Carbonare e Turacciolai, Estetica e Storia

Vigneti di Carbonare, Garganega (Soave Classico), Azienda Agricola Inama.

branding comunicazione marketing concept
L'immagine e la comunicazione di questo noto produttore veneto sono sinergiche, distintive e quindi efficaci. Le etichette si riconoscono subito grazie al loro stile "asciutto", ma caratteristico: alcune illustrazioni dal tratto antico sono sempre al centro dell'etichetta e del discorso. Uno degli ultimi nati dell'azienda, frutto della coltivazione di un vigneto singolo, ricco di specificità, si chiama "Vigneti di Carbonare" e porta in dono l'illustrazione di mani d'artigiani intenti a produrre turaccioli. Tappi di sughero, come si dice meno poeticamente adesso. Abbiamo quindi due storie: quella che spiega il nome del vino, che ricorda l'antica attività, tipica della zona, relativa alla combustione di cataste di legna e torba per produrre carbone e quella dei turacciolai, narrata da una immagine presa dall’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers di Diderot e D’Alembert, pubblicata nel XVIII secolo. Attorno a queste due storie ruota comunque uno stile ben definito, con caratteri di scrittura adeguati e ugualmente particolari. La carta utilizzata per le etichette impreziosisce il tutto ed è coerente con il tema "anticato". Poi quando, a fronte di una accattivante comunicazione, si decide di acquistare e assaggiare il vino, il palato conferma: qualità senza incertezze.

Lassù Dove Pascolano i Caprioli

branding grafica concept comunicazione
Kerner, Rudi Vindimian.

Il nome di questo vino potrebbe essere "780 m.s.l.m." ma di fatto un nome non ce l'ha. Incuriosisce, oltre alla quota molto alta di coltivazione dei vigneti, anche il cognome del produttore: Vindimian, che assona curiosamente a "vendemmia". Forse non a caso, visto che si tratta di una attività trasmessa di generazione in generazione. Forse il cognome di un avo fu dato proprio in considerazione della sua propensione alla vigna. Il nome del vitigno invece non è facile, almeno per gli italiofoni. Si tratta in realtà di un cognome: Kerner. Il web riferisce che è un vitigno semi-aromatico creato nel 1929 da tale August Herold (in Germania) da un incrocio tra Schiava Grossa (detta anche Trollinger) e Riesling (Renano). Il nome di questo incrocio deriva quindi da Justinius Kerner, medico e poeta tedesco al quale fu dedicato il vitigno in questione. Ma veniamo al packaging. L'etichetta si fa notare, è insolita, ma non priva di aspetti discutibili. Innanzitutto la foto: capita di rado, per fortuna, di trovare design di etichette che utilizzano fotografie reali. Perché non è il territorio ideale per questo tipo di rappresentazione e di percezione. L'etichetta non è una rivista, un cartellone pubblicitario o un album di fotografie. Ha altre valenze e velleità. Salvo casi particolari, logicamente. In questo caso la fotografia inquadra animali (sia pure simpatici, i caprioli): ciò non è ragionevolmente valido per una etichetta alimentare. Certo, c'è un collegamento concettuale tra l'altitudine indicata in alto (i 780 metri) e i caprioli. Qui l'altezza è una specificità molto interessante per la qualità del vino, in particolare del Kerner. Ma non vengono annullate le perplessità riguardo l'uso di una fotografia in etichetta. Altro piccolo difetto che compromette la leggibilità, è la sovrapposizione della scritta "Kerner" sugli elementi grafici dell'etichetta. Quanto meno rimane una certa eleganza dei toni scuri abbinati al dorato delle scritte.

La Semplicità del Grappolo, l'Eleganza della Semplicità

grafica comunicazione branding marketing
El Jefe, Tempranillo, 
Stoneridge Vineyards.

Molte volte abbiamo chiosato l'importanza della semplicità nel design. Non una semplicità fine a se stessa e nemmeno troppo "semplice". Insomma, facile a dirsi ma non a farsi, forse nemmeno a capirsi. Ci proviamo con questo esempio di packaging essenziale ma efficace, almeno dal punto di vista della comunicazione visiva e concettuale. Si tratta di un vino prodotto in Usa, nella Walla Walla Valley (Washington, Seattle, per intenderci). L'eclettico titolare dell'azienda, amante dei vini e dei cibi spagnoli, lo produce utilizzando Tempranillo al 100%. E decide di "rappresentarlo" con un grande grappolo stilizzato in etichetta. Non si può non vedere, non notare, anche a distanza, su uno scaffale, ad esempio.
immagine comunicazione vino
Una scelta apparentemente semplice: un grappolo d'uva a definire un mondo, quello enologico, che in effetti origina tutto da lì. Dal frutto millenario. Gli acini che formano questo grappolo sono a loro volta molto semplici nella grafica: un cerchio nero e un riflesso bianco. Stop. Ma l'effetto è assicurato. Sotto, ordinatamente e con un'ottima scelta di carattere (font di scrittura) le altre informazioni, tra le quali, logicamente il nome del vino. "El Jefe", che in spagnolo significa "Il Capo". Il bianco e il nero, otticamente perfetti proprio perché contrapposti, risolvono in modo vincente questa etichetta. Complimenti.

Macchie di Colore in Semplicità

branding comunicazione arte grafica illustrazioneCielo, Mare, Terra, 
Cantine Benvenuto.

I tre vini rappresentativi di questa cantina calabrese si chiamano in modo molto semplice: Cielo, Mare e Terra. Vediamo nel dettaglio: "Cielo" è un rosato da uve Calabrese in purezza (praticamente un Nero d'Avola in rosa), "Mare" è un vino bianco da Zibibbo e Malvasia, mentre "Terra" è un vino rosso da Greco Nero e Magliocco. Ma veniamo alle etichette: sono semplici, anche se molto colorate, per l'esattezza risultano acquarellate. Macchie di colore con l'aggiunta del solo nome del vino e del nome del produttore poco sotto ad esso. L'impatto visivo c'è, anche se le scelte cromatiche non rincorrono in modo particolare il "tema", cioè abbiamo dei toni viola per il Cielo (forse un cielo plumbeo), dei toni azzurri per il mare (e qui ci siamo) e dei toni rossastri accesi per la Terra (diciamo una terra arsa). Alcune corrispondenze ci sono: vino bianco per il mare, vino rosso per la terra e vino rosato per il cielo... ma al di là di queste osservazioni "sinergico-cromatiche", quello che si può dire è che nella loro estrema semplicità queste etichette riescono a farsi notare, grazie ad una personalità di tipo artistico, senza concetti pregnanti ma con una proposta molto diretta e a suo modo coraggiosa. Insomma, non convincono ma "bucano lo schermo".

Celebrando un Artista "di Campagna"

camunicazione marketing branding grafica illustrazione
Barolo, Cantina Tomaso Gianolio.

C'è sostanzialmente della cultura contadina nelle illustrazioni del Maestro Gianni Gallo (scomparso nel 2011). Originario di Dogliani e noto per aver fornito la parte visiva delle bottiglie di alcuni tra i più celebrati produttori di Langa, l'illustratore prediligeva soggetti riguardanti la natura e il lavoro nei campi. Ma soprattutto era un vero artista, di quelli che non operano per denaro ma per passione. Molto spesso infatti questo bravo pittore disegnava per amicizia, ricevendo in cambio qualche bottiglia di vino o qualche conviviale pranzo. È stato anche in questo caso per amicizia che Gianni Gallo ha disegnato le etichette per questa piccola azienda di Fossano, la Cantina Tomaso Gianolio. Tutti soggetti "di lavoro": particolare quello relativo al Barolo dove un agricoltore si riposa nel campo bevendo da un otre. Un tocco di ironia ha consentito all'artista di raffigurare il soggetto con un piede nudo, come se avesse perso uno scarponcino, o forse volutamente scalzato per godere maggiormente di un attimo di relax. Questa immagine è quella che è stata scelta dai fratelli Gianolio per rappresentare l'azienda stessa. Nella gamma dei vini del produttore, troviamo altri soggetti "di campagna" come quello del Nebbiolo d'Alba dove un corpulento contadino sta vangando un terreno. Sempre molto colorati, attenzionali, con uno stile "casereccio" ma originale: lo stile che ha sempre contraddistinto queste illustrazioni nei vari soggetti, annate e produttori vari in cui si sono susseguite. Un omaggio quindi a Gianni Gallo per la sua valente e onesta attività pittorica.
branding grafica illustrazione
Per quanto riguarda il packaging, in particolare di queste etichette, si riscontra l'assenza di un nome per i vini (ma questo diciamo che non è un problema, almeno fino a un certo livello di produzione e di ampiezza della gamma proposta) e un design abbastanza approssimativo con le scritte di legge tutte riunite in basso a discapito della leggibilità e dell'eleganza generale dell'etichetta. L'illustrazione centrale, come abbiamo detto, molto colorata, "fa il proprio gioco". Ma per un'etichetta equilibrata e comunicativa potrebbe non bastare, nonostante l'indiscutibile estro dell'artista che ha curato le illustrazioni. E il vino? Oltre al Barolo e agli altri rossi dell'azienda, abbiamo assaggiato l'Arneis e l'ultimo nato, un Metodo Classico 36 Mesi tagliente e "verticale". Insomma il Piemonte conferma che spesso dove si trovano piccole e accurate produzioni la qualità non manca!

A Come Asolo, Autostrada, Autoclave

branding marketing comunicazione graficaA3, Asolo Prosecco Superiore Docg, 
La Tordera.

Sarà mai possibile chiamare un vino "A3" come un formato di fogli di stampa o un'autostrada? Tutto questo è già successo, in Veneto, nella zona del Prosecco. Forse non si trova una ragione, ma una spiegazione sì, nel sito del produttore: "A3 è un Extra Brut con 3 grammi di residuo zuccherino, espressione dell’identità delle colline di Asolo, dove la natura del terreno predispone a vini di struttura, piacevolezza ed eleganza". Ed ecco il nome del vino in etichetta, con uno stile (carattere di scrittura) moderno e "di design", su sfondo scuro, elegante, ad etichettare una bottiglia tozza, "da Champagne" che ottiene il risultato di valorizzare il prodotto. In alto (in stampa) e in basso (in rilievo sul vetro della bottigia) troviamo il nome del produttore, La Tordera. E c'è una spiegazione anche per questo: "Il nostro nome lo dobbiamo a una dolce collina, territorio del Cartizze. Questa collina anticamente ospitava un roccolo comunemente chiamato Tordera. Nella stagione autunnale, infatti, i tordi scendevano dalle vicine montagne in cerca di cibo tra i filari dei vigneti, da questa tradizione l’altura ha preso il nome di Tordera. Nonostante il roccolo non esista più, il nome è rimasto vivo nella memoria collettiva". Bravi, se non altro per aver spiegato i nomi, del vino e dell'azienda. Meno convincente il forte contrasto che si genera tra la (un po' sterile) modernità di A3 e la storicità (geolocalizzante, praticamente dialettale) di La Tordera. Fa da testimone a questo strano connubio semantico la sagoma di un tordo. Ma diciamo che era dovuto.

Colore su Nero, Lettere su Lettere

branding marketing comunicazioneFalanghina, Nardone (Nardone).

F come Falanghina. E nella stessa gamma del medesimo produttore abbiamo G come Greco, F come Fiano, T come Taurasi, A com Aglianico. In realtà le "F" sono due su questa etichetta: una grande e colorata, l'altra simile ma che figura come iniziale del nome del vitigno. Le lettere in questione sono tracciate a pennello, presentano un tratto "sporco", smangiato, artistico. Da lontano si fanno notare: sarà per il colore incisivo, sarà per la lettera grande, sarà per lo spunto pittorico. Il fondo nero dell'etichetta enfatizza il tutto. Funziona ma non convince. Ma se funziona, si può quindi dire che l'etichetta è riuscita. E allora andiamo a vedere qualcosa che non va nel marchio, che figura in alto, cioè il nome dell'azienda: Nardone. Ripetuto due volte, chissà perché. Infatti sotto al primo nome, il medesimo si ripete più in piccolo, in giustezza, proprio alla base del "fratello maggiore" (e anche il dominio internet dell'azienda è "nardonenardone" tutto attaccato). Una frasca di vite, in grigio, riesce comunque a sottrarre leggibilità e a non aggiungere nulla in fatto di preziosità. Da rivedere. Ma nel complesso, queste etichette possono dire la loro. Complimenti con riserva.
marketing packaging comunicazione


Barolo di Tradizione o di Transizione?

branding illustrazione grafica merketing immagine viticoltura
Barolo, Viglione.

Il packaging non è solo naming, logicamente. È un complesso di cose. Un'etichetta si valuta nel suo aspetto generale, certo con specifiche attenzioni agli elementi di rilievo e infine a quello che riesce a comunicare. Abbiamo già affrontato la "questione piemontese", soprattutto nelle Langhe, dove il conflitto tra classicità e tradizione contro modernità e "transazione" è ben presente ai giorni nostri. Insomma c'è chi il Barolo lo tratta come un vecchio padre e chi come un giovane virgulto. Ecco quindi una etichetta di Barolo molto "trasgressiva" rispetto ai canoni storici di quelle zone. Il nome dell'azienda, in alto, è certo scritto e impaginato nel modo classico, alla Roagna e alla Gaja, per intenderci: fascia nera e scritta grande.
comunicazione grafica marketing winelabels
Ma subito sotto, centralmente, una vignetta, diremmo scherzosa, propone un uomo che bacia un calice di vino con trasporto. Originale lo stile dell'illustrazione, originale di conseguenza l'etichetta, anche per le ragioni sopra descritte. E pensare che il produttore in questione è un tradizionalista, per quanto riguarda il vino. Diciamo pure un "naturalista". Questo non vieta però, evidentemente, di adottare una comunicazione in stile innovativo. Molti sono gli esempi specularmente contrari, con etichette che resistono alle lusinghe della "comunicazione moderna" proponendosi con stile arcaico e ben "collaudato". Tipo quella riportata qui di fianco a destra. Chi avrà ragione? Tutti e nessuno. Ma soprattutto deve averla la qualità del vino.

In Alto i Cuori (il Vino Aiuta)

branding marketing comunicazione illustrazione enologiaSursum Corda, Passito da Malvasia del Lazio, Federici.

C'è una storia millenaria dietro all'affermazione in latino che è anche il nome di questo passito del Lazio, "Sursum Corda". Una storia interessante e sostanzialmente... rincuorante. Il significato è "in alto i cuori" e tale accezione appartiene da sempre al rito della Messa Cattolica in latino. Viene pronunciata dal sacerdote in concomitanza con il gesto di alzare le mani mentre i fedeli rispondono "sono rivolti al Signore". È bello, è un incoraggiamento, un modo di trasmettere sensazioni positive. Da notare che in altri riti orientali il "sursum corda" diventa "sursum mente", cambiando le carte in tavola ma non il moto incoraggiante rivolto alla platea. In pratica, nel gergo di tutti i giorni questa affermazione corrisponde a un deciso "su col morale!". Il nome di questo vino, viene sinergicamente accompagnato dal visual, dal disegno in etichetta, dal design, quindi. Fondo nero, elegante, e tratti quasi fumettosi a rappresentare un cuore che fugge da una gabbia. Bello anche questo: l'umore, il morale, si eleva quando si libera dalle gabbie mentali e fa volare via leggero il cuore. Infine piace anche la forma della bottiglia, adeguata per un passito, a chiusura di un progetto ben riuscito.

Un Bianchello che Sa di Champagne

Bianchello Ribelle, Bianchello del Metauro, Tenuta Cà Sciampagne.

branding marketing immagine comunicazione
Stiamo parlando di un vino prodotto con uno dei vitigni meno conosciuti d'Italia, tale Bianchello del Metauro. Dal nome del fiume Metauro che sfocia nell'adriatico a Fano, nelle Marche. Diciamo subito che già il nome del vitigno "Bianchello", diminutivo, non lo rende nobile all'attenzione. Questo Bianchello in particolare è anche "ribelle" per scelta del produttore. A compensazione del suo nome non certo sontuoso, dobbiamo dire due cose: che il vitigno è ottimo e colpevolmente ignorato da esperti e consumatori, e che, in questo caso, il "Ribelle" ha il suo perché. Si tratta di "uve raccolte e selezionate a mano, fermentazione spontanea con soli lieviti indigeni in acciaio, macerazione di 3 mesi, separazione manuale e per gravità dei mosti/vini dalle bucce e fecce. Nessuna filtrazione, nessun solfito aggiunto e imbottigliamento manuale per gravità", citando la scheda prodotto di Rolling Wine. Certo incuriosisce anche il nome del produttore, "Tenuta Cà Sciampagne", che richiama o schernisce la nota regione francese dalle costose bollicine. A proposito di questo, nel sito dell'azienda troviamo scritto che: "Tenuta Ca’ Sciampagne deve il suo nome alla località catastale su cui sono piantumati buona parte dei vigneti". Verità o edulcorazione di qualche scritto arcaico, di fatto questo Sciampagne sembra proprio una simpatica allusione. E il design dell'etichetta? Uno stemma (molto bello) e un disegno antico (l'azienda si trova alle porte di Urbino), impaginazione ordinata (se non ordinaria), canoni classici, promossa con un 6 politico.
naming branding concept comunicazione

Danze Russe o Vini Piemontesi?

grafica mktg comunicazione winelabels
Pradvaj, Roero Arneis, Malabaila.

Curiosamente sia il nome di questa azienda vinicola, sia il nome di questo vino, sono foneticamente vicini alla lingua russa. Non al cirillico come caratteri, bensì ad una eventuale trasposizione. Basti ricordare che Balalaika è il celebre strumento musicale russo a corde e che Pravda (verità) è un noto quotidiano di Mosca nonché ex organo del partito comunista (oggi esiste una versione on-line che nulla c'entra con la vecchia Pravda). E invece... si tratta proprio di Piemonte e delle sue origini. Giova ricordare che nel dialetto e soprattutto nei cognomi piemontesi ricorre ancora oggi la lettera "J" (vedi anche il noto produttore Vajra). Serve soprattutto la descrizione che l'azienda in oggetto redige, nel proprio sito web, per spiegare entrambi i nomi qui in esame: "Nell’archivio Malabaila, mazzo 9, si legge: “nell’anno 1508 il Conte Daniele Malabaila di Canale, anche a nome dei fratelli, acquista da Bernardo e Ludovica dei Conti Roero la ‘motta’ ossia la cascina Pradvaj che comprende un prato ed una collina di giornate 40 per la somma di 1949 fiorini”. A questo punto, volendo fare i pignoli, bisogna dire che "Malabaila" non suona così bene, evocando, il suo prefisso, parole come malafemmina, maladrino, malasorte, e via discorrendo. Ma il nobile cognome è quello e certo non si poteva cambiare. Per quanto riguarda il design dell'etichetta, pur reso abbastanza elegante da un fondo nero, da cornici e inchiostri argentati e da blasoni stemmati, non eccelle per originalità e attenzionalità. Il vino però, per altro e senz'altro, è davvero buono.

Dalla Necropoli un Soffio di Vitalità

branding marketing comunicazione winelabellingVelca, Montepulciano d'Abruzzo (rosato), Muscari Tomajoli.

L'azienda che produce questo rosato è di recente costituzione (2007) e coltiva le proprie uve nei pressi delle vestigia di Tarquinia, dove notoriamente sono conservati ed esposti numerosi dipinti etruschi che si trovano nella vasta necropoli. Il delicato tema visivo proposto in etichetta indica certamente una propensione femminile per il consumo di questo vino: un busto (svestito) di una giovane donna in stile etrusco, riproposto dall'artista Guido Sileoni, accenna da una posa elegante e in parte misteriosa. La donna sembra avere tra le mani un uovo, o forse un piccolo scrigno contenente qualcosa di sacrale. In generale l'immagine trasmette qualità, cura, attenzione, storia, origini e anche una certa aristocrazia. Eleganti anche i toni cromatici e la scelta dei caratteri di scrittura. Per quanto riguarda il nome del vino, "Velca" ecco cosa ci riferisce il produttore: "... il nome trae origine dalla storia etrusca: si ispira infatti a Velia Spurinna, meglio conosciuta come Fanciulla Velca". Etichetta attenzionale, sia pure molto classica, che si distingue bene nel panorama della concorrenza.

La Bizzarra Ironia di una Capra Umanizzata

winelabelling marketing branding comunicazioneCamars, Montepulciano (d'Abruzzo), 
Tenimenti Spinsanti.
  
A Camerano, provincia di Ancona, nelle Marche, questa azienda vinicola dalle proposte autoctone, si distingue per alcune etichette fuori dagli schemi. E si distingue anche per avere una sezione, nel proprio sito web, dedicata appositamente a descrivere nomi e "abito" dei vini. Prendiamo tra tutte quella relativa a un vino rosso, da Montepulciano d'Abruzzo, dove si evidenzia il "viso" di una capra dal corpo umano. Incuriosisce, subito dopo la visione di questa immagine, la scritta soprastante: "grande personalità in evidenza". Il nome del vino è "Camars". Tutto questo va spiegato, non c'è dubbio. Riportiamo quindi il testo in inglese che il produttore ha pubblicato in rete: "(Camars) Etruscan name for Camerano, a small village at the foothills of Mount Conero, where our winery is based. When I was young I had a very quiet and calm personality. Then as I grew older, I was faced with tension filled sibling rivalry with my younger brother. As a result, my temperament had changed to the point where my Grandmother one day compared my temperament to that of a goat". Davvero singolare la "giustificazione" che il titolare fornisce per l'adozione del disegno di una capra in etichetta. Senso dell'umorismo, aneddoti famigliari e un sano non prendersi sul serio. Il risultato è un'etichetta che attira l'attenzione (positivo), va ampiamente spiegata (negativo), risulta comunque elegante nell'impaginazione e nella scelta degli elementi di design (ottimo). Non molto interessante il logo aziendale (dubitativo). Approvato il claim aziendale che figura sotto al logo: "Riflessi di vite" (valido).

Spiritualità e Simpatia, Tradizione e Allegria.

branding marketing comunicazione wine
Tentenublo, Rioja (rosso e bianco), Roberto Olivàn.

La simpatia di questa etichetta è indiscutibile. Un vero e proprio fumetto, tracciato in nero su bianco. Una "scenetta" dove uno strano personaggio rincorre quello che potrebbe sembrare un grappolino d'uva (ma più avanti vedremo che non lo è). Note musicali aleggiano nell'aria. Approfondendo la ricerca su questo piccolo produttore spagnolo si scopre che "Tentenublo" è anche il nome aziendale e che nella parlata locale (siamo a Lanciego, Alava) questa parola onomatopeica si riferisce alle campane che in alcuni paesi del Rioja, ancora oggi, suonano con il benaugurato obiettivo (non si sa se vibrazionale o spirituale) di allontanare (o come minimo attenuare) la caduta di grandine sui raccolti. È tradizione, durante il suono di queste campane, recitare una litania: "Tente nublo, tente en ti, no te caigas, sobre mi, guarda el pan, guarda el vino, guarda los campos, que están floridos". Tutto molto poetico, tradizionale, apotropaico, coinvolgente. Ed ecco quindi che scopriamo che il personaggio "inseguitore" è una campanella e il personaggio inseguito e scacciato è un grano di grandine. Crederci o no, il tutto è molto bello. P.S.: l'ironico viticoltore si fa ritrarre, nel proprio sito internet, in una foto dove insegue il suo trattore (vero) a bordo di un trattorino giocattolo.
agricoltura trattore viti vigna spagna

La Danza delle Idee

branding markting comunicazione wine
Septette, Pinot Noir, Dancin Vineyards.

C'è poco da dire: qui c'è un'idea. Anzi, c'è molto da dire. Iniziamo con il nome dell'azienda, "Dancin", che assona con dancing, danzare. Ma di fatto questo nome deriva dai nomi propri dei due titolari: Dan e Cindy. Dan ha nonni italiani e condivide con Cincy una grande passione per il "re dei francesi". il Pinot Noir. Tutto questo si concretizza in una azienda vinicola in Oregon. Un mix formidabile di filosofie e tradizioni "sparse" per il mondo. Passiamo alle etichette e all'idea principale del design che possiamo vedere e godere in esse: una ballerina classica viene vestita con degli "slanci" di vino, degli spruzzi molto ben ripresi fotograficamente. La ballerina danza col vino. L'effetto estetico è sorprendente perché da lontano il vino sembra proprio un vestito. Facendo attenzione si scopre il "trucco", ovvero l'idea visiva. Cosa comunicano queste immagini? Eleganza, innazitutto. Qualità, dinamismo, bravura, eccellenza, equilibrio, fascino, passione... e quante altre sensazioni? Potremmo andare avanti ancora con molte parole e definizioni. Tutto in una immagine di sintesi che occupa lo spazio di una piccola etichetta. Questo accade quanto le idee "parlano", e comunicano un sacco di cose in un attimo. Analizzando i nomi dei vini scopriamo la conferma per l'attenzione verso il mondo della danza: Mélange, En Avant, Capriccio, Passé, Ballerina, Brisé, Melodia, Adagio, Tribute, Danceur, Allegro, Finale. Nulla da aggiungere, solo da osservare. Etichette che affascinano, che fissano l'attimo e che si fanno guardare e riguardare. E che si portano volentieri in tavola.
branding comunicazione marketing wine

Energia Illimitata dal Vino al Design

etichette wine winedesign labelling
Betty Rosay, Gamay, 
Domaine de l'Octavin.

La fantasia di questo produttore (è una donna, che si chiama Alice) è illimitata per quanto riguarda le etichette dei propri vini e a quanto pare anche per la varietà dei blend e delle tipologie che ad ogni annata si inventa, coltivando vitigni come Chardonnay, Savagnin, Poulsard, Trousseau, Pinot Noir, Gamay e altri ancora. Siamo nello Jura e la coltivazione è strettamente biodinamica. Dove lo "strettamente" indica, al contrario del proprio significato, una libertà d'azione molto anarchica. Vini non per tutti, a livello di gusto. Ma a quanto pare molto divertimento nel produrli e nel degustarli. Tra le svarionate etichette di questa piccola azienda (solo 5 ettari coltivati) ci ha colpito (la mente e gli occhi) quella tutta rossa, che si può vedere qui a sinistra, relativa a un Gamay che si chiama "Betty Rosay". Il colore del vino infatti è tra il rosato e l'aranciato. Ma è la figura in etichetta che colpisce di più: una specie di Betty Boop con la testa... da nano! Almeno questo ci sentiamo di interpretare. Betty Boop, come riporta Wikipedia "È la tipica flapper cioè la ragazza alla moda del periodo jazz, irriverente e maliziosamente mascolina. Porta il taglio di capelli più alla moda del periodo, corti e frangiati, indossa un vestitino succinto che lascia scoperte le spalle e la giarrettiera, e pare più che consapevole del suo sex appeal, oltre a essere fornita di una buona dose di auto-ironia". Ma è altresì probabile che il tutto si ispiri a tale Betty Rose, artista del Burlesque che si propone con abiti teatrali della prima metà dell'ottocento. Mescolando Betty Rose con Gamay, quello che esce sarebbe "Betty Rosay". In ogni caso si può parlare certamente di una auto-ironia burlesca che a quanto pare pervade la creatività nel fare sia il vino che le etichette. Con un buona parte di auto-divertimento. 

Quasi un Complimento, Detto Così...

naming branding mktg comunicazione
Stronzetta, Chardonnay Toscana Igt, TuscanFarm.

etichette winelabels marketing comunicazioneDa più di una segnalazione in rete (vista l’originalità del soggetto) siamo giunti a conoscenza di questa etichetta toscana dai tratti gentili e dal nome provocatorio. Il vino è uno Chardonnay che si chiama "Stronzetta", proposto ai propri clienti da un locale bolognese che si chiama La Prosciutteria. Non sappiamo se il nome e l'etichetta sono stati creati da chi ha messo in commercio il vino (tale TuscanFarm) oppure dal produttore in origine. Fatto sta che la "Stronzetta" è regolarmente arruolata per fare compagnia al Maiale, in ogni sua forma e gusto. In etichetta, sul fronte, oltre alla definizione del vitigno e della tipologia di vino, e al nome dello stesso, trionfa la fotografia d'epoca di una giovane e gaudente donna, un po' stronzetta, appunto, proprio come il vino. Almeno questo intendiamo nel cercare di comprendere le intenzioni di chi ha creato questo design. Genera simpatia, forse più tra le nuove generazioni. Lo stile però è d'antan e quindi pesca nella memoria delle foto di una volta, nella tradizione italica, nella nostra nota voglia di vivere e di ridere, che unisce tutti, da nord a sud, giovani e vecchi. Un nome che si ricorda, certamente. Un viso che non si fa dimenticare. Un'operazione rischiosa ma sicuramente d'impatto.

L'Etichetta è un Vestito, Non un Pretesto

branding lettering marketing comunicazione
Pretesto, Chardonnay e Sauvignon, Ca' Boffenisio.

A volte il vino è un pretesto, a volte il pretesto va cercato in qualche altra circostanza, sta di fatto che degustare il nettare degli Dèi genera buone sensazioni e facilita le emozioni. Questo vino si chiama proprio così: "Pretesto". Parola abbastanza desueta nel conciliabolo italico. Vediamo dunque cosa riporta Treccani in proposito: "...dal latino pretextus, o praetextum (da praetexĕre: v. pretessere) "ornamento", poi figurativo "argomento ornamentale, non sostanziale". Motivazione non rispondente a completa verità che si adduce come spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i reali motivi.
naming packaging desgin branding brand wine
Con significato più generico, occasione o modo per ottenere un risultato". Non una parola limpida, quindi, ma abbinata a una bottiglia di vino diventa sfiziosa, presenta il proprio lato indagatorio, ingannevole se vogliamo, sicuramente intrigante. Certo l'etichetta non fa onore a tutta questa descrizione del nome: abbiamo due colori discutibili, un fuxia e un giallo ocra, che in abbinamento fanno un po' a pugni. E poi una faccia di bacco, simpatica, ridanciana, ma che a ben guardare è stata resa in etichetta con una definizione bassa e quindi risulta sgranata, non qualitativa. Si poteva fare meglio.

Nomi Banditeschi per Esaltare il Commercio

Banditone, Sangiovese con Merlot e Colorino, Cantina Campotondo.

branding marketing comunicazione winelabels
Le affinità nei nomi dei vini si possono riscontrare rapidamente con un semplice "giro" di ricerca in Google. Sono note le assonanze tra i vari Sassicaia, Lupicaia, Volpaia, Ceppaia, Ghiandaia... (c'è anche Gattaia!). In questo caso ci diverte trovare una sorta di affinità tra il Soffocone (di Vincigliata), e l'Uccellone (Bricco del) con questo Banditone. Nel senso che anche la finale "one", e la sua esagerazione, ha un ruolo vasto nella "nominazione" dei vini italiani, così come la finale "aia" di cui si parlava prima. Vediamo cosa dice il produttore di questo vino: "Il Banditone è un vino austero e introverso che si mostra a tratti, rivelando poco a poco la sua natura profonda". Quindi un bandito un po' misterioso e tenebroso. L'accezione legata al "bandito" non è positiva in generale ma può evocare anche simpatia e vicinanza, sono note in Italia le imprese del romagnolo Passator Cortese, un brigante amato dal popolo e personaggio mitizzato. Per il resto, il design di questa etichetta è ordinato, preciso, abbastanza stereotipato nel suo genere. Bella in ogni caso (genera sempre ottime percezioni) l'icona della meridiana, incastonata anche dentro a un sole raggiante come logo aziendale.

Un Pet-Nat da Pic-Nic

branding grafica marketing comunicazione
Gabry, Rosato Frizzante Igt, 
Viticoltori Lenza.

Di moda prevalentemente all'estero, la definizione "pet-nat" si riferisce a vini frizzanti lasciati rifermentare in bottiglia grazie al metodo ancestrale. Senza entrare nei dettagli si tratta di un vino molto spartano, naturale, diciamo "spontaneo". Una categoria che non piace a tutti ma ha comunque molti estimatori. Di questo vino il produttore dice: "Gabry è un vino da pic nic, beverino e divertente, un vino rosato frizzante prodotto dalla vinificazione in purezza da uve Aglianico. La rifermentazione in bottiglia è ottenuta grazie al metodo ancestrale e senza l’aggiunta di solfiti. Il risultato finale, è un rosato guizzante, fresco e succoso, caratterizzato da profumi di frutta fresca, dalla fragola al lampone". Ci è piaciuto il riferimento al pic-nic e al "rosato guizzante", e ci è piaciuto anche il simbolo aziendale, diventato logo, che propone la sagoma di un cavallo, in stile greco, dai tratti rastremati e
marketing comunicazione grafica branding
moderni ma in "collegamento" col passato. Come dovrebbe essere in generale con il vino di tutta la nostra bella Enotria, figlia di un passato Etrusco, Romano, Greco e anche oltre, ma sia pure lanciata verso una nuova avventura per quanto riguarda la qualità dei vini. Niente di speciale invece, tornando a parlare delle etichette, per quanto riguarda i nomi dei vini di questa azienda: Gabry, Donna Palmina, Valentina... (nomi e riferimenti a persone o a personaggi che risultano non particolarmente distintivi, come invece si dimostra il design delle etichette). 

Il Vino di Sting è un Casino

branding marketing comunicazione grafica
Casino delle Vie, Rosso Toscano, Il Palagio.

Etichetta creativa, funambolica, divertente, per questo rosso composto principalmente da Sangiovese con piccole quantità di Canaiolo, Colorino e Merlot. Un uomo ben vestito sta in equilibrio su una bottiglia con il solo "sforzo" di un dito. Fantastico, nel vero senso della parola. Dietro a questa azienda c'è Sting, il noto perfomer canoro, e la sua passione per la Toscana (e per il vino buono, evidentemente). Etichetta curiosa quindi, diversa dal solito, in grado di attirare l'attenzione. Per quanto riguarda il nome del vino, "Casino delle Vie", è necessario fare qualche breve considerazione. "Casino" in toscana significa piccola casa, casetta, minuto casolare, ma nell'Italia intera "casino" è tutt'altra cosa e viene riferito a confusione, talvolta a festosa sarabanda. In generale non è molto positiva, come parola. Associata a "Vie" può generare una specie di marasma viabilistico, sempre in senso negativo, che si riferisce a qualcosa che non si riesce a trovare, ad esempio quando ci si è inoltrat nelle innumerevoli stradine sterrate della Toscana centrale. Certo, questo nome può risultare anche memorabile, lo immaginiamo sintetizzato in "Casino", semplicemente, senza aggingere altro. "Cos'hai bevuto ieri sera?" - "Ha bevuto un Casino". Si scherza, anche solo per far capire le variabilità della semantica e le volubilità della lingua parlata. Non c'è dubbio però che la notorietà del produttore può superare anche queste piccole e tutto sommato divertenti incongruenze. 

La Semplicità degli Elementi della Natura

Contessa Staffa, Rosato (Montepulciano), Antica Enotria.

naming branding marketing lettering comunicazione
packaging design etichette vino winedesignInnanzitutto merita di essere citato il testo di presentazione che si trova nella home di questa azienda pugliese, eccolo nella sua interezza: "Il respiro della terra. Il suo vivere complesso e fitto. Il silenzio della terra, e la sua voce. Le stagioni della pioggia, il tempo del sole. Il respiro della terra. Ogni giorno diverso, potente o sommesso. Lo ascolti e respiri con lei, seguendo il suo ritmo, finché un giorno ti accorgi che il respiro della terra ed il tuo respiro hanno lo stesso affanno. Notte e giorno, neve e vento, lavoro e riposo, tu e la terra. Lo stesso ritmo. Capisci che vi sono concessi gli stessi giorni, le stesse ore, le stesse stagioni e che nessuno può dare di più senza pagarne le conseguenze. Improvvisamente sei consapevole che non puoi continuare a sfruttare, avvelenare, forzare perchè cio che fai alla terra lo fai a te stesso. Lo stesso destino. Ed inizia il rispetto. Il rispetto per te stesso e per la terra, per il tempo e per la vita. Il respiro torna regolare, naturalmente lento, finalmente naturale. La vigna che coltivi diventa avara, ma lo capisci: i suoi grappoli sono ora più preziosi ed il vino è ricco, come tutte le cose povere. Agricoltura Biologica, la chiamano. Per me e per mio figlio è scegliere la vita, da anni ormai. Io mi chiamo Raffaele Di Tuccio e la mia terra è la Puglia: con mio figlio Luigi e mia moglie Antonia, vi invitiamo nella nostra masseria per ascoltare il respiro della terra". Un testo poetico, un racconto emozionale, vero, sincero, che viene dal cuore dell'uomo e dal cuore della terra. E poi le etichette, semplici ma eleganti, di un'eleganza "terrena", come quella del rosato da vitigno Montepulciano, che presenta, come le altre etichette dell'azienda, un elemento della natura, ben fotografato, in questo caso i piccoli frutti del melograno. In un altro caso, Montepulciano e Uva di Troia, vino rosso, a destra, che si chiama "Senzazolfo", privo di solfiti, con i nodi dei tralci in primo piano. Una bella realtà che racconta se stessa in modo schietto e diretto. Un esempio di semplicità intelligente, creativa, costruttiva. P.S.: bello ed evocativo anche il nome aziendale "Antica Enotria".

Le Parole non Dette, e Quelle non Lette

grafica lettering marketing comunicazioneQuercetonda, Vino Nobile di Montepulciano, Le Casalte.

Siamo in Toscana, nella celebre Montepulciano, patria di quel Sangiovese che laggiù chiamano Nobile. Il cugino meno importante del Brunello, tanto per chiarire. Ma veniamo all'analisi di questa etichetta che verte quasi totalmente sul nome del vino, quella scritta in corsivo sulla sinistra, molto grande, in oro, posta in verticale, che non si può non vedere ma che si potrebbe non leggere. Infatti non solo la sua verticalità non facilità l'occhio, ma anche il tipo di scrittura e il nome stesso creano altri ostacoli. La "r" di Querce, ad esempio, difficile da intercettare, perché praticamente solo accennata. E poi il vezzo di alternare il plurale con il singolare: "querce" e "tonda", perché il nome è proprio così. Poco importa che in toscano la quercia si dice "querce" e che in latino fa "quercea", chi legge l'etichetta è un pubblico che può essere anche molto erudito ma al quale potrebbe risultare comunque strano questo salto fonetico e semantico, prendendolo magari come un errore. Il nome, per la cronaca, è proprio riferito a una quercia dalla chioma tondeggiante, che si trova nei pressi della vigna dove crescono le uve di questo vino. Etichetta essenziale e con una velleità di eleganza grazie all'oro e al fondo nero, ma i problemi di impaginazione e di leggibilità non finiscono qui, coinvolgono anche il marchio aziendale, Le Casalte, realizzato con una strana conformazione del trittico "lte" finale, e la dicitura relativa al vitigno anch'essa poco leggibile avendo utilizzato un corsivo molto graziato. Da vedere e rivedere, sia per chi vuole capire prima di comprare, sia per un eventuale ripensamento del progetto.

Rotolano Ciotoli di Normalità in Valpolicella

grafica marketing branding comunicazione
Campo Ciotoli, Valpolicella Ripasso, 
I Campi.

Spesso in questo blog abbiamo innalzato inni alla semplicità: nel design e quindi nel packaging meglio togliere che aggiungere per ottenere risultati visivi e di comunicazione eccellenti. Certo c'è modo e modo di essere semplici. In questo caso, nell'esempio in causa, possiamo parlare di "eccesso di semplicità". Ma vediamo gli elementi che compongono la grafica dell'etichetta, uno a uno. L'azienda si chiama "I Campi", nome abbastanza generico e "contadino": trasmette genuinità, agricoltura, tradizione, ma non eleva il prodotto, non lo valorizza. Il nome dell'azienda, scritto in modo semplice al punto che non si può parlare di logo, viene evidenziato da un tassello, una barra colorata, nella modalità cara ad Angelo Gaja e a molti vini piemontesi che l'hanno imitata. Sotto al nome aziendale ecco una specie di marchio, logo, simbolo, anch'esso molto semplice, esile nei tratti, che raffigura un sole sulla campagna, sui campi, appunto. Sembra un disegno infantile. I tratti si percepiscono bene, si capisce cosa vuole significare, ma non aggiunge emozione e prestigio al tutto. Quindi, in ordine dall'alto in basso, il nome del vino, "Campo Ciotoli". Si comprende che la vigna alla quale ci si riferisce è formata da molti sassi, ma anche questo, la parola "ciotoli" in sé, è tutt'altro che valorizzante, se non fosse che per gli esperti la presenza di un terreno sassoso può significare maggiore espressività delle uve e quindi del vino. Quindi le menzioni di legge, Valpolicella Ripasso Superiore, etc., molto ordinate, centrate, semplici, lineari. C'è da dire che anche per gli altri vini in gamma di questa azienda viene utilizzato il medesimo schema grafico, variando solo il colore della banda in alto (ad esempio per l'Amarone, risulta a sfondo nero), variando logicamente anche il nome del vino e le menzioni da disciplinare. In sostanza: linearità, centratura, ordine e leggibilità ci sono. Manca creatività, colpo di genio, invenzione e quindi emozione. Diciamo che si tratta di una etichetta "didattica", ma non tattica e tanto meno strategica.

Un Montefalco Biologico che Comunica Bene

branding naming grafica comunicazione marketing
Ilbio, Umbria Igt Rosso, Lungarotti.

Ha un'etichetta decisamente particolare il nuovo vino, il primo biologico, di una nota cantina umbra, Lungarotti (è un Sagrantino di Montefalco in purezza ma per regolamento non si può affermare in etichetta). Particolare anche il trattamento semantico del nome che, attraverso un piccolo trucco verbale, comunica il biologico appropriandosi di un nome che di fatto è anche registrabile: "Ilbio", tutto attaccato. Nella grafica vediamo che la "b" di questo nome è evidenziata in rosso proprio per dare maggior concretezza al significato che vuole trasmettere. Al di là del nome, furbo e funzionale, notiamo che, in un design comunque pulito e ben architettato, vengono aggiunte delle scritte in corsivo, isolate in tasselli, che comunicano una serie di informazioni molto interessanti per chi vuole capire di più su questo vino. Informazioni che vengono date nel fronte etichetta, quindi, fatto piuttosto insolito nel panorama del packaging del vino in Italia. Leggiamo, tra le altre cose, "Longevità 8-10 anni" e anche "Altitudine 450 mt s.l.m." con altre note sulla tipologia del terreno dove vengono coltivate le uve, sull'affinamento e anche sul tipo di calice da utilizzare per degustare il vino in oggetto. Sullo sfondo l'immagine è un po' stereotipata: la mappa catastale del vigneto. Ma comunque ben realizzata, con l'obiettivo di trasmettere tradizione e qualità. Il tutto, insomma, ben riuscito: il falco vicino al logo aziendale fa buona guardia allo stile generale.