Lo Sfarzo Georgiano di un Re Femmina

Tamaris Vazi, Natenadze Company.

Questo vino viene prodotto in Georgia, nella regione di Meskheti, a lungo occupata dagli Ottomani che distrussero villaggi, vigne e cantine. Oggi Giorgi Natenadze e altri giovani viticoltori, provano a recuperare antichi vitigni autoctoni. Ma andiamo con ordine. L’etichetta di questo vino, indubbiamente molto particolare, vuole narrare una storia che risale al 1160, anno di nascita della Regina Tamara, alla quale è dedicato il vitigno (il Tamaris Vazi). Le pagine di storia narrano che fosse il preferito dal Re Tamar di Georgia, in realtà la figlia (donna) di Re Giorgio III, e non si tratta di un errore perché qui viene l’aneddoto: “Tamara, pur essendo donna, usava il titolo spettante di diritto al sovrano maschio, ossia re, facendosi chiamare Re Tamara (Tamar Mepe)” (Wikipedia). Probabilmente un caso unico al mondo che oggi, nella tendenza gender-fluid, dove sembra che non ci sia più distinzione tra maschio e femmina, risulta quindi molto attuale. Graficamente l’etichetta presenta una corona in alto e un collare di pietre preziose. Insomma, il tesoro della Regina, anzi del Re Tamara. Il risultato, cromaticamente, è sorprendente. La preziosità traspare, anzi, esonda. Si tratta forse di una ridondanza, di sfaccettature un po’ sfacciate. Ma di fronte al racconto della vita di questa Regina particolarmente autoritaria (si faceva chiamare, “re dei re e regina delle regine”), lo sfarzo può essere un modo di essere e di comunicare.

Un Vino che “Sta Stretto”, nell’Entroterra Marchigiano

Il Vicolo, Rosato Igt Marche, 
Cantina dei Colli Ripani.

Questo vino marchigiano, un rosato da Montepulciano (vitigno) e Sangiovese, è abbigliato in modo davvero originale. Con una grafica molto geometrica vediamo un omino che guarda all’insù, posizionato in uno spazio ristretto. Ed è proprio a questo che allude il nome del vino, “il Vicolo”, cioè a un luogo molto particolare. La spiegazione ce la fornisce direttamente il produttore: “Uno sguardo in su e uno ai lati. Eh sì, la via è stretta. Anzi strettissima, appena 43 cm. Ti trovi nel vicolo più stretto d’Italia, un primato che appartiene a Ripatransone, la nostra città. Ma non preoccuparti, puoi sempre tornare indietro oppure decidere di attraversarlo. Per poi orgogliosamente affermare di avercela fatta. Dal colore rosa tenue brillante e dal profumo fruttato, 'il vicolo' Marche IGT Rosato celebra questo luogo curioso e bizzarro, che sfida la prospettiva. In un solo bicchiere due sguardi sul mondo, due punti di vista che trovano la via, stretta, per conciliarsi e lasciarsi ricordare”. Certo che, a parte la collocazione topografica della cantina, nulla collega il vino con il vicolo in questione. Ma l’etichetta incuriosisce. E la modalità utilizzata in questa illustrazione, in questo packaging che propone anche una carta goffrata particolare, è davvero moderna e “stilosa”. In pratica si è preso un fatto, se vogliamo anche abbastanza turistico, trasformandolo in un valore da comunicare. Distintivo e funzionale.

77, le Gambe delle Donne (ma Siamo in Canada, non a Napoli)

Red Over Heels, Blend di Rossi, Strut Wines.

Il pay-off o claim che dir si voglia (in termini moderni), insomma lo slogan o anche il “motto” (per dirla in termini desueti) di questa azienda canadese è “the wine with legs”. In pratica potremmo tradurre così: “il vino con le gambe”. Il messaggio visivo in etichetta è chiaro, si tratta di gambe di donna (per non fare torti a nessuno, in questo mondo fluido, per quello che ne sappiamo potrebbero essere anche gambe trasgender). Forse c’è un gioco, un’allusione, se “gambe” dovesse trasmettere anche una vaga sensazione di “radici”, “origini”, “piedi piantati per terra”. Chissà. Certo che con una serie di etichette (non solo questa che mostriamo), dove sono protagoniste (con scatti fotografici) delle donne in minigonna, si fa fatica a uscire da questo stereotipo. Questo vino, un Merlot, si chiama “Red Over Heels”, in pratica, “un rosso con i tacchi” (anche qui, sarebbe da interpretare). Occupiamoci invece del target: donne? Uomini? Facile pensare che il messaggio sia rivolto agli uomini (che per il vino, in generale, sono ritenuti i “responsabili di acquisto”). Le donne potrebbero altresì risultare incuriosite da questo tipo di immagini. Alcune però potrebbero soffrire di invidia, laddove le gambe in etichetta non dovessero corrispondere alle proprie. La questione non è semplice. Certamente questo packaging attira l’attenzione, su questo non ci piove.

Sette Punti Molto Simpatici per un Rosato Spigliato

Settepunti, Primitivo Rosato, Luca Attanasio.

La Cantina di Luca Attanasio (che nel sito internet acquisisce la dicitura “le Vigne di Luca Attanasio”) si trova tra Sava e Manduria, in provincia di Taranto (Alto Salento), nel cuore del territorio di produzione del Primitivo. In questo caso abbiamo un Primitivo Rosato molto particolare, non filtrato, ahinoi col tappino di latta, che viene promosso come vino da aperitivi (antipasti) e… “ottimo anche con la pizza”. A noi piace il nome del vino che nasconde un piccolo racconto. Si chiama “Settepunti”, che non sono delle localizzazioni in vigna o dei luoghi sui generis, bensì, come raccontato nella pagina web dedicata “il nome di questo vino si ispira alla coccinella e ai puntini neri che ne caratterizzano la livrea (Coccinella Septempunctata). Settepunti è dedicato a questi piccoli insetti che in silenzio liberano il vigneto da afidi e altri parassiti dannosi ed è ottenuto dalla vinificazione dei racemi maturati sulle femminelle degli alberelli…”. La grafica rappresenta il carapace di una coccinella, stilizzato, con una conformazione arrotondata anche dell’etichetta stessa. Il packaging è attraente, il nome incuriosisce, la spiegazione è in linea con i dettami ecologici più agguerriti e moderni; inoltre le coccinelle, si sa, risultano simpatiche in tutto il mondo. Tant’è che in molti casi viene ritenuto che portino fortuna se si posano sulla propria mano. L’operazione di comunicazione è ben riuscita e questo piccolo produttore ha saputo così distinguersi con simpatia ed efficacia.

Il Respiro di una Terra Fertile e di Popoli Generosi

Respiro, Nero d’Avola, Valdibella.

L’azienda in questione è una cooperativa con molti soci conferitori. Tutto parte dai Gesuiti nel 1642, quando un drappello di 7 frati si stanzia in Contrada Valdibella, Camporeale, Sicilia Occidentale, nell’entroterra alle spalle di Palermo. Gli ecumenici organizzano una fiorente azienda agricola che si può ben considerare l’antesignana, anche per metodo e finalità, dell’attuale cooperativa. Oggi con agricoltura biologica, per quanto riguarda il vino l’azienda coltiva i vitigni autoctoni più noti, come questo Nero d’Avola in purezza. L’etichetta ruota attorno al nome di questo vino, molto bello, molto evocativo, riportato in alto con caratteri molto intelleggibili. Scrive il produttore nel proprio sito internet: “Il Nero d’Avola che usiamo per il Respiro proviene da un unico vigneto esposto a Sud, del nostro socio Pietro Scardino. Il suo valore aggiunto consiste nell’assenza di solfiti aggiunti che insieme alla fermentazione naturale valorizzano al massimo le caratteristiche varietali e di un territorio mantenuto il più possibile nella sua integrità. Ecco perché è stato chiamato così: niente di più vitale come il respiro”. Tutto torna. Il respiro della natura, il respiro del vino “vivo” che fermenta con i propri lieviti, il respiro del territorio, della cultura e della storia di questa regione. Il resto (del packaging) è un fondo variegato color mattone, puramente decorativo. Con le normali diciture di legge. Ma il nome, in questo caso, fa tutto.


Nella Piana Buffa Canta il Grillo Sicano

Grillo, Luna Sicana.

L’azienda si trova nell’entroterra di Agrigento, in Contrada Piana Buffa, a Casteltermini, nella Sicilia profonda dove si coltivano quasi esclusivamente vitigni autoctoni come il Grillo. Vitigno bianco, dal nome evocativo, se non altro per identificare anche i simpatici insetti che in estate cantano allegramente, soprattutto nelle campagne assolate. Grillo, è un appellativo breve e memorabile e quindi perché non utilizzarlo come nome del vino? Certo che, in questo caso, serve un’etichetta distintiva (visto che tutti i vini prodotti col vitigno Grillo possono portare in etichetta, più o meno grande, questo nome). Ed ecco che Luna Sicana, azienda di recente nascita (2008), crea un packaging molto colorato, allegro, pirotecnico, con il gentile tratto dell’acquarello. Si tratta, se vogliamo, di normalissime, potremmo dire anche banalissime, macchie di colore, sporcature d’artista. In questa collocazione però spiccano per originalità, si fanno notare, stimolano la fantasia. Ci si potrebbe vedere il mare, gli uliveti e i pistacchieti nei quali è immersa la proprietà, colline vitate, vegetazione, sole, terra, cielo. Una sorta di etichetta “autogestita” dalla propria immaginazione. In basso troviamo l’annata del vino, in alto il logo del produttore, composto dal nome, Luna Sicana (come dire, luna siciliana), e da un acino d’oro (forse una luna), anch’esso disegnato con tecnica libera amanuense. Il tutto sta bene insieme. Collima. Piace.

Il Pescatore Pescato e le Sirene di Taranto

Il Pescatore, Vitigni a Bacca Rossa, 
Feudo Monaci.

Il Gruppo Italiano Vini, oggi proprietario della storica cantina Feudo (Castello) Monaci, decide di vestire le etichette di questa gamma di vini pugliesi con colori forti e iconografie narrative. Lo stile ricorda un po’ certe etichette siciliane, sia pure con un minimo di distinguibilità. Il nome di questo rosso è “Il Pescatore” (il pescatore “pescato” diremmo noi, visto che la sirena lo sta irretendo con la sua coda), in modo complementare esiste anche un bianco che si chiama “la Sirena”. La storia che sta dietro a questi due personaggi è quella relativa alla Leggenda di Skuma (forma dialettale tarantina per schiuma, quella delle onde): una coppia di sposi hanno vicende intricate al termine delle quali lui viene trascinato via dai flutti e da quella volta lei (Skuma), aiutata dalle altre sirene del golfo di Taranto, nelle notti di luna piena, si aggira per le spiagge del luogo sperando nel ritorno del proprio amato. Il packaging è stato realizzato con una impaginazione semplice, diretta, percettiva. In alto il logo dell’azienda, al centro il nome del vino con la dicitura della Doc, in basso l’illustrazione, con un tratto netto, pulito, fumettistico ma da favola. Tra la coppia vediamo un fiore che aggiunge un tocco di romanticismo. Il marketing ha lavorato bene. 

Ciclismo e Vino, Connubio Salutare

Sciucca Panza, Merlot (Rosato), Le Senate.

Nuovo vino e nuovo nome, come sempre molto allegorico, per l’azienda Le Senate che ha sede e vigneti nelle terre attorno a Fermo, nelle Marche. Si tratta di un rosato da Merlot e si colloca in gamma insieme agli altri due vini di questo piccolo produttore, dei quali abbiamo già parlato in questo post. Il naming è davvero particolare: “Sciucca Panza” è il nome che i ciclisti della zona danno alla impegnativa salita che va da Marina di Altidona a Monterubbiano e che a un certo punto, scollinando, apre lo sguardo sui vigneti dell’entroterra. Infatti, il produttore e fondatore della vitivinicola Le Senate, Giulio Visi, nel retro-etichetta scrive: “In sella alla tua bici giri per la Valdaso, poi a destra verso Altidona, metti un 36/28 e cominci a salire, il mare alle spalle, la macchia mediterranea intorno a te. Spingi sui pedali e scollini, ti accolgono le vigne, in fondo a sinistra la Maiella, il Gran Sasso e il Vettore. Stai pedalando sulla Sciucca Panza”. Possiamo interpretare questa allocuzione dialettale come “asciuga pancia”, insomma un buon metodo per non ingrassare (il ciclismo amatoriale) e per poter quindi godere della buonissima tavola marchigiana e dei suoi vini. La grafica dell’etichetta è abbastanza basica ma non di meno si fa notare. Nome in grande, tonalità rossa, in alto il logo, in basso a destra la sagoma di un ciclista. Pochi elementi, tutti sinergici, ottimo il potenziale di memorabilità.

Un Brigantaggio Significativo in Terre Lacustri

Brigante (Bianco), Blend di Bianchi, La Costa.

Questo vino bianco Terre Lariane Igt, oltre a rappresentare una zona vinicola poco conosciuta (e anche, in generale, poco stimata) ci offre l’occasione di raccontare qualcosa di interessante relativo al suo nome. Si chiama “Brigante” come altri vini in Italia (non è originalissimo, insomma). Richiama subito qualcosa di romanzesco, e qualche attività fuorilegge. Anche per il fatto che siamo vicini al confine svizzero dove da sempre si “muovono” commerci al limite del consentito. Ma c’è di più: il produttore di questo virtuoso vino lariano, nella scheda dedicata, nel proprio sito internet, spiega che “Brigante” è da intendersi “…nel senso scherzoso di un vino gioviale, per allegre brigate…” e che “…vuole anche richiamare il nome d’origine di Brianza, Brig, che significa colle o altura”. Siamo infatti nella parte alta della Brianza, sottozona della Lombardia, ricca di colline che diventano montagne nei pressi del Lago di Como. Il vino è di quelli che vengono prodotti in quote limitate, circa 10.000 bottiglia, e sa distinguersi anche nel calice, oltre che per l’etichetta. Due originalità: in basso, vicino al nome dell’azienda, La Costa, vediamo un logo che simula un grappolo d’uva, realizzato con macchie di inchiostro. Al centro vediamo, con un tratto nero, alcune colline con terrapieni concentrici e con due alberi sulla sommità, che potrebbero però portare la mente ai cipressi tipici della Toscana. Nel complesso un packaging semplice ma a suo modo dinamico, laddove una comunicazione fatta di pochi elementi molto distintivi serve a caratterizzare e a farsi ricordare.

Un Nero che Diventa Oro, Proprio Sotto al Vulcano

Nerina, Carricante e altre uve bianche, Girolamo Russo.

Un vino bianco (Etna Bianco) che si chiama “Nerina”? Sembrerebbe una contraddizione in termini. Ma non qui, a Passopisciaro, sulle pendici dell’Etna, dove la terra è nera, detta “sciara”, frutto della sedimentazione della lava. Il nero, quindi, viene visto come un colore caratteristico del luogo, della terra s’intende, come un pregio, un valore, un nutrimento davvero particolare per la vite. Stiamo parlando di uno dei vini della gamma dell’azienda Girolamo Russo, ei fu, oggi rilevata e condotta dal figlio Giuseppe. Venti ettari principalmente coltivati a Nerello Mascalese e, appunto, Carricante. In questo vino bianco partecipano al 30% anche altri vitigni autoctoni come il Catarratto, la Minnella, l’Inzolia, il Grecanico e la Coda di Volpe. Tornando all’etichetta, vediamo in alto la sagoma (nera) del vulcano, alcuni filari in prospettiva al centro e in basso il nome del produttore. Si tratta di una grafica molto distintiva, originale, che parla del territorio con uno stile moderno, con un illustrazione molto semplice ma efficace dal punto di vista della comunicazione e della percezione. Il nome del produttore, scritto a mano, fornisce quella sensazione di genuinità, di vicinanza, che spesso il consumatore apprezza. Nome memorabile così come l’etichetta. E la Trinacria del vino, cresce.

Tim come Timorasso. Pablo come Neruda

Timox, Timorasso, I Carpini.

Si tratta di un vino molto particolare, così come è particolare il suo nome (ci arriviamo) e la presentazione poetica che il produttore ci propone nella pagina internet dedicata: “Il tuo ombelico, sigillo puro impresso sul tuo ventre di anfora, e il tuo amore la cascata di vino inestinguibile”. Il grande Pablo Neruda. Ma passiamo alle questioni semantiche: cosa significa il nome di questo vino? Per cercarne ed accettarne il significato dobbiamo dividere in due la parola: “tim” come Timorasso (il vitigno) e “ox” come ossidato/ossidativo. Infatti la lavorazione di queste uve prevede una lunga e lenta macerazione in anfora, dove il vino può ampiamente “respirare” ossigeno. Questo porta a un prodotto molto particolare, estremo, per specifica ammissione dell’azienda. Insomma per molti ma non per tutti. Il risultato è un vino “orange”, dalle percezioni spiccate di lievito e dalle sensazioni “marsalate”. Il packaging è molto rastremato (insomma, abbastanza estremo anch’esso): in alto il nome dell’azienda, molto semplice, lineare, quasi un “non-logo”. Nella parte superiore troviamo il nome del vino in arancione (si fa notare) e al centro una grande “t” stilizzata, con un effetto tipografico che “sporca” il tratto e fornisce un ambient post-moderno, contemporaneo, pseudo-artistico. Lo stemmino VeganOk in alto a destra sbilancia il tutto e potrebbe anche risultare non essenziale.

Champagne, Crémant, Satèn e Affini

Crémant, Blend di Bianchi Alsaziani, 
Les Vins Pirouettes.

Non ci può essere migliore e più incisiva affermazione di questa, per le potenzialità del “Crémant”. In pratica uno Champagne fuori zona che non può chiamarsi come il cugino maggiore (per questioni legali e burocratiche). Il Crémant, in sostanza è un termine inventato (un po’ come il Satèn qui da noi, in Franciacorta, che per la cronaca è la pronuncia della parola “satin” in francese, e che significa “raso” e non “seta” come molti credono) per dare definizione e notorietà a un tipo di bollicine che può facilmente fare concorrenza al celebre Champagne. In questo caso si tratta di un Metodo Classico alsaziano, prodotto con vitigni come Pinot Bianco, Auxerrois, Riesling, Pinot Grigio (tutti insieme). Bello anche il nome di linea, Les Vins Pirouettes, adottato dal Domaine Christian Binner. Ma torniamo alla grafica in etichetta, cioè al vero e proprio packaging: fondo totalmente rosa, che colpisce, scritta a tutto campo “Crémant” a caratteri cubitali. In pratica, invece di nascondersi dietro a definizioni imitative, qui viene affermato con forza che questo vino è orgogliosamente un Crémant. Fa gioco per tutti i produttori che hanno in gamma questa tipologia. Crea una comunicazione di genere. In basso a sinistra si legge un altro nome, “Raphael”, che dovrebbe essere l’ennesimo nome del produttore (c’è un po’ di confusione in questo ambito: abbiamo Les Vins Pirouettes, Domaine Christian Binner e Raphael come nomi aziendali, tutti in vario modo riportati su etichetta o comunicazione, la qual cosa non facilità la memorabilità come invece fa la grande scritta nera su fondo rosa, protagonista di questo post.

Il Garbo Tradizionale di una Valtellina d’Antan

Vigna Fracia, Nebbiolo, Nino Negri (G.I.V.).

Nel progetto di rinnovo delle etichette della nota cantina valtellinese Nino Negri (di proprietà e sotto l’egida del Gruppo Italiano Vini) rientra anche il vino prodotto con le uve dell’avito vigneto Fracia. Il nome del vino (della vigna, in sostanza) non è propriamente musicale, la fonetica non è il suo forte, ma è breve e soprattutto è un nome legato alla storia di quelle terre. La sottozona, Valgella, non è certo tra le più note e prestigiose, come Sassella o Grumello, ma l’esposizione della vigna è ottima e l’uva ringrazia. Veniamo alla grafica, chiamiamolo packaging insomma, visto che il marketing del Gruppo Italiano Vini è presente e ben operativo in questo caso. Stile arcaico, in generale. Non strizza l’occhio alle nuove generazioni. Soprattutto a causa di quella torre in alto e al cartiglio  sottostante, con la dicitura “Fondata nel 1897”: l’elaborato è decisamente d’antan. Idem per il carattere di scrittura della parola “Fracia”. L’impaginato è centrato e ordinato, sullo sfondo, a tutta etichetta, troviamo una trama delle curve altimetriche dei vigneti (non topografiche, bensì imitative). Quasi non si notano, in bianco, su sfondo grigio-azzurro tenue. L’unica creatività del packaging è data da alcune “riserve” (si dice così nel linguaggio da tipografia) che evidenziano i segmenti della trama in modo diversamente tras-lucido. Ma per poterlo vedere serve una luce di traverso, nella foto frontale in pratica è impossibile. Il risultato generale è un po’ timido in termini attenzionali, non ha slancio. La tradizione in Valtellina ha ancora il suo peso, nelle decisioni in vigna e in cantina (per fortuna) e spesso anche per quanto riguarda la comunicazione.

Lo Stupefacente Vino-Birra del Dragone

Dragone Lambic, Aglianico (e birra), Cantillon (e Cantina Giardino).

Innanzitutto è necessario precisare che si tratta di un “vino-birra” o meglio ancora di una “birra-vino”. Infatti la base di questo prodotto è il Lambic, ovvero una specie di birra acida fermentata con lieviti indigeni, insomma qualcosa di molto selvaggio, al naso e al gusto. L’esperimento consiste nell’aggiungere del mosto di vinacce di Aglianico. Diciamo subito che a noi, più che il prodotto in sé, interessa la sua etichetta. Contornato da una cornice di fattezze art-decò, un tenebroso dragone (o Drogone) assiso su una botte, si gode la bevanda con espressione concupiscente. Il disegno è ben realizzato, nei minimi particolari, e contribuisce non poco a definire l’area di “consumo”. A metà tra un’etichetta arcaica di vino e una da birra storica, trasmette comunque velleità da taverna e da notti mefistofeliche a base di alcol, qualunque esso sia. Il nome del vino (pardon, del vino-birra) è curioso e memorabile con quella “o” che muta il dragone in qualcosa di stupefacente (Drogone è anche il nome di condottieri e monaci medievali, a dire il vero, ma a noi piace interpretarlo come uno stimolo a pervenire a (benèfici) stati alterati di coscienza).

Un Trollinger che fa il Troll in Etichetta

Vis a Vis, Trollinger (Schiava), 
Wein vom Haigst.

Questa insolita etichetta viene dalla regione tedesca limitrofa a Stoccarda. E veste un vino rosso ad opera di una coppia di appassionati viticoltori. I due, Kerstin Köder e Frank Nonnenmann, non sono di certo dei ragazzini, questo va detto in funzione del commento sulla grafica di questo packaging, molto moderna, forse da “modernariato”, ma sicuramente fuori da schemi classici. Attira l’attenzione, sì. Potrebbe vestire anche una birra, tanto per fare un esempio. Quindi in uno scaffale di vini si staglia in modo davvero felice (dal punto di vista dell’attenzione che riesce ad attirare su di sé). Il nome del vino è “Vis a Vis”, in francese, con una modalità diventata internazionale. Il riferimento ad essere coppia ci sta. Ma anche quello, si potrebbe dire, di “metterci la faccia”. Quindi credibilità e schiettezza. Grafica molto coraggiosa, come si è detto, colore e stile da anni ‘60 rivisitati. Un elaborato che può piacere a chi interpreta il vino come complemento qualitativo ma anche divertente e conviviale. Le bottiglie prodotte sono davvero poche, da 1500 a 3500 quando l’annata è particolarmente generosa. Siamo di fronte quindi a una produzione quasi famigliare. Con simpatia e voglia di mettersi in gioco.

L’Isola che Non c’è Più e che Oggi Diventa Icona

Serra Ferdinandea, Grillo e Sauvignon Blanc.

La storia che si svela dietro a questo produttore franco-siciliano (le famiglie Oddo e Planeta, in unione d’intenti), e dietro al suo nome, è davvero interessante e viene ben raccontata nel sito internet aziendale (molto bello anche graficamente): “Serra Ferdinandea è un’area dove il paesaggio collinare muta, per divenire quasi montano, in un’alternanza di pendii, radure e creste rocciose, quelle che nel dialetto locale vengono chiamate serre. Volgendosi verso libeccio, nella stessa direzione di Pantelleria, s’intravede il lembo di mare dove apparve la leggendaria Isola Ferdinandea. Annunciata da diversi episodi eruttivi e terremoti, l’isola emerse nel luglio del 1831 da una catena di vulcani sottomarini che si allungano nel Canale di Sicilia. Si estendeva per 4 chilometri quadrati, con un’altezza media di 65 metri, a 16 miglia dalla costa di Sciacca. Avvistata quasi contemporaneamente dalle marinerie di Francia, d’Inghilterra e del Regno delle Due Sicilie, fu subito oggetto di un’accesa disputa territoriale e diplomatica, ma nel novembre dello stesso anno scomparve sotto la superficie del mare. Insula in mari nata, contesa tra diverse nazioni ma che mai appartenne ad alcuna: un’utopia che talvolta può contraddire il suo etimo e avere luogo. Da qui, dunque, il nome, Serra Ferdinandea, che riassume le caratteristiche più strettamente fisiche del luogo, così come le aspirazioni più intime e quasi metafisiche di questa sfida imprenditoriale”. Ben scritto, ben spiegato, ben fatto in termini di storytelling e marketing. Il racconto conquista, incuriosisce, invita ad apprendere di più e, logicamente a degustare i vini. Per quanto riguarda la grafica del packaging, la vogliamo giudicare davvero elegante e al tempo stesso originale: l’etichetta, “tagliata in due”, ci rappresenta due mondi, quello sottomarino e quello sopra le onde, con tratto artistico da iconografia storica, sia pure attualizzata. Bel progetto, complimenti.

Un Sangiovese di Spessore che Promette Bene

L’Erpico, Sangiovese, Pian di Bugnano.

Il Montecucco è una di quelle Docg (recente, creata nel 2011) dedicate al Sangiovese, di cui si sa ancora poco. E di conseguenza, non avendo raggiunto ancora livelli di “glamour” altissimi, il rapporto qualità-prezzo si mantiene molto interessante. Vieppiù nel caso di questa piccola cantina di Seggiano (in provincia di Grosseto) che produce vini del territorio a prezzi decisamente abbordabili. Parliamo e mostriamo in questo caso il top di gamma, un Sangiovese in purezza, che matura in barriques e che si chiama “L’Erpico”. Dice il produttore che il nome del vino è dovuto alla menzione topografica del luogo della vigna: nomi storici, locali, che si tramandano di generazione in generazione. Forse richiama l’erpice, macchina agricola “dentata” che serve per arare, oppure qualcosa tra l’erta (sommità) e l’inerpicarsi. Il nome così com’è risulta comunque funzionale e memorabile. Veniamo alla grafica dell’etichetta: una traccia in inchiostro dorato rappresenta le curvature della collina o anche le trame delle vigne. Il nome del vino è in evidenza al centro, impresso con un inchiostro nero, in rilievo. Il nome dell’azienda, Pian di Bugnano, viene relegato sulla sinistra, in verticale, soffrendo quindi di una sindrome da abbandono (giusto per parafrasare il fatto che risulta poco agevole la sua lettura). Nel complesso un’etichetta incisiva, di carattere, elegante e sincera. Proprio come il vino che rappresenta.

Per Passione o per Diletto, dal Calcio alla Vigna

Dilètto, Garganega, Nevio Scala.

Il titolare di questa azienda veneta è stato un noto calciatore e poi allenatore di grandi squadre italiane. Nevio Scala viene ricordato per aver fatto parte dell’organico di Milan, Inter, Roma, L.R.Vicenza, Fiorentina e ancora come allenatore di Reggina, Parma, Borussia Dortmund, Shaktar Donetsk e Spartak di Mosca. Ma come ama scrivere nel sito aziendale, la sua “formazione” è contadina, dai nonni ai genitori, e di quel tipo di vita, di quelle origini, non si è mai dimenticato tornando a fare il viticoltore dopo le avventure calcistiche. Ed ecco come parla di questo vino, Garganega in purezza, un bianco a fermentazione spontanea, biologico. “Il “Diletto” è il nostro vino più sorprendente, di sole uve Garganega coltivate nel rispetto dell’equilibrio biologico delle vigne ai piedi dei nostri colli. Nato da una prova effettuata in cantina “per nostro diletto”, senza aggiunta di lieviti selezionati e protetto con quantità minime di solforosa, questo vino presenta una inaspettata nota salina, inusuale per il nostro territorio ma suggestivamente indicata dalla toponomastica locale (non siamo lontani dalle cosiddette Saline). Per questo motivo ci è sembrato ingiusto tenerlo per noi”. La grafica in etichetta è quasi inesistente. A dir poco, spartana. Fa tutto il nome del vino: non può bastare, certo, ad un packaging evoluto, ma in questo caso ha una sua completezza. E coinvolge. Unica concessione “creativa”, la “E” accentata, come texture, in grande, sullo sfondo. 

Elementi di Storia e Geografia nella Campania Rurale

Acquamela, Fiano, 
Az. Agr. Guerritore.

A Baronissi in provincia di Salerno, Marina Guerritore e Giovanni Sullutrone, producono un numero limitato di bottiglie, tra le quali questo Fiano Campania IGT. In un ambito comunque ancora rurale assistiamo alla creazione di una etichetta dai caratteri indubbiamente moderni. Ma andiamo con ordine parlando brevemente del nome del vino (bello, evocativo, poetico, memorabile): deve il suo nome a un antico casale che si trova lungo la via dei “2 Principati” laddove la Regina di Napoli Margherita di Durazzo si rifugiò per sfuggire alla terribile peste nel Trecento. Si tratta di un caso in cui un nome topografico si rivela molto semantico. Quindi, quale occasione migliore per utilizzarlo per caratterizzare un vino? Tornando al packaging dell’etichetta, possiamo dire che si tratta di una soluzione davvero distintiva: gli elementi del territorio, chiese, costruzioni storiche, porzioni di territorio, lettere (il bello è che ognuno ci vede quello che vuole) vengono rappresentati con uno stile di arte grafica tra l’avanguardista, il picassiano e il geometrico. Il risultato è piacevole e impattante.

La Nudità Ancestrale di un Rosato Rifermentato

Nude, Blend di Uve Rosse e Bianche, Zanotto.

Si potrebbe arrivare a pensare che “col fondo” sia effettivamente un riferimento all’immagine in etichetta. Diciamo che non possiamo escluderlo. Anche se in questo caso, col fondo (non filtrato) significa che il vino è stato prodotto con il metodo ancestrale. Insomma mantiene tutti i suoi lieviti sul fondo e qualcuno se li beve anche. Ma torniamo al design, essenziale ma diretto, diciamo pure fumettistico alla Milo Manara. In un ampio “total white”, una figura di donna, di spalle, emerge con un tratto nero molto marcato ed evidenzia senza alcun dubbio il sinuoso “lato B” della medesima. Subito sotto all’immagine ecco il nome del vino, “Nude” e la firma del produttore “Zanotto” con il vezzo grafico di una “n” specularmente rovesciata. Sul collarino della bottiglia, come già detto, leggiamo “Col fondo” e la piccola dicitura “non filtrato”. L’illustrazione certamente è protagonista. Si tratta di uno stile pseudo-artistico, quasi da scultura, che sposa ugualmente una sorta di iper-realismo nell’immaginario erotico. Il vino potrebbe piuttosto definirsi romantico, grazie a un colore rosa, molto pronunciato, quasi salmone. Il risultato finale (del packaging) sorprende, attira l’attenzione, rompe gli schemi classici, azzarda una proposta che potrebbe scandalizzare. Ma lo fa con innocente mano d’artista e appassionata mano di viticoltore. A noi rimane solo la possibilità di assaggiare (se ci piacciono i vini-birra).


La Diabolica Tintilia dei Misteri Molisani

Vietènn, Tintilia del Molise, Colle Sereno.

La particolarità di questa etichetta è strettamente legata alle tradizioni del Molise, ed esattamente alla sfilata dei Misteri. Di cosa si tratta? A Campobasso per la festività del Corpus Domini, sfilano dei carri con delle rappresentazioni “misterico-religiose”. Ogni carro rappresenta un Santo o una circostanza legata alla devozione. Ad esempio (tra angeli, demoni, santi e madonne), abbiamo San Crispino, San Gennaro, Abramo, l’Immacolata Concezione e così via… fino al carro del Diavolo e la Donzella dove un satana tentatore cerca di attirare l’attenzione e le grazie di una bella fanciulla gridando incessantemente “tunzella, tunzella, vietènn, vietènn!”. Si tratta del carro detto anche di Sant’Antonio Abate, vittima anch’esso delle tentazioni del diavolo. Fatto sta che questa Tintilia (vitigno autoctono del Molise) porta in etichetta la rappresentazione proprio di un diavolo e di una fanciulla e si chiama “Vietènn” (che significa vieni, avvicinati a me). La provocazione sortisce l’effetto di risultare molto attenzionale, grazie anche ai colori forti come il nero, il rosso e il bianco, con le corna del diavolo in enfasi cromatica, così come il nome del vino, scritto di getto con un corsivo satanico. Etichetta molto particolare: lo stile illustrativo è moderno, ma richiama, come detto prima, una tradizione antichissima e molto rispettata in Molise. Altrove può funzionare questo senso di trasgressione che emerge dal packaging a tutto spazio.

Vino Bianco con Maiale (Posticcio)

Totus Porcus, Blend di Bianchi, 
Mari Vineyards.

Tra le etichette simpatiche ma enigmatiche collochiamo sicuramente questa, di un produttore americano di origini italiane. Partiamo dal nome dell’azienda, capitanata da Marty Lagina che in onore della nonna italiana, che si chiamava Teresa Mari, ha dato questo nome alla propria impresa. Sempre in omaggio all’Italia, il produttore ha piantato molti vitigni autoctoni italiani come il Sangiovese e il Nebbiolo. In questo caso stiamo parlando di un bianco ottenuto da uno strano dosaggio di Gewurztraminer, Riesling e Pinot Grigio. Molto strani anche l’etichetta e il nome del vino: “Totus Porcus”. Possiamo solo tentare di interpretare il tutto, visto che il produttore non fornisce una spiegazione al riguardo: il nome in latino riconduce a “tutto il maiale” (insomma, del maiale non si butta via niente) ma anche a “tutti maiali”. Quest’ultima interpretazione viene agevolata dall’immagine in etichetta: un uomo (in ciabatte!) porta sulle spalle un cane, al quale sono state aggiunti (con inchiostro dorato, quindi in grande evidenza) un codino e un muso posticci. Insomma il cane viene camuffato da maiale. Sembra un rebus. Forse è un gioco. Sicuramente si tratta di una trovata che fa parlare di sé e che attira attenzione e memorizzazione. Stranezze del Michigan (sede dell’azienda), da parte di una famiglia di origini italiane. Come dire, il pragmatismo e l’organizzazione americana con la fantasia e il sollazzo del Bel Paese.

Ma l’Amore No, l’Amore Mio non Può…

Malamore, Sangiovese Rosato, Bagnaia.

L’etichetta di questo vino toscano, Orcia Doc, ci offre la gustosa occasione di parlare in modo univoco del nome del vino. E’ questo infatti che “tira la volata” alla bottiglia. Non può esserlo la grafica, il packging, insomma, il design, alquanto normale, modesto, “già visto”. Il nome invece… può spaziare in molte direzioni. Partiamo da una lettura lineare e continua, “Malamore”, quindi il male d’amore, forse un amore malato, un amore sbagliato? L’immaginazione corre e con essa si fissa il prodotto nella memoria. Con l’eco della nota canzone “malafemmina” di Totò, possiamo immaginare relazioni che iniziano a tavola con un rosato (questo da Sangiovese in purezza) e finiscono non troppo bene. Niente di negativo, tutto sommato, lezioni di vita, da accettare e da berci sopra. Ma vediamo che il nome del vino qui è scritto in modo particolare, come se si volessero accennare due parole: “MaLamore”. Quella “l” maiuscola fa la differenza. Sarà forse da intendersi come “Ma l’amore…”, dove la fantasia corre ancora di più, secondo i personalissimi stati d’animo, situazioni relazionali o esperienze di ognuno. Ma l’amore sì o ma l’amore no? Insomma non siamo più così certi che l’amore sia in questo caso un’accezione negativa. Il bello è che si può interpretare in mille modi e sfumature. Di rosato, naturalmente.

L’Immaginazione e la Follia al Comando

Chasing Windmills, Grenache e Syrah, Tor Wines.

Ci vuole sempre un po’ di follia per decidere di produrre degli ottimi vini. Per quelli dozzinali servono solo investimenti. Questo produttore californiano, Tor Kenward (da qui il nome dell’azienda, Tor Wines) e sua moglie Susan, dopo molti viaggi esplorativi si stabiliscono a Saint Helena e danno inizio alla loro avventura vitivinicola. Tra la gamma proposta al pubblico (tutti vini di ispirazione bordolese) ci ha colpito l’etichetta di questo rosso, molto “romanzesco”. Richiama le avventure di Don Chisciotte della Mancia, celebre romanzo di Miguel de Cervantes. Il nome è eloquente, “Chasing Windmills”, a caccia di mulini a vento. Le immagini, con un tratto illustrato molto semplice, confermano lo storytelling mostrando l’eroico cavaliere mentre sta “puntando” un mulino. Per ammissione e descrizione del proprietario stesso, egli racconta di aver girato in lungo e in largo la California, come se fosse a caccia di mulini a vento, per trovare il luogo giusto per le vigne e i vitigni più adatti a produrre un vino d’eccezione. Si tratta di un’etichetta davvero insolita, coraggiosa dal punto di vista grafico, ma che potrebbe ripagare in termini di attenzione e memorizzazione, nonché di simpatia che sicuramente “el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha” (accompagnato del fedele Sancio Panza) sa suscitare in tutto il mondo per la genesi strampalata delle sue avventure. Don Chisciotte, grande sognatore, capace di guardare oltre ciò che la realtà impone, combatte contro un mondo che non lascia spazio all’immaginazione, che annichilisce le aspirazioni insite nell’essere umano. E questo, per un produttore di vino può davvero essere un vangelo.

Il Tempo delle Rose in una Lattina

Ring Around the Rosé, Zinfandel, Baca Wines.

Ebbene sì, stiamo mostrando e parlando di un vino in lattina. Capita. Soprattutto in America. Si tratta di un rosato da vitigno Zinfandel (sarebbe il Primitivo, in Italia), di un produttore californiano che ha fatto del marketing uno strumento importante della propria missione vitivinicola (diciamo così, per non dire “missione commerciale”). Questa azienda ha fatto una scelta particolare: produce solo vini a base Zinfandel. Quello mostrato qui a fianco è un rosato, del quale non esiste la versione in bottiglia (chi vuole provarlo deve acquistarlo in lattina). Il nome del vino, “Ring around the rosé” è praticamente un gioco di parole preso dalla frase “Ring aroung the rosie” (o “rosy”), una filastrocca che corrisponde praticamente al nostro “giro, giro tondo…”. Il nome del produttore, invece, ha un aggancio a qualcosa di più serio e  culturale, infatti “Baca”, sarebbe il latino di “bacca”, insomma chicco d’uva. Ne deriva, grazie alla grafica, una parola sezionata in due che diventa logo. Colori forti, ben abbinati, e alla base della confezione una decorazione che ricorda i livelli altimetrici di una collina. Operazione molto “sul mercato”, ma ben condotta come storytelling e packaging.