Fare a Pezzi l’Eleganza

Chardonnay, Castiglion del Bosco.

Ogni tanto, in verità troppo spesso, a qualche produttore di vino viene la tentazione di spezzare le parole in tronconi, sillabando in modo bislacco. Succede ai nomi dei vini e anche ai nomi di vitigni (che fanno da nomi dei vini) come in questo caso. La vittima questa volta è la parola “Chardonnay”, suddivisa e distribuita su 4 righe. Non si può leggere. In tutti i sensi. La “Y”, abbandonata e navigante nel vuoto nell’ultima spezzatura, viene ancorata, bontà sua, all’annata (sezionando anch’essa in due seminumeri). Praticamente un lavoro di cesoia, di potatura semantica potremmo dire, agito nei confronti del packaging. Del resto l’etichetta è preziosa: bella la carta, ordinata l’impaginazione, distintivi alcuni elementi come la lepre stilizzata in alto, il carattere graziato della dicitura Igt, la piccola illustrazione delle vestigia in basso. L’azienda è di quelle serie e preparate, che ha il Brunello di Montalcino come fiore all’occhiello, con una storia che risale al 1100 e una proprietà “di nome” (Ferragamo). L’eleganza rimane pur sempre una questione soggettiva ma nel packaging ad una bellezza formale si deve sempre aggiungere una fruibilità funzionale.

Un Vino Alpino, di Moda in America

Alta Luna, Pinot Grigio, Dolomite Alps (Cavit).

Di bottiglie di Pinot Grigio ne circolano milioni. Soprattutto negli Stati Uniti. Infinte anche le aziende che si tuffano in questo mercato che assorbe grandi quantità di questo vino bianco “leggero”. La differenza spesso la fa la rete commerciale, oppure il marchio e logicamente l’etichetta. Ve ne proponiamo una, la matrice è Cavit, ben fatta, con caratteristiche tecniche, degne di nota. Il vino si chiama “Alta Luna”, diverso dal solito “luna piena” perché indica la posizione non la porzione della luna. Quando si trova al centro del cielo si può definire “alta”. Il nome funziona sia nei paesi anglofoni sia in Italia (forse da noi verrebbe da scrivere “Luna Alta”, ma è soggettivo). Gli altri elementi del packaging: la luna, in alto a destra, in verde luminescente (inchiostro speciale), è rivolta verso ovest ed è quindi crescente. Il carattere di scrittura del nome del vino è un corsivo molto leggibile e realizzato con un inchiostro in rilievo. Nella parte bassa dell’etichetta vediamo le sagome di alcune montagne: si tratta di un vero e proprio taglio nella carta che crea un effetto di profondità ottica. Gli elementi sono semplici, tutto sommato, ma anche ben valorizzati e armonizzati. Il risultato nel complesso offre la percezione di qualcosa di valoriale e di concettualmente legato al terroir (confermato dalla firma/logo, in basso “Dolomite Alps”).

Se le Pareti Potessero Parlare (di Arte e di Vino)

Allegracore, Etna Rosso, Fattorie Romeo del Castello.

Andiamo con ordine perché le cose da raccontare sono tante. Iniziamo col dire che il nome di questo vino è molto bello. Forse un po’ lungo, ma si fa perdonare con indubbia solarità: “Allegracore”. Insomma è un nome che “rallegra il cuore” e la sua origine lo conferma: si tratta del nome di un luogo, una contrada nel comune di Randazzo, sulle pendici dell’ iconico vulcano siciliano, che consente alla vista di spaziare su un panorama bucolico ed emozionante, a 700 mt. di altitudine. Anche il produttore si presenta con un nome particolare: Romeo del Castello. Si tratta in realtà del cognome nobile della famiglia della proprietà. L’azienda è diretta oggi da Rosanna Romeo del Castello e dalla figlia Chiara Vigo. E poi ci sono le etichette, molto semplici ma caratterizzate dalla collaborazione dell’artista contemporaneo genovese Luca Vitone. Sul lato destro di ogni etichetta (ogni anno diverse) si trova un tema decorativo frutto della selezione di alcune carte da parati presenti nella villa padronale dell’azienda, selezionate dall’artista che ne ha fatto una collezione, con l’indicazione degli ambienti dai quali sono state tratte (notare l’ultima a destra in basso, relativa all’anticucina, termine desueto come l’ambiente stesso che indica). Certo le carte da parati potrebbero avere nulla da spartire con un discorso enologico, se non il fatto che sono state testimoni nei secoli dei brindisi avvenuti nelle varie zone della casa. Nonché testimonianza di epoche diverse. Si merita una citazione anche lo scudo/marchio di famiglia in alto a sinistra nell’etichetta.

Non Solo il Lambrusco Disseta l’Emilia

Tarbianaaz, Trebbiano, Vittorio Graziano.

Su segnalazione e selezione di Sara Missaglia che ringraziamo, ecco una nuova puntata della sequela dei vini molto regionali. Davvero particolare questo Trebbiano prodotto in terra di Lambrusco! L’azienda agricola infatti ha sede a Castelvetro in provincia di Modena. Si tratta di una bottiglia che consente diverse narrazioni interessanti. Innanzitutto il suo nome, espressione dialettale per “Trebbiano”, anzi, precisamente la traduzione di “Tarbianaaz” sarebbe “Trebbianaccio”, con quel fare vezzeggiativo al limite del peggiorativo. Un prodotto enologico particolare anche per la produzione: si noti, in piccolo, sotto al nome principale, la dicitura “(il murato)”. Questo perché viene prodotto con macerazione sulle bucce per 2 mesi in una vasca chiusa, imitando una antica pratica contadina che consisteva nel chiudere le vasche di cemento con una sigillatura in gesso, con una piccola apertura per far sfiatare l’anidride carbonica come residuo gassoso della fermentazione. Questa modalità si chiamava “pratica della muratura”. L’etichetta si presenta in modo molto semplice, quasi una di quelle stampe da tipografia improvvisata. Fatto salvo l’unico elemento graficamente più complesso, sulla sinistra: il bollo/marchio del produttore in rosso acceso. Un ultimo vezzo: la firma “Graziano” sotto al nome, in corsivo. Orgoglio contadino che male non fa.

Le “V” e Soprattutto le “I”.

Levii, Brut Millesimato (Chardonnay).


L’etichetta spicca per originalità rincorrendo la verticalità di quella “V” che si colloca al centro del nome/marchio. Un taglio particolare che consente alla bottiglia di distinguersi. Quello che non va, a nostro modesto ma professionale parere, è proprio il nome dell’azienda (che funge anche da nome del vino): “Levii”. Si fatica a leggerlo sulla bottiglia ma possiamo confermare che è proprio così, “Levii” con due “i” finali. Certo il carattere di scrittura non aiuta, viene il sospetto che le due “i” possano essere due “l”, oppure una “l” seguita da una “i” (complice il fatto che le due lettere in questione sono di dimensioni diverse, una più corta dell’altra). Ma insomma non è nemmeno questo il punto. Perché “Levii”? Cosa può aver spinto il produttore a decidere per un nome così strano (poco comprensibile, poco memorabile, cacofonico, etc.) e soprattutto cosa significa? Vediamo cosa scrive a tal proposito l’azienda nel sito internet (non riuscendo a chiarire completamente l’arcano): “Il marchio si traduce in Le Vigne (probabilmente in dialetto n.d.r.) e identifica la passione per la Viticoltura. Deriva dal toponimo locale dei vigneti ed esprime il legame con il Territorio. Infine la B ricamata in oro al centro sta per Berasi ed è garante d’Impegno e Attenzione per la qualità. Cesare Berasi si impegna in prima persona affinché ogni singolo aspetto della filiera sia curato in ogni dettaglio garantendo l’eccellenza”. Si aggiunge qui la descrizione di quella “B” molto arzigogolata che avviluppa la “v” del nome. Si tratta di una ulteriore complicazione che non consente una serena e diretta percezione del  marchio, quindi del prodotto stesso. La strada per la semplicità è irta di complessità, a quanto sembra.

Un Simpatico Rè che Classico non è.

Migliorè, Taglio Bordolese, Vallepicciola.

Questa allegra etichetta viene dalla Toscana, esattamente da Castelnuovo Berardenga in provincia di Siena, dove il produttore Vallepicciola (laddove “piccola” viene proposto in versione vernacolare) vinifica, oltre al Chianti Classico, anche vitigni internazionali come questo “Migliorè”. Interessante il nome che come si può facilmente dedurre nasce dalla crasi delle parole “migliore” e “Rè”. La spiegazione esatta va trovata nel gioco di parole che deriva da “il miglior vino del Rè”, figura coronata che è anche il simbolo dell’azienda (lo vediamo in alto nel packaging). Questo vino infatti si erge a top di gamma (anche per il costo, molto impegnativo) con sole 2500 bottiglie/anno. C’è davvero bisogno di produrre un taglio bordolese in Toscana? Ormai lo fanno in molti, sulla scia degli storici Igt che hanno tracciato la via nel secolo scorso. A suo favore (di questo Migliorè) sta (stava, poi vedremo perché) la simpatica illlustrazione di un Rè beone (che in realtà “beve” un grappolo d’uva) che disincanta e rende meno seriosa la dinamica simil-francese del prodotto. Recentemente è stata realizzata una nuova etichetta (sempre con lo stesso nome del vino) molto più pacata nel design e nei colori. A noi non piace, per cui abbiamo deciso di proporre e prendere in esame questa versione. 

Un Caos Anche per i Nomi

Il Chaos, Primitivo, Enoz (Masseria Torricella).

Secondo Treccani la parola caos (anche “cao” o “càosse”, dal latino “chaos”) contiene la stessa base di un verbo greco che significa “essere aperto, spalancato”. In particoalare: “nelle antiche cosmologie greche sarebbe il complesso degli elementi materiali senza ordine che preesiste al κόσμος, cioè all’universo ordinato”. In italiano “caos” ha acquisito un significato negativo, di confusione e disordine che non vogliamo nemmeno prendere in considerazione, tanto è complesso ed elevato il significato originale. Il caos (in questo caso, il nome esatto del vino è “Il Chaos”) vuole essere l’inizio di tutto, la terra e il cielo, la natura e la biodinamica (adottata da questo produttore, con lavorazioni esclusivamente in anfora) la forza degli elementi, l’immensa ricchezza culturale e storica del vino, la voglia di ricominciare ad ogni vendemmia, lo spirito degli antenati, la passione per il proprio lavoro. In etichetta questa “confusione positiva di elementi” viene ben rappresentata da un groviglio di tratti di forma arrotondata, una illustrazione ipnotica che sicuramente attira l’attenzione. Un bisticcio percettivo ci fa credere che il nome del vino possa essere “Enoz”, le dimensioni ingannano (e si tratta di un errore). Tra l’altro il nome ufficiale, diciamo burocratico, dell’azienda è “Masseria Torricella” (considerata come azienda agricola che comprende anche la produzione di olio d’oliva). Bella la carta utilizzata per l’etichetta: materica, preziosa e genuina al tempo stesso. Grazie a Sara Missaglia per aver segnalato questa interessante etichetta.

Mille Anni di Lenta Saggezza

Castello Monterinaldi, Chianti Classico. 

Il simbolo di questo storico sito vinicolo (vanta oltre “mill’anni”, come direbbero da quelle parti) ai giorni nostri riguarda una tartaruga. Animale esotico che poco ha da condividere con la Toscana. Eppure possiamo provare a dare un senso a tutto ciò. Curiosa innanzitutto questa definizione che troviamo nel sito aziendale: “Monterinaldi è un carapace di 18 vigneti…”. Bella l’idea di mutuare il guscio della tartaruga come immagine di una collina, suddivisa in tanti appezzamenti. In più vediamo alla base dell’etichetta un motto: “Tempo & Temperanza”, sormontato dal profilo di una tartaruga, questa volta di lato e non di fronte come nella grande illustrazione che domina il packaging. Siamo nel vero cuore del Chianti Classico a Radda in Chianti. Il produttore non fa mistero, anzi ne fa un vanto, delle antichissime origini e vicissitudini di quel Castello che dà nome al vino e alla tenuta, conquistato, semidistrutto e ora sopravvissuto e tornato ad antichi splendori come azienda vitivinicola. Cosa dire del design? Molto classico, una specie di stereotipo in quella zona della Toscana, ma in questo caso la tradizione assiste a una trasgressione, tanto è sorprendente, come detto all’inizio di questo post, vedere una tartaruga rappresentare il Sangiovese sacro a quelle colline. Vale sempre il consueto discorso: distinguere per distinguersi. Osare per farsi notare. Pur sempre con eleganza e intelligenza emotiva.

Dall’Abruzzo con Fulgore

Vitapiena, Brut, Contesa.

Uno spumante brut abruzzese fa già notizia. La sua etichetta e il nome del vino aggiungono curiosità e spingono all’approfondimento. Si tratta di una bollicina quindi, da vitigni Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese (logicamente vinificati in bianco). La zona di coltivazione delle uve si trova a 400 metri di altitudine a Catignano, entroterra pescarese. Veniamo al nome: “Vitapiena”. Il significato è di facile intercettazione, alludendo a uno stile di vita colmo di soddisfazioni, traguardi, affetti e perché no, celebrazioni. Avere una vita “piena”, non necessariamente di impegni e preoccupazioni, ha un significato positivo, di realizzazione. Le bollicine in effetti sono prevalentemente gradite nel caso in cui si ha qualcosa da festeggiare: ancora oggi gli spumanti non riescono a sdoganarsi da questa immagine e questo nome mantiene il prodotto in questa dimensione. O forse, per chi vuole comprenderlo in modo alternativo, indica la strada per una “vita piena” tutti i giorni, chissà, proprio per merito di questo vino. Il design dell’etichetta è modernista, tutto “nero e acciaio”, molto tagliente, estremo, di una semplicità facile piuttosto che estrosa. Diciamo pure che nel panorama degli spumanti italiani si fa notare.

Un Sangiovese con un Taglio Moderno

Azzero, Sangiovese, Podere il Palazzino.

L’etichetta, intesa come grafica e cartotecnica è molto originale. Attira l’attenzione quel taglio disassato che destabilizza l’occhio e travalica l’orizzonte. Un’etichetta storta, direbbe qualcuno. Incollata male. Invece si tratta di design. Minimalista, possiamo aggiungere. Al punto che anche il nome del vino viene proposto in modo semplice, diretto, nero su bianco, con un leggero rilievo dato dall’inchiostro materico. Per il resto, sul fronte etichetta, null’altro. Carta bianca, nel doppio senso delle parole, ad un gusto estetico che sa di arte contemporanea e che vendica la caducità di un’area vinicola tra le più classiche e storiche d’Italia. Il nome del vino è “Azzero” ed è facile intuire che si tratta proprio quel non-numero, nullo e rotondo, ad indicare la totale assenza di solfiti aggiunti. Una moda? Forse. Perdurante? Chi lo sa? Certo non sono in molti a optare per questa scelta estrema, che richiede molta accuratezza nelle lavorazioni di uve e mosti. Il nome è significante e significativo. Veloce e affilato. Va aggiunto solo che i lieviti sono indigeni e che, sì, c’è anche qualcosa d’altro nell’etichetta, in rosso: l’annata di vendemmia. Di quel che serve non manca niente. 

Alle Origini dell’Italianità

ZioBaffa, Pinot Grigio,
Tenuta Poggio al Casone
(famiglia Castellani).

Un nome decisamente buffo, “Baffa”. In realtà è il cognome di un regista americano, Jason Baffa, per altro di origini italiane. Ma vediamo tutta la storia, divertente, che origina questa etichetta. C’entrano il surf e le riprese di un film dal titolo “Bella Vita”, girato nel 2012 in molte zone d’Italia, tra le quali anche il litorale e le colline pisane. Si tratta di un vino biologico, un pinot grigio, prodotto grazie all’esperienza della famiglia Castellani titolare della Tenuta “Poggio al Casone” di Crespina in provincia di Pisa. Tornando al film in questione, la narrazione racconta della vera storia di un giovane, Chris Del Moro l’attore, che arriva in Italia per scoprire le proprie origini. Si racconta che nelle giornate dedicate alle riprese la troupe ha partecipato alla concomitante vendemmia e ai conseguenti banchetti all’imbrunire, da qui l’idea di chiamare il vino “ZioBaffa” in omaggio all’appetito e alla “sete vinicola” del regista. Graficamente il packaging presenta la forma dello stivale italico avvolto in un originale moto ondoso (con bussola). Risultano simpatici il nome, naturalmente, ma anche la grafica, con caratteri di scrittura un po’ “western”. Rivolgendosi principalmente al mercato americano vediamo le classiche scritte che riguardano la coltivazione “organic” (in inglese) delle uve (grapes). Curioso infine il tappo a fungo. Anch’esso siglato col nome del vino. Da filmmaker a winemaker a volte il passo è breve: con un sorso di italianità.

Un Inchino Trentino a Carlo V

Inkino, Spumante Metodo Classico,
Mas dei Chini.

Il Metodo Classico Trento Doc ha molti estimatori e anche molti produttori, sia pure in un territorio davvero ristretto e spesso impervio. Si tratta di bollicine. Il nostro Champagne, insomma. L’etichetta che portiamo in osservazione fa parte di una famiglia di prodotti dell’Azienda Agricola “Mas dei Chini”, azienda anche agrituristica con una significativa produzione di vini, anche fermi, della tradizione trentina. Il nome del vino, in questo caso, è una commistione tra una parola di senso compiuto (sia pure con quella “k”  che somiglia a una “r” e che fa un po’ strano e anche straniero) e il riferimento ai “Chini” del nome aziendale. Immaginiamo che i chini (le chine) siano gli appezzamenti scoscesi che a destra e a sinistra della Val d’Adige dipingono il territorio montano del Trentino. Inchino è anche, naturalmente, un gesto di cortesia, di rispetto, di circostanza ma anche di riverenza. Da qui il fatto che può attirare l’attenzione ed essere memorabile. L’etichetta è “spumantosa”, con tratti neri, antracite, argentati, decorativi, graziati, tipici di un’eleganza celebrativa. Il prodotto in questione (Chardonnay 60% e Pinot Nero 40%) si avvale anche di un sottonome, tale “Carlo V”, il famoso imperatore di “un impero dove non tramontava mai il sole” che si estendeva, nel periodo di massimo splendore, a metà del ‘500, dalla Spagna al Nord Italia, dalle Fiandre al Regno di Sicilia. In ultima analisi è notabile e notevole il carattere di scrittura del nome “Inkino”: un graziato sfizioso dove i puntini sulle “i” sono mezzelune e la “k” protagonista al centro dell’etichetta ricorda una sciabola.

Aleggia un Polipo, Violeggia un Sentimento

Capsula Viola, Chardonnay,
Santa Cristina.

Si tratta di una grande cantina con sede a Cortona, in Umbria. Marchio molto conosciuto nell’ambito del vino di ampia gamma e produzione. Ci ha colpito il design (più che altro il disegno, vediamo poi) dello Chardonnay che si chiama “Capsula Viola”. Il nome risale agli anni ‘80 del secolo scorso ed è stato mantenuto fino ad oggi. Logicamente il colore dell’etichetta è caratterizzante: ai tempi della nascita di questo progetto sicuramente non erano presenti sul mercato altri vini con una livrea viola e ancora oggi è difficile trovarli. Certo il colore non è di quelli facili. Il viola a volte è legato a leggende scaramantiche. E di fatto è un colore che attiene di più alla cosmetica (per il packaging), valga per tutti qualche esempio di prodotti alla lavanda. Certo rimane la peculiarità distintiva. Notare che nella formulazione del nome la seconda parte, “Viola”, ha dimensioni più grandi, viene quindi rimarcato. Quello che ci ha colpiti è stato anche quel polipo (sempre viola, ci mancherebbe) che fa da cappello all’elaborato. Insomma, il polipo “tiene insieme” con i propri tentacoli l’impaginazione dell’etichetta. Si impone quasi minaccioso. Poco importa (forse lui ancora non lo sa) che si tratta evidentemente di un consiglio di abbinamento (pesce in generale) e che dopo aver mostrato tanta tracotanza, finirà in padella. Ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del mondo del vino, per l’arguta segnalazione!

Etichette Letteralmente Impattanti

Faire Avec, Alicante e Clairette, Les Maoù.

Piccola realtà vitivinicola francese, con base nella Valle del Rodano, dove la coppia Aurélie e Vincent Garreta opera in regime biologico da diversi anni partendo da 3 ettari e mezzo fino ai 10 di oggi. Grazie ad una delle sempre interessanti segnalazioni di Sara Missaglia siamo stati colpiti dallo stile delle etichette di questo produttore, davvero particolare (una per tutte, quella del “Faire Avec”). Il sito web (attualmente) non esiste per cui trovare spiegazioni, soprattutto per i nomi dei vini, risulta difficile. Si intuisce che sono tutti dei giochi di parole. Accomunati da uno stile grafico impattante. I toni sono tutti sul rosso, bianco e nero. Elementi geometrici e tipografici netti, di grandi dimensioni, a loro modo dissacranti rispetto a un prodotto figlio di una agricoltura che attribuisce fortemente il primato del vino buono al rispetto della natura. Una dicotomia cercata e condotta fino in fondo con l’obiettivo che tutto sommato hanno tutti: quello di farsi notare, sullo scaffale d’impatto, a tavola con gli amici, magari per commentare e farne parlare. Lo stile è piuttosto grezzo, sfrontato, diretto, tagliente. Il risultato è la fruizione di una serie di etichette che caratterizzano molto la comunicazione e quindi la percezione finale. Non possiamo dire che ci piacciono, possiamo concludere dicendo che probabilmente “funzionano”.

Pesci e Rose nel Collio Goriziano

Malvasia, Casa delle Rose.

Un vitigno abbastanza difficile da trovare, la Malvasia Istriana, se non nelle terre all’estremo Est d’Italia, come in questo caso nel Collio Goriziano. Il viticoltore Lucio Bernot, titolare dell’azienda (dal 2006 anche agrituristica) Casa delle Rose propone questa bottiglia con una veste particolare, che si fa notare. Si tratta di un banco di pesci illustrati in modo fumettoso. Si nota subito che alcuni di essi, quelli completamente colorati di giallo, vanno controcorrente. Ed è proprio questo uno dei significati che questo packaging vuole esprimere. Infatti ecco cosa troviamo scritto nel sito web dell’azienda: “L'etichetta con i pesci, o meglio "pesciolin", è tratta da un'opera d'arte del fratello maggiore (del titolare) e rappresenta l'andare contro corrente. Simboleggia anche la fede, la purezza, la Vergine e il cristianesimo. Nei 5 elementi rientra l'elemento dell'Acqua”. Non è tutto chiaro ma possiamo raccogliere qualche sensazione che si è voluta comunicare. Andare contro corrente, la purezza, l’elemento acqua. L’abbinamento consigliato riguarda naturalmente piatti di pesce. L’Adriatico è vicino con le sue brezze salmastre che “risuonano” nelle caratteristiche di questo vino bianco fresco sia pure molto “energico”. Il nome del vino è “Malvasia”, certo non spicca in fantasia, ma può bastare. In sostanza, l’etichetta è simpatica, giocosa, spiritosa. Insomma, da portare in tavola con curiosa ironia.

Il Canto Allegro delle Anime Semplici

Cinciallegra, 
Garganega e Trebbiano di Soave, 
il Roccolo di Monticelli.

Trovare un significato a questo nome è facile: la “Cinciallegra” è un passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi (questo dice Linneo già nel 1758). Simpatico volatile canterino dai colori sgargianti, aggiungiamo noi pur non essendo ornitologi. Nome accattivante quindi, onomatopeico, gorgheggiante. Ma la bellezza di questa etichetta non inizia e di certo non finisce qui. Si tratta di una bellezza che trae origine dalla semplicità, come spesso accade nel design. L’etichetta è formata da tre elementi: il nome dell’azienda, una illustrazione al centro e il nome del vino in basso. Un po’ troppo lungo il nome aziendale, “il Roccolo di Monticelli” ma in questa forma descrittiva è chiamato a definire bene le origini e il luogo di produzione, elementi che vengono confermati dall’illustrazione: un roccolo (costruzione isolata di solito utilizzata per la caccia, in questo caso si verifica un cortocircuito mentale con la citazione del passero allegro in questione) attorniato da cipressi, su una collina scoscesa. Il disegno è molto semplice, monocromatico, presentando il panorama in modo stilizzato. L’andamento è sinuoso, quasi un’onda collinare che arrotonda la percezione delle cose e quindi gli animi. I vino è un “orange” frizzante di quelli beverini e di gran moda in questi anni. La gestione famigliare, la coltivazione biologica, l’attenzione e la sensibilità elevate. Gusto e passione non sempre vanno a braccetto, in questo caso li abbiamo trovati perfettamente accoppiati. Grazie a Sara Missaglia per la preziosa segnalazione!

I Frati di Solito non Sono Magri

Cà del Magro, Custoza Superiore, Monte del Frà.

Questa azienda veneta sceglie la semplicità in etichetta mettendola in contrasto con la complessità del vino. Questo Custoza infatti (qui in versione Superiore) è composto da 4 vitigni: Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni. Si parla di mineralità donata alle viti da un terreno di ghiaia e sassi, esposto a sud-est su una collina particolarmente vocata. Il resto lo fa la fermentazione “sur lies” per una longevità insolita per un vino così. Ma torniamo all’etichetta dove il Monte è “del Frà” mentre la Cà è “del Magro”. Accenti che denotano una aderenza al territorio e alle “nominazioni” antiche sia pure in un ambito di denominazioni moderne. I due nomi, il primo quello dell’azienda, il secondo, giustamente di dimensioni più grandi, quello del vino, messi così risultano ridondanti, si ostacolano a vicenda nel processo di memorizzazione laddove simile è la formula semantica. Due “à” accentate, due “M” capolettera (Monte e Magro) con in mezzo un identico “del”. Queste osservazioni che potrebbero sembrare sofismi appartengono in realtà alle tecniche di naming che andrebbero applicate. L’etichetta è ben riuscita, intendiamoci. Lineare con qualche inserto in oro che male non fa. Il nome del vino in particolare incuriosisce, nel tentativo di capire chi fosse quel personaggio magro al quale si fa riferimento (sicuramente non si tratta di un frate). P.S: i “frà” sono quelli dell’Ordine di Santa Maria della Scala, di Verona.

Un “Classico” in Stile Moderno

Kami, Greco di Tufo Spumante, CaLaFè.

Il titolare dell’azienda, Benito Petrillo, ha dedicato nome e marchio alle sue tre nipoti, Camilla, Laura e Federica. Nasce così “CaLaFè”. Non contento ha dedicato lo spumante Metodo Classico in modo particolare a Camilla, chiamandolo “Kami”. Questo spumante non è particolare solo per il nome, il vitigno infatti è insolito per le bollicine. Siamo a Sud (Avellino) in una zona dove il Greco di Tufo, di solito in versione “ferma”, contende la fama del Fiano, tra i bianchi storici della zona. Ma passi pure la sperimentazione quando il risultato centra obiettivi qualitativi di un cert0 livello. Vediamo l’etichetta: molto formale, elegante ma con una buona dose di modernità. Unica illustrazione una volpe (o forse un cane) che addenta un grappolo d’uva. Il resto ci arriva sotto forma di un fondo nero, con caratteri di scrittura cubitali come dimensioni e graziati come stile. In alto viene indicato il “Metodo Classico”, in basso “Brut Nature”. A lato troviamo il logo aziendale. Prevale la semplicità dell’impaginazione con una interessante originalità degli elementi. Il nome del vino viene caratterizzato molto dalla “K” iniziale, una sofisticazione esterofila o, se vogliamo, colta, considerando la lettera come una testimonianza del greco antico (in alcune sue accezioni). Nel complesso l’etichetta emerge dal mucchio e si fa notare. 

Divi del Focolare a Prepotto

Spolert, Linea Millennial.


Spolert Winery è una cantina friulana che nasce dopo la ristrutturazione e il recupero di un’antica azienda di Prepotto già produttrice di vini. Il nome, “Spolert”, identifica in dialetto quella che in tempi più moderni venne chiamata “cucina economica”, una specie di focolare più semplice e pratico da utilizzare per riscaldare e cucinare. Ma veniamo alle particolari etichette di questa gamma di vini come vengono descritte dal produttore stesso: “La linea di packaging è stata pensata per raccontare, per ogni etichetta, il vino che rappresenta: Woody Allen perché la ribolla rappresenta un vino sagace e fragrante, Einstein per il friulano perché è un vitigno versatile, Brigitte Bardot perché il nostro rosato è femminile ma con grande personalità, e Marylin perché lo Schioppettino, come la diva, è il simbolico”. I quattro personaggi citati sono raffigurati in una modalità fumettosa e tutti nell’atto di specchiarsi in stile “specchio delle mie brame” e con un calice in mano (a dire il vero il calice viene sorretto in un modo che un sommelier di certo non approverebbe). Si tratta di un design molto semplice, colorato, irridente, quasi fanciullesco se non fosse che i personaggi illustrati sono miti per adulti. Le etichette attirano l’attenzione, sono insolite e di sicuro non si prendono sul serio.

Il Taglio Questa Volta è Artistico

The Winemaker’s Cut, Sauvignon.

Michal Mosny e sua moglie, titolari dell’azienda, sono originari della Slovacchia. Dopo molti anni di lavoro alle dipendenze di altre vitivinicole decidono di aprire la loro cantina (in Canada, nel British Columbia) e di chiamarla “Winemaker’s Cut”. La produzione è caratterizzata da quello che potremmo definire come un vezzo, al quale loro credono molto: musica classica diffusa ovunque, in vigna e in cantina (non c’è da stupirsi: la fisica quantistica sta conquistando campo). Ecco cosa raccontano in proposito, nel loro sito web: “Like in a movie, music plays an integral role at Winemaker’s CUT. Classical music is played throughout the vineyard and cellar. And it’s not just because of our deep love of the arts. The soothing power of music extends to plants, and helps to establish balanced, healthy vines. We noticed the difference right away. The vines closest to the speakers were growing faster. In the cellar, the fermentations were smoother and more predictable. We now have 13 speakers throughout Deadman Lake Vineyard, each positioned to ensure all of the vines benefit. A number of studies have found similar results: playing classical music for a few hours per day increases plant growth. It also benefits the vineyard workers, too. So, don’t be surprised to hear Mozart or Bach when you visit our tasting room”. Le etichette sono molto gradevoli e distintive. Hanno tutte il medesimo schema grafico, variando i colori. Abbiamo preso come esempio quella del Sauvignon: in alto a sinistra vediamo una artistica rappresentazione di tralci grappolosi, in basso a destra il nome della linea di vini con in evidenza la parola “CUT” con un cromatismo che riprende, di sfondo, l’illustrazione sopraddetta. Semplice negli elementi, giustamente preziosa negli inchiostri e nel design. Il nome ci piace: “Winemaker’s Cut” ricorda il modo di dire “Director’s Cut” che nell’arte cinematografica rimanda a una edizione speciale di un film, con un montaggio diverso rispetto all’originale proposto al pubblico, spesso con un finale alternativo, particolarmente caro al regista. Un lateral thinking che afferma con orgoglio l’unicità delle proprie scelte, in questo caso di stampo vinicolo.

L’Etichetta è Sempre un Palcoscenico

M.Etain, Cabernet, Scarecrow.

La questione è complessa, ma l’etichetta è semplicemente bella. Il produttore di questo vino si chiama Scarecrow così come il loro vino di punta (spaventapasseri, dal “Mago di Oz”), l’azienda è condotta dal nipote di uno dei fondatori della MGM (nota casa cinematografica americana: la Metro Goldwyn Mayer, quella del leone che ruggisce minaccioso ad ogni inizio di film). Ma torniamo rapidamente alla nostra etichetta. Si tratta del “second wine” di questa azienda che si chiama “M.Ètain”. Dunque, in francese “metain” significa metallo mentre se prendiamo solo la parola “Ètain” siamo a “stagno” o “stagnola”. Il rational fornito del produttore nel proprio sito internet riguarda la pronuncia in inglese: Mr. Tin (o Monsieur Ètain in francese) e si riferisce all’omino, un burattino che a noi ricorda Pinocchio che si vede in alto, riprodotto con una vernice argentata in rilievo (tin man in inglese è “uomo di latta”). Al centro il nome del vino e in basso la data, il millesimo, che evidenzia le ultime due cifre per sancire l’importanza e la diversità di ogni annata, di ogni vendemmia. È tutto. Ma vogliamo dire che quel burattino di latta è fatto proprio bene, ha un suo stile, sembra davvero che stia danzando. E attira l’attenzione sia pure nel suo “piccolo”. Risulta subito protagonista e apporta distintività. A volte basta poco. Logicamente, trattandosi della famiglia che ha fondato e diretto la MGM il discorso dei personaggi, veri o inventati, dei film prodotti dalla medesima, aleggia nelle scelte di comunicazione dell’azienda. E questo porta notorietà e idee che sono, comunque sia, evidenziate con gusto e arguta sottigliezza.

Nome e Marchio Circostanziati (in Georgia)

Mtsvane, Brut Nature, Teleda-Orgo.


Finalmente un’azienda che in prima battuta (nella home del sito internet) spiega in sintesi ma dettagliatamente il proprio nome. Non è tanto la spiegazione in sé (altri lo fanno), bensì la scelta a monte (nella creazione del nome) di esprimere un significato… significativo. Molti nomi, spesso ne abbiamo la chiara percezione nell’immediato, sono lì per caso o per qualche oscura ragione. Marchi e prodotti vengono segnati così da un destino crudele, quello della noncuranza, o peggio, della dimenticanza. Tornando a questa azienda, georgiana, sicuramente per noi in Italia “Orgo” non è il massimo, forse ci ricorda “orco”. Ma la spiegazione che c’è dietro consente di recuperare terreno laddove approfondimenti sulla cultura e sulle tradizioni del luogo si manifestano come comunicazione integrata. Ed ecco la spiegazione di cui stiamo parlando: “Our Name. There is a very interesting definition and history behind that Georgian words “Teleda” and “Orgo”. Teleda is an ancient name of Telavi, the main city of Kakheti region. The first archaeological findings about Telavi date back to the Bronze Age. One of the earliest surviving accounts of Telavi is from the 2nd century AD, by Greek geographer Claudius Ptolemaeus, who mentions the name Teleda (a reference to Telavi). Orgo is the stone that was used as a closure of Qvevri in ancient times in Georgia. We still use that old tradition in our cellar for some Qvevris”. Aggiungiamo che “Mtsvane”, nome di questo spumante, è anche il nome del vitigno che lo compone. Anche il logo ci piace: si tratta della sintesi illustrata di una giara inquadrata dell’alto, cioè vedendo l’apertura dal vertice. Etichetta pulita, essenziale, bilanciata. 

Vacche Grasse a Mendoza (ma ne Manca Una)

Cuatro Vacas Gordas,
Malbec e Cabernet, Caligiore.

L’etichetta di questo vino argentino, che viene dalle floride valli di Mendoza, attira sicuramente l’attenzione per il suo stile insolito e giocoso. L’illustrazione è in stile fumetto e il colore giallo di fondo contribuisce ulteriormente a catturare gli occhi. Il nome della linea di vini (ci sono in gamma anche un bianco e un rosato) è “Cuatro Vacas Gorda”. Tradotto in alto, nell’etichetta, per chi non è pratico dello spagnolo, con “Four Fat Cows”. Ai meno distratti risulta evidente che nell’illustrazione manca una mucca, perché sono solo tre, attònite e pascolanti, sotto una nuvoletta. L’enigma viene chiarito nel sito del produttore, che si chiama Caligiore: la quarta vacca si trova nel retro etichetta. Il mistero viene alimentato dal fatto che il retro etichetta nel sito non si vede e non si trova nemmeno facendo ricerche in internet. Potrebbe essere un’idea di marketing: per vedere la quarta vacca è necessario comprare la bottiglia di vino. Almeno fino a quando qualcuno dell’ampio popolo di Vivino non decide di fotografarla. Ed è quello che stiamo aspettando anche noi. Comunque sia la rappresentazione è fantasiosa e simpatica. Il vino non lo sappiamo: troppo lontano.

Tradizione e Innovazione nel Roero Storico

Tamardì, Sauvignon e Arneis, Monchiero Carbone.

In questa etichetta si nota innanzitutto quel motto in dialetto che fa da ricamo all’ovale-marchio: “Ogni uss a l’ha so tambuss”. Cosa significa? Letteralmente: “Ogni uscio (porta) ha il suo batacchio” per sottolineare l’importanza della capacità di ogni produttore di vino nel valorizzare le particolarità di ogni singola vigna e di saperla “riversare” nel calice. Un ottimo incipit. Certo, da interpretare, perché il piemontese, come ogni dialetto, non fa molta strada oltre i confini regionali. Va quindi spiegato. Ma il senso è curioso ed efficace. Anche il nome del vino si esprime, con l’idioma piemontese: “Tamardì” che, spiegato testualmente del produttore nel proprio sito internet, significa “manifestare una reazione di stupore di fronte a qualcosa di inatteso e particolarmente sorprendente”. Lo stupore in questo caso è dovuto all’insolito abbinamento tra un vitigno internazionale e uno autoctono, dando vita a un esperimento vincente. Scendendo ancora verso la parte inferiore dell’etichetta troviamo infine il nome del produttore: “Monchiero Carbone”, in pratica si tratta dei due cognomi dei ri-fondatori dell’azienda, che nel 1990 riprendono in mano le terre delle rispettive famiglie per proseguire in una avventura enoica che guarda al futuro ma attinge a piene mani nella tradizione. Prova ne sia l’arcaica testa di leone che campeggia su tutte le etichette e che funge da logo aziendale. Etichetta in fin dei conti è molto tradizionalista ma in grado di proporre spunti concettuali interessanti.

Una Sferzata di Arancione in Quarta Posizione

Quarto Colore, Pampanuto,
Cantine Imperatore.

La cantina in oggetto, pugliese, è nota soprattutto per il Primitivo che vinifica in vario modo, da rosso riserva a rosato. Ha attirato però la nostra attenzione questo vino “orange” per alcune curiose caratteristiche, del vino stesso, nascendo da vitigno Pampanuto, e dell’etichetta. I nome è “Quarto Colore” e subito siamo portati a osservare la pennellata arancione che campeggia sulla quasi totalità del packaging. Vino “orange” etichetta arancione, tutto torna. Ma perché “Quarto Colore”? Osservando il catalogo vini dell’azienda notiamo che ci sono altre 4 etichette con pennellate di colore: una nera, una rossa, una viola (per i tre vini a base Primitivo) e una verde (per il Fiano). Evidentemente nell’ordine espositivo che il produttore ha in mente, il vino orange viene dopo i tre Primitivo ma prima del Fiano, cioè in quarta posizione. Accettiamo questa interpretazione (anche perché non ne abbiamo un’altra). Alcune osservazioni: sotto al nome del vino leggiamo la frase “cambiamo le regole” (forse un grido di protesta) e ancora sotto “Bio” (dovuta precisazione). In basso a destra il nome e il logo del produttore. Nel sito dell’azienda notiamo anche il pay-off: “i giardinieri del vino”. Tutta la produzione è a regime biologico e l’azienda ci tiene in particolar modo a sottolineare questo impegno produttivo. L’etichetta, concludendo, si presenta d’impeto con uno stile moderno, la pennellata di colore non è originalissima nel mondo della comunicazione del vino ma riesce comunque ad essere distintiva e ad attirare l’occhio.