PIccoli Dettagli di chi Pensa in Grande

Stellato, Pignoletto Spumante, Albinea Canali (Gruppo Riunite & CIV).

marketing comunicazione graficaNon è idea malvagia chiamare un vino "Stellato". Soprattutto in questo periodo storico nel quale imperano in tv le trasmissioni condotte da Chef più o meno "stellati", ove questa definizione, scaturita dalla classifica della celeberrima Guida Michelin, definisce i massimi livelli della ristorazione. "Stellato" quindi si erge a terminologia di pregio, eleva il prodotto, lo pone in alto, sia pure nella costellazione infinita delle referenze vinicole. Il prodotto in questione, destinato comunque al canale HoReCa, non è certo uno Champagne: si tratta di uno "spumantino" dichiaratamente da aperitivo, da "apripasto" insomma, che ha dalla sua une beva facile e garibaldina. Il progetto fa parte degli sviluppi commerciali di un grande gruppo e nella gestione (vedi creazione) dell'etichetta l'impronta di un marketing strutturato si vede. A partire dal nome del vino, ma anche per l'economia generale del design: un logo prezioso, l'abbinamento cromatico tra oro e blu cobalto, la scelta accurata dei caratteri di scrittura, su tutti quello del nome stesso, creato apposta "in forma di bollicine". Tutto ben fatto, non c'è che dire, anche e soprattutto i dettagli: di fatto si tratta di un "Pignoletto".

Il Barolo Mascherato

marketing comunicazione brandingR.G. (Revello Giacomo), Barolo, Carlo Revello.

Misterico più che misterioso il logo aziendale di Carlo Revello, eletto anche a simbolo e illustrazione preminente delle etichette dei vini di questo produttore di La Morra, nelle Langhe. Come si può vedere si tratta di un "mascherone dionisiaco", oppure se vogliamo di un "fauno caprino con grappoli", o ancora, forse di un "sileno un po' alieno". Insomma le interpretazioni possono susseguirsi in modo soggettivo quanto si vuole, sta di fatto che il risultato di questo accrocchio di uva, foglie di vite, corna, occhi e bocca, è abbastanza spaventoso. Cioè poco rassicurante, tra il minaccioso e il diabolico, incute quindi un certo distacco, non mette a proprio agio l'interlocutore. I tratti dell'illustrazione sono moderni, piuttosto semplici nella realizzazione, se non fosse per le diverse sfumature di grigio che rendono un po' di profondità ma senza dovizia tecnica né artistica. Lo cataloghiamo tra gli enigmi di questa nostra Italia del design che, soprattutto nelle zone storiche come quelle del Barolo, non trova pace tra la tradizione e l'innovazione. Enigmatico anche l'utilizzo come nome del vino di due lettere, una sigla, di fatto il nome e cognome (anzi, discutibilmente prima il cognome poi il nome) di un avo, crediamo per questioni di eredità e spartizione di vigneti e proprietà. Ma anche queste due lettere non aiutano a semplificare e a rassicurare.

Più che un Nome, un Cavallo di Troia.

marketing comunicazioneTroy, Chardonnay, Cantina Tramin Kellerei.

Celebrato, osannato, atteso, dal costo elevato (65 Euro circa in enoteca), ecco uno dei vini "top" della nota cantina altoatesina Tramin (Cantina di Termeno, in italiano). Si tratta di uno Chardonnay che si chiama "Troy". A parte la stranezza di trovare un vitigno francese (tipicamente della Borgogna) in Alto Adige (ma di fatto lo Chardonnay abita un po' dappertutto e forse è questo il suo problema), vogliamo tentare di analizzare il nome del vino. Prendiamola larga: Troy è il titolo di un "colossal" di successo che vede come attore protagonista Brad Pitt. La storia, basata sull'Iliade di Omero, racconta del rapimento di Elena, della guerra di Troia e del mito di Achille. In sostanza, quindi, vedendo l'etichetta in questione salta all'occhio (e quindi in mente) la traduzione dall'inglese di Troia in senso di città mitologica della Grecia. In Puglia invece, grazie al fatto che ancora oggi esiste un località che si chiama Troia, abbiamo il Nero di Troia, un vitigno locale chiamato anche Uva di Troia (nome ufficiale). In realtà questa uva oggi è coltivata per lo più nella zona di Castel del Monte. Troia (la cittadina pugliese) è indicata anche come Troja o, in dialetto locale, Troië. Abbiamo quindi già due "contaminazioni" semantiche, una cinematografica (meno rilevante) e una geografica, sia essa riferita alla regione Puglia (rilevante perché fa capo anche a un vino) o ai miti della Grecia Antica. Certo, Troia è anche, in italiano la femmina del maiale. E qui casca l'asino. Nel senso che magari persone poco erudite potrebbero male interpretare. Per completezza riportiamo la definizione di Treccani: "tròia, dal latino medievale troia, forse voce espressiva che imita il grugnito del maiale. 1. La femmina del maiale, con riferimento a quella destinata alla riproduzione; è sinonimo popolare di scrofa (in genere come volgare). 2. spregiativo, puttana, soprattutto come insulto". Ma veniamo quindi al rational fornito dal produttore per la scelta di questo nome: "Troy nella lingua dei nostri avi significa sentiero. Un nome che abbiamo scelto perchè rappresenta il lungo percorso compiuto dalla nostra cantina attraverso anni di ricerca e sperimentazione". Siamo quindi di fronte ad una opzione dialettale, difficile da scoprire se non spiegata bene e certamente equivocabile.

Etichette per Giganti e Bambini

branding illustrazione marketing comunicazionePecorino di Offida (Marche), La Torre del Nano.

marketing comuncazioneRisultano subito molto fiabesche le etichette (per ora solo tre vini, Pecorino, Passerina e Rosso Monsignore) di questa cantina di Offida, nelle Marche. La "fiaba" emerge subito con il nome del produttore stesso, La Torre del Nano, e la relativa illustrazione. Ma anche il corpo centrale delle etichette (qui riportiamo quella del Pecorino) è stato ideato e realizzato con una illustrazione molto morbida, con uno stile da libro per bambini, da favola della buonanotte. Le illustrazioni sono dovute all'apporto professionale di AfraGraphics (di Valentina Baiocchi). Tornando al nome dell'azienda, La Torre del Nano, leggiamo nella relativa pagina di Facebook quello che potrebbe essere un rational per questa scelta: “Siamo nani sulle spalle di giganti... Nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, così Giovanni di Salisbury nel Metalogion parlava del suo maestro Bernardo di Chartres, il quale frequentemente nelle sue lezioni amava usare quest’espressione che da allora è diventata un topos nella nostra cultura. Noi siamo nani sulle spalle di giganti: noi vediamo lontano perché siamo stati sollevati dagli antichi". Concetto molto bello, reso forse con eccessiva giocosità nelle illustrazioni del logo e delle etichette.

Nomi Avversi per Vini Eccelsi

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Tananai, Chardonnay e Pinot Nero 
(Metodo Classico), Borgo dei Posseri.

Le bottiglie di Borgo dei Posseri sono tutte caratterizzate da grandi lettere. Si vedono soprattutto quelle, ad un primo approccio. Ma i nomi ci sono. Le lettere grandi sono quindi delle iniziali. Ad esempio "T" sta per "Tananai", scritto in piccolo sotto alla sua iniziale. Ma andiamo con ordine. Nel logo della proprietà vediamo uno stemma antico con la scritta "sum umbra alarum tuarum" (traducibile con "all'ombra delle tue ali" o "protetto dalle tue ali") e un quadrato moderno (arancione pieno, senza altre grafiche, piuttosto enigmatico, quindi) con il nome dell'azienda alla base. Il nome Borgo dei Posseri deriva dalla forma dialettale di "pozzeri", cioè abitanti della zona dove si trovano i vigneti (vicino ad Ala, in Trentino): Pozzo Basso, Pozzo di Mezzo e Pozzo Alto, degli antichi possedimenti con piccoli nuclei abitativi. E infine il nome "Tananai", quello dello spumante dell'azienda, che abbiamo preso come elemento da analizzare (gli altri originali nomi dei vini di questo produttore sono questi: Quaron, Furiel, Arliz, Marusel, Paradis, Rocol).
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Ebbene sembra proprio che "Tananai" in dialetto possa significare "poco di buono", infatti tra le altre definizioni, in rete troviamo: "Tananai è una parola di etimo incerto, rilevabile in molti dialetti delle regioni alpine italiane, che indica sia un oggetto di cui non si sa cosa farsene, ma anche un giocattolo costruito da bambini con materiali di fortuna, oppure un ragazzo che nella crescita è rimasto un po’ indietro o più in generale un buono a nulla, insomma un sempliciotto". Incuriosisce quindi la decisione di adottare questo nome per uno di vini di punta dell'azienda, un Metodo Classico che al contrario vorrebbe essere un "primo della classe" tra la rinomata gamma dei Trento Doc di quelle zone di montagna. Siamo di fronte a una specie di autogol semantico.

L'Arte dell'Amarone nei Tratti di un'Etichetta

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Costasera Special Etition, Amarone, Masi.

Ogni due anni, questa nota cantina della zona del Valpolicella, per una della proprie etichette leader, in particolare quella dell'Amarone Classico, commissiona un "pezzo d'arte" a un esecutore di fama. Nel corso del 2017 è stata realizzata questa etichetta ad opera di Susan A. Point, importante esponente della Coast Salish Art: espressione artistica dei nativi della costa occidentale del Canada. Come afferma il produttore nella pagina web dedicata a questo progetto "Le etichette con la riproduzione dell'opera di Susam impreziosiscono una selezione di bottiglie di Costasera 2000".  
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Il connubio tra arte e vino è noto e molto utilizzato in comunicazione. Si tratta invero di uno "sfruttamento" dagli intenti nobili, culturali e divulgativi, oltre che commerciali. Certo, le aziende si avvalgono e si avvantaggiano di queste "edizioni speciali", per far parlare di sé e dei propri prodotti, ma al tempo stesso fanno opera di sostegno agli artisti e all'arte in generale, consentendo a un pubblico più allargato di fruire delle bellezze dell'estro creativo. Questa etichetta in particolare, a nostro parere, è perfettamente in linea, come design e cromìa, con il concetto stesso di Amarone. Una unione d'intenti, quindi, tra l'altro da una parte all'altra del mondo, davvero efficace. A riprova che la Grande Bellezza non ha confini, né fisici, né culturali (qui a destra l'originale dell'artista in tutta la sua interezza).

Il Mare nel Calice, una Conchiglia nel Nome

grafica branding comunicazione marketingAuritea, Cabernet Franc, Podernovo (Tenute Lunelli).

Questa volta trattiamo di un vino toscano che ha radici... trentine. Infatti si tratta di una produzione delle Tenute Lunelli (Podernovo) di proprietà della famiglia trentina nota per il marchio Ferrari (spumanti). In realtà il prodotto ha radici francesi: si tratta infatti di un Cabernet Franc in purezza, coltivato sulla costa toscana dove i classici vitigni francesi hanno avuto presa agronomica e commerciale, grazie ad alcuni ispirati imprenditori che li hanno provati e promossi nel secolo scorso, come ad esempio il Marchese Incisa della Rocchetta con lo stellare Sassicaia. Tornando al nuovo vino dei Lunelli notiamo subito grande eleganza nella grafica dell'etichetta. Semplicità e linearità dei tratti, dei colori, delle forme. E in particolare un nome e una conchiglia, che generano una storia, un concetto, una narrazione. Infatti, il nome del vino, "Auritea", deriva da Arca Aurina, nome di una conchiglia fossile presente da milioni di anni nella terra delle Tenute Lunelli in Toscana. Questa conchiglia, così come altri fossili di origine marina, dona al vino una naturale mineralità. E quindi lo caratterizza, così come la conchiglia caratterizza l'etichetta. L'uso dell'oro su fondo grigio (antracite chiaro) conferisce preziosità, percezione di qualità, di cura, di attenzione. Solo 4000 bottiglie per una produzione accurata e per questo limitata.

Carbonare e Turacciolai, Estetica e Storia

Vigneti di Carbonare, Garganega (Soave Classico), Azienda Agricola Inama.

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L'immagine e la comunicazione di questo noto produttore veneto sono sinergiche, distintive e quindi efficaci. Le etichette si riconoscono subito grazie al loro stile "asciutto", ma caratteristico: alcune illustrazioni dal tratto antico sono sempre al centro dell'etichetta e del discorso. Uno degli ultimi nati dell'azienda, frutto della coltivazione di un vigneto singolo, ricco di specificità, si chiama "Vigneti di Carbonare" e porta in dono l'illustrazione di mani d'artigiani intenti a produrre turaccioli. Tappi di sughero, come si dice meno poeticamente adesso. Abbiamo quindi due storie: quella che spiega il nome del vino, che ricorda l'antica attività, tipica della zona, relativa alla combustione di cataste di legna e torba per produrre carbone e quella dei turacciolai, narrata da una immagine presa dall’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers di Diderot e D’Alembert, pubblicata nel XVIII secolo. Attorno a queste due storie ruota comunque uno stile ben definito, con caratteri di scrittura adeguati e ugualmente particolari. La carta utilizzata per le etichette impreziosisce il tutto ed è coerente con il tema "anticato". Poi quando, a fronte di una accattivante comunicazione, si decide di acquistare e assaggiare il vino, il palato conferma: qualità senza incertezze.

Lassù Dove Pascolano i Caprioli

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Kerner, Rudi Vindimian.

Il nome di questo vino potrebbe essere "780 m.s.l.m." ma di fatto un nome non ce l'ha. Incuriosisce, oltre alla quota molto alta di coltivazione dei vigneti, anche il cognome del produttore: Vindimian, che assona curiosamente a "vendemmia". Forse non a caso, visto che si tratta di una attività trasmessa di generazione in generazione. Forse il cognome di un avo fu dato proprio in considerazione della sua propensione alla vigna. Il nome del vitigno invece non è facile, almeno per gli italiofoni. Si tratta in realtà di un cognome: Kerner. Il web riferisce che è un vitigno semi-aromatico creato nel 1929 da tale August Herold (in Germania) da un incrocio tra Schiava Grossa (detta anche Trollinger) e Riesling (Renano). Il nome di questo incrocio deriva quindi da Justinius Kerner, medico e poeta tedesco al quale fu dedicato il vitigno in questione. Ma veniamo al packaging. L'etichetta si fa notare, è insolita, ma non priva di aspetti discutibili. Innanzitutto la foto: capita di rado, per fortuna, di trovare design di etichette che utilizzano fotografie reali. Perché non è il territorio ideale per questo tipo di rappresentazione e di percezione. L'etichetta non è una rivista, un cartellone pubblicitario o un album di fotografie. Ha altre valenze e velleità. Salvo casi particolari, logicamente. In questo caso la fotografia inquadra animali (sia pure simpatici, i caprioli): ciò non è ragionevolmente valido per una etichetta alimentare. Certo, c'è un collegamento concettuale tra l'altitudine indicata in alto (i 780 metri) e i caprioli. Qui l'altezza è una specificità molto interessante per la qualità del vino, in particolare del Kerner. Ma non vengono annullate le perplessità riguardo l'uso di una fotografia in etichetta. Altro piccolo difetto che compromette la leggibilità, è la sovrapposizione della scritta "Kerner" sugli elementi grafici dell'etichetta. Quanto meno rimane una certa eleganza dei toni scuri abbinati al dorato delle scritte.

La Semplicità del Grappolo, l'Eleganza della Semplicità

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El Jefe, Tempranillo, 
Stoneridge Vineyards.

Molte volte abbiamo chiosato l'importanza della semplicità nel design. Non una semplicità fine a se stessa e nemmeno troppo "semplice". Insomma, facile a dirsi ma non a farsi, forse nemmeno a capirsi. Ci proviamo con questo esempio di packaging essenziale ma efficace, almeno dal punto di vista della comunicazione visiva e concettuale. Si tratta di un vino prodotto in Usa, nella Walla Walla Valley (Washington, Seattle, per intenderci). L'eclettico titolare dell'azienda, amante dei vini e dei cibi spagnoli, lo produce utilizzando Tempranillo al 100%. E decide di "rappresentarlo" con un grande grappolo stilizzato in etichetta. Non si può non vedere, non notare, anche a distanza, su uno scaffale, ad esempio.
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Una scelta apparentemente semplice: un grappolo d'uva a definire un mondo, quello enologico, che in effetti origina tutto da lì. Dal frutto millenario. Gli acini che formano questo grappolo sono a loro volta molto semplici nella grafica: un cerchio nero e un riflesso bianco. Stop. Ma l'effetto è assicurato. Sotto, ordinatamente e con un'ottima scelta di carattere (font di scrittura) le altre informazioni, tra le quali, logicamente il nome del vino. "El Jefe", che in spagnolo significa "Il Capo". Il bianco e il nero, otticamente perfetti proprio perché contrapposti, risolvono in modo vincente questa etichetta. Complimenti.

Macchie di Colore in Semplicità

branding comunicazione arte grafica illustrazioneCielo, Mare, Terra, 
Cantine Benvenuto.

I tre vini rappresentativi di questa cantina calabrese si chiamano in modo molto semplice: Cielo, Mare e Terra. Vediamo nel dettaglio: "Cielo" è un rosato da uve Calabrese in purezza (praticamente un Nero d'Avola in rosa), "Mare" è un vino bianco da Zibibbo e Malvasia, mentre "Terra" è un vino rosso da Greco Nero e Magliocco. Ma veniamo alle etichette: sono semplici, anche se molto colorate, per l'esattezza risultano acquarellate. Macchie di colore con l'aggiunta del solo nome del vino e del nome del produttore poco sotto ad esso. L'impatto visivo c'è, anche se le scelte cromatiche non rincorrono in modo particolare il "tema", cioè abbiamo dei toni viola per il Cielo (forse un cielo plumbeo), dei toni azzurri per il mare (e qui ci siamo) e dei toni rossastri accesi per la Terra (diciamo una terra arsa). Alcune corrispondenze ci sono: vino bianco per il mare, vino rosso per la terra e vino rosato per il cielo... ma al di là di queste osservazioni "sinergico-cromatiche", quello che si può dire è che nella loro estrema semplicità queste etichette riescono a farsi notare, grazie ad una personalità di tipo artistico, senza concetti pregnanti ma con una proposta molto diretta e a suo modo coraggiosa. Insomma, non convincono ma "bucano lo schermo".

Celebrando un Artista "di Campagna"

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Barolo, Cantina Tomaso Gianolio.

C'è sostanzialmente della cultura contadina nelle illustrazioni del Maestro Gianni Gallo (scomparso nel 2011). Originario di Dogliani e noto per aver fornito la parte visiva delle bottiglie di alcuni tra i più celebrati produttori di Langa, l'illustratore prediligeva soggetti riguardanti la natura e il lavoro nei campi. Ma soprattutto era un vero artista, di quelli che non operano per denaro ma per passione. Molto spesso infatti questo bravo pittore disegnava per amicizia, ricevendo in cambio qualche bottiglia di vino o qualche conviviale pranzo. È stato anche in questo caso per amicizia che Gianni Gallo ha disegnato le etichette per questa piccola azienda di Fossano, la Cantina Tomaso Gianolio. Tutti soggetti "di lavoro": particolare quello relativo al Barolo dove un agricoltore si riposa nel campo bevendo da un otre. Un tocco di ironia ha consentito all'artista di raffigurare il soggetto con un piede nudo, come se avesse perso uno scarponcino, o forse volutamente scalzato per godere maggiormente di un attimo di relax. Questa immagine è quella che è stata scelta dai fratelli Gianolio per rappresentare l'azienda stessa. Nella gamma dei vini del produttore, troviamo altri soggetti "di campagna" come quello del Nebbiolo d'Alba dove un corpulento contadino sta vangando un terreno. Sempre molto colorati, attenzionali, con uno stile "casereccio" ma originale: lo stile che ha sempre contraddistinto queste illustrazioni nei vari soggetti, annate e produttori vari in cui si sono susseguite. Un omaggio quindi a Gianni Gallo per la sua valente e onesta attività pittorica.
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Per quanto riguarda il packaging, in particolare di queste etichette, si riscontra l'assenza di un nome per i vini (ma questo diciamo che non è un problema, almeno fino a un certo livello di produzione e di ampiezza della gamma proposta) e un design abbastanza approssimativo con le scritte di legge tutte riunite in basso a discapito della leggibilità e dell'eleganza generale dell'etichetta. L'illustrazione centrale, come abbiamo detto, molto colorata, "fa il proprio gioco". Ma per un'etichetta equilibrata e comunicativa potrebbe non bastare, nonostante l'indiscutibile estro dell'artista che ha curato le illustrazioni. E il vino? Oltre al Barolo e agli altri rossi dell'azienda, abbiamo assaggiato l'Arneis e l'ultimo nato, un Metodo Classico 36 Mesi tagliente e "verticale". Insomma il Piemonte conferma che spesso dove si trovano piccole e accurate produzioni la qualità non manca!

A Come Asolo, Autostrada, Autoclave

branding marketing comunicazione graficaA3, Asolo Prosecco Superiore Docg, 
La Tordera.

Sarà mai possibile chiamare un vino "A3" come un formato di fogli di stampa o un'autostrada? Tutto questo è già successo, in Veneto, nella zona del Prosecco. Forse non si trova una ragione, ma una spiegazione sì, nel sito del produttore: "A3 è un Extra Brut con 3 grammi di residuo zuccherino, espressione dell’identità delle colline di Asolo, dove la natura del terreno predispone a vini di struttura, piacevolezza ed eleganza". Ed ecco il nome del vino in etichetta, con uno stile (carattere di scrittura) moderno e "di design", su sfondo scuro, elegante, ad etichettare una bottiglia tozza, "da Champagne" che ottiene il risultato di valorizzare il prodotto. In alto (in stampa) e in basso (in rilievo sul vetro della bottigia) troviamo il nome del produttore, La Tordera. E c'è una spiegazione anche per questo: "Il nostro nome lo dobbiamo a una dolce collina, territorio del Cartizze. Questa collina anticamente ospitava un roccolo comunemente chiamato Tordera. Nella stagione autunnale, infatti, i tordi scendevano dalle vicine montagne in cerca di cibo tra i filari dei vigneti, da questa tradizione l’altura ha preso il nome di Tordera. Nonostante il roccolo non esista più, il nome è rimasto vivo nella memoria collettiva". Bravi, se non altro per aver spiegato i nomi, del vino e dell'azienda. Meno convincente il forte contrasto che si genera tra la (un po' sterile) modernità di A3 e la storicità (geolocalizzante, praticamente dialettale) di La Tordera. Fa da testimone a questo strano connubio semantico la sagoma di un tordo. Ma diciamo che era dovuto.

Colore su Nero, Lettere su Lettere

branding marketing comunicazioneFalanghina, Nardone (Nardone).

F come Falanghina. E nella stessa gamma del medesimo produttore abbiamo G come Greco, F come Fiano, T come Taurasi, A com Aglianico. In realtà le "F" sono due su questa etichetta: una grande e colorata, l'altra simile ma che figura come iniziale del nome del vitigno. Le lettere in questione sono tracciate a pennello, presentano un tratto "sporco", smangiato, artistico. Da lontano si fanno notare: sarà per il colore incisivo, sarà per la lettera grande, sarà per lo spunto pittorico. Il fondo nero dell'etichetta enfatizza il tutto. Funziona ma non convince. Ma se funziona, si può quindi dire che l'etichetta è riuscita. E allora andiamo a vedere qualcosa che non va nel marchio, che figura in alto, cioè il nome dell'azienda: Nardone. Ripetuto due volte, chissà perché. Infatti sotto al primo nome, il medesimo si ripete più in piccolo, in giustezza, proprio alla base del "fratello maggiore" (e anche il dominio internet dell'azienda è "nardonenardone" tutto attaccato). Una frasca di vite, in grigio, riesce comunque a sottrarre leggibilità e a non aggiungere nulla in fatto di preziosità. Da rivedere. Ma nel complesso, queste etichette possono dire la loro. Complimenti con riserva.
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Barolo di Tradizione o di Transizione?

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Barolo, Viglione.

Il packaging non è solo naming, logicamente. È un complesso di cose. Un'etichetta si valuta nel suo aspetto generale, certo con specifiche attenzioni agli elementi di rilievo e infine a quello che riesce a comunicare. Abbiamo già affrontato la "questione piemontese", soprattutto nelle Langhe, dove il conflitto tra classicità e tradizione contro modernità e "transazione" è ben presente ai giorni nostri. Insomma c'è chi il Barolo lo tratta come un vecchio padre e chi come un giovane virgulto. Ecco quindi una etichetta di Barolo molto "trasgressiva" rispetto ai canoni storici di quelle zone. Il nome dell'azienda, in alto, è certo scritto e impaginato nel modo classico, alla Roagna e alla Gaja, per intenderci: fascia nera e scritta grande.
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Ma subito sotto, centralmente, una vignetta, diremmo scherzosa, propone un uomo che bacia un calice di vino con trasporto. Originale lo stile dell'illustrazione, originale di conseguenza l'etichetta, anche per le ragioni sopra descritte. E pensare che il produttore in questione è un tradizionalista, per quanto riguarda il vino. Diciamo pure un "naturalista". Questo non vieta però, evidentemente, di adottare una comunicazione in stile innovativo. Molti sono gli esempi specularmente contrari, con etichette che resistono alle lusinghe della "comunicazione moderna" proponendosi con stile arcaico e ben "collaudato". Tipo quella riportata qui di fianco a destra. Chi avrà ragione? Tutti e nessuno. Ma soprattutto deve averla la qualità del vino.

In Alto i Cuori (il Vino Aiuta)

branding marketing comunicazione illustrazione enologiaSursum Corda, Passito da Malvasia del Lazio, Federici.

C'è una storia millenaria dietro all'affermazione in latino che è anche il nome di questo passito del Lazio, "Sursum Corda". Una storia interessante e sostanzialmente... rincuorante. Il significato è "in alto i cuori" e tale accezione appartiene da sempre al rito della Messa Cattolica in latino. Viene pronunciata dal sacerdote in concomitanza con il gesto di alzare le mani mentre i fedeli rispondono "sono rivolti al Signore". È bello, è un incoraggiamento, un modo di trasmettere sensazioni positive. Da notare che in altri riti orientali il "sursum corda" diventa "sursum mente", cambiando le carte in tavola ma non il moto incoraggiante rivolto alla platea. In pratica, nel gergo di tutti i giorni questa affermazione corrisponde a un deciso "su col morale!". Il nome di questo vino, viene sinergicamente accompagnato dal visual, dal disegno in etichetta, dal design, quindi. Fondo nero, elegante, e tratti quasi fumettosi a rappresentare un cuore che fugge da una gabbia. Bello anche questo: l'umore, il morale, si eleva quando si libera dalle gabbie mentali e fa volare via leggero il cuore. Infine piace anche la forma della bottiglia, adeguata per un passito, a chiusura di un progetto ben riuscito.

Un Bianchello che Sa di Champagne

Bianchello Ribelle, Bianchello del Metauro, Tenuta Cà Sciampagne.

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Stiamo parlando di un vino prodotto con uno dei vitigni meno conosciuti d'Italia, tale Bianchello del Metauro. Dal nome del fiume Metauro che sfocia nell'adriatico a Fano, nelle Marche. Diciamo subito che già il nome del vitigno "Bianchello", diminutivo, non lo rende nobile all'attenzione. Questo Bianchello in particolare è anche "ribelle" per scelta del produttore. A compensazione del suo nome non certo sontuoso, dobbiamo dire due cose: che il vitigno è ottimo e colpevolmente ignorato da esperti e consumatori, e che, in questo caso, il "Ribelle" ha il suo perché. Si tratta di "uve raccolte e selezionate a mano, fermentazione spontanea con soli lieviti indigeni in acciaio, macerazione di 3 mesi, separazione manuale e per gravità dei mosti/vini dalle bucce e fecce. Nessuna filtrazione, nessun solfito aggiunto e imbottigliamento manuale per gravità", citando la scheda prodotto di Rolling Wine. Certo incuriosisce anche il nome del produttore, "Tenuta Cà Sciampagne", che richiama o schernisce la nota regione francese dalle costose bollicine. A proposito di questo, nel sito dell'azienda troviamo scritto che: "Tenuta Ca’ Sciampagne deve il suo nome alla località catastale su cui sono piantumati buona parte dei vigneti". Verità o edulcorazione di qualche scritto arcaico, di fatto questo Sciampagne sembra proprio una simpatica allusione. E il design dell'etichetta? Uno stemma (molto bello) e un disegno antico (l'azienda si trova alle porte di Urbino), impaginazione ordinata (se non ordinaria), canoni classici, promossa con un 6 politico.
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Danze Russe o Vini Piemontesi?

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Pradvaj, Roero Arneis, Malabaila.

Curiosamente sia il nome di questa azienda vinicola, sia il nome di questo vino, sono foneticamente vicini alla lingua russa. Non al cirillico come caratteri, bensì ad una eventuale trasposizione. Basti ricordare che Balalaika è il celebre strumento musicale russo a corde e che Pravda (verità) è un noto quotidiano di Mosca nonché ex organo del partito comunista (oggi esiste una versione on-line che nulla c'entra con la vecchia Pravda). E invece... si tratta proprio di Piemonte e delle sue origini. Giova ricordare che nel dialetto e soprattutto nei cognomi piemontesi ricorre ancora oggi la lettera "J" (vedi anche il noto produttore Vajra). Serve soprattutto la descrizione che l'azienda in oggetto redige, nel proprio sito web, per spiegare entrambi i nomi qui in esame: "Nell’archivio Malabaila, mazzo 9, si legge: “nell’anno 1508 il Conte Daniele Malabaila di Canale, anche a nome dei fratelli, acquista da Bernardo e Ludovica dei Conti Roero la ‘motta’ ossia la cascina Pradvaj che comprende un prato ed una collina di giornate 40 per la somma di 1949 fiorini”. A questo punto, volendo fare i pignoli, bisogna dire che "Malabaila" non suona così bene, evocando, il suo prefisso, parole come malafemmina, maladrino, malasorte, e via discorrendo. Ma il nobile cognome è quello e certo non si poteva cambiare. Per quanto riguarda il design dell'etichetta, pur reso abbastanza elegante da un fondo nero, da cornici e inchiostri argentati e da blasoni stemmati, non eccelle per originalità e attenzionalità. Il vino però, per altro e senz'altro, è davvero buono.

Dalla Necropoli un Soffio di Vitalità

branding marketing comunicazione winelabellingVelca, Montepulciano d'Abruzzo (rosato), Muscari Tomajoli.

L'azienda che produce questo rosato è di recente costituzione (2007) e coltiva le proprie uve nei pressi delle vestigia di Tarquinia, dove notoriamente sono conservati ed esposti numerosi dipinti etruschi che si trovano nella vasta necropoli. Il delicato tema visivo proposto in etichetta indica certamente una propensione femminile per il consumo di questo vino: un busto (svestito) di una giovane donna in stile etrusco, riproposto dall'artista Guido Sileoni, accenna da una posa elegante e in parte misteriosa. La donna sembra avere tra le mani un uovo, o forse un piccolo scrigno contenente qualcosa di sacrale. In generale l'immagine trasmette qualità, cura, attenzione, storia, origini e anche una certa aristocrazia. Eleganti anche i toni cromatici e la scelta dei caratteri di scrittura. Per quanto riguarda il nome del vino, "Velca" ecco cosa ci riferisce il produttore: "... il nome trae origine dalla storia etrusca: si ispira infatti a Velia Spurinna, meglio conosciuta come Fanciulla Velca". Etichetta attenzionale, sia pure molto classica, che si distingue bene nel panorama della concorrenza.

La Bizzarra Ironia di una Capra Umanizzata

winelabelling marketing branding comunicazioneCamars, Montepulciano (d'Abruzzo), 
Tenimenti Spinsanti.
  
A Camerano, provincia di Ancona, nelle Marche, questa azienda vinicola dalle proposte autoctone, si distingue per alcune etichette fuori dagli schemi. E si distingue anche per avere una sezione, nel proprio sito web, dedicata appositamente a descrivere nomi e "abito" dei vini. Prendiamo tra tutte quella relativa a un vino rosso, da Montepulciano d'Abruzzo, dove si evidenzia il "viso" di una capra dal corpo umano. Incuriosisce, subito dopo la visione di questa immagine, la scritta soprastante: "grande personalità in evidenza". Il nome del vino è "Camars". Tutto questo va spiegato, non c'è dubbio. Riportiamo quindi il testo in inglese che il produttore ha pubblicato in rete: "(Camars) Etruscan name for Camerano, a small village at the foothills of Mount Conero, where our winery is based. When I was young I had a very quiet and calm personality. Then as I grew older, I was faced with tension filled sibling rivalry with my younger brother. As a result, my temperament had changed to the point where my Grandmother one day compared my temperament to that of a goat". Davvero singolare la "giustificazione" che il titolare fornisce per l'adozione del disegno di una capra in etichetta. Senso dell'umorismo, aneddoti famigliari e un sano non prendersi sul serio. Il risultato è un'etichetta che attira l'attenzione (positivo), va ampiamente spiegata (negativo), risulta comunque elegante nell'impaginazione e nella scelta degli elementi di design (ottimo). Non molto interessante il logo aziendale (dubitativo). Approvato il claim aziendale che figura sotto al logo: "Riflessi di vite" (valido).

Spiritualità e Simpatia, Tradizione e Allegria.

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Tentenublo, Rioja (rosso e bianco), Roberto Olivàn.

La simpatia di questa etichetta è indiscutibile. Un vero e proprio fumetto, tracciato in nero su bianco. Una "scenetta" dove uno strano personaggio rincorre quello che potrebbe sembrare un grappolino d'uva (ma più avanti vedremo che non lo è). Note musicali aleggiano nell'aria. Approfondendo la ricerca su questo piccolo produttore spagnolo si scopre che "Tentenublo" è anche il nome aziendale e che nella parlata locale (siamo a Lanciego, Alava) questa parola onomatopeica si riferisce alle campane che in alcuni paesi del Rioja, ancora oggi, suonano con il benaugurato obiettivo (non si sa se vibrazionale o spirituale) di allontanare (o come minimo attenuare) la caduta di grandine sui raccolti. È tradizione, durante il suono di queste campane, recitare una litania: "Tente nublo, tente en ti, no te caigas, sobre mi, guarda el pan, guarda el vino, guarda los campos, que están floridos". Tutto molto poetico, tradizionale, apotropaico, coinvolgente. Ed ecco quindi che scopriamo che il personaggio "inseguitore" è una campanella e il personaggio inseguito e scacciato è un grano di grandine. Crederci o no, il tutto è molto bello. P.S.: l'ironico viticoltore si fa ritrarre, nel proprio sito internet, in una foto dove insegue il suo trattore (vero) a bordo di un trattorino giocattolo.
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La Danza delle Idee

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Septette, Pinot Noir, Dancin Vineyards.

C'è poco da dire: qui c'è un'idea. Anzi, c'è molto da dire. Iniziamo con il nome dell'azienda, "Dancin", che assona con dancing, danzare. Ma di fatto questo nome deriva dai nomi propri dei due titolari: Dan e Cindy. Dan ha nonni italiani e condivide con Cincy una grande passione per il "re dei francesi". il Pinot Noir. Tutto questo si concretizza in una azienda vinicola in Oregon. Un mix formidabile di filosofie e tradizioni "sparse" per il mondo. Passiamo alle etichette e all'idea principale del design che possiamo vedere e godere in esse: una ballerina classica viene vestita con degli "slanci" di vino, degli spruzzi molto ben ripresi fotograficamente. La ballerina danza col vino. L'effetto estetico è sorprendente perché da lontano il vino sembra proprio un vestito. Facendo attenzione si scopre il "trucco", ovvero l'idea visiva. Cosa comunicano queste immagini? Eleganza, innazitutto. Qualità, dinamismo, bravura, eccellenza, equilibrio, fascino, passione... e quante altre sensazioni? Potremmo andare avanti ancora con molte parole e definizioni. Tutto in una immagine di sintesi che occupa lo spazio di una piccola etichetta. Questo accade quanto le idee "parlano", e comunicano un sacco di cose in un attimo. Analizzando i nomi dei vini scopriamo la conferma per l'attenzione verso il mondo della danza: Mélange, En Avant, Capriccio, Passé, Ballerina, Brisé, Melodia, Adagio, Tribute, Danceur, Allegro, Finale. Nulla da aggiungere, solo da osservare. Etichette che affascinano, che fissano l'attimo e che si fanno guardare e riguardare. E che si portano volentieri in tavola.
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Energia Illimitata dal Vino al Design

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Betty Rosay, Gamay, 
Domaine de l'Octavin.

La fantasia di questo produttore (è una donna, che si chiama Alice) è illimitata per quanto riguarda le etichette dei propri vini e a quanto pare anche per la varietà dei blend e delle tipologie che ad ogni annata si inventa, coltivando vitigni come Chardonnay, Savagnin, Poulsard, Trousseau, Pinot Noir, Gamay e altri ancora. Siamo nello Jura e la coltivazione è strettamente biodinamica. Dove lo "strettamente" indica, al contrario del proprio significato, una libertà d'azione molto anarchica. Vini non per tutti, a livello di gusto. Ma a quanto pare molto divertimento nel produrli e nel degustarli. Tra le svarionate etichette di questa piccola azienda (solo 5 ettari coltivati) ci ha colpito (la mente e gli occhi) quella tutta rossa, che si può vedere qui a sinistra, relativa a un Gamay che si chiama "Betty Rosay". Il colore del vino infatti è tra il rosato e l'aranciato. Ma è la figura in etichetta che colpisce di più: una specie di Betty Boop con la testa... da nano! Almeno questo ci sentiamo di interpretare. Betty Boop, come riporta Wikipedia "È la tipica flapper cioè la ragazza alla moda del periodo jazz, irriverente e maliziosamente mascolina. Porta il taglio di capelli più alla moda del periodo, corti e frangiati, indossa un vestitino succinto che lascia scoperte le spalle e la giarrettiera, e pare più che consapevole del suo sex appeal, oltre a essere fornita di una buona dose di auto-ironia". Ma è altresì probabile che il tutto si ispiri a tale Betty Rose, artista del Burlesque che si propone con abiti teatrali della prima metà dell'ottocento. Mescolando Betty Rose con Gamay, quello che esce sarebbe "Betty Rosay". In ogni caso si può parlare certamente di una auto-ironia burlesca che a quanto pare pervade la creatività nel fare sia il vino che le etichette. Con un buona parte di auto-divertimento. 

Quasi un Complimento, Detto Così...

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Stronzetta, Chardonnay Toscana Igt, TuscanFarm.

etichette winelabels marketing comunicazioneDa più di una segnalazione in rete (vista l’originalità del soggetto) siamo giunti a conoscenza di questa etichetta toscana dai tratti gentili e dal nome provocatorio. Il vino è uno Chardonnay che si chiama "Stronzetta", proposto ai propri clienti da un locale bolognese che si chiama La Prosciutteria. Non sappiamo se il nome e l'etichetta sono stati creati da chi ha messo in commercio il vino (tale TuscanFarm) oppure dal produttore in origine. Fatto sta che la "Stronzetta" è regolarmente arruolata per fare compagnia al Maiale, in ogni sua forma e gusto. In etichetta, sul fronte, oltre alla definizione del vitigno e della tipologia di vino, e al nome dello stesso, trionfa la fotografia d'epoca di una giovane e gaudente donna, un po' stronzetta, appunto, proprio come il vino. Almeno questo intendiamo nel cercare di comprendere le intenzioni di chi ha creato questo design. Genera simpatia, forse più tra le nuove generazioni. Lo stile però è d'antan e quindi pesca nella memoria delle foto di una volta, nella tradizione italica, nella nostra nota voglia di vivere e di ridere, che unisce tutti, da nord a sud, giovani e vecchi. Un nome che si ricorda, certamente. Un viso che non si fa dimenticare. Un'operazione rischiosa ma sicuramente d'impatto.

L'Etichetta è un Vestito, Non un Pretesto

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Pretesto, Chardonnay e Sauvignon, Ca' Boffenisio.

A volte il vino è un pretesto, a volte il pretesto va cercato in qualche altra circostanza, sta di fatto che degustare il nettare degli Dèi genera buone sensazioni e facilita le emozioni. Questo vino si chiama proprio così: "Pretesto". Parola abbastanza desueta nel conciliabolo italico. Vediamo dunque cosa riporta Treccani in proposito: "...dal latino pretextus, o praetextum (da praetexĕre: v. pretessere) "ornamento", poi figurativo "argomento ornamentale, non sostanziale". Motivazione non rispondente a completa verità che si adduce come spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i reali motivi.
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Con significato più generico, occasione o modo per ottenere un risultato". Non una parola limpida, quindi, ma abbinata a una bottiglia di vino diventa sfiziosa, presenta il proprio lato indagatorio, ingannevole se vogliamo, sicuramente intrigante. Certo l'etichetta non fa onore a tutta questa descrizione del nome: abbiamo due colori discutibili, un fuxia e un giallo ocra, che in abbinamento fanno un po' a pugni. E poi una faccia di bacco, simpatica, ridanciana, ma che a ben guardare è stata resa in etichetta con una definizione bassa e quindi risulta sgranata, non qualitativa. Si poteva fare meglio.