al nome aziendale Nobiltron Vini c'è anche un'altra dicitura: VIP, Vinery Italian Perlage. Definizione che, per altre ragioni, lascia ugualmente perplessi. In pratica, il tentativo di dare un guizzo di modernità anglofona, forse per puntare ai mercati esteri, risulta come minimo problematico. La fonetica, in questo caso, è il problema maggiore: come detto prima "Nobiltron" riporta a mondi diametralmente opposti rispetto alla tradizione vinicola italiana. Infine, per quanto riguarda il design, la cromia, l'impaginazione dell'etichetta, dobbiamo dire che il lay-out è interessante (originale la suddivisione in quattro rettangoli) ma l'elaborato finale risulta inutilmente sfarzoso, ai limiti del kitsch.

Nomi Duri e Spergiuri

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Ricatto, Chianti Classico, Maretti 
(Fourth Wave Wine).

Questa azienda australiana (distributore) che ha "in carta" anche un marchio che si chiama "La Vendetta", ha pensato di denominare "Ricatto" il proprio Chianti Classico (a marchio Marotti). Si tratta di un vino, sia pure ufficializzato con la fascetta Docg, destinato in prevalenza al mercato estero. Ma anche se fosse unicamente venduto in Australia, non ci vuole molto oggi con gli strumenti digitali a cercare la traduzione di "Ricatto" da parte di un curioso estimatore. Per scoprire così che la definizione non è propriamente onorevole. Un ricatto infatti, è un evento molto negativo e chiunque lo promuova o lo subisca non offre certo una buona immagine. Forse l'intento dell'azienda è stato quello di cercare assonanze italiche che possano ricordare Enotria e la Toscana (il nome della regione vinicola del centro Italia è infatti posto in grande evidenza alla base dell'etichetta). "Ricatto" è un nome che risulta anche molto "duro" nella costruzione fonetica, a causa della "r" iniziale, della "c" e delle due "t" nella sillaba finale. Un duro ricatto, insomma. Sperando che non rappresenti il prezzo del vino in modalità "prendere o lasciare". Il giudizio finale al consumatore, certo. Ma la base di partenza non ci pare condivisibile.

Giocare le Carte Giuste per Distinguersi dalla Concorrenza

branding packaging marketing comunicazioneCasanova di Nittardi, Chianti Classico, Nittardi.

Per la precisione si tratta di un vino prodotto grazie alle uve coltivate nella "Vigna Doghessa", accezione della quale non abbiamo traccia storica ma che allude chiaramente a una Gran Dama del tempo passato, di lignaggio e voluttà importanti. Il nome del vino è propriamente "Casanova di Nittardi" ove Nittardi è la denominazione dell'azienda vitivinicola in questione. Interessante la sua storia, descritta nel sito della proprietà: "La Tenuta di Nittardi, era in origine una torretta di difesa nota sin dal XVI secolo con il nome di “Nectar Dei”. Nel XVI secolo fu proprietà del celebre artista rinascimentale Michelangelo Buonarroti che nel 1549, mentre si trovava a Roma per dipingere la Cappella Sistina, pregò suo nipote Lionardo di inviare a Roma delle bottiglie di vino di Nittardi da offrire a Papa Giulio II come “dono genuino”, sostenendo egli stesso di preferire “due botti di vino, piuttosto che otto camicie". Passando all'odierno, il vino qui preso in esame si distingue certamente per la sua livrea, diversa ogni anno, con una particolarità in più rispetto alla norma: "Per rendere omaggio a Michelangelo ogni anno un artista realizza due opere, una per l’etichetta ed una per la carta seta con cui viene avvolta la bottiglia stessa. Dal 1981 si sono succeduti nomi illustri del panorama d’arte internazionale tra cui spiccano Hundertwasser, Horst Janssen, Giuliano Ghelli Yoko Ono, Mimmo Paladino, Günther Grass, Dario Fo, Karl Otto Götz e Alain Clément". A parte le opere, arte contemporanea, che possono piacere o non piacere, la particolarità è quella di creare anche una carta speciale dove vengono avvolte le bottiglie. Aspetto elegante (e protettivo) che sempre più raramente viene adottato dalle aziende vinicole, sia pure di fronte a un costo aggiuntivo irrisorio (la produzione delle carte).

Un Dolce Richiamo Stellato

branding concept marketing comunicazioneCiel d'Oro, Malvasia (aromatica) di Candia, Castello di Luzzano.

marketing branding grafica comunicazione winelabelsL'azienda vitivinicola (e non solo) guidata da Giovannella Fugazza si distingue da sempre per una scelta di nomi, dedicati alla propria gamma di vini, davvero originali e soprattutto dotati di quella scintilla in più che attiene all'intelligenza emotiva. Si tratta proprio di scintille nel cielo, in questo caso, per il passito a base Malvasia di Candia (splendido vitigno, adatto proprio alla produzione di nettari da fine pasto o "da meditazione"): "Ciel d'Oro" il suo nome, a sancire, con il riferimento all'oro, la preziosità e anche la cromaticità del prodotto. Ma non solo. Nel sito aziendale scopriamo l'origine culturale, artistica, storica di questo nome e qui riportiamo le parole del produttore: "Le emozioni di raffinata eleganza bizantina, che si provano nell’ammirare il “cielo in oro” che orna il Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, antico proprietario delle terre di Luzzano, si ripetono perfettamente nelle mille sfaccettature che offre la degustazione di questo vino". Scintille di luce, visive, che si trasformano in lapilli di gusto, sulle papille. L'arte diventa vino, come da millenni a questa parte.

Un Fiero e Scuro Lambrusco Salamino

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FieroNero, Lambrusco di Modena, Cavicchioli.

Quante definizioni per questo Lambrusco: Modena Doc, Salamino, Scuro e naturalmente... Fiero e Nero! Ne deriva un nome sincopato, ritmico, poetico: "FieroNero". Con la dicitura, subito sotto, "Lambrusco Scuro". Proprio perché questo tipo di lambrusco si distingue dai suoi fratelli più "chiaretti" e presenta una profondità anche di colore, in grado quasi di intimidire. Se non davanti a un buon culatello, che la battaglia del gusto se la gioca tutta. "FieroNero" significa "fieramente, orgogliosamente nero", a sottolineare giustamente una delle caratteristiche salienti del prodotto. A conferma e a gioco semantico ecco spuntare in etichetta una "fiera", una pantera nera si direbbe, il grande felino felpato dotato di grande personalità. Per il resto pulizia grafica, eleganza, linee moderne anche per i caratteri di scrittura, sia pure nel rispetto di quella tradizione che a Modena difende il buon nome del Lambrusco a spada tratta. D'altro canto Cavicchioli è uno dei fondatori di questa tipologia di vino. Un benefattore di taverne e trattorie dove il Lambrusco, lasciata la bottiglia, si versa ancora nella tazza. E che gran piacere poterlo bere così!

Le Non Buone Ragioni della Regionalità

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Uis Blàncis, Borc Dodon, Denis Montanar.

Questo vino avrà anche la "Triple A" ma non passa il vaglio delle buone etichette. E vediamo perché. Innanzitutto la grafica, che come impatto cromatico può avere il suo karma, non tanto invece come stile e creatività, considerati i tre grossi tasselli squadrati che la caratterizzano. Qualche barlume di originalità lo può vantare, certo, soprattutto in una regione che come etichette è ancora molto tradizionalista (e anche per il vino, fortunatamente). Ma i problemi arrivano con le parole. Il nome, le definizioni letterali, insomma. "Uis Blàncis" (blend di uve bianche) e "Borc Dodon" (toponimo) sono in dialetto friulano, notoriamente una delle lingue locali italiane più difficili per chi non è di quella regione, logicamente. E va bene la tipicità, anzi va molto bene. Ma non crediamo che il produttore abbia unicamente ambizione di vendere il proprio vino nel circondario. Tra l'altro, anche a voler prendere le nomèica di questa etichetta come "tradizionale", le difficoltà fonetiche, di pronuncia e conseguentemente di memorabilità sono evidenti. Siamo in un ambito molto piccolo, artigianale al massimo, direbbe qualcuno. Ma allora perché stampare un'etichetta vera e propria? Basterebbe un pezzo di carta incollato sulla bottiglia con le diciture necessarie, magari scritte a mano, che farebbe ancora più "rurale" e in linea con il concetto di fondo dell'azienda.

Classico il Vino, Innovativa l'Etichetta

marketing comunicazione logo illustrazione
Dolcetto di Diano d'Alba,
 Azienda Agricola Bonetto.

I piemontesi dicono (e c'è da crederci) che il Dolcetto è il vero grande classico "da tavola" tra i vini della regione. Poi c'è il Re, certo, il Nebbiolo (Barolo e Barbaresco in particolare). Ma quello, una volta non era per tutti i giorni, era per situazioni particolari e probabilmente solo per la Domenica, per chi poteva permetterselo. Il Dolcetto, quindi, come vino della tradizione, popolare e conveniente. In questo caso si tratta di una enclave del Dolcetto, quella di Diano d'Alba. Molte etichette piemontesi sono rimaste al classico anche per quanto riguarda la grafica, la modalità di vestire la bottiglia, insomma. Non è il caso di questa azienda vinicola che sceglie di innovare, con simpatia, per quanto riguarda il packaging. Colori solari, forti, impattanti. Il tema della coccinella, cioè della "naturalità" dei trattamenti, una proposta artistica dove un filo d'erba conduce la coccinella fino al sole, stabilendo un legame tra clima e natura. Il messaggio è semplice e schietto. Non ha nome questo vino, il suo nome è la definizione del vitigno, e questo potrebbe essere un limite. Ma la forza dell'immagine compensa in parte questa lacuna. Per il resto si vede che l'etichetta è del tipo "fatto in casa" e forse per questo gode di una sua dimensione genuina che può ispirare fiducia.

Follie Creative per Etichette Espressive

marketing grafica comunicazione(Free Spirit) Liberated, Sauvignon Blanc.

La dinamica comunicativa di questa azienda Californiana, di Santa Rosa (che non è una marmellata, ma una località della Sonoma Valley) è davvero singolare. Produce tre tipi di vino, Cabernet Sauvignon, Pinot Noir e Sauvignon Blanc e suddivide ognuna di queste produzioni in tre etichette diverse, che consiglia (dentro c'è il medesimo vino) secondo la personalità dell'utente. Ad esempio, il Sauvignon Blanc preso in esame, viene proposto con tre versioni diverse di etichetta, secondo le "categorie" Free Spirit (quella raffigurata in alto a sinistra) oppure Inventor oppure Sophisticate. Su tutti i vini e su tutte le etichette "governa" la filosofia generale dell'impresa, cioè "Liberated", un invito a liberare la propria fantasia, autonomia, curiosità, personalità, etc. etc. Nel sito del produttore, bizzarro come le etichette, si trova scritto, tra l'altro: "You are adventure... invention... exploration. Suave, with business on the mind and savvy for the city, you've graduated, you're free. And life is your work of art. You are liberated." Con un altro consiglio in grande evidenza: "Free yourself form convention". In effetti c'è poco di convenzionale nel packaging di questi vini. Una modalità sorprendente che probabilmente in quella parte d'America può far gioco soprattutto nei confronti dei "millennials".
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Nomi e Cognomi, Inesatti o non Adatti

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Vinum ex Vite Vita, Greco di Tufo, Fratelli Urciuolo.

Questa bella etichetta (a livello di format grafico, di design, insomma) accusa qualche problema con le parole, cioè con la parte letterale, che unita alla parte visuale, forma nella gran parte dei casi il packaging completo di una bottiglia di vino. Innanzitutto abbiamo deciso, ipoteticamente, che il nome del vino è "Vinum ex Vite Vita", visto che non ce n'è un altro, o meglio, visto che al posto di un nome vero e proprio appare in etichetta in grande evidenza questo motto latino (che significa "Vino: dalla vite, la vita"). Tutto bene, bella citazione. Se non fosse, appunto, che non si tratta propriamente di un nome e quindi è difficile da identificare in quanto tale. Passiamo al nome del produttore, esattamente al cognome che fa "Urciuolo" ed è francamente difficile da pronunciare. La dicitura completa è "Fratelli Urciuolo", il carattere di scrittura non aiuta, un arcaico graziato del quale è difficile identificare anche le singole lettere. Ne deriva che è problematico leggere, identificare, memorizzare gli elementi più importanti: il nome del vino (che qui di fatto non c'è) e il nome del produttore (che è difficile da "digerire"). Non ben risolto anche il logo aziendale: una "U" che contiene una "A", sembra, o forse una "F", chilosà. Tornando al design: ottime scelte cromatiche, una parte inferiore a tinta piatta, una parte superiore con una bellissima illustrazione antica che rappresenta la scena di una vendemmia. In sostanza: alcuni elementi di pregio, altri migliorabili. Un brindisi comunque al Greco di Tufo, uno dei bianchi del sud di maggiore tipicità.

Un Nome che Chiama in Causa Leonardo da Vinci

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Nebbiolo, Giaconda.

Potrebbe essere un caso di "similfonìa" ma siamo più portati a pensare a una "simulfonìa", cioè il tentativo di andare a rimorchio di parole famose. Stiamo naturalmente parlando del nome di questo produttore (che lo ha esteso anche a denominare i propri vini): "Giaconda". Non si tratta del cognome in quanto il proprietario fondatore si chiama Rick Kinzbrunner, per questo immaginiamo che si stata una scelta generata apposta per tenere il piede un po' dentro il Louvre (dove la Gioconda ha la propria residenza attuale) e un po' in riferimento all'italico Leonardo da Vinci, tra l'altro amante del buon vino. Potrebbe quindi verificarsi il caso che qualcuno cercando "Gioconda" in rete possa capitare "nei pressi" di questo produttore di vini. Che la vicenda sia come ipotizziamo o meno, la circostanza ci offre l'occasione di accennare al fatto che spesso le scelte per quanto riguarda i nomi, prendono strade "imitative". Oggi ancora di più che in passato, con le modalità di ricerca in rete, possono derivarne dei vantaggi mediatici di traffico digitale. Il viticoltore che qui abbiamo citato produce, oltre al Nebbiolo, anche Pinot Noir, Chardonnay, Shiraz, Cabernet Sauvignon, il tutto in 4 ettari situati a Victoria, in Australia. Piccola produzione per un totale di circa 30 mila bottiglie.

Alba Chiara, Anzi Nora

Albanora, Falanghina, Cantina Morone.

Questo vino del sud, siamo nel Sannio, entroterra della Campania, ha origine da un vigneto che si chiama "Acquefredde". Già questo è da segnalare come interessante: spesso le zone vitate (e non) della nostra bella penisola prendono il nome da caratteristiche geomorfologiche oltre che culturali e storiche. Ma veniamo all'etichetta, davvero insolita per la conformazione grafica: presenta un gioco di rettangoli con un quadrato (bucato) al centro. Post-moderno? New-wave? Anni '70? Ognuno può esprimere un parere, probabilmente molto diverso. Anche i colori sono insoliti per un vino: toni "alimentari" da gelato. Comunque il tutto colpisce per originalità, tanto basta. Passando al nome, scopriamo un legame con la lavorazione del vino: "Albanora" probabilmente si riferisce al fatto che, per non incidere sulla qualità finale, le uve vengono vendemmiate all'alba, anzi, ancora prima del sorgere del sole, quindi quando l'alba è ancora "nora", nera, scura. Vendemmia "a freddo", per evitare che anche i primi raggi del sole, che al sud si fanno subito sentire, possano inficiare l'integrità dei grappoli e quindi del prodotto finale. Non molto felice la scelta di spezzare il nome in due tronconi, sopra-sotto, e invalidante il tono di colore bianco su fondo verde pistacchio, poco visibile. Per il resto le scelte di questo produttore in fatto di etichette si fanno notare. Citiamo gli altri nomi della linea di vini: Fiori di Galano, Mariposa, Alianto, Vassallo, Monaci... tutte le etichette sono caratterizzate da geometrie squadrate.

Modi di Dire in Modalità Etichetta

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La Botte Piena, Groppello, La Basia.

grafica lllustrazione marketing comunicazioneChi non ha mai sentito il proverbio "avere la botte piena e la moglie ubriaca"? Nel senso dell'impossibilità di poter avere entrambi. Un produttore di vini della Doc Valtenesi (Lago di Garda) ha pensato di chiamare così due dei suoi prodotti. "La Botte Piena" per il Garda Cassico Groppello (vitigno Groppello all'85%) e "La Moglie Ubriaca" per il Valtenesi Doc Chiaretto (un rosato da Groppello, Barbera, Marzemino e Sangiovese). L'abbinamento risulta giocoso e simpatico. Soprattutto molto memorabile. Con un certa logica "La Botte Piena" è un vino rosso mentre "La Moglie Ubriaca" è un vino femminile, un rosato. Purtroppo il design delle etichette non si fa onore come il naming: si tratta di tinte piatte in un caso (fin troppo semplice la grafica) e di uno strano simbolo che ricorda vagamente dei pesci, nell'altro. Insomma, come dice il proverbio in questione, non si può avere tutto!

Etichetta Giocosa con Gioiosa Pin-Up

comunicazione brandingPlaytime, Zinfadel e altri vitigni, Playtime Wine.

Concediamo ancora qualche attenzione ai vini d'oltreoceano (qui siamo sul Pacifico californiano) con un'occhiata non senza malizia a questa pin-up "giocherellona". Il nome del vino e dell'azienda produttrice è "Playtime", facilmente traducibile con "il momento del gioco". Gioco di giocattoli (la ragazza maneggia dei burattini che raffigurano un uomo/ballerino e un cane) o giochi per adulti? Certo l'abbigliamento della rossa e avvenente pin-up non lascia dubbi ma diciamo che si rimane entro i confini del buongusto, con allegria e spensieratezza. Anche con un tocco di filosofia, se andiamo a leggere la spiegazione del produttore: "The label is a tribute to the pin-up stars that were prevalent during World War II and were adorned on various military aircraft as they flew into battle. These pin-ups were an inspiration to enjoy life fully and return home safely to their loved ones". Godere pienamente della vita, ove il vino ha un ruolo determinante. Tutto torna: giocare molto e bere vuon vino fa bene alla salute. Il design dell'etichetta è retrò, la carta ingiallita e lo stile delle illustrazioni lo confermano. Senza dubbio più adatto alla California che all'Europa.

Paese che Vai, Significato che Trovi

Winter Merlot, Merlot, Bonking Frog Wines.

L'azienda è australiana e si sa, le dimensioni delle aree anglofone nel mondo sono molto ampie. In Scozia si parla un inglese, a New York un altro, figuriamoci in Australia. L'etichetta è simpatica: gatti e rane sono raffigurati spesso sulle bottiglie di vino. Una ranocchia colorata, sfuggente, confermata dal nome "Bonking Frog" (nome aziendale, ma che risulta come nome del vino, visto che "Winter Merlot" sembra più una definizione. Ne parliamo più avanti). Nome che a prima sensazione porterebbe a un concetto di "saltellante", o "rimbalzante". E invece il vocabolario ufficiale inglese riporta in bella evidenza anche un altro significato, testualmente: "have sexual intercourse with someone". Insomma, "bonking" significa quella cosa che, curiosamente (paese che vai, etc...) in Italia è invece collegata alla scopa e alla tromba. Ci sarebbe da aprire un conciliabolo tra linguisti e semiologi. Ci accontentiamo di segnalare questa atletica e gioiosa rana che a livello di simpatia concorre con i gatti ma a livello di riproduttività compete con i conigli. Tornando alle cose tecniche, per quanto riguarda la dicitura "Winter Merlot" che appare in etichetta, abbiamo cercato spiegazione nel sito dell'azienda ma senza esito. "Winter" forse per via dell'inversione delle stagioni in Australia rispetto all'Europa, forse. O magari per le caratteristiche di un particolare clone di Merlot. Del resto, che l'inverno e il buon vino rosso agevolino l'atto riproduttivo non è un segreto per nessuno.

I Gatti Neri non Fanno più Paura?

grafica comunicazione marketing Gato Negro, Cabernet Sauvignon, San Pedro.

Nel sito del produttore cileno di questa ampia linea di vini, tutti riuniti sotto il marchio "Gato Negro", si dice testualmente: "Questa marca vende annulmente più di 38 milioni di litri di vino (quindi le bottiglie sono ancora di più) in 80 paesi di 5 continenti". Praticamente ogni 2 secondi, nel mondo si stappano 3 bottiglie di Gato Negro. Detto questo, sovvengono due considerazioni: una molto pratica che invita a prendere tutti i numeri citati qua sopra e giocarli al lotto, insieme al numero del gatto nero, naturalmente, che è l'81. La seconda considerazione è che evidentemente nel mondo, il significato, non gradito in Italia, del gatto nero non fa alcun effetto scaramantico. Altrimenti questa stutturata azienda cilena (si sarà ben informato prima di fare questa scelta) non avrebbe deciso di contraddistinguere un'intera linea di vini con il felino nero. Certo, probabilmente si è precluso il mercato italiano, ma i milioni di bottiglie vendute negli altri paese gli danno comunque ragione. 


Contaminazioni Enolinguistiche

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Modén Blanc, Pignoletto Brut, Cleto Chiarli.

Le contaminazioni sono il "sale" delle gastronomie regionali. E anche per il vino, ben vengano le invasioni: come quelle con le quali gli Antichi Romani hanno sparso vitigni in tutta Europa. Ma la contaminazione che vogliamo sottolineare in questo caso riguarda le parole. Innazitutto il vitigno: viene chiamato Pignoletto ma tecnicamente si tratta di un "Grechetto Gentile". Quindi il nome del vino: "Modén Blanc", un po' emiliano a un po' francese, sembrerebbe. La tipologia di vino infatti è "brut", bollicine che richiamano le spumantizzazioni francesi. La forma della bottiglia e il tappo riportano a quella categoria. Il produttore, tra i leader emiliani del Lambrusco, attiene molto alla città di Modena e alle sue tradizioni. Ed ecco il riferimento al luogo, come in altre etichette della produzione di casa, su tutte il noto Lambrusco di Sorbara "Vecchia Modena". Forse con "Modén Blanc" si voleva alludere a "Modern Blanc"? Un bianco moderno? In questo caso entra in ballo anche la lingua inglese. Troppo complicato. Ci limitiamo quindi a cogliere il significato di un "Bianco Modenese" in stile francese. Discutibile ma vero. Con buona pace dei linguisti e buon sollazzo, si spera, dei palatali.
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Eppure è un Vino

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branding concept packaging comunicazioneBocciolo, Garganega Frizzante, Menti.

Il design ordinato e lineare a volte fa il proprio gioco con eccellenza. Ma non bisogna esagerare. Quando un'etichetta di un vino (questa) somiglia di più a una confezione di un medicinale, forse c'è qualcosa che non torna. Rischiano di non tornare i conti commerciali, perché la concorrenza si fa anche con l'immagine. I colpevoli, diciamo così, sono: un carattere di scrittura "farmaceutico", un colore "terapeutico", una impaginazione "sterile" e infine mettiamoci anche un marchio aziendale in stile "medicale". Ed il gioco è fatto. Il risultato è tutto da vedere. A qualcuno magari l'estrema asetticità dell'elaborato piacerà. Degustibus. A noi il design di questa etichetta sembra molto, forse troppo. anestetizzato. Eppure il nome è romantico ed evocativo: "Bocciolo". Ma ne esce davvero malconcio con tutto quel piattume che si trova intorno. Auspicando una prossima revisione degli elementi di comunicazione da parte dell'azienda, speriamo che chi alzerà i calici con questa garganega frizzante abbia il buon cuore di farlo comunque inneggiando, come è d'uopo, "alla salute".

Spumanti per Amabili Amanti

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Zoom, Chardonnay "pet-nat", 
PopTop Productions.

Alla modica cifra di 28 dollari potreste aggiundicarvi questa particolare etichetta (e il vino che rappresenta) per le Feste di Natale. Particolarmente indicata a Capodanno per il suo carattere "hard-pop" certamente simpatico. Ma andiamo con ordine. Il vino è uno spumante prodotto in California con il "metodo ancestrale" che prevede di far continuare il processo fermentativo direttamente in bottiglia. Un metodo nato prima del Metodo Classico che oggi contraddistingue gli Champagne. Il produttore lo chiama "petillant-naturale" e lo sintetizza con "PET-NAT". Si tratta in questo caso di uno "sparkling" a base Chardonnay. Come si chiama il vino? Si direbbe "Zoom". Ma in etichetta si legge anche "Pop (PT) Top". Poco importa, le due espressioni sono onomatopeiche, cioè esprimono foneticamente quello che vogliono dire e soprattutto quello che l'immagine ci veicola: un gioioso stappo da parte di una sgargiante e disinibita fanciulla. Stile anni '50, in parte, o se vogliamo, stile fumettistico anni '80. Certo è che l'etichetta si fa notare, per quanto è insolita nel settore in cui si colloca il vino in questione e per le scelte cromatiche di un certo impulso, intraprese dai creativi. La sua bella figura la fa: a ognuno di noi decidere se in un senso o in un altro.

Una Rana Arrogante ma Simpatica

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Ribet Red, Cabernet e Merlot, Arrogant Frog.

L'avranno vista tutti la rana arrogante nelle enoteche e anche al supermercato (alcuni items sono venduti nella Gdo italiana). Operazione di packaging simpatica e di impatto. Una serie di pose fumettose della "Arrogant Frog", sui vari vini della casa con operazioni tattiche per edizioni speciali, tipo il vino del Tour de France (Tour de Frog, per la precisione) o per eventi calcistici e altro. La simpatica rana francese che fa del suo aspetto altezzoso e, appunto, un po' arrogante, un'icona, in sostanza si prende in giro. Gioca con un retaggio consolidato che "dipinge" l'intenditore di vini (per di più francese) come un personaggio scostante e "sulle sue". La rana arrogante invece gioca con questo sentimento e si presenta in modo accattivante. Rompendo così anche le regole del design tradizionale e compìto, ancora in largo uso in Francia, con una grafica che attira l'attenzione anche con colori forti e di effetto. Un'operazione studiata a tavolino e portata avanti con intelligenza e costanza. Il risultati (di vendita) si vedono nell'immediato ma si costruiscono anche lavorando sul futuro.