Lo Sfarzo Georgiano di un Re Femmina
Un Vino che “Sta Stretto”, nell’Entroterra Marchigiano
77, le Gambe delle Donne (ma Siamo in Canada, non a Napoli)
Red Over Heels, Blend di Rossi, Strut Wines.
Il pay-off o claim che dir si voglia (in termini moderni), insomma lo slogan o anche il “motto” (per dirla in termini desueti) di questa azienda canadese è “the wine with legs”. In pratica potremmo tradurre così: “il vino con le gambe”. Il messaggio visivo in etichetta è chiaro, si tratta di gambe di donna (per non fare torti a nessuno, in questo mondo fluido, per quello che ne sappiamo potrebbero essere anche gambe trasgender). Forse c’è un gioco, un’allusione, se “gambe” dovesse trasmettere anche una vaga sensazione di “radici”, “origini”, “piedi piantati per terra”. Chissà. Certo che con una serie di etichette (non solo questa che mostriamo), dove sono protagoniste (con scatti fotografici) delle donne in minigonna, si fa fatica a uscire da questo stereotipo. Questo vino, un Merlot, si chiama “Red Over Heels”, in pratica, “un rosso con i tacchi” (anche qui, sarebbe da interpretare). Occupiamoci invece del target: donne? Uomini? Facile pensare che il messaggio sia rivolto agli uomini (che per il vino, in generale, sono ritenuti i “responsabili di acquisto”). Le donne potrebbero altresì risultare incuriosite da questo tipo di immagini. Alcune però potrebbero soffrire di invidia, laddove le gambe in etichetta non dovessero corrispondere alle proprie. La questione non è semplice. Certamente questo packaging attira l’attenzione, su questo non ci piove.
Sette Punti Molto Simpatici per un Rosato Spigliato
Il Respiro di una Terra Fertile e di Popoli Generosi
Nella Piana Buffa Canta il Grillo Sicano
Grillo, Luna Sicana.
L’azienda si trova nell’entroterra di Agrigento, in Contrada Piana Buffa, a Casteltermini, nella Sicilia profonda dove si coltivano quasi esclusivamente vitigni autoctoni come il Grillo. Vitigno bianco, dal nome evocativo, se non altro per identificare anche i simpatici insetti che in estate cantano allegramente, soprattutto nelle campagne assolate. Grillo, è un appellativo breve e memorabile e quindi perché non utilizzarlo come nome del vino? Certo che, in questo caso, serve un’etichetta distintiva (visto che tutti i vini prodotti col vitigno Grillo possono portare in etichetta, più o meno grande, questo nome). Ed ecco che Luna Sicana, azienda di recente nascita (2008), crea un packaging molto colorato, allegro, pirotecnico, con il gentile tratto dell’acquarello. Si tratta, se vogliamo, di normalissime, potremmo dire anche banalissime, macchie di colore, sporcature d’artista. In questa collocazione però spiccano per originalità, si fanno notare, stimolano la fantasia. Ci si potrebbe vedere il mare, gli uliveti e i pistacchieti nei quali è immersa la proprietà, colline vitate, vegetazione, sole, terra, cielo. Una sorta di etichetta “autogestita” dalla propria immaginazione. In basso troviamo l’annata del vino, in alto il logo del produttore, composto dal nome, Luna Sicana (come dire, luna siciliana), e da un acino d’oro (forse una luna), anch’esso disegnato con tecnica libera amanuense. Il tutto sta bene insieme. Collima. Piace.
Il Pescatore Pescato e le Sirene di Taranto
Il Pescatore, Vitigni a Bacca Rossa,
Il Gruppo Italiano Vini, oggi proprietario della storica cantina Feudo (Castello) Monaci, decide di vestire le etichette di questa gamma di vini pugliesi con colori forti e iconografie narrative. Lo stile ricorda un po’ certe etichette siciliane, sia pure con un minimo di distinguibilità. Il nome di questo rosso è “Il Pescatore” (il pescatore “pescato” diremmo noi, visto che la sirena lo sta irretendo con la sua coda), in modo complementare esiste anche un bianco che si chiama “la Sirena”. La storia che sta dietro a questi due personaggi è quella relativa alla Leggenda di Skuma (forma dialettale tarantina per schiuma, quella delle onde): una coppia di sposi hanno vicende intricate al termine delle quali lui viene trascinato via dai flutti e da quella volta lei (Skuma), aiutata dalle altre sirene del golfo di Taranto, nelle notti di luna piena, si aggira per le spiagge del luogo sperando nel ritorno del proprio amato. Il packaging è stato realizzato con una impaginazione semplice, diretta, percettiva. In alto il logo dell’azienda, al centro il nome del vino con la dicitura della Doc, in basso l’illustrazione, con un tratto netto, pulito, fumettistico ma da favola. Tra la coppia vediamo un fiore che aggiunge un tocco di romanticismo. Il marketing ha lavorato bene.
Ciclismo e Vino, Connubio Salutare
Un Brigantaggio Significativo in Terre Lacustri
Brigante (Bianco), Blend di Bianchi, La Costa.
Questo vino bianco Terre Lariane Igt, oltre a rappresentare una zona vinicola poco conosciuta (e anche, in generale, poco stimata) ci offre l’occasione di raccontare qualcosa di interessante relativo al suo nome. Si chiama “Brigante” come altri vini in Italia (non è originalissimo, insomma). Richiama subito qualcosa di romanzesco, e qualche attività fuorilegge. Anche per il fatto che siamo vicini al confine svizzero dove da sempre si “muovono” commerci al limite del consentito. Ma c’è di più: il produttore di questo virtuoso vino lariano, nella scheda dedicata, nel proprio sito internet, spiega che “Brigante” è da intendersi “…nel senso scherzoso di un vino gioviale, per allegre brigate…” e che “…vuole anche richiamare il nome d’origine di Brianza, Brig, che significa colle o altura”. Siamo infatti nella parte alta della Brianza, sottozona della Lombardia, ricca di colline che diventano montagne nei pressi del Lago di Como. Il vino è di quelli che vengono prodotti in quote limitate, circa 10.000 bottiglia, e sa distinguersi anche nel calice, oltre che per l’etichetta. Due originalità: in basso, vicino al nome dell’azienda, La Costa, vediamo un logo che simula un grappolo d’uva, realizzato con macchie di inchiostro. Al centro vediamo, con un tratto nero, alcune colline con terrapieni concentrici e con due alberi sulla sommità, che potrebbero però portare la mente ai cipressi tipici della Toscana. Nel complesso un packaging semplice ma a suo modo dinamico, laddove una comunicazione fatta di pochi elementi molto distintivi serve a caratterizzare e a farsi ricordare.
Un Nero che Diventa Oro, Proprio Sotto al Vulcano
Nerina, Carricante e altre uve bianche, Girolamo Russo.
Un vino bianco (Etna Bianco) che si chiama “Nerina”? Sembrerebbe una contraddizione in termini. Ma non qui, a Passopisciaro, sulle pendici dell’Etna, dove la terra è nera, detta “sciara”, frutto della sedimentazione della lava. Il nero, quindi, viene visto come un colore caratteristico del luogo, della terra s’intende, come un pregio, un valore, un nutrimento davvero particolare per la vite. Stiamo parlando di uno dei vini della gamma dell’azienda Girolamo Russo, ei fu, oggi rilevata e condotta dal figlio Giuseppe. Venti ettari principalmente coltivati a Nerello Mascalese e, appunto, Carricante. In questo vino bianco partecipano al 30% anche altri vitigni autoctoni come il Catarratto, la Minnella, l’Inzolia, il Grecanico e la Coda di Volpe. Tornando all’etichetta, vediamo in alto la sagoma (nera) del vulcano, alcuni filari in prospettiva al centro e in basso il nome del produttore. Si tratta di una grafica molto distintiva, originale, che parla del territorio con uno stile moderno, con un illustrazione molto semplice ma efficace dal punto di vista della comunicazione e della percezione. Il nome del produttore, scritto a mano, fornisce quella sensazione di genuinità, di vicinanza, che spesso il consumatore apprezza. Nome memorabile così come l’etichetta. E la Trinacria del vino, cresce.
Tim come Timorasso. Pablo come Neruda
Champagne, Crémant, Satèn e Affini
Crémant, Blend di Bianchi Alsaziani,
Non ci può essere migliore e più incisiva affermazione di questa, per le potenzialità del “Crémant”. In pratica uno Champagne fuori zona che non può chiamarsi come il cugino maggiore (per questioni legali e burocratiche). Il Crémant, in sostanza è un termine inventato (un po’ come il Satèn qui da noi, in Franciacorta, che per la cronaca è la pronuncia della parola “satin” in francese, e che significa “raso” e non “seta” come molti credono) per dare definizione e notorietà a un tipo di bollicine che può facilmente fare concorrenza al celebre Champagne. In questo caso si tratta di un Metodo Classico alsaziano, prodotto con vitigni come Pinot Bianco, Auxerrois, Riesling, Pinot Grigio (tutti insieme). Bello anche il nome di linea, Les Vins Pirouettes, adottato dal Domaine Christian Binner. Ma torniamo alla grafica in etichetta, cioè al vero e proprio packaging: fondo totalmente rosa, che colpisce, scritta a tutto campo “Crémant” a caratteri cubitali. In pratica, invece di nascondersi dietro a definizioni imitative, qui viene affermato con forza che questo vino è orgogliosamente un Crémant. Fa gioco per tutti i produttori che hanno in gamma questa tipologia. Crea una comunicazione di genere. In basso a sinistra si legge un altro nome, “Raphael”, che dovrebbe essere l’ennesimo nome del produttore (c’è un po’ di confusione in questo ambito: abbiamo Les Vins Pirouettes, Domaine Christian Binner e Raphael come nomi aziendali, tutti in vario modo riportati su etichetta o comunicazione, la qual cosa non facilità la memorabilità come invece fa la grande scritta nera su fondo rosa, protagonista di questo post.
Il Garbo Tradizionale di una Valtellina d’Antan
Vigna Fracia, Nebbiolo, Nino Negri (G.I.V.).
Nel progetto di rinnovo delle etichette della nota cantina valtellinese Nino Negri (di proprietà e sotto l’egida del Gruppo Italiano Vini) rientra anche il vino prodotto con le uve dell’avito vigneto Fracia. Il nome del vino (della vigna, in sostanza) non è propriamente musicale, la fonetica non è il suo forte, ma è breve e soprattutto è un nome legato alla storia di quelle terre. La sottozona, Valgella, non è certo tra le più note e prestigiose, come Sassella o Grumello, ma l’esposizione della vigna è ottima e l’uva ringrazia. Veniamo alla grafica, chiamiamolo packaging insomma, visto che il marketing del Gruppo Italiano Vini è presente e ben operativo in questo caso. Stile arcaico, in generale. Non strizza l’occhio alle nuove generazioni. Soprattutto a causa di quella torre in alto e al cartiglio sottostante, con la dicitura “Fondata nel 1897”: l’elaborato è decisamente d’antan. Idem per il carattere di scrittura della parola “Fracia”. L’impaginato è centrato e ordinato, sullo sfondo, a tutta etichetta, troviamo una trama delle curve altimetriche dei vigneti (non topografiche, bensì imitative). Quasi non si notano, in bianco, su sfondo grigio-azzurro tenue. L’unica creatività del packaging è data da alcune “riserve” (si dice così nel linguaggio da tipografia) che evidenziano i segmenti della trama in modo diversamente tras-lucido. Ma per poterlo vedere serve una luce di traverso, nella foto frontale in pratica è impossibile. Il risultato generale è un po’ timido in termini attenzionali, non ha slancio. La tradizione in Valtellina ha ancora il suo peso, nelle decisioni in vigna e in cantina (per fortuna) e spesso anche per quanto riguarda la comunicazione.
Lo Stupefacente Vino-Birra del Dragone
Dragone Lambic, Aglianico (e birra), Cantillon (e Cantina Giardino).
Innanzitutto è necessario precisare che si tratta di un “vino-birra” o meglio ancora di una “birra-vino”. Infatti la base di questo prodotto è il Lambic, ovvero una specie di birra acida fermentata con lieviti indigeni, insomma qualcosa di molto selvaggio, al naso e al gusto. L’esperimento consiste nell’aggiungere del mosto di vinacce di Aglianico. Diciamo subito che a noi, più che il prodotto in sé, interessa la sua etichetta. Contornato da una cornice di fattezze art-decò, un tenebroso dragone (o Drogone) assiso su una botte, si gode la bevanda con espressione concupiscente. Il disegno è ben realizzato, nei minimi particolari, e contribuisce non poco a definire l’area di “consumo”. A metà tra un’etichetta arcaica di vino e una da birra storica, trasmette comunque velleità da taverna e da notti mefistofeliche a base di alcol, qualunque esso sia. Il nome del vino (pardon, del vino-birra) è curioso e memorabile con quella “o” che muta il dragone in qualcosa di stupefacente (Drogone è anche il nome di condottieri e monaci medievali, a dire il vero, ma a noi piace interpretarlo come uno stimolo a pervenire a (benèfici) stati alterati di coscienza).
Un Trollinger che fa il Troll in Etichetta
L’Isola che Non c’è Più e che Oggi Diventa Icona
Un Sangiovese di Spessore che Promette Bene
L’Erpico, Sangiovese, Pian di Bugnano.
Il Montecucco è una di quelle Docg (recente, creata nel 2011) dedicate al Sangiovese, di cui si sa ancora poco. E di conseguenza, non avendo raggiunto ancora livelli di “glamour” altissimi, il rapporto qualità-prezzo si mantiene molto interessante. Vieppiù nel caso di questa piccola cantina di Seggiano (in provincia di Grosseto) che produce vini del territorio a prezzi decisamente abbordabili. Parliamo e mostriamo in questo caso il top di gamma, un Sangiovese in purezza, che matura in barriques e che si chiama “L’Erpico”. Dice il produttore che il nome del vino è dovuto alla menzione topografica del luogo della vigna: nomi storici, locali, che si tramandano di generazione in generazione. Forse richiama l’erpice, macchina agricola “dentata” che serve per arare, oppure qualcosa tra l’erta (sommità) e l’inerpicarsi. Il nome così com’è risulta comunque funzionale e memorabile. Veniamo alla grafica dell’etichetta: una traccia in inchiostro dorato rappresenta le curvature della collina o anche le trame delle vigne. Il nome del vino è in evidenza al centro, impresso con un inchiostro nero, in rilievo. Il nome dell’azienda, Pian di Bugnano, viene relegato sulla sinistra, in verticale, soffrendo quindi di una sindrome da abbandono (giusto per parafrasare il fatto che risulta poco agevole la sua lettura). Nel complesso un’etichetta incisiva, di carattere, elegante e sincera. Proprio come il vino che rappresenta.
Per Passione o per Diletto, dal Calcio alla Vigna
Elementi di Storia e Geografia nella Campania Rurale
La Nudità Ancestrale di un Rosato Rifermentato
Nude, Blend di Uve Rosse e Bianche, Zanotto.
Si potrebbe arrivare a pensare che “col fondo” sia effettivamente un riferimento all’immagine in etichetta. Diciamo che non possiamo escluderlo. Anche se in questo caso, col fondo (non filtrato) significa che il vino è stato prodotto con il metodo ancestrale. Insomma mantiene tutti i suoi lieviti sul fondo e qualcuno se li beve anche. Ma torniamo al design, essenziale ma diretto, diciamo pure fumettistico alla Milo Manara. In un ampio “total white”, una figura di donna, di spalle, emerge con un tratto nero molto marcato ed evidenzia senza alcun dubbio il sinuoso “lato B” della medesima. Subito sotto all’immagine ecco il nome del vino, “Nude” e la firma del produttore “Zanotto” con il vezzo grafico di una “n” specularmente rovesciata. Sul collarino della bottiglia, come già detto, leggiamo “Col fondo” e la piccola dicitura “non filtrato”. L’illustrazione certamente è protagonista. Si tratta di uno stile pseudo-artistico, quasi da scultura, che sposa ugualmente una sorta di iper-realismo nell’immaginario erotico. Il vino potrebbe piuttosto definirsi romantico, grazie a un colore rosa, molto pronunciato, quasi salmone. Il risultato finale (del packaging) sorprende, attira l’attenzione, rompe gli schemi classici, azzarda una proposta che potrebbe scandalizzare. Ma lo fa con innocente mano d’artista e appassionata mano di viticoltore. A noi rimane solo la possibilità di assaggiare (se ci piacciono i vini-birra).
La Diabolica Tintilia dei Misteri Molisani
Vietènn, Tintilia del Molise, Colle Sereno.
La particolarità di questa etichetta è strettamente legata alle tradizioni del Molise, ed esattamente alla sfilata dei Misteri. Di cosa si tratta? A Campobasso per la festività del Corpus Domini, sfilano dei carri con delle rappresentazioni “misterico-religiose”. Ogni carro rappresenta un Santo o una circostanza legata alla devozione. Ad esempio (tra angeli, demoni, santi e madonne), abbiamo San Crispino, San Gennaro, Abramo, l’Immacolata Concezione e così via… fino al carro del Diavolo e la Donzella dove un satana tentatore cerca di attirare l’attenzione e le grazie di una bella fanciulla gridando incessantemente “tunzella, tunzella, vietènn, vietènn!”. Si tratta del carro detto anche di Sant’Antonio Abate, vittima anch’esso delle tentazioni del diavolo. Fatto sta che questa Tintilia (vitigno autoctono del Molise) porta in etichetta la rappresentazione proprio di un diavolo e di una fanciulla e si chiama “Vietènn” (che significa vieni, avvicinati a me). La provocazione sortisce l’effetto di risultare molto attenzionale, grazie anche ai colori forti come il nero, il rosso e il bianco, con le corna del diavolo in enfasi cromatica, così come il nome del vino, scritto di getto con un corsivo satanico. Etichetta molto particolare: lo stile illustrativo è moderno, ma richiama, come detto prima, una tradizione antichissima e molto rispettata in Molise. Altrove può funzionare questo senso di trasgressione che emerge dal packaging a tutto spazio.
Vino Bianco con Maiale (Posticcio)
Totus Porcus, Blend di Bianchi,
Tra le etichette simpatiche ma enigmatiche collochiamo sicuramente questa, di un produttore americano di origini italiane. Partiamo dal nome dell’azienda, capitanata da Marty Lagina che in onore della nonna italiana, che si chiamava Teresa Mari, ha dato questo nome alla propria impresa. Sempre in omaggio all’Italia, il produttore ha piantato molti vitigni autoctoni italiani come il Sangiovese e il Nebbiolo. In questo caso stiamo parlando di un bianco ottenuto da uno strano dosaggio di Gewurztraminer, Riesling e Pinot Grigio. Molto strani anche l’etichetta e il nome del vino: “Totus Porcus”. Possiamo solo tentare di interpretare il tutto, visto che il produttore non fornisce una spiegazione al riguardo: il nome in latino riconduce a “tutto il maiale” (insomma, del maiale non si butta via niente) ma anche a “tutti maiali”. Quest’ultima interpretazione viene agevolata dall’immagine in etichetta: un uomo (in ciabatte!) porta sulle spalle un cane, al quale sono state aggiunti (con inchiostro dorato, quindi in grande evidenza) un codino e un muso posticci. Insomma il cane viene camuffato da maiale. Sembra un rebus. Forse è un gioco. Sicuramente si tratta di una trovata che fa parlare di sé e che attira attenzione e memorizzazione. Stranezze del Michigan (sede dell’azienda), da parte di una famiglia di origini italiane. Come dire, il pragmatismo e l’organizzazione americana con la fantasia e il sollazzo del Bel Paese.
Ma l’Amore No, l’Amore Mio non Può…
Malamore, Sangiovese Rosato, Bagnaia.
L’etichetta di questo vino toscano, Orcia Doc, ci offre la gustosa occasione di parlare in modo univoco del nome del vino. E’ questo infatti che “tira la volata” alla bottiglia. Non può esserlo la grafica, il packging, insomma, il design, alquanto normale, modesto, “già visto”. Il nome invece… può spaziare in molte direzioni. Partiamo da una lettura lineare e continua, “Malamore”, quindi il male d’amore, forse un amore malato, un amore sbagliato? L’immaginazione corre e con essa si fissa il prodotto nella memoria. Con l’eco della nota canzone “malafemmina” di Totò, possiamo immaginare relazioni che iniziano a tavola con un rosato (questo da Sangiovese in purezza) e finiscono non troppo bene. Niente di negativo, tutto sommato, lezioni di vita, da accettare e da berci sopra. Ma vediamo che il nome del vino qui è scritto in modo particolare, come se si volessero accennare due parole: “MaLamore”. Quella “l” maiuscola fa la differenza. Sarà forse da intendersi come “Ma l’amore…”, dove la fantasia corre ancora di più, secondo i personalissimi stati d’animo, situazioni relazionali o esperienze di ognuno. Ma l’amore sì o ma l’amore no? Insomma non siamo più così certi che l’amore sia in questo caso un’accezione negativa. Il bello è che si può interpretare in mille modi e sfumature. Di rosato, naturalmente.
L’Immaginazione e la Follia al Comando
Il Tempo delle Rose in una Lattina
Ring Around the Rosé, Zinfandel, Baca Wines.
Ebbene sì, stiamo mostrando e parlando di un vino in lattina. Capita. Soprattutto in America. Si tratta di un rosato da vitigno Zinfandel (sarebbe il Primitivo, in Italia), di un produttore californiano che ha fatto del marketing uno strumento importante della propria missione vitivinicola (diciamo così, per non dire “missione commerciale”). Questa azienda ha fatto una scelta particolare: produce solo vini a base Zinfandel. Quello mostrato qui a fianco è un rosato, del quale non esiste la versione in bottiglia (chi vuole provarlo deve acquistarlo in lattina). Il nome del vino, “Ring around the rosé” è praticamente un gioco di parole preso dalla frase “Ring aroung the rosie” (o “rosy”), una filastrocca che corrisponde praticamente al nostro “giro, giro tondo…”. Il nome del produttore, invece, ha un aggancio a qualcosa di più serio e culturale, infatti “Baca”, sarebbe il latino di “bacca”, insomma chicco d’uva. Ne deriva, grazie alla grafica, una parola sezionata in due che diventa logo. Colori forti, ben abbinati, e alla base della confezione una decorazione che ricorda i livelli altimetrici di una collina. Operazione molto “sul mercato”, ma ben condotta come storytelling e packaging.
























