Il Verdacchio Farà il Botto?

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Co’l Botto, Verdicchio e Verdacchio, 
Tenuta Montagnani.

La storia di questo vino è interessante per quanto riguarda i vitigni che lo compongono. E anche il nome offre l’occasione di qualche spunto. Federico Montagnani, titolare dell’azienda, ha le proprie vigne nei dintorni di San Gimignano, con una grande presenza della celebre e locale Vernaccia, logicamente. Negli anni si accorge di avere un piccolo appezzamento (ereditato dal nonno) con un vitigno che non conosce. La vite viene inizialmente identificata come Verdicchio, il vignaiolo ne pianta ancora per poter avere una maggiore quantità di raccolto ma poi scopre che il primo non è Verdicchio ma... Verdacchio (nome inventato sul luogo perché davvero non si riesce a capire bene di che uva si tratti). Insomma sempre, con la V ma diverso. Nasce questo vino, frizzante, con tappo a corona, costituito al 50/50 da Verdicchio e Verdacchio, e gli viene dato come nome “Co’l Botto”. Certo il botto non lo fa, perché il tappo a corona non è “coreografico” come quello di sughero, a fungo, che di solito tappa i vini spumantizzati. Ma diciamo che l’effervescenza un certo effetto lo genera, all’apertura della bottiglia. Espressione divertente, scherzosa, evocativa, “Co’l Botto”, umorismo toscano che evoca momenti di festa, di celebrazione, di giovialità. E questo fa bene al ricordo e alle vendite del vino. Veniamo all’etichetta: tutta nera, tranne una traccia bianca che simboleggia un calice. Al suo interno un cerchio con un’onda di vino. Il tutto risulta ordinato, attenzionale ma anche non completamente interpretabile. In generale però abbiamo una elevata performance in termini di comunicazione. L’originalità si manifesta anche nel design industriale della bottiglia di forma insolita, più tozza del solito. Tipo fiasca di rum.

Un Vino Bianco Rosato, Bello Avvitato

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White Merlot, Bel Vino Winery.

Siamo in California. Azienda di grandi dimensioni. Molto commerciale. Il produttore si chiama “Bel Vino” in italiano. Nome che campeggia anche su molte delle bottiglie in gamma. Si tratta quindi di un vino bello o di un vino buono? Bello è anche buono? Partiamo dall’etichetta: non contenti di proporre la stranezza di un “Merlot in Bianco” (che poi risulta rosato, ma fa niente), non contenti di proporre il tappo a vite, non contenti di definire tutto ciò “bello”, propongono un packaging design sinceramente imbarazzante. Foglie di vite sparse su un fondo lapidario “rallegrato” da caratteri in oro in stile Liberty, diciamo così. Eppure in America non sono indietro col marketing e con la comunicazione, anzi. La pubblicità è nata proprio da loro negli anni ‘50. Tutto il mondo è paese, si dirà. Oppure, alla fine, è questione di target. Di posizionamento, dicono gli esperti del branding (che non è il nome di un cocktail). E cosa dicono di questo prodotto, in particolare, coloro che lo producono? Vediamo: “White Merlot was specially handcrafted at Bel Vino’s boutique winery from top quality California grapes. The wine was styled as a rosé which created its ruby red color. This varietal has aromas and flavors of strawberry and raspberry, and its light residual sugar level contributes to a long, cherry-berry finish. This wine pairs exceptionally well with fish, chicken, light pasta and rice dishes, other light foods and is also great for sipping. White Merlot is best when served chilled“. Business is business, aggiungiamo noi e chiudiamo qui l’argomento.

Etichette Frizzanti e Provocanti

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Sgarzella, Passerina Pet-Nat, Podere San Biagio.

L’antologia creativa e narrativa su quel vitigno aprutino che si chiama Passerina è ricca di episodi più o meno allusivi. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Qualcuno potrebbe parlare di vituperio della figura femminile, altri continuano allegramente a scherzarci sopra senza malizia. E’ il caso di questo vino di Podere San Biagio (famiglia Fiore) che è stato chiamato “Sgarzella”. Interessante la fonetica e l’origine semantica di questo nome: suona un po’ come “gazzosa” (che in effetti significa “bevanda gassosa”) e un po’ come “sgàrzola”, al nord forma gergale per “ragazzetta”, liberamente abbinabile a “sbarbina”. Ebbene la “sgarzolità” della questione è confermata dall’immagine in etichetta: una suadente, bionda sirena desnuda e tatuata (sul petto ha un grappolo d’uva). Immagine iconica, curiosa, a suo modo ancestrale. Certo, la sirena è “come mamma l’ha fatta”, almeno nella parte superiore, e quindi potrebbe incorrere in ire femministe, ma alla fine si tratta di un topless artistico in stile vintage. La sirena in questione è morbidamente adagiata in un calice (da Champagne) e circondata da bollicine. Il vino infatti è un “Pet-Nat”, petillante naturale, volendo fare un adattamento  della parola francese che lo identifica. Qui da noi più semplicemente vino bianco frizzante. Si tratta in effetti di una etichetta “sfrizzolante” e perché no, attraente. Aggiungiamo pure simpaticamente.

La Libertà di Chiamarsi in Francese

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Liberté, Sangiovese e Cabernet, Tìaso (Viticoltori a Scansano).

Una nuova realtà vitivinicola toscana che coltiva uve in maggior parte Sangiovese, si presenta con due vini dall’etichetta nettamente diversa. Quella che vediamo qui, la più fantasiosa delle due, riguarda un blend di rossi. Ma partiamo dal marchio: “Tìaso” è il nome dell’azienda (e dell’altro vino in gamma) e come logo viene abbinato a una iconografia che ricorda una foglia di vite e un graffito preistorico (si vede in basso, nell’etichetta). Secondo Treccani il nome viene “...dal latino thiăsus e dal greco ϑίασος. Nell’antica Grecia, associazione di carattere religioso; in origine era probabilmente un’associazione dionisiaca, che si dedicava al canto e alla danza orgiastica proprî del culto di Dioniso, ma talvolta si costituirono ‘tìasi’ anche in onore di altre divinità (Afrodite o Eracle)”. C’entra Dioniso, ci siamo. Il logo dell’azienda rimane un mistero, ma ci fidiamo. Desta qualche perplessità il nome di questo vino: “Liberté”. In francese. Certo il concetto di libertà è importante e pregnante, ma ci chiediamo perché esprimerlo nella lingua transalpina che rappresenta per noi un chiaro riferimento alla concorrenza dei cugini francesi nel mercato internazionale del vino. Per la cronaca l’artwork (disegno originale) è di Corinne Catherin, nome e cognome che tradiscono origini francesi, per cui forse l’arcano va ricercato lì. Forse una parentela, forse una simpatia.

Allegorie di Marchi in Basso Piemonte

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Barbera d’Asti, Davide Laiolo,
(Tenuta Bricco San Giorgio), Vini Laiolo.

La prima evidenza di fronte all’etichetta del Barbera d’Asti di questa piccola cantina del Basso Piemonte è una crisi di identità. Alla base infatti, come logo, leggiamo (cognome, nome) Laiolo Davide (che già sarebbe scorretto). Il dominio del sito internet si chiama “Vini Laiolo” e nella relativa Home Page viene evidenziato in grande “Tenuta Bricco San Giorgio”. Troppa grazia Sant’Antonio! Tre marchi per una piccola produzione. C’è qualcosa che non va. O meglio, c’è qualcosa da ri-sintonizzare. Si tratta di scegliere: nome e cognome del produttore, cognome della famiglia o nome proprio legato magari alla località. Ma il marchio, e il logo, deve essere uno e sempre quello. A parte questa notazione iniziale: il vino in questione non ha nome (l’altro, unico, vino dell’azienda ce l’ha e si chiama “Rossomora”. Non male.) e si presenta in modo, quanto meno, molto originale. Il design dell’etichetta, infatti, è costituito in gran parte da una serie di punti colorati. Molto vistosi, certamente. Davvero insoliti (si fanno notare anche da lontano: positivo). Alquanto strani. Forse anche troppo. Coloratissimi, allegorici, carnevaleschi (coriandoli?). Nel turbinìo di colori si nota una traccia, una lettera, una “D”. Probabilmente la D di Davide (nome del titolare), mentre della L di Laiolo (cognome) non vi è traccia. Emergono ampie migliorie da mettere in atto. Questo sì. 

Facile Come Dire Disponibile

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Available, Blend di Rossi, Taken Wine Co.

L’azienda che “rilascia” questo prodotto è americana e uno dei titolari di cognome fa Trinchero. Per l’esattezza si tratta di un trentenne che si chiama Carlo, nipote di un pioniere della Napa Valley, tale Mario Trinchero a sua volta figlio di Roger Trinchero, Chairman e CEO della Trinchero Family Estates fondata nel 1948. Insomma, un cognome, una garanzia, anche dal punto di vista concettuale, semantico, etimologico. Bene. Tra le altre linee di prodotto che il giovane Trinchero propone abbiamo un bianco (Pinot Grigio Igt Puglia, mica il solito, “delle Venezie”) e un blend di rossi (50% Sangiovese, 25% Cabernet, 25% Merlot) entrambi contrassegnati dal nome “Available”. Semplice e diretto: available significa “disponibile”. Insomma, se un vino è sempre disponibile si immagina facilmente che non ci sono limiti di produzione. Sempre pronto, sempre a scaffale, facile da acquistare e da bere. Un prodotto, dice l’azienda, indirizzato ai Millennials. Ove il nome è discutibile (e infatti qui ne stiamo amabilmente discorrendo) l’etichetta è gradevole, otticamente molto presente, con un elaborato illustrato trasmette dinamicità, spigliatezza, estro e anche preziosità, in un certo modo. Potrebbe essere lo svolazzo di una piuma. Più comprensibilmente sembra un’opera digitale di quelle ottenute con qualche filtro di Photoshop. Ma su questo sospendiamo il giudizio. Il risultato è valido.

Perdere i Sensi ha un Senso

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Barbagòl, Lagrein, Laimburg.

naming concept brand etichette vinoIn Alto Adige hanno sviluppato una pervicace passione per l’arte contemporanea, insomma per quei quadri che in apparenza non dicono nulla, ma che sottendono significati di alta valenza filosofica, esistenziale, psicosomatica e quant’altro. Di fatto queste emanazioni artistiche finiscono spesso sulle etichette dei vini. Anche in questo caso, per la cantina Laimburg, premiato produttore dolomitico, con vari soggetti firmati da Robert Bosisio. Rettangoli molto colorati, vistosi, sgargianti, quasi monocromatici, certamente monolitici nella loro “espressività”. A qualcuno piace, questo filone pittorico. A parte questo, abbiamo notato un altro fattore creativo nelle etichette in questione: i nomi dei vini. Questi due che portiamo ad esempio sono Barbagòl (Lagrein) ed Elyònd (Gewürztraminer). Altri nomi della medesima gamma di vino sono: Oyèll, Sass Roà, Saphir. I primi due nomi, in particolare, quelli di cui mostriamo il fronte etichetta, derivano da racconti mitologici, fiabeschi, delle montagne e dei boschi dolomitici.
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Molto difficile da trovare anche su Google, Barbagòl (spesso chiamato Barba Gol, e quindi facilmente confuso, da parte dell’algoritmo che regola il grande motore di ricerca, con qualcosa inerente al gioco del calcio) nei racconti di un tempo sarebbe “un malefico stregone il cui unico intento era quello di gettare le sue infide bategoi, “stregonerie”, sugli uomini per stordirli e ingannarli, ovvero per far perdere loro il senso della realtà”. Un vino che inebria a tal punto da far confondere, forse congiungendoli, sogno e realtà. Mentre per quanto riguarda Elyònd si tratta di una “principessa della montagna dai capelli dorati”. Che evidentemente confonde i bevitori con altre tecniche ammaliatrici. Nomi non facili da ricordare, ma ottimi per ricondurre a qualcosa di magico, di fiabesco, di evocativo, e per questo adatti alla mitologia stessa del vino. Per il resto, la grafica in etichetta (caratteri di scrittura, impaginazione) è molto ordinata, pulita, elegante. In perfetta armonia con il carattere di quei luoghi.

C’è una Strada nel Mezzo

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Via Nova, Godello, Pagos de Galir.

L’evidenza più originale e comunicativa di questa etichetta spagnola è la particolare cartotecnica con la quel è realizzata. Si tratta di una “fustella” realizzata ad-hoc che in pratica spezza l’etichetta in due, facendo passare nel mezzo una strada creata dal vuoto della carta. Una strada “di vetro” che sfrutta la trasparenza, o meglio la luccicanza della bottiglia. Soluzione certamente originale, che ha un suo costo (comunque non elevato), e che è in grado di farsi notare, nonché di esprimere bene un concetto. Il nome del vino rincorre e perfeziona il “discorso stradale”, infatti questo Godello (vitigno bianco galiziano) si chiama “Via Nova”. Facile la comprensione, anche in Italia. In più il produttore informa che: “Via Nova deriva dalla strada romana, costruita durante la dinastia dei Flavi, che ha unito il popolo di Bracara Augusta (Braga-Portogallo) e Asturica Augusta (Asturie)”. Insomma, a parte la viabilità, abbiamo anche una storia (nella quale c’entrano sempre gli Antichi Romani). Bello anche il carattere di scrittura del nome, ricercato ma leggibile, dinamico e al tempo stesso aggraziato.

L’Idea in una Semplice Macchia

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Dogliani e Barbaresco, 
Francesco Versio.

Si tratta di un giovane produttore che ha immesso sul mercato il suo primo vino nel recente 2013. Se ne parla bene: ottimo esordio e grandi aspettative per il futuro soprattutto per il suo Barbaresco che nasce da un minuscolo appezzamento rilevato dal nonno. Ma a noi, come sempre, oltre alla qualità del vino, interessa l’analisi dell’etichetta e degli aspetti comunicativi della bottiglia, ancora prima del fatidico assaggio. Vediamo dunque nell’immagine in alto a sinistra due vini di questo produttore, con una etichetta molto simile  e molto semplice (cambia solo leggermente il colore di stampa). Ma qui c’è un’idea... e la si nota subito: si tratta del calco, della traccia, della macchia, insomma, che spesso il “sedere” della bottiglia lascia sulla tavola o sulla tovaglia a seguito di un po’ di vino fuoriuscito, magari durante le operazioni di stappatura o di versamento. Piccola, semplice idea, ma c’è. Ed è protagonista assoluta di un’etichetta che non riserva altri punti o concetti attenzionali. Dentro al cerchio lasciato dall’orma della bottiglia è iscritto il nome del produttore. Stop. Non è male. Si fa notare, nella sua estrema semplicità. Purtroppo manca il nome del vino, nel senso che la “nominazione” viene lasciata in toto alla tipologia/vitigno. Un altra e ultima notazione: peccato che, probabilmente per risparmiare in fase di stampa, le tracce (l’orma della bottiglia) delle due tipologie di vino sono identiche. Sarebbe stato bello, più poetico e narrativo, che ogni vino avesse la propria, personale, diversa, originale e unica, “macchia”.

Come si Chiama Questo Vino? Non Lo So

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Non Lo So, Chianti Classico, Jurij Fiore & Figlia.

Tutto sommato è stato semplice trovare un nome per questo Chianti Classico che viene da una delle colline “cru” della Toscana centrale (zona che tutti conoscono col nome di Lamole). Il proprietario, interrogato sulla questione ha risposto: “Quando è nato questo vino tutti mi chiedevano quale fosse il suo nome... e io rispondevo ‘non lo so’. Al punto che ho deciso di chiamarlo proprio così...”. Anche l’etichetta di questo vino è semplice: i caratteri di scrittura simulano le lettere tipiche della macchina da scrivere (quella di un tempo, “meccanica”). Tutta l’etichetta sembra essere stata composta da un foglietto di carta scritto con una vecchia Olivetti 35 (tanto per fare un esempio storico). L’unica concessione a qualcosa di emozionale è una piccola illustrazione artistica, sulla sinistra, con foglie di vite. L’azienda è piccola, nata da poco, la produzione è minima (poche centinaia di bottiglie, per ora). Le etichette, in un certo senso, rispecchiano questo modo di essere. Una semplicità rurale. Non trasmettono invece un senso di alta qualità, che questo vino indubbiamente ha nelle sue “vene”. Non si può non citare anche gli altri due vini della produzione aziendale, che per i loro nomi sono ugualmente notabili: “L’Amore” (rosato da Sangiovese) dichiaratamente, da parte del produttore, una assonanza romantica con Lamole (in etichetta la “R” e la “L” sono coesistenti) e “Punto di Vista” (Chianti Classico), che nasce dal una personale visione del Sangiovese. Nomi semplici che però sono in grado di attirare l’attenzione e di farsi memorizzare, soprattutto il primo, quel “Non Lo So” che gioca sull’equivoco stesso dell’attribuzione di un nome.

Promesse da Marinaio di una Bottiglia Azzurra

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Àncora, Albarino, Vina Sobreira.

La bottiglia di questo vino spagnolo non può certo passare inosservata. Innanzitutto perché il vetro è azzurro (immagine qui in basso a destra). In Italia di questo tipo (e forma) non se ne vedono, all’estero capita qualche volta. In Spagna recentemente hanno anche creato il vino azzurro, ma questo è tutto un altro discorso. In questo caso il vino è da vitigno Albarino ed è regolarmente bianco alla vista (cioè giallo paglierino o dorato che dir si voglia). Il vetro della bottiglia, per l’esattezza di colore “blue-marine”, si sposa bene con l’etichetta (o meglio, viceversa) che si presenta al pubblico abbastanza sfacciatamente con toni marinareschi, sia come soggetti illustrati, sia come cromatismi. Il vino, non ci sarebbe bisogno di dirlo, si sposa bene con il pesce. Ed è questa la finalità del design complessivo scelto dal produttore (che ha sede molto vicino al mare, nei pressi di Vigo, nel nord-ovest della penisola iberica).
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Passando a commentare ed analizzare il naming, questo vino si chiama “Àncora” come l’attrezzo che si usa per fissare le barche in rada, per intenderci. Anche se in spagnolo, detto attrezzo, risulta come “ancla”. Sarebbe interessante, un nome così, anche in Italia, visto che da noi con accento diverso “Ancòra” significherebbe anche “voglio altro vino”. A parte gli aspetti ludici e semantici, è da notare il design in etichetta: come già detto, si tratta di una grafica molto marinara, molto colorata, molto solare. Una proposta diversa dai soliti codici dei packaging dei vini bianchi estivi che propongono delicate suadenze ondeggianti o pesci di varia forma e misura. Qui il design arriva agli occhi senza filtri, come una sferzata di vento... si vedono granchi, ombrelloni, fari, bandierine, navigli, cabine da spiaggia, tutto con uno stile piuttosto giocoso, quasi infantile, semplice e diretto. Un vino da battaglia, insomma. Naturalmente si tratta di battaglia navale.

Dive Che Cantano, Muse Che Ammaliano

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La Musa, Barbera d’Asti, Cascina Montariolo.

Il simbolo (logo) di questa azienda piemontese del Monferrato Astigiano è una M inserita in un cerchio. Semplice e diretto (M come Montariolo). Caso vuole che anche il vino che abbiamo preso come esempio, estrapolandolo dalla gamma del produttore, abbia un nome che inizia con “M”. Si tratta di un bel nome, evocativo: “La Musa”. C’è della poesia e della antologia dei miti nell’evocare una musa. Infatti, di questo breve ma intenso termine, Treccani dice: “...nella mitologia greca, divinità del canto e della danza”. Non sono stati solo i nomi ad attirare la nostra attenzione (gli altri vini dell’azienda si chiamano La Diva, Nanà, Costanza, Rosà, Zi Tania... tutte donne, tra l’altro): sono state anche e soprattutto le illustrazioni che contraddistinguono le etichette (si possono vedere tutte qui sotto, alla base del testo). Sono “diverse dal solito”, escono dagli schemi, ma non sono fine a sè stesse, hanno uno stile, una personalità, una propria emozionalità. E sia pure molto diverse come illustrazioni e colori, si capisce subito che appartengono tutte alla medesima serie. Possiamo definirle anacronistiche, avanguardiste, ma anche originali, nuove, in un certo senso irriverenti. Ma certo efficaci nel distinguersi, nel caratterizzare la gamma dei vini e quindi il produttore stesso. Un bella operazione di packaging condotta con un progetto ben delineato. Con un’idea dotata di distintività, grazie soprattutto a questa serie di donne strane ma affascinanti, ammalianti.
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Intrecci Amorosi in Napa Valley

Six Eight Nine (Obey), Cabernet Sauvignon, 
689 Cellars.

Anche se a prima vista potrebbe sembrare, non si tratta del trailer di una nuova serie in programmazione su Netflix. Una serie che potrebbe tranquillamente chiamarsi, facciamo qualche esempio, “Sex in the Cellar”, piuttosto che “Slawine” (da slave, schiavo, e ci riferiamo al nome di questo vino, precedentemente chiamato “Obey”). L’immagine è fotografica, almeno così sembra, o illustrata e in questo caso molto ben trattata, e si trova sull’etichetta di un vino. Etichetta "a tutto campo", dove l’immagine occupa tutto lo spazio disponibile. Si tratta di un Cabernet Sauvignon della Napa Valley (Usa) di un produttore che si chiama “689” (poi torniamo anche sui numeri che sono interessanti). Come già detto, in sinergia con il nome Obey (ma nella versione attuale il vino si chiama Six Eight Nine) la scena proposta in etichetta prende senso: un uomo, tra il vituperato e il sognante, tra il sottomesso e l’invaghito, guarda il Lato B di una donna che posa di fronte alla fotocamera esibendo un corpo da reato, indossando calze dalla trama decisamente originale e un vestitino di seta che parla da sé. Ma è della trama del “racconto” che vogliamo parlare: le possibilità sono infinite, a chi osserva l’etichetta viene delegata la scelta di optare per una storia puramente (!) sentimentale, una liaisòn vagamente sardo-maso, un tramesto di amore e schiavitù del sesso, oppure erotismo e basta, sfumature di grigio (e di rosso) e quant’altro ammesso e concesso. Certo che l’immagine in etichetta è quanto meno ardita, si fa notare, si fa commentare, fa pensare, stimola la fantasia. Anche per quanto riguarda i numeri che formano il logo aziendale la questione è morbosa e va esplorata con attenzione, diciamo così, maniacale.
Infatti mentre il rational del produttore è molto elevato, e tratta di numerologia cinese, il logo che contiene i tre numeri somiglia molto a un 69 (lo riportiamo qui sotto a sinistra), essendo il numero centrale, l’8, praticamente nascosto tra gli altri due. Bel logo comunque, ben progettato, sinuoso ed elegante. Vediamo quindi cosa dicono (o cosa vorrebbero dire) i numeri in questione (testo del produttore): “The number 6 in chinese culture represents happiness or fluidity. It allows us to flow through life with positive thoughts and energy and is also associated with luck and success in the business world. The number 8 in chinese culture represents wealth or prosperity.
The perfect symmetry of the number implies limitless possibilities and evokes balance and enlightenment. The number 9 in chinese culture represents longevity or eternity. Traditionally associated with emperors, the largest single digit is believed to be the luckiest of numbers and inspires harmony and balance in life”. Detto questo, la mente che ha progettato questo episodio da film ha certamente qualche anfratto nascosto e romanzesco. Ma il fatto che ne stiamo parlando dà ragione al cervellotico designer.


Guerrieri Furiosi e Vini Virtuosi

Mandricardo e Doralice, Nerello Mascalese e Catarratto, Baglio Aimone.

Le belle illustrazioni di questi due vini sono la prima fonte di attenzione dove “abbeverare” l’occhio. Ed è un fattore molto importante. Colore e qualità dell’esescuzione, nonché l’utilizzo di inchiostri speciali consentono un impatto iniziale che trasmette accuratezza e maestrìa, oltre agli aspetti legati alla tradizione che subito seguono. Le due figure in questione, infatti, sono due personaggi dell’Orlando Furioso, adeguatamente stilizzate, diciamo pure modernizzate, mantenendo però i tratti “antichi” che appartengono alla tradizione. I due personaggi sono anche, e giustamente, i nomi dei vini: Mandricardo e Doralice. Lo storytelling viene confermato nel sito del produttore (davvero ben realizzato) da brevi ma efficaci spiegazioni: “Mandricardo, feroce guerriero figlio di Agricane, Re dei Tartari, partito alla ricerca di Orlando per vendicare l’eccidio di Saraceni da lui commesso, si imbatte nella bellissima principessa Doralice e, invaghitosi della fanciulla, ne sbaraglia la scorta e la rapisce. La donzella, dopo un iniziale spavento, ricambia infine il sentimento amoroso”. E specularmente, per quanto riguarda il personaggio femminile il sito web di Baglio Aimone recita: “Doralice, bellissima principessa saracena figlia di Stordilano, Re di Granata, è promessa in sposa al moro Rodomonte. Nel corso del viaggio di ritorno verso casa, la ragazza viene sorpresa e rapida dal feroce guerriero Mandricardo a cui, superata l’incipiente apprensione, si abbandona per amore”. Una particolarità: per ulteriore vezzo grafico (e per attirare l’attenzione, logicamente) una delle lettere che compongono i nomi dei due personaggi è di colore diverso ed è “girata”. La “N” di Mandricardo e la “R” di Doralice. A parte il packaging, molto “ottico” e ben realizzato, dobbiamo dire che la scelta dei nomi (i complimenti vanno all’autore dell’Orlando Furioso, Ludovico Ariosto) è davvero particolare: oltre ai citati Mandricardo, Doralice, Agricane, Stordilano, Rodomonte, anche quello dell’azienda ha la sua originalità. Aimone infatti viene spiegato così: “I nomi della nostra azienda e dei nostri vini traggono origine dai personaggi della tradizione cavalleresca, trasportati poi nella tradizione siciliana dall’Opera dei Pupi. Il primo poema epico fu proprio “I quattro figli di Aimone”  del XIII secolo, da cui nacquero i Paladini e le loro gesta, narrati da Ariosto e Boiardo nei romanzi Orlando Furioso ed Orlando Innamorato. Insomma delle belle storie nella storia. E il vino ci guadagna.

Spumanti Tempestosi da Nord a Sud

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Tempesta, Metodo Classico (Grecanico Dorato), Santa Maria La Nave.

Il nome “Tempesta” è sicuramente (per analogia) sinergico con il nome dell’azienda, Santa Maria La Nave, sita in provincia di Catania (ove la zona di coltivazione, siamo sull’Etna, veniva anticamente chiamata “La Nave” per la forma geomorfologica che poteva ricordare una imbarcazione). Ma questa accezione porta con sé anche un significato ben preciso, anzi, più d’uno. Vediamo prima come viene “giustificato” nel sito del produttore: “Tempesta, il cui nome evoca le condizioni metereologiche estreme in cui vivono i nostri vitigni a 1100 metri di altitudine, ma anche alla forza del mare in cui si immerge il nostro vulcano”. Abbiano quindi “La Nave”, abbiamo il mare (poco distante), abbiamo le condizioni atmosferiche a volte “burrascose”. Ma è proprio quest’ultimo significato che emerge: tempesta, se digitato su Google evoca innanzitutto immagini di tregenda (sostanzialmente di naufragio) e Treccani conferma con questa definizione: “Violenta perturbazione atmosferica, di varia estensione e durata, caratterizzata da vento fortissimo, e che differisce dal temporale per la mancanza di scariche elettriche atmosferiche; in particolare ‘tempesta di mare’ caratterizzata da violento moto ondoso...”. Nella lingua parlata, inoltre, soprattutto nel nord Italia, la tempesta è propriamente la grandine. Ora sappiamo quale nemico possa essere la grandine per le coltivazioni d’uva.
E in generale quale sia il timore dell’uomo nei confronti della violenza del meteo. Questo per dire che al di là delle affinità, non siamo di fronte a un nome molto positivo. Evocativo sì, positivo no. Aggiungiamo che la nostra ricerca ha generato la scoperta dell’esistenza di un altro Brut (anch’esso da Metodo Classico ma da vitigno differente, lo Chardonnay) che si chiama “Tempesta”. Viene da Tenuta Maddalena, diametralmente opposta e molto distante da Santa Maria La Nave: l’azienda si trova a 20 km dal lago di Garda, nella Lombardia mantovana. In questo caso la tempesta sarebbe di lago (non meno pericolosa di quella di mare, per le imbarcazioni e i malcapitati naviganti). Ringraziamo il blog Parole di Vino per la foto in alto a sinistra, per ora l’unica disponibile in rete, in quanto lo spumante in questione (la Tempesta di Santa Maria La Nave) è stata una novità del Vinitaly 2019.

Dipende Tutto dal Nome

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Tutto dipende da dove vuoi andare, 
Langhe Rosso, Gabriele Scaglione. 

Non si può parlare di nomi in questi caso, ma di frasi. Sulle etichette di questo produttore piemontese, infatti, campeggiano lievi delle frasi, delle esortazioni, delle “micro-storie”. Per di più scritte in corsivo, a confermare il senso di narrazione. Vediamone alcune: “Tutto dipende da dove voi andare...” (Langhe Rosso), oppure “Passeggiando la vigna...” (Langhe Nebbiolo), o ancora “Ottimo con il pesce e...” (Roero Arneis). Nel proprio sito internet il titolare dell’azienda, Gabriele Scaglione, giustifica così questa originale scelta: “Con questa gamma di prodotti ho voluto comunicare con un po’ di ironia, parlando di favole e sogni, di passeggiate e sensazioni o addirittura consigliando in modo eclatante un’abbinamento. Tutto questo quasi per sdrammatizzare o eliminare alcuni schemi che il vino il più delle volte porta con sé. Questi vini vogliono esprimere in modo netto tutte le peculiarità dei vitigni, con invecchiamenti meticolosi fatti per garantire che ogni vino esprima al meglio il proprio carattere rappresentando e parlando del territorio”. In effetti queste etichette parlano, non c’è che dire. Per quanto riguarda il design vediamo che lo spazio disponibile è diviso in due: una parte, in alto, a sfondo bianco, con il nome del vino (le frasi) e una parte, in basso, con delle illustrazioni, anch’esse molto particolari, giocose, colorate, sognanti. Vediamo infatti pesci, fiori, conigli, orme, re e regine, mongolfiere, etc. Viene meno un certa serietà (che manifesterebbe affidabilità e tradizione) in favore di una ludicità moderna e scanzonata. A testimonianza di un certo Piemonte che vuole rinnovarsi. Al gradimento del pubblico il giudizio finale.
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Un Trabocchetto in Bottiglia

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Mottagrossa, Pecorino, Terre d’Erce.

Il nome di questo vino è in realtà il nome di una spiaggia nei pressi di Vasto, in Abruzzo. Non si tratta di un bellissimo nome, a livello fonetico e semantico, ma quanto meno è geografico, identifica una zona e un concetto di territorialità. Sulle spiagge abruzzesi (e anche su quelle molisane, più a sud) per pescare anche in caso di mare agitato, si usano ancora oggi dei particolari pontili, chiamati “trabocchi”. Ed è proprio uno di questi che è rappresentato sull’etichetta del Pecorino (vitigno) che vediamo qui in alto a sinistra. Non è la prima volta che viene illustrato un trabocco, ma questa etichetta ha una particolarità in più: la soluzione cartografica adottata. Il percorso del trabocco infatti (la passerella in legno che porta alla casetta dei pescatori) è intagliato nella carta dell’etichetta, lasciando quindi una piccola parte con il vetro “a nudo”. Questo accorgimento reca maggiore profondità alla percezione dell’immagine. E impreziosisce la bottiglia. Anche perché incuriosisce e rappresenta una raffinatezza stilistica. L’etichetta nel suo complesso è semplice, prevalentemente nero su bianco. Ma il gioco scenico, grafico e cartotecnico la rendono interessante. Ultima notazione per il nome dell’azienda: Terre d’Erce. Si tratta di una dedica a Erce, Dea della natura e dell’abbondanza, che dà il nome anche a Punta d’Erce, il promontorio dove ha sede l’azienda e i suoi vigneti.

La Magia del Mistero, la Semplicità dell’Acqua

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Il Rabdomante, Montepulciano d’Abruzzo, 
Feudi Bizantini.

Il nome e la rappresentazione grafica in etichetta di questo vino hanno un indiscutibile fascino. È l’effetto del mistero generato da quella parola, ormai in disuso, “rabdomante”, che porta però con sé un significato molto preciso, arcaico, interessante, coinvolgente e anche attinente (che forse è la cosa più importante). Vediamo quindi, secondo Treccani, chi è questo rabdomante: “dal greco ῥαβδόμαντις, chi esercita l’arte divinatoria servendosi di una verga magica; in particolare persona che avrebbe la capacità di scoprire vene sotterranee di acqua o metalli per mezzo delle indicazioni fornite da una sottile bacchetta biforcuta, tenuta più o meno orizzontale con le mani per le due estremità”. La “bacchetta magica” in questione è quella illustrata in etichetta a forma di “V” ed evidenziata, sotto, più in grande, da un inchiostro lucido. Si tratta quindi della capacita di trovare vene di scorrimento di acqua o sacche umide che soprattutto in certe condizioni di siccità, la pianta della vite deve andare a cercare, con le radici, per assicurarsi vitalità e nutrimento. Possiamo ben dire che il Rabdomante in questo caso è la vite. Per interposto significato, quindi, il vino stesso. Insomma che ci si creda o no, un po’ come per il corno “magico” dell’agricoltura biodinamica, questi fenomeni esistono e sono stati ampiamente provati e documentati scientificamente. L’etichetta è nera, con particolari in oro, che la rendono preziosa alla vista e alla percezione, al “lateral thinking” che ognuno di noi ha o dovrebbe avere. Il nome dell’azienda è ugualmente evocativo: Feudi Bizantini, in quanto il paese dove ha sede il produttore, Crecchio in provincia di Chieti, è uno storico sito bizantino dominato da un imponente castello. Feudi Bizantini è un bel nome per una azienda che vuole parlare di tradizione, cultura, storia.

Un Nome e una Etichetta Molto “Composti”

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Charpinò, Chardonnay e Pinot Grigio, 
Antica Corte Bagolina.

L’interpretazione di questo nome è facile, si tratta dell’unione dei due nomi dei vitigni che compongono il prodotto: Chardonnay e Pinot (in questo caso Grigio). Molto spesso si assiste a “operazioni” creative di questo tipo. L’unione di due parole, attinenti al vino, che vanno a formare una nuova parola, un neologismo, che subito (o quasi subito) riconduce a qualcosa di inerente alla produzione in oggetto. In questo caso, “Charpinò” non è proprio immediato, potrebbe far pensare a qualcosa di dialettale, di psudo-francese, a un oggetto o un accessorio di abbigliamento (assona con sciarpa), ma in pratica la notorietà estrema dello Chardonnay aiuta a trovare subito il bandolo della matassa. Non si tratta di un nome geniale, ma che a livello commerciale potrebbe anche funzionare. L’etichetta nel suo complesso appare elegante, l’immagine, probabilmente una illustrazione (ci scusiamo per la fotografia poco definita ma è l’unica che attualmente si trova in rete, compreso nel sito del produttore: solito problema, le aziende non pubblicano foto qualitative dei prodotti e questo va a loro discapito, naturalmente), raffigura la maestosa coda di un pavone. Elemento naturale valorizzante, nobile, arcaico, classico, molte volte ripreso nei dipinti antichi e comunque dotato di una proprio fascino estetico se non gentilizio. Il logo aziendale in alto è tipicamente uno stemma, di quelli che si vedono spesso sulle facciate dei palazzi nobiliari di tutta Italia. Particolari in oro, fondo nero, tutto abbastanza elegante e piacevole.

La Sacralità del Marketing Fatto Bene

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Hallowed Ground, Blend di Rossi, T-Vine Winery.

Abbiamo notato questa etichetta non tanto per il nome del vino (ma ci torniamo più avanti), quanto per il nome dell’azienda vinicola. E per la sua concettualizzazione in etichetta. Quello che si vede subito, guardando la bottiglia a colpo d’occhio, è una “T”, e osservando meglio ci si accorge che è una lettera fatta con un tralcio, una vite simil-alberello. Si vedono, nell’illustrazione ben realizzata, le tipiche screziature del legno di vite. È quasi umana quella vite a forma di “T”. E in più ricorda una croce, qualcosa di sacrale. Volendo aggiungere altri elementi e commenti positivi possiamo notare che la pronuncia di “T-Vine” sarebbe “tivàin”, molto simile, in inglese a “Divine” cioè divino. Solo un gioco di parole? Non solo. Il tutto “sta insieme” molto bene. È semplice, diretto, significativo. A livello tecnico è molto bella anche la carta dell’etichetta, rugosa e “terrosa”, pugnace e sincera. In generale il packaging design è ordinato, rurale ma elegante. La S celta dei caratteri di scrittura è ottimale, i colori sono equilibrati, non c’è nulla di più e nulla di meno di quello che serve ad assicurare una percezione valoriale e coerente.
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L’azienda si trova in California e produce un serie di vini di ampio commercio. Insomma fa le cose per bene a partire dall’immagine che vuole fornire di sé. Il nome del vino in questione è anch’esso interessante: “Hallowed Ground” che tradotto sarebbe Terreno Consacrato, in quanto le uve che servono a produrre questo vino vengono da un antico vigneto che gli avi degli attuali produttori avevano scelto e “consacrato” alla loro iniziale impresa. Sempre con il significato di indulgente sacralità della quale è pervasa tutta la comunicazione dell’azienda. Qualcosa da imparare c’è, in fatto di vino, anche dagli americani. Quanto meno per l’advertising.

Il Capoluogo del New Mexico è Ghemme

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Santa Fé, Ghemme DOCG (Nebbiolo e Vespolina), Ioppa.

Perché chiamare “Santa Fé” un vino italiano, dell’Alto Piemonte, Docg e anche molto tradizionale? Allora vediamo... Santa Fe (senza accento) è una cittadina, capitale dell’omonima contea sita nello stato del Nuovo Messico negli Stati Uniti d’America. E per la cronaca è anche il nome di un modello di autovettura (un Suv) della Hyundai, casa automobilistica coreana. Santa Fe significa (dallo spagnolo) “Santa Fede”. Stesso significato in portoghese ma con accento. Detto questo, il vino di cui stiamo parlando nasce in provincia di Novara a Romagnano Sesia ad opera di una azienda storica che data la propria nascita al 1852. Certo la “fede” è radicata anche nelle province piemontesi (la fede religiosa come la fede nel vino in quanto prodotto autoctono indispensabile in tavola) ma l’uso di questa terminologia ispanica risulta come  minimo strano (e non trova una spiegazione nel sito aziendale, almeno allo stato attuale). Da notare che i nomi degli altri vini di questo produttore sono molto tradizionali: sono espressi in dialetto locale o comunque richiamano luoghi o caratteristiche organolettiche. Ad esempio l’altro Ghemme Docg di questa casa vinicola si chiama “Balsina”, antico nome della zona dove si trova il vigneto. Un altro nome di un vino rosso di Ioppa è “Mauletta”, variante ampelografica del vitigno Vespolina. Il design dell’etichetta è semplice, pulito, piuttosto arcaico nella scelta dei caratteri di scrittura, generando un’etichetta molto classica, comunque gradevole nella sua linearità. Bello e ben realizzato lo stemma di famiglia con i due orsi.

Montalcino Porta Fortuna

Fortunello, Sangiovese, Podere La Fortuna.

Certo che possedere un podere (soprattutto su terre estese) nella zona di Montalcino, oggi è diventata una vera fortuna. 100 anni fa i contadini viticoltori facevano ancora “la fame”. Oggi un ettaro a Montalcino è diventato una miniera d’oro. Ma non è per questo che l’azienda in esame si chiama “La Fortuna” e questo sangiovese si chiama “Fortunello”. Il nome risale a quando il capostipite della famiglia Zannoni decise di avviare l’attività vinicola. Il nome “Fortunello” riporta a sensazioni positive. Si dice fortunello qualcuno che le imbrocca tutte, al quale la Dea Bendata dedica molte attenzioni, diciamo così. E quindi chi lo legge, chi lo porta a tavola, ritiene di poter ricevere un po’ di quei benefici. Vieppiù che l’azienda si chiama “Podere La Fortuna”, confermando il concetto. Quindi con i nomi siamo a posto, sia pure con estrema semplicità di concetto che in ogni caso non fa mai male. Veniamo all’etichetta: siamo a Montalcino, uno dei luoghi più classici della Toscana. L’80% delle aziende del territorio riporta in etichetta il disegno di un casale antico. Ed eccolo qua, anche in questo caso. Delineato da un disegno al tratto chiaro (argentato) su fondo scuro (sempre elegante). Scritte in oro completano un “quadretto” ordinato, centrato, scontato. Lo schema è didascalico, didattico, elementare, di certo non creativo.

Geometrie Planetarie Senza Futuro

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Vespolezza, Vespolina, Cantine Pietraforata.

Difficile definire queste etichette (in masso a destra, ingrandibile cliccandoci sopra, l’immagine della serie completa). Sono così fuori da ogni ragionevole circostanza che lasciano basiti. Anche i nomi dei vini destano qualche perplessità: Vespolezza (l’etichetta che abbiamo preso come esempio, vitigno Vespolina), Chiarezza, Orezza e Saggezza (rispettivamente Erbaluce, Nebbiolo e ancora Nebbiolo). Ma sono i risvolti grafici che lasciano attoniti... si tratta, a quanto si riesce a percepire, di figure geometriche senza un chiaro costrutto. Potremmo definirle, cercando di valorizzarne e giustificarne l’adozione, come opere di arte contemporanea. Potrebbero essere anche esercizi di geometria applicata oppure, diciamo, “forme in libertà”.
Sembrano dei pianeti ritagliati in modalità collage o chissà cos’altro è balenato nella mente di chi le ha create. Forse sono una serie di figure tipo quelle che gli psicologi sottopongono ai pazienti per vedere cosa ognuno ci vede “dentro” e quindi tentare di interpretare le varie nevrosi che tali interpretazioni sottendono. L’unica cosa che si salva è il nome dell’azienda, Pietraforata, probabilmente frutto di qualche elemento fisico esistente in sede o in vigna. Quanto al logo aziendale meglio soprassedere, se non altro perché, come per il packaging, non si riesce a darne una interpretazione logica e fruibile, se non la presenza (per ipotesi) di due lettere, forse una “P” e una “F” ma anche questo è molto difficile da capire.

Una Grandeur Davvero Piccola

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Grandeur, Barbera d’Alba, Michele Mascarello.

Vediamo subito cosa dice Treccani riguardo alla “Grandeur”: “(propr. “grandezza”) nel linguaggio giornalistico, esibizione o ambizione di potenza, da parte di uno stato, con riferimento soprattutto alla Francia”. Questo per quanto riguarda il nome del vino. All’etichetta ci arriviamo dopo (anche se vorremmo non arrivarci mai). Si nota subito, alla base della bottiglia, anche il cognome della proprietà, noto e diffuso nelle Langhe: Mascarello. Noto soprattutto per altri produttori di spicco che si chiamano così. Diciamo che in questo caso un po’ di celebrità “di riflesso”, potrebbe arrivare. Ma non è questo il punto. Passiamo dunque al packaging design che in pratica... nega sé stesso. Con un nome così (già discutibile perché in lingua francese e non si capisce perché dobbiamo dare crediti semantici e valoriali ai cugini d’oltralpe, nostri principali concorrenti nel mondo del vino), un nome quindi che inneggia a una certa grandiosità, viene accompagnato da una grafica sinceramente molto provinciale, non in senso dispregiativo, s’intenda, ma letteralmente qualcosa che di internazionale, di ampio, di elevato, non ha nulla. Come spesso abbiamo detto in questo blog, anche in questo caso non in senso dispregiativo, questo è un classico esempio di “etichetta del tipografo del paese”. Purtroppo in via di estinzione, i tipografi di una volta, che il loro onesto e valoroso lavoro l’hanno sempre fatto. Ma qui stiamo parlando di “grandeur”. O forse no?

Un Insolito Lambrusco che Gioca con la Comunicazione

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Spumante Millesimato, 
Lambrusco di Sorbara, Cantina della Volta.

A Sorbara si sono messi in testa di fare lo Champagne col Lambrusco. E ci stanno riuscendo bene, per folle che possa sembrare il progetto. Il metodo è quello dei francesi, l’uva è quella emiliana, nota per essere tradizionalemente spumantizzata, sì, ma in modo certamente diverso. In questo Brut il Lambrusco di Sorbara si trasforma: da moro diventa biondo, o meglio non gli viene consentito di diventare scuro, togliendo subito le sue rosse bucce. Lambrusco in bianco, insomma. Ma veniamo a questa fanciullesca etichetta: i tratti sono subito quelli di un disegno infantile, infatti. E questo non gioca sicuramente nel campo della valorizzazione. C’è un’idea: quella di scrivere una frase che si legge (il problema è proprio la leggiblità, invece) su due livelli, una parte scritta in bianco (su fondo bianco!) e una parte scritta in rosso (sempre in corsivo, poco... discorsivo). In pratica la lettura completa è “Questo spumante brut millesimato è stato elaborato nel 2013 da Christian Bellei (titolare dell’azienda e winemaker) in Cantina della Volta a Bomporto, Italia”. Nella frase risultano, in pratica, evidenziate in rosso le parole Spumante Millesimato 2013 Christian Bellei Cantina della Volta (per leggere il resto è necessario fare delle manovre di ricerca della luce e del contrasto offerto dall’inchiostro lucido delle scritte). Una barchetta, anch’essa molto bambinesca, mutuata dal logo aziendale, conclude e “firma” il tutto. Si potrebbe dire che siamo di fronte a una etichetta-gioco, ma anche se sono apprezzabili la scherzosità e la leggerezza d’animo, il vino non è un gioco, soprattutto quando si tratta di comunicarlo e di venderlo. P.S.: la bottiglia in questione non è di quelle che costano poco.

Alle Radici del Discorso

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Radicosa, Montepulciano d’Abruzzo, Tenuta Coppadoro.

Diciamo subito che questa etichetta è bella. Ed è bello anche il nome del vino. Vediamo di analizzare gli elementi che compongono il packaging. La grafica, anzi propriamente la cartotecnica, visto che si tratta di due pezzi staccati, si divide cromaticamente in due parti, una superiore, bianca, una inferiore, marrone, dove possiamo facilmente scorgere il gioco concettuale che viene proposto: la pianta, le fronde, sopra e le radici sotto. Non a caso il nome del vino è “Radicosa” a valorizzare ancora di più il ruolo delle radici della vite, atte ad andare a “rintracciare” sottoterra i nutrimenti che servono a far maturare i frutti. In una terra come la Daunia, Tavoliere delle Puglie, dove il sole è generoso ma l’acqua un po’ meno, la profondità dell’impianto radicale  è determinante per la sopravvivenza equilibrata delle piante soprastanti. La parte radicale, nel packaging viene sottolineata, anzi, nel vero senso delle parole, le viene dato rilievo con uno spessore percepibile al tatto. Per il resto l’etichetta è semplice, essenziale: il messaggio è chiaro, diretto. Alla base troviamo il nome del produttore e il logo aziendale: il fiore del cardo stilizzato, “simbolo di crescita ed eleganza” come scrive la proprietà nel sito web. Da notare, ma nella foto questo particolare è troppo piccolo, che sulla destra dell’etichetta c’è una piccola striscia rossa preceduta dalla scritta “Red Wine” a beneficio dell’export. A questo proposito, in alto, sotto al nome del vino, troviamo il nome della località di produzione, San Severo e la specifica “Italy”, che fa sempre piacere.

Il Viticoltore al Centro della Terra

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Funsu, Langhe Nebbiolo, Cascina Cà Rossa.

Un’etichetta semplice, lineare, spartana, iconografica in senso riduttivo, che abbraccia la sintesi, forse troppo. Ma vediamo i dettagli. Salta subito all’occhio la sagoma di un contadino che sta zappando. È indubbiamente il protagonista dell’etichetta. E consultando il sito del produttore, Cascina Cà Rossa di Canale d’Alba, Piemonte, scopriamo che quel contadino ha un nome, che è anche il nome del vino: “Funsu”. Ecco la spiegazione dell’azienda: ”Questo vino è dedicato ad Alfonso, in piemontese “Funsu”, padre di Angelo e contadino virtuoso e fedele alla propria terra”. Angelo Ferrio è l’attuale proprietario. Un bellissimo omaggio quindi, al padre fondatore, al suo essere contadino e viticoltore, un omaggio alle sue fatiche, un riconoscimento per i suoi insegnamenti. Come detto prima l’etichetta è semplice: un fondale azzurro cielo è l’unica nota di colore. Oltre alla scritta “Langhe Nebbiolo” in rosso, con un carattere di scrittura ben scelto. Non è efficace invece il logo aziendale, riportato in alto, al vertice dell’etichetta, dispersivo nella sua modalità piuttosto didascalica. La “casa rossa” viene rappresentata da un tratto (un tetto) che non riesce a incidere otticamente.

Una Merenda Piemontese in Dialect Network

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Sapèl, Langhe Nebbiolo, Merenda Sinoira.

Le etichette di questo piccolo produttore piemontese, per ora solo due, sono caratterizzate da un grande “hashtag”, come dire? Il segno # (che è anche logo aziendale). Un segno ormai diventato simbolo di digitalizzazione, di social network, di un linguaggio da nuovo millennio. Eppure i nomi dei due vini, un Langhe Nebbiolo, semplice, che vediamo qui in alto a sinistra, e un Barbera d’Alba Superiore, sono espressione del dialetto locale (l’azienda ha sede ad Alba). I due vini si chiamano “Sapèl” e “Sèj”. Il primo viene raccontato così (con un ottimo rational, ben scritto): “Sapèl è un termine del dialetto piemontese che indica l'ingresso al vigneto, all'appezzamento di terra di proprietà. Abbiamo scelto questo nome per il nostro primo vino, in quanto per noi rappresenta l'ingresso in prima persona nel panorama enologico“.
Mentre il secondo, che vediamo qui in basso a destra viene spiegato così: “Séj”,tradotto letteralmente dal dialetto Piemontese, significa sete. Dietro la scelta di questo nome per la nostra Barbera d'Alba Superiore c'è una prerogativa della nostra filosofia aziendale, della nostra amicizia, delle nostre giornate: essere assetati vuol dire essere vivi, vuol dire essere motivati e non accontentarsi mai, cimentarsi in nuove sfide“. I titolari di questa azienda (Merenda Sinoira significa, in dialetto piemontese, “merenda serale”, insomma “tardo-pomeridiana”) sono giovani ma non vogliono certo perdere il contatto con la tradizione, ma nemmeno rimanere indietro “tecnologicamente”. Ed ecco quindi una commistione di elementi, sintetizzati in etichetta da un nome e un simbolo. L’effetto è sicuramente attenzionale anche se la sensazione è di vivere un’emozionalità “sterilizzata”, o meglio un po’ sintetica.

Azzurro, Questo Amarone è Troppo Azzurro

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Moròpio, Amarone Classico, Antolini.

Se non fosse per quella frase di Thomas Mann riportata sul fronte dell'etichetta, il nostro giudizio sul packaging complessivo di questo Amarone sarebbe totalmente critico. Vediamo perché. Innanzitutto il lato positivo: la frase in questione che purtroppo si ritrova defilata in basso: "Grazie all’arte di coltivare e pigiare l’uva, gli uomini uscirono dallo stato di barbarie e divennero civili". Una grande e bella verità. Come già detto è del celebre scrittore tedesco nato a Lubecca nel 1875. E adesso le negatività (a nostro modesto e soggettivo parere): il marchio dell'azienda in alto a sinistra, Antolini, proposto come se fosse specchiato, cioè raddoppiato graficamente con un effetto che probabilmente confonde più che guadagnare memorabilità. Poi il tono cromatico generale dell'etichetta, l'azzurro, che per un Amarone (e per qualsiasi vino, soprattutto per i rossi) ci sta come i cavoli a merenda (riprendendo un noto detto popolare). Il nome del vino: "Moròpio" che il produttore spiega essere il nome storico del vigneto di coltivazione delle uve. Questo non evita il fatto che non siamo di fronte a un bel nome, foneticamente e semanticamente parlando, cioè per pronuncia e significato (scritto, tra l'altro, con un carattere e un colore poco leggibili). Il design complessivo dell'etichetta: quasi infantile, con dei tracciati stile pastello, che tagliano, diciamo pure rompono, la continuità dello spazio comunicativo. Il tutto non valorizza affatto il prodotto. Anzi.

Un Vino Davvero Datato

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2013, Chianti Classico, Capannelle.

Questa azienda vinicola di Gaiole in Chianti ha recentemente cambiato la propria linea di etichette dopo molti anni durante i quali sono rimaste immutate. I quattro vini di punta dell'azienda hanno acquisito oggi un vestito, un design, molto essenziale dove "trionfa" l'annata relativa la vino. Per il resto abbiamo le logiche e normali scritte di legge su una base molto... basica. Con il nome dell'azienda in basso. Il fatto curioso è che tutta questa semplicità viene spiegata nel sito internet dell'azienda con un lungo testo che argomenta ampiamente questa scelta. A noi ha attirato (come sarà per tutti coloro che vedono queste etichette) subito la data, per la sua dimensione che non si può non vedere.
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Leggiamo cosa dice il produttore riguardo a questa scelta: "Il concetto dell’annata vuole essere esplicitamente espresso in etichetta nell’idea di rivolgersi ai nostri consumatori senza tanti fronzoli. Che si tratta di un 2013, ad esempio, la bottiglia lo afferma in modo inequivocabile e immediato. Ci mettiamo la faccia, un po’ come avviene nelle nuove modalità di comunicazione di oggi”. Più che la faccia ci mettono la data. Su questo non di discute. In pratica l'annata, così grande, diventa nome. Cioè si potrebbe considerare il numero 2013 come il vero e proprio nome del vino. Anche se è spontaneo pensare che come nome non funziona. Perché di fatto non lo è. La nota distintiva di questa etichetta, volendola cercare e trovare, è la data, cioè l'annata. Sotto di essa infatti leggiamo "Chianti Classico", come tanti altri, e "Riserva" come tanti altri. Certo, questo è il Chianti Classico di Capannelle. La nota distintiva la fa (finalmente) il nome del produttore. È la sua garanzia. In questo senso "ci mette la faccia". E per concludere questa breve analisi in estrema sintesi: nutriamo perplessità.