Un Nome e una Etichetta Molto “Composti”

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Charpinò, Chardonnay e Pinot Grigio, 
Antica Corte Bagolina.

L’interpretazione di questo nome è facile, si tratta dell’unione dei due nomi dei vitigni che compongono il prodotto: Chardonnay e Pinot (in questo caso Grigio). Molto spesso si assiste a “operazioni” creative di questo tipo. L’unione di due parole, attinenti al vino, che vanno a formare una nuova parola, un neologismo, che subito (o quasi subito) riconduce a qualcosa di inerente alla produzione in oggetto. In questo caso, “Charpinò” non è proprio immediato, potrebbe far pensare a qualcosa di dialettale, di psudo-francese, a un oggetto o un accessorio di abbigliamento (assona con sciarpa), ma in pratica la notorietà estrema dello Chardonnay aiuta a trovare subito il bandolo della matassa. Non si tratta di un nome geniale, ma che a livello commerciale potrebbe anche funzionare. L’etichetta nel suo complesso appare elegante, l’immagine, probabilmente una illustrazione (ci scusiamo per la fotografia poco definita ma è l’unica che attualmente si trova in rete, compreso nel sito del produttore: solito problema, le aziende non pubblicano foto qualitative dei prodotti e questo va a loro discapito, naturalmente), raffigura la maestosa coda di un pavone. Elemento naturale valorizzante, nobile, arcaico, classico, molte volte ripreso nei dipinti antichi e comunque dotato di una proprio fascino estetico se non gentilizio. Il logo aziendale in alto è tipicamente uno stemma, di quelli che si vedono spesso sulle facciate dei palazzi nobiliari di tutta Italia. Particolari in oro, fondo nero, tutto abbastanza elegante e piacevole.

La Sacralità del Marketing Fatto Bene

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Hallowed Ground, Blend di Rossi, T-Vine Winery.

Abbiamo notato questa etichetta non tanto per il nome del vino (ma ci torniamo più avanti), quanto per il nome dell’azienda vinicola. E per la sua concettualizzazione in etichetta. Quello che si vede subito, guardando la bottiglia a colpo d’occhio, è una “T”, e osservando meglio ci si accorge che è una lettera fatta con un tralcio, una vite simil-alberello. Si vedono, nell’illustrazione ben realizzata, le tipiche screziature del legno di vite. È quasi umana quella vite a forma di “T”. E in più ricorda una croce, qualcosa di sacrale. Volendo aggiungere altri elementi e commenti positivi possiamo notare che la pronuncia di “T-Vine” sarebbe “tivàin”, molto simile, in inglese a “Divine” cioè divino. Solo un gioco di parole? Non solo. Il tutto “sta insieme” molto bene. È semplice, diretto, significativo. A livello tecnico è molto bella anche la carta dell’etichetta, rugosa e “terrosa”, pugnace e sincera. In generale il packaging design è ordinato, rurale ma elegante. La S celta dei caratteri di scrittura è ottimale, i colori sono equilibrati, non c’è nulla di più e nulla di meno di quello che serve ad assicurare una percezione valoriale e coerente.
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L’azienda si trova in California e produce un serie di vini di ampio commercio. Insomma fa le cose per bene a partire dall’immagine che vuole fornire di sé. Il nome del vino in questione è anch’esso interessante: “Hallowed Ground” che tradotto sarebbe Terreno Consacrato, in quanto le uve che servono a produrre questo vino vengono da un antico vigneto che gli avi degli attuali produttori avevano scelto e “consacrato” alla loro iniziale impresa. Sempre con il significato di indulgente sacralità della quale è pervasa tutta la comunicazione dell’azienda. Qualcosa da imparare c’è, in fatto di vino, anche dagli americani. Quanto meno per l’advertising.

Il Capoluogo del New Mexico è Ghemme

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Santa Fé, Ghemme DOCG (Nebbiolo e Vespolina), Ioppa.

Perché chiamare “Santa Fé” un vino italiano, dell’Alto Piemonte, Docg e anche molto tradizionale? Allora vediamo... Santa Fe (senza accento) è una cittadina, capitale dell’omonima contea sita nello stato del Nuovo Messico negli Stati Uniti d’America. E per la cronaca è anche il nome di un modello di autovettura (un Suv) della Hyundai, casa automobilistica coreana. Santa Fe significa (dallo spagnolo) “Santa Fede”. Stesso significato in portoghese ma con accento. Detto questo, il vino di cui stiamo parlando nasce in provincia di Novara a Romagnano Sesia ad opera di una azienda storica che data la propria nascita al 1852. Certo la “fede” è radicata anche nelle province piemontesi (la fede religiosa come la fede nel vino in quanto prodotto autoctono indispensabile in tavola) ma l’uso di questa terminologia ispanica risulta come  minimo strano (e non trova una spiegazione nel sito aziendale, almeno allo stato attuale). Da notare che i nomi degli altri vini di questo produttore sono molto tradizionali: sono espressi in dialetto locale o comunque richiamano luoghi o caratteristiche organolettiche. Ad esempio l’altro Ghemme Docg di questa casa vinicola si chiama “Balsina”, antico nome della zona dove si trova il vigneto. Un altro nome di un vino rosso di Ioppa è “Mauletta”, variante ampelografica del vitigno Vespolina. Il design dell’etichetta è semplice, pulito, piuttosto arcaico nella scelta dei caratteri di scrittura, generando un’etichetta molto classica, comunque gradevole nella sua linearità. Bello e ben realizzato lo stemma di famiglia con i due orsi.

Montalcino Porta Fortuna

Fortunello, Sangiovese, Podere La Fortuna.

Certo che possedere un podere (soprattutto su terre estese) nella zona di Montalcino, oggi è diventata una vera fortuna. 100 anni fa i contadini viticoltori facevano ancora “la fame”. Oggi un ettaro a Montalcino è diventato una miniera d’oro. Ma non è per questo che l’azienda in esame si chiama “La Fortuna” e questo sangiovese si chiama “Fortunello”. Il nome risale a quando il capostipite della famiglia Zannoni decise di avviare l’attività vinicola. Il nome “Fortunello” riporta a sensazioni positive. Si dice fortunello qualcuno che le imbrocca tutte, al quale la Dea Bendata dedica molte attenzioni, diciamo così. E quindi chi lo legge, chi lo porta a tavola, ritiene di poter ricevere un po’ di quei benefici. Vieppiù che l’azienda si chiama “Podere La Fortuna”, confermando il concetto. Quindi con i nomi siamo a posto, sia pure con estrema semplicità di concetto che in ogni caso non fa mai male. Veniamo all’etichetta: siamo a Montalcino, uno dei luoghi più classici della Toscana. L’80% delle aziende del territorio riporta in etichetta il disegno di un casale antico. Ed eccolo qua, anche in questo caso. Delineato da un disegno al tratto chiaro (argentato) su fondo scuro (sempre elegante). Scritte in oro completano un “quadretto” ordinato, centrato, scontato. Lo schema è didascalico, didattico, elementare, di certo non creativo.

Geometrie Planetarie Senza Futuro

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Vespolezza, Vespolina, Cantine Pietraforata.

Difficile definire queste etichette (in masso a destra, ingrandibile cliccandoci sopra, l’immagine della serie completa). Sono così fuori da ogni ragionevole circostanza che lasciano basiti. Anche i nomi dei vini destano qualche perplessità: Vespolezza (l’etichetta che abbiamo preso come esempio, vitigno Vespolina), Chiarezza, Orezza e Saggezza (rispettivamente Erbaluce, Nebbiolo e ancora Nebbiolo). Ma sono i risvolti grafici che lasciano attoniti... si tratta, a quanto si riesce a percepire, di figure geometriche senza un chiaro costrutto. Potremmo definirle, cercando di valorizzarne e giustificarne l’adozione, come opere di arte contemporanea. Potrebbero essere anche esercizi di geometria applicata oppure, diciamo, “forme in libertà”.
Sembrano dei pianeti ritagliati in modalità collage o chissà cos’altro è balenato nella mente di chi le ha create. Forse sono una serie di figure tipo quelle che gli psicologi sottopongono ai pazienti per vedere cosa ognuno ci vede “dentro” e quindi tentare di interpretare le varie nevrosi che tali interpretazioni sottendono. L’unica cosa che si salva è il nome dell’azienda, Pietraforata, probabilmente frutto di qualche elemento fisico esistente in sede o in vigna. Quanto al logo aziendale meglio soprassedere, se non altro perché, come per il packaging, non si riesce a darne una interpretazione logica e fruibile, se non la presenza (per ipotesi) di due lettere, forse una “P” e una “F” ma anche questo è molto difficile da capire.

Una Grandeur Davvero Piccola

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Grandeur, Barbera d’Alba, Michele Mascarello.

Vediamo subito cosa dice Treccani riguardo alla “Grandeur”: “(propr. “grandezza”) nel linguaggio giornalistico, esibizione o ambizione di potenza, da parte di uno stato, con riferimento soprattutto alla Francia”. Questo per quanto riguarda il nome del vino. All’etichetta ci arriviamo dopo (anche se vorremmo non arrivarci mai). Si nota subito, alla base della bottiglia, anche il cognome della proprietà, noto e diffuso nelle Langhe: Mascarello. Noto soprattutto per altri produttori di spicco che si chiamano così. Diciamo che in questo caso un po’ di celebrità “di riflesso”, potrebbe arrivare. Ma non è questo il punto. Passiamo dunque al packaging design che in pratica... nega sé stesso. Con un nome così (già discutibile perché in lingua francese e non si capisce perché dobbiamo dare crediti semantici e valoriali ai cugini d’oltralpe, nostri principali concorrenti nel mondo del vino), un nome quindi che inneggia a una certa grandiosità, viene accompagnato da una grafica sinceramente molto provinciale, non in senso dispregiativo, s’intenda, ma letteralmente qualcosa che di internazionale, di ampio, di elevato, non ha nulla. Come spesso abbiamo detto in questo blog, anche in questo caso non in senso dispregiativo, questo è un classico esempio di “etichetta del tipografo del paese”. Purtroppo in via di estinzione, i tipografi di una volta, che il loro onesto e valoroso lavoro l’hanno sempre fatto. Ma qui stiamo parlando di “grandeur”. O forse no?

Un Insolito Lambrusco che Gioca con la Comunicazione

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Spumante Millesimato, 
Lambrusco di Sorbara, Cantina della Volta.

A Sorbara si sono messi in testa di fare lo Champagne col Lambrusco. E ci stanno riuscendo bene, per folle che possa sembrare il progetto. Il metodo è quello dei francesi, l’uva è quella emiliana, nota per essere tradizionalemente spumantizzata, sì, ma in modo certamente diverso. In questo Brut il Lambrusco di Sorbara si trasforma: da moro diventa biondo, o meglio non gli viene consentito di diventare scuro, togliendo subito le sue rosse bucce. Lambrusco in bianco, insomma. Ma veniamo a questa fanciullesca etichetta: i tratti sono subito quelli di un disegno infantile, infatti. E questo non gioca sicuramente nel campo della valorizzazione. C’è un’idea: quella di scrivere una frase che si legge (il problema è proprio la leggiblità, invece) su due livelli, una parte scritta in bianco (su fondo bianco!) e una parte scritta in rosso (sempre in corsivo, poco... discorsivo). In pratica la lettura completa è “Questo spumante brut millesimato è stato elaborato nel 2013 da Christian Bellei (titolare dell’azienda e winemaker) in Cantina della Volta a Bomporto, Italia”. Nella frase risultano, in pratica, evidenziate in rosso le parole Spumante Millesimato 2013 Christian Bellei Cantina della Volta (per leggere il resto è necessario fare delle manovre di ricerca della luce e del contrasto offerto dall’inchiostro lucido delle scritte). Una barchetta, anch’essa molto bambinesca, mutuata dal logo aziendale, conclude e “firma” il tutto. Si potrebbe dire che siamo di fronte a una etichetta-gioco, ma anche se sono apprezzabili la scherzosità e la leggerezza d’animo, il vino non è un gioco, soprattutto quando si tratta di comunicarlo e di venderlo. P.S.: la bottiglia in questione non è di quelle che costano poco.

Alle Radici del Discorso

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Radicosa, Montepulciano d’Abruzzo, Tenuta Coppadoro.

Diciamo subito che questa etichetta è bella. Ed è bello anche il nome del vino. Vediamo di analizzare gli elementi che compongono il packaging. La grafica, anzi propriamente la cartotecnica, visto che si tratta di due pezzi staccati, si divide cromaticamente in due parti, una superiore, bianca, una inferiore, marrone, dove possiamo facilmente scorgere il gioco concettuale che viene proposto: la pianta, le fronde, sopra e le radici sotto. Non a caso il nome del vino è “Radicosa” a valorizzare ancora di più il ruolo delle radici della vite, atte ad andare a “rintracciare” sottoterra i nutrimenti che servono a far maturare i frutti. In una terra come la Daunia, Tavoliere delle Puglie, dove il sole è generoso ma l’acqua un po’ meno, la profondità dell’impianto radicale  è determinante per la sopravvivenza equilibrata delle piante soprastanti. La parte radicale, nel packaging viene sottolineata, anzi, nel vero senso delle parole, le viene dato rilievo con uno spessore percepibile al tatto. Per il resto l’etichetta è semplice, essenziale: il messaggio è chiaro, diretto. Alla base troviamo il nome del produttore e il logo aziendale: il fiore del cardo stilizzato, “simbolo di crescita ed eleganza” come scrive la proprietà nel sito web. Da notare, ma nella foto questo particolare è troppo piccolo, che sulla destra dell’etichetta c’è una piccola striscia rossa preceduta dalla scritta “Red Wine” a beneficio dell’export. A questo proposito, in alto, sotto al nome del vino, troviamo il nome della località di produzione, San Severo e la specifica “Italy”, che fa sempre piacere.

Il Viticoltore al Centro della Terra

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Funsu, Langhe Nebbiolo, Cascina Cà Rossa.

Un’etichetta semplice, lineare, spartana, iconografica in senso riduttivo, che abbraccia la sintesi, forse troppo. Ma vediamo i dettagli. Salta subito all’occhio la sagoma di un contadino che sta zappando. È indubbiamente il protagonista dell’etichetta. E consultando il sito del produttore, Cascina Cà Rossa di Canale d’Alba, Piemonte, scopriamo che quel contadino ha un nome, che è anche il nome del vino: “Funsu”. Ecco la spiegazione dell’azienda: ”Questo vino è dedicato ad Alfonso, in piemontese “Funsu”, padre di Angelo e contadino virtuoso e fedele alla propria terra”. Angelo Ferrio è l’attuale proprietario. Un bellissimo omaggio quindi, al padre fondatore, al suo essere contadino e viticoltore, un omaggio alle sue fatiche, un riconoscimento per i suoi insegnamenti. Come detto prima l’etichetta è semplice: un fondale azzurro cielo è l’unica nota di colore. Oltre alla scritta “Langhe Nebbiolo” in rosso, con un carattere di scrittura ben scelto. Non è efficace invece il logo aziendale, riportato in alto, al vertice dell’etichetta, dispersivo nella sua modalità piuttosto didascalica. La “casa rossa” viene rappresentata da un tratto (un tetto) che non riesce a incidere otticamente.

Una Merenda Piemontese in Dialect Network

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Sapèl, Langhe Nebbiolo, Merenda Sinoira.

Le etichette di questo piccolo produttore piemontese, per ora solo due, sono caratterizzate da un grande “hashtag”, come dire? Il segno # (che è anche logo aziendale). Un segno ormai diventato simbolo di digitalizzazione, di social network, di un linguaggio da nuovo millennio. Eppure i nomi dei due vini, un Langhe Nebbiolo, semplice, che vediamo qui in alto a sinistra, e un Barbera d’Alba Superiore, sono espressione del dialetto locale (l’azienda ha sede ad Alba). I due vini si chiamano “Sapèl” e “Sèj”. Il primo viene raccontato così (con un ottimo rational, ben scritto): “Sapèl è un termine del dialetto piemontese che indica l'ingresso al vigneto, all'appezzamento di terra di proprietà. Abbiamo scelto questo nome per il nostro primo vino, in quanto per noi rappresenta l'ingresso in prima persona nel panorama enologico“.
Mentre il secondo, che vediamo qui in basso a destra viene spiegato così: “Séj”,tradotto letteralmente dal dialetto Piemontese, significa sete. Dietro la scelta di questo nome per la nostra Barbera d'Alba Superiore c'è una prerogativa della nostra filosofia aziendale, della nostra amicizia, delle nostre giornate: essere assetati vuol dire essere vivi, vuol dire essere motivati e non accontentarsi mai, cimentarsi in nuove sfide“. I titolari di questa azienda (Merenda Sinoira significa, in dialetto piemontese, “merenda serale”, insomma “tardo-pomeridiana”) sono giovani ma non vogliono certo perdere il contatto con la tradizione, ma nemmeno rimanere indietro “tecnologicamente”. Ed ecco quindi una commistione di elementi, sintetizzati in etichetta da un nome e un simbolo. L’effetto è sicuramente attenzionale anche se la sensazione è di vivere un’emozionalità “sterilizzata”, o meglio un po’ sintetica.

Azzurro, Questo Amarone è Troppo Azzurro

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Moròpio, Amarone Classico, Antolini.

Se non fosse per quella frase di Thomas Mann riportata sul fronte dell'etichetta, il nostro giudizio sul packaging complessivo di questo Amarone sarebbe totalmente critico. Vediamo perché. Innanzitutto il lato positivo: la frase in questione che purtroppo si ritrova defilata in basso: "Grazie all’arte di coltivare e pigiare l’uva, gli uomini uscirono dallo stato di barbarie e divennero civili". Una grande e bella verità. Come già detto è del celebre scrittore tedesco nato a Lubecca nel 1875. E adesso le negatività (a nostro modesto e soggettivo parere): il marchio dell'azienda in alto a sinistra, Antolini, proposto come se fosse specchiato, cioè raddoppiato graficamente con un effetto che probabilmente confonde più che guadagnare memorabilità. Poi il tono cromatico generale dell'etichetta, l'azzurro, che per un Amarone (e per qualsiasi vino, soprattutto per i rossi) ci sta come i cavoli a merenda (riprendendo un noto detto popolare). Il nome del vino: "Moròpio" che il produttore spiega essere il nome storico del vigneto di coltivazione delle uve. Questo non evita il fatto che non siamo di fronte a un bel nome, foneticamente e semanticamente parlando, cioè per pronuncia e significato (scritto, tra l'altro, con un carattere e un colore poco leggibili). Il design complessivo dell'etichetta: quasi infantile, con dei tracciati stile pastello, che tagliano, diciamo pure rompono, la continuità dello spazio comunicativo. Il tutto non valorizza affatto il prodotto. Anzi.

Un Vino Davvero Datato

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2013, Chianti Classico, Capannelle.

Questa azienda vinicola di Gaiole in Chianti ha recentemente cambiato la propria linea di etichette dopo molti anni durante i quali sono rimaste immutate. I quattro vini di punta dell'azienda hanno acquisito oggi un vestito, un design, molto essenziale dove "trionfa" l'annata relativa la vino. Per il resto abbiamo le logiche e normali scritte di legge su una base molto... basica. Con il nome dell'azienda in basso. Il fatto curioso è che tutta questa semplicità viene spiegata nel sito internet dell'azienda con un lungo testo che argomenta ampiamente questa scelta. A noi ha attirato (come sarà per tutti coloro che vedono queste etichette) subito la data, per la sua dimensione che non si può non vedere.
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Leggiamo cosa dice il produttore riguardo a questa scelta: "Il concetto dell’annata vuole essere esplicitamente espresso in etichetta nell’idea di rivolgersi ai nostri consumatori senza tanti fronzoli. Che si tratta di un 2013, ad esempio, la bottiglia lo afferma in modo inequivocabile e immediato. Ci mettiamo la faccia, un po’ come avviene nelle nuove modalità di comunicazione di oggi”. Più che la faccia ci mettono la data. Su questo non di discute. In pratica l'annata, così grande, diventa nome. Cioè si potrebbe considerare il numero 2013 come il vero e proprio nome del vino. Anche se è spontaneo pensare che come nome non funziona. Perché di fatto non lo è. La nota distintiva di questa etichetta, volendola cercare e trovare, è la data, cioè l'annata. Sotto di essa infatti leggiamo "Chianti Classico", come tanti altri, e "Riserva" come tanti altri. Certo, questo è il Chianti Classico di Capannelle. La nota distintiva la fa (finalmente) il nome del produttore. È la sua garanzia. In questo senso "ci mette la faccia". E per concludere questa breve analisi in estrema sintesi: nutriamo perplessità.

Aria di Sardegna, Vento di Passione

branding marketing comunicazioneFria, Vermentino, Deperu Holler.

Abbiamo trovato tante belle parole nel sito web di questo produttore sardo, di Perfugas (Sassari). Belle parole si leggono anche sulle sue etichette. Iniziamo quindi con un po' di filosofia riportando direttamente dal sito internet di Deperu Holler questa prosa: "Siamo figli della nostra cultura, dei nostri valori. Siamo figli del vento. Per noi uno dei gesti più belli e profondi dell’uomo è coltivare, lavorare con la natura e lasciare che essa ci ripaghi con generosità. Per questo abbiamo scelto di lavorarla con rispetto. Aiutiamo la terra e le piante a dare il meglio senza logorarle". Per quanto riguarda l'etichetta di questa piccola azienda che qui abbiamo preso in considerazione, quella del Vermentino di Sardegna Doc, sono almeno due i punti di attenzione degni di nota: l'iconica, sognante, liberatoria, illustrazione sul fronte, dove si vede una bimba in volo insieme al suo aquilone (con la scritta in dialetto sardo "siamo figli del vento"). Il secondo particolare da notare è una scritta sul retro-etichetta (qui in basso a destra): "Bevete e Amatevi". Che ricorda da vicino il concept del film con Julia Roberts, "Mangia, prega, ama" (dove mancava solo un "bevi").
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C'è della poesia in tutto questo, traspare la passione. Diciamo che lo spirito del produttore è stato trasposto in modo molto emozionale nell'etichetta dei questo Vermentino. Molto bene. Per quanto riguarda il nome del vino, Fria, ecco il "rational" dell'ispirato produttore: "Quando arriva l’estate lavorare in vigna è piuttosto faticoso e le temperature sono alte già dal mattino. Tutti i giorni, verso le undici, succede qualcosa di speciale: dal mare arriva una benedizione, un’aria fresca che rallegra noi e le piante. L’aria tersa di sale si posa sui grappoli dorati del Vermentino. Questa sapidità si ritrova nel vino, ci ricorda il vento e tutte le strade che percorre. Fria è un Vermentino puro e vero. Fa emergere sensazioni ormai rare in un tempo dove tutto può essere rimodellato. Conquista gli amanti della semplicità e della autenticità." Ha proprio ragione Carlo Deperu: il vino è semplicità e autenticità. Con un brivido di emozione.

Un Maceratino Maceratese (non Macerato)

branding comunicazione winedesign winelabelsMarolino, Ribona (Maceratino), 
Vini Montesanto.

È capitato spesso che in questo blog sia stato elogiato il design di etichette estremamente semplici, lineari, spaziose, essenziali. Nel meno c'è il più, si dice, e chi sa armeggiare con la semplicità, vince in attenzionalità e in memorabilità. Certo che ci sono dei limiti. Semplicità non vuol dire "semplicismo". Ed ecco un esempio che getta nell'area del dubbio: questa etichetta sicuramente è molto semplice, ci sono due parole su sfondo scuro, contornate con una cornice arancione. Ora, il nero e l'arancione sono molto "ottici", richiamano l'occhio. Però non ci sentiamo di spendere parole di merito in questo caso. Fin troppo facile la soluzione. Il carattere di scrittura è un graziato, abbastanza "ricercato", possiamo arrivare a dire elegante. Ma questo tipo di semplicità confina molto da vicino con una riduttività che non giova, non valorizza, non emerge. Ma vediamo il nome del vino: "Marolino" (pane e vino?). A parte gli scherzi, forse è derivato da Maceratino, nome del vitigno, raro a sentirsi, che in quelle zone, siamo nelle basse Marche, chiamano anche Ribona (è un Greco, infatti viene detto anche Greco Castellano). Ed ecco spiegata l'altra parola presente in etichetta, quella in arancione, Ribona. Per quanto riguarda il Maceratino, non ci si lasci confondere le idee pensando che possa riferirsi a un vino macerato, in realtà deriva dal nome della città di Macerata, capoluogo di provincia. Per il resto cosa aggiungere? Nulla, se non che il nome dell'azienda (una cooperativa agricola) è Montesanto, e su questo nome qualcosa di interessante c'è. Si scopre infatti che Montesanto è il nome medievale di Potenza Picena (sede dell'azienda vinicola in oggetto), attuale denominazione che risale al 1862. Potenza fa riferimento all'antica colonia romana di Potentia fondata nel 184 a.C. distrutta durante una guerra greco-gotica e ricostruita sotto il nome di Monte Santo, feudo del Vescovo di Fermo dal 947 d.C.

Macchie di Vino Indelebili alla Memoria

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Macchia, Primitivo di Manduria, Cantine Lizzano.

Le macchie circolari che spesso si vedono raffigurate nell'arte si riferiscono a bottiglie o bicchieri appoggiati su tavoli o tovaglie, dove il vino, spesso rosso, lascia traccia. Ma in questo caso la "poetica" è diversa. La ragione di quel cerchio rossastro viene fornita da una poesia scritta sul fronte dell'etichetta. Cosa per altro insolita, ed è per questo che la vogliamo notare. Ecco il testo di questa prosa: "L'uva e il sole si fecero passione. Nei solchi di Settembre si incontrarono come amanti e si fecero fusione. Un bacio, nascosti tra i filari, lasciarono macchie circolari". A conferma di questa particolare danza il vino si chiama "Macchia". La macchia in questione, inoltre, somiglia proprio a un astro, a un pianeta, Tutto sommato il sole e un acino sono entrambi sferici e possono ricordare questa rotondità. Abbiamo quindi una strana e complessa varietà di concetti in questa etichetta. Il sole, l'uva, la macchie di vino, gli astri, gli amanti. Ne consegue un'ottima attenzionalità, fatta di un croma molto visibile (fuxia) su sfondo nero. Poesia della comunicazione, verbale e visuale.

Nome Generico ma Valoriale

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Libertà, Merlot con Syrah e Sangiovese, Tenuta i Collazzi.

Quella che vediamo qui a sinistra è un'etichetta molto classica, nei tratti, nell'impaginazione, nella sua formulazione generale. Vediamo cornici, caratteri graziati, una illustrazione d'antan. Quello che attira, oltre alla pulizia grafica e all'insolito colore turchese di alcuni particolari tra i quali il logo aziendale (dove è riportato in piccolo il medesimo concetto), è il nome del vino. Una parola che si porta dietro significati profondi e pregnanti: "Libertà". Cercando in rete notizie di questa azienda e dei suoi vini si trova, tra l'altro, questo rational: il nome di questo vino in particolare deriverebbe dal dono offerto da Firenze a 8 famiglie tra cui i proprietari di Villa Collazzi (progetto del XVI secolo, attribuito a Michelangelo) che con grande valore combatterono per la città (l'azienda ha sede a pochi chilometri dalla città gigliata). Al di là del nozionismo storico, l'analisi semantica di questa "valorosa" parola, deve far riflettere in termini filosofici ma anche pratici: provando a googolare la parola "libertà" è difficile atterrare sulla bottiglia in questione, tanto ricca di significati e di riferimenti risulta questa accezione. Vantaggi e svantaggi delle parole di senso compiuto e in particolare di quelle che hanno molto senso. In ogni caso l'etichetta risulta piacevole, valoriale, credibile.

Il Gregge della Biodiversità

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Brasa Coèrta, Blend di Rossi, Pasqua.

Ha suscitato sorpresa e polemiche il lancio di un nuovo vino da parte delle Cantine Pasqua, colosso veneto della produzione di vino (anche a basso costo). La novità è che si tratta di un vino "naturale", al contrario del resto della produzione di Pasqua che è da ritenersi "industriale". Ma lasciando perdere le annose questioni della definizione "naturale" per i vini, ci occupiamo qui di packaging e immagine. Il nome del vino innanzitutto: "Brasa Coèrta", forma dialettale per dire "brace coperta", ovvero qualcosa o meglio qualcuno che sembra stare tranquillo ma invece "cova qualcosa", come la brace che sembra quasi spenta ma un refolo d'aria può velocemente incendiarla di nuovo. Il collegamento con il marketing del nuovo vino sta nel fatto che si tratta di un progetto pilota, una piccola fiammella forse destinata a crescere molto e quindi a "incendiare" il mercato. L'immagine, disegnata da un illustratore che si chiama Biscalchin, ritrae un gregge di pecore al centro del quale si trova, a noi sembra, una pecora nera. Il discorso torna con il significato di "Brasa Coèrta", insomma un'acqua cheta, direbbero in Toscana, che però ha il suo originale e burrascoso modo di fare. Originale il progetto (affidato al guru della biodiversità in vigna, Lorenzo Corino), originale il nome (anche se limitato in quanto dialettale), originale il design. E visto che di pecore si tratta... in bocca al lupo!

Play Boys Frivoli su Etichette Insolite

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Gigolò, Cacc'è Mmitte, Masseria nel Sole.

Le etichette di questo piccolo produttore che ha sede nella provincia di Foggia (4,5 ettari a Lucera) sono molto colorate e fantasiose. Fuori dagli schemi classici per delle Doc che attingono ampiamente nella tradizione locale del vino. Partiamo da questa tipologia: il Cacc'è Mmitte (proprio con due "m"). Nome che se viene letto all'estero certamente genera curiosità sulla lingua di appartenenza. Noi italiani possiamo intuire che si tratta di dialetto, però non tutti sanno che significa "togliere e mettere". Questo perché qualche decennio orsono nella zona c'era l'abitudine di affittare le attrezzature per vinificare (troppo costose per i contadini viticoltori), messe a disposizione da tenutari (con maggiori disponibilità economiche) per un periodo limitato di tempo (per dare accesso rapidamente ad altri viticoltori affittuari).
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Da qui il "togliere e mettere" frenetico: togliere subito il mosto di un viticoltore e mettere nelle cisterne la pressatura di quello che attendeva il proprio turno. Per la cronaca il vino in questione è prodotto con l'unione di Bombino Bianco, Montepulciano e Uva di Troia. Tornando alle etichette abbiamo preso il Gigolò  (in alto a sinistra) come esempio, anche perché il significato del nome è particolare e forse non tutti lo ricordano: dice Treccani che Gigolò "...è propriamente un ballerino, derivato dal francese giguer "saltellare". Un giovane che si fa mantenere da una donna, specialmente più anziana di lui; più genericamente uomo che si prostituisce alle donne. È frequente anche la forma foneticamente e graficamente italianizzata gigolò". Ed ecco fatto lo scalpore: il Gigolò è un "puttano", giusto per utilizzare parole chiare. Nell'immagine dell'etichetta in alto a sinistra vediamo la rappresentazione fumettosa di un Gigolò con i suoi occhiali scuri da play-boy (che dir si voglia). Tra le altre etichette molto artistiche di Masseria nel Sole (nome dell'azienda), facciamo notare che questo Gigolò fa il paio, diciamo che si accoppia bene, con Madame, anche lei molto frivola (rosato da uve Montepulciano). E per concludere, le illustrazioni presenti su queste etichette sono così presenti, attenzionali, colorate, bizzarre che occupano letteralmente tutto lo spazio e l'attenzione disponibili.

Design Acustico in Chiave Cromatica

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Tolovaj, Sauvignon Vert, Reia.

Questa originale etichetta ci offre l'occasione di fare alcune considerazioni interessanti sul mondo del vino. In primo luogo possiamo affermare che non è necessario essere una grande azienda (con grande potere economico) per generare una bella etichetta. Servono le idee. Come per tutte le altre cose della vita. E poi, in questo caso, un bravo designer che sappia usare i programmi di grafica digitale. La semplicità e la voglia di creare qualcosa di diverso fa il resto. Queste etichette (in alto a sinistra quella del vino chiamato "Tolovaj", praticamente il tocai friulano di un tempo, che ora non si può chiamare più così per la nota diatriba con l'Ungheria) sono state create da e per un piccolo produttore sloveno. Vini d'autore, genuinità a tutto campo, coltivazioni naturali, passione vera.
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Ma anche genialità per il packaging, cioè attenzione per il fattore estetico, della comunicazione, oltre a quello organico, per il prodotto-vino. Queste etichette, che attirano subito l'occhio, sono la trasposizione visiva di alcune lettere dell'alfabeto Morse. In pratica, i puntini colorati corrispondono trama acustica tracciata nel codice suddetto. Ci sono tre parole per ogni etichetta: il nome dell'azienda (Reia), il nome dell'area di coltivazione (Brda, cioè Collio) e il nome del vino (di volta in volta: Rebula, Malvazija, Tolovaj, Poanta...). Un bel modo di comunicare a molti livelli, quello cromatico, quello visivo e anche quello uditivo, trasformato in tracciati molto colorati. Anche il logo aziendale viene sintetizzato in questo modo. L'effetto, anche a distanza, immaginiamolo nel banchetto di un fiera o sullo scaffale di una enoteca, è di sicuro impatto. Qualcuno penserà che questa è solamente una "trovata" curiosa, ma di fatto qualcuno l'ha cercata, ci ha creduto e l'ha realizzata. Complimenti.

La Poesia del Vino Anche in Etichetta

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Curva Minore, Cerasuolo di Vittoria, Pianogrillo.

Un'etichetta semplice, quasi un foglio di carta di sole parole, l'unica "concessione creativa" è il colore dei testi, un blu cobalto molto elegante. Per il resto si potrebbe definire come un'etichetta "tipografica". Ma lo spessore c'è. E risiede nel nome del vino. Nel nome di questo Cerasuolo (composto da Nero d'Avola e Frappato) di Vittoria (Sicilia): Curva Minore. No, non si tratta di una citazione topografica relativa a una strada che costeggia le vigne: è il titolo di una poesia di un grande personaggio. Salvatore Quasimodo, nato a Modica nel 1901, Premio Nobel per la letteratura nel 1959. A ben guardare (l'etichetta) si può scorgere questa dedica: "Hommage a Salvatore Quasimodo" che si legge sotto al nome del vino. La poesia non è di quelle allegre, è di quelle che fanno riflettere, insomma per molti ma non per tutti. Comunque bellissima, e tale e quale la riportiamo qui di seguito: "Perdimi, Signore, che non oda gli anni sommersi taciti spogliarmi, si che cangi la pene in moto aperto: curva minore del vivere m'avanza. E fammi vento che naviga felice, o seme d'orzo o lebbra che sé esprima in pieno divenire. E stato facile amarti in erba che accima alla luce, in piaga che buca la carne. Io tento una vita: ognuno si scalza e vacilla in ricerca. Ancora mi lasci: son solo nell'ombra che in sera si spande, né valico s'apre al dolce sfociare del sangue.", Ove "Curva Minore" è la vecchiaia che avanza e la fine dei giorni che si avvicina. In questo, il vino è una sorta di medicina. Tornando all'etichetta rimane un solo dubbio: perché scrivere "hommage" in francese? Sarà un omaggio alla dominazione francofona in Sicilia? Altri due particolari: la scritta "vendemmia a.d. 2015" (anno domini) e la firma di "Lorenzo Piccione di Pianogrillo" (proprio così: "Piccione", ultimo erede della baronia di Grassura).

Un "Lombardo" in Terra Veneta

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Gran Lombardo, Valpolicella Ripasso, Bonfanti Vini.

Il nome di questa linea di vini si scontra con l'origine del produttore. Siamo in Veneto, a riprova del fatto che la Valpolicella è collocata geograficamente a nord di Verona. Non solo Valpolicella superiore per questa linea di Bonfanti: c'è anche l'Amarone, un rosso, un bianco e un rosé. Tutti sotto l'egida del "Gran Lombardo". La Lombardia è vicina, vero, ma la topografia non collima. Dove sta l'arcano? Nente di meno che in una frase della Divina Commedia: "Lo primo tuo rifugio e 'l primo ostello sarà la cortesia del Gran Lombardo" (Dante: Paradiso Canto XVII). La frase completa del Sommo Poeta continua con un ugualmente enigmatico "...che in sulla scala porta il santo uccello". Il tutto merita di essere approfondito. Ebbene, Dante Alighieri, citando il "Gran Lombardo" parla di Alboino della Scala, della famiglia degli scaligeri, signori di Verona per lungo tempo attorno al 1300. Per chi non conosce la storia a "menadito", leggere Gran Lombardo su un vino veneto potrebbe generare qualche perplessità. O forse una curiosità che possa spingere ad informarsi meglio. Il nome è certamente sontuoso, atteggia a una sorta di grandezza, esperienziale se non anche storica. Per cui ci sentiamo di promuoverlo in ogni caso. Per quanto riguarda il design dell'etichetta, si potrebbe dire niente di nuovo: elegante, toni scuri e orli dorati, equilibrata, senza guizzi creativi se non nella semantica culturale del nome.

Granchi in Val di Suga (Strano ma Vero)

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Val di Suga, Brunello di Montalcino, Poggio al Granchio,

Due elementi di curiosità in questa etichetta: la descrizione, quasi una storia, sul fronte etichetta, delle caratteristiche climatiche della zona dove sono coltivate le viti di Sangiovese (stiamo infatti parlando di un Brunello di Montalcino). E poi il nome dell'azienda: Poggio al Granchio. Iniziamo da quest'ultimo riportando la spiegazione che il produttore ha collocato nel proprio sito web: "...il nome deriva da un piccolissimo stagno al centro della proprietà, sotto un imponente leccio, dove si trovano al suo interno dei simpatici e vispi granchi di acqua dolce". Certo non ci si aspetta una specie come il granchio sulle colline ilcinesi. Se non, appunto, precisando che si tratta di quelli di acqua dolce. Si poteva pensare, senza una adeguata spiegazione, a qualche sedimento marino nel terreno. Anche "Val di Suga" che in questo caso si erge a nome del vino (a quanto pare) risulta strana come nomenclatura, eppure " è una valle stretta sulla dorsale sud-est di Montalcino che scende in direzione di Sant’Antimo". Veniamo alla spiegazione "climatica": "Da uve baciate dal sole mattutino...", benissimo. Poi "...che ricevono il fresco soffio benefico e vitale del Monte Amiata". Il cerchio è chiuso (anche graficamente). Caldo e fresco. Beneficio vero per la vite e i suoi frutti. Da notare, oltre alla particolareggiata illustrazione al tratto, al centro dell'etichetta, anche la bussola in alto a sinistra: in evidenza i due punti cardinali Sud ed Est, ad indicare l'esatta esposizione dei colli vitati di questo Brunello.

Il Vino che Non C'è

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San Giusto, Cabernet Franc (questa volta), Vigneti Poggiofoco.

Il nome di questo vino non è nulla di speciale, nel senso che nell'Italia clericale di nomi che inneggiano a santi ce ne sono molti. Tanti quante sono le chiese e le cappelle votive. E' invece la dicitura posta in etichetta proprio sotto al nome, che ci ha incuriosito, cioè "Il vino che non c'è". L'azienda in questione, sita in Toscana ed esattamente in Maremma, lavora a regime biologico e con una propria filosofia tutta imperniata sul naturale, nel rispetto di uomo e ambiente. Il produttore ha deciso per questo vino di utilizzare ogni volta un vitigno diverso: questo è il punto saliente. Ad ogni stagione, ad ogni vendemmia, viene scelto un tipo di uva da utilizzare che sarà quindi ogni anno diverso. Originale come iniziativa, a volte utile, per ovviare a qualche capriccio del meteo.
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Originale sottolinearlo in etichetta con un misto di ironia e mistero. In questo caso, noi abbiamo preso ad esempio l'annata 2010, quando il vino è stato prodotto con il vitigno Cabernet Franc. La grafica dell'etichetta (packaging design per gli americani) è ugualmente originale, a metà tra l'arte contemporanea, la decorazione murale e i fantasiosi costumi del Cirque du Soleil. Nel complesso tra il visual e i testi utilizzati, questa bottiglia, anche se non è definibile come elegante o come "classica", sicuramente guadagna in visibilità e in simpatia. Due fattori universalmente validi: il primo sullo scaffale e il secondo con gli amici a tavola.

Puntini di Vista Colorati

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Rablè, Barbera d'Asti, Vignaquaranti.

Si tratta di una azienda giovane che ha iniziato la proprie attività nel 2007. La scelta, per le etichette, è stata di andare controcorrente, rispetto al classicismo che ancora vige da quelle parti (Monferrato, Piemonte). Il tema ricorrente del packaging design dei vini di Vignaquaranti sono dei puntini colorati. Una trama che si propone subito nel logo (una Q formata da tanti puntini) e si sviluppa poi nella grafica e nella cartotecnica delle etichette. Il risultato reca una buona originalità, anche se questa soluzione "moderna" spiazza un po' anche chi sostiene nuove strade di comunicazione. Risulta cioè molto "asciutta", emozionalmente sterile, computerizzata.
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Veniamo ai nomi, in grado di ammorbidire le percezioni: Quaranti è il paesello (in provincia di Asti) dove ha sede l'azienda. Da qui Vignaquaranti (tutto attaccato). Il nome di questa Barbera scalda ancora di più l'anima dei buongustai della vita: il nome Rablè è stato scelto in omaggio allo scrittore rinascimentale francese Francois Rabelais (per assonanza), noto per i fantastici racconti di Pantagruel e Gargantua (titolo originale del primo racconto "Gli orribili e spaventosi fatti e prodezze del molto rinomato Pantagruel re dei Dipsodi, figlio del gran gigante Gargantua"). Si tratta di una serie di romanzi dove si susseguono, tra altre incredibili avventure, grandi mangiate ed epocali libagioni. Assolutamente da leggere sorseggiando un buon vino, purché italico!

Se Questa è un'Etichetta

Pian del Ciampolo, Sangiovese e Canaiolo, Montevertine.

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Riprendendo il titolo che abbiamo attribuito a questo post: se questa è un'etichetta allora tutti i designer del mondo possono dismettere la loro attività da questo momento. Possono andare in pensione. E' chiaramente una battuta, una provocazione, la nostra, di fronte al packaging di questa bottiglia di vino che viene prodotto da una nota e stimata casa vinicola toscana che opera in Radda in Chianti. Si tratta della medesima azienda che produce anche il pluripremiato "Le Pergole Torte". Il vino che mostriamo qui nelle due foto inserite nell'articolo è un "basso di gamma" (per quanto "basso" si possa definire uno qualsiasi dei vini di Montevertine), composto da Sangiovese e Canaiolo (a quanto sembra, in alcune annate, anche da Colorino).
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Lascia molto perplessi l'etichetta, laddove invece quella del top di gamma Le Pergole Torte ha la propria personalità e distintività sul mercato. L'etichetta di questo "Pian del Ciampolo" è davvero "tipografica". Insomma, con tutto il rispetto per l'artigianale (una volta) arte della tipografia, potrebbe everla composta un bimbo, forse il figlio del tipografo di un piccolo paese. Caratteri normalissimi, impaginazione centrata, nessuna concessione a soluzioni creative o emozionali. Una cornice, un piccolo stemma, il resto sono parole. Certo, qualcuno dirà che a parlare in questo caso non è l'etichetta bensì il vino. D'accordo: grande passione, grande dedizione, grande qualità. Ma un piccolo sforzo per rendere gradevole anche l'etichetta non lo potremmo fare?