Bottiglie Intriganti ma Anche No

packaging grafica branding conceptLintrigo, Chardonnay e Pinot Nero, Ariola.

wine grafica etichette brand marketingD'accordo, è una "Party Edition" ma questo rosé, che a ragion veduta (si parla della confezione) potrebbe sembrare uno shampoo o un profumo, o uno smalto per unghie, ha deciso di manifestarsi in modo davvero estroverso, attraverso una insolita bottiglia "total pink". C'è del buono però. Ad esempio il nome. Furbo, certo, nel senso che togliendo l'apostrofo da "l'Intrigo", si è resa la parola registrabile sia dal punto di vista dell'ufficio brevetti, sia dal punto di vista mentale, cioè della percezione comunicativa. Un intrigo che diventa appunto "Lintrigo", guadagna originalità pur mantenendo il suo significato morbosamente festaiolo. E poi l'illustrazione di quella L grande, iniziale del nome, delicatamente al tratto, con una rappresentazione del mondo vegetale che riporta alla coltivazione della vite e alla natura (riproposta anche, ci sembra, sul cartiglio del collo della bottiglia). Elegante l'impaginazione e la scelta dei "pesi" dei vari elementi proposti in etichetta. Elementi non eccessivi, proporzionati, senza eccessi. L'unico dubbio, tornando all'inizio di questo post, è per il look "superpink" della confezione: una caduta di stile che vorrebbe forse sostenere il contrario. Ma molto probabilmente il target di riferimento ne risulterà gratificato. A lato a destra, in alto, la versione Prêt-à-porter della bottiglietta "da single", non meno stilish della classica da 0,750.

Contrasti Semantici e Vitivinicoli

Sole di Notte, Offida Pecorino, 
Tenuta Ca' Pia.

Il sole di notte si vede solo a Capo Nord, dicono, dove per altro non cresce la vite nemmeno di giorno. Oppure più gradevolmente lo si può ritrovare in un grappolo di uva matura del centro Italia. Nella bella Offida, ad esempio, nella parte più a sud delle Marche, in provincia di Ascoli Piceno. Un sole che per questioni tecniche, pratiche, qualitative, storico-culturali, si "prende" di notte. Prima del sorgere del vero e proprio astro infuocato. Infatti, di questo vino, con un nome semplice ma evocativo, "Sole di Notte", il produttore racconta: "Vitigno antico, autoctono. Terra assolata, uve selezionate, raccolte prima del giorno e vinificate in purezza". La vendemmia avviene quindi "prima del giorno", cioè prima del sorgere di quel sole che tanto ha dato alla vigna, all'uva, al succo, al vino. Quasi una raccolta furtiva, per non farsi scoprire, ma di fatto funzionale al processo di lavorazione. Ed ecco quindi, a nostra interpretazione, il fattore "notte" del nome in questione. Il Sole di Notte è un contrasto "vivente". Una curiosità che trova però riscontro in una pratica di vinificazione vera e propria. Un nome ancorato ai fatti, alla terra, al lavoro, al prodotto stesso. Non fine a se stesso. Se vogliamo possiamo offrire anche questa ulteriore interpretazione: un sole da godere di sera, al tramonto, quando l'astro va a riposare. Un calore da ritrovare insieme agli amici, dentro a un calice rilucente.

Le Storie che "Fuggono" Rimangono in Mente

design grafica branding comunicazioneBrigante in Fuga, Pinot Nero, Cascina Baricchi.

etichette grafica comunicazione storytellingNon conosciamo la storia (ciò che ha originato il nome) di questa etichetta ma per ora è bello così (naturalmente ci riserviamo di chiedere una spiegazione all'azienda): è bello perché si riesce a comprendere meglio la pontenzialità di un nome e di una etichetta di questo genere. Dire che incuriosice è dir poco. La mente "aggancia" quella che di fatto è una provocazione, quella del "Brigante in Fuga", e inizia a immaginare una storia, più storie, dal finale inaspettato e avventuroso, tenebroso, affascinante, come sono le vicende di briganti gentiluomini delle campagne italiane dei primi del novecento. Questo "Brigante in Fuga" è colui che ognuno di noi vorrebbe accogliere in casa, una sera, a cena, attorno al fuoco, per sentire i suoi racconti e per vederlo sparire nottetempo verso chissà quale altro luogo. Così come accoglieremmo volentieri questo Pinot Nero (Langhe Doc Rosso, ufficialmente), che ci racconterebbe la sua storia, scomparendo sotto i nostri occhi dopo qualche felice "transito" nei calici dei convitati. Non contenti di aver creato un mito in divenire, con il nome, molto evocativo, "Brigante in Fuga", i creatori di questa etichetta collocano il fuggitivo su un "terreno" grafico, in bianco e nero, che evoca una trama di impronte digitali e al tempo stesso quella di campi arati, coltivati, vitati, in un univoco strato emozionale che trasporta la mente e la fa volare altrove. Questa non è un'etichetta, è un film!

Deviazioni Culturali e Tentazioni Commerciali


packaging comunicazione marketing gdo
Kuddia del Gallo, Zibibbo e Viogner, Abraxas.

grafica etichette branding gdo horecaStrane etichette girano per gli scaffali italiani. Non si comprende in questo caso se si tratta di una versione vecchia (qui a sinistra) o più facilmente, come accade spesso, di una versione del medesimo vino per la Gdo (mentre l'Horeca "si merita" un'etichetta migliore e distintiva, sotto, sdraiata). In questo caso viene "mascherato" anche il nome del produttore, che nella versione per la Gdo (i supermercati, insomma) appare come una sigla "ABX" quasi l'azienda si vergognasse di essere in Gdo e quindi non lo volesse esplicitare fino in fondo. Il nome del vino, "Kuddia del Gallo", rimane, per fortuna, a contrassegnare la bottiglia (Kuddia è "collina" a Pantelleria). A parte la stranezza del nome aziendale "sintetizzato", che diventa una specie di acronimo, l'etichetta per la Gdo è davvero discutibile per quanto riguarda il design: una foto dei vigneti (sia pure panoramica), con una illustrazione dell'isola, sottostante. Cornici gialle e nome svolazzante e scentrato su azzurro cielo. La nuova versione (o forse, più che nuova, quella per il canale Ristoranti) è decisamente più pregevole, equilibrata, elegante. Meccanismi della comunicazione e soprattutto del commercio, che a volte uccide l'emozione del vino e dei suoi retroterra culturali e tradizionali.
naming grafica labels comunicazione

Terrecotte (dal Sole) e Terracotta (per il Vino)

packaging labels grafica branding comunicazioneCapasonato, Primitivo, Vini Pichierri (Vinicola Savese).

Il nome di questo vino del sud Italia deriva chiaramente e direttamente da un uso della tradizione: contenitori in terracotta chiamati localmente "Capasoni". Siamo in Puglia, ed esattamente (onore ai campanilismi della penisola!) nel Salento, ed esattissimamente nel "territorio di Sava", dice orgogliosamente il produttore. Dove prima di chiamarsi "Primitivo di Manduria" questo vitigno era collegato geograficamente alla cittadina di Sava. Curiosa la modalità di definizione dei propri vini, da parte di questa azienda, che colloca il "Capasonato" qui raffigurato, nella gamma "C.A.L.T." un acronimo che viene spiegato così: "...sta ad evidenziare i materiali all’interno dei quali il prezioso Primitivo è stato “elevato” e/o “affinato”, assieme ovviamente al vetro che conserva per ultimo vini preziosi ed emozionanti". Quindi la C di Cemento, la A di Acciaio, la L di Legno e infine la T di Terracotta (riferita al vino in esame): "dalla Terra alla Terra un passaggio poetico ma concreto del Primitivo che, una volta nato e cresciuto, trasforma i suoi frutti in vino per poi ritornare nuovamente ad essere avvolto e coccolato dalla terra, questa volta “cotta”, attraverso la sosta per un periodo più o meno lungo dentro i tipici “Capasoni”, delle particolari giare una volta molto diffuse tra i contadini di questa parte di Puglia". Il Capasonato quindi, arricchito da una chiusura in ceralacca, porta nel proprio nome l'usanza della terracotta, certamente il più antico materiale di conservazione/affinamento del vino. Il nome in sé non è granché, ma la storia che lo "origina" in parte lo sdogana semanticamente e lo rende comunque interessante.

Cherubini e Storie Spumeggianti

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Riserva Coppo, Spumante Classico, Cantine Coppo.

I francesi hanno "scoperto" le bollicine (sembra non esserci dubbio, anche se qualcuno in Italia reclama anche questo primato) e i piemontesi le hanno portate al di qua della alpi. Con buona pace della Franciacorta, è Canelli, importante centro vinicolo della provincia di Asti, che può vantare la "spumatizzazione storica" del vino, in Italia. Tra l'altro il 22 giugno 2014, Canelli e l'Asti Spumante sono stati proclamati Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Tra i "player" di antica memoria e ancora attuali dello spumante "alla francese", hanno voce in capitolo le Cantine Coppo, con un percorso generazionale e aziendale da Case History. Quello che ha attirato la nostra attenzione è in questo caso la dinamica creativa del logo che ancora oggi distingue le etichette Coppo: un cherubino che, con fare ardimentoso e giocoso, tenta di "frenare" l'onda spumeggiante che fuoriesce da una bottiglia.
scultura arte cherubino bollicine
Cantine Coppo, nel sito web scrive: "Alla ricerca di un simbolo che potesse rappresentare la sua visione produttiva, Piero Coppo, grande appassionato di arte, commissionò negli anni ’20 la realizzazione di una scultura lignea ad un artista bergamasco di nome Giacomo Manzoni che realizzò un putto colto nel tentativo di trattenere l’effervescenza sprigionata da una bottiglia di spumante. Un amorino, un fanciullo alato e nudo, munito di faretra e freccia che nell’iconografia artistico-mitologica simboleggia l’amore e la passione. Ai suoi piedi è inciso il motto della famiglia: 'Robur et Salus', forza e salute." Oggi il logo che appare all'apice delle etichette dei vini Coppo è una riproduzione di quell'opera artistica. Siamo qui di fronte a etichette molto classiche, senza guizzi artistici particolari, come design (i nomi di alcuni vini Coppo, invece, sono interessanti dal punto di vista creativo, come "l'Avvocata", "Camp' du Rouss", "Pomorosso", "Costebianche", che analizzeremo in seguito). L'iconografia dell'angioletto che cerca di trattenere il tappo dello spumante è quindi la bella idea che distingue le etichette Coppo, da sottolineare e da apprezzare per la sua originalità. Certamente fuori dagli schemi rispetto a soluzioni più scontate come stemmi o cartigli con iniziali o ghirigori storici senza concetto che spesso campeggiano sulle italiche etichette. Bello anche il motto "Robur et Salus", che porta con sé, allo stesso tempo, sintesi semantica e buoni auspici.

In Buone Idee, Veritas

etichette labels grafica immagine comunicazioneRosso Veronese (Merlot), Sansonina.

Non siamo qui ad incensare la nota casa vinicola (non ne ha certo bisogno) che ha generato l'idea della "Sansonina" bensì l'idea stessa che merita di essere commentata. A partire dalla semantica del nome, perché come spesso abbiamo affermato in questo dispensario digitale, molto (se non tutto) nasce in primis dal nome e dal concetto che reca. "Sansonina" quindi. Un nome che parte "diminutivo" ma poi guadagna senso e forza traendoli dalla sua storia concettuale. Scrive la titolare dell'azienda nel sito web: "Sansone, il Giudice chiamato da Dio per sconfiggere i nemici di Israele, un uomo dotato di una forza impressionate: un eroe maschio e virile, che aveva nei lunghi capelli, un attributo prettamente femminile, il segreto della sua forza. Da Sansone viene la Sansonina, il nome con cui è conosciuta la grande cascina settecentesca a poca distanza da Peschiera. Un nome che deriva dal soprannome dell’antica proprietaria, così chiamata per il suo carattere energico e deciso". Siamo quindi di fronte ad un'azienda pensata e guidata da una donna che traspone la mitologica "forza" di Sansone, rendendola "femminile" e attribuendo un senso a tutto questo. Un mix di narrazione vera e locale (il nome della cascina) e di mitologia "lontana" dove il vino è ovunque molto presente e quindi circostanziato. Ma il concetto a "tutto cerchio" del progetto non si ferma qui e a proposito di elementi circolari ecco come nasce la forma della bottiglia, originale e "nativa", e il suo perché, spiegato dal designer che l'ha ideata: "Il packaging doveva assolvere ad aspetti di funzionalità precisi ed essere al tempo stesso distintivo. Si è pensato di sviluppare una forma con proporzioni simili alle piccole botti (carati) per stabilire una continuità ideale fra le due fasi di affinamento. È provato, infatti, che il vino conservato in un contenitore con forma vicina o tendente al volume sferico, evolve in modo migliore e si caratterizza per una maggiore longevità." La quadratura del cerchio o, se vogliamo, della botte.
grafica etichette packaging vino
E infine due parole sul logo aziendale, quella "S" che molto richiama la chioma di Sansone e la sua forza irradiante: concettualmente coerente con il resto del "racconto" e dotata di un design dinamico, piacevole, moderno, intrigante (come si dice adesso con orrido inglesismo: "ingaggiante"). Le etichette sono minimali: valorizzano il nome (come non essere d'accordo?) con un "leggero" riferimento grafico (in apice) alla cascina dove ha sede l'azienda. Attraverso una bella idea come quella che ha generato questo progetto aziendale ciò che si afferma è la "veritas", cioè la spontanea accettazione delle positive percezioni che la comunicazione trasmette a potenziali clienti ed estimatori. E poi naturalmente, anzi primaditutto, c'è il "prodotto", il vino. Per la cronaca abbiamo assaggiato il Merlot e l'abbiamo trovato davvero eccellente.

Etimo, Passione e Buona Comunicazione

grafica immagine comunicazione etimoC'Rasa, Vino di Visciole, Bruscia.

In primo luogo l'azienda e quindi i suoi titolari meritano un plauso per la "gestione" dei nomi dei vini in gamma: per tutti, nel sito web, c'è una, sia pur breve, spiegazione su origine e "storia". Ben fatto e raro in Italia. I nomi, qui ne analizziamo uno, sono comunque originali, alcuni meglio riusciti, altri meno, ma tutti rivelano l'intenzione di proporre qualcosa di particolare, memorabile, legato a territorio e tradizioni. Ogni nome un "racconto", come dovrebbe sempre accadere. Vediamo quindi il nome "C'Rasa", utilizzato per un vino di visciole, tradizione locale. Il produttore ci racconta (nel testo del sito internet) che "Cerasa è una piccola frazione di San Costanzo (sede dell'azienda, vicino a Fano nelle Marche, provincia di Urbino-Pesaro) e "c'rasa" in dialetto significa ciliegia". Inoltre: "Il Duca Federico da Montefeltro nel XV secolo, 'non beveva vino che di cerase', e da questa antica tradizione nasce una bevanda a base di vino e visciole. Forse pochi sanno che il ciliegio deriva da due specie: il dolce (Prunus avium), e l’acido (Prunus cerasus); da quest’ultima specie deriva l’amarena, la marasca e il visciolo. Il ciliegio visciolo e diffuso nel territorio del Montefeltro e, dalla sua storia contadina, produce, assieme al vino rosso, una bevanda di grande intensità e piacevolezza che viene detta Vino di Visciole". Nella sua semplicità il nome "C'Rasa" rivela già qualcosa di interessante (l'aspetto toponomastico e dialettale insieme), inoltre la storia del Duca di Montefeltro fornisce "gusto storico" alla narrazione con aggiunta di nozioni scientifiche per i clienti-degustatori più curiosi. Ottimo lavoro e ottima anche l'etichetta: impattante, graficamente compatta ed equilibrata, tranne forse il nome, leggermente preponderante. In questa azienda c'è passione, e non solo nel produrre materialmente il vino.

Un Frizzo, un Guizzo... un Ghiribizzo!

grafica branding immagine comunicazioneGhiribizzo, Moscato, Cascina Boschetti Gomba.

Colpisce il nome di questo moscato (vino dolce, dalle bollicine leggiadre, a bassa gradazione) soprattutto per la sua fonetica chiaramente dominata dalla coppia di "zeta" nel finale. Chiaro che il riferimento è "bizzoso", proprio come il saltellante (grazie alla frizzantezza) aroma di questa punta di diamante della produzione piemontese: il moscato a fine pasto è una tradizione tra Torino e Asti. Anche se, a questo proposito, il produttore nella scheda del vino in questione, nel proprio sito web, dice: "I nostri nonni mangiavano l'uva moscato con pane strofinato con l'aglio. Perché quindi limitarci a dire che questo è un vino per dolci?". Tornando al nome qui in analisi possiamo aggiungere che è lungo ma non "stanca": il guizzo fonetico finale è agevolato, incoraggiato, sospinto dalla prima parte del nome "Ghiri...", da pronunciarsi quasi in sordina, per dare poi sfogo, proprio come lo stappo di uno spumante, al "...bizzo" finale e puerilmente liberatorio. Ghiribizzo, dice Treccani, è (pensate un po', forse dal tedesco antico "krebiz", gambero) "Idea bizzarra e improvvisa, capriccio, fantasticheria...". A nostro parere significa festa, allegria, gioia, con l'aggiunta di un pizzico di pazzia, dove le "zeta" continuano a farla da padrone di casa, fino a quando, dal bicchiere alla bocca, diventano bollicine solleticanti, ma anche piacere "morbido", e soprattutto nettare divino.

Tralci di Storia Vinicola Moderna

comunicazione storytelling branding
Sessanta, Cabernet Franc, Ferlat Vini.  

Questa azienda di Cormons, Friuli, presenta il proprio vino di maggior pregio con una insolita etichetta e con un nome numerico (meno insolito). L'illustrazione raffigurata sulla bottiglia è interpretabile: un cuore, un grappolo, un groviglio di pampini, le ali di un angelo, un disegno fumettoso che richiama l'arte moderna "di strada". Certo una scelta coraggiosa e "alternativa" per un vino della tradizione friulana (anche se vitigno di origine francese) che attinge con le sue radici filosofiche e anche fisiche in un terreno, in una vigna, che data 1960. Ed è questo il secondo arcano, meno enigmatico, riferito al nome "Sessanta". Dal sito del produttore riportiamo: "Uve Cabernet Franc 100%, da vigneto vecchio, anno d’impianto 1960 da cui il nome del vino". Il rosso del cuore/grappolo in illustrazione, viene richiamato da una chiusura "a lacca" (o finta lacca), del medesimo intenso colore, che impreziosisce la bottiglia riportando quella classicità che il design dell'etichetta in parte tradisce. Anche il logo in alto, semplicemente il nome del produttore, è di matrice classica, mentre il carattere di scrittura del nome "Sessanta" in basso, si sposa con le velleità contemporanee dell'illustrazione. Nel complesso risulta una immagine intrigante, memorabile, valorizzante, invitante. Un'opera di transizione tra antico e moderno non sempre facile da realizzare.

Bricchi, Colline, Sommità e Umorismo

Colmo dei Colmi, Vitigni Rossi Internazionali, 
Borgo La Gallinaccia.

Il produttore franciacortino preso in esame è dedito più che altro alla spumantizzazione. Ma come molti di quella zona produce anche vini rossi da vitigni "internazionali". Questo "Sebino Rosso Igt" è composto in gran parte da Merlot e poi dai due Cabernet francesi, Sauvignon e Franc. Il nome del vino ha attirato la nostra attenzione: "Colmo dei Colmi". La prima impressione è stata quella di accogliere semanticamente il significato di "colmo" nel senso di apice di collina, sommità soleggiata, luogo vocato, localizzazioni dove di solito sono posizionati i "cru", i vigneti meglio esposti. Infatti Treccani, della parola "colmo", dice: s.m. (latino cŭlmen "cima, sommità"). - 1. il punto più alto d'una prominenza: il colmo di un monte. Cima, cocuzzolo, culmine, sommità, sommo, vertice, vetta. 2. il punto più alto, il grado massimo di qualcosa: arrivare al colmo della felicità. Apice, culmine, sommo, massimo. Ma subito dopo, nella lettura del nome in questione, sovviene il significato "gergale", oggi non più utilizzato con frequenza, che prelude al racconto di una barzelletta, di una freddura: "Sai qual è il colmo dei colmi?" e a seguire la battuta. Chi non l'ha sentito pronunciare da qualche amico? Il Colmo dei Colmi quindi è sia "la sommità delle sommità", insomma "il cru dei cru" e al tempo stesso allude con ironia a se stesso e si prende un po' in giro. Una bella giravolta che genera attenzione e memorabilità.

Niente che Non Va, Tutto da Rifare

packaging grafica comunicazione storytellingLinea Vini, Cantina del Terraglio.

Materia difficile e affascinante il packaging. Semplice e complessa al tempo stesso. Cosa c'è che non va in queste etichette? Nulla a priori. Molto per gli "intenditori". Soprattutto intenditori di design. Perché il vino, dicono in molti, si vende da sé. Senza bisogno di orpelli grafici (tra l'altro costosi, lamentano i produttori di vino, come pagare un designer o ordinare una carta satinata o goffrata o dorata e così via). Ma torniamo al "giudizio universale" di queste etichette (prendiamo come esempio il Merlot della gamma). C'è tutto, dicevamo: il logo in alto, accampanato in una volta (la sommità dell'etichetta), il nome dell'azienda al centro (certo manca il nome del vino, surrogato dal nome del vitigno "Merlot"), poi l'illustrazione di un bel grappolo d'uva e quindi l'indicazione valorizzante della "Marca Trevigiana" alla base. Fatto. Finito. Venduto (si spera). La sensazione però è di inadeguatezza. Un certa semplicità che estro creativo non è: diciamo che il "problema etichetta" è stato risolto, con logica e ordine grafico. Ma i "ma" sono molti. Le etichette ben riuscite, emozionali, sorprendenti, sono altrove. E buon ultimo ci sarebbe da rifare anche il nome della cooperativa, quel "Cantina del Terraglio" che per assonanza fa molto "serraglio".
grafica branding storytelling comunicazione naming

Al Lupo! Al Lupo! (Ululò la Duchessa)

Urlo di Lupo, Vitigni Rossi Toscana, Tenuta Maria Teresa (Duchessa di Lucca).

"C'era una volta una dolce fanciulla a cui tutti volevano bene specialmente la nonna, la quale non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso e poiché le stava molto bene e non voleva portare niente altro, fu chiamata solo Cappuccetto Rosso. Un giorno la madre le disse: "Va', Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna, che è ammalata e debole e le farà bene...". L'incipit della famosa fiaba dei fratelli Grimm ci serve per introdurre, giocosamente, l'argomento "lupo", tanto caro a molte aziende e vicende toscane. Forse perché in quelle lande gira ancora qualche esemplare di "canis lupus" con fare losco e minaccioso. L'azienda della "Duchessa di Lucca" decide di appellarsi all'ululato di un lupo per comunicare il proprio blend di rossi toscani. Urlo di luna piena, forse, urlo di battaglia, urlo di allarme per il branco... certo destinato a destare allarme anche nelle umane percezioni, tanto ancestrale è la sua matrice. Breve, nonostante composto, il nome di questo vino: foneticamente compatto e musicale. Ululante di suo: basta recitarlo per rendersene conto. Allarme suscita il lupo cattivo, anche nell'illustrazione in etichetta: nei confronti di un vignaiolo spaventato che sembra mettere in salvo i grappoli della sua uva, oltre che la propria incolumità. Davvero curiosa la "scenetta": si è sempre parlato dei cinghiali come danneggiatori di vigne, ora anche i lupi sembrano destare sospetto. E quel cappello a mezz'aria, del vignaiolo in fuga, comunica una sensazione di sospensione e al tempo stesso di dinamico racconto. Stride il carattere aggraziato e nobile delle scritte soprastanti ma in tutta somma l'etichetta colpisce, azzanna la memorabilità alle caviglie e raggiunge così il suo obiettivo.

Rabbuiati da Sensazioni "Dark"

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Valle Buia, Sangiovese e Colorino, Fattoria Sardi.

"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita..." canta il Sommo Poeta. E il nome di questo vino (blend di rossi con prevalenza di Sangiovese) riporta sicuramente e direttamente a qualcosa di oscuro, come l'assenza di sole, se non ad altre accezioni mistiche e recondite. Ma perché chiamare un vino "Valle Buia"? Quando anche i meno esperti sanno che l'uva, la vite, la vigna in generale ha bisogno di luce più di ogni altra cosa? E perché scrivere questo ombroso nome in modo che graficamente riporti ad una umida nebbiosità? (anch'essa molto negativa per le uve) Il potenziale acquirente potrebbe legittimamente porsi il problema: se questo vino è frutto di grappoli cresciuti in una valle buia e nebbiosa forse non sarà molto buono. Insomma si ha la sensazione che il produttore in questo caso sia partito con il piede sbagliato, forse volendo onorare il nome locale di una zona determinata, ma che esprime un concetto negativo per il prodotto e che rischia di mettere sotto una "cattiva luce" l'azienda nel suo complesso. I nomi degli altri vini della gamma sono normali, non rabbuiati da parole oscure, ma questo in particolare non trova razionale spiegazione. Speriamo solo che all'apertura della bottiglia, all'assaggio vero e proprio, la sensazione di piacevole solarità possa compensare il nome e le sensazioni iniziali fornite dalla sconcertante comunicazione in etichetta.

Finestre Tecnologiche sulle Etichette

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MMXI, Fiano di Avellino, Vigne Guadagno.

grafica illustrazione azienda narchio brandQuesto produttore campano dall'evocativo nome (il cui logo è bucolico e molto "terreno": una finestra soleggiata) decide di aprire una finestra molto tecnologica attraverso il QR Code in etichetta. E lo fa, questa la novità, sul fronte (normalmente l'escamotage digitale viene collocato sul retro insieme alle altre informazioni su vino e azienda). Utilizzando questo QR Code il rimando è direttamente al sito internet di vendita: molto commerciale ma indubbiamente veloce e pratico (per un target adeguato ed attrezzato, naturalmente). Siamo quindi qui di fronte a un caso che unisce praticità e design (se possiamo definire un QR Code come parte del design). Lo "sgorbio" che compone graficamente questi codici è un incomprensibile reticolo di punti neri alternati a punti "vuoti" che se vogliano può avere la sua eleganza, certo ci vuole molta elasticità mentale. La decisione di porre il magico quadratino sul fronte come protagonista dell'etichetta è una scelta discutibile dal punto di vista del design, ma molto utile dal punto di vista commerciale. In questo caso l'etichetta vende davvero il vino, non solo con la propria identità comunicativa ma anche come traccia di un sentiero tecnologico che porta direttamente allo shop on-line. Ai posteri l'ardua sentenza!

Sapore di Etimo

La Sapa, Mosto Cotto da Malvasia, le Corti dei Farfensi.

Il nome di questa "crema di mosto d'uva" è breve e compatto, proprio come la bottiglia. Forma non  insolita per una categoria di prodotto "gourmet" come quella dei mosti cotti e degli aceti balsamici. E' interessante il fatto che l'azienda (che principalmente vino) dedichi spazio e molte parole per commentare questo nome pur essendo riferito a un prodotto di nicchia, come nel caso del mosto cotto. Ecco un estratto della spiegazione del nome "La Sapa": "Ludovico Ariosto offre una sintetica ma efficace raffigurazione di alcuni elementi propri della cucina cinquecentesca. In particolare il sostantivo femminile "sapa", che è la continuazione del latino sapa, è a sua volta da connettersi, probabilmente, con sapere > "aver sapore" e sapidus > "saporito" e indica un particolare tipo di mosto, cotto e concentrato... etc...". Si nota una piccola incongruenza quando il produttore nel proprio sito chiama il prodotto "Sapa" (senza articolo) mentre in etichetta vine riportato "La Sapa". Difficile per chi non è latinista ricondurre a qualche nesso Sapa o peggio ancora La Sapa: quest'ultimo potrebbe addirittura far pensare alla forma dialettate per chiamare un diffusissimo utensile agricolo!

Aquile, Marchesi e Grappoli

grafica packaging branding comunicazioneMarchese del Grappolo, Montepulciano d'Abruzzo, Rocca delle Aquile.

Parafrasando il celebre film sul Marchese del Grillo, impersonato dal grande Alberto Sordi, l'azienda vitivinicola Rocca delle Aquile chiama il proprio Montepulciano d'Abruzzo "Marchese del Grappolo". Non sfugge un senso di ironia (crediamo voluta da parte del produttore), quel senso di accolita enogastronomica che celebra la vita a colpi di bicchiere. Certo "marchese" è anche parola di nobile accezione, se vista sotto questo aspetto. Il nome, composito, contiene allora due anime: quella nobilizia dei latifondi antichi e delle coccarde familiari e quella "terrena", della gleba, alla quale il frutto della vite appartiene per destino e natura. È nata così una composizione gradevole e memorabile, seriosa e giocosa al tempo stesso. Ma tutto sommato con una vena di quella simpatia che sa ridere di se stessa. O meglio, è capace di non prendersi troppo sul serio. Piuttosto banale la risoluzione grafica, di design, dell'etichetta, classica e barocchevole, se non fosse per quel'idea di rappresentare un grappolo d'uva con la parola che lo definisce. Operazione che a livello visuale è riuscita molto bene, salvaguardando una sufficente leggibilità, fornendo la percezione del grappolo con efficacia. Soprassediamo sul logo aziendale, ma nel complesso l'etichetta, grazie proprio alla modalità con la quale è stato "giocato" il nome del vino, risulta piacevole e dotata di un certa originalità e quindi visibilità a scaffale.

Etichette Extraterrestri (di Germania)

packaging grafica marketingpackaging branding graficaET, Riesling Spätlese, Weingut Steffen Prüm.

Un vino extraterrestre, senza dubbio. Si tratta di piccole produzioni di grande qualità. Ma in questo caso la sigla "ET" in etichetta in tedesco significa "Erdener Treppchen", dal nome del celebre vigneto di provenienza delle uve, uno dei più famosi della Mosella. Una tendenza questa, possiamo dire anche una modalità, quella di chiamare i vini con delle sigle, che si muove in favore della sintesi e della memorabilità. Facile da percepire, facile da ricordare, facile da riferire (con il passaparola, spesso più utile di qualsiasi altra forma di pubblicità). Ancora meglio quando la sigla in questione riporta ad un significato preciso e se possibile concettualmente valido e pregnante. Questo appassionato e qualitativo produttore della Mosella ha recentemente rinnovato la serie delle proprie etichette (visionabili qui) optando, graficamente, non solo per una sintesi "letterale" (le sigle riguardano anche altri vini dell'azienda come "No.1", logicamente la punta di diamante della gamma, e poi, ad esempio, "SL" che sta per "Riesling Selektion") ma anche per una sintesi di design che coraggiosamente esce dagli schemi ricorrenti in quella zona vinicola, densamente popolata di etichette superclassiche con cornici, stemmi, caratteri arzigogolati e immagini seppiate di antica memoria. Nelle nuove etichette di Steffen Prüm vige una pulizia estrema, per quanto riguarda il nome, gli acronimi di cui stiamo parlando, e anche per quanto riguarda l'impaginazione degli elementi in etichetta. È una vecchia diatriba quella che contrappone la pulizia, un po' sterile, del design sobrio (che "taglia" anche le emozioni) e la ridondanza, la ricchezza espressiva, di certe etichette, magari disordinate ma certamente esuberanti. Diciamo che in questo caso l'esuberanza la fornirà il vino, al naso e in bocca, con la forza espressiva che solo un vitigno "nobile" come il Riesling, soprattutto in Mosella, può donare.

Etichette come Infografiche?

storytelling packaging branding comunicazione
Colto Vitato, Gutturnio (Barbera e Croatina), Romagnoli.

E' possibile (diciamo consigliabile) realizzare etichette come fossero un'infografica? Le questioni in campo sono due: l'efficacia della comunicazione e l'emozione della percezione. Un'etichetta molto informativa, come quella che vediamo qui in analisi, è certamente efficace dal punto di vista della comunicazione "diretta". Ma è carente dal punto di vista emozionale. Basta vedere "l'effetto che fa" il carattere "sfrontato", di impatto immediato, di questi grandi numeri, delle lettere in verticale, grassetti imbolditi, parole graficamente "gridate": un effetto attenzionale molto commerciale, poco gentile, tipicamente aggressivo. Di fatto l'emozione il produttore cerca di trasmetterla con il racconto collocato alla base dell'etichetta (poco leggibile cromaticamente) che celebra e spiega il nome del vino. A dire il vero con non molta chiarezza anche di significato, oltre che di leggibilità. Insomma, altri mondi vengono evocati con etichette graficamente "pulite", o che "portano" simboli e sensazioni con pochi e centrati (concettualmente) elementi. La poesia contro la grevità. Si tratta di modalità diverse, come già detto, ognuna con la propria efficacia e il proprio bagaglio di colpevolezze e consapevolezze.

Comunicare nella Torre di Babele

branding marketing storytelling
Pluminus, Vermentino e Chardonnay, Ferruccio Deiana.

Prendiamo questa etichetta di un noto e stimato produttore sardo per proporre un esempio di "comunicazione di confusione". Osservando in prima battuta (e anche osservandola meglio, con calma) la grafica di questa etichetta si ha una sensazione di smarrimento generale. Gli elementi, dominati dal grande sole giallo al centro, disorientano. Il nome innanzitutto non è facilmente leggibile (sembrerebbe semplice: oro su giallo non si legge, come se pretendessimo leggibilità da marrone su nero, o da ocra su marrone, e via dicendo) e questo disturba subito la percezione, la fruizione, il piacere di guardare l'etichetta, che tutto sommato è la faccia del vino che stiamo per gustare. E' come se il viso di una persona con la quale vogliamo parlare avesse gli occhi chiusi... o la bocca storta o il naso colante... il nostro approccio sarebbe problematico. La "faccia" di questo vino è quindi poco interpretabile a partire da nome (anche come significato, forse riconducibile al latino Plus Minus che significa "così cosà", chilosà). Sullo sfondo la traccia (anch'essa poco intelleggibile) del perimetro della Sardegna. Cornici dorate a linea continua e tratteggiate delimitano gli elementi su sfondo nero, tra i quali un enigmatico marchio rosseggiante con una D e una F inserite in un ovale verticale. Come già detto, a parte il sole raggiante, unico elemento di spicco e graficamente sensato e gradevole (ma rovinato dalla disposizione e dalla cromìa degli altri elementi) siamo di fronte ad un classico esempio di etichetta "nè carne, né pesce", anche se il vino in questione, molto apprezzatto da schiere di intenditori, con il pesce ci va a nozze!

Nomen Omen nelle Terre d'Alfieri

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Moschetto, Arneis, CT Vini.

design naming brandingCerto che se una persona si chiama "Tino Torchio" ha già scritto nell'anagrafe il proprio mestiere. Sulla carta di identità non può che leggersi "viticoltore". Se poi nasce e vive sulle colline dell'astigiano, il destino è compiuto. Ebbene l'azienda "CT Vini" riconduce a Claudio e Tino Torchio rispettivamente figlio e padre, nell'ordine delle due iniziali che caratterizzano anche il logo di questo produttore delle Colline Alfieri. Logo a dir poco essenziale. Forse nato negli anni '60, ipotizziamo, per lo stile "letteralmente asciutto", visto che protagoniste della grafica sono le due lettere già citate, C e T. Per quanto riguarda il nome dell'azienda (CT Vini, ufficialmente) peccato non aver valorizzato il Torchio (o il Tino). Insomma si potrebbe fare di meglio, il materiale concettuale c'è. Per quanto riguarda le etichette, anch'esse accusano un design molto parco, tipografico, austero, giusto per trovare delle possibili definizioni. Nessuna concessione alle emozioni. Quello che si vede è quello che è. Si può fare packaging anche così, nessuna legge lo vieta, naturalmente.

Ammirabile Sintesi Storico-grafica

18/70 - Vermouth - Dogliotti

Curiosa e storicamente intrigante la storia del "Vermouth" o "Vermut" o "Wermut" che dir si voglia. Ma andiamo con ordine. Il "Vermouth" (dicitura francese, ma l'invenzione è di un italiano, un piemontese, Antonio Carpano, nel lontano 1786) è un vino liquoroso aromatizzato ottenuto da vini bianchi dolci (come il Moscato d'Asti) con aggiunta di alcool, zucchero (talvolta) e piante aromatiche, tra le quali principalmente l'Artemisia Absinthium (Assenzio Maggiore) che in germania si chiama "Wermut" (da qui origine del nome). Dogliotti, azienda vitivinicola della zona d'elezione del Moscato d'Asti, ne produce e commercializza una versione "moderna", diciamo "rivisitata". Rispettando la ricetta di base ma togliendo lo zucchero (aggiunto) e con nuovi riferimenti aromatici. Ma naturalmente è l'etichetta che vogliamo commentare in maggior ragione: un'ottima sintesi grafica, creativa, comunicativa del mondo "antico" del Vermouth, rivisitato con stile moderno. Anzi, con uno stile di mirabile sintesi, al punto che non si riesce a giudicare se "vecchio" o se "nuovo". Ed è proprio questa la sua forza comunicativa. Certo sorprende, richiama l'attenzione, gratifica l'occhio e la mente. In una parola attrae. Diversi elementi, ottimamente "mescolati" in modo equilibrato (l'equilibrio nel design è tutto), figurano in questa etichetta che "veste" la sinuosa bottiglia: un cilindro, un monocolo, dei baffoni, una data, il logo aziendale, naturalmente. Certo il Vermouth non è più "di moda", ma questa etichetta fa tornare la voglia di (ri)provarlo.

L'Annosa Questione del Brand

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Logo Aziendale, Rocche dei Vignali.

Il caso di questa azienda della Valle Camonica (Lombardia) può rapprentare un esempio della gestione dell'immagine e della comunicazione nel mondo del vino. A fronte, infatti, di etichette (dei vari vini proposti in gamma) di buona fattura e in parte con valenze artistiche (il top di gamma "Camunnorum", ad esempio), abbiamo un marchio aziendale che "lascia a desiderare". Il giudizio è pur sempre soggettivo ma vi sono anche alcune notazione tecniche che possono evidenziare i suoi difetti. In primo luogo la forma ovale che racchiude il marchio è da ritenersi desueta e appartenente a un certo modo di "fare loghi" del passato. Ma questo
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potrebbe attenere a una moda, quindi soprassediamo. Il nome "Rocche dei Vignali" (che in sé è abbastanza originale) viene rappresentato nel logo con una "R" e una "V": la "R" molto percepibile, mentre la "V" (che va a formare una specie di vigna a pergola) troppo nascosta, graficamente, alla vista. Dalla V "a pergola" pende un grappolo d'uva (forse l'elemento meglio riuscito del tutto, sia pure elementare come realizzazione). In basso, con un carattere graziato, rubato ai font "di default" del PC, il nome "Rocche dei Vignali". Nel complesso abbiamo: una piccola idea concettuale (il grappolino che pende dalla "V") e una inefficacia generale. Il logo infatti risulta poco visibile, quindi poco impattante; poco interpretabile, quindi poco memorabile; devvero poco emozionale, quindi poco efficace. Eppure un logo andrebbe pensato (e pesato) bene prima di perdere tempo e risorse nel realizzarlo: è destinato infatti a durare (a "maturare", a dare i propri frutti) a lungo nel tempo. Ed è una base fondamentale per l'immagine di un'azienda.

Brancolare nel Buio della Comunicazione

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Capobranko, Blend di Bianchi, Branko.

grafica marketing branding conceptSenza dubbio il logo aziendale riportato qui di fianco non si può certo definire un gioiello di equilibrio grafico e di design. Presenta evidenti problemi nella distribuzione di forme e "pesi", a parte la discutibile idea di rappresentare il nome "Branko" con una "B" e una "K", sovrapposte appunto in modo problematico (anzi, verrebbe da dire "problematiko"). Ma passiamo ai nomi. Intestazione aziendale, Branko, che riporta a valenze negative, spesso citato dalla cronaca nera: "il branco". Nome duro, evoca alterigia, qualcosa sì di selvaggio, e se vogliamo anche di naturale e genuino, ma con un tono duro, sprezzante, preoccupante. Di certo non rilassante: le asperità della lettera "K" già complicano tutta la questione, la semantica fa il resto. E vediamo quindi che uno dei vini della produzione aziendale si chiama "Capobranko" o "Capo Branko" che dir si voglia (ma in etichetta si legge sostanzialmente quasi solo "Capo" per fortuna). Capo branco ha un significato di comando e autorità che forse meglio si sarebbe adattato a un vino leader di gamma, invece qui siamo di fronte a un blend di bianchi, tipico prodotto secondario e "di rimedio". Ma a parte questo, Capo Branko, conferma e complica ulteriormente le sensazioni citate in precedenza e legate al nome aziendale. Anche se preso, questo nome, unicamente come "Capo", l'alterigia non demorde e non crea simpatia e clima rilassato. Ognuno è creatore del proprio destino. Anche un Capobranco, logicamente. 

Lampi di Genio a Ovest di Conegliano


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Lampo, Capifosso e Belgelso, Borgoluce.

Il nome di questa azienda agricola "a tutto spettro", che produce vino ma anche olio, miele, salumi e altro, è già molto significativo: "Borgoluce". In una breve parola, sia pure composita, risiedono molti significati. Da "Borgo", la storia, la cultura, la "struttura" delle campagne italiane, a "Luce", elemento essenziale per la vita in generale e per la vite in particolare, con tutte le altre, infinite, sue valenze. Il nome aziendale "Borgoluce" viene accompagnato in logo da una raffigurazione che potrebbe assimilare al sistema solare, quindi un richiamo al sole e comunque all'energia dell'universo. Pochi i vini prodotti, ma significativi i nomi. Tra questi scegliamo Lampo, Capifosso e Belgelso. Nell'ordine un Prosecco, un vino rosso da Merlot e Cabernet e un vino bianco da Chardonnay, Sauvignon e Tocai. Lampo, accompagnato da una grafica in etichetta che ne sostiene il significato e il concetto, sembra fare il verso al nome aziendale: un Lampo nel Borgo della Luce... dalla luce del sole a quella, nella notte, di un fulmine temporalesco. Energia che si sprigiona, in ogni caso, e che si ripropone nei fermenti vinosi e nei nettari con essi ottenuti. Bello anche "Capifosso", nel suo significare nulla in particolare, ma richiamante immagini e sensazioni rurali, con una fonetica simpatica e suadente, non estremamente memorabile, ma "funzionante" nella sua finzione (e funzione) neologica. E infine Belgelso, omaggio alla bellezza della natura e probabilmente a un fusto d'antan nei pressi dei vigneti. I nomi evocano, il palato invoca: il risultato finale è propizio.