Da sempre il connubio tra illustrazione, pittura, scultura, arte in generale e il mondo del vino, funziona e porta valore ad entrambi i contraenti. Il vino è arte e cultura, l'arte è emozione. Tutti gli elementi combaciano. Certo servono "opere d'arte" dotate di estro e creatività, capaci di generare attenzione e buone sensazioni. In questo caso abbiamo un'etichetta artistica molto semplice come esecuzione, molto "contemporanea": l'illustrazione mostra un albero, forse un arbusto floreale, e i petali colorati come interpretazione dei doni colorati della natura. Il nome "Petalos" è coerente (ma probabilmente in questo caso l'artista ha "seguito" il nome, fornendo una quadratura concettuale a livello visivo). Il resto dello spazio disponibile è gestito graficamente in modo semplice, descrittivo: il protagonista è certamente il tratto pittorico che risulta piacevole, moderno, evocativo, emozionante, quindi memorabile.Arte e Vino si Sposano Bene
Da sempre il connubio tra illustrazione, pittura, scultura, arte in generale e il mondo del vino, funziona e porta valore ad entrambi i contraenti. Il vino è arte e cultura, l'arte è emozione. Tutti gli elementi combaciano. Certo servono "opere d'arte" dotate di estro e creatività, capaci di generare attenzione e buone sensazioni. In questo caso abbiamo un'etichetta artistica molto semplice come esecuzione, molto "contemporanea": l'illustrazione mostra un albero, forse un arbusto floreale, e i petali colorati come interpretazione dei doni colorati della natura. Il nome "Petalos" è coerente (ma probabilmente in questo caso l'artista ha "seguito" il nome, fornendo una quadratura concettuale a livello visivo). Il resto dello spazio disponibile è gestito graficamente in modo semplice, descrittivo: il protagonista è certamente il tratto pittorico che risulta piacevole, moderno, evocativo, emozionante, quindi memorabile.Il Pallino per la Visibilità
Altrovino, Cabernet-Merlot, Duemani.
La "lotta per la sopravvivenza" sullo scaffale, per un vino (sia nel canale horeca, sia in un supermercato, sia anche sulla tavola di un ristorante stellato), si gioca anche sulla capacità della bottiglia di essere originale. Di staccarsi dal mucchio. Di essere, quindi, notata. E' chiaro che dopo (o prima) giocano un ruolo determinante il buon nome del produttore, il vitigno, le scelte enologiche e via discorrendo (un ruolo determinante ce l'ha anche l'enotecario o il sommelier nel momento in cui, e nella modalità con cui, consigliano il vino). La scelta estetica di questa giovane azienda vinicola ha puntato sui colori: ricorda le prime mosse del genio cromatico di Missoni. E a dire il vero, anche le prove di visibilità che l'oculista sottopone ai pazienti per verificare casi di daltonismo. La sostanza, molto visibile, è che queste etichette si fanno notare. Scelte cromatiche diverse per i 4 vini in gamma e a guardare i nomi, viene confermata un certa originalità anche da quel punto di vista: Altrovino, Duemani (nome anche dell'azienda), Suisassi, Cifra. Non sono dei campioni di estro "nominativo" ma risultano brevi, efficaci, memorabili. In generale quindi ad un accurato lavoro in vigna e in cantina (l'azienda porta avanti un discorso di alta qualità, uve demeter, selezione) è seguita una attenzione per la comunicazione che lascia presagire una visione orizzontale (costruire sul medio-lungo termine), piuttosto che verticale (guadagnare subito). Una piccola critica: i testi nelle etichette non sono molto leggibili a causa della loro colorazione tenue, una scelta cromatica che preclude una perfetta fruibilità ma che si integra in un discorso di ricercata eleganza estetica.
Terra Est Vita
Anima, Chenin Blanc, Avondale Wine.
Il nome di questo vino a base Chenin Blanc, proveniente dal Sud Africa è profondo e semplice al tempo stesso. "Anima" è parola un po' inflazionata, utilizzata in molti ambiti merceologici. Emozionale, particolarmente indicata per il mondo del vino, ma non originalissima. Di rimarchevole c'è la modalità con la quale il produttore ha deciso di comunicare tutto il concetto che sta dietro a questo nome. Diciamo che questo è un caso in cui il concetto è più pregnante, importante, del nome. Pur essendo un validissimo nome, sia chiaro. Nel sito, nella pagina specifica di questo vino, vengono comunicate in modo chiaro, sintetico e anche sufficentemente empatico, le motivazioni, il rational, di questa scelta di denominazione. Il riferimento è alla "forza vitale" perché "la terra è vita": dai minerali alle piante, dagli animali agli essere umani. Di bella ed efficace coerenza anche l'illustrazione in etichetta (proprio sopra al nome) che potrebbe sembrare un ghirigoro lezioso, e invece, spiegato, risulta essere "una riedizione moderna dell'albero della vita, filogenetico ed evolutivo, a testimoniare che tutte le forme di vita sono collegate tra loro attraverso una serie complessa di rapporti, in un tempo infinito". Insomma una concettualizzazione così si trova raramente nella comunicazione del vino. Infine come grafica l'etichetta non è straordinaria, un po' spenta ed elementare. Ma gli elementi che la compongono, nome e simbolo, e soprattutto concetto a monte, già le attribuiscono dignità e valore in partenza.Chiudere il Cerchio
Bello il concetto, bello il nome, bella l'etichetta. In questo "percorso" risiede tutto il successo di un packaging che vuole comunicare con i propri potenziali (o affezionati) clienti. Questo produttore sudafricano porta avanti un certo modo di lavorare, ispirato alla biodinamica, e lo vuole coerentemente affermare sulle proprie bottiglie. Il cerchio (il ciclo) della vita è quello, viene spiegato sul sito aziendale, che ogni anno consente alla vite di risvegliarsi in primavera, di produrre in estate e di riaddormentarsi in inverno. L'osservazione e il rispetto di questo ciclo vegetale-esistenziale porta a risultati qualitativi di rilievo con vantaggi per tutti: per chi produce e per chi consuma. Il nome, Circle of Life, ha in evidenza la C iniziale, rossa, che con il suo movimento circolare fortifica il concetto. L'illustrazione, semplice, empatica, riproduce il ciclo annuale della natura con ilare rappresentazione. La cartotecnica dell'etichetta ha inoltre la particolarità dello strappo superiore (fisico) e inferiore (grafico). In summa si può dire che questi sudafricani "bagnano il naso" a molti europei in fatto di packaging design.
L'Anima del Vino
Questa analisi non può che iniziare dal nome del vino, in spagnolo, Alma del Campo, assoluto protagonista dell'etichetta (di fatto è anche il nome del produttore che, come avviene in molti casi, caratterizza le bottiglie di vino come se fosse un vero e proprio nome di prodotto). Protagonista, si potrebbe dire, a pieno titolo, visto il profondo significato che si porta dietro. In italiano sarebbe l'Anima del Campo. Che sarebbe il trancio, ma anche la vite, la vigna intera che lo ha generato, la terra, il paziente viticoltore che affonda i suoi passi nelle zolle mille volte al giorno. L'Anima del Campo finisce nel vino prodotto che a sua volta trasmette sensazioni ed emozioni anche all'anima di chi lo beve. Anime che si incontrano: c'è tutto un percorso in questo nome, un inizio ed una conclusione della storia, un tramite e un termine, che consente a chi decide di scegliere questo vino, di iniziare a immaginare quando la bottiglia è ancora chiusa e di continuare a farlo gustandola fino in fondo. Per quanto riguarda la grafica bisogna sottolineare che è equilibrata, si colloca tra classico e il moderno, è dotata di buona originalità, cromaticamente è di gusto, preziosa ma senza inutili sfarzi.
Natura a Tutto Tondo
Habitat, Garnacha e Sirah, Torres.
Ecco un buon nome per esprimere la personalità di un "Vino Ecologico" come dicono in Spagna (il produttore è della Catalogna). Il senso è quello di rafforzare, e anche di spiegare meglio, il concetto di biologico, naturale, organico, insomma il tema del vino genuino e rispettoso dell'ambiente. Tema ancora piuttosto astratto nella mente dei consumatori, soprattutto in italia. Quindi il nome Habitat, unitamente ad una grafica dell'etichetta che richiama con chiarezza e semplicità il "ciclo della natura" con raffigurazioni di alcune specie animali presenti in vigna, comunica l'importanza del perfetto funzionamento di quel meccanismo straordinario che è la natura. Habitat è anche, ormai, parola internazionale, comprensibile in tutti gli angoli della terra. Deriva dal latino habitare, abitare, e oggi ha acquisito quel significato che esprime "l'insieme delle condizioni ambientali in cui vive una determinata specie di animali o di piante".
Fino a un Certo Punto
.G, Glera Metodo Classico, Le Vigne di Alice.
Coraggioso il pay-off aziendale di Le Vigne di Alice che recita "Life is a bubble". Non di meno, da parte di chi lo "riceve" leggendolo, la ricerca dentro di esso di una propria personale interpretazione. Diciamo che può essere molto "ampio", come un buon film (quelli del passato) dei fratelli Cohen. Viviamo tutti dentro a una bolla, è vero (prima interpretazione), ma questo non è molto bello, siamo cioè condizionati e strumentalizzati. La vita è meglio viverla in modo effervescente (seconda interpretazione), non male, e quanto meno è aspirazionale, prospettica, vivifica. La vita è un attimo, beviamoci sopra del buon vino (terza interpretazione), attimo in senso temporale e anche orientale. Ottimo, ci piace. Ed è questa la versione ufficiale delle produttrici. Comunque sia un pay-off in inglese e spumeggiante come questo si vede raramente nell'enologia italica. Ma passiamo ad un'altra operazione coraggiosa di Le Vigne di Alice, il nome .G (punto G) per il Prosecco Superiore (in senso di glera) in versione Metodo Classico (docG, forse la G viene anche da qui). Vino prodotto da sensibilità e gusto femminili, esclusivamente con il vitigno Glera. Vino che assimila alla sensualità dello Champagne, potrebbe essere una possibile interpretazione. Coraggioso, intraprendente, sfidante. Un solo appunto... il punto. Si vede poco. Si fa leggere poco. Forse un'opzione migliore sarebbe stata quella di esplicitare il tutto scrivendo "PuntoG" per esteso.
I Nomi non Hanno Confini (Forse)
Amets, Prosecco Extra Dry, S. Maman.

Il produttore di questo vino che prende il proprio nome aziendale dalla chiesetta di San Maman (nella zona di coltivazione delle vigne) e che ha creato un logo molto interessante (non così indovinato il nome, San Maman o S. Maman che dir si voglia è di difficile lettura, pronuncia e memoria), spiega sul proprio sito le origini del nome del vino: Amets. Si tratta, letteralmente di "Sogno" in lingua Euskera (Basco) perché "i sogni si sa non hanno né lingua né confini". Dunque ricapitoliamo: il logo aziendale (molto bello) riporta un nome (aziendale) piuttosto francese, S.Maman (ma anche veneto dialettale a dire il vero) e di difficile pronuncia, mentre il nome del vino, un Prosecco in varie versioni, è in lingua Basca. Amets, il nome del vino, è anch'esso di non facile pronuncia, sia pure con un significato che concettualmente potrebbe essere valorizzante (Sogno). Da citare la bella frase (in dialetto veneto) a chiusura della pagina del sito dedicata ai prodotti: "Mi piace pensare che il mio vino possa aiutarvi anche quando la ruota del mulino (della vita) pesca nell'acqua perché "se i afari i va mal, el corpo no la mai de patir".
Troppa Sobrietà Stona
L'etichetta di questo vino spagnolo, il produttore è dalle parti di Barcellona, a sud, regione Terra Alta (questo sì che è un bel nome), è a dir poco essenziale. Stile moderno, direbbe qualcuno, ma qui si rischia seriamente di sconfinare in una "spartanità negligente". Di contrappunto il nome del vino (è anche questa dicotomia che stona), L'Avi Arrufi, significa e ricorda il nonno fondatore dell'azienda. Infatti Avi significa nonno, come avo per noi in Italia, Arrufi è il suo soprannome. Anche il riferimento in etichetta all'uso di barrique ("blanc fermentat en barrica") non risuona in modo coerente con l'eccessiva modernità, potremmo anche parlare di "sterilità grafica", dell'etichetta in questione. Ricapitolando gli elementi: un nome antico (menzione dell'avito nonno), un vino quasi ancestrale (da vigne storiche: hanno 70 anni) rappresentato e comunicato da un'etichetta asettica, che riproduce l'effetto del puro, freddo, lineare acciaio. Davvero poco emozionale.
Piccoli Paesi Crescono
L'etichetta di questo vino (del quale non si riesce a sapere molto sia pure cercando in rete) è certamente da catalogare come una soluzione di ottimo livello. Considerato che il produttore e il vino sono di un paese emergente, la Moldavia, tanto di cappello. E' evidente il gusto e il coordinamento grafico tra il visual e il nome. Il concetto di equinozio, ricco di significato "contadino" e meteorologico per i cambi di stagione che rappresenta, viene rafforzato da una serie di particolari di raffinata esecuzione: il piccolo prisma dentro alla "O" del nome, il bordino rosso che delimita la parte sferica bianca, il cielo stellato con le costellazioni in rilievo sulla parte laterale, nera, dell'etichetta. Un lavoro di grande precisione, cura dei particolari e soprattutto il risultato di una preziosa ricerca creativa e produttiva, dell'ideazione grafica alla scelta dei materiali. Un buon esempio per i grandi del vino di tutta Europa e per gli altri emergenti del Resto del Mondo.
Un "Non-Nome" Scritto Tre Volte
Camperchi, Merlot.
Probabilmente si tratta di una etichetta di "studio" diffusa dell'agenzia di design che ha lavorato per questo produttore toscano. Lo prendiamo anche noi come esercizio di stile. L'impaginazione è classica, elegante, equilibrata e pulita. Ma troppo affollata. Troppe parole: in modo particolare, sul fronte etichetta, risulta per ben tre volte il nome dell'azienda. Diciamo che figura una prima volta come nome del vino, più in grande, poi come nome "legale" del produttore e infine come marchio/logo aziendale, alla base. Anche in una logica che predilige una costitutiva o rafforzativa "spinta" della conoscenza del marchio, sembra davvero una esagerazione. Infine, originale ma criticabile, dal punto di vista della leggibilità, il millesimo in alto, posto su due righe.
Le Etichette Cruciverba
Abbiamo già ampiamente chiosato in passato contro le etichette poco leggibili. In particolare quelle che fanno di un uso macroscopico di caratteri tipografici, il fulcro del loro design. Questo nome "HobNob" ha una storia e un concept interessanti, rovinati da una grafica "modello cruciverba" che ne compromette la lettura. Ma vediamo cosa si dice sul sito del produttore riguardo a questo nome (che in sostanza è il nome dell'azienda): "Coined in
the 18th century, the term HobNob refers to people drinking to one another,
clinking glasses, rubbing elbows, celebrating various moments and milestones.
Safe to say those early adopters were toasting different accomplishments and
occasions, like successful harvests, jousting victories and avoiding the
gallows. These days, with longer life expectancies, fewer arranged marriages
and the power of electricity, there are more reasons to HobNob than ever: like
an outdoor summer concert with friends, a more private moment with a crush on a
city rooftop, even mingling with your crew at an underground club. Rejoice and
raise your glass!" Simpatico, no? Se l'avessero anche reso più "fruibile" sarebbe andata meglio. E cosa dire della traduzione dell'effetivo nome del vino "Wiked Red", Rosso Malvagio?Essenzialmente Tradizionale
L'etichetta di questo vino è a nostro parere la migliore della gamma di produzione delle Cantine Manfredi, pur non essendo il vino "di punta". A volte le dinamiche creative della etichette non seguono percorsi concettualmente ragionati e ragionevoli. Fatto sta che questa etichetta è molto gradevole e ben realizzata. Nella tradizionalità di un vino autoctono e di uno stile "antico" simboleggiato dallo stemma di famiglia, viene concepita un'etichetta molto pulita graficamente, con pochi elementi ben armonizzati. Sul collarino c'è il nome del produttore, nella parte superiore della bottiglia un logo con due lettere stilizzate, e alla base la tipologia del vitigno e il nome del vino. Sarebbe stata cosa buona e giusta invertire le dimensioni di questi due nomi, in favore di una maggiore leggibilità del nome del vino. Taglio del Tralcio è molto evocativo, certo è anche lungo e complesso, le due T in sequenza confondono e non aiutano la memorabilità, ma nel complesso il packaging si rivela funzionale, elegante, interessante.Il Nome è Come un Titolo
Questa azienda della Basilicata, condotta da una giovane donna, ha deciso di produrre un unico vino che nasce dal vitigno tipico della zona del Vulture, a terreno vulcanico. Il nome, interessante, non nasce da creatività pura, ma come accade spesso nel dedalo di denominazioni topografiche italiche deriva dalla "contrazione" del nome della località dove ha sede il produttore: Contrada Solagna del Titolo, ai piedi del Monte Vulture, vicino a Barile, provincia di Potenza. Una denominazione troppo lunga da scrivere e da sostenere. E quindi la decisione di adottare una parte della localizzazione con la felice scelta di Titolo. Felice perché Titolo oltre a rappresentare una precisa provenienza e quindi il territorio di origine, è una parola che in italiano prende molte sfumature: il Titolo è la parte introduttiva, molto importante, di uno scritto, ma anche "avere Titolo" significa avere "voce in capitolo", ed essere titolato significa essere valutato. Insomma dentro a Titolo, breve, foneticamente simpatico e rotondo, possono albergare molte sensazioni, molte "comunicazioni". Graficamente l'etichetta spicca per la pulizia del design (con il nome giustamente in evidenza), il carattere di scrittura è forse eccessivamente moderno per il tipo di vino e di provenienza, ma funzionale (ben leggibile). Sullo sfondo in un grigio piuttosto punitivo, si intuiscono gli appezzamenti delle vigne e l'ondulato andamento delle colline del Vulture. Di ottima esecuzione, tutto considerato.
Vale un Perù
Questo vino vale un tesoro anche se di prezzo medio (30 Euro): siamo di fronte ad una etichetta molto elaborata (nella cartotecnica) ma al tempo stesso molto semplice (visivamente). Le forme, le curve, esprimono un concetto di rotondità, di piacevolezza, di liquidità densa e corposa. La preziosità viene espressa anch'essa in modo semplice con una piccola corona dorata, elevata, portata in alto dalla dinamica dell'etichetta. Il nome, Tesoro, è semplicemente perfetto, consideriamo che il vino e il produttore sono austriaci del Burgerland e quindi hanno deciso di puntare su una parola in italiano, conosciuta ormai in tutto il mondo. In Italia sarebbe un nome (ormai molto sfruttato) da passito, ma per il mercato austriaco e del nord europa è una denominazione che può risultare memorabile, di moda, e quindi raccogliere consensi. Il lettering di "Tesoro" sottolinea la "sottoparola" OrO che lega con tutto il resto e chiude il cerchio.
Si Chiama Crasi e a Volte Funziona
Magòt, Pinot Nero, Castello di Luzzano.
La felice unione di due parole deve avere come fine ultimo la comprensione e l'emozione. In questa etichetta, che graficamente e cromaticamente non eccelle, troviamo un nome di poche lettere, ma significativo nell'ambito di quella materia complessa che è il naming. In questo caso con "Magòt" è stata creata una piccola, apparentemente semplice, magia: l'unione delle parole Magia con Pinot (Noir), il vitigno che compone il vino. Questa magia semantica viene spiegata con una ulteriore breve frase "Magia di Pinot" sotto al nome. Forse non era necessario, ma tant'è che può servire a rendere ancora più evidente l'esperimento. Ne deriva un nome breve, incisivo, evocativo, memorabile, foneticamente molto bello: forse l'unico "difetto" è che allude ad una pronuncia tipicamente francese, assimilabile però a certe accezioni dialettali della zona di produzione, l'Oltrepò Pavese.
Gatti che Abbaiano alla Luna
Petit Arnau, Merlot e Pinot Noir, Loxarel.
Molto spesso la deriva artistica delle etichette del vino colpisce gli occhi di improvvisati acquirenti lasciandoli nel dubbio. E nel dubbio non si acquista, si sceglie altro. Anche se l'espressione artistica, come in questo caso, è di spessore, è incisiva, interessante, creativa. La relazione tra arte e vino è un matrimonio contrastato. Siamo un due ambiti, l'arte e il vino, che possono esprimere grande personalità e per questo possono andare "in contrasto". Non è facile quindi, scegliendo di percorrere la strada dell'arte, trovare l'equilibrio giusto. La "forma" artistica adatta ad un vino. Un ulteriore rischio, commerciale e in generale di gradimento, si corre adottando etichette artistiche temporanee, cioè cambiandole ogni anno. Questo può accogliere nuovi appassionati ma disorientare lo zoccolo duro dei clienti. Insomma l'arte va presa con rispetto e anche con un po' di sospetto.
Valtellina Antica e Moderna: Sure!
Sciur, Nebbiolo Chiavennasca, Nino Negri.
Si tratta di un progetto ad ampio respiro. Che fa respirare aria nuova in Valtellina. E ce n'è bisogno. Un vino da vigneti storici (Fracia) che si prende l'impegno di salvaguardare ambiente, territorio, cultura, rispettando ad esempio, i famosi terrazzamenti con i muretti a secco, tipici della viticultura di montagna della Valtellina. Ma passiamo all'analisi del fattore packaging: il naming è particolare, "Sciùr" significa "Signor" in dialetto, ma si potrebbe anche leggere una intenzione di internazionalizzare il prodotto visto che "Sciùr" si pronuncia come "Sure" in inglese, che significa "Sicuro" o "Certo" o "Fidato" o "Positivo". Un'ottima forza semantica, breve, immediato, originale, regionale certo, ma anche con velleità esterofile per chi le vuole o le sa leggere. Il design è molto nero (forse un po' troppo), elegante, lineare... e nella linearità dei tratti proposti, risulta anche evidentemente "montagnino", mantenendo quindi, sia pure nella modernità, quel fattore territoriale che mai bisognerebbe perdere nel comunicare il vino.
Tutto è Possibile
Cosa sia uno Swanky White non lo sappiamo e nemmeno lo vogliamo sapere. In California si sono inventati questa etichetta e soprattutto questo nome per un vino bianco che evidentemente dopo averlo bevuto "fa ballare il mambo". Divertente allegoria, enfatizzata dal disegnino in alto a destra con due provetti e scatenati ballerini alle prese con la sfrenata danza. Hey Mambo è anche una famosa canzone ma in fin dei conti cosa c'entra con un vino? Parliamo anche dei toni cromatici davvero "drammatici" di questa etichetta: bianco e rosso, come dire la Croce Rossa. Al di là delle facili battute il rosso è da sempre considerato un colore allarmante, tensiogeno, poco rilassante. Codici cromatici che si prestano forse per una tequila, non per un vino bianco. Ma il mondo è bello perché è... mambo!
Illustrare il Vino
Bonarda Pinot Barbera Riesling, Tenuta Mora Bassa.
Questi vini non hanno nome (se non il nome del vitigno con il quale sono prodotti) ma mettono in mostra della belle illustrazioni "a tutta pagina". Illustrazioni che di fatto assurgono al ruolo di protagonista nell'economia di etichette molto colorate ma con sobrietà, decorative ma con gusto. Gli "artwork" rappresentano 4 animali, uno per ogni sorte di vino (gallina, airone, cinghiale, pesce) con una vaga "sindrome" da consiglio d'uso. In pratica, alla "prova scaffale", la piacevolezza delle illustrazioni prende decisamente piede, anzi conquista l'attenzione degli occhi: si tratta di interpretazioni dotate di gusto estetico e artistico, equilibrio nei colori, estro creativo nelle forme, e anche una certa poesia del comunicare visivamente. Ad alcuni potrebbero risultare forse troppo giocose ma nel complesso si possono considerare un'ottimo esempio di packaging.Buoni Amici del Vino
Raramente il cognome di un produttore può funzionare anche come elemento valorizzante dell'immagine aziendale ed eventualmente come nome di prodotto. Siamo di fronte ad uno di questi rari casi. Certo il cognome del produttore (probabilmente di origini toscane) che nel proprio significato contiene la percezione semantica di "Buoni Amici" è davvero un patrimonio da sfruttare. Buoni amici del vino, buoni amici quelli che condividono i piaceri della tavola, buoni amici l'uomo (il vignaiolo) e la terra (la vigna), buoni amici tutti coloro che vorranno e sapranno apprezzare questo vino. Insomma chiamarsi Bonamici è un vantaggio. Se oltre a questo, con estro creativo, si decide di mostrare in etichetta una illustrazione al tratto con due "buoni amici" volanti dentro a una botte, allora il gioco è fatto.
Etichette che Raccontano una Storia
Questo packaging, che veste una bottiglia di Shiraz in arrivo dalle terre australiane, non è nulla di speciale: non lo è l'illustrazione in evidenza, senza stile o estro particolari, non lo sono i caratteri di scrittura (troppi e troppo diversi tra loro), non lo sono il design, la grafica e l'impaginazione in generale (salvo quella paperella volante che decora il collo della bottiglia). Possiamo e dobbiamo cercare le sue peculiarità nel nome e nella storia che vuole raccontare. Una storia di donne cacciatrici (e qui sovviene probabilmente l'indicazione di consumo con uccellagione selvatica) "che sparano al loro pranzo", cioè che si procurano la materia prima da mettere in padella, in modo autonomo e un po' "maschio". Sicuramente questa "formula" comunicativa da etichetta "alternativa", incuriosisce un target sia maschile che femminile e in più, si integra allegramente nell'attualissima moda dello "storytelling" (niente di speciale anch'essa ma sorvoliamo per ora, come fa la papera fuggitiva).
Omonimia Latente
Nero, IGT Salento Rosso, Conti Zecca.
Due settori alimentari diversi, il vino e il cioccolato. Che pur sempre, in certi casi, hanno vite parallele incrociandosi in degustazioni particolari. Ma non è l'aspetto organolettico che interessa in questa sede, bensì la scelta del nome: Nero per il vino rosso a base Negroamaro del produttore Conti Zecca e altresì Nero per il cioccolato fondente Perugina (in diverse proposte di gusti e aromatizzazioni). Anche il modo in cui è stato deciso di scrivere il nome è decisamente somigliante: su due righe a caratteri cubitali. Per fortuna almeno il carattere di scrittura differisce. E naturalmente la grafica delle etichette: essenziale e lineare quella della bottiglia di vino, graziata e più eleborata quella del cioccolato. Grossi problemi di "copyright" non ce ne sono, se non un certo rischio di "confusione" nella mente dei consumatori quando il "Nero" si stabilizza nei loro ricordi: sarà un vino o un cioccolato? E' nato prima l'uovo o la gallina?Vigne Predilette in Bianche Etichette
Si tratta dei due vini "di punta" di un noto produttore toscano di Montalcino. Nella gamma delle sue etichette (le altre sono monocromatiche e colorate) queste due risultano come le più semplici, ma anche come le più "dimesse". La semplicità e la linearità dei tratti, in comunicazione, sono dei valori. Proprio perché sono in grado di "arrivare" all'obbiettivo con efficacia e senza "rumori di fondo". Ma naturalmente c'è semplicità e semplicità. In questo caso specifico le etichette sembrano davvero prodotte in tipografia. Dove gli schemi grafici sono limitati e la "visione" poco concettuale. Il carattere di scrittura, unico elemento che avrebbe potuto fornire distinzione su una etichetta bianca e decisamente neutra, è anch'esso ricco unicamente di normalità. Siamo di fronte tra l'altro ad un vino (come tipologia) tra i più noti d'Italia e nel mondo, in questo senso decisamente valorizzabile.
Passando ad una specifica analisi dei nomi di questi due vini la situazione non migliora: dove la scelta di nominare il Brunello di Montalcino con "La Casa" potrebbe, nella sua disarmante "normalità", risultare interessante per il mercato estero (sono quelle parole facili, in italiano, che tutti gli stranieri conoscono, dai russi agli anglosassoni, fino ai paesi scandinavi) ed essere quando meno memorabile (in quanto breve ed immediato) per il mercato italiano, ebbene, la versione Rosso di Montalcino denominata, ahinoi infelicemente, "La Caduta", risulta appesantita da un problema puramente semantico, di significato, che crediamo anche un bambino saprebbe intravvedere.
Laurea in Grafologia
Maoro e Donna Ittoria, Vigneti Zicca.

Serve una laurea in grafologia o molta fortuna (chiamiamolo intuito) per leggere i nomi dei vini delle Cantine Zicca. Il carattere di scrittura scelto è (in termini tecnici) un graziato che più graziato non si può. Ovvero uno di quei caratteri molto "arzigogolati", riccioluti, complessi. Al punto da ostacolare seriamente la lettura. L'obiettivo di un nome di un vino è quello di distinguersi (dalla concorrenza) e farsi ricordare. Ma se non riusciamo a leggerlo (già quando siamo sobri, figuriamoci dopo il primo e il secondo bicchiere!) come potremo ricordarcelo o riferirlo a qualcuno? Anche la modalità di scrivere il nome in verticale è davvero una pessima idea. Se le mettiamo insieme possiamo capire che questa azienda potrebbe ben considerare di ritornare sui propri passi e cercare di tracciare i nomi dei propri vini in modo più intelleggibile. A parte il fatto che "Maoro" non conduce a nessun chiaro significato (anzi, crea confusione di interpretazione). E l'altro nome? Donna Ittoria (i clienti si chiederanno se si sono persi una "V" in tipografica, probabilmente) dal vigneto "Curru Trabutzu": ci vuole un enigmista per risolvere il rebus comunicazionale!
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