Canta un Gallo Sgarrulo, sulle Colline Ungheresi

Kakas, Pinot Noir e Merlot, Vylyan.

Il produttore, ungherese, ha sede in Pannonia. L’etichetta è senza dubbio di quelle che attirano l’attenzione: lo stile fumettoso e cromaticamente intenso dell’immagine centrale (in linea con il colore del vino, un rosato) suscita subito simpatia. Si tratta di uno spelacchiato pennuto e infatti, in ungherese, “Kakas” (nome del vino) significa proprio gallo. Il racconto del produttore, che si trova tra le pagine del sito internet aziendale, narra che “Kakas”, è uno dei personaggi dell'antica leggenda di Villány (località dove si trovano i vigneti) cioè il gallo salvifico che, sgarrulo, annuncia che il sole è ormai sorto. Il packaging risulta molto accattivante, gli elementi si stagliano su un fondo bianco, i colori dell’illustrazione sono molto vistosi, così come il nome del vino, in rosso. Il nome del produttore, invece, in alto nell’etichetta, viene proposto in nero con un carattere di scrittura antico, arcaico, amanuense, tale da compromettere l’esatta lettura del nome stesso. La presenza di ben due “y” complica le cose, soprattutto per chi non è aduso alla complicatissima lingua ungherese. Nel complesso una bella operazione di packaging che porta notorietà ed empatia.

Un Riesling Italico “Tipico” del Lago Balaton

Badacsonyi Olaszrizling, Szaszi Birtok.

A parte l’estrema difficoltà (in lettura e in pronuncia) delle parole in ungherese, siamo di fronte a una curiosità che potrebbe sorprendere: il vitigno che è all’origine di questo vino è il Riesling Italico (Olaszrizling in ungherese, mentre Badacsonyi è il nome della regione vinicola che si affaccia sul lago Balaton). Ebbene, il Riesling Italico in Italia non è molto rinomato e rispettato, mentre in Ungheria ne hanno fatto un tema di specificità. Vediamo un brano tradotto dal sito del produttore: “Una vera varietà mitteleuropea del bacino dei Carpazi, che ha molti sinonimi… (il Riesling Italico). La sua origine è avvolta nell'oscurità, ma è abbastanza certo che (in Ungheria) è impossibile immaginare un Riesling Italico lontano dal lago Balaton”. A parte questo la curiosità nasce anche dall’osservazione dell’etichetta: molto pittorica, al punto che la carta risulta in rilievo, come se fosse rimasta traccia delle pennellate di colore. L’effetto è proprio quello di un quadro, con al centro il nome del produttore. Molto bucolico, campestre, ma al tempo stesso artistico e valoriale. Davvero una soluzione originale. E il vino? I nostri emissari a Budapest, dove è stato trovato e degustato, dicono che è molto buono! Egészségére! (che dovrebbe essere un “prosit” in Ungherese)

Il Latte lo Berremo un Altro Giorno

No Milk Today, Savagnin, 
Les Bottes Rouges.

Abbiamo qui un’etichetta da premiare moralmente anche solo per il simpatico nome del vino: “No Milk Today”. Si tratta di un “orange wine” di un produttore francese, dello Jura. Il nome dell’azienda “Les Bottes Rouges” si rifà a un brano del gruppo francese “Les Wampas”. Tornando all’etichetta dobbiamo dire che graficamente sembra piuttosto improvvisata: una parte centrale con un quadrato formato da altri piccoli quadrati colorati (che impediscono la lettura lineare del nome), un bollo rosso in alto a sinistra col nome dell’azienda e del proprietario, scritte di legge in basso con la classica tipografia (carattere di scrittura) che simula la macchina da scrivere. Il tutto tenuto insieme in modo approssimativo. Ma è il nome del vino, come dicevamo, che assurge ad assoluto protagonista. La dicotomia tra il latte e il vino è nota a tutti e in tutto il mondo: il latte è salute, il vino è vizio (ma anche gioia e condivisione, logico). In questi termini l’affermazione “no milk today” ci porta simpaticamente in un clima di trasgressione che celebra il vino senza denigrare del tutto il latte e il suo “mondo”: ci saranno giorni anche per il latte, ma questo è dedicato al vino e a tutto quello che ne consegue.

Camillo Benso, Quello è il Senso

Cavuret, Metodo Classico (Nebbiolo),
Cascina Quarino.

Iniziamo in modo ironico col dire che la sede di questa azienda piemontese è Aramengo. Si tratta proprio del nome del paese, in provincia di Asti, dove vengono coltivate le uve e prodotti i vini, da cinque generazioni, dalla famiglia Fasoglio. Un’altra indubbia particolarità è dovuta al vitigno con il quale viene prodotto questo spumante (che vanta 36 mesi sui lieviti): il Nebbiolo. Esperimento che in Italia conta davvero pochi eguali. Eppure questo vino è nato (produzione limitata, per ora) ed è stato nominato… col soprannome di nonno Giulio: “Cavuret”. Cosa significa? Sembra proprio che il nonno in questione avesse un carattere combattivo e tenace simile al ben noto politico torinese Cavour (onore ai suoi meriti, anche vitivinicoli). L’etichetta si caratterizza per ben pochi particolari: il fondo tutto nero, le scritte in oro (il nome, Cavuret, in corsivo e obliquo), il logo della Cascina Quarino in alto (una “Q” che comporta anche una botte stilizzata e un accenno di grappolo). Non siamo abituati a questo tipo di vini, e nemmeno tanto spesso a questo tipo di etichette, soprattutto in un Piemonte tipicamente conservatore. Possiamo però dire che l’esperimento è riuscito: incuriosisce il nome, così come l’etichetta e anche il vino, che sfida la tradizione con leggiadria. Gli elementi da “portare in tavola” ci sono tutti. Un pezzo di storia anche. Il calice può essere elevato con orgoglio.

Un Pinot Nero Proiettato nell’Azzurro

Astropinot, Pinot Nero, Ca’ del Conte.

Paolo e Martina Macconi coltivano nella zona di Rivanazzano Terme, in provincia di Pavia, 16 ettari di vigne con prevalenza di Pinot Nero. La punta di diamante della loro produzione è questo straordinario “Astropinot”, che loro amano definire come “un Pinot stellare”. Frutto della raccolta selettiva di uve dalle migliori posizioni dell’azienda, viene lasciato macerare per 25 giorni. Il regime di produzione è biologico. Ma veniamo alla sorprendente etichetta che ci mostra una illustrazione con stile di fumetto dove un personaggio tra il buffo e l’avventuroso cavalca una bottiglia e a briglie sciolte si dirige, come se pilotasse un razzo spaziale, verso l’immensità del cosmo. Sotto alla bottiglia leggiamo il nome, integrato graficamente con la divertente illustrazione. Alla base dell’etichetta leggiamo il nome del produttore e la localizzazione. Si tratta di quel tipo di etichetta che vuole essere scanzonata, a rischio di sembrare poco seria. Attira l’attenzione, genera simpatia, favorisce l’acquisto. Per la fidelizzazione dei clienti, logicamente, il compito viene demandato alla qualità del vino, ma per tutto il resto la comunicazione di questa azienda verte principalmente sull’ironia e la fantasia. Tanto che gli altri vini della gamma si chiamano: “Opulus, il tutore delle vigne antiche” (Pinot Bianco e Chardonnay), “Nuvola Bianca, la purezza del bianco” (Pinot Bianco, Chardonnay e Riesling), “Fenice, il frutto muore rinascendo vino” (Chardonnay), “Magush, i mago del naturale” (Pinot Bianco e Chardonnay), “Noah, la sete dopo la tempesta” (Timorasso), “Asor, naturalmente rosa” (Pinot Nero), “Mousikè, parole, suoni, saperi e sapori dal mondo” (Riesling Italico).

Uno “Champagne” che Viene da Lontano

Tasmania e Marlborough, Metodo Classico, Mumm.

La nota casa produttrice di Champagne si lancia alla conquista di vigneti al di là del mare (diciamo pure dall’altra parte del mondo). I vitigni sono sempre quelli classici che vanno a performare  le bollicine francesi, ma in questo caso sono coltivati in Tasmania e Nuova Zelanda dove il Pinot Nero in particolare, cresce bene. Ma veniamo alle etichette: non si può evitare di notare le grandi lettere che caratterizzano questi due nuovi packaging. Sono le lettere di Mumm spezzate su due righe, MU e MM, stampate con inchiostro rilucente e in rilievo. La “U” di Mumm viene interrotta dallo stemma dell’azienda (la storica aquila coronata). In mezzo alle 4 “letterone” troviamo i nomi delle prestigiose zone vinicole di quei posti lontani e la precisazione della categoria di prodotto, Brut Prestige (che non significa molto, ma fornisce valore concettuale). Il collarino è particolarmente estetico: si tratta di due nastri che si sovrappongono con un effetto decorativo efficace di tipo celebrativo, nobiliare, festoso. Lo stile è nel complesso molto dinamico, attuale, potremmo dire anche giovane, cioè rivolto a un target di acquirenti che cerca nelle bollicine qualcosa di divertente oltre che tradizionale.

Passione e Passito: l’Effetto Psicologico delle Parole

L’Afrodisiaco, Passito Rosso (Oselèta), Buglioni.

Tra le stranezze vinicole d’Italia (chiamiamole eccellenze) possiamo annoverare anche qualche raro passito in rosso. Questo, che esula dal disciplinare di zona, quello del Recioto, è prodotto con uve Oselèta al 100% e si fa chiamare “l’Afrodisiaco”. L’etichetta è di quelle anonime, ordinate, “pulite”, ma fin troppo sobrie. Il nome invece ci fornisce l’occasione di esplorare l’area della trasgressione partendo da osservazioni etimologiche: letteralmente “sostanza che stimola l’eccitamento sessuale”, la parola ha origine da Afrodite, dea greca dell’amore (Venere per gli Antichi Romani). O anche, secondo un antico dizionario etimologico: “Attributo di sostanza che eccita la libidine amorosa, come la cantaridina o il fosforo”. Per la cronaca la cantaridina viene ricavata dalle elitre di un coleottero. Di certo, a parte l’effetto disinibitorio del vino, le caratteristiche afrodisiache vengono attribuite più che altro a cibo come ostriche, tartufi, peperoncino, cioccolato, zenzero… ma sono tutte fanfaluche. Diciamo piuttosto che l’idea stessa di bere o mangiare qualcosa che si presume possa essere afrodisiaco, crea una effetto psicologico. Forse è questa l’intenzione di questa azienda nel proporre un passito, dolce, suadente, galeotto, che si chiama “l’Afrodisiaco”, come fine pasto e “inizio” di un altro tipo di serata.

Uno Spumante Roccioso in Tutti i Sensi

Dolomis, Trento Doc (Chardonnay), Finrise.

L’utilizzo di carte, inchiostri e tecnologie speciali per le etichette dei vini sta diventando prassi comune. Complice anche la diminuzione dei costi di stampa (dispositivi digitali, minor apporto di ore-lavoro umano e più automatismi). Un sobrio ma elegante esempio lo abbiamo con la nuova etichetta di questo Trento Doc che intende valorizzare la sua provenienza “rocciosa”. Il nome del vino, “Dolomis”, richiama direttamente le Dolomiti (dal nome “Dolomia” della roccia tipica di quei pendii). In tal guisa, Wikipedia ci informa che: “La dolomia è una roccia sedimentaria carbonata costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato doppio di calcio e magnesio. Questa roccia prende il suo nome (come il minerale dolomite) dal naturalista e geologo francese Déodat Gratet de Dolomieu (1750–1801), il quale osservò tale roccia nei gruppi montuosi dei Monti Pallidi”. Insomma anche in questo caso abbiamo tra i piedi un francese. Aggiungiamo che alcuni Trento Doc nulla hanno da invidiare allo Champagne. Bollicine di montagna, come vuole fortemente affermare questo produttore con il pay-off “Plasmato dalla roccia”. Vediamo i particolari di questa etichetta: l’accento giusto (sulla seconda “o”) con il quale pronunciare il nome del vino viene indicato da un simbolo che somiglia a un picco della montagna. La scritta stessa del nome viene adombrata (tagliata dal basso) da un profilo montuoso. Nei tasselli che formano il design dell’etichetta ne vediamo alcuni stampati con un inchiostro ruvido, polveroso, roccioso. Il resto lo fa l’immaginazione, ben attivata da una comunicazione studiata nei dettagli e concettualmente strutturata.

Preziosità sui Generis, Concentrazione e Comunicazione

Aprimondo (Appassimento), Sangiovese/Primitivo/Nero d’Avola, Caviro.

La nota e colossale organizzazione enoproduttiva Caviro, con sede in Romagna ma ormai ramificata in tutto il mondo, ha creato la linea “Aprimondo”, tre vini da appassimento, da vitigni diversi, autoctoni italiani. Il nome è evocativo anche se non bellissimo (nel significato sì, nella fonetica meno). Si tratta di una trovata che si rivolge principalmente all’estero, sia pure “significando” in italiano. Una apertura verso il mondo che per l’azienda è soprattutto commerciale, concretamente. Ha però anche un suo percepito nel senso di “donare” al mondo (a pagamento, s’intende) vini prodotti con vitigni storici e tradizionali dello stivale, con una vaga intenzione didattica. Il vino, si può anche dire, apre dei mondi, che sono quelli della gastronomica, dell’accoglienza, della cultura locale, della convivialità. In questi casi accomunati della ricerca di concentrazione gustativa e olfattiva generata dall’’appassimento. Graficamente l’etichetta è ben curata, anche se l’illustrazione arzigogolata protagonista del packaging è un po’ stereotipata. Insomma se ne vedono molte con questo stile. La decorazione e la finezza del design genera preziosità, non c’è dubbio, e attribuisce al prodotto un surplus di valore percepito. Il marketing ha lavorato bene e, siamo sicuri, anche il plotone di enologi che segue le produzioni dei questa azienda leader della vitivinicoltura.

La Potenza Magnetica del Gufo

Gufo, Cabernet Sauvignon, Cantina Tollo.

Questa nota cantina abruzzese, ha creato una linea di vini che si chiama e si ispira al “Gufo”. Inequivocabilmente, nelle etichette (la linea è composta da vitigni vari) si vede a tutto campo il nobile rapace. Due immagini: quella superiore, in particolare, a testa in giù. Il packaging attira l’attenzione, inoltre la grafica è molto ben eseguita con dovizia anche di inchiostri speciali (luminescenti). Ma torniamo al gufo e alla sua percezione nel vissuto popolare. La prima nota curiosa è che tra le specie di gufi che vivono in Italia troviamo il Duca Cornuto (gufo comune) e il Bubo Bubo (gufo reale). Tra le definizioni di “gufo” che ci fornisce Treccani abbiamo: “Persona, abitualmente di umore tetro e cupo, che vive rintanata per poca socievolezza…” e anche “…fare l’uccello del malaugurio”. Il gufo però, di contraltare, è simpatico: molti disegni, sculture, portachiavi, ninnoli di varia natura, lo ritraggono. Per cui c’è anche qualcuno che ritiene che possa portare fortuna. Certo, incontrarne uno, di notte, in un bosco, potrebbe essere un’esperienza segnante. Come dicevamo l’etichetta in questione è dotata di originalità e sicuramente è in grado di imprimere un ricordo: saranno forse gli occhi del gufo?

Quando c’è un’Idea

El Truc (Ancestral), Xarel-lo,
Masia de la Roqua.

Le etichette dei vini così come la comunicazione (e la vita) in generale, vengono meglio quando ci sono le idee. E l’idea deve logicamente venire prima della realizzazione. Questo produttore catalano che opera a Olivella (Barcellona) ha deciso di chiamare una linea dei propri vini “el Truc”. Il catalano è una lingua diversa dallo spagnolo (e loro ci tengono molto) tanto da somigliare ancora più all’italiano. Si intuisce facilmente che “el Truc” significa “il trucco”. E il gioco viene svelato dall’immagine, al centro dell’etichetta, dove un vignaiolo regge un grappolo d’uva che per effetto della luce e dell’ombra da essa generata… diventa una bottiglia di vino. Una magia che l’uomo, complice la natura, compie da millenni. Ricordare con un gioco di parole e di immagini la trasformazione dell’uva in nettare degli Dei è una trovata semplice quanto geniale. Perché fa simpatia nell’immediato, ma il suo effetto non finisce nel lampo di un’idea: fa pensare, fa riflettere sulle molteplici componenti che, insieme, riescono a portare una bottiglia di vino sulla tavola e a farla condividere con gioia. La storia, la cultura, le modalità produttive, il meteo, le tradizioni, la maestria dell’uomo, le peculiarità della natura, il grappolo d’uva… tutto questo è dentro una bottiglia di vino. E in ogni calice.

Per Sempre e Mai, l’Infinito Adesso

Sempremai (Sorte), Abrostine (vitigno), Cuna (Federico Staderini).

Decisamente intrigante il nome di questo rosso toscano che nasce in provincia di Arezzo. Particolare anche il vino, da un antico vitigno etrusco praticamente sconosciuto. Ma vediamo cosa si legge in etichetta: in alto quello che si può ritenere il nome ufficiale di questo rosso, “Sempremai Sorte”. Laddove la sorte non è sinonimo di destino (o di fortuna, come si dice, buona sorte) bensì una accezione toscana per il verbo “uscire”, sortire. L’attenzione va innanzitutto sull’unione delle parole sempre e mai, a formare un Sempremai del quale si potrebbe parlare per ore, tanto filosoficamente intraprende vie infinite. Sempre e mai, nello stesso tempo, il vuoto cosmico, un pieno d’anima. Oppure un “mai” che succede sempre, e quindi afferma e nega se stesso allo stesso tempo. E’ un dedalo infinito che si rincorre e che annebbia la mente. Probabilmente lo stesso effetto di questo vino, forte, denso, scuro e inebriante. Sempremai Sorte significa, di fatto, che il “prodotto” esce, cioè si manifesta, cioè viene messo in commercio “sempremai”. Cioè attenti voi che lo desiderate perché se ne producono solo 3000 bottiglie e spariscono subito. Alla base del packaging ancora un enigma: “Sortirà” e il nome dell’azienda, Cuna. Sortirà, uscirà, chissà. Stranezze che attirano l’attenzione, per un vino sostanzialmente sperimentale e per pochi. E il disegno al centro dell’etichetta? Un acino umanizzato? La dea della vigna? Un disegno infantile? Per oggi (e per sempre) basta così.

Arianna e Bacco Filano a Meraviglia

T’ariì, Grechetto e Sauvignon, Tenuta Placidi.

Questa variopinta etichetta a cura di una intraprendente azienda vitivinicola umbra, ci fornisce la splendida occasione di citare ancora una volta, dal poema di Lorenzo il Magnifico “Canzona di Bacco”, queste belle ed eterne parole: “Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. Quest'è Bacco ed Arianna, belli, e l'un dell'altro ardenti: perché ’l tempo fugge e inganna, sempre insieme stan contenti”. Il nome del vino è particolare: “T’ariì”, dal nome di Arianna che è anche quello della titolare dell’azienda nonché la protagonista dell’etichetta, reinterpretata e illustrata dall’artista Matilde Bevilacqua (che beve anche vino, ci mancherebbe!). La storia di Arianna (quella reale e vignaiola) inizia quando a 24 anni decide di rilevare le terre del nonno e di laurearsi in Enologia e Viticoltura alla facoltà di Agraria dell’università di Perugia. Oggi, a Fianello, piccolo borgo in provincia di Rieti, Arianna coltiva in regime biologico Grechetto, Malvasia, Sagrantino, Sangiovese e anche gli internazionali Chardonnay, Sauvignon e Merlot. Per quanto riguarda l’Arianna della mitologia, la storia è più intricata e riguarda il labirinto del Minotauro, il prode Teseo e il celeberrimo filo. Per farla breve, metafora della vita, l’eroe e salvatore della fanciulla non corrisponde il suo amore e la lascia al proprio destino. Ma l’arrivo del vagabondo e avventuroso Bacco sulla medesima isola dove era approdata Arianna, conclude la storia con un fidanzamento amoroso (insomma, brindarono tutti felici e contenti). Tornando al vino vero e al packaging design possiamo dire che la scelta stilistica di Arianna Placidi per questa nuova etichetta è andata sicuramente controcorrente, rispetto a una certa classicità che “vige” nel centro Italia. A nostro modesto parere ha fatto bene e i risultati saranno incoraggianti.

Si Alzano In Volo Oniriche Effusioni

Levitate, Negroamaro (Frizzante!), Cantina Fiorentino.

Si tratta di un prodotto per l’estero, a quanto sembra. Infatti il nome sembra proprio essere in inglese: “Levitate”, cioè levitare, fluttuare nello spazio. Sappiamo però che la parola in questione viene anche utilizzata nella sapiente lingua latina che ha preceduto e dato origine a molte lingue europee. Ad esempio: “Nos tamen hoc esse iudicium eorum censemus, qui levitate magis quam veritate ducuntur” (più o meno: “Questo, a nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità”). Inglese o latino? Diciamo che si può recepire in entrambi i casi, salvo che il carattere di scrittura non garantisce una leggibilità immediata (a causa principalmente della “L” iniziale, e se quello che si legge dovesse essere “evitate” allora sarebbe un problema). Passiamo all’analisi della parte illustrata. Un paio di palloncini e un altro paio di mongolfiere a forma di cappello da cuoco, volano via nello spazio dell’etichetta con stupefacente leggerezza. Sarà che il vino è “mosso” e quindi che vuole dare, con le proprie bolle, un’impressione di leggiadra allegoria. Inutile negare che il packaging è di quelli enigmatici, da sogno lucido felliniano. Non manca l’eleganza nell’impaginazione, forse c’è un eccesso di profusioni oniriche. Qualche stranezza ci può stare, a partire dal prodotto stesso: il Negroamaro frizzante è un vino per pochi.

Che Simpatico Questo Emiliano

L’Emiliano, Lambrusco, Ariola Vigne & Vini.

Cosa può fare un’etichetta? Ad esempio può valorizzare un vino di basso costo. Questo Lambrusco prodotto a Langhirano costa 2,50 Euro e si trova anche nei discount, per cui la percezione del suo valore intrinseco viene molto attenuata. Ma entra in gioco un packaging pulito, elegante, simpatico che rende la bottiglia più avvenente, più attraente. Le vendite possono migliorare. Questo Lambrusco “Scuro”, come precisato dalla scritta in basso, si chiama “l’Emiliano”. E già qui guadagna punti laddove l’emilianità significa accoglienza, festa, giovialità. Il nome viene scritto in corsivo come se qualcuno avesse firmato le bottiglie. L’etichetta bianca viene “sporcata” da una pennellata di colore che corrisponde al vivace croma del Lambrusco. Sopra e sotto due scritte ordinate in stampatello, molto leggibili. E’ tutto. Ed è molto, considerato che a conti fatti l’etichetta qui non può, non deve, costare più di tanto. Ed ecco che probabilmente nella marea di vini dozzinali dei supermercati di quartiere questo Lambrusco riesce a distinguersi, a farsi guardare, a strappare un sorriso e, conseguentemente, uno scontrino.

La Magia delle Idee (e degli Inchiostri Speciali)

Kalterersee Auslese Klassisch, Aldi.

Ormai anche i vini “da scaffale” affrontano la comunicazione con armi affilate. In primo luogo a livello commerciale: la potenza dei grandi gruppi facilita le vendite, inoltre il prezzo è una leva importante. Ma anche per quanto riguarda le etichette si sono fatti passi da gigante. In questo caso stiamo parlando di un Kalterersee (la Schiava, in italiano) promosso da Aldi, il grande discount tedesco che recentemente è approdato anche in Italia con diversi punti vendita. In particolare,  in questo caso, ci piace sottolineare l’uso degli inchiostri speciali, l’oro ad esempio, e anche di una certa maestria nell’elaborazione grafica (che deve essere confermata da tecnicismi moderni in fatto di stampa). Non siamo di fronte di certo a un packaging eclatante, ma il soggetto montagne al centro dell’etichetta è davvero ben realizzato. Comunica la provenienza (vino di montagna, anche il nome inneggia a un famoso lago altoatesino) e veicola un messaggio “magico”, dove le rocce, la neve e l’oro creano un’atmosfera quasi natalizia, comunque di eccellenza. A volte bastano dei particolari ben riusciti che oggi, con il miglioramento della tecnologia, costano anche poco come investimento. Il vino in questione orbita tra i 3 e i 5 Euro, secondo le promozioni in atto, e con questa cifra si porta in tavola anche una gradevole vestizione della bottiglia.

Tra Demonio e Santità è lo Stesso

Casto, Brut e Rosé
Metodo Classico, Bosco Longhino.

Può un vino essere casto? Questo, di nome, lo è. Si tratta di uno spumante, in versione Brut o Rosé, categoria di prodotto che di solito accompagna feste e ritualità. “Casto” è un bel nome, provocatorio, se vogliamo, ma ha dalla sua che è breve, memorabile, “chiacchierabile”. E’ un nome veloce, incisivo (anche foneticamente), affermativo, immediato. Vediamo cosa ne dice Treccani: “…dal latino “castus”, probabilmente connesso con “carere” cioè esser privo e quindi “esente da colpa”. Che si astiene, con gli atti e con la mente, dai piaceri sessuali, sia in modo assoluto sia con l’osservanza di precise norme morali (come per esempio la fedeltà coniugale”. E ancora: “Puro, innocente, virtuoso”. Secondo alcune teorie etimologiche questa parola potrebbe derivare dal sanscrito “cudh-ye” per “lavarsi, purificarsi”, e ancora forse dal greco “kath-aros” cioè puro. Comunque sia registriamo l’intenzione di questa azienda famigliare dell’Oltrepò Pavese di proporre, attraverso questo nome, un significato bipolare: la purezza (genuinità) del prodotto e la sua innocente (ma sibillina) indole festaiola. Bosco Longhino, nome e marchio del produttore, deriva dal luogo d’origine dell’azienda, nei pressi di un bosco, ancora oggi vanto e fonte di biodiversità. P.S.: sull’etichetta l’accento di Rosé è sbagliato, succede spesso in tutta Italia ma per i puristi rimane un errore.

Personaggi in Cerca d’Autorità

Il Marinaio, Manzoni Bianco, Piovesan Wine.

Va detto innanzitutto che il nome di questa azienda non è chiaro. Tra sito internet e bottiglie si trovano almeno 4 definizioni diverse: Piovesan Wine, Route 47, Azienda Agricola Quarantasette, Cantina Piovesan. Dove i libri di marketing insegnano (nessun obbligo nel seguirli) di avere e comunicare un unico nome/marchio, qui il produttore si è mosso in direzione diametralmente opposta. Avrà le sue ragioni. Passiamo alla gamma di vini che in etichetta racconta le storie di 6 personaggi: il Marinaio (Manzoni Bianco), la Dama (Traminer), il Croupier (Carmenere), il Giramondo (Merlot), lo Studente (Prosecco), l’Architetto (Spumante Rosé). Per non farla troppo lunga abbiamo preso come esempio “il Marinaio” che qui riportiamo. L’etichetta è caratterizzata a tutta altezza dall’illustrazione in bianco nero, al tratto, di un uomo “navigato” con la classica maglietta a righe tipica dei gondolieri di Venezia. Il tono di colore proposto è il giallo, e sul lato sinistro leggiamo una storia in strofe con alcune parole evidenziate. Il racconto è un po’ strano, a tratti enigmatico, riflessivo, introspettivo e quant’altro. La poetica, cioè lo stile prescelto, non convince ma almeno per curiosità si fa leggere. Packaging sicuramente originale per una bottiglia di vino. Si fa notare. Gli altri vini della gamma rincorrono il medesimo schema con personaggi e storie diverse (quelli elencati all’inizio). Il progetto è articolato e comunque graficamente ben eseguito.

Annate Dannate all’Anima Dedicate

Anima d’Annata, Erbaluce, la Masera.

Ecco la dimostrazione che un nome per un vino può essere anche quello che viene definito “un gioco di parole”. La creatività infatti scaturisce giocando. Questo Erbaluce che nasce a Piverone, provincia di Torino, sulle rive del lago di Viverone (no, questo non è un gioco di parole: si tratta proprio di Piverone e Viverone, due paese limitrofi), si chiama “Anima d’Annata”. Bella invenzione semantica che vuole significare che l’anima di questo vino, i suoi creatori, 5 amici che si chiamano Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco, si avvale dei privilegio dell’annata di riferimento, sia pure proponendosi come Anima Dannata, cioè trasgressiva e votata al peccato (il vino e il cibo, nell’Italia cattolica sono sempre stati vissuti un po’ come peccaminosi, insomma la punibile gozzoviglia). Il nome del produttore invece pesca nel dialetto locale, laddove le masere sono i grossi muri di pietra che demarcano gli appezzamenti di terra. Tornando alla particolarità grafica dell’etichetta, vediamo uno stile molto filante e moderno, con il simbolo dell’azienda (una goccia, o virgoletta che dir si voglia) che emerge con indole dinamica dal profilo di alcune montagne (o sono i flutti del mosto in fermentazione?). Il packaging emerge con buona originalità non adeguatamente sostenuta da elementi concettuali legati tra loro. P.S.: ci scusiamo per la scarsa qualità dell’immagine ma in questo momento in rete non si trova di meglio.

Guarda, Guarda che Stranezze!

Ghirada Fittiloghe, Cannonau, VikeVike.

Questa bottiglia di vino rosso, che nasce dal vitigno tipico e di riferimento della Sardegna, ci offre l’occasione di spaziare in un vasto “assortimento” di nomi. Partiamo dal nome dell’azienda, “VikeVike” che nello stranissimo e a volte incomprensibile dialetto sardo significa “Guarda! Guarda!” come espressione di stupore. Il titolare è un giovane viticoltore, Simone Sedilesu, la sede a Mamoiada, un piccolo comune situato nella Barbagia di Ollolai, in provincia di Nuoro. E il nome del vino? Sembrerebbe confondersi con il nome dell’azienda. Ma sotto di esso, che vediamo in grande nella parte superiore dell’etichetta, troviamo una scritta in corsivo: “Ghirada Fittiloghe”, certo di difficile comprensione per chi non è di origini sarde. Approfondendo le ricerche si scopre che “ghirada” in dialetto significa “piccolo appezzamento di terreno” mentre “fittiloghe” è proprio il nome geolocalizzabile del luogo dove si trova la vigna. L’etichetta non ha nulla di speciale, è graficamente ordinata (diremmo anche ordinaria), con al proprio apice una illustrazione di un Nuraghe (in sardo logudorese, o Nuraxi in sardo campidanese o Nuragu in sassarese, mentre in gallurese è Nuracu). Quello che salva la comunicazione è la dinamica simpatia del nome principale “VikeVike”. Il resto è presumibilmente migliorabile.

Pe e Mo: una Coppia Enigmatica

PEMO, Pecorino (e Montepulciano), TWP The Wine People.

La questione sembra complessa e di fatto in parte lo è. Partiamo dal nome dell’azienda, una società prevalentemente commerciale con sede a Trento che raggruppa diversi marchi in tutta Italia: TWP (sigla che si trova ripetutamente nelle pagine web) che sta per The Wine People. Discutibile la scelta di “chiamarsi” in inglese, ma probabilmente l’intenzione di sviluppare molto business all’estero ha condotto a questa scelta. I nomi dei due vini prodotti in Abruzzo sono una specie di rebus: si chiamano entrambi “PEMO” che sarebbero le iniziali di Pecorino e Montepulciano, i due vitigni di riferimento, bianco e rosso, di quella regione. Nel PEMO bianco vediamo che le due prime lettere della parola Pecorino sono evidenziate cromaticamente. Stesso trattamento per il Montepulciano con una vistosa sillaba iniziale (in rosso). Ecco cosa aggiunge il produttore, come spiegazione dell’etichetta nel proprio sito internet: “…i valori e la filosofia di Pemo si ritrovano già in etichetta: autenticità e tradizione, rispetto per un territorio meraviglioso fatto dei contrasti tra mare e montagna. Abbiamo deciso di raffigurare tutto questo attraverso due animali simbolo di questi elementi: la volpe, che abita la terra, i boschi e le montagne; e la balena, autentico richiamo del mare, che in sé unisce forza e dolcezza”. Le illustrazioni sono molto “artistiche” e di non facile interpretazione. Il nome lascia qualche dubbio per quanto riguarda il suo potenziale mnemonico e di chiarezza esplicativa.

La Luna di Agrigento, Color Argento

Kallà, Vino Bianco, 
Azienda Vinicola A’luna.

Nuovo nato per una piccola azienda con sede in provincia di Agrigento, nella zona nota non solo per i Templi ma anche per la “Scala dei Turchi”, una falesia di marna bianca a picco sul mare. Ed è proprio il nome di questa località che ci interessa: non si tratta come si potrebbe pensare della parola “scala”, intesa come struttura a gradini, bensì, sembra, è riconducibile all’accezione araba “kallà” da cui “cala”, cioè insenatura. L’ipotesi viene presa al volo per nominare questo vino e per rappresentare con sinuose onde grafiche e cromatiche sia il flusso del mare sia la nota conformazione rocciosa. Di fronte a un nome comunque originale si è scelto di valorizzare il territorio di riferimento per fornire un centro di attenzione, per connotare azienda e produzione proprio lì, dove la storia e la cultura siciliane si sono incrociate con civiltà provenienti da paesi lontani. Anche il nome del produttore è particolare: “A’luna”. Secondo la spiegazione che troviamo nel sito aziendale: “A’Luna” è il modo in cui in siciliano chiamiamo la luna. Perché abbiamo scelto proprio lei per il nostro nome? Per un motivo molto semplice: produciamo il nostro vino in una zona suggestiva della provincia di Agrigento, poco distante da Scala dei Turchi, chiamata proprio “A’Luna” dagli antichi, per via del tipico suolo bianco e calcareo della zona. Nelle notti di plenilunio l’atmosfera è unica nella nostra tenuta: quando i raggi lunari lambiscono il terreno, tutto si colora di bianco, e il paesaggio diventa lunare, pieno di fascino antico e mistero”. Per concludere, l’etichetta nel suo complesso è degna di nota per originalità e gusto estetico.

Nomi Arcigni come un Arcidiacono

Arcidiaconata, Aglianico del Vulture, 
Azienda Agricola Radino.

Risulta subito molto difficile da pronunciare questo nome: “Arcidiaconata”. Forse la maggioranza delle persone, anche di una certa cultura semantica, non l’ha mai letto, scritto o udito. Deriva dal tardo latino “archidiaconatus” che sarebbe “ufficio dell’Arcidiacono”. Ma a questo punto dobbiamo ripassare la definizione di Arcidiacono e siccome non è semplice ci appoggiamo a Treccani: “Originariamente, il capo dei diaconi d’una chiesa, agente del vescovo, poi suo vicario (sec. 8°-9°), più tardi (sec. 10°-13°) anche suo rivale. Oggi, il primo dignitario del capitolo cattedrale, a norma degli statuti propri; non di rado, però, è titolo puramente onorifico”. Praticamente un enigma. Ma torniamo all’etichetta, piuttosto semplice, che sotto al nome del vino presenta una sfumata illustrazione di un filare di viti, il nome del produttore in basso e il logo (una vendemmiatrice) in alto a destra. Insomma, niente di speciale per questo packaging se non quel nome, sicuramente riferito a qualcosa di territoriale, ma davvero difficile da comprendere e anche da giustificare in termini di marketing.

Il Vino Bianco con le Rane

Cullerot, Blend di Bianchi, 
Celler del Roure.

Si tratta di una cantina spagnola, con sede nella Comunità Valenciana, che mettendo insieme diverse uve bianche (Pedro Ximénez, Macabeo, Verdil, Merseguera, Malvasia e Chardonnay) ha prodotto un bianco che si chiama “Cullerot”. Certo, in Italia questa parola non suona benissimo (il produttore nel proprio sito internet ci fa sapere che significa “girino”). Il significato del nome ci viene confermato attraverso l’immagine centrale e quindi protagonista in etichetta: vediamo una trama formata da una serie di gocce nere (i girini, quindi) che potrebbero somigliare anche a dei pesci stilizzati (che si muovono in ogni direzione) ma anche a qualcosa d’altro, diciamo, di genere maschile e riproduttivo. L’immagine è originale, si fa notare, lo stile è moderno, elegante, semplice e diretto. Alla base dell’illustrazione, a destra, vediamo il nome del vino e ancora più in piccolo il nome della cantina. In tutto questo manca un concetto chiaro e interpretabile, eventualmente lasciato a una frase nella pagina web del vino che recita: “Un piccolo vino bianco che ha voluto crescere e migliorarsi in una zona di rossi”. Diciamo che la spiegazione è un po’ tirata per i capelli. Ma l’etichetta ha un suo carattere semplice e iconografico che la rende interessante. Stiamo comunque parlando del mercato interno spagnolo. E quindi il Cullerot non rischia equivoci. I girini sono salvi.

Verde Cangiante per un Lupo Marchigiano

Passo del Lupo, Rosso Conero, 
Tenute San Sisto.

Questo vino rosso che nasce in provincia di Ancona (Montepulciano e Sangiovese) è inserito nella gamma di Tenute San Sisto, azienda di Fazi Battaglia che a sua volta è stata acquisita da Bertani Domains. Insomma un marchio nel marchio del marchio, per così dire. Ma a noi interessa, come sempre, l’efficacia della comunicazione (l’etichetta, in questo caso). Il packaging è tutto verde. Un verde chiaro, quasi inglese ma non troppo, verde felce (ma non quella azzurra). Colore insolito per l’etichetta di un vino. Il design è di pregio a partire dalla carta utilizzata. Viene rappresentato il “Passo del Lupo” (nome del vino) con un inserimento verticale che si fa notare grazie al fatto che il nome stesso viene tagliato alle sue estremità. Il profilo di due montagne, discreto, segnato solo da una densità materica diversa, suggerisce un racconto geolocalizzato. E al tempo stesso fornisce originalità all’impianto scenico. Ottima la scelta dei caratteri di scrittura, sobria ed elegante l’impaginazione per un’etichetta da portare in tavola a testa alta.