Un Sangiovese con un Taglio Moderno

Azzero, Sangiovese, Podere il Palazzino.

L’etichetta, intesa come grafica e cartotecnica è molto originale. Attira l’attenzione quel taglio disassato che destabilizza l’occhio e travalica l’orizzonte. Un’etichetta storta, direbbe qualcuno. Incollata male. Invece si tratta di design. Minimalista, possiamo aggiungere. Al punto che anche il nome del vino viene proposto in modo semplice, diretto, nero su bianco, con un leggero rilievo dato dall’inchiostro materico. Per il resto, sul fronte etichetta, null’altro. Carta bianca, nel doppio senso delle parole, ad un gusto estetico che sa di arte contemporanea e che vendica la caducità di un’area vinicola tra le più classiche e storiche d’Italia. Il nome del vino è “Azzero” ed è facile intuire che si tratta proprio quel non-numero, nullo e rotondo, ad indicare la totale assenza di solfiti aggiunti. Una moda? Forse. Perdurante? Chi lo sa? Certo non sono in molti a optare per questa scelta estrema, che richiede molta accuratezza nelle lavorazioni di uve e mosti. Il nome è significante e significativo. Veloce e affilato. Va aggiunto solo che i lieviti sono indigeni e che, sì, c’è anche qualcosa d’altro nell’etichetta, in rosso: l’annata di vendemmia. Di quel che serve non manca niente. 

Alle Origini dell’Italianità

ZioBaffa, Pinot Grigio,
Tenuta Poggio al Casone
(famiglia Castellani).

Un nome decisamente buffo, “Baffa”. In realtà è il cognome di un regista americano, Jason Baffa, per altro di origini italiane. Ma vediamo tutta la storia, divertente, che origina questa etichetta. C’entrano il surf e le riprese di un film dal titolo “Bella Vita”, girato nel 2012 in molte zone d’Italia, tra le quali anche il litorale e le colline pisane. Si tratta di un vino biologico, un pinot grigio, prodotto grazie all’esperienza della famiglia Castellani titolare della Tenuta “Poggio al Casone” di Crespina in provincia di Pisa. Tornando al film in questione, la narrazione racconta della vera storia di un giovane, Chris Del Moro l’attore, che arriva in Italia per scoprire le proprie origini. Si racconta che nelle giornate dedicate alle riprese la troupe ha partecipato alla concomitante vendemmia e ai conseguenti banchetti all’imbrunire, da qui l’idea di chiamare il vino “ZioBaffa” in omaggio all’appetito e alla “sete vinicola” del regista. Graficamente il packaging presenta la forma dello stivale italico avvolto in un originale moto ondoso (con bussola). Risultano simpatici il nome, naturalmente, ma anche la grafica, con caratteri di scrittura un po’ “western”. Rivolgendosi principalmente al mercato americano vediamo le classiche scritte che riguardano la coltivazione “organic” (in inglese) delle uve (grapes). Curioso infine il tappo a fungo. Anch’esso siglato col nome del vino. Da filmmaker a winemaker a volte il passo è breve: con un sorso di italianità.

Un Inchino Trentino a Carlo V

Inkino, Spumante Metodo Classico,
Mas dei Chini.

Il Metodo Classico Trento Doc ha molti estimatori e anche molti produttori, sia pure in un territorio davvero ristretto e spesso impervio. Si tratta di bollicine. Il nostro Champagne, insomma. L’etichetta che portiamo in osservazione fa parte di una famiglia di prodotti dell’Azienda Agricola “Mas dei Chini”, azienda anche agrituristica con una significativa produzione di vini, anche fermi, della tradizione trentina. Il nome del vino, in questo caso, è una commistione tra una parola di senso compiuto (sia pure con quella “k”  che somiglia a una “r” e che fa un po’ strano e anche straniero) e il riferimento ai “Chini” del nome aziendale. Immaginiamo che i chini (le chine) siano gli appezzamenti scoscesi che a destra e a sinistra della Val d’Adige dipingono il territorio montano del Trentino. Inchino è anche, naturalmente, un gesto di cortesia, di rispetto, di circostanza ma anche di riverenza. Da qui il fatto che può attirare l’attenzione ed essere memorabile. L’etichetta è “spumantosa”, con tratti neri, antracite, argentati, decorativi, graziati, tipici di un’eleganza celebrativa. Il prodotto in questione (Chardonnay 60% e Pinot Nero 40%) si avvale anche di un sottonome, tale “Carlo V”, il famoso imperatore di “un impero dove non tramontava mai il sole” che si estendeva, nel periodo di massimo splendore, a metà del ‘500, dalla Spagna al Nord Italia, dalle Fiandre al Regno di Sicilia. In ultima analisi è notabile e notevole il carattere di scrittura del nome “Inkino”: un graziato sfizioso dove i puntini sulle “i” sono mezzelune e la “k” protagonista al centro dell’etichetta ricorda una sciabola.

Aleggia un Polipo, Violeggia un Sentimento

Capsula Viola, Chardonnay,
Santa Cristina.

Si tratta di una grande cantina con sede a Cortona, in Umbria. Marchio molto conosciuto nell’ambito del vino di ampia gamma e produzione. Ci ha colpito il design (più che altro il disegno, vediamo poi) dello Chardonnay che si chiama “Capsula Viola”. Il nome risale agli anni ‘80 del secolo scorso ed è stato mantenuto fino ad oggi. Logicamente il colore dell’etichetta è caratterizzante: ai tempi della nascita di questo progetto sicuramente non erano presenti sul mercato altri vini con una livrea viola e ancora oggi è difficile trovarli. Certo il colore non è di quelli facili. Il viola a volte è legato a leggende scaramantiche. E di fatto è un colore che attiene di più alla cosmetica (per il packaging), valga per tutti qualche esempio di prodotti alla lavanda. Certo rimane la peculiarità distintiva. Notare che nella formulazione del nome la seconda parte, “Viola”, ha dimensioni più grandi, viene quindi rimarcato. Quello che ci ha colpiti è stato anche quel polipo (sempre viola, ci mancherebbe) che fa da cappello all’elaborato. Insomma, il polipo “tiene insieme” con i propri tentacoli l’impaginazione dell’etichetta. Si impone quasi minaccioso. Poco importa (forse lui ancora non lo sa) che si tratta evidentemente di un consiglio di abbinamento (pesce in generale) e che dopo aver mostrato tanta tracotanza, finirà in padella. Ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del mondo del vino, per l’arguta segnalazione!

Etichette Letteralmente Impattanti

Faire Avec, Alicante e Clairette, Les Maoù.

Piccola realtà vitivinicola francese, con base nella Valle del Rodano, dove la coppia Aurélie e Vincent Garreta opera in regime biologico da diversi anni partendo da 3 ettari e mezzo fino ai 10 di oggi. Grazie ad una delle sempre interessanti segnalazioni di Sara Missaglia siamo stati colpiti dallo stile delle etichette di questo produttore, davvero particolare (una per tutte, quella del “Faire Avec”). Il sito web (attualmente) non esiste per cui trovare spiegazioni, soprattutto per i nomi dei vini, risulta difficile. Si intuisce che sono tutti dei giochi di parole. Accomunati da uno stile grafico impattante. I toni sono tutti sul rosso, bianco e nero. Elementi geometrici e tipografici netti, di grandi dimensioni, a loro modo dissacranti rispetto a un prodotto figlio di una agricoltura che attribuisce fortemente il primato del vino buono al rispetto della natura. Una dicotomia cercata e condotta fino in fondo con l’obiettivo che tutto sommato hanno tutti: quello di farsi notare, sullo scaffale d’impatto, a tavola con gli amici, magari per commentare e farne parlare. Lo stile è piuttosto grezzo, sfrontato, diretto, tagliente. Il risultato è la fruizione di una serie di etichette che caratterizzano molto la comunicazione e quindi la percezione finale. Non possiamo dire che ci piacciono, possiamo concludere dicendo che probabilmente “funzionano”.

Pesci e Rose nel Collio Goriziano

Malvasia, Casa delle Rose.

Un vitigno abbastanza difficile da trovare, la Malvasia Istriana, se non nelle terre all’estremo Est d’Italia, come in questo caso nel Collio Goriziano. Il viticoltore Lucio Bernot, titolare dell’azienda (dal 2006 anche agrituristica) Casa delle Rose propone questa bottiglia con una veste particolare, che si fa notare. Si tratta di un banco di pesci illustrati in modo fumettoso. Si nota subito che alcuni di essi, quelli completamente colorati di giallo, vanno controcorrente. Ed è proprio questo uno dei significati che questo packaging vuole esprimere. Infatti ecco cosa troviamo scritto nel sito web dell’azienda: “L'etichetta con i pesci, o meglio "pesciolin", è tratta da un'opera d'arte del fratello maggiore (del titolare) e rappresenta l'andare contro corrente. Simboleggia anche la fede, la purezza, la Vergine e il cristianesimo. Nei 5 elementi rientra l'elemento dell'Acqua”. Non è tutto chiaro ma possiamo raccogliere qualche sensazione che si è voluta comunicare. Andare contro corrente, la purezza, l’elemento acqua. L’abbinamento consigliato riguarda naturalmente piatti di pesce. L’Adriatico è vicino con le sue brezze salmastre che “risuonano” nelle caratteristiche di questo vino bianco fresco sia pure molto “energico”. Il nome del vino è “Malvasia”, certo non spicca in fantasia, ma può bastare. In sostanza, l’etichetta è simpatica, giocosa, spiritosa. Insomma, da portare in tavola con curiosa ironia.

Il Canto Allegro delle Anime Semplici

Cinciallegra, 
Garganega e Trebbiano di Soave, 
il Roccolo di Monticelli.

Trovare un significato a questo nome è facile: la “Cinciallegra” è un passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi (questo dice Linneo già nel 1758). Simpatico volatile canterino dai colori sgargianti, aggiungiamo noi pur non essendo ornitologi. Nome accattivante quindi, onomatopeico, gorgheggiante. Ma la bellezza di questa etichetta non inizia e di certo non finisce qui. Si tratta di una bellezza che trae origine dalla semplicità, come spesso accade nel design. L’etichetta è formata da tre elementi: il nome dell’azienda, una illustrazione al centro e il nome del vino in basso. Un po’ troppo lungo il nome aziendale, “il Roccolo di Monticelli” ma in questa forma descrittiva è chiamato a definire bene le origini e il luogo di produzione, elementi che vengono confermati dall’illustrazione: un roccolo (costruzione isolata di solito utilizzata per la caccia, in questo caso si verifica un cortocircuito mentale con la citazione del passero allegro in questione) attorniato da cipressi, su una collina scoscesa. Il disegno è molto semplice, monocromatico, presentando il panorama in modo stilizzato. L’andamento è sinuoso, quasi un’onda collinare che arrotonda la percezione delle cose e quindi gli animi. I vino è un “orange” frizzante di quelli beverini e di gran moda in questi anni. La gestione famigliare, la coltivazione biologica, l’attenzione e la sensibilità elevate. Gusto e passione non sempre vanno a braccetto, in questo caso li abbiamo trovati perfettamente accoppiati. Grazie a Sara Missaglia per la preziosa segnalazione!

I Frati di Solito non Sono Magri

Cà del Magro, Custoza Superiore, Monte del Frà.

Questa azienda veneta sceglie la semplicità in etichetta mettendola in contrasto con la complessità del vino. Questo Custoza infatti (qui in versione Superiore) è composto da 4 vitigni: Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni. Si parla di mineralità donata alle viti da un terreno di ghiaia e sassi, esposto a sud-est su una collina particolarmente vocata. Il resto lo fa la fermentazione “sur lies” per una longevità insolita per un vino così. Ma torniamo all’etichetta dove il Monte è “del Frà” mentre la Cà è “del Magro”. Accenti che denotano una aderenza al territorio e alle “nominazioni” antiche sia pure in un ambito di denominazioni moderne. I due nomi, il primo quello dell’azienda, il secondo, giustamente di dimensioni più grandi, quello del vino, messi così risultano ridondanti, si ostacolano a vicenda nel processo di memorizzazione laddove simile è la formula semantica. Due “à” accentate, due “M” capolettera (Monte e Magro) con in mezzo un identico “del”. Queste osservazioni che potrebbero sembrare sofismi appartengono in realtà alle tecniche di naming che andrebbero applicate. L’etichetta è ben riuscita, intendiamoci. Lineare con qualche inserto in oro che male non fa. Il nome del vino in particolare incuriosisce, nel tentativo di capire chi fosse quel personaggio magro al quale si fa riferimento (sicuramente non si tratta di un frate). P.S: i “frà” sono quelli dell’Ordine di Santa Maria della Scala, di Verona.

Un “Classico” in Stile Moderno

Kami, Greco di Tufo Spumante, CaLaFè.

Il titolare dell’azienda, Benito Petrillo, ha dedicato nome e marchio alle sue tre nipoti, Camilla, Laura e Federica. Nasce così “CaLaFè”. Non contento ha dedicato lo spumante Metodo Classico in modo particolare a Camilla, chiamandolo “Kami”. Questo spumante non è particolare solo per il nome, il vitigno infatti è insolito per le bollicine. Siamo a Sud (Avellino) in una zona dove il Greco di Tufo, di solito in versione “ferma”, contende la fama del Fiano, tra i bianchi storici della zona. Ma passi pure la sperimentazione quando il risultato centra obiettivi qualitativi di un cert0 livello. Vediamo l’etichetta: molto formale, elegante ma con una buona dose di modernità. Unica illustrazione una volpe (o forse un cane) che addenta un grappolo d’uva. Il resto ci arriva sotto forma di un fondo nero, con caratteri di scrittura cubitali come dimensioni e graziati come stile. In alto viene indicato il “Metodo Classico”, in basso “Brut Nature”. A lato troviamo il logo aziendale. Prevale la semplicità dell’impaginazione con una interessante originalità degli elementi. Il nome del vino viene caratterizzato molto dalla “K” iniziale, una sofisticazione esterofila o, se vogliamo, colta, considerando la lettera come una testimonianza del greco antico (in alcune sue accezioni). Nel complesso l’etichetta emerge dal mucchio e si fa notare. 

Divi del Focolare a Prepotto

Spolert, Linea Millennial.


Spolert Winery è una cantina friulana che nasce dopo la ristrutturazione e il recupero di un’antica azienda di Prepotto già produttrice di vini. Il nome, “Spolert”, identifica in dialetto quella che in tempi più moderni venne chiamata “cucina economica”, una specie di focolare più semplice e pratico da utilizzare per riscaldare e cucinare. Ma veniamo alle particolari etichette di questa gamma di vini come vengono descritte dal produttore stesso: “La linea di packaging è stata pensata per raccontare, per ogni etichetta, il vino che rappresenta: Woody Allen perché la ribolla rappresenta un vino sagace e fragrante, Einstein per il friulano perché è un vitigno versatile, Brigitte Bardot perché il nostro rosato è femminile ma con grande personalità, e Marylin perché lo Schioppettino, come la diva, è il simbolico”. I quattro personaggi citati sono raffigurati in una modalità fumettosa e tutti nell’atto di specchiarsi in stile “specchio delle mie brame” e con un calice in mano (a dire il vero il calice viene sorretto in un modo che un sommelier di certo non approverebbe). Si tratta di un design molto semplice, colorato, irridente, quasi fanciullesco se non fosse che i personaggi illustrati sono miti per adulti. Le etichette attirano l’attenzione, sono insolite e di sicuro non si prendono sul serio.

Il Taglio Questa Volta è Artistico

The Winemaker’s Cut, Sauvignon.

Michal Mosny e sua moglie, titolari dell’azienda, sono originari della Slovacchia. Dopo molti anni di lavoro alle dipendenze di altre vitivinicole decidono di aprire la loro cantina (in Canada, nel British Columbia) e di chiamarla “Winemaker’s Cut”. La produzione è caratterizzata da quello che potremmo definire come un vezzo, al quale loro credono molto: musica classica diffusa ovunque, in vigna e in cantina (non c’è da stupirsi: la fisica quantistica sta conquistando campo). Ecco cosa raccontano in proposito, nel loro sito web: “Like in a movie, music plays an integral role at Winemaker’s CUT. Classical music is played throughout the vineyard and cellar. And it’s not just because of our deep love of the arts. The soothing power of music extends to plants, and helps to establish balanced, healthy vines. We noticed the difference right away. The vines closest to the speakers were growing faster. In the cellar, the fermentations were smoother and more predictable. We now have 13 speakers throughout Deadman Lake Vineyard, each positioned to ensure all of the vines benefit. A number of studies have found similar results: playing classical music for a few hours per day increases plant growth. It also benefits the vineyard workers, too. So, don’t be surprised to hear Mozart or Bach when you visit our tasting room”. Le etichette sono molto gradevoli e distintive. Hanno tutte il medesimo schema grafico, variando i colori. Abbiamo preso come esempio quella del Sauvignon: in alto a sinistra vediamo una artistica rappresentazione di tralci grappolosi, in basso a destra il nome della linea di vini con in evidenza la parola “CUT” con un cromatismo che riprende, di sfondo, l’illustrazione sopraddetta. Semplice negli elementi, giustamente preziosa negli inchiostri e nel design. Il nome ci piace: “Winemaker’s Cut” ricorda il modo di dire “Director’s Cut” che nell’arte cinematografica rimanda a una edizione speciale di un film, con un montaggio diverso rispetto all’originale proposto al pubblico, spesso con un finale alternativo, particolarmente caro al regista. Un lateral thinking che afferma con orgoglio l’unicità delle proprie scelte, in questo caso di stampo vinicolo.

L’Etichetta è Sempre un Palcoscenico

M.Etain, Cabernet, Scarecrow.

La questione è complessa, ma l’etichetta è semplicemente bella. Il produttore di questo vino si chiama Scarecrow così come il loro vino di punta (spaventapasseri, dal “Mago di Oz”), l’azienda è condotta dal nipote di uno dei fondatori della MGM (nota casa cinematografica americana: la Metro Goldwyn Mayer, quella del leone che ruggisce minaccioso ad ogni inizio di film). Ma torniamo rapidamente alla nostra etichetta. Si tratta del “second wine” di questa azienda che si chiama “M.Ètain”. Dunque, in francese “metain” significa metallo mentre se prendiamo solo la parola “Ètain” siamo a “stagno” o “stagnola”. Il rational fornito del produttore nel proprio sito internet riguarda la pronuncia in inglese: Mr. Tin (o Monsieur Ètain in francese) e si riferisce all’omino, un burattino che a noi ricorda Pinocchio che si vede in alto, riprodotto con una vernice argentata in rilievo (tin man in inglese è “uomo di latta”). Al centro il nome del vino e in basso la data, il millesimo, che evidenzia le ultime due cifre per sancire l’importanza e la diversità di ogni annata, di ogni vendemmia. È tutto. Ma vogliamo dire che quel burattino di latta è fatto proprio bene, ha un suo stile, sembra davvero che stia danzando. E attira l’attenzione sia pure nel suo “piccolo”. Risulta subito protagonista e apporta distintività. A volte basta poco. Logicamente, trattandosi della famiglia che ha fondato e diretto la MGM il discorso dei personaggi, veri o inventati, dei film prodotti dalla medesima, aleggia nelle scelte di comunicazione dell’azienda. E questo porta notorietà e idee che sono, comunque sia, evidenziate con gusto e arguta sottigliezza.

Nome e Marchio Circostanziati (in Georgia)

Mtsvane, Brut Nature, Teleda-Orgo.


Finalmente un’azienda che in prima battuta (nella home del sito internet) spiega in sintesi ma dettagliatamente il proprio nome. Non è tanto la spiegazione in sé (altri lo fanno), bensì la scelta a monte (nella creazione del nome) di esprimere un significato… significativo. Molti nomi, spesso ne abbiamo la chiara percezione nell’immediato, sono lì per caso o per qualche oscura ragione. Marchi e prodotti vengono segnati così da un destino crudele, quello della noncuranza, o peggio, della dimenticanza. Tornando a questa azienda, georgiana, sicuramente per noi in Italia “Orgo” non è il massimo, forse ci ricorda “orco”. Ma la spiegazione che c’è dietro consente di recuperare terreno laddove approfondimenti sulla cultura e sulle tradizioni del luogo si manifestano come comunicazione integrata. Ed ecco la spiegazione di cui stiamo parlando: “Our Name. There is a very interesting definition and history behind that Georgian words “Teleda” and “Orgo”. Teleda is an ancient name of Telavi, the main city of Kakheti region. The first archaeological findings about Telavi date back to the Bronze Age. One of the earliest surviving accounts of Telavi is from the 2nd century AD, by Greek geographer Claudius Ptolemaeus, who mentions the name Teleda (a reference to Telavi). Orgo is the stone that was used as a closure of Qvevri in ancient times in Georgia. We still use that old tradition in our cellar for some Qvevris”. Aggiungiamo che “Mtsvane”, nome di questo spumante, è anche il nome del vitigno che lo compone. Anche il logo ci piace: si tratta della sintesi illustrata di una giara inquadrata dell’alto, cioè vedendo l’apertura dal vertice. Etichetta pulita, essenziale, bilanciata. 

Vacche Grasse a Mendoza (ma ne Manca Una)

Cuatro Vacas Gordas,
Malbec e Cabernet, Caligiore.

L’etichetta di questo vino argentino, che viene dalle floride valli di Mendoza, attira sicuramente l’attenzione per il suo stile insolito e giocoso. L’illustrazione è in stile fumetto e il colore giallo di fondo contribuisce ulteriormente a catturare gli occhi. Il nome della linea di vini (ci sono in gamma anche un bianco e un rosato) è “Cuatro Vacas Gorda”. Tradotto in alto, nell’etichetta, per chi non è pratico dello spagnolo, con “Four Fat Cows”. Ai meno distratti risulta evidente che nell’illustrazione manca una mucca, perché sono solo tre, attònite e pascolanti, sotto una nuvoletta. L’enigma viene chiarito nel sito del produttore, che si chiama Caligiore: la quarta vacca si trova nel retro etichetta. Il mistero viene alimentato dal fatto che il retro etichetta nel sito non si vede e non si trova nemmeno facendo ricerche in internet. Potrebbe essere un’idea di marketing: per vedere la quarta vacca è necessario comprare la bottiglia di vino. Almeno fino a quando qualcuno dell’ampio popolo di Vivino non decide di fotografarla. Ed è quello che stiamo aspettando anche noi. Comunque sia la rappresentazione è fantasiosa e simpatica. Il vino non lo sappiamo: troppo lontano.

Tradizione e Innovazione nel Roero Storico

Tamardì, Sauvignon e Arneis, Monchiero Carbone.

In questa etichetta si nota innanzitutto quel motto in dialetto che fa da ricamo all’ovale-marchio: “Ogni uss a l’ha so tambuss”. Cosa significa? Letteralmente: “Ogni uscio (porta) ha il suo batacchio” per sottolineare l’importanza della capacità di ogni produttore di vino nel valorizzare le particolarità di ogni singola vigna e di saperla “riversare” nel calice. Un ottimo incipit. Certo, da interpretare, perché il piemontese, come ogni dialetto, non fa molta strada oltre i confini regionali. Va quindi spiegato. Ma il senso è curioso ed efficace. Anche il nome del vino si esprime, con l’idioma piemontese: “Tamardì” che, spiegato testualmente del produttore nel proprio sito internet, significa “manifestare una reazione di stupore di fronte a qualcosa di inatteso e particolarmente sorprendente”. Lo stupore in questo caso è dovuto all’insolito abbinamento tra un vitigno internazionale e uno autoctono, dando vita a un esperimento vincente. Scendendo ancora verso la parte inferiore dell’etichetta troviamo infine il nome del produttore: “Monchiero Carbone”, in pratica si tratta dei due cognomi dei ri-fondatori dell’azienda, che nel 1990 riprendono in mano le terre delle rispettive famiglie per proseguire in una avventura enoica che guarda al futuro ma attinge a piene mani nella tradizione. Prova ne sia l’arcaica testa di leone che campeggia su tutte le etichette e che funge da logo aziendale. Etichetta in fin dei conti è molto tradizionalista ma in grado di proporre spunti concettuali interessanti.

Una Sferzata di Arancione in Quarta Posizione

Quarto Colore, Pampanuto,
Cantine Imperatore.

La cantina in oggetto, pugliese, è nota soprattutto per il Primitivo che vinifica in vario modo, da rosso riserva a rosato. Ha attirato però la nostra attenzione questo vino “orange” per alcune curiose caratteristiche, del vino stesso, nascendo da vitigno Pampanuto, e dell’etichetta. I nome è “Quarto Colore” e subito siamo portati a osservare la pennellata arancione che campeggia sulla quasi totalità del packaging. Vino “orange” etichetta arancione, tutto torna. Ma perché “Quarto Colore”? Osservando il catalogo vini dell’azienda notiamo che ci sono altre 4 etichette con pennellate di colore: una nera, una rossa, una viola (per i tre vini a base Primitivo) e una verde (per il Fiano). Evidentemente nell’ordine espositivo che il produttore ha in mente, il vino orange viene dopo i tre Primitivo ma prima del Fiano, cioè in quarta posizione. Accettiamo questa interpretazione (anche perché non ne abbiamo un’altra). Alcune osservazioni: sotto al nome del vino leggiamo la frase “cambiamo le regole” (forse un grido di protesta) e ancora sotto “Bio” (dovuta precisazione). In basso a destra il nome e il logo del produttore. Nel sito dell’azienda notiamo anche il pay-off: “i giardinieri del vino”. Tutta la produzione è a regime biologico e l’azienda ci tiene in particolar modo a sottolineare questo impegno produttivo. L’etichetta, concludendo, si presenta d’impeto con uno stile moderno, la pennellata di colore non è originalissima nel mondo della comunicazione del vino ma riesce comunque ad essere distintiva e ad attirare l’occhio. 

La Forma e la Sostanza: Etichetta in B/N dal Colorado

Pinot Bianco, Wander + Ivy.

Si tratta forse di un profumo? Di un’acqua di Colonia? Di una lozione? No, come sempre in questo blog si tratta di vino. Questa volta in una confezione, una veste, un packaging decisamente insoliti (in formato da 187ml). La società che produce questo bianco è americana (la sede è a Denver, in Colorado) ma come si può leggere in questa etichetta, l’azienda produce (in verità imbottiglia) anche vini italiani. Oltre alla forma della bottiglia e alla sua “misura” ridotta, anche il design in etichetta ricorda qualcosa di cosmetico o di farmaceutico. Come afferma l’azienda, siamo di fronte a una precisa scelta di marketing. Per distinguersi dalla concorrenza attraverso elementi di qualità che rispecchino il valore del prodotto stesso (almeno così affermano nel sito dedicato). I vini in gamma provengono da varie parti del mondo, dalla California (Chardonnay) alla Spagna (Bobal e Merlot). Per l’Italia viene proposto il Pinot Bianco. Ogni tipologia di vino viene accompagnata dalla illustrazione di un animale: un orso per la California, un Toro per la Spagna, un Lupo per l’Italia. Gli animali sono nell’atto di interagire con un grappolo d’uva. Il risultato, in generale, è una percezione di cura, eleganza e qualità, sia pure per mezzo di canoni comunicativi che in Europa probabilmente risulterebbero strani. Per il mercato americano, australiano, giapponese… chissà, forse questo stile anacronistico potrebbe sortire effetti commerciali positivi. Noi continuiamo a preferire una bottiglia vera e propria e un tappo di sughero. Ai posteri l’ardua sentenza. Alla tavola il piacere del gusto.



Lupi Laziali dalla Livrea Arancione

Mannaro, Trebbiano e Malvasia, Sassopra.

Si sa che “Mannaro” è il lupo, quello delle leggende e dei racconti. In questo caso sembra che il concetto prevalente sia quello della trasformazione: cioè il passaggio dalle uve “fresche” a un vino supermacerato (si parla di 130 giorni) dal colore e dalla personalità “orange”, ad alcuni piacendo. Certo che quel nome così fortemente espresso in rosso e a grandi lettere (soprassediamo sulla leggibilità, senza dubbio difficoltosa) mette un po’ di soggezione (oltre che l’eventuale, e in qual caso positiva, suggestione). L’immagine evoca un buio boscoso e misterioso, qualcosa come nel racconto di Cappuccetto Rosso, ma anche da Profondo Rosso, celebre film del regista Dario Argento. Tra l’altro le scelte cromatiche in etichetta potrebbero adattarsi di più a un vino rosso, piuttosto che a un bianco (mascherato di arancione). Qualche osservazione anche sul nome dell’azienda, “Sassopra”, che ha sede nel Lazio (5 ettari ad opera di Marta e Federico, la coppia di proprietari, nonché  Mala e Temu, i loro due cavalli). Molto probabilmente si tratta di una fusione tra “sasso” e “sopra”, ad indicare una sporgenza, un rocca, un masso, dall’alto prominenti. Il neologismo funziona a livello fonetico, un po’ meno a livello mnemonico. L’azienda è condotta a regime agronomico biodinamico. I nomi degli altri vini in gamma sono: Bianco di Sassopra, Rosso di Sassopra, Turresti (Malvasia e Bombino), Ramoso (Sangiovese vinificato in bianco insieme alla Malvasia) e Mosso (Malvasia e Trebbiano).

Nero d’Ossidiana, Rosso di Pantelleria

Rosso dei Sesi, Terre Siciliane,
Abbazia San Giorgio.

Questa austera ma elegante etichetta viene da Pantelleria e da un produttore che coltiva un piccolo patrimonio di tre ettari e mezzo di vigne ad alberello. Rese bassissime, passione altissima. Si tratta di un rosso composto dai vitigni Pignatello e Carignano. Solo 1000 bottiglie. Ma le sue particolarità non finiscono qui, anzi iniziano proprio dal suo nome: “Rosso dei Sesi”. Si va infatti a scoprire che la civiltà dei sesioti abitò l’isola 2000 anni prima di Cristo per lavorare l’ossidiana, una pietra vetrificata vulcanica, a lungo considerata l’oro della preistoria. Un omaggio alla storia millenaria di questa piccola isola dalle risorse inesauribili, minerali sotto terra, meteorologiche alla luce del sole. Ma torniamo a questa etichetta dal colore di fondo nero (come l’ossidiana) e dai caratteri gentili. Al centro il nome del vino (non molto leggibile, cromaticamente, forse poteva essere reso in rilievo), in alto l’annata, in basso il nome e marchio del produttore. Nient’altro. Solo essenza, come del resto dentro la bottiglia: niente solfiti (e niente lieviti) aggiunti. Per quanto riguarda le vigne, solo vento e sole (e sottosuolo): le scelte estreme del produttore non concedono alcun tipo di concimazione. D’altro canto con una terra così sarebbe ridondante.

Dipende dai Punti di Vista

Punto di Vista, Vermentino, Podere La Chiesa.

Molto dipende dai punti di vista. Che nel caso di un vigneto significa anche terroir (panorama, esposizione, morfologia). Il “Punto di Vista” di Podere la Chiesa (a Terricciola, vicino a Volterra) è un vino bianco che nasce sulle colline pisane. Ma vediamo l’etichetta e il messaggio che vuole trasmettere (se riusciamo ad interpretarla): innanzitutto il concetto espresso dal nome del vino viene rafforzato direttamente sul fronte del design con l’aggiunta della scritta “new view” (che appare due volte, senza un apparente motivo); l’immagine è la riproduzione di un’opera pittorica (che si trova in originale all’interno della cantina) che raffigura 4 farfalle azzurre che volteggiano nell’aria lasciando traccia del loro percorso; il quadro ricorda in parte Pollock ma anche qualche disegno onirico Daliniano. Il colore giallo dorato del fondo attira l’occhio, si fa notare per la sua intensa cromaticità; la mente però non trova altri appigli se non godere della “leggiadria” del soggetto artistico. In alto il nome del vino e in basso il nome e marchio dell’azienda. Il rapporto tra arte e vino (caro in questo caso ai due produttori, Palma e Maurizio) è molto presente nella comunicazione enologica, nelle etichette come negli eventi, ma non sempre trova giustificazioni estetiche, fors’anche edonistiche. Come altre volte possiamo dire: a loro piacendo.

Unione d’Intenti (e di Assonanze) tra Siviglia e Sicilia.

Griddu Verde, Grillo, Dos Tierras (Badalucco).

Il progetto aziendale prevede una specie di scambio culturale e colturale tra Spagna e Sicilia. I due titolari dell’azienda che ha sede a Petrosino, tra Marsala e Mazara del Vallo, si chiamano Beatriz De La Iglesia Garcia e Pierpaolo Badalucco. Lei dalla Spagna ha portato vitigni iberici, lui ci ha messo i vigneti di famiglia. Non si sono però dimenticati degli autoctoni siciliani, come il Grillo che presentiamo qui a sinistra. Il nome del vino, per chi non è avvezzo all’’idioma dell’isola, potrebbe ingannare: “Griddu” non è un grido, bensì il nome del vitigno in dialetto. E “Verde” è un chiaro richiamo alla viticoltura biologia e biodinamica che caratterizza l’azienda. Sul lato sinistro dell’etichetta, in verticale, una citazione di Leonardo Sciascia: “Non so perché, dei paesi e delle città della Spagna non ho memoria (…) e anche a Siviglia mi pareva a momenti di camminare per le strade di Palermo intorno a piazza Marina…”. Un omaggio a Sciascia ma anche a Beatriz che è proprio originaria di Siviglia. La comunanza, di coppia, di vitigni, di terre, di paesaggi e magari anche, in parte, di tradizioni, forse di temperature, è compiuta nel segno del vino, che non conosce “limiti e confini” (citando a nostra volta Mogol). La grafica in etichetta è semplice, diretta, ma riesce comunque ad attirare l’attenzione. 

La Tribù dei Vini Pallidi

Il Pallido e l’Altro Pallido, 
Ca’ Richeta.

L’azienda vinicola dell’attuale proprietario ed enologo Enrico Orlando deve il suo nome alla trisnonna Enrichetta. Laddove “Ca’ Richeta” significa “Casa di Enrichetta”. A proposito di nomi originali, a dirla tutta, il nome completo della trisavola è Enrichetta Amandola Morando. Anche i nomi dei vini in gamma non smentiscono l’indole creativa della famiglia con nomi come ModetMonet (Chardonnay e Riesling), Dlà (Nebbiolo), Crussi (idem) e per le due etichette qui raffigurate, “il Pallido” (rosato da Pinot Nero e Cabernet) e “l’Altro Pallido” (spumante rosé da Nebbiolo e Pinot Nero). Evidentemente questi due nomi derivano da una osservazione ottica dei vini che risultano particolarmente eterei (di colore), salvo il fatto che in italiano essere pallido (emaciato) non è qualificante. Per i rosati, comunque, anche un tono tenue di colore (alcuni dicono “buccia di cipolla”) può essere caratterizzante. Curiosa l’escalation semantica che accomuna i due vini. Attira l’attenzione. Graficamente le due etichette si connotano con archetipi classici, decorativi, e con il nome del produttore che prende molta importanza, in alto, con una dimensione certamente notabile. Qualche riserva sull’impaginazione generale e sullo stile, permane.

I Merli dei Castelli non Sempre Sono Marroni

Monterosso Val d’Arda, Cantine Casabella.

Alcune particolarità di questo vino e della sua etichetta: la Doc è davvero poco conosciuta, si tratta della denominazione “Colli Piacentini Monterosso Val d’Arda”. Prende il suo nome da una collina che si trova alle spalle del noto borgo di Castell’Arquato, logicamente in provincia di Piacenza. Si tratta di un vino bianco che può avvalersi dei vitigni Malvasia Aromatica di Candia, Moscato Bianco, ma anche, all’occorrenza, di Trebbiano Romagnolo, Ortrugo, Sauvignon e dello sconosciuto Bervedino (o Berverdino che dir si voglia): l’uva di questo vitigno assume, a maturazione, colori ambrati un po’ come per l’Erbaluce (con il quale, infatti, venne per molto tempo confuso). Una particolarità, davvero sorprendente e conseguente, è che a fronte di una Doc che si chiama “Monterosso”, abbiamo un vino bianco. Cortocircuito mentale e gustativo. Per quanto riguarda l’etichetta notiamo l’originalità di una costruzione (un castello) di colore verde mare. Per un vino bianco ci può stare, anche se il colore è davvero insolito (nota positiva: si distingue subito sullo scaffale di vendita). Etichetta davvero “ottica” con scritte molto marcate, visibili, con uno stile moderno, forse fin troppo impattante ma sicuramente efficace. Insomma c’è poca tradizione, se non nei merli del castello color “acquamarina”, però l’etichetta recupera in leggibilità e impatto. 

Purezza e Nudità in un Baglio (ir)Reale

La Pùra, Grillo, Baglio Reale.

Questa giovane azienda nasce in Sicilia dall'ispirazione di Giuseppe Coddretto, altresì giovane enologo, con l’intento di valorizzare il frutto per mezzo della favorevole condizione ambientale che i vigneti della propria terra possono godere. I primi due vini del recente inizio di produzione si chiamano “Prèmier” e “La Pùra” (rispettivamente Sirah e Grillo, qui raffigurati insieme allo Zibibbo di nome “Hègadis”). In particolare per quanto riguarda le prime due etichette il produttore, nel sintetico sito internet aziendale, recita: “Musica e vino sono due elementi che interagiscono con i nostri sensi, stimolando la vita socio-culturale e creando momenti di convivialità. Ecco quindi che le due muse, suonando le corde di arpa e violino incantano la nostra anima ed inebriano la nostra mente. Nel vino La Pùra predominano le note di pesca, agrumi di Sicilia, fiori d’arancio e zagara di limone. Il Prèmier ti conquista invece con i sentori di ciliegia, fragola, melograno e prugna”. Detto questo non si può evitare di notare che le etichette di Baglio Reale (questo il nome della vitivinicola) sono contraddistinte da una presenza femminile dove, sia pure senza malizia, viene esposta la nudità delle forme. Notiamo anche che la donna musicante è anche regina, indossando la corona che riporta al logo (corona che troviamo anche sulla “R” di Baglio Reale). Il tratto delle illustrazioni è molto semplice, quasi didattico. L’impatto percettivo si fonda quindi più sulla sorpresa della nudità piuttosto che sulla qualità della comunicazione.

Un Terribile Condottiero nelle Terre Siciliane

Terebinto, Grillo, Planeta.

Nelle fertili terre di Sud-Ovest, in Sicilia, il Grillo cresce corposo. Naturalmente stiamo parlando di uno dei vitigni più rappresentativi di quest’isola meravigliosa e rigogliosa. L’etichetta di questo vino dell’azienda Planeta si presenta con forza: colore di fondo impattante, nome del produttore in evidenza. Il nome del vino è misterioso: “Terebinto”. Sembra il tonante appellativo di qualche invasore normanno e invece si tratta di un arbusto, ben rappresentato nell’immagine proprio sopra al nome, al centro dell’etichetta. Il vero significato viene rivelato dal produttore stesso nella scheda del vino collocata tra le pagine del sito web: “Il terebinto è un arbusto dalle fronde lucenti, da sempre legato alla Sicilia e al paesaggio Mediterraneo, da occidente a oriente”. La Sicilia non manca certo di un’ampia varietà di vegetazioni sontuose, visto il clima prevalente. Certo il nome di questa specie non è molto noto e nemmeno molto facile da ricordare. Legato al territorio, non c’è dubbio. Decorativo anche, considerata la riuscita illustrazione iper-realistica. Diciamo che si tratta di un nome originale, poco malleabile ma sicuramente dotato di personalità.