Frutti e Animali Lontani

18.5k, Pinot Nero, Giacomo Baraldo.

Davvero curioso il percorso mentale che ha portato Giacomo Baraldo, giovane viticoltore in Toscana, a generare questa etichetta. Partiamo dal fatto che oltre a produrre vino in Italia, Sangiovese e altro, Giacomo si dedica anche a una chicca neozelandese, il pinot noir che produce laggiù (crediamo per interposte persone). Questa etichetta si riferisce proprio a quel vino. Viene raffigurato l’animale simbolo della Nuova Zelanda, il Kiwi, che in questo caso non è il noto frutto peloso ma un gallinaceo piumato. Kiwi deriva dal greco e significa “privo di ali”, infatti l’animalino in questione non vola ma riesce a nuotare molto bene. Insomma ce n’è abbastanza per far parlare di sé. In aggiunta a questo, l’illustrazione ci mostra la sezione dell’uccello acquatico, costituita non dalle sue vere interiora, bensì a sua volta dalla sezione di un chicco d’uva. Le stranezze non finiscono qui: il nome del vino, ufficialmente 18.5k, sarebbe la distanza (18.500 km) dall’Italia alla Nuova Zelanda. Possiamo anche aggiungere, per concludere con le originalità di questo packaging, che la “O” del nome Giacomo Baraldo, in alto nell’etichetta, è una impronta digitale. E subito sotto la scritta, in francese, “vigneron”. Di questa etichetta si potrebbe scrivere un romanzo.

Troppo TOP, Troppo POP

T.O.P. Zero, Spumante MC Pinot Nero, Giorgi.

Questo prestigioso (per il fatto che sta 80 mesi sui lieviti) spumante Metodo Classico si presenta con un misterioso nome. Molto semplice se si osserva in modo superficiale: si legge “Top Zero” e si intuisce che si deve trattare di un dosaggio zero. Ma analizzando meglio l’etichetta (non ci vuole molto: si tratta di un packaging che comunica in modo elementare) si scopre che la prima parola del nome del vino è punteggiata, T.O.P., inoltre quel cerchietto rosso tra le due parole potrebbe anche indurre a leggere “topo zero”, una specie di Topo Gigio matematico. Ma pur tentando di ignorare il grosso punto rosso, ci siamo subito chiesti cosa potrebbe significare l’acronimo T.O.P. e le possibilità sono infinite: Tiraggio Oltre Pressione? Troppo Ossigeno Presente? Tipico Ordito Pleonastico? A parte gli scherzi, non abbiamo trovato una plausibile spiegazione nemmeno nel sito del produttore. E comunque vale sempre l’immediatezza, nella comunicazione via etichetta. Chi si trova davanti a questa bottiglia, cosa potrebbe pensare? Come potrebbe leggerla? Come potrebbe reagire? Queste sono le domande di base che sempre bisognerebbe porsi prima di definire il design estetico di un vino.

Bellissimo, “Brutissimo”, Rosatissimo

Brutissimo, Spumante Rosato, Cà  Salina.

E’ concepibile chiamare un vino “Brutissimo”? A Valdobbiadene l’hanno fatto. Accade nella patria universale del Prosecco (Glera) dove ci si diletta anche nel produrre altre tipologie di vino, giusto per arricchire la gamma e rispondere in modo più completo alla “domanda” di bollicine. Certo, si capisce bene che il nome di questo vino, un rosato da Incrocio Manzoni 13.0.25, deriva dalla terminologia “Brut” (in questo caso ottenuto con Metodo Charmat), ma quello che si percepisce non è “un brut ancora più brut” in senso organolettico, bensì un “bruttissimo”, in senso estetico, come se il nome avesse una doppia “t”. In realtà la bottiglia non è brutta nel suo insieme, grazie anche al bellissimo colore del vino. L’etichetta non si distingue per particolare eleganza ma diciamo che ottiene la sufficienza. In particolare nel design emerge il nome dell’azienda, Ca’ Salina e, più in piccolo, il motto annesso e connesso: “gaudium hospitis”, che sarebbe “la gioia dell’ospite”. L’azienda infatti fa vanto di uno stile e una modalità di accoglienza che privilegia gioviali degustazioni accompagnate da prodotti agroalimentari locali. Il “Brutissimo” e i suoi fratelli (varie versioni di Prosecco) potrebbero, in convivialità, generare bellissime emozioni. Ma rimane la perplessità sul nome del vino. N.B.: il vitigno Incrocio Manzoni 13.0.25 nasce da Raboso Piave e Moscato d’Amburgo.

Con l’Accento sulla Bellezza

Kalòs kai Agathòs, 
Vernaccia di San Gimignano, Campochiarenti.

Ci sono alcune osservazioni da fare su questa etichetta tutto sommato da definirsi “normale”, diciamo pure molto classica, per quanto riguarda il design. Le notazioni necessarie riguardano il nome del vino, in greco antico. La traduzione/spiegazione di “Kalòs kai Agathòs” che viene comunicata nel retro-etichetta non è esatta. O meglio, non tutti i tomi sacri delle traduzioni sono concordi. In modo spicciolo potrebbe essere “il bello e il buono” ma approfondendo si scopre un concetto più denso, più pregnante: la bellezza fisica rispecchia la bellezza interiore. Si può essere d’accordo o no, ma questo è quanto. Insomma in Grecia, nell’antichità, si sosteneva che se uno (o una) è bello “fuori”, significa che è anche bello dentro, cioè “in possesso di tutte le virtù”. Si allude alla bellezza di una vigna, in questo caso e alla qualità, conseguente, del vino tratto da essa. Si potrebbe applicare il medesimo concetto al rapporto tra bellezza/gradevolezza dell’etichetta e qualità/genuinità dal vino. Ma non sempre è così. L’abito non fa il monaco. Certo che se un vino si presenta con un bel vestito ha maggiori probabilità di essere scelto e acquistato, compresi gli annessi e connessi come le spiegazioni che si trovano sul retro dell’etichetta. La seconda osservazione riguarda gli accenti: sull’etichetta qui riportata sembrerebbe sbagliato quello sulla terza parola (sulla seconda “ò” accentata). Anche se sull’argomento ci sono molte discontinuità, la versione che va per la maggiore è quella con le due “ò” accentate allo stesso modo (accento grave). Inoltre, anche la “A” maiuscola di “Agathòs” non trova giustificazioni accademiche. Sicuramente prima di andare in stampa sarebbe meglio verificare bene: in giro qualche purista del greco antico ancora c’è, e magari si intende anche di vino.

Toccaterra Pocaroba Stile Estremo

Tokaterra, Passito, Vinicola Cherchi.

Solo una parola, un nome: “Tokaterra”. Non ha molte spiegazioni (di fatto non ne ha, da parte del produttore) se non il significato lineare, tolta la “k”, assimilabile a “tocca terra”. Forse l’uva di quel vigneto matura su rami bassi, vicino a terra (ma sarebbe troppo rischioso per la salubrità dei grappoli), forse si tratta di un vino che, bevuto, ti riporta con i piedi per terra piuttosto che farti volare in alto. Sappiamo che si tratta di innominabili “uve autoctone a bacca bianca” (no, il tokaj non c’entra) e che siamo a Usini, in provincia di Sassari, Sardegna. E che il vino è dolce, una specie di passito. Per il resto l’etichetta non dice molto, presentando, oltre al nome del vino, in verticale a tutto campo, il logo aziendale in basso, formato da una sagoma di un paesello e dalla scritta “Vinicola Cherchi”. Packaging effimero, ristretto, forse timido. Nome insolito, che skappa via senza arte né parte (la “k” è voluta). Genera dubbi, avrebbe potuto generare maggior pensiero strategico nella fase realizzativa.

Il Troppo Stroppia, Anzi, Stroppola

Stroppolatini, Schioppettino.

Ci sono due elementi che hanno attirato la nostra attenzione su questa etichetta: il cognome del produttore “Stroppolatini” e il colore di fondo del packaging. Due elementi insoliti, e per questo in grado di generare attenzione e curiosità. Uno non voluto, il cognome del produttore, che si poteva certo evitare mettendo al suo posto un nome aziendale di fantasia. L’altro elemento è voluto, il colore, così come tutti gli altri elementi che compongono il design. “Stroppolatini” incuriosisce ma è molto difficile da leggere e da memorizzare. Il colore rosa, invece, è molto raro nel packaging del vino e quindi porta una connotazione orginale. E poi c’è anche un terzo elemento interessante: il sole “buffante” al centro dell’etichetta. Una scultura antica ripresa fotograficamente e riproposta nel design. Simpatica, evocativa, concettualmente valida (il sole, il vento, gli elementi della natura). Peccato per la resa tipografica e cromatica: una migliore soluzione sarebbe quella di scontornare l’immagine e renderla più vivida. Per il resto l’etichetta presenta elementi centrati, ordinati, con caratteri di scrittura eleganti e misurati. Realizzato male il logo (un classico stemma) sopra al cognome aziendale: troppo piccolo e poco dettagliato, cioè troppo complesso per essere intercettato visivamente in modo efficace.

Dove l’Essenza è l’Assenza

Venum2, Aglianico di Taurasi, 
Marianna Venuti.

Il logo dell’azienda di Marianna Venuti, giovane viticultrice irpina, si legge a fatica. L’occhio deve abituarsi all’estrema sintesi dei caratteri di scrittura. Quindi, osservando bene, appaiono una M e una V. La sintesi è ben presente (ma possiamo parlare perlopiù di una assenza) in tutta la comunicazione aziendale, nell’etichetta prima di tutto. Ma per terminare il discorso sul logo ecco cosa ci dice la titolare dell’azienda attraverso il proprio sito web: “Il logo si ispira agli ideogrammi giapponesi ed in particolare a quello che esprime il concetto del “ma”: una porta con all’interno il sole. Ma (間) è un concetto estetico, filosofico e artistico che può essere tradotto come “intervallo”, “pausa” o spazio vuoto tra due elementi: una stanza immaginaria che si trova in una posizione indefinita tra il cielo e la terra. Il vuoto è la condizione a priori perché il pieno (i fenomeni, le cose) possa esistere ed operare. ”Tutto” e “vuoto” coincidono”. Davvero interessante. Coraggioso e intrigante tutto il discorso. Forse non per tutti, ma lo spessore c’è e chi lo vede è saggio. Passando al design dell’etichetta cosa vediamo? Molto spazio. Abitato da una semplicissima foglia dorata (semplice nel disegno, particolare per l’inchiostro che la conforma). Sotto alla foglia il nome del vino, scritto in piccolo: “Venum2”, vitigno Aglianico in purezza (in gamma c’è anche il “Venum1”, sempre Aglianico e il “Venum3”, Fiano di Avellino). La parola “Venum” (in latino significa “in vendita” e qui torniamo con i piedi per terra), in questo delirio di sintesi risulta davvero compressa, al punto da essere poco leggibile (si legge “verum”). Come già detto parlando del marchio aziendale MV all’inizio di questo articolo, l’occhio si deve abituare, deve cercare tra i caratteri, deve “imparare a capire”. P.S.: forse “Venum” è semplicemente preso da “VENUti Marianna”, chissachilosà.

La Zappa Come Simbolo (Verbale) di Artigianalità Contadina

FirriFirri, Catarratto e Pignatello, Tanca Nica.

Il nome di questo vino, un rosato siciliano che viene da Pantelleria, è ricollegabile a un tipo di zappa a 4 denti utilizzata in quelle campagne. Naturalmente le particolarità di questo naming e di questo packaging non finiscono qui. Anzi, iniziano proprio da lì. Il nome del vino, infatti, “FirriFirri” non può sfuggire: soprattutto perché viene scritto “a tutto campo” sulla bottiglia. Cioè per tutta l’estensione di vetro disponibile. Il risultato è una scritta molto grande, otticamente davvero attenzionale, come se fosse scritta a mano con un grosso pennello o pennarello. Sul fronte della bottiglia non appare altro. Andando nel dettaglio tecnico, come diciamo sempre in questi casi, la spezzatura della parola non aiuta la lettura. Inoltre il colore bianco dà ancora di più una sensazione di provvisorietà, come se il nome fosse scritto in gesso. Certamente si tratta di un design anomalo e per questo destinato a farsi notare. In generale una soluzione così trasmette anche sensazioni di genuinità campagnola, di artigianalità, di sostanza invece che di frivolezza. E queste ultime caratteristiche sono senza dubbio positive.

Etichetta Votiva, ma non Volitiva

Linea Vini, 
Bricco della Cappelletta, 
Carlin de Paolo.

C’è qualcosa di normale e di speciale al tempo stesso nell’immagine protagonista di questa linea di vini (una gamma che va dal Nebbiolo al Roero Arneis) che si chiama “Bricco della Cappelletta”. In teoria non è il massimo dei nomi vista la sua lunghezza e complessità (tre parole). L’immagine però aiuta. Sulla sommità di una collina interamente vitata vediamo una piccola cappella votiva sorvolata da rondini. Dall’alto protegge i vigneti e già questa immagine, reale e concettuale, genera un’emozione. Le vigne di tutta Italia sono cosparse di Crocefissi, Madonnine, Altari e Tabernacoli vari: le coltivazioni hanno bisogno di una sorta di protezione celeste, si sa. O quanto meno ci piace crederlo. Di fronte a una religiosità contadina da prendere seriamente ancora oggi, l’illustrazione di queste etichette si presenta in modo giocoso, con uno stile vagamente fumettato. E questa dicotomia genera ulteriore simpatia, ancora di più: empatia, vicinanza. Siamo solidali con il produttore. Capiamo la sua “lingua” e la riconosciamo come anche nostra. L’azienda in questione è condotta da 4 fratelli della famiglia Carlin de Paolo, opera nella zona delle Terre Alfieri (nome consortile in memoria del poeta e drammaturgo astigiano Vittorio Amedeo Alfieri) con 15 ettari di proprietà. 

Il Vezzo e la Poesia, il Vino e la Fantasia

Tatone, Montepulciano d’Abruzzo, Terre d’Aligi.

Ad Atessa, Chieti, l’azienda Terre d’Aligi (di questo nome ne parliamo in fondo) produce un Montepulciano d’Abruzzo che si chiama “Tatone”. Ebbene, di Tato, Tata, Tatini e Tatine se ne sentono nominare tanti, soprattutto nelle famiglie del nord Italia. Ma dobbiamo dire che il Tatone ci giunge nuovo. La spiegazione di questo nome si trova direttamente sul fronte-etichetta che testualmente recita: “Tatone: è il nonno. La figura più prestigiosa della famiglia patriarcale secondo l’antica tradizione contadina d’Abruzzo”. E pace sia con femminismi e matriarcati vari. In Abruzzo comandano (ancor oggi?) gli uomini. Potremmo anche dire che alle tradizioni non si comanda, ma di certo si tratta di una affermazione che ad un pubblico emancipato può dare fastidio. Per il resto l’etichetta fa bella mostra di sé con una centratura dei testi ordinata, una presenza lineare e “pulita”, forse fin troppo sobria. Ci concede qualcosa di emozionale con il logo aziendale, in basso nell’etichetta, proprio sopra al nome “Terre d’Aligi”, con un trama dorata di piccole parcelle che potrebbero rappresentare una costruzione rurale. Il pastore Aligi invece era il protagonista di “La Figlia di Iorio”, celebre dramma scritto da Gabriele d’Annunzio, di origini abruzzesi. Un omaggio al Vate d’Italia nato a Pescara.

Un Grande (e Lungo) Silenzio

Mio Silenzio (Grande Edizione), Cabernet Sauvignon, Ponte Lungo.

Etichetta ricca di particolari di stampa che possiamo definire anche di un certo pregio. Inchiostri dorati e in rilievo, cura dei particolari, design di impatto. Affiorano ulteriori considerazioni. Il nome del vino che risulta essere “mio silenzio”, viene ripetuto due volte in modo ravvicinato, creando un “eco” percettivo che non giova. Un nome davvero particolare: molto bello e discutibile al tempo stesso (a nostro parere più discutibile che efficace). Da un lato evoca la pace, il relax, la tranquillità di (poniamo) una sera d’estate in terrazza in un casale isolato dal mondo (o in uno chalet invernale con camino, scegliete voi). D’altro canto il significato rimane celato, un po’ criptico, intimista. Il silenzio che viene enunciato è gioia o malinconia? E’ reticenza o saggezza? E’ di protesta o di epifania? Il silenzio è terapeutico, ma la convivialità non lo prevede: una bottiglia di vino è chiassosa in partenza. Anche se, lo ammettiamo, siamo in un campo molto soggettivo. Non comprendiamo fino in fondo anche la definizione di questo vino (che appare in etichetta in modo molto più evidente del nome): Grande Edizione. Nel linguaggio parlato una “edizione” può essere Nuova, piuttosto che Esclusiva, o anche Speciale. In questo caso è “Grande”. Sarà il numero di bottiglie prodotte? Ma in questo caso non sarebbe positivo e per nulla esclusivo. Infine il design dell’etichetta: come detto all’inizio di questo articolo si tratta di un packaging impattante. Il cerchio rosso al centro attira l’occhio e non lo molla più. Nero elegante di sfondo. Oro luccicante. Pochi elementi di sintesi che cromaticamente funzionano. Senza infamia e senza lode il nome e il logo aziendale: Ponte Lungo.

Catarratto Prematrimoniale e Sponsale

Imené, Catarratto, Ricalkata.

Andando a caccia di nomi si apprendono nozioni interessati, magari dimenticate dai tempi della scuola. Questo catarratto dell’azienda Ricalkata (è il reale nome del produttore) si chiama “Imené”. Le definizioni per questa parola sono due (da Treccani): “In anatomia, la membrana mucosa che limita l’accesso all’ostio vaginale, tesa come un setto incompleto fra vulva e vagina; viene lacerata o interrotta nel primo rapporto sessuale”. Non pensiamo sia stato questo il riferimento al quale ha pensato chi ha creato il nome di questo vino. Piuttosto ecco il secondo significato: “Propriamente, nome del Dio greco degli sponsali, usato in senso figurato, nel linguaggio poetico, per indicare le nozze”. Ecco, qui forse ci siamo. Anche perché il produttore nel proprio sito internet narra che Imeneo “...è il Dio che camminava alla testa di ogni corteo nuziale e proteggeva il rito del matrimonio; gli ateniesi, in alcune feste solenni, lo invocavano con un canto di gioia: "Imené, Imené!". Tutto torna. Certo che, proposto così, questo nome potrebbe anche portarsi appresso qualche perplessità. Design dell’etichetta molto solare e ordinato, pulito e “fresco”.

Un Agguato alla Comunicazione

Il Pugnalone, Sangiovese Cabernet Merlot Syrah, 
Torre Bisanzio.

Sull’opportunità di chiamare un vino “il Pugnalone” si potrebbe discutere. E infatti, volentieri, qui commentiamo. Innanzitutto apprendiamo dal sito dei Musei della Provincia di Terni che “Il termine "pugnalone" si fa derivare dal "pungolo", bastone munito ad una estremità di un puntale di ferro e all'altra di un raschietto usato dai contadini per sollecitare i buoi a muoversi e per pulire l'aratro dalle zolle”. Termine contadino quindi e per questo assolutamente accettabile dal punto di vista concettuale. Ma se vogliamo analizzare il nome per la fonetica e la semantica “parlata”, sono maggiori le sensazioni spiacevoli. Il pugnale, ancor più un pugnalone, è arnese che risulta aggressivo, evoca agguati sanguinari, trame sommesse, tradimenti concitati. Nel linguaggio volgare si possono trovare anche altri riferimenti che qui preferiamo non citare. Ecco perché nella scelta di un nome devono essere considerati tutti gli elementi in atto, possibili e remoti. Dal punto di vista del design l’etichetta di questo importante produttore umbro (noto anche per l’allevamento di bestiame di Razza Chianina) si presenta in modo elegante, total black, con pochi elementi, offrendo un’immagine sobria anche se un po’ sopita (tranne, come già detto, l’aggressività del nome).

Panata Panacea di Tutti i Mali

Panata, Orvieto Classico Superiore, Argillae.

La panata, che nel Nord Italia è il nome di un piatto povero, il pancotto, e in altre zone potrebbe ricordare la ricetta dellla cotoletta impanata, nella zona di Orvieto invece, come racconta questo produttore nel proprio sito web, “è il nome all’antico boccale dalla forma panciuta caratterizzato da un beccuccio molto sporgente e tradizionalmente decorato con motivi floreali o animali. Usato in epoca medievale per mescere acqua e vino, ebbe ampia diffusione nella bassa Umbria, ed in particolar modo ad Orvieto. L'etichetta del vino (che appunto, si chiama “Panata”) riprende da tali brocche un uccello e vuol essere un omaggio alle tradizioni e all'arte del territorio”. Si tratta a nostro parere di un nome popolare, non molto elegante e prezioso, ma in grado di recuperare crediti raccontando in sostanza la storia relativa alla grande quantità di coppe, tazze e boccali in ceramica prodotti nel medioevo in tutta l’Umbria. Coppe, tazze e boccali, naturalmente atti a contenere vino e a donare ebbrezza agli astanti di taverne e conventicole varie. L’etichetta, graficamente suddivisa in due blocchi rettangolari, presenta altre grafìe storiche nella texture che campeggia sotto al nome del produttore “Argillae”. Tutto sommato si tratta di un genere di design studiato apposta per raccontare la storia del territorio e per questo credibile e gradevole.

Un Design “Disegno” che Racconta

Pecorino, Pasetti.

Il Pecorino è una varietà autoctona abruzzese. L’azienda in questione, Pasetti, ne fa una bandiera che rappresenta ben un terzo di tutta la produzione. Simpatica l’etichetta: vediamo due grandi scritte, “Pecorino” e “Pasetti”, il nome del vino e il cognome del produttore. Fin qui nulla di nuovo. L’immagine centrale dell’etichetta, invece, ha qualcosa da raccontare: una bambina felice, cammina con due fiori in mano, inseguita da una pecorella. Notiamo diversi particolari: la bambina ha i capelli rossi e indossa degli scarponcini da contadinella. Sopra di lei splende un sole giallo stilizzato (che figura anche nel marchio aziendale). L’immagine trasmette immediatamente sensazioni campestri, di idillio, di spensieratezza, di genuinità, di innocenza, di serenità. Mica poco per un’etichetta. Concettualmente si gioca con il nome del vitigno “Pecorino” proponendo l’immagine di una pecora. Ma è marginale. Il gioco, se mai individuato, si perde nella poesia del racconto visivo. Diciamo che si tratta di un packaging semplice, che non vuole stupire con la preziosità, bensì con un’immagine simpatica, condivisibile, empatica.

Un’Etichetta che Ferisce

Il Pugnale, Rosso di Toscana IGT, Podere Gualandi.

L’etichetta recita testualmente così: “Il Pugnale“ (nome del prodotto), “un vino penetrante”. Una certa logica c’è: le caratteristiche dell’oggetto raffigurato e chiamato a rappresentare il prodotto si uniscono a quelle del vino stesso e comunicano all’unisono. Si tratta di un Cabernet (per l’80%, il resto Foglia Tonda). Quindi il vino penetra tra le viscere dell’uomo ma anche, crediamo, nell’immaginario del produttore, nella mente e quindi nel ricordo della mescita. A parte tutte queste considerazioni, lo ammettiamo, un po’ ironiche, quello che vediamo è un packaging molto obliquo su sfondo giallo ocra impattante, così come è biecamente pregnante (potremmo dire anche “pugnante”) l’immagine del coltellaccio. Nel senso che risulta pure aggressivo se non fosse che l’arnese mostra forme archeologiche. Il nome del vino e la frase penetrante vengono tradotti immediatamente in inglese appesantendo ulteriormente il corredo di scritte che già affollano l’etichetta. Sotto al pugnale si vede qualcosa di simile a uno spiedino, ma non ne siamo sicuri. Diciamo che si può apprezzare l’ardimento, un po’ meno il risultato in generale. Certo che, in qualche modo, la bottiglia si fa ricordare.

Wai, Voce del Verbo Wandare

Wai, Pinot Nero, Tenuta Belvedere.

Ebbene abbiamo saputo che “Wai” (il nome di questo vino) significa “benvenuto” in thailandese. Siamo comunque nell’Oltrepò Pavese, a Montecalvo Versiggia. Non conosciamo le ragioni della scelta di questo nome, forse, possiamo ipotizzare, al titolare di questa giovane azienda, Gianluca Cabrini, è rimasta impressa la Thailandia dopo qualche viaggio in quelle terre lontane. Il vino è un rifermentato naturale da Pinot Nero. Colore molto suadente, moderata frizzantezza. Considerato per ora un esperimento all’interno della gamma della cantina. Certo il nome sorprende, ma non per la sua capacità di comunicare, bensì perché risulta strano, insolito, indecifrabile (se non si conosce la lingua thailandese). Il croma fucsia contribuisce alla visibilità. Per il resto abbiamo una etichetta bianca, scritte in finto-a-mano (ma stampate), design centrato, bellino, elegantino ma senza picchi emozionali. L’azienda si chiama Tenuta Belvedere e presenta un complesso (troppo articolato) marchio con rami e acini stilizzati. Tornando al nome del vino: come lo possiamo pronunciare? Anche questo è un problema: “Uaii” o “Ueei” all’americana? “Vai” all’italiana? “Vu-ai”? Non si sa. L’unica certezza è il tappo a corona. No, troppo nobile “a corona”: il tappo della gazzosa, insomma.

Buon Vino in Vestito Vecchio

Ciass Negher, Marzemino e altri locali, 
Agricola Vallecamonica.

E’ vero, siamo agli antipodi del packaging moderno e strutturato. Però il vino è buono. Molto buono. Si tratta di un calembour infinito, si entra in un loop argomentale senza soluzione. Il prodotto è valido ma si presenta non troppo bene. Che importa, dicono in molti, dentro c’è vino buono, ed è quello che conta. Gli esteti ribattono che anche l’occhio vuole la sua parte e che presentarsi col vestito bello a volte facilita le cose in generale. Opinioni a confronto. Ma veniamo a questa etichetta. Il nome del vino è “Ciass Negher”, che in dialetto bergamasco “esprime il gradimento di un buon bicchiere di rosso locale” (dal retro etichetta scritto dal produttore). Siamo in una zona insolita per il vino: la Val Camonica. Confermato da quel “Civitas Comunnorum” (il paese di Cividate Camuno, provincia di Brescia) scritto alla base. La foto in bianco e nero è sgranata, sembra presa da vecchi archivi, in realtà è il frutto di una elaborazione di una foto attuale. Mostra vigneti, vuole “anticare” il presente per renderlo più tradizionale. Operazione discutibile. Il marchio è bello, in giallo oro, lo vediamo in alto, raffigurante, sembra, degli alfieri combattenti. Popolare ma condivisibile la frase in latino in basso: “Edamus, Bibamus, Gaudeamus”. Il produttore, Alex Belingheri, crede nell’impresa. E noi, per incoraggiarlo, non possiamo che dire “in alto i calici”!

Scioglilingua delle Venezie

Merlrose, Rosato Igp Venezia Giulia, 
Isola Augusta.

Il nome di questo rosato friulano genera qualche perplessità: “Merlrose”. La lingua, nel pronunciarlo, non può evitare di “arrotolarsi”. Difficile quindi la pronuncia. Facile l’interpretazione semantica: si tratta di una doppia citazione, una per il vitigno che compone il vino, il Merlot, l’altra per la celebre saga televisiva che si chiamava “Melrose Place” (e qui la lingua trova più agio) andata in onda negli Stati Uniti dal 1992 al 1999 (successivamente anche in Italia). Nella sintesi narrativa di questa Soap Opera troviamo (come in molti altri casi) un intreccio di trame amorose. Forse sarà questo il legame concettuale che lega questo vino rosato al nome della serie televisiva. Rimane il fatto che per chi non frequenta i serial, pronunciare e comprendere il nome “Merlrose” può risultare difficile. Per il resto l’etichetta si presenta in modo molto classico, ordinata e centrata, con caratteri di scrittura eleganti e leggibili. Curiosa la dicitura “La dote migliore di questo vino è la tipicità che rivela”, un invito a cogliere valori legati al territorio che nelle zone pianeggianti del Friuli, a dire il vero, sono più difficili da apprezzare. E infine una nota sul nome dell’azienda, Isola Augusta: non ci troviamo chiaramente in una zona di mare, che per altro non è molto lontano, bensì il riferimento all’isola è dovuto al fatto che le terre coltivate si trovano tra due fiumi, il Tagliamento e lo Stella. Augusta perché gli antichi romani fecero passare di qua la via Annia, che collegava Roma ad Aquileia.

Evocazioni Egizie in Napa Valley

Ankh, Cabernet Sauvignon, Ankh Wines.

Tutta l’immagine coordinata di questa azienda californiana si fonda su un segno, un simbolo. E il suo nome, la parola che lo definisce. Il logo è noto: si tratta di un emblema egizio, riportato in primo piano sull’etichetta del vino iconico dell’azienda, un Cabernet Sauvignon. Cosa racconta il produttore al riguardo? “Ankh, the ancient Egyptian symbol for 'life', was revered as being the key to immortality. To be bestowed with an ankh was to be given the gift of eternal life“. Coinvolgente, apotropaico, un po’ magico. Anche perché il racconto continua, sulle pagine web aziendali, in questo modo: “How wine sa ed the world: in Egyptian mythology, Sekhmet was a fierce and violent warrior goddess. The sun god Ra had become angry because mankind was not following his laws, so he sent Sekhmet to destroy the people. The fields ran with blood, but the sight of the carnage caused Ra to repent. He ordered Sekhmet to stop, but she was in a blood lust and would not listen. So Ra tricked her by pouring jugs of wine in her path. She gorged on what she thought was blood and became so drunk that she slept for days. When she awoke, Sekhmet had transformed into the benevolent goddess Hathor; her blood lust had disappeared, and humanity was saved. Every year in what is now the month of August, Egyptians held a great festival to celebrate the Drunkenness of Hathor. This massive event was the largest of its day, and coincided with the start of Akhet season - when the Nile River would begin to rise. Tens of thousands of people from all across Egypt traveled to this great event. Today, we honor the saving of mankind by releasing a new vintage of Ankh during the Akhet season, and by placing an icon representing Hathor on every bottle”. Certo un po’ stereotipato il riferimento al mondo egizio, sfruttato in mezzo mondo e in ogni settore per imprimere il fascino del misterioso. Però il simbolo a livello visivo funziona: impatta e valorizza.

Il Sogno di un’Idea Romantica

Nubìvago, Bombino e Sauvignon, 
Poggio della Dogana.

Il nome di questo vino meriterebbe una bottiglia sontuosa, qualcosa di epico o come minimo di poetico. Purtroppo nulla c’è di poetico in un tappo a vite e nemmeno in un Bombino (vitigno associato alla grande famiglia dei Trebbiani). Ma questa insolita accezione merita davvero un approfondimento. Ebbene, nel fantastico “Libro delle parole altrimenti smarrite” di Sabrina D’Alessandro, figura anche il termine “Nubìvago”, parola che viene proposta col significato di “colui che vaga tra sogni e idee”. In aggiunta viene citato un brano di C. Linati: “Egli, il nubìvago, l'abitatore delle splendide spelonche istoriate, il re decadente che si era nutrito l'animo di emozioni squisite e di chimere libresche, nemmeno sospettava che la terra fiammeggiasse tanta bellezza, furia e maestà”. C’è tutto un mondo in questa parola: c’è romanticismo e sufficiente follia creativa da renderla davvero unica. E nonostante sia inusitata più che desueta, si tratta di una parola, qui diventata nome di un vino, che suona bene, attrae, incuriosisce, si fissa nella mente con cementata allegria. E cosa può essere più sognante e genuinamente “ideologico” di un vino? Peccato che stiamo parlando “solo” di un vino bianco, di quelli congedabili come “da tavola”. Perché l’anima leggera e al tempo stesso pregnante che si porta dentro questo nome è di quelle destinate a incidere nella memoria.

Bottigliate Sconsigliate ma Illustrate

Origini, Chianti (Sangiovese e Merlot), Podere di Pomaio.


Podere di Pomaio, che si definisce “Green Winery”, ponendo questa dicitura sotto al proprio marchio, presenta questo Chianti dalle fattezze discutibili. Non tanto per il design dell’etichetta: fondo nero, immagini in negativo, impattanti, parole in bianco, ben leggibili. Quanto per il soggetto rappresentato nel packaging: due poco “gentiluomini” che si affrontano brandendo bottiglie di vino (si immaginano vuote). Va bene che la fama di rissaioli dei toscani, e in particolare dei senesi, è tutt’oggi immutata, ma questa immagine lascia attoniti. Non vediamo nulla di positivo nel mostrare due persone che si prendono a bottigliate. L’uso delle bottiglie di vino, almeno quello consigliabile, è di essere svuotate a tavola, senza rancori o ardori. Si fatica anche a collegare il nome del vino al resto dell’etichetta: “Origini”: se le origini sono quelle che riportano combattimenti pericolosi allora meglio dimenticarle. O accantonarle. Forse sarebbe bene pensare a un “restyling”. Almeno questo è quello che pensiamo noi.

Eleganza Classica con Trattamenti Moderni

Zibibbo, Magaddino.


Spesso le aziende vinicole dichiarano che i propri intenti risiedono tra la tradizione e l’innovazione. Per la tradizione, nel nostro paese non ci sono molti problemi, basta seguire le orme degli avi. Per l’innovazione la questione si fa più complicata. Soprattutto nel sud d’Italia dove il radicamento culturale sa più di ostinazione piuttosto che di tradizione (ma anche al nord non si scherza: il Piemonte è una delle regioni più conservatrici del Bel Paese). Ed ecco un valido esempio di innovazione (si parla di packaging, come sempre in questo blog). L’etichetta dello Zibibbo dell’azienda Magaddino di Castellammare del Golfo (Trapani), che si presenta con il volto stilizzato di una dama con cappello. Per colori (inchiostri speciali) e trattamento grafico comunica sicuramente modernità sia pure con un’aura di romanticismo di un tempo. L’operazione non è semplice: tenere il piede in due scarpe è forse possibile, ma bisogna essere bravi equilibristi. E di fatto, così come nella organizzazione di una azienda vinicola e nella conseguente produzione di vino, riuscire a coniugare la storia con il futuro, salvaguardando entrambi, è una tentazione per molti, ma una riuscita soluzione per pochi. 

Barbe Biologiche in Formato Famiglia

BarbaBio, Vino Rosso, 
Tenuta Barbadoro.

La Tenuta Barbadoro produce il vino BarbaBio. Lineare. Consequenziale. La confezione è quella dei “wine in box” da 5 litri. Formato che stona già un po’ con il concetto di biologico. Ma non fermiamoci qui: i preconcetti non devono alimentare alcun parere in proposito. I vari giochi cromatici e di lettering che sovrintendono al packaging di questa scatola evidenziano soprattutto la parola “bio”, cavalcando una moda che sta già perdendo colpi (quanto tutto è bio, niente è veramente bio). Viene altresì estrapolata la parola “barba” (componente del nome del produttore) e sotto al complessivo “BarbaBio” si legge la frase “è anche il Mio”. Non conosciamo le ragioni della “M” maiuscola, di certo la frase risulta molto generica laddove tutto è di tutti, basta avere i soldi per acquistarlo. Colori forti, marchio bio in verde pisello in buona evidenza sulla sinistra in basso, utilizzo di caratteri di scrittura moderni e puliti (quindi ben leggibili). In alto, in piccolo, una precisazione: la Tenuta Barbadoro produce vino dal 1860 epoca durante la quale essere “biologici” forse significava semplicemente spargere nelle vigne del buon concime.

A Paso di Danza (sì, con una “s”)

Etichette vino, vino, branding,
Pasotismo, Merlot, Paso-Primero.


La parola ”pasotismo”, in spagnolo, deriva da “pasota” che significa “ciabattone” e “menefreghista”. Ne consegue il significato di “indolenza” o atteggiamento che se ne frega di tutto e di tutti. I dizionari riferiscono  così anche se, a ben vedere, l’etichetta di questo merlot da vendemmia tardiva, coltivato in Catalogna, trasmette anche altre sensazioni. Si vedono passi di danza, forse di tango. Oppure è una festa. Certo molto colorata. “Pasotismo” potrebbe avere anche un collegamento, o rappresentare un gioco di parole con “Paso-Primero”, nome del produttore. Comunque l’etichetta, anche per chi non conosce il significato del nome in questione, si fa notare. Semplicità e cromatismi, originalità che si traduce in curiosità. Si vede anche un uccellino su una scala, chissà. In questo caso a noi interessa il lay-out estremamente “asciutto”, ma con quelle note di colore che fanno emergere un certo estro creativo. Artistico. Forse musicale. Certamente conviviale.