Mani di Vellluto in Catalogna
Una Dama Rossa che fa Sognare
Macvin du Jura, vino liquoroso, Les Dolomies.
Il nome di questo vino che è anche il nome della categoria di prodotto (la qual cosa non va molto bene in comunicazione) ha una storia particolare, legata alla sua produzione. Si tratta infatti di un vino liquoroso costituito per 2/3 da mosto d’uva e per 1/3 da distillato (il Marc du Jura, corrispondente alla nostra grappa). Il nome, dicono ufficialmente le corporazioni del luogo, deriva dall’unione delle parole Marc e Vin (però i conti non tornano, manca una “r”, ma soprassediamo). Quello che ha attirato la nostra attenzione è la splendida illustrazione ad acquarello che troviamo sulla sinistra dell’etichetta: impossibile non notarla, grazie anche all’intensa colorazione. Raffigura una donna nell’atto di prendere oppure offrire o anche solo ammirare una bottiglia di vino che tiene nella sua mano sinistra. Il volto è completamente assente, ovvero non è per nulla particolareggiato, ma l’immagine fa sognare, fa “immaginare”. Il vestito è bellissimo, la donna è sicuramente bellissima, la scena e le circostanze sono sicuramente bellissime. Lo dice la nostra fantasia. Ed è la dimostrazione di quanta efficacia ci può essere in un idea (e in un bel tratto artistico). Un ultimo accenno all’azienda, biodinamica, nel cuore di quella regione vinicola ancora tutta da scoprire, lo Jura. Il produttore, una coppia di illuminati vignaioli, si chiama Les Dolomies, termine che in quella zona sta a indicare la tipologia di terreno, costituito in gran parte da calcare ricco di magnesio. Bravi.
La Foglia di Fico e Tante Altre Storie
Riserva del Fico, Barolo, E. Molino.
Avete 100 euro da spendere? Ecco un Barolo che potrebbe corrispondere al vostro budget. A parte il costo, si tratta di un Barolo che non vuole nascondersi dietro una foglia di fico (anzi, la utilizza in etichetta e nel nome). Il packaging ha uno stile che si fa notare. Davvero molto “vintage”, di quelli che sia pure in questa zona “arcaica” non ne fanno più. Attenzione però, in basso a destra sbuca un simbolo che è di per sé un segno di (coercitiva) modernità: il famigerato QR Code che ormai dilaga in ogni ordine di prodotto e di comunicazione. Siamo di fronte a un caso di antico-moderno? O ancora meglio di moderno-antico? Certo che quella foglia di fico in primo piano, per di più verde, non si direbbe adatta a una tipologia di vino come questo, ormai sdoganato come simbolo di virtuosa eleganza in tutto il mondo. A meno chè, teoria che va per la maggiore, l’etichetta risalga davvero a un secolo fa o forse più. Nel suo complesso siamo in quel sempre più ristretto campo degli inflessibili tradizionalisti. E perché cambiare uno status quo che funziona da decenni? La “Riserva del Fico” continua il suo ormai nobile percorso verso la glorificazione. E gli appassionati degustano e ringraziano (quasi tutti).
Un Barolo che si Inchina alle Erbe Officinali
Barolo Chinato, Ceretto.
Molto particolare questa etichetta di Ceretto, dedicata alla propria interpretazione del Barolo Chinato, un prodotto d’eccellenza, tipico delle Langhe. La preziosità delle soluzioni in bronzo/oro si sposa con la praticità delle descrizioni delle erbe, lungo tutto il perimetro dell’illustrazione. Ceretto non si accontenta di aggiungere la China al proprio Barolo: le erbe (di Langa, viene specificato da una dicitura a monte dell’illustrazione) sono almeno 13, tutte indicate, vicino alla relativa stilizzazione, col loro nome scientifico. Le scritte sono molto piccole, forse meritavano qualche decimo di millimetro in più. Tra queste riusciamo a scorgere, ad esempio, la Valeriana Officinalis, l’Iris Fiorentina, la Menta Piperita. Insomma un insieme di estratti benefici che uniti alla bontà del vino, rendono importante questo prodotto. L’etichetta risulta preziosa, fornisce sensazioni di artigianalià, suggerisce un uso centellinato del nobile intruglio e certamente il nome del produttore, molto stimato, funge da garanzia di qualità.
Lieti e Ottimi Calici alla Cascina del Buonumore
L’Etna, Polifemo e i Faraglioni (quelli Siciliani)
Fermento Siciliano, Nerello Mascalese e Cappuccio, Cantine Madaudo.
Questo vino fa parte della serie “Sicilia Illustrata” e infatti tutto lo spazio disponibile sull’etichetta viene occupato da una illustrazione, molto bella, che raffigura il Ciclope Polifemo mentre scaglia un masso in direzione della nave di Ulisse. Questo narra il mito che tutti conoscono e che nasce proprio alle pendici dell’Etna, dove allignano i vigneti di questa azienda, precisamente a Randazzo. L’immagine è forte, grazie anche al colore rosso dominante e alla dinamica da fumetto alla Diabolik. Alle spalle del Ciclope vediamo anche il vulcano che erutta lava (questo, almeno, a noi sembra). C’è tutta la forza e l’energia di un territorio che racconta sé stesso con la storia e anche l’attualità di un Etna che ogni tanto, effettivamente, fa ancora sentire la sua voce. La vicenda di Polifemo è nota ai più. Valga come conferma la vista dei Faraglioni dei Ciclopi ad Acitrezza. Da parte dell’azienda, aver “cavalcato” il mito di Polifemo fornisce un riferimento geografico molto preciso, consente di utilizzare anche la fama del vulcano come volano di comunicazione e fa sognare gli “spettatori” con un frame di grande effetto che difficilmente si farà dimenticare. Bravi.
Semplicità, Forza e Orgoglio Friulano
Friulano (Collio), Kurtin.
Stiamo parlando di un vino e di un’azienda italiani, sia pure al confine con la Slovenia. Colpisce quindi, innanzitutto, quella scritta in alto, “Kurtin”. In effetti si tratta del cognome della famiglia che dal 1906 gestisce un’attività agricola prima, e successivamente solo vitivinicola. Difficile trovare la lettera “K” in un cognome italiano, ma in questa zona, nel Collio, le storie e le culture si mescolano. L’azienda ne ha fatto un simbolo: infatti la K diventa logo scudato (non visibile qui in etichetta). Colpisce anche quella luna dorata che sovrasta un gradevole disegno al tratto dove un ragazzo e un uomo adulto (padre o nonno) ammirano il panorama rurale. Molto bella la frase di accompagnamento che troviamo alla base del disegno: “Il vino dei padri, succo della nostra memoria, storia che ci disseta”. Un poetico riferimento alle generazioni che si sono susseguite nel corso del secolo scorso, alla guida dell’azienda. Un omaggio a chi è venuto prima e che ora viene ricordato come colui che ha spianato la strada alle rinnovate passioni. E’ un’etichetta semplice, chiara, senza pretese di voler rappresentare qualcosa di prezioso o aristocratico. Il vino è terra, è contadino, è lavoro e tradizione. Sia per chi lo produce, sia per chi lo beve. Con tanta buona ragione e salute per tutti.
Nostalgia Grafica, Tradizioni Storiche
Nebbiolo d’Alba, (Vigna Valmaggiore), Marengo.
Il Piemonte è quella regione d’Italia dove, oltre a garantire ottimi vini, le tradizioni, anche sotto forma di usi e costumi, sono rimaste inalterate nel tempo. Questa modalità si ritrova molto spesso nelle etichette dei vini, con stili che appartengono al passato e che richiamano, non senza nostalgia, simboli arcaici. Questo avviene soprattutto nelle zone storiche, del Barolo, del Barbaresco, al di là e al di qua del Tanaro, nelle Langhe e nel Roero. Proprio dove opera il produttore del quale riportiamo l’etichetta qui a fianco. Si tratta di un Nebbiolo d’Alba, cugino di vini più celebrati ma ugualmente di finissima trama. Vediamo quindi il packaging nel dettaglio. In alto, il cognome della famiglia che da 4 generazioni produce vino: Marengo. In rete si trova in realtà la dicitura “Mario Marengo”, in riferimento al padre dell’attuale vignaiolo, Marco. Sotto al cognome di famiglia c’è un disegno, piuttosto abbozzato, con un vecchio cascinale (che somiglia molto a una tipica fattoria americana, a dire il vero). Poi abbiamo il nome della Doc e quindi il nome della vigna di provenienza delle uve: “Vigna Valmaggiore” che può diventare il nome del vino, visto e che ufficialmente non ne possiede uno. Il fondo è un aranciato tenue, l’elaborato, come già detto, tradisce una certa malinconia grafica, una linearità tutta sua, senza sfarzo, proprio no, puntando sul “come si è sempre fatto”. Funziona? Ancora sì. Il territorio traina le vendite. Ma il packaging antagonista sta su un altro pianeta.
Il Mare d’Inverno, “un Concetto che il Pensiero non Considera”
Il Senso del Coniglio (o della Papera)
Cà Povolta, Soave, GI s.p.a. Trento.
Sarà un gioco di parole, per altro non troppo ben riuscito, a far vendere di più un vino? Può essere. Non abbiamo accesso ai dati di mercato di questo imbottigliatore. E non ci interessano nemmeno. L’etichetta invece sì, vale qualche attenzione, se non altro per la sua indole “acchiappa clienti” da mercati generali. Dunque ecco l’elaborato: il visual è quella nota immagine utilizzata dagli psicologi per vedere chi ci trova un coniglio e chi altri una papera. Già visto e stravisto e molto probabilmente utilizzabile senza necessità di pagare diritti di copyright. Il nome del vino (o se volete dell’azienda) è “Cà Povolta”. Facciamo fatica a cederci, ma è scritto proprio così. Allude, certo, alla possibilità di capovolgere l’immagine sottostante per poter vedere il secondo animale. Il gioco continua anche alla base del packaging con la scritta relativa alla Doc (Soave) a testa in giù. Il senso di tutto questo? Forse non c’è. Gli inglesi parlano di “nonsense”. E forse è proprio questo l’insegnamento di questa etichetta: il senso della vita (della vite, in questo caso) che non c’è, o che non lo si vuole cercare o trovare. Vale tutto purché riesca ad attirare l’attenzione? Forse sì. Comunque, papera o coniglio, un senso prima o poi bisogna prenderlo. Più facile dopo due o tre calici.
Brilla il Nome della Vignaiola in Mezzo alle Lucciole
Fiori Francesi in Vitigno Teutonico
A Difesa delle Api, Contro l’Idiozia Generale
Il Carattere della Montagna (Dove Volano le Aquile)
Caratteri Rosé. Pinot Nero (e Traminer), Castelsimoni.
Nei pressi dell’Aquila, in località Cese di Preturo, questa piccola cantina produce, tra altri vini di tipo internazionale, un rosato a base Pinot Nero. Non è una formulazione facile da trovare in centro Italia, soprattutto considerato che questo vino fruisce anche di un piccolo tocco di Traminer Aromatico. Particolare anche la sua etichetta: in alto leggiamo quello che viene diffuso dall’azienda come una sorta di slogan, “vini di montagna”. Abituati in questo senso a pensare a vini del nord (Alpi), facendo mente locale, realizziamo che anche qui, sotto al Gran Sasso d’Italia, le montagne sono di un certo livello. Il nome dell’azienda è “Castelsimoni”, probabilmente un rimando topografico; al centro vediamo l’inequivocabile mappa altimetrica del Gran Sasso (che sale fino a 2912 metri s.l.m.). Le vigne invece, sono dichiaratamente poste a 800 metri di altitudine, meglio precisare, sicché l’etichetta potrebbe indurre qualche errore di valutazione. Il vino rientra nel disciplinare come “Rosato Terre dell’Aquila”, come giustamente indicato alla base del packaging. Il nome del vino è alquanto strano: “Caratteri Rosé”, cercando, crediamo, di comunicare la peculiarità dei vitigni che lo compongono o le caratteristiche del territorio, decisamente montano, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Etichetta spartana, molto descrittiva, poco emozionale, abbastanza originale, del resto.
Il Rosso che è Veramente di Natale
Rosso di Natale, Blend di Rossi, Cascina Baricchi.
Potrebbe sembrare una trovata di marketing da mettere a scaffale ogni anno a dicembre… e invece. C’è molto di più dietro al nome di questo vino. Innanzitutto c’è una piccola azienda delle Langhe, che ha deciso di trattare le uve di Nebbiolo come se fossero atte a produrre Amarone. Le uve infatti vengono raccolte in vendemmia tardiva, lasciate a macerare 15 giorni e soprattutto il vino ottenuto deve affinare in botti di legno per 10 anni. Nasce un prodotto unico e particolare, che potrebbe attirare l’attenzione di chi prepara il pranzo di Natale, ma che in effetti può essere servito tutto l’anno. Dove sta il trucco? Nel fatto che il titolare dell’azienda si chiama Natale Simonetta, figlio di Giovanni, il fondatore. Natale infatti ci mette la firma autografa: la trovate nella parte sinistra dell’etichetta. 15% di festoso e corposo vino rosso che, grazie a un nome (e alla più nota festività del cristianesimo) potrebbe donare (attenzione, il costo non è dei più economici) attimi alterati di pura consapevolezza. Il packaging non è di quelli studiati da designer di grido, ma grazie al nome del vino e agli altri elementi “genuini” che lo compongono, è in grado di attirare attenzione e gratificazione. E qualcuno potrà gridare “Buono! Natale!”. Salute.
La ‘Principessa’ Giuseppina Contesa dalle Contrade
Un Vino Rosso del Sud, Senza Pentimenti
La Doppia “G” di Ruggeri (e quella Singolare di “Ruge”)
Un’Etichetta che ha i Numeri
13, Pinot Bianco, Brigl.
Questa, a quanto pare, antichissima cantina si trova nell’Alto Adige dei buoni vini (soprattutto bianchi) e in particolare sull’altopiano del Lago di Caldaro, ad Appiano, sopra Bolzano. Il simbolo e il vanto del produttore è una data: 1309, che viene enfatizzata in etichetta con un grande “13”, in oro e in rilievo (ciò avviene per tutte le etichette della gamma, qui rappresentiamo quella del Pinot Bianco). A dire il vero, ponendo attenzione, si può notare che il numero 1 è specularmente rovesciato, si tratta di un vezzo grafico difficile da notare: se si fosse deciso di “ribaltare” il numero 3, ad esempio, si poteva notare di più (ma il numero 3 come vedremo, ha un’altra funzione). Perché enfatizzare il numero 13, quasi fosse il vero nome del vino? Forse perchè porta fortuna? In ogni caso questo numero va a comporre, come detto sopra, la fatidica data (della fondazione): 1309. La parte mancante, lo 09, lo troviamo in piccolo, in alto, di fianco al numero 3. A parte tutte queste considerazioni numerologiche, si tratta di una bella etichetta. E’ stato creato un packaging attraente, attenzionale, elegante, colto. In alto un cappello dorato, sempre in rilievo, “incorona” il numero 13. Nella texture di fondo vediamo un delizioso cherubino che leggiadro si libra nell’aria. Alla base troviamo il nome della vigna dove alligna la vite delle uve di Pinot Bianco (Weissburgunder, in tedesco) che compongono al 100% questo vino. Semplice e misterioso al tempo stesso. Un buon auspicio per la buona tavola. P.S.: il numero 3 funge anche da lettera “B” per il cognome del produttore, lo si può notare sul collarino della bottiglia.
Imperatori a Tavola, con le Langhe nel Cuore
Il Merlo Furtivo delle Dolomiti Bellunesi
Un Celebre Veneziano alla Conquista della Toscana
Irripetibile, Blend di Rossi, Podere Casanova.
I toni di rosa di solito, in etichetta, vengono utilizzati per affinità, con i vini rosati. In questo caso siamo di fronte a un rosso, costituito da Sangiovese, Merlot, Petit Verdot e Cabernet. Siamo infatti indubbiamente in terra di rossi, a Montepulciano, dove Isidoro Rebatto e Susanna Ponzin, veneti, hanno acquisito una tenuta che, ironia della sorte, si chiama Podere Casanova, richiamando nomeicamente la storia e le imprese del celebre Giacomo Casanova, donnaiolo veneziano. Etichetta rosa, dicevano, molto particolare, si fa notare. Con un piglio artistico, pittorico, espone una testa femminile, forse alludendo alle scorribande del noto corteggiatore. Si tratta di un viso molto aggraziato, proprio al centro dell’elaborato. In alto troviamo il logo aziendale, un gufo, ugualmente ben disegnato, con stile minuzioso. Il nome dell’azienda lo troviamo nella parte alta del packaging, in oro e in rilievo: si fa certamente notare. Sotto al nome dell’azienda troviamo il nome del vino, “Irripetibile”, ambizioso quanto basta, e con un buon coefficiente di curiosità indotta. L’etichetta risulta gradevole, intrigante. La sua macchia di colore insolita può aiutare a rendere visibile e desiderabile questa bottiglia di vino. Il resto lo dirà il calice e il gusto degli attenti avventori.
Felice di Stare Lassù
Pink, Sangiovese, Podere San Cristoforo.
Dobbiamo confessare che il suino volante ci ha colpiti. Attraversa un cielo primaverile leggiadro e orgoglioso della sua forma fisica. Mettendo in mostra la sua epidermide rosa, in perfetta sintonia con il vino che vuole rappresentare. Certo, siamo di fronte a un’etichetta insolita. Prima di tutto perché è iper-realistica, forse fotografica (almeno per quanto riguarda le nuvole). E poi perché quel maiale in volo stupisce e diventa icona. Così come lo è stato su una copertina di un celebre LP dei Pink Floyd (che contiene anche un brano che si intitola proprio “Pigs”). Gli stratagemmi per “accompagnare” concettualmente un vino rosato sono infiniti. Si citano rose, roseti, fenicotteri, tutto ciò che è rosa o che può essere affiancato idealmente a questo colore. Maiali compresi, naturalmente. Certo che un rosato, sia pure strutturato come questo da vitigno Sangiovese, non si presta, solitamente alla carne di maiale. E sarebbe anche di cattivo gusto far trionfare il suino in etichetta per poi fargli la festa in cucina. Diciamo che siamo nel campo delle allegorie e che in questo senso il packaging in oggetto fa la sua porca figura. Da notare, in basso, sotto al nome dell’azienda, un scritta in inglese: “tuscan coast rosé”, del resto anche il nome del vino è in quella lingua. Un certa coerenza si ritrova quindi anche nei testi, oltre che nei cromatismi di questa bottiglia che naviga allegramente tra il rosa e l’azzurro.
Moderno e Divertente ma Poco Coinvolgente
Scialusu, Blend di Bianchi, Azienda Agricola Bagliesi.
La componente creativa di questa etichetta si limita praticamente al nome del vino, “Scialusu”, che in dialetto siciliano significa “divertente”. Siamo infatti a Naro, in contrada Cammuto (nell’entroterra agrigentino). Non che il nome derivante da una parola esistente del dialetto locale possa essere ritenuta un’invenzione straordinaria, ma se viene concettualizzato, qualcosa di buono rimane. A questo proposito. l’azienda stessa definisce questo bianco prodotto con vitigni vari, come un vino di facile beva, di grande piacevolezza, di spiccata vocazione conviviale. Quindi divertente. Per la cronaca il regime agronomico è biologico e si sviluppa attualmente su 25 ettari di vigneti che vendono la presenza di vitigni autoctoni come Catarratto, Grillo, e Nero d’Avola, ma anche internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet. Cosa aggiungere come ulteriore commento a questo packaging? E’ molto spartano, il nome del produttore, che troviamo nella parte alta, risulta otticamente più grande del nome del vino e viene riportato anche sul collarino, giustamente in tinta con il croma dell’illustrazione nella parte centrale dell’etichetta. Quest’ultima è composta da elementi grafici abbastanza stereotipati che fanno unicamente da decorazione. Pulizia grafica, pochi elementi molto chiari, ottima memorabilità nonostante la mancanza di uno spunto creativo e concettuale di maggiore ampiezza e narrabilità.
























